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Mutazioni digitali

La Treccani e la rete come cura omeopatica

di

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13

apr

2010

L’enciclopedia è in crisi per colpa di internet, dicono i giornali. Ma proprio dal web e dai social media comincia il suo tentativo di riscatto

«Meglio #gay o #omosessuale? Cos’è lo shopping esperienziale? Per gli incisi, meglio i trattini o le parentesi?» È così che Treccani si presenta quotidianamente nel tuo flusso di tweet, attraverso domande che si rivolgono alla morale linguisitica, alla mutazione della lingua, alle strutture della  scrittura, in quest’epoca in cui le parole scritte riassumono una loro centralità pubblica. Domande che in 140 caratteri rilanciano un tema e rimandano a un approfondimento sul sito Treccani.it con articoli capaci di far entrare in profondità il rapporto tra la lingua e il contesto socio-culturale in cui questa prende forma.

Più social

È solo il completamento di un percorso che ha visto Treccani approcciare la cultura in rete con TreccaniChannel su YouTube o la web tv e di farsi più social con la costruzione di una fan page su Facebook dove, timidamente, con i sui quasi 1.400 fan, più volte al giorno stimola a riflettere sulle parole o sugli argomenti del giorno. E si tratta di una scelta coraggiosa, essendo una scelta che ha il sapore della cura omeopatica che porta a somministrare come farmaco ciò che produce la malattia. Lo dice la Corte dei Conti a proposito della gestione finanziarla della Treccani – un deficit di 1,9 milioni di euro nel 2008 – quando parla del difficile momento dovuto alla crisi economica e alle:

difficoltà in cui l’Istituto si trova ad operare  per conciliare l’esigenza della tradizionale elevata qualità delle opere con quella dell’equilibrio dei costi, specie nell’attuale situazione di mercato, in cui l’informazione attraverso mezzi digitali e multimediali sembra prevalere su quella fornita dall’opera cartacea.

Come sintetizzano i siti di informazione: La Treccani è in crisi per colpa di Internet e della crisi economica. Il rimedio? «Utilizzo del web e delle banche dati in maniera più efficiente», assieme a taglio di personale e creazione di opere meno voluminose e rivolte esplicitamente al mondo educational. Ma la sfida omeopatica è una sfida importante, che deve cogliere il mutamento delle pratiche di ricerca culturale e possesso che la Rete ha introdotto.

Sapere diffuso

La voluminosa enciclopedia che paghi molto e marca gli studi borghesi – di case ed uffici – come segno visibile di uno status ha oggi, ovviamente, sempre meno senso a fronte di opere multimediali e lettori portatili contenenti migliaia di titoli. E così pure le modalità di ricerca di termini e significati rientra nelle pratiche interstiziali di chi scrive con word processor ed ha aperto costantemente un browser su un motore di ricerca. Per usare una sinèddoche: “su Google”. Googlare non a caso è il neologismo vincitore del gioco “Proponi una parola”che la Treccani nella sua versione online fa settimanalmente. E non scomodiamo qui Wikipedia prestando il fianco alle critiche di incompletezza e imprecisione (peraltro riscontrabili nelle stesse enciclopedie: non dimentichiamoci che la Treccani pensata da Giovanni Gentile per lungo tempo non accettava praticamente neologismi ) perché si tratta di un modello e di un ecosistema di sapere diffuso differente.

Ed è qui che conviene guardare per capire la mutazione in atto. La logica di un “sapere diffuso” stimolato e sorretto dalla Rete produce pratiche di costruzione, ricerca e messa in connessione nuove. E anche su questo territorio Treccani sembra muoversi grazie al rapporto costruito con il Governo italiano lo scorso anno: il ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta e l’Amministratore Delegato dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Francesco Tatò hanno firmato «un protocollo d’intesa che ha come obiettivo la realizzazione di strumenti innovativi per la diffusione on line di contenuti culturali di alto livello, utilizzabili sia direttamente dai cittadini che nella formazione e la didattica» che ha un punto, a mio avviso, centrale nel fatto che «La Treccani renderà disponibili per il Portale del Cittadino e per il Portale InnovaScuola i contenuti digitali del proprio archivio regolati secondo i principi dei Creative Commons». Anche se leggendo attentamente il protocollo si intuisce perfettamente che i lemmi della Treccani non verranno condivisi, resi modificabili, implementabili eccetera. Consultabili, questo sì, ma solo questo.

Piccole dosi

Sembra di trovarsi di fronte al solito specchietto per giornalisti e blogger nostrani. Alla differenza tra capacità di innovazione e semplice PR che usano la parola Creative Commons come tag per far circolare la notizia sul web e sui media mainstream, usandolo come spilletta da appuntare alla giacca della trasformazione.

Meglio quindi concentrarsi sulla semplice cura omeopatica, che agisce giorno per giorno, senza cercare scorciatoie, senza stupire, e che richiede un coinvolgimento forte del “paziente” nella cura in termini di fiducia nella terapia scelta. Meglio quindi le timide forme di apertura della Treccani alla rete e alle pratiche dei suoi abitanti in chiave social, come le pillole su Twitter, le piccole dosi su Facebook e YouTube che la portano a confrontarsi quotidianamente con le conversazioni del pubblico del web e che dietro all’idea della semplice immunizzazione potranno nel tempo fornire il senso della mutazione.




Giovanni Boccia Artieri è professore straordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino "Carlo Bo", dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali. Dirige il corso di laurea in Scienze della Comunicazione e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo. Si occupa delle culture pop della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione ai social media e ai mondi online.

In Rete: mediamondo.wordpress.com

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4 commenti

  1. Ed

    I commenti e il parallelo sull’omeopatia di questo professore “straordinario” sono fuorvianti, privi di fondamento, e mostrano solo la facilità con cui commenta di argomenti che non conosce. Vergognoso.

  2. gba

    @Ed: quella dell’omeopatia è una metafora che ha il suo fondamento nella definizione che, ad esempio, la stessa Treccani fornisce: “i vari medicamenti in uso, somministrati a dosi elevate a persone sane, provocano i sintomi caratteristici di determinate malattie che possono essere curate con dosi infinitesimali della medesima sostanza”. Solo una metafora, quindi, e come tale va presa :)

  3. bz

    toh! l’anonimo tronfio non comprende una (bella) metafora: vergognoso ;-)

  4. Ed

    Questo è quello che c’è scritto nell’articolo:

    “ha il sapore della cura omeopatica che porta a somministrare come farmaco ciò che produce la malattia”

    Questo è semplicemente errato.

    Se si volesse riscrivere evitando l’errore:

    “ha il sapore della cura omeopatica che porta a somministrare come farmaco una sostanza diluita e dinamizzata che, se presa da una persona sana, produrrebbe gli stessi sintomi della malattia che si vuol curare”

    Le sperimentazioni vengono effettuate dando i rimedi in versione omeopatica. Le sembra che nel 2010 venga avvelenato qualcuno con l’Arsenico per vedere che effetto fa e “scoprire” quali sintomi verrebbero curati da quel rimedio in versione omeopatica?

    Inoltre è risaputo che potenze diverse possano comportare sintomi diversi.

    La definizione della Treccani è fuorviante, come al solito. Il fulcro dell’omeopatia non è la diluizione. Già Hahnemann ha scritto (nell’800!) che più si diluisce più si perde il potere curativo delle sostanze. Il fulcro sta nella dinamizzazione, ovvero nello “scuotimento” della sostanza, dopo ogni diluizione. Questo processo permette di incidere la memoria magnetica dell’acqua (questo lo abbiamo scoperto negli anni ’80).

    Comunque sono almeno 30 anni che aziende tedesche, francesi, italiane, russe, e forse altrove, vendono apparecchi informatici da collegare al computer per creare rimedi omepatici magnetizzando l’acqua o mandando le frequenze direttamente al paziente tramite elettrodi.

    Dire che “richiede un coinvolgimento forte del paziente nella cura in termini di fiducia nella terapia scelta” lascia intendere la solita menata dell’effetto placebo… ma lei lo sa che a Cuba l’omeopatia viene usata per curare gli animali da allevamento? Alcuni anti-parassitari non vengono venduti per embargo USA e così hanno fatto qualche esperimento e hanno scoperto che non ne avevano bisogno…

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