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Il ddl ora alla Camera

Reati d’opinione in rete, i limiti del 50-bis

di

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09

feb

2009

Il “pacchetto sicurezza” del governo s’è arricchito al Senato di un emendamento contro i reati di opinione commessi attraverso internet. Concepita sull’onda emotiva delle proteste per alcuni gruppi di Facebook, la norma apre però enormi problemi operativi e crea pericolosi precedenti giuridici

Il 5 febbraio scorso il Senato ha approvato il ddl n. 733 recante disposizioni in materia di sicurezza pubblica con 154 voti favorevoli e 114 contrari. Il testo del provvedimento presenta, tra le altre discusse misure, l’introduzione di disposizioni volte a reprimere l’utilizzo di internet per commettere reati di opinione, come l’apologia di reato o l’istigazione a delinquere. In modo particolare il testo del disegno di legge introduce in capo al ministero dell’Interno il potere di emettere un decreto che ha come destinatari gli Internet Service Provider, per imporre loro l’obbligo di filtrare i contenuti ritenuti illegittimi al fine di renderli inaccessibili ai loro abbonati. Prevede, inoltre, sanzioni amministrative pecuniarie in caso di mancata ottemperanza al decreto che impone il filtraggio entro le successive 24 ore.

L’articolo 50-bis nel quale sono confluite le disposizioni che andremo a esaminare , sembra essere stato presentato sull’onda emotiva causata dalla presenza su Facebook di gruppi in favore di mafia e stupro, come dichiarato dal proponente D’Alia negli scorsi giorni. Il senatore si è immediatamente opposto all’adozione del ddl per altre ragioni politiche sostenendo invece che l’emendamento concerne il «contrasto all’uso distorto e criminogeno di alcuni social network su internet». Le reazioni in rete e sulla stampa sono state immediate e preoccupate. Il timore principale, infatti, è che la nuova regolamentazione possa essere utilizzata anche indirettamente come strumento per oscurare contenuti “scomodi” prima dell’accertamento processuale dei reati.

In modo particolare, per quanto riguarda il decreto che dispone l’oscuramento, il legislatore non ha specificato l’obbligo di motivazione, che invece è sempre necessario per gli atti della magistratura, e coinvolge soggetti sostanzialmente estranei ai reati, gli Isp appunto. Come se ciò non bastasse, introduce l’intervento del governo in un procedimento penale, sinora di competenza esclusiva della magistratura. La preoccupazione sale anche in ordine alle modalità tecniche con cui il disposto, qualora dovesse superare il vaglio della Camera, potrebbe essere adottato. Le problematiche sono moltissime: analizziamo, quindi, in dettaglio il contenuto dell’articolo 50-bis del ddl 733 cercando di individuare quale scenario potrebbe realizzarsi in caso di sua approvazione.

Il campo di applicazione

L’articolo 50-bis, rubricato Repressione di attività di apologia o incitamento di associazioni criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet, dispone al primo comma che

Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

La norma prevede, quindi, che nel caso in cui la magistratura stia procedendo per uno dei reati indicati la stessa possa chiedere e ottenere da parte del ministero dell’Interno un decreto che imponga ai provider l’obbligo di oscuramento. Ci sono due punti chiave, quindi: il coinvolgimento dei provider e l’intervento del ministero.

Le tecniche di filtraggio

Nel nostro ordinamento gli obblighi di filtraggio e oscuramento di contenuti previsti in capo ai provider concernono il materiale pedo-pornografico, i siti non autorizzati che effettuano scommesse e il materiale coperto da diritto d’autore. Per quanto riguarda l’obbligo di oscurare materiale pedo-pornografico, la segnalazione dei siti da oscurare avviene a cura del Centro nazionale per il contrasto alla pedo-pornografia. La stess legge che istituisce il Centro impone ai provider l’obbligo (art. 19, che introduce l’art. 14-ter) di segnalare al Centro informazioni relative ai reati previsti nel caso ne vengano a conoscenza, pena sanzione amministrativa dai 50 ai 250 mila euro. I Monopoli di Stato, invece, redigono periodicamente un elenco dei siti che devono essere oscurati a cura dei provider italiani pena sanzioni pecuniarie dai 30 ai 180 mila euro. Se interpellati dalle autorità giudiziarie, inoltre, i provider devono porre in essere «tutte le misure dirette ad impedire l’accesso ai contenuti» in caso di violazioni di diritto d’autore, come previsto dalla legge 128/04, pena una sanzione pecuniaria dai 50 ai 250 mila euro.

Come avvengono attualmente in Italia questo tipo di procedure di filtraggio dei contenuti? In via generale, l’oscuramento di siti non legittimi viene realizzato tramite un filtro a livello di Dns. Si impedisce, cioè, all’utente finale di accedere al contenuto redirezionando l’indirizzo Ip pubblico dal server su cui è ospitato il contenuto ritenuto illegittimo a un altro server che avverte che la pagina è irraggiungibile. Questo metodo impedisce l’accesso casuale ai contenuti, ma è anche facilmente aggirabile usando Dns di provider non italiani, tipicamente gli Open Dns. I quali, non essendo soggetti alle regolamentazioni del nostro paese, non effettuano alcun redirezionamento e permettono agevolmente di navigare e visualizzare ogni contenuto nonostante i filtri applicati dai provider italiani.

Il metodo è stato usato recentemente dalla magistratura italiana anche per “sequestrare” il server di The Pirate Bay. È questo il caso che si verificherà se l’emendamento diventerà legge? Il problema è di importanza non secondaria, proprio perché l’intento del legislatore è quello di colpire attività capillari di manifestazione del pensiero che possono rientrare nei reati inclusi nell’emendamento, e che tipicamente si svolgono all’interno di social network come Facebook, per l’appunto. Che, quindi, non sono caratterizzati da un dominio e da un Ip indipendente, ma individuati a livello di piattaforma come servizi in sé e per sé e capaci di ospitare molteplici utenti su uno stesso indirizzo Ip. La conseguenza più preoccupante dell’applicazione di una simile tecnica sarebbe, pertanto, quella di rendere irraggiungibile per gli utenti che usano i Dns dei rispettivi provider l’accesso a tali piattaforme e ai loro servizi. Ma non solo.

Un contenuto, tante vite

Il sacrificio rischia anche di essere completamente inutile. I contenuti, soprattutto in questo momento storico, possono essere ripresi e integrati all’interno di più piattaforme dai diversi utenti che decidono di condividerli. Un testo (o un’immagine o un video), per esempio, può essere citato o ripreso integralmente da uno o più blog e da uno o più social network, con l’effetto pratico che il contenuto non si trova più solamente sul server di origine ma su diversi altri, spesso commerciali e pertanto non sotto il diretto controllo tecnico dell’utente. Ma la situazione è ancora più complessa: i contenuti sono normalmente dotati di un feed Rss ed è alta la probabilità che essi finiscano, in modo quasi immediato rispetto alla loro pubblicazione, in un’applicazione che rende pubblici i feed condivisi. Pensiamo a Google Reader o a FriendFeed, ma anche agli altri social network che permettono all’utente di pubblicare contemporaneamente e sempre attraverso i propri feed, qualsiasi attività compiuta in rete.

Ancora più complesso potrebbe essere il caso in cui la commissione del reato non avvenga attraverso un blog o un contenuto comunque immediatamente riferibile alla presenza in rete dell’autore, bensì in un commento. Ci sono blog che utilizzano servizi esterni per permettere alle persone di commentare, come Haloscan o Disqus, ma è possibile anche inserire commenti nei sistemi di social bookmarking come Delicious oppure in FriendFeed stesso, che altro non fa se non proprio rendere commentabili tutti i contenuti dotati di feed. Giusto per terminare il labirinto del percorso che un contenuto può subire nell’attuale panorama tecnologico, e sempre in via esemplificativa e non tassativa, applicazioni come Yahoo! Pipes permettono di dotare di feed anche contenuti immessi in rete che non ne sono provvisti, con la conseguenza che l’autore del contenuto potrebbe non sapere nemmeno della utilizzazione e diffusione dei propri contenuti tramite feed.

Questo tipo di approccio esclude che il contenuto possa essere ritenuto come pubblicato sempre ed esclusivamente presso una unica fonte, anche perché il contenuto continua a circolare attraverso la condivisione effettuata dai contatti dell’utente. L’attuale funzionamento delle applicazioni “social”, infatti, ha generalmente l’effetto di privare anche il soggetto che per primo li ha immessi in rete della possibilità obiettiva di controllare dove e come il proprio contenuto è stato incorporato o condiviso. Inoltre, visto che il provvedimento nasce proprio in considerazione dello specifico caso di Facebook e per le pagine create per aggregare più persone in gruppi, l’unico effetto che l’oscuramento tramite Dns potrebbe raggiungere è quello di oscurare Facebook nella sua interezza, e cioè criminalizzare un intero servizio senza una base razionalmente e giuridicamente proporzionata, quale potrebbe essere una sentenza passata in giudicato.

La conseguenza più probabile dell’applicazione del disposto dell’articolo 50-bis, anche qualora si riuscisse a imporre un filtraggio più efficace di quello tramite Dns, sarebbe dunque quella di creare un’imposizione legislativa che non avrebbe comunque la possibilità di raggiungere in concreto gli effetti che si propone di raggiungere. Non per come funziona il web contemporaneo, perlomeno. A conti fatti, il disposto dell’articolo 50-bis sembra in concreto poter raggiungere il solo effetto di creare un obbligo verso i provider che saranno destinatari degli eventuali decreti del ministero, con la conseguenza di esporre i provider stessi a un duplice rischio nel caso non riescano ad attivarsi entro le 24 ore previste. Non solo alla sanzione amministrativa, dunque, ma anche alla possibile imputazione di concorso nel reato per il quale si è chiesto l’oscuramento, insieme all’autore della violazione, per avere agevolato la commissione dell’illecito non avendo ottemperato agli ordini dell’autorità. Un paradosso, questo, se si pensa alla difficoltà di individuare l’autore originario dell’illecito in virtù di quanto abbiamo appena detto del funzionamento della rete.

L’intervento del ministero

Se già a livello tecnico sorgono dubbi sulla effettiva utilità del disposto dell’articolo 50-bis, è a livello strettamente giuridico che le maggiori preoccupazioni trovano ingresso. La procedura descritta dall’art. 50-bis, infatti, prevede che il ministero dell’Interno possa discrezionalmente attivarsi a seguito di comunicazione della magistratura per emettere il decreto di oscuramento. Mentre la discrezionalità del ministero è evidenziata dall’uso del verbo “può”, intendendo quindi che non è detto che necessariamente il decreto venga emesso, non si riesce a capire se la magistratura a sua volta “possa” o “debba” effettuare tale comunicazione al ministero. Di fatto le autorità giudiziarie già adesso, come nel caso relativo a The Pirate Bay già ricordato, hanno il potere di ordinare ai provider quanto in loro potere per rimuovere le violazioni. C’è da dire che, nel caso The Pirate Bay, attualmente ancora in fase di definizione, l’ordinanza di sequestro del Gip di Bergamo era stata annullata per assenza di un requisito sostanziale dell’atto di sequestro, come abbiamo avuto modo di analizzare in passato su Apogeonline.

La previsione appare, comunque, ancora più grave sotto il profilo della legittimità costituzionale della procedura individuata. Il nostro ordinamento, infatti, si basa sul principio della separazione dei poteri. Il potere giudiziario, in particolare, è indipendente da tutti gli altri poteri (art. 101 della Costituzione), compreso l’esecutivo. L’Italia ha visto solo in tempi particolarmente oscuri l’ingerenza dell’esecutivo sul giudiziario, con l’effetto di rendere l’amministrazione della giustizia uno strumento politico. L’adesione all’attuale costituzione vigente imporrebbe al massimo la creazione di una ulteriore modalità di sequestro da inserire nel codice di procedura penale, lasciando comunque alla magistratura il pieno monopolio del processo senza l’intervento del ministero. Al secondo comma dell’articolo 50-bis, tuttavia, si prevede che contro il provvedimento è ammesso ricorso presso l’autorità giudiziaria, la quale dovrà quindi sindacare su un provvedimento che avrà essa stessa stimolato (discrezionalmente o meno: come abbiamo detto la lettera della norma non è affatto chiara sul punto).

I reati contemplati

Le tipologie di reato indicate nell’articolo 50-bis, seppure dal punto di vista giuridico non aggiungano niente di nuovo a quello che il nostro ordinamento già prevede, per il particolare panorama del web contemporaneo assumono forme particolarmente delicate e facilmente equivocabili. Secondo la lettera della norma, la procedura può essere avviata per

delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali.

Le dinamiche della rete sono note quasi esclusivamente a chi la rete la vive, per il semplice fatto che memi e forme di critica e satira appaiono e scompaiono nel giro di pochi giorni, con codici difficili da decrittare per chi non è coinvolto quotidianamente nella conversazione globale. Non si tratta solo dei messaggi in sé e per sé, ma anche di forme di comunicazione strettamente collegate alla specifica tecnologia utilizzata – che in realtà possono esprimere forme di dissenso mentre, in tutta apparenza e nella completa inconsapevolezza della tecnologia e della conversazione o del singolo personaggio che sta esprimendo se stesso o le proprie idee, potrebbe sembrare l’esatto contrario. Il web è un codice che si evolve con grande rapidità: questa velocità ha l’effetto di rendere obsoleta una specifica comunicazione anche dopo poche settimane, sebbene sempre permanente in rete presso il blog o l’applicazione “social” dell’utente.

Questo argomento, delicato per le conseguenze che i fraintendimenti possono comportare, impone non soltanto alla magistratura ma anche alle altre istituzioni coinvolte nella legiferazione una ampia e profonda riflessione che non può prescindere da una informazione e presa di coscienza della natura del fenomeno che si intende regolare. Questo per garantire ai cittadini una applicazione efficace, informata, effettiva e giusta delle leggi, e una adeguata e proporzionata protezione da comportamenti che giustamente l’ordinamento sanziona. Non è un compito facile, ma è possibile auspicare che i cambiamenti avvengano per migliorare le cose.




Elvira Berlingieri (@elvirab), avvocato e mediatore professionista, vive tra Firenze e Amsterdam. Si occupa di diritto delle nuove tecnologie, diritto d'autore e proprietà intellettuale, protezione dei dati personali, e-learning, libertà di espressione e ed editoria digitale. Effettua consulenza strategica R&D in ambito di e-commerce e marketing online. Docente, relatore e autore di pubblicazioni in materia di diritto e nuove tecnologie, per Apogeo ha pubblicato nel 2012 Evitare i rischi legali dei Social Media e nel 2008 Legge 2.0, il web tra legislazione e giurisprudenza.

In Rete: elvlog.wordpress.com

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26 commenti

  1. Stefano Quintarelli

    A me pare grave anche un’altra cosa.

    in via telematica sulla rete internet,… può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio…

    anche la mail, chat, skype, ogni tipo di comunicazione e’ soggetta a questa norma, non solo le pubblicazioni!

  2. nicola

    elvira, non mi è chiara una cosa: già ora la magistratura può obbligare gli isp ad oscurare un sito; l’emendamento d’Alia include un passaggio intermedio (il giudice comunica al ministero che emette il decreto).
    Perché un giudice dovrebbe rivolgersi al ministero e non direttamente agli isp? o c’è in ballo qualcos’altro (l’estensione dei reati censurabili?)

  3. Se tornassimo ai fatti

    [...] buon esempio di quello che ho in mente

  4. Elvira Berlingieri

    @Stefano Quintarelli, il dubbio è più che legittimo e grazie per il commento. Nel caso delle comunicazioni tra privati si tratterebbe, però, di dovere prima intercettare la comunicazione e poi procedere ad oscurarla (cosa che ritengo impossibile perchè trattandosi di una comunicazione sincrona e client to client, almeno nelle chat, non ha permanenza nel web). Dubito fortemente che la ratio dell’art. 50-bis voglia intervenire sulle comunicazioni sincrone e da soggetto a soggetto (questo detto anche in virtù del carattere del protocollo email, che permette comunicazioni con i soli destinatari specificati e non indeterminati, come invece avviene nel caso di tutti blog, social network eccetera). Questa norma ha una funzione indirettamente conservativa nel senso che dovrebbe essere volta ad impedire che un messaggio offensivo possa permanere nella rete e raggiungere indistinti destinatari. Ciò detto, ad impedire l’applicabilità dell’art. 50-bis verso comunicazioni tra privati, ci sono evidenti conflitti con l’art. 15 della Costituzione e, di conseguenza, con la disciplina delle intercettazioni, tutelata da ben altre garanzie e limiti che non possono essere toccati dall’art. 50-bis (a meno che non intervenga un ulteriore intervento legislativo, che non auspichiamo).

  5. Elvira Berlingieri

    @ nicola, è una preoccupazione condivisibile. Come ho scritto non si capisce ancora la natura del doppio binario e cioè se la magistratura ‘possa’ procedere ad interpellare il ministro o ‘debba’ farlo. Tanto più che sia la magistratura che il ministero si avvarranno degli stessi organi, e cioè della polizia postale. Non c’è da attendere che il testo definitivo per capire cosa accadrà.

  6. Loredana Morandi

    Condivido la preoccupazione, ma da qualche parte sarà pur necessario iniziare a regolamentarlo questo web.

    [...omissis...]

    I diritti e le libertà non sono quelle dei giornalisti dietro ai monitor delle loro redazioni o dei bloggers salottieri, che girano i pollici da mane a sera: sono quelle degli operatori per un web pulito.

    Spiegatemi: in che mondo volete vivere?

  7. Sergio Maistrello (red. Apogeonline)

    Grazie per avere condiviso la tua opinione, Loredana.

    Condividiamo la necessità di una applicazione effettiva delle leggi anche nel web, per tutti i cittadini in modo uguale e non per categorie, sebbene non sia questo l’argomento dell’articolo.

    Abbiamo omesso una parte del tuo commento perché preferiamo evitare commenti che portano link e riferimenti a persone diverse dal commentatore, a meno che non siano direttamente rilevanti per l’argomento.

  8. Bruno

    Innanzitutto complimenti per il bell’articolo, è davvero un piacere leggerlo, nonostante la tematica complessa.

    A parer mio, la preoccupazione per un uso “illegittimo” della procedura è grande, almeno quanto lo è l’ inadeguatezza di leggi e modi di applicazione.

    La tecnologia è incredibilmente veloce e difficile da “arginare”, la politica dannatamente lenta e macchinosa : accostando le due tendenze il divario diventa incolmabile…

    E’ ovvio che serva una regolamentazione per internet, ma è anche piuttosto stupido e decisamente utopico il tentativo di far “indossare” alla rete leggi strappate alla “vita reale”, per così dire.

    Credo che, finchè non ci sarà questa consapevolezza, qualunque norma risulterà contemporaneamente inadeguata (filtrare tutto Facebook per colpa di un gruppo credo sia ridicolo) e facilmente aggirabile (Open DNS, feed RSS ecc…).

    Mi sembra di aver sentito in una conferenza (proprio dello Stefano Quintarelli qui sopra, se non ricordo male…) che l’informazione è difficile da produrre, ma facilissima da trasmettere e replicare : come si può, aggiungo io, pensar di bloccare l’informazione su internet? Alla fine resterebbero solo i siti istituzionali (e forse nemmeno tutti…)
    Resta, tra le altre cose, la libertà di pensiero, diritto che in internet (per quanto poi sfruttato malevolmente) è molto più garantito che nella vita reale.

    Mah, vedremo come andrà a finire. E anche se filtrano apogeonline.com, vi leggerò comunque… vivo in UK… :-)

  9. Sonia Lombardo

    Scriviamo a D’Alia

  10. Loredana Morandi

    Caro Sergio,
    non era assolutamente mia intenzione mettervi in imbarazzo, giuro! Hai fatto benissimo a censurarmi.
    Infatti il mio commento e i link che ho postato erano per dare proprio a voi della redazione un quadro chiaro, di quale sia la situazione del nostro web e quello che gli operatori (e io mio malgrado) si trovano ad affrontare.
    Buon lavoro a tutti voi!

  11. Apogeonline » Fact check: il 50-bis secondo D’Alia

    [...] giorni scorsi abbiamo esaminato in profondità l’articolo 50-bis del Ddl n° 773, un emendamento del pacchetto sicurezza varato dal governo [...]

  12. Luigi Cassolini » Reati d’opinione in internet

    [...] giorni scorsi abbiamo esaminato in profondità l’articolo 50-bis del Ddl n° 773, un emendamento del pacchetto sicurezza varato dal governo che [...]

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  14. Non mi sottraggo al confronto, ma anche s

    [...] che, nel prendersi la briga di rispondere alle critiche contro il famigerato emendamento 50-bis di cui

  15. La moratoria degli ignoranti

    [...] la reputazione del falsario di turno. Per

  16. Andrea Barbazza

    Scrivo da un immediato futuro, ovvero è già la fine di febbraio. Nel frattempo il Governo continua a sfornare leggi o ne promuove con una velocità altissima, leggi che io considero particolarmente pericolose e malformate… ma, nella logica del fare, la vecchia idea della qualità va sicuramente molto rivista. Pensate che leggevo ieri di rivedere l’istituto dello sciopero introducendo lo “sciopero virtuale”, la valutazione della rappresentatività e la consultazione (referendum) preventivo!!! Temo che, quando valutiamo leggi come il ddl 773, stiamo studiando oggetti a noi alieni, ma che diventeranno presto pane comune. La malformazione delle leggi e la loro incostituzionalità (parziale o totale, voluta o non) potrà diventare una situazione assolutamente normale, e sarà difficile porvi freno, sia dal CSM, sia dal Capo dello Stato. Anche a causa della particolarità delle leggi stesse… nel caso degli scioperi perchè colpiscono quegli scioperati dei sistemi dei trasporti, nel caso della “legge Brunetta” i fannulloni dal posto fisso, nel caso della 773 colpiscono quelli che del mondo di internet fanno un ambiente di reale condivisione di idee… e non sono la maggioranza: la maggioranza, provate ad andare su Facebook, fa ben altro, sul web.
    Dividi et impera. Rosicchiando un pezzo di libertà personali qua e la, nel nome delle libertà collettive… anzi, della sicurezza collettiva.

  17. Andrea Barbazza

    Scusate… refuso… divide et impera… spero sia l’unico!

  18. Beata ignoranza?

    [...]

  19. Io pensavo fosse ignoranza invece era calesse

    [...] di Internet (di cui scrivevo qualche giorno fa in scia ad un incontro a l’Espresso e ad un emendamento indifendibile e mal difeso passato al Senato) perch

  20. Apogeonline » Cassinelli emenda D’Alia, un passo avanti

    [...] bufera di critiche suscitata dall’emendamento proposto dal senatore Gianpiero D’Alia nel pacchetto sicurezza sembra avere toccato non solo gli [...]

  21. Apogeonline » Internet non ha bisogno di quelle leggi

    [...] ne abbiamo dato conto nei giorni scorsi analizzando per esempio la proposta Carlucci, l’emendamento D’Alia, il disegno Barbareschi. Non serve ripetere qui i (tanti) motivi per cui tutte queste leggi sono [...]

  22. Pagina bufala si e no, NO a Facebook oscurato in Italia

    [...] tema è concreto e reale e potete leggere un approfondimento molto interessante su questa pagina: http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/09/reati-dopinione-in-rete-i-limiti-del-50-bis, qui vi viene spiegato in modo molto preciso cosa tratta l’emendamento e quali sono i limiti [...]

  23. Decreto Romani, tanti dubbi interpretativi | Apogeonline

    [...] I poteri dell’Autorità garante in materia, comunque, non si esauriscono nella regolamentazione poiché il comma 8 dell’articolo 3 dello schema di decreto stabilisce che la stessa può disporre la sospensione della ricezione in Italia di contenuti che violino il disposto dell’articolo 32-bis introdotto dal decreto nel Testo Unico per la radiotelevisione, anche se provengono da uno stato extracomunitario. L’Autorità potrà emettere un ordine al fornitore di inibire la diffusione di tali contenuti in Italia e comminargli una sanzione amministrativa pecuniaria che può arrivare a 150.000 euro. Proprio in virtù di tale potere, non soggetto alle normali procedure giudiziali e ad efficacia transfrontaliera, si viene a creare in capo all’Autorità garante uno strumento capace di inibire nel territorio la circolazione di opere cinematografiche via web e, trattandosi di diffusione via Internet, non possiamo escludere che si utilizzi la tecnica del filtraggio tramite Dns. [...]

  24. [...] Il Senato ha approvato nella proposta di legge 733, cosiddetto “pacchetto sicurezza”, un articolo 50 bis proposto dal senatore Giampiero D’Alia (UDC) che sostanzialmente viola il principio della separazione dei poteri attribuendo al potere esecutivo (Ministero dell’Interno) prerogative tipiche del giudiziario. Il tutto con ampia discrezionalità e con conseguenze dirompenti sulla libertà di espressione e comunicazione. Per il testo e per un commento completo vi invito a guardare sul sito di Apogeo on line al link http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/09/reati-dopinione-in-rete-i-limiti-del-50-bis [...]

  25. Viaggi last minute

    Il mondo corre veloce, internet e le informazioni ancora di più, mentre la politica è lenta e terribilmente indietro rispetto alle esigenze del paese. C’è chi fa leggi per se, chi comunque pensa ai fatti suoi, destra e sinistra sembrano impegnate in una sola cosa: pensare ai propri interessi. E il paese?
    Quanto potrà ancora reggere? Fortuna che gli italiani hanno le spalle robuste!

    Stefano

  26. Discussioni sulla norma AmmazzaFacebook | Talking Clouds

    [...] pesantemente (anche se sarebbe auspicabile l'intero stralcio) il provvediamento D'Alia che prevede che il potere esecutivo (Ministero dell'Interno) possa – su comunicazione della [...]

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