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Architettura dell'informazione

Le liste vertiginose di Umberto Eco

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28

mar

2010

Il nuovo libro di Umberto Eco, Vertigine della lista, esplora problemi cruciali di ogni classificazione, offrendo un’importante lezione anche per l’architettura dell’informazione. Come creare una classificazione rigorosa? Esiste un unico criterio valido per classificare? E, se ne esiste più d’uno, quale scegliere?

Le liste sono la prima e più elementare forma di organizzazione dell’informazione. Ma sono anche la modalità attraverso cui anche le forme più complesse di classificazione (tassonomie, faccette, tag) ci appaiono: i menu dei siti web o dei software, i cataloghi o gli schedari non sono altro – almeno in superficie – che liste di opzioni. Le liste, inoltre, sono uno strumento utilizzato non solo nei settori professionali preposti all’organizzazione del sapere, ma uno strumento pratico che tutti adoperiamo quotidianamente: la lista della spesa, la lista delle cose da fare, la lista degli appuntamenti nella nostra agenda eccetera.

«Una lista è una collezione di elementi correlati fra loro, la cui relazione, solitamente, è definita dallo scopo della lista stessa». Così Patrick Lambe definisce le liste. In tal modo, le liste soddisfano i due requisiti fondamentali di ogni classificazione: raggruppare assieme elementi correlati e rendere ovvie queste correlazioni. I modelli più complessi di classificazione consistono in fondo nel porre più liste in relazione fra loro.

Liste coerenti e liste incoerenti

Rendere ovvie le relazioni che tengono insieme gli elementi di una lista è insieme l’obiettivo e la sfida più alta che un sistema di classificazione è chiamato a soddisfare. Il compito è tutt’altro che banale: quale criterio scegliere nel compilare una lista e come renderlo esplicito? E qui entra in gioco Eco. Che ci ricorda che:

il sogno di ogni filosofia e ogni scienza sin dalle origini greche è stato quello di conoscere e definire le cose per essenza, e sin da Aristotele la definizione per essenza è stata quella capace di definire una data cosa come individuo di una data specie e questa a sua volta come elemento di un dato genere. […] Se ci pensiamo bene questo è lo stesso procedimento che segue la tassonomia moderna [...] Naturalmente il sistema delle classi e sottoclassi è più complicato, per cui la tigre apparterrebbe alla specie Felis Tigris, del genere Felis, famiglia dei Felidi, subordine dei Fissipedi, ordine dei Carnivori, sottoclasse dei Placentalia, classe dei Mammiferi (p. 217).

Se la definizione per essenza prende in considerazione le sostanze (che sono conosciute e limitate), una definizione per proprietà prende in considerazione ogni possibile accidente. Questa distinzione è cruciale, perché le definizioni per essenza danno origine a liste finite, ordinate e coerenti (vale a dire liste i cui elementi sono tenuti assieme da un unico principio ordinatore ben individuabile); mentre quelle per proprietà danno origine a liste infinite, apparentemente disordinate e incoerenti (liste i cui elementi sono tenuti assieme da molteplici criteri o da meccanismi analogici non chiaram potenzialmente ente individuabili).

L’esempio più celebre di questo secondo tipo di lista è probabilmente l’enciclopedia citata da Borges ne L’idioma analitico di John Wilkins:

Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in: a) appartenenti all’Imperatore, b) imbalsamati, c) ammaestrati, d) lattonzoli, e) sirene, f) favolosi, g) cani randagi, h) inclusi in questa classificazione, i) che s’agitano come pazzi, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello, l) eccetera, m) che hanno rotto il vaso, n) che da lontano sembrano mosche.

Dinanzi a una simile classificazione viene da sorridere, e la voglia di liquidarla come scherzo letterario è forte. Eppure, quante classificazioni, anche se meno estreme, nella vita quotidiana e nel web, assomigliano a questa? Il menu principale del sito Bottega Verde, ad esempio, raggruppa voci assai eterogenee fra loro.

bottegaverde

Il problema della coerenza

Le liste per proprietà ci riportano a un problema fondamentale delle scienze dell’informazione: quello della coerenza di un sistema di classificazione. Una buona classificazione dovrebbe utilizzare un unico criterio di divisione alla volta. La suddivisione di un insieme di oggetti in classi, cioè, dovrebbe essere prodotta impiegando un solo principio di sezionamento alla volta, evitando di mescolarne più d’uno.

Eppure, il rispetto di questo principio non sempre è praticabile o auspicabile. Scrive ancora Eco (pp. 218, 221): «se un bambino chiede alla mamma che cosa e come sia una tigre, la mamma difficilmente risponderebbe che è un mammifero dei placentalia o un carnivoro fissipede [...] La realtà è che noi non diamo, se non raramente, definizioni per essenza, ma più sovente per lista di proprietà. Ed ecco che pertanto tutti gli elenchi che definiscono qualcosa attraverso una serie non finita di proprietà, anche se apparentemente vertiginosi, sembrano approssimarsi maggiormente al modo in cui nella vita quotidiana (e non nei dipartimenti scientifici) definiamo e riconosciamo le cose».

Ma anche in ambito scientifico, quando si ha a che fare con complessi domini del sapere o a dover soddisfare un insieme eterogeneo di obiettivi, l’impiego di un unico criterio di organizzazione è impraticabile. La classificazione a faccette elaborata da Ranganathan nasce in fondo proprio per rispondere a questa esigenza. Così, per classificare i geni si rende necessario utilizzare più criteri contemporaneamente (pena la perdita di informazioni fondamentali):

  • componente cellulare
  • processo biologico
  • funzione molecolare.

Un gene può essere associato a (o allocato in) uno o più componenti cellulari; è attivo in uno o più processi biologici, durante i quali svolge una o più funzioni molecolari. Riepilogando, possiamo stabilire una corrispondenza fra questa serie di opposizioni:

  • sostanza vs. accidente
  • definizioni per essenza vs. definizioni per proprietà
  • liste coerenti vs. liste incoerenti;

e ancora:

  • albero vs. rizoma
  • classificazione scientifica (tassonomia) vs. classificazione popolare (folksonomy).
Praticità e pressione del contesto

Il problema della coerenza s’intreccia con la questione della praticità (o empiricità) di una classificazione: ogni sistema di classificazione – pur aspirando a un certo grado di rigore – ha tuttavia finalità pratiche, quelle di organizzare oggetti e informazioni per facilitarne la gestione, il ritrovamento, lo scambio. Soprattutto quando non sia esclusivamente indirizzato a gruppi ristretti di specialisti, esso deve “rendere ovvie le relazioni” che intercorrono fra i suoi elementi: deve essere cioè comprensibile e usabile. Eco parla a questo proposito di pressione del contesto. Vale a dire che il contesto, cioè le finalità pratiche per cui una lista è concepita, possono restituire coerenza a sistemi apparentemente incongrui. Prendiamo ad esempio questa lista:

mammiferi domestici con pelo più o meno folto, denti di arresto in vari meccanismi meccanici, curve di fuga in cui il punto M si muove con velocità scalare costante verso il punto P, organi che percuotono l’innesco determinando lo sparo delle armi da fuoco portatili, costellazioni astrali vicino a Orione, varianti del turco-mongolo khan, nottolini (p. 174).

Difficile trovare un nesso fra questi elementi. Tanto che questa lista può ricordarci da vicino l’enciclopedia di Borges. Eppure basta poco a far riacquistare coerenza alla lista: la sua bizzarria scompare nel momento in cui qualcuno ci sveli che essa raccoglie possibili significati della parola cane.

Salienza

Il concetto di coerenza (rigore, scientificità) di un sistema di classificazione viene così rimpiazzato da quello di salienza: il principio in base al quale una tassonomia è organizzata per raggiungere gli obiettivi per cui è stata concepita. La salienza è l’insieme delle dimensioni-chiave del contesto che sono pertinenti, in un certo spazio e in un certo tempo, per i destinatari (e gli autori) di una classificazione. Il suo obiettivo è quindi portare in primo piano gli aspetti rilevanti per la classificazione e contemporaneamente relegare sullo sfondo quelli non rilevanti.

In definitiva, quindi, la salienza ha a che fare con l’efficacia: la capacità cioè di una classificazione di rispondere agli obiettivi per cui è creata. Questa efficacia perciò non può essere stabilita o misurata in astratto (come vorrebbe Aristotele) ma può essere valutata soltanto in relazione al contesto: le persone, la cultura, il tempo e gli obiettivi di cui un sistema di classificazione è figlio. In questo senso la salienza è uno strumento empirico di creazione di senso.

Così, ad esempio, può sembrare naturale classificare i vini per nazione e regione di provenienza, e in effetti molti negozi e siti web adottano questo sistema. Tuttavia, per la maggioranza degli utenti che non siano esperti e che cerchino un vino da abbinare a un certo piatto, questo tipo di classificazione si rivela inefficace. Meglio, come fanno alcuni supermercati o il sito Best Cellars, impiegare come criterio primario la corposità del vino. O permettere la ricerca mediante più caratteristiche contemporaneamente (faccette).

vini

Lezioni per l’architettura dell’informazione

Molti studi in campo filosofico, linguistico e cognitivo hanno evidenziato i limiti dell’approccio aristotelico, mettendo in discussione l’idea che vi sia un modello giusto vs. un modello sbagliato di classificazione (per un riepilogo cf. Bowker & Star). Ogni classificazione è sempre una commistione di razionale ed empirico, di criteri scientifici e convenienza occasionale. Tutto ciò ha importanti ricadute pratiche.

  • La correttezza di un sistema di classificazione va misurata in termini di praticità e salienza, cioè di appropriatezza allo scopo, al pubblico e al contesto per cui quel sistema è concepito. Non esistono sistemi giusti o sbagliati ma più o meno appropriati allo scopo.
  • L’impiego contemporaneo di più criteri di divisione in uno stesso sistema di classificazione non necessariamente è un errore, se questo mescolamento ha un’utilità pratica.
  • Ne consegue che raggiungere un confine netto fra gli elementi di una lista o le classi di un sistema è spesso utopico. È utile piuttosto che tali elementi o classi rappresentino categorie popolari, cioè significative per il pubblico.
  • Le folksonomy possono essere un valido strumento di aiuto per individuare queste categorie popolari.
  • Le categorie eccetera (altro, miscellanea e simili) esistono realmente e bisogna tenerne conto.

Per approfondire

Sul web

Sulla carta




Luca Rosati è architetto dell'informazione freelance. Afflitto fin da piccolo da una vera e propria mania per le costruzioni Lego e gli oggetti in serie, ha cercato col tempo di mettere questa fissazione al servizio della progettazione web. Con Apogeo ha pubblicato Architettura dell'informazione: Trovabilità dagli oggetti quotidiani al web.

In Rete: lucarosati.it

Andrea Resmini è un architetto dell'informazione con FatDUX, uno studio internazionale con base a Copenhagen. È fra gli organizzatori del Summit italiano di architettura dell'informazione, fa parte del Board dell'Information Architecture Institute, ed è uno dei fondatori del Journal of Information Architecture.

In Rete: andrearesmini.com

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