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Cielo, spazio e cyberspazio

di Roberto Venturini

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19

Giu

2008

L'Air Force statunitense si erge a bastione della sicurezza cyberspaziale americana. Ma più che il romantico hacker, fanno paura i governi stranieri, in particolare quelli di Cina e Russia

Se arrivano i fantasmi, who you're gonna call? Ovviamente chiamate i Ghostbusters. E se arriva il cyberattacco? Chiamate l'aeronautica americana. Per strano che possa sembrare, l'ente deputato (anche se non è il solo, ci sono interessanti sovrapposizioni ad esempio con la Nsa) a difendere la nazione statunitense dagli attacchi di questo tipo sono proprio loro; non solo hanno il compito di presidiare il cielo e lo spazio ma anche questo spazio virtuale. Si tratta, attenzione, di un compito che non è esclusivamente informatico/internettaro, ma che riguarda l'accezione più ampia dello spazio, lo spettro elettromagnetico dalla radio alle microonde e anche più in su, verso l'infinito e oltre. Coprendo quindi ad esempio tutto ciò che sono radiocomunicazioni, Rete e così via.

Coi tempi che corrono, e dato il modo in cui si sono evoluti la nostra società e i nostri sistemi, siamo vulnerabilissimi, questa è la verità. Se un hacker imbratta un sito o butta giù il server di un quotidiano, poco male. Ma la paura è che vengano attaccate ad esempio le banche, bloccando il giro dei soldi. Che si attacchino le reti elettriche (ed è stato dimostrato in pratica, con una esercitazione, come sia tutto sommato facile far saltare in aria un generatore elettrico da un milione di dollari attraverso attacchi telematici). Si possono bloccare l'erogazione di acqua e il traffico aereo, lasciare al buio intere città (sembra sia già capitato, o almeno così sostiene la Cia) o, nella peggiore delle ipotesi, manipolare perfino reattori nucleari. Più in generale: bloccare le comunicazioni, sabotare le transazioni e il lavoro delle aziende e così via in uno scenario apocalittico. Tutto e tutti sono oggi interlacciati e collegati, se vanno giù le connessioni rischia di bloccarsi un'intera nazione.

Allo scopo di garantire la sicurezza nazionale e dei suoi cittadini, è stato dunque costituito all'interno dell'US Air Force il CyberCommand, che si affianca ai comandi delle forze aeree vere e proprie e allo Space Command. Dotato di una forza che a regime potrebbe aggirarsi tra i 5.000 e i 10.000 addetti (stanno effettuando anche il reclutamento online), vigilano sul cyberspazio, rintuzzando (almeno così affermano) quei tre milioni di attacchi al giorno - ma nel numero potrebbero trovarsi conteggiati spam e phishing.

Il nemico vero, comunque, non viene tanto identificato nella più o meno romantica figura dell'hacker malvagio. Fanno più paura i gruppi terroristici, ma sopratutto nazioni potenzialmente ostili e che appaiono essere a uno stadio molto avanzato di preparazione dell'uso del sabotaggio informatico come strumento di guerra, ricatto o pressione politica. I nomi che vengono esplicitamente fatti sono quelli della Russia, che avrebbe ad esempio già scatenato un'ondata di attacchi Denial of Service contro l'Estonia. L'altro nome pesante è quello della Cina che, secondo un report di Time, avrebbe avviato un programma di reclutamento di centinaia o migliaia di hacker, con l'obiettivo di succhiare informazioni dai computer occidentali e di prepararsi al prossimo conflitto mondiale; ma anche di usare cyberattacchi mirati come strumento di pressione politica verso altre nazioni quando queste si fanno troppo fastidiose rispetto agli interessi nazionali. Si parla infatti di cyberattacchi condotti come vendetta per il bombardamento accidentale (si spera) della ambasciata cinese a Belgrado nel 1999 o quando nel 2001 un caccia cinese precipitò dopo una collisione con un ricognitore americano.

Mi sentirei però molto ingenuo se pensassi che l'Usaf si sta preparando al cyberconflitto in un ottica puramente difensiva e che non si stanno dando da fare per capire anche come buttare giù quelle dei cattivi, utilizzando invece delle armi di mass distruption, strumenti di mass disruption.

Verrebbe a questo punto voglia di fare una battutaccia molto all'Italiana. Se si tentò nel 1970 di fare un colpo di stato usando le guardie forestali, chi sarà mai deputato a proteggere le nostre reti ed infrastrutture cyberspaziali? La polizia urbana di Campiglia Soana? Le unità cinofile? Visto che, a quanto si legge sui giornali, siamo nella top ten delle nazioni al mondo più a rischio di cyber attacchi, se sulla guerra convenzionale possiamo più o meno far conto sull'ombrello della Nato, in un cyberguerra mi domando veramente chi si occuperebbe di noi.