14 Commenti

Il netbook in classe

Brunetta, il JumPC e la scuola in rete

di Giorgio Jannis

thumbnail

21

apr

2009

Dopo la positiva sperimentazione in Lazio, Piemonte e Sicilia, i ministri dell’innovazione e dell’istruzione intendono estendere la sperimentazione del computer in classe a «centinaia di migliaia di bambini», dalle elementari alle superiori

Ecco una notizia che dovrebbe rallegrare, chi genitore o professionista della formazione, ha a cuore la modernità dell’insegnamento e la promozione di tecnologie educative aggiornate in àmbito scolastico. Mi riferisco alle dichiarazioni del ministro Renato Brunetta sulla futura diffusione di netbook ai giovanissimi studenti delle scuole primarie, dichiarazioni espresse in occasione della conferenza stampa tenutasi a Roma presso il circolo didattico Walt Disney per illustrare gli esiti di una sperimentazione condotta in questi mesi dalla Fondazione Mondo Digitale (presieduta da Tullio De Mauro), insieme a Intel e Olidata, in diverse regioni italiane, riguardante la distribuzione gratuita a circa 150 bambini e a 15 docenti di un computer personale denominato JumPC.

Si tratta in ogni caso di prendere atto dei risultati concreti di un cambiamento strategico peraltro lungamente atteso da chi si occupa del “fare scuola” odierno, in linea con l’espressa volontà ministeriale di svecchiare la Scuola italiana grazie a dotazioni tecnologiche quali la presenza di connettività veloce e di lavagne interattive multimediali. Le domande certo sarebbero molte, a partire dalle implicazioni “etiche” del progetto nella scelta dei partner commerciali, alla preferenza per software proprietario, fino alle modalità di funzionamento dei filtri alla navigazione installati da Olidata sul JumPC mediante l’applicativo Magic Desktop, ma le informazioni sono ancora troppo lapidarie per poter comprendere i piani di utilizzo e i risvolti sociali dell’introduzione dei pc in classe, ovvero le modificazioni effettive della pratica d’insegnamento nel contesto di attuazione del progetto. Perché un insegnante che vede dinanzi a sé quindici o venti “coperchi” alzati a nascondere il viso degli studenti, che convive cinque ore con il ronzìo soffuso ma penetrante delle ventole, che abita con gli allievi dentro reti relazionali sostenute da collegamenti wifi e ha sotto la freccina del mouse tutto lo scibile umano non può continuare a concepire i processi dell’apprendimento come prima che tutto questo accadesse, come se nulla fosse successo.

Mi rallegro dell’introduzione capillare del pc a scuola, perché modificherà l’ambiente cognitivo ed emozionale dentro cui avviene oggi l’apprendimento formale; forzerà positivamente la mano a quelli che lodano i bei tempi andati perché non capiscono la Società della Conoscenza attuale, costringendoli almeno a mantenere una dignità nel loro sproloquiare; riuscirà col tempo a promuovere pratiche significative di utilizzo didattico adeguate alle nuove potenzialità offerte dallo strumento tecnologico, magari evitando che venti computer vengano contemporaneamente accesi dentro la stessa stanza per fare il dettato su un programma di videoscrittura – altrimenti la dotazione di pannelli fotovoltaici sul tetto delle scuole diventa oltremodo impellente, moltiplicando anche solo poche decine di watt per il milione di netbook che i ministri Brunetta e Gelmini intendono introdurre nelle scuole.

Ma esperienza e pragmaticità già mi dicono che inesorabilmente i primi anni di questa Scuola 2.0 saranno connotati da utilizzi bassamente strumentali delle ex-nuove tecnologie – come già abbiamo visto, tranne poche coraggiose iniziative, accadere ieri con la famigerata aula multimediale e oggi con le lavagne interattive, utilizzate appunto quali mere succedanee dell’ardesia senza prendere in considerazione le innovazioni didattiche che questi ritrovati tecnologici potrebbero apportare all’insegnamento in quanto supporti interattivi e connessi, in grado di lasciar emergere quelle dimensioni gruppali di condivisione di informazioni e scambio dialogico importantissime in una concezione sociale e socializzata dell’apprendimento.

Non si tratta qui di fare facili previsioni su un iniziale “fallimento” dei pc in classe, anzi sono consapevole del fatto che storicamente sia necessaria in ogni piccola o grande rivoluzione di certe pratiche sociali – per giunta in grado di coinvolgere le istituzioni stesse, come in questo caso – una certa “rottura” rispetto a pensieri linguaggi e prassi sedimentati nella mente dei docenti e nella struttura stessa dell’organizzazione scolastica ormai non più adeguati alla modernità. Proprio questa potrebbe essere la strada per innescare fattivamente cambiamenti nel fare scuola.

Si tratta di qualcosa che doveva succedere, e che stavamo aspettando. Qui in Occidente molti di noi utilizzano i computer per lavoro, per produrre quel bene economico intangibile che è informazione e distribuzione delle conoscenze, mentre i ragazzini a scuola, knowledge worker per eccellenza, sono ancora lì a ricopiare il problema di matematica dalla lavagna sul quaderno. Molti insegnanti rimarranno favorevolmente sorpresi dai concreti risultati scolastici che otterranno dalle pratiche didattiche “aumentate”, rese più potenti dai pc personali e dalla spinta motivazionale e dal “peer-to-peer” delle conoscenze nel gruppo-classe. Questo non si può certo chiamare fallimento, né dal loro punto di vista (seppur ancora legato alla percezione di risultati valutati secondo ottiche da mondo analogico) né dal mio, che in questo rito di passaggio epocale noto comunque una opportunità per una educazione informale della classe insegnante nazionale, che si troverà di qui a qualche anno a riconoscersi cambiata senza accorgersene, e in molti casi senza neppure volerlo.

In ogni caso punto fermo e finalità del fare scuola deve essere l’apprendimento, e sulla scorta di questa considerazione è bene non confondere l’hardware della Scuola con il relativo software, la disponibiltà fisica dei computer e di altre nuove tecnologie in classe con l’automatico miglioramento della qualità dell’offerta formativa, misurata nella sua capacità di promuovere competenze personali (non solo abilità) e di suscitare nei giovanissimi consapevolezza e senso critico rispetto al proprio essere futuri cittadini connessi e interconnessi (su Il blog nella didattica potete trovare tracce di alcune recentissime discussioni su questi argomenti riguardanti le tecnologie didattiche in classe, tra lavagne Lim e stili di apprendimento dei nativi digitali). Per questo confido e auspico che qualche milione di euro venga nell’immediato futuro destinato alla promozione ministeriale di corsi intelligenti di aggiornamento per gli insegnanti e per i dirigenti scolastici: usando la metafora dell’automobile, ora che le macchine quattoruote vengono distribuite a tutti sarebbe il caso di provvedere una seria educazione al comportamento su strada, magari concentrandosi un po’ meno sulla tecnica del carburatore e della frizione e un po’ di più sul rispetto della segnaletica (guidare l’auto è azione sociale) e sulla scelta qualitativa degli itinerari da percorrere.

La pensabilità delle nuove potenzialità didattiche offerte dalle tecnologie prima di diventare prassi quotidiana strutturata è qualcosa che vive dentro la testa degli insegnanti, e nuovi criteri per la progettazione e la valutazione della formazione possono e devono essere sapientemente comunicati dentro i programmi di aggiornamento professionale per i docenti, dove poter finalmente affrontare le tematiche dell’acquisizione di competenze di abitanza digitale specifiche. Competenze non limitate a infarinature sull’utilizzo di applicativi tipo ufficio, non affogate dentro denominazioni tecniche che con l’informatica come scienza nulla hanno a che fare, ma schiettamente orientate a fornire degli orizzonti di operatività concreta, da subito sociale e glocale come può essere a esempio una mappa satellitare da noi stessi arricchita con segnalazioni multimediali originali, rispetto alle suggestioni di questa tutta nostra Cultura Digitale in cui viviamo, a cui noi stessi abbiamo faticosamente contribuito abitando in Rete senza declinare responsabilità, consapevoli della tecnosocialità quale ambiente di crescita e di vita delle nuove generazioni.

Giorgio Jannis legge il mondo come semiotico narratologo e, quando scrive o parla professionalmente, si occupa di progettazione sociale, di formazione alla persona, di comunicazione e di gestione del cambiamento, soprattutto nel settore pubblico. Le dinamiche affettive interpersonali e gruppali dentro i media conversazionali, i linguaggi della cultura digitale, le nuove forme di partecipazione dell'e-democracy sono gli interessi attuali. È presidente di NuoviAbitanti, associazione culturale per la promozione della Cultura TecnoTerritoriale e dell'Abitanza biodigitale.

In Rete: semioblog.blogspot.com

Letto 1.926 volte | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , ,

14 commenti

  1. Paola Limone

    Il progetto piemontese ha alcune caratteristiche molto speciali:
    I bambini portano, a differenza delle altre scuole, i computer a casa, e il gruppo ha condiviso tutto il materioale progettato e prodotto, affinchè simili esperienze siano replicabili con successo e su larga scala. http://ospitiweb.indire.it/adi/SemFeb2009_atti/Limone/sa9L_frame_dir.htm

    http://share.dschola.it/olpc/jumpc.aspx

  2. Ennio Martignago

    A parte la dubbia scelta dell’oggetto, l’ultimo 7″ stile giocattolo nell’affollato parco dei netbook possibili dettata forse da patriottica solidarietà, esiste una superstizione insana da parte di gestori lontani dalle questioni di usabilità, ergonomia e innovazione informatica, secondo la quale avere a che fare con il computer significa sapere come funziona. I ragazzi conoscono alla perfezione cellulari e consolle che fanno bene quello che devono fare. Costringerli a pensare in questo modo da vecchi non farà che allontanarli dall’obiettivo di interpretare l’innovazione. Se ognuno di noi dovesse conoscere dalle origini tutto ciò che usa, al posto della testa dovrebbe avere Internet e comunque finirebbe paralizzato.

    Al contrari, l’esercito degli Stati Uniti rifornirà i propri soldati di iPod Touch, un computer palmare che fa tutto facilmente e che i ragazzi potrebbero comprendere bene e anche gli insegnanti. Perché non limitarsi a fare arrivare il Wi-Fi nelle scuole e lasciare che i progetti si sviluppino localmente? Forse che la differenza sta nel costo dell’oggetto? Pensate a quanto spendono per le scarpe di moda o anche solo per i libri di testo tutt’altro che calmierati. Per tutte queste cose la soluzione per sostenere i più deboli sarebbe la stessa e non certo acquisti di branco che paghiamo noi il cui solo effetto sarà quello di allontanare i nostri figli dal futuro?

  3. Giorgio Da Rodda

    A parte i dubbi anche piuttosto seri sul partner nazionale scelto che non brilla certo per la qualità dei prodotti che attualmente stà rifornendo alla pubblica amministrazione e tantomeno sul loro supporto; per esperienza provata in campo sulle aule multimediali attualmente già in essere presso gli istituti superiori credo che si tratterà di una bella battaglia portare avanti l’istruzione con questi mezzi tecnologici.
    Già nelle superiori appunto gli insegnanti non hanno la capacità ci controllare l’attività di ogni singolo che si pone almeno nel 50% dei casi al di fuori della lezione in corso.
    Sarà una bella sfida per i gestori del sistema permettere l’accesso alla “rete” bloccando contmporaneamente l’utilizzo di strumenti potenzialmente dannosi e di social-network che attraggono i ragazzi come mosche portandoli fuori dal contesto educativo.
    Convengo che la formazione dello staff educativo alla scoperta del mezzo finalizzandoli ad ottenerne la padronanza per poter sivuppare attraverso di esso una vera formazione sia cosa primaria fornendo al contempo una dotazione di materiali didattici validi ed adatti al mezzo usato.
    ritengo che partire dai + piccoli che ormai sono abbastanza autosufficenti per via familiare sulle tecnologie si possa ricavare una crescita tecnologica nazionale non dimenticando comunque che il primo vero computer rimane il nostro cervello ed è quello che va sviluppato dotandolo della capacità di operare e conoscere.
    internet in questo momento stà impoverendo la cultura personale di ciascuno grazie al copia-incolla irrazionale di informazioni a volte anche errate
    attenti dunque a non costruire generazioni sempre più legate a delle sctole di metallo che “pensano” al nostro posto

  4. Andrea Zagli

    naturalmente tutto in salsa software proprietario: bravi!!!

  5. lorenzo

    Potrebbe interessarvi un sunto della situazione normativa italiana:
    lo trovate in Open Source e Pubblica Amministrazione
    (http://www.istitutomajorana.it/index.php?option=com_content&task=view&id=745&Itemid=33)

  6. lorenzo

    alla faccia della promessa di adottare, in tutte le amministrazioni pubbliche, di software Open Source.
    Ma che razza di consulenti hanno???

  7. Istituro nazionale di astrofisica

    riparare vecchi pc, aumentare le connessioni, dare disponibilità per l’uso della rete, USARE OPEN SOURCE. Non fate mai queste cose o finirete all’inferno. se volete vivere in eterno, se volete vivere in eterno fate i politici
    Fatevele da soli e sbrodolatevi tra di voi. Complimenti
    Vi ammiro sono un vostro servo.

  8. Istituto nazionale di astrofisica

    Che orrore. se mi capita mio figlio a casa con una porcata simile, la formatto e gli installo un SO Open, almeno impara ad usare un computer

  9. Andrea Garbin aka Pollicino

    4-5-6-7-8 che altro dire se non condividere!!!!!!!

  10. franki

    con le scuole che crollano.senza palestre e spesso senza insegnanti per molti mesi, un po’ di sana o insana demagogia fa’ bene.Perche’ vedo che tutti dialogano di grandi sistemi dimenticando la dura realta’.

  11. Giuseppina

    Finalmente il computer in classe!!! Io ho cominciato ad usare l’aula multimediale con i miei allievi nel lontano 1996-97, con esercizi di grammatica, ricerche ed approfondimenti su vari argomenti di letteratura e storia, ipertesti (uno sulla mia città ancora oggi su internet). I miei ragazzi (biennio superiore) erano entusiasti già da allora e, superati ben presto gli ostacoli tecnici del nuovo mezzo, ne assaporavano la facilità di esecuzione degli esercizi e la facilità di apprendimento di nuovi contenuti riferiti alle varie discipline. Senza contare il lavoro di gruppo facilitato dal computer con conseguente scambio di opinioni e di abilità. Dico ai miei colleghi insegnanti di non aver paura dell’uso delle nuove tecnologie, basta usare il computer come mezzo (molto potente!) e non come fine…..

  12. Dario Zucchini

    Dobbiamo assolutamente precisare che solo in Piemonte ci siamo preoccupati della configurazione software e di come usare al meglio i computer. Nelle altre due sperimentazioni nazionali i PC sono stati forniti così come si consegna un tostapane e i docenti hanno passato mezzo quadrimestre a sistemare i computer e a capire cosa ci potevano fare. Sempre solo in Piemonte abbiamo fatto configurare tutti i JumPC dagli studenti di una scuola superiore con tutto il software, il filtro web e qualche protazione per non richiedere ai docenti di primaria nessun tipo di manutenzione. Infatti i JumPC piemontesi non hanno avuto nessun problema
    senza bisogno di antivirus e aggiornamenti (che non ci sono stati forniti come tutto il resto del software che ci siamo installati da soli) ma solo con il Magic Desktop da noi opportunamente modificato. Non è quindi un caso che noi potevamo dare i computer agli studenti per utilizzarli anche a casa, mentre a Roma e a Palermo non è stato possibile. Un pc pronto per l’uso e sufficientemente sicuro può essere usato al pari di una calcolatrice da qualsiasi studente e insegnante in qualsiasi momento, un PC che richiede manutenzione continua e aggiornamenti deve stare a scuola quando gli studenti non ci sono per l’inevitabile manutenzione.
    Fin quando nessuno capirà questa fondamentale differenza tra il rifilare hardware+formazione o il fornire un sistema completo e pronto per l’uso la rivoluzione non ci sarà. Per adesso nè i ministri nè i costruttori sembrano aver capito cosa abbiamo fatto in Piemonte o non vogliono… staremo a vedere ;-)
    http://share.dschola.it/olpc

  13. rivoluzionedigitale

    Vorrei mettervi in guardia verso i progetti realizzati dalla Fondazione Mondo Digitale. La maggior
    parte del denaro pubblico non viene indirizzato a progetti (anche di dubbia utilità sociale) ma viene speso per alimentare gli stipendi dei dirigenti che arrivano a guadagnare molto più 100.000 euro all’anno.
    Vorrei parlarvi nello specifico della Fondazione Mondo Digitale finanziata dal Comune di Roma che dovrebbe perseguire obiettivi legati alla diffusione delle tecnologie digitali nelle scuole di Roma.
    La Fondazione Mondo Digitale già dal suo interno attua politiche ben lontane dal “no-profit”. La dirigente guadagna la modica cifra di 8.000 euro al mese! che in un anno diventano 100.000 euro!! il secondo dirigente compagno della direttrice (anche qui ci sarrebbe da
    discutere) altri 100.000 euro!
    L’azienda inoltre ha utilizzato nel corso della sua attività soprattutto lavoratori precari che venivano sfruttati nella preparazione di eventi e poi puntualmente licenziati.
    E’ in corso un’indagine dell’INPS volta a verificare la correttezza dei contratti a progetto firmati con innumerevoli persone che svolgevano invece lavori da dipendente.
    La Fondazione Mondo Digitale si è fatta promotrice dell’iniziativa promossa dal Comune di Roma: “Donne e Nuove Tecnologie” che mira a
    aiutare le donne a conciliare il lavoro con la famiglia e costruirsi
    un’occupazione solida ed emancipata. Si tratta del tipico caso di chi
    predica bene e razzola male: la maggior parte delle donne che sono
    passate per la fondazione mondo digitale sono state assunte a progetto, utilizzate a tempo pieno, e poi licenziate all’esatta scadenza del contratto. All’esatta scadenza perché veniva mantenuta
    viva, in loro, la speranza di una assunzione che non arrivava mai. In questo modo si otteneva il massimo dal lavoratore, pagando il minimo
    (poco più di 800 euro al mese).
    Quindi pregherei voi, forze oneste della scuola,
    (presidi, professori, docenti e alunni) di stare lontano da queste
    persone che non ammirano i vostri sforzi, i vostri progetti, le vostre
    iniziative, ma solo il gusto del denaro e del profitto.
    Se vi collegate al loro sito ufficiale potrete constatare la mancanza totale di trasparenza: mancano per ogni progetto i compensi (altissimi) che vanno ai dirigenti che, protetti da importanti amicizie politiche, continuano a lucrare sulla buona volontà di studenti e professori e precari ingannati che lavorano gratis…

  14. M. Fioretti

    Segnalo a tutti i lettori una nuova intervista in cui la Professoressa Limone riassume i risultati dell’uso di JumPC in classe per un anno:

    http://stop.zona-m.net/it/node/28

Lascia il tuo commento