Quinta di Copertina

Tecnologia sapiens nel futuro dell’uomo

di Antonio Sofi

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Massimo Adinolfi

30

mag

2009

Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Massimo Adinolfi, filosofo, che ha organizzato un incontro sulla natura umana tra cultura e tecnica. Tra tecnologie hard e soft, invarianti biologici e modelli di conoscenza, perché non bisogna temere i cambiamenti

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Come sta cambiando la natura umana. È la dichiarazione di intenti e insieme la domanda intorno a cui ha ruotato la seconda edizione di una summer school di filosofia e politica di tre giorni organizzato dalla Fondazione Italiani Europei a Marina di Camerota, e intitolato appunto “Il futuro della natura umana“. Da tecnologie “hard”, dirimenti e spesso intimorenti, come la manipolazione del corpo e l’invariante biologico, a tecnologie più “soft”, ma non meno impattanti su comportamenti e sui modi di pensare e di vivere professioni e conoscenze, come le tecnologie connettive e di rete. Ne parliamo con Massimo Adinolfi, coordinatore del gruppo di filosofia della fondazione Italiani-Europei e docente di Ermeneutica Filosofica a Cassino: «Paure, rischi, inquietudini sono spesso generati dalle nuove tecnologie, dai cambiamenti che riguardano la tecnica. La filosofia ha sempre riflettuto sul rapporto dell’uomo con la tecnica, con le tecnologie, con gli strumenti: siamo una specie “sapiens”, ma è difficile pensare a cosa voglia dire “sapiens” se non si tiene conto della capacità umana di usare strumenti e tecniche, e di inventarsi ogni volta una nuova natura».

Oltre a come pensare al cambiamento più ampio di questi tempi digitali, l’uso intenso delle nuove tecnologie connettive cambia anche il modo di pensare alle proprie conoscenze, al proprio patrimonio intellettuale: «La sapienza non è mai stata accumulo di nozioni. Internet è ovviamente un enorme deposito di conoscenze e informazioni, che poi vanno ovviamente organizzate e interpretate: ma sono pratiche cui siamo abbastanza abituati anche con le conoscenze non digitali, come per esempio le enciclopedie cartacee. Noi siamo abbastanza abituati a una distinzione del genere: Kant diceva che non si impara la filosofia, ma si impara a filosofare. Il punto è che se si guarda a Internet come un accumulo di nozioni, un accumulo di conoscenze, un accumulo di informazioni – o come un aumento esponenziale di tutto ciò – non si coglie la vera natura del messo. Che invece richiede in un diverso modo di esercitare, mettere in campo, organizzare, ordinare, orientare, valorizzare, gerarchizzare queste conoscenze e queste nozioni. Una nuova cultura del sapere, non necessariamente semplificante, si disegna anche in questo modo: il fatto che si disponga di nuovi strumenti impone maggiore rigore nel pensare, non minore».

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