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Il rapporto è in rete

La foto di Caio sui ritardi delle tlc

di

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Francesco Caio

20

mag

2009

La consulenza richiesta dal governo italiano parla di un’impasse allarmante. Servono almeno 5 miliardi di euro per restare in corsa, 10 per tornare ai vertici europei. Eravamo pionieri, ora temporeggiamo

Senza soldi, il futuro delle telecomunicazioni italiane è un muro bianco che chiude un vicolo in discesa, dove restano solo il ricordo dei pionieri che eravamo. E soldi non ce ne sono, da investire sulla rete: non sono previsti dai privati e non è prevedibile arrivino a breve dallo Stato, il cui intervento, tuttavia sarebbe risolutore. Un deus ex machina che si fa e si farà attendere chissà per quanto. È la storia di un impasse, quella che emerge dal rapporto Caio, ora a sorpresa sottoposto al giudizio di tutti gli utenti internet, prima ancora che venisse presentato ufficialmente dal governo.

Il piano Caio lo dice chiaro e tondo: Telecom Italia ha rivisto al ribasso gli investimenti in fibra ottica e ora sono insufficienti per guardare al futuro; non ha nemmeno motivo (oltre che, forse, possibilità) di aumentarli, visto che pure i concorrenti sono fermi. A differenza di quanto avviene in Francia, dove, caso più unico che raro in Europa, c’è una gara tra operatori diversi a portare fibra nelle case. Caio, inoltre, segnala la fibra attiva (peer to peer) come la soluzione migliore, per un piano fiber to the home; ma Telecom si è orientato da tempo verso una soluzione di fibra passiva (Gpon), come comunicato all’Agcom, perché appunto è la via più economica. Soldi dallo Stato? È quanto propone Caio, ma è sotto gli occhi di tutti che la banda larga non è una priorità e forse nemmeno nell’agenda del governo, che ancora non ha stanziato nemmeno quegli 800 milioni di euro previsti dalla Finanziaria per la lotta al digital divide.

A qualcuno a questo punto verrà il dubbio che l’impasse non sia grave. Che governo e privati abbiano ragione a non investire con forza sulla rete. E che, dopo tutto, così facendo solo si asseconda una domanda asfittica. Caio risponde, implicitamente, anche a questa obiezione. Dice che non c’è un volano migliore della banda larga per inaugurare un nuovo ciclo economico. Una teoria che si basa su supposizioni, certo, perché non c’è dato di vedere il futuro; ma è sempre stato così per ogni passo avanti delle infrastrutture di un Paese: è una scommessa. Ulteriore argomento: non può essere un caso che tutti i principali Paesi abbiano un piano statale per lo sviluppo della banda larga, nelle due direzioni: aumento della copertura fino al 100% della popolazione e avvicinamento della fibra all’utente (next generation network).

L’Italia vive un paradosso, che del resto si è ripetuto identico in altri settori dell’innovazione: siamo stati pionieri anzi tempo, con reti come quella di Fastweb e il piano Socrate. Ma poi abbiamo rallentato, come il maratoneta che non sa dosare le energie e va troppo forte nei primi chilometri. Fastweb, com’è noto, anche se è ancora famoso come “l’operatore in fibra ottica”, da anni è focalizzato sull’Adsl e non cabla più nuove case con fibra. Gli altri Paesi invece hanno accelerato quando era il momento giusto. Solo l’Italia ha ragione a temporeggiare, tutti gli altri Paesi sono stati abbagliati dalle generiche promesse della banda larga? È il dubbio tipico che colpisce quando tutti corrono e noi restiamo fermi: e se avessero ragione gli altri? E se fosse più pericoloso restare fermi, invece di levare le ancore e salpare?

È anche una semplice questione di sopravvivenza, infatti. Caio aggiunge che l’attuale rete è come malata di “osteoporosi”: va aggiornata, almeno nelle principali città, perché tra il 2010 e il 2015 è prevista la sua saturazione. Anche questa è una scommessa: che cosa facciamo, corriamo il rischio? Il governo si troverà insomma di fronte a un bivio. Dare retta a Caio significa spostare risorse ora allocate ai servizi del presente, per non perdere l’appuntamento con un futuro che nessuno ha mai guardato in volto. Caio è realista, sposta al 2015-2016 la partenza dei piani proposti e nel frattempo dice che bisogna concertarli (come se in Italia non ci fossero già stati abbastanza piani programmatici e “cabine di regia” sulla banda larga). Servono 10 miliardi in cinque anni per la prima proposta (50% delle case coperte da fibra, «per la leadership europea») o 5,4 miliardi in quattro anni per la seconda (25% delle case, «per non arretrare in Europa»).

C’è poi una terza, chiamata «flessibilità sul territorio» (coinvolge le pubbliche amministrazioni e le utility locali), dove l’intervento pubblico sarebbe più limitato: Caio non lo quantifica, ma sembra essere una proposta del tipo “meglio che niente”. Nell’immediato invece bisognerebbe investire 1,2-1,3 miliardi di euro almeno per portare una banda larga “politica”, 2 megabit al secondo, al 99% della popolazione entro il 2011. Obiezione tipica: non è il digital divide che frena la diffusione della banda larga in Italia, ma la scarsa cultura informatica della popolazione. Caio prevede però che bisogna investire ora in vista di un futuro prossimo dove gli italiani andranno in massa in rete: attraverso vari dispositivi, cellulari e computer più economici, o persino tv; e per utilizzare i servizi digitali della pubblica amministrazione che, sebbene in ritardo, è solo questione di tempo perché approdino.

Caio ha detto la sua. Adesso, la palla è al governo.




Alessandro Longo scrive da anni di tecnologia, su una dozzina di riviste a tiratura nazionale, tra cui L’espresso, Repubblica, Il Sole 24 Ore-Nova24 e Corriere delle Comunicazioni. I suoi interessi ruotano in particolare intorno alla telefonia e al mercato delle connessioni a Internet.

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