Idee e opinioni

Detto questo, come dire?

di Umberto Santucci

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25

Feb

2008

Modi di dire, interiezioni, tic verbali assimilati attraverso programmi televisivi o personaggi alla moda, come sacchetti abbandonati lungo il fiume, sono la traccia riconoscibile dei microinquinamenti comunicativi da mass media. Troviamo insieme quelli di Internet

Mark Penn, il famoso sondaggista di Clinton, ha dedicato il suo ultimo libro ai microtrend, piccole tendenze che avvengono in etnie, gruppi sociali e nicchie di mercato, e che sono poco rilevanti, silenziose, ma influenzano comportamenti diffusi e creano fenomeni più o meno vistosi. Per comprendere meglio gli scenari in cui viviamo, mi sembra opportuno diventare sensibili ai microtrend – l’altra faccia dei più noti megatrend di John Naisbitt – che dai pensatori postmoderni e sistemici sono detti anche “segnali deboli”. Questi segnali deboli sono molto utili per cogliere messaggi, poco espliciti ma altrettanto importanti, e piccole forze che sommandosi nel tempo producono grandi effetti, come la goccia che cava la pietra.

Alcuni di questi segnali si colgono nel modo di parlare, che appare in televisione e poi dilaga per un periodo di tempo più o meno lungo. Ne scelgo due: “come dire” e “detto questo”. “Come dire” è legittimo e utile al discorso quando non si trova la parola giusta, e si chiede quasi aiuto all’ascoltatore: non saprei come dire esattamente ciò che sto per dirti, quindi se tu lo sai vienimi in aiuto. «Vorrei – come dire? – un mucchietto, una manciata, di castagne…» Questo è l’uso corretto, perché non so come definire quel tanto di castagne che desidero. L’interlocutore mi aiuta: «Ne vuole un etto? Dieci castagne? Un sacchetto così?». Se invece dico «mi dà un – come dire? – un sacchetto di castagne?» l’uso non è corretto, perché il sacchetto si dice proprio così.

“Come dire” può essere usato anche per virgolettare una locuzione. «Il trucco della ragazza era, come dire, un po’ vistoso» fa pensare che la ragazza sia non solo un po’, ma pesantemente truccata. Gli equivalenti sono “per così dire”, “così detto”. «Il così detto onorevole» sta a significare che l’uomo politico ha avuto un comportamente per niente degno di onore. Il “come dire” piace molto a chi lo usa, sembra dare un certo tono al suo discorso, come se ciò che pensa fosse talmente alto e complesso da non trovare le parole adatte se non – come dire? – in modo un po’ laborioso e sofferto.

Roberto Vacca, il noto romanziere futurologo, ha imposto ai suoi collaboratori la regola che ogni volta che qualcuno dice “come dire” deve mettere un euro in un salvadanaio, che dopo un po’ viene usato per andare tutti insieme in pizzeria. Pare che ci siano andati spesso.

“Detto questo” serve a chiudere una premessa che anticipa obiezioni, e permette di enunciare un argomento che potebbe essere sgradevole per chi lo ascolta. «Sia ben chiaro che io sono particolarmente sensibile alle problematiche dell’aborto, e che ritengo intollerabile ricorrere a tale pratica come rozzo contraccettivo. Detto questo, sono perplesso sull’opportunità di fondare un partito politico dedicato a questo tema». Poiché penso che l’interlocutore possa dirmi: «Allora tu vuoi che l’aborto sia usato liberamente come contraccettivo?» glielo dico prima, e metto un punto per andare avanti. “Detto questo”, mettiamo un punto, lasciamo la cosa lì senza tornarci sopra e agitarla di nuovo.

Mi sto accorgendo però che anche “detto questo” comincia a piacere ai frequentatori di talk show, e mi aspetto che pian piano dilaghi anche nei convegni, nelle presentazioni, nel parlare comune. «È auspicabile semplificare la burocrazia. Detto questo, propongo di eliminare le pratiche di certificazione». In questo caso l’uso è ridondante e improprio, perché è stato appena detto ciò che si dichiara di aver detto, e che non è in contrasto con ciò che si dice dopo. Quindi l’interiezione è inutile, e toglie eleganza ed essenzialità al discorso.

Osserviamo noi stessi e i nostri amici e colleghi, oltre ai personaggi che animano le nostre serate tv o i nostri incontri sociali. Quante volte dicono “detto questo” o “come dire”? Consideriamo queste interiezioni come rifiuti comunicativi, come sacchetti di plastica che galleggiano in un fiume, e che ne segnalano l’inquinamento. Anche questi sono segni di inquinamento comunicativo, ma poiché comunicare significa scambiare idee, indicano che anche le idee sono un po’ inquinate. Se imito il personaggio tv perfino nella sua interiezione, quanto avrò assorbito delle sue idee e delle sue visioni del mondo, senza accorgermene?

È vero che da quando l’essere umano ha imparato ad esprimersi con parole, ha articolato le sue frasi mettendo insieme elementi significanti con interiezioni, modi di dire, frasi fatte e luoghi comuni. Quando si parla non ci si limita a dire qualcosa, ma si stabilisce con gli interlocutori una relazione fatta di sentimenti, seduzioni, difese, dissimulazioni, richieste e offerte di aiuto. In questo insieme di contenuti e relazioni si usano elementi noti e condivisi, dalla lingua ai modi di dire consolidati, ai gerghi e agli slang, misti ad elementi e caratteristiche personali o tipiche di un luogo, di un gruppo, di un individuo, come un dialetto, acronimi e parole usati solo all’interno di un’azienda, espressioni individuali e a volte innovative come le invenzioni del poeta.

Alcune tecniche mnemoniche ripetono parole, acronimi, formule per ricordare sequenze di informazioni e procedure utili. Parole e frasi ripetute si usano come tecniche di meditazione o di controllo e disciplina mentale, come i mantra, le giaculatorie, frasi rituali. Interiezioni e frasi riempitive servono come riposo mentale per riuscire a coordinare il pensiero (pensare che cosa dire) e l’azione (dire qualcosa). Tuttavia la comunicazione elegante ed efficace è anche essenziale, sintetica, e tende a dire solo ciò che c’è da dire, altrimenti tace, come ci insegna il buon Wittgenstein.

Un esercizio – come dire? – provocativo: ci sono modi di dire e microinquinamenti comunicativi simili nei linguaggi di Internet e dei blog? Quali sono?

9 commenti

  1. Cari Apogeo, stimato Comunicatore, eccellente intervento! E non ci avevo mai pensato a questi... modi di dire! Mi permetto? Uno studio analogo sono "I Segni nel tempo" di Carmine Natale (in lulu.com): parlerò con lui per ... ehm... aggiornarsi! Saluti cordiali

  2. Caro Umberto,
    un articolo delizioso! Una riflessione lieve e profonda insieme. Un dubbio: da ciò che scrivi il problema sembrerebbe di stile, cioè di forma, ma a volte temo sia di sostanza...l'uso di ridondanze, interiezioni, incisi, più che riflettere il tempo che chi parla si concede per pensare a ciò che dirà, temo nasconda il...vuoto sottostante!

    un caro saluto

  3. Umberto, proprio carino e molto serio, al di là dello spunto apparentemente minore e della trattazione con mano leggera; infatti il meccanismo del “microinquinamento comunicativo da mass media” è in larga parte il medesimo sia per gli innocui anche se fastidiosi tic verbali così ben analizzati nel tuo intervento come per i macroinquinamenti, quando una parola, associata ad uno specifico evento di larga risonanza mediatica, viene improvvisamente “catturata” dal circuito politico-giornalistico per finalità ambigue, maliziose e per lo più “scorrette”. Del resto tu stesso ci metti in guardia al riguardo quando raccomandi ” l’opportunità di diventare sensibili ai microtrend” come strumento di autodifesa “negli scenari in cui viviamo”.
    Come esempio attuale di “macroinquinamento” verbale dilagante, mi viene in mente il termine “moratoria”, improvvisamente diventata “di moda”: circolata largamente per la nota questione ONU sulla pena di morte, sulla scia del successo di questa iniziativa, se ne è prontamente impadronito Ferrara per “la moratoria sull’aborto” e, subito dopo, Formigoni per “la moratoria su Malpensa”. Sull’uso del termine da parte di Ferrara come “slogan” riferito all’aborto è intervenuto criticamente, con la consueta lucidità e autorevolezza, Zagrebelsky su La Repubblica del 28 Gennaio scorso e niente c’è da aggiungere. Per quanto riguarda l’uso da parte di Formigoni, a quanto ho capito, vorrebbe dire “continuare per qualche altro anno con sovvenzioni statali a Malpensa”; ma detto così suonerebbe male…

  4. Ho assistito al Suo intervento lunedì sera al Black Hotel a Roma e mi ha fornito parecchi spunti di riflessione, molto interessante!

  5. Caro Santucci grazie per avermi Comunicato " quanto sopra ",..come dire..un riconoscimento pratico al quotidiano idioma utilizzato..."mi consenta" un plauso alla Sua professionalità, ma mi vorrei soffermare " un attimino" sui sacchetti abbandonati lungo il fiume ci sarebbero da scrivere libri su quanto viene trasmesso dai max media recentemente, ora siamo stracolmi di frasi ad effetto, acronimi e ricerca della più stretta argomentazione " pibbs " purtroppo NON è così in televisione, dove impera il Desk più sfrenato e subdolo con tutto quel corollario di frasi ad effetto studiate solo per l'audience ma NON per la cultura . Mi ricordo la trasmissione - Parola Mia -
    con il prof. Beccaria a far da arbitro culturale, si imparava molto...e dov'è finita, sul satellite, NON la vede più nessuno, ora forse NON la trasmettono neanche più. NON sapevo che fosse anche un esperto di arti grafiche e fotografiche, Le invierò alcune immagini del ns. Oltrepò.

    Grazie ed a presto.

    Pino.

  6. Caro Santucci, è sempre -come dire- un grande piacere leggerti! Detto questo, mi piacerebbe vedere trattato tra i modi dire anche l'ormai famigerato "mi consenta", magari anche nella sua versione più corretta e accademica "mi si consenta"... E' molto interessante anche l'accenno ai 'microtrend', specie in riferimento al campo moda. Non so perché, ma mi ha fatto evnire in mente la Caotica applicata alle relazioni sociali... Ciao e buon lavoro!

  7. Caro Umberto, come dire? Non avrei saputo trovare parole migliori. L'entropia linguistica a cui ci conducono i luoghi comuni prodotti (e riprodotti) dai nostri giornalisti, ma anche (toh, Veltroni!) dai politici e dagli intrattenitori, riduce la nostra comunicazione ad una specie di insalata russa dove tutto ha lo stesso sapore (di luogo comune). Interessante il metodo delle monetine. Io, viceversa, ho adottato un altro sistema per evitare di dire troppe banalità: ho ripreso a fumare la pipa. Con la bocca impegnata, si parla necessariamente di meno. E' uno di quei rari casi in cui si può dire che il fumo faccia bene...

    Bruno Ballardini

  8. sono d'accordo c' è purtroppo un abuso di interezioni inutili nel discorso e l'uso delle parole riflette proprio la società attuale, una società di immagine dove il peso e il buon uso delle parole sembra opzionale rispetto alla forma del corpo sempre al centro di ogni qualsivoglia discorso. Più Benigni e meno G.f. sarebbe auspicabile.

  9. Ciao Umberto,
    “… parlo, scrivo, comunico perché ho una fiducia rabbinica nella comunicazione come testimonianza necessaria e come regola morale”
    Anonimo sopravvissuto ad Aushwitz
    Mi ricordi George Orwell 1984: l'autore immagina una tirannia basata sul controllo e la manipolazione dell'informazione e sulla più rigida e spietata repressione di ogni forma di libertà politica e intellettuale. Chi sgarra commette lo “psicoreato” (il reato d’opinione), che provoca una scomunica sociale con conseguenze tremende, definitive. “Lo psicoreato non comporta la morte, esso è la morte”.
    Il protagonista è Winston Smith che lavora al Ministero della Verità, dove è incaricato di riscrivere le notizie che riguardano il passato, bruciare i documenti originali e sostituirli con quelli rielaborati.
    Il Ministero della Verità si occupa anche di redigere la “neolingua”, che consiste in una progressiva semplificazione del linguaggio: un numero sempre più ridotto di vocaboli e una costruzione sempre più essenziale delle frasi. Un lavoro incessante di forbici: vocabolari con sempre meno pagine. Più la neolingua si fa scarna, più facilmente le comunicazioni – sia pubbliche che private – sono controllabili. E non solo: “Lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d'azione del pensiero. “Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno più le parole con cui poterlo esprimere”.
    La popolazione è divisa in due. Da una parte la maggioranza verso la quale non vi sono preoccupazioni: nessuno di loro si interessa alla politica; lavora, si distrae con la pornografia che gli viene ammannita in abbondanza, si diverte, procrea, si ubriaca; una massa informe e spersonalizzata che non avrebbe mai potuto ribellarsi. Poi c'è l'ampia classe dirigente che si occupa di tutto; una moltitudine di burocrati e funzionari, inquadrata e controllata. Una rete di televisori - che ricevono e trasmettono - intercetta ogni frase, sorveglia ogni movimento, mentre incessantemente sono divulgati i comunicati del Partito.
    Winston Smith, per scrivere qualche riga su un diario personale, è costretto a rannicchiarsi in un angolo dietro allo schermo: l'unico punto della casa dove l'occhio del Grande Fratello non arriva. E, prima di crollare, dice al suo torturatore: “Non so come, e neanche m'importa, ma non riuscirete nel vostro intento. Qualcosa vi sconfiggerà. La vita vi sconfiggerà”. “Io so che fallirete. C'è qualcosa nell'universo... non so, uno spirito, un principio... che voi non riuscirete mai a dominare...”.