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Promosso da Jonathan Zittrain

Herdict, la mappa mondiale della censura

di

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04

mar

2009

Dalla OpenNet Initiative, network accademico internazionale di centri studi sulla rete, arriva uno strumento collaborativo per raccogliere e condividere segnalazioni di malfunzionamenti e blocchi volontari alla libera circolazione delle informazioni in rete. Intervista alla coordinatrice

Censure, sorveglianza, regolamentazioni. Queste pratiche hanno accompagnato la storia di internet, ma diventano ancora più cruciali ora che gli utenti adulti della Rete hanno superato il miliardo (a fine 2008, senza contare gli accessi da postazioni pubbliche o mobili). Sebbene nel mondo occidentale tali pratiche vengano spesso sottovalutate, il quadro generale appare più frammentato che mai, con una gamma di normative o pratiche ad hoc. Tipico il caso cinese: rappresenta il maggior bacino di utenza, quasi 180 milioni, ed è sottoposto a una varietà di procedure censorie e di filtraggio, incluse quelle aziendali – come illustra China’s Censorship 2.0, una ricerca curata da Rebecca McKinnon, co-fondatrice di Global Voices Online e animatrice della Global Network Initiative. Nello studio emerge, fra l’altro, come la censura interna cinese sia molto decentralizzata e registri differenze significative da un’azienda all’altra, passando dalla semplice cancellazione dei testi al blocco tecnico preventivo. Il delicato equilibrio tra libertà e controllo del cyberspazio dipenderà sempre più dalle azioni dei singoli netizen, in primis i blogger, e dalle scelte delle strutture che operano online.

Temi questi, comunque scottanti, di cui continua a occuparsi in particolare la OpenNet Initiative, partneship di quattro prestigiosi centri accademici anglofoni, mirata a identificare e documentare le procedure di filtraggio e sorveglianza onde promuovere il più ampio dialogo pubblico. In questo contesto rientrano due iniziative diffuse nei giorni scorsi: la raccolta dei maggiori eventi censori registrati nel mondo durante il 2008, divisi mese per mese e con tutti i dettagli del caso; e il lancio pubblico di Herdict Web, progetto basato sul diretto coinvolgimento del popolo della Rete per monitorare in continuazione l’accessibilità del Web, o la sua mancanza, nei vari Paesi del mondo.

Ricorrendo all’apposito Herdometro, una mappa di Google aggiornata in tempo reale dalle ininterrotte segnalazioni degli utenti, Herdict Web aggrega e compara le segnalazioni sui siti oscurati, condividendone pubblicamente e in tempo reale risultati, diagrammi e variabili. Uno strumento pratico e collaborativo, nato in seno al Berkman Center for Internet & Society dell’Harvard University e coordinato da Jonathan Zittrain. Zittrain, autore di The Future of the Internet: And How to Stop It, segnalava proprio in questo libro come l’Internet generativa avesse ormai imboccato la strada verso il precipizio a causa dei blocchi imposti ai suoi cicli innovativi, dando così il via al ricorso a tecnologie di controllo o sorveglianza, spesso localizzate e invisibili alla maggioranza degli utenti.

Grazie a Herdict – il verdict (verdetto) del herd (gregge di pecore), dunque la voce degli utenti globali – chiunque può verificare se un certo sito sia accessibile o meno dalla proprio provider o scaricare un add-on per il browser per semplificare segnalazione e consultazione delle informazioni. Tra i Paesi più seguiti al momento sono in testa gli Stati Uniti, i cui utenti sono ovviamente i più attivi, con 271 segnalazioni di siti inaccessibili (69 url unici), pur se appaiono solo temporanee come per today.az, getmearound.net, myspace.com, e 1.301 di siti accessibili (351 url unici). Nonostante un lavoro ingegneristico e di design piuttosto sofisticato, il servizio appare gradevole e ben fatto, offrendo un buon colpo d’occhio su specifiche tendenze censorie o malfunzionamenti della Rete mondiale e favorendo la condivisione in tempo reale di tutti i dati prodotti, peraltro ridistribuibili negli usi non commerciali. E a conferma del duffuso interesse collettivo con cui è stato accolto il lancio del progetto, il breve video di presentazione è attualmente in fase di traduzione nelle varie lingue (a breve anche in italiano) tramite DotSub, sito-tool che consente a chiunque di fornire la sottotitolazione di qualsisi filmato in maniera semplice ed efficace. Di tutto questo abbiamo parlato con Jillian York, coordinatrice della OpenNet Initiative e parte del team operativo di Herdict.


Perché Herdict? Puoi darci qualche dettaglio sul progetto?

L’idea di un “herdict” si deve a Jonathan Zittrain durante la stesura del suo libro. In una email del 2006 iniziò a descrivere la necessità di creare strumenti, aperti a tutti e trasparenti, per attivare questo verdetto di gruppo sulle censure e sull’inacessibilità del web. Senso e terminologia dell’iniziativa sono poi rimasti tali, per sottolinearne in particolare le potenzialità partecipative a livello globale. La gestazione del progetto ha richiesto circa un anno di lavoro, con tre persone a tempo pieno dello staff del Berkman Center (Vandana Aneja, Rob Faris, e la sottoscritta), oltre a tre sviluppatori per il design e gli aspetti tecnici, sotto il coordinamento dei docenti Jonathan Zittrain e John Palfrey. L’ultima fase, il lancio di Herdict Web, è partita la scorsa estate, mentre è in lavorazione anche la versione Herdict Pc.

In che modo il progetto espande la portata della OpenNet Initiative?

Mentre la OpenNet Initiative si propone come contenitore multidisciplinare per le questioni connesse alla censura, per quanto concerne l’aspetto pratico le ricerche sui filtraggio di Internet risultano difficili, costose e lunghe. In genere i ricercatori seguono ambiti specifici o si ingaggiano esperti in loco per testare siti web tramite un programma messo a punto dalla OpenNet Initiative, o verificandoli manualmente in base a liste predisposte. Un metodo che ha chiare limitazioni. Per ovviare a questo ecco allora Herdict, il cui obiettivo di fondo rimane quello di coinvolgere “il gregge”, il popolo della Rete, anzichè seguire le tradizionali indagini professionali o accademiche, per informare in tempo reale su come procedono le cose sul fronte dell’accesso web nel mondo. Ricordando comunque come Herdict non punti a fornire, appositamente, alcuna indicazione su motivazioni o congetture dietro l’inaccessibilità di un sito.

Quali sono i Paesi più attivi nelle censure online?

I filtraggi più consistenti avvengono in Cina, Siria, Tunisia, Iran, Birmania, Arabia Saudita. Pur se ciascuno di essi ha target diversi, questi Paesi sono ben noti per la censura di siti spiccatamente politici e anche di spazi dediti a ambiti sociali. Qualche tipo di filtraggio esiste però anche nel mondo occidentale, come Danimarca e Finlandia, con la tendenza a bloccare contenuti “illegali”, mentre Australia e Nuova Zelanda stanno attualmente vagliando norme per implementare filtri di più ampia portata. Va aggiunto che le stringenti norme sulla privacy dell’Unione Europea vanno spingendo diversi Paesi verso un qualche tipo di regolamentazione della Rete. E ciò potrebbe portare a un pericoloso effetto a catena rispetto alle nazioni confinanti.

Quali sono le tecniche maggiormente usate per limitare la libertà di parola in rete?

Pur se non tutti i Paesi sunnominati ricorrono a queste strategie, in genere si tratta soprattutto di filtrare url e indirizzi Ip e anche i risultati dei motori di ricerca, oltre a bloccare singoli siti in base alle necessità. Altri applicano il monitoraggio più o meno diffuso del traffico, mentre altri ancora richiedono diverse forme di indentificazione personale per l’accesso pubblico (in particolare negli internet café). Si ricorre anche alla propaganda in loco, per convincere gli utenti dei benefici di tali strategie per la collettività. Analogamente alla pressione sociale per incitare blogger e utenti a mettere in pratica forme di auto-censura.

Che cosa possono fare i media e gli utenti, soprattutto occidentali, per smascherare e bloccare simili pratiche?

Ci sono alcune organizzazioni e progetti a cui i media possono far riferimento per contribuire a creare maggior coscienza sul problema, inclusi ovviamente la OpenNet Initiative e ora Herdict. In particolare, i dati di quest’ultimo sono trasparenti e disponibili a tutti e i media possono trarre le proprie conclusioni analizzandone cifre e segnalazioni. D’altra parte è vero che il modo migliore per bloccare queste pratiche rimane il percorso politico all’interno dei singoli Paesi, piuttosto che con pressioni esterne. Né vanno dimenticati alcuni strumenti tecnici, quali Tor o psiphon, a cui possono ricorrere gli utenti in loco per aggirare filtri specifici.




Bernardo Parrella è giornalista, traduttore, attivista sui temi del digitale. Vive da tempo negli Stati Uniti e scrive su Apogeonline fin dal suo lancio. Coordina l'edizione italiana di Global Voices Online.

In Rete: bernyblog.wordpress.com

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2 commenti

  1. gabriella giudici

    Rivolgo un accorato appello a Bernardo Parrella, tra i nostri critici digitali più attenti e intellegenti, a non promuovere l’autentico cavallo di Troia rappresentato dalle inziative di Zittrain. Per simpatiche che possano sembrare, vengono da un giurista che sta attaccando dal 2006 (“The Generative Internet”) la net neutrality e che è criticato in patria proprio per la sua ipocrita adesione a progetti liberali, mentre promuove attivamente la revisione dell’end-to-end.
    The Future of The Internet inabissa in un discorso intelligente le proposte di The Generative Internet, un testo che va letto e compreso per intero per disinnescarne il potenziale. Lessig non ci sta riuscendo apparentemente, di qui l’importanza di attivare il nostro senso critico, di qua dall’oceano.

  2. E tu, non provi Herdict? at corinna di gennaro

    [...] e blocchi volontari di diversi siti o pagine Web. Per ulteriori informazioni, leggi: “Herdict, la Mappa Mondiale della Censura“. swfobject.embedSWF(“http://www.youtube.com/v/t4omD0j_e0k&rel=1&fs=1″, [...]

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