Tra Facebook e il cellulare
O siamo esibizionisti o siamo anestetizzati

© United Featured Syndicated, Inc.
19
dic
2008
Riflessioni sul perché i social network abbiano successo e sul fatto che questo fenomeno è destinato a cambiare la vita anche di chi non è connesso. E quindi anche il mercato
In uno dei miei soliti deliri strategici mi sono inventato una teoria sui social network. O meglio sul perché la gente vada sui social network. E, di conseguenza, su come usare i social network per il business – ma quest’ultima parte non ve la racconto, segreto industriale. Mi sono detto che certamente c’è un po’ di gente per cui questi network sono l’unico modo di avere relazioni sociali (vuoi per disabilità fisiche, vuoi per problemi psicologici, o magari perché guardiani di fari). Un altro po’ di gente è lì per “fare business”, ma questi li becchiamo su LinkedIn, Viadeo, Plaxo e simili – e per la in gran parte quando vanno a smanettare su altri social network cambiano fortunatamente stile e obiettivi.
Ce n’è un’altro po’ che partecipa in un’ottica socialmente costruttiva, ovvero che prioritariamente li usa per promuovere cause in cui crede, per avviare progetti collaborativi, insomma, per darsi da fare per la società. Spero siano un po’ di più di quelli che vanno sui siti tipo MySpace e Facebook per “fare casino”, passando tempo senza in realtà dire nulla, producendo solo un rumore di fondo. E potrei continuare ancora in questa tassonomia. Ma non mi interessa individuare target alla fine numericamente abbastanza marginali. Se in Italia siamo quattro milioni, quali sono le grandi correnti, mi domando? Va bene che nel nuovo mondo non si parla di target, ma di persone; ma non credo ci siano quattro milioni di motivazioni differenti, qualche tratto comune ci sarà bene…
Sguardo da psicologo
Una risposta me la sono data chiacchierando con un mio conoscente psicologo, il quale usando poco Internet e non avendo mai visto dal vero Facebook (l’ho segnalato al WWF perché lo proteggano) era l’elemento perfetto per fare un ragionamento non influenzato dai fatti. Tra tutti e due abbiamo individuato due grandi correnti: gli esibizionisti e gli anestetizzati. La prima grande categoria di persone sono quelli che, in maniera più o meno forte, si esibiscono in Rete. Ne abbiamo già parlato, e anche spesso.
Abbiamo voglia a dire che noi (che siamo persone intelligenti) andiamo su Facebook per arricchire le nostre relazioni sociali, per restare in contatto con amici lontani o recuperare quelli smarriti (spesso apposta) nelle nebbie del tempo. Nulla da fare, se vogliamo tenere questi rapporti sociali, qualcosa di noi dobbiamo raccontare. Un commento personale ci scappa. Uno sfoghino, uno spiraglio nel nostro privato lo apriamo. Il fatto è che lo apriamo a tutto il mondo di quelli cui siamo collegati (e anche qui, nella costruzione del nostro pubblico, siamo spesso di manica larga). Insomma, confessiamolo, a molti di noi fa piacere raccontarci un po’ al mondo.
A quanto pare, in psicologia questo si chiama esibizionismo, o qualcosa del genere – e a voler essere un tantino freudiano ci si può leggere un elemento erotizzante o erotizzato, tracciando un parallelo tra il raccontare al proprio pubblico dettagli (anche intimi) del proprio essere e lo spogliarsi in pubblico, se non proprio impegnarsi in atti ancor più reprimibili dal punto di vista legale (e morale?). Insomma, potremmo leggere Facebook e simili come un colossale club di scambio, dove in pubblico ci si ammucchia – e allora si farebbe bene a regolamentarlo e sicuramente i media dai titoloni scatolati, quando individueranno questa lettura, ci si butteranno a pesce per urlare ulteriormente allo scandalo (“Facebook, la grande ammucchiata”, “Non c’è più la mezza stagione e neanche le ammucchiate sono più quelle di una volta”).
Ma senza poi voler sempre scherzare e buttare tutto in satira, prendiamone coscienza: anche se non ce ne andiamo in giro con l’impermeabile, la tentazione dell’esibizionismo evidentemente ci prende, sennò useremmo i social network in un altra maniera o non ci andremmo affatto.
Ma ti rendi conto di dove e cosa?
Dall’altro lato troviamo invece gli anestetizzati – nel senso di persone soggette a un’anestesia del contesto (bella, vero? L’ho inventata io con la collaborazione di una nota casa vinicola). Lo spunto mi è venuto da una imbarazzante conversazione cellulare cui sono stato involontario spettatore in metropolitana. In attesa di scendere dal vagone, la mia vicina di gomito raccontava dei dettagli della sua relazione (o meglio delle sue relazioni) a un amica al telefonino. E quello che era peggio, non erano dettaglio erotici ma emotivi: che cosa sentiva, che cosa provava nel suo cuore. E tutti udivano.
Secondo lo psicologo con cui ne chiacchieravo si trattava di un chiaro esempio di esibizionismo erotizzante. Io che ho invece meno fiducia nel genere umano, penso che si trattasse di una persona che aveva perso il contatto con la realtà. Che non si rendesse nemmeno più conto che c’erano delle persone intorno ad ascoltare e/o che le nostre convenzioni sociali fanno differenza tra quello che si può raccontare in pubblico a degli sconosciuti e quello che sono le proprie intime emozioni. E di nuovo potremmo parlare di un cambiamento della percezione di quello che è morale, sugli standard socialmente condivisi.
Una anestesia evidentissima anche su Facebook eccetera, dove c’è gente che arriva a mettersi nei guai scrivendo cose che non possono e non devono essere lette da tutti – ad esempio dai cacciatori di teste (se ne è parlato molto) ma anche dal proprio management, che a volte è presente a sua volta su Facebook (in fondo anche i manager sono persone) e magari anche in modo assolutamente noto a tutta l’azienda.
Non conta il perché, conta l’effetto domino
Lo si faccia per scelta, lo si faccia perché scollati dal contesto, resta il fatto che sui social network ci si comporta spesso in aperta violazione di quelle che sono le regole sociali che ci sono state insegnate da piccoli. E dato che siamo in tanti, questo implica la possibilità che le regole sociali – che non sono scritte nella pietra né normalmente fatte rispettare dai carabinieri, cambino. Poiché cambiano i comportamenti e gli standard delle persone, cambia di conseguenza quello che si ritiene normale, cambiano gli esempi. E se le regole cambiano partendo dai social network, facile che ci si continui a comportare così anche nella Real Life. Vedendo noi networkari fare robe strane, un po’ di non-facebookkiani ci guarderà come marziani, ma un’altra fetta ci prenderà come esempio da imitare.
Morale della storia: non è che abbiamo per le mani qualcosa di molto più sociologicamente grosso di quello che ci eravamo immaginato? Le implicazioni, specialmente sul fronte dell’esibizionismo, fanno tremare le vene dei polsi.









Il fenomeno è grosso, non ci sono dubbi.
La tua analisi è un ottimo inizio ma la mia impressione è che ci sarà ancora molto da scoprire sul comportamento dei singoli e dei gruppi…
io credo che tu abbia ragione ma che, una volta di più, l’arrivo di mezzi nuovi non faccia altro che far emergere un problema già presente nella nostra società. Sia la prima che la seconda categoria, e probabilmente anche tutte le altre sotto categorie che potremmo isolare, sono espressione di un problema diffuso e secondo me non è solo un problema di comunicazione ( di quella forse ce n’è anche troppa…). Il nodo deve essere all’ incrocio di “venti” che soffiano da diversi bisogni. Per essere sincero, però, l’unica cosa che per ora capisco è che nascono comunque da qualcosa che da malessere si sta trasformando in patologia…
In primo luogo ringrazio l’autore per avermi dato l’opportunità di comprendere meglio l’ambito sociale e le dinamiche psicologiche che sottostanno alla mia piccola quanto insignificante realtà umana. Pur se disabile fisico ed utilizzatore di Facebook, dunque ben focalizzato tassonomicamente, devo purtroppo contraddire alcune conclusioni che, a mio modestissimo parere, pervengono da presupposti un po’ troppo approssimativi, figli di un pensiero un poco rantolante e di origine isterica, per via della difficoltà nel comprendere e nell’accettare le nuove modalità del comunicare e del relazionare, concetto morbosamente amato dai psicologi e dai psichiatri tardo freudiani e che fuoriescono dai canoni tradizionali faticosamente assimilati dai “sacri testi” delle scienze umane.
In realtà, non essendo un nerd brufoloso con gli ormoni al galoppo sulle steppe frustate dai venti modaioli e dunque un po’ più scevro da certe induzioni comportamentali, credo che il problema sia di natura profondamente antropologica, prima che macrosociale e tecnocratico, e che le nuove “frontiere” contribuiscano solamente a portare alla nostra attenzione attraverso una percezione stereotipata dal nuovo mezzo. In altre parole, concordando sulla veridicità della difficoltà del comunicare e di trovare la modulazione corretta al contesto (altro concetto morbosamente se non orgasmicamente utilizzato dagli operatori/ici del settore), ritengo che il problema non possa essere risolto se non attraverso l’osservazione del macrofenomeno, che altro non è che la moda del momento, cercando di ricostruire valori e legami surrogati e distorti dalla televisione, dalle game consoles, dai telefonini e da tutto ciò che riconduce alla cultura del branco e dell’omologazione.
Risparmio a chi legge le argomentazioni trite e retoriche relative alla mancanza di un pensiero, che non troverebbe d’altro canto terreno fertile nella mancanza di dialogo e di confronto, ed alla pervasa debolezza che caratterizza il nostro mondo collettivo. Chiedo invece una maggiore attenzione nella lettura delle persone e delle motivazioni, più o meno da esse percepite e consapevolizzate, che non possono esaurirsi nell’esercizio della catalogazione o, peggio, nell’esorcismo contro paure ancestrali.
oltre il senso del luogo (di Meyrowitz )….parlava di quello che avveniva 20 anni fa….mutatis mutandis…molte descrizioni ed analisi dei cambaimenti sociologici legaiti ai nuovi media si trovano lì.
come dice il gabibbo..c’è sempre qualcuno che l’ha già detto. ma sempre complimetni a venturini che ne sa e le racconta bene
Io (banalmente) aggiungerei una terza corrente: i voyeur che, probabilmente, sono la componente principale di Facebook :-)
Anche se non è la prima volta che mi trovo a riflettere su questo genere di fenomeno non posso non ritenermi ignorante in materia e poco preparato. Ho letto per questo tutti gli interventi con molto gusto ed interesse, nonostante questo però penso, in linea con francesco, che l’articolo di Venturini pecchi di superficialità e di una fretta/frenesia (dovuta senza dubbio alla passione che lo trascina) che lo porta a sostenere conclusioni, plausibili sicuramente, ma anche abbastanza inquietanti e decisamente prive di fondamente sufficientemente argomentati.
Spesso l’approccio psicologico tralascia, o rischia di dimenticare, la complessita del quotidiano. Il fenomeno dei social network è vasto e credo che debba assere affrontato con strumenti in grado di decifrare questa vastità, per capirla, non semplificarla (saremo tutti bravi altrimenti).
Il fatto, ormai oggettivo e facilmente intuibile, che l’evoluzione dei social networks tenda (in casi più o meno espliciti) verso la generazione di un doppio della società all’interno di uno spazio virtuale, dovrebbe portarci a sostenere che forse quello che succede online non è del tutto scollato da quello che succede nella vita reale; e non lo è non soltanto nella psiche, ma non lo è nemmeno in tutto il resto (mercato, cultura, gusto, moda, tradizione, politica, potere, feste..). Voglio dire, oggi il virtuale colpisce ogni sfera della nostra vita, e anzi siamo proprio noi (i fruitori) i principali portatori di un’idea di moderno associata alla virtualità che deve essere analizzata come qualcosa di complessivo, di sociale, una risultante di una sommatoria di forze differenti tra di loro. Non dimentichiamoci poi che se allarghiamo ancora un pochino il nostro campo visivo ci renderemo conto che ancora siamo lontani dal vivere in un mondo completamente computerizzato. In occidente il ruolo dei social network all’interno della dinamica di sviluppo cultural/tecnologico risulterà essere diverso da quello che potremo riscontrare in Cina o in Senegal.
Insomma io utilizzarei gli strumenti dell’antropologia culturale piuttosto che la psicologia.(quanto meno per scrivere un articoletto)
Credo comunque che l’argomento sia davvero molto interessante e centrale per la nostra epoca.
Spero un giorno di riuscire a scriverci un qualcosa di più organico sopra, nel frattempo perdonate il caos, e la brevità, spero che qalche spunto di riflessione si sia comunque colto..
Samuele.
fatte le debite eccezzioni,sono tutti fuori dalla realta’.Purtroppo ho vicini -vicini che frequentano questi luoghi quindi dovrei essere indulgente ma non posso,non sono capace come chi mi ha preceduto ma siamo in una societa’ di fuori di testa.Cominciando dai vari Grandi fratelli passando dalle varie ^uomini e donne^ dove tutti si sparlano addosso e passando ai vari luoghi che lei cita e come dice lei siamo anestetizzati.Siano in preda ad un orgasmo mediatico che ci distrae dai veri problemi della nostra societa’.E se fosse tutto colpa si qualche cosa che e’ nell’aria messo apposta per renderci innoffensivi verso i Potenti di turno?
Roberto, la tua riflessione è stata stimolante: tutto giusto, salvo considerare questo fenomeno un “problema”, mentre -secondo me- è un’inaspettata opportunità. Inaspettata, perchè tutte le altre manifestazioni del progresso e della legislazione (vedi “privacy”), sono in direzione opposta, cioè per la “segregazione”.
Se hai voglia di leggerlo, ho cercato di sviluppare meglio questo pensiero sull’ultimo post del mio blog (“esibizionismo”)
Continuiamo a comunicare !
[...] chi lo usa e perchè. Se Matteo Villani in fondo ne difende l’innocenza, c’è chi, come Venturini, si lancia in un’analisi sociologica e psicologica articolata ed approfondita. Ma c’è [...]
Spassosissimo e insieme interessante e ricco di spunti di riflessione, questo tuo contributo. Condivido molte delle tue osservazioni. Credo proprio che lo linkerò sul mio blog! :)
[...] è un tema complesso, che confesso di non essere all’altezza di trattare, anche se ho le mie teorie su esibizionisti ed anestetizzati online. Qualche pensiero comunque mi viene. Perché tante [...]
[...] mattina leggevo un vecchio post di Roberto Venturini dedicato al tema …. era il 2008 ! [...]