Idee e opinioni

L'arte ai tempi del Web, dal sampling digitale alla Remixable Reality

di Antonio Sofi

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19

Dic

2007

Iperattivo, rimescolato, ironico: forse il web di domani passa oggi attraverso le intuizioni di artisti nativi digitali. Che operano e creano all'interno dei più famosi siti di video sharing. Tra crossmedialità e mimesi analogiche, il caso dei video del giovanissimo Lasse Gjertsen

Se il lento e insieme vorticoso radicamento di Internet all'interno del nostro ecosistema sociale e culturale inevitabilmente influenza il modo di fare politica e impresa, di viaggiare e lavorare e innamorarsi e così via – anche chi fa arte ai tempi del Web altrettanto inevitabilmente sperimenta la necessità di profondi cambiamenti. Nuove forme di comunicazione, certo. Generate dall'incrocio rimediativo di mezzi e strumenti diversi. Nuove forme espressive che emergono ogni giorno da pratiche pubbliche e partecipative, tra errori, provocazioni e tentativi più o meno consapevoli e voluti – in modo più o meno serendipitoso. Una nuova espressività nativa della Rete che si nutre di bit, cresce al crescere di Internet, gioca a nascondino con certezze acquisite e fluide potenzialità - fino spesso a rivoltare le budella dei propri artistici istinti. Un Web “artistico” molto difficile da cogliere nella sua interezza. Sfuggente. Che spesso ama rifugiarsi in underground digitali difficili da scovare, e rifugge la logica da palcoscenico dei media tradizionali – ritenendoli, e spesso non a torto, distorsivi e freddi.


La coda lunga dell'arte ai tempi del web

Un pezzo di Web in cui insomma uno dei problemi è orientarsi all'interno della molteplicità di luoghi e poetiche esistenti: spesso vicini di sito (di Flickr, di YouTube, di Facebook, ecc.) eppure immensamente lontani. È la coda lunga dell'arte ai tempi del web? Forse. E laddove prima c'erano poche “scuole” ufficiali con molti “seguaci” (effetto anche di mercati dall'accesso limitato e della competizione feroce per la poca visibilità offerta dai canali dei media tradizionali), ora ci sono pochi seguaci di molte scuole – una produzione artistica e creativa peraltro sempre più crossmediale (testo, foto, audio, disegno, video), frammentata e personalizzata. Che nonostante tutto però trova nel Web sia una spesso inaspettata visibilità grazie alle dinamiche sociali ed emergenti dei network sia una ben frequentata palestra per allenare mano, occhi e talento. Lo dicevamo, proprio qui su Apogeonline, a riguardo del fumetto online. Che grazie al web sociale sta ritrovando (o scoprendo ex novo) una energia e una creatività che l'attuale mercato di settore non è in grado di stimolare o alimentare in alcun modo – asfittico e immobile come è in Italia quello, per esempio, delle strip seriali. Creatività che qui si cerca di tener traccia grazie al progetto Apogeonline Bit Comics.


Nessun media tra pubblico e artista: è vera disintermediazione?

La seguente affermazione è ad oggi sostenibile solo con una buona dose di approssimazione. Eppure quello che sta accadendo con il Web è che la creatività e la produzione artistica si affranca (specie nella fase iniziale) dalla classica figura del "committente" - in forma di mecenate, gallerista, produttore o responsabile di palinsesto che sia. L'atto artistico è sempre più pensato, prodotto, pubblicato e post-editato all'interno di un canale ad alto grado di partecipazione e interattività pubblico/artista - senza nessun terzo attore di mezzo. E senza che questo escluda a priori una qualche forma di commercializzazione della stessa produzione artistica. Che invece infatti può assumere le forme di prima bozza, test collaborativo, palestra comunicativa, riutilizzo/riciclaggio di scarti produttivi che trovano nuova vita nei blog personali e/o nei social network specializzati. Oppure, nella maggior parte dei casi, questo flusso di produzione disintermediata diventa, più o meno consapevolmente, legittimo strumento per far conoscere se stessi e la propria arte ad un pubblico sempre più ampio. Non più sito/vetrina statico ma blog/performance live e aggiornato.


Folksonomy e viral marketing

Oltre che nei singoli blog, sempre più spesso i talenti si scoprono all'interno dei social network specializzati su foto, video, audio ecc. In cui la folksonomy permette da una parte di far incontrare persone e contenuti, e dall'altra di diffondere velocemente le idee vincenti e gli hack artistici efficaci. Specie nel campo della creatività video, cui servizi come YouTube ha dato una piattaforma di visibilità planetaria e una centralità straordinaria anche in termini di numeri. Un video che funziona ci mette poco a fare letteralmente il giro del mondo, portata in spalla dai blog che lo rilanciano. E poi continua ad attirare intenzioni affini e click per settimane e mesi – accogliendo un'idea lasca della tempistica della conoscenza, tipica del Web: per cui non succede mai che tutti scoprono un servizio o un contenuto contemporaneamente, ma ognuno ci mette il "suo" personalissimo tempo. Certa comunicazione aziendale ha provato a sfruttare tutte queste logiche spontanee e a basso costo creando una sottobranca del marketing dal nome non felicissimo di viral marketing (forse ossimoro dalle gambe corte, ché la spontaneità si può programmare solo fino ad un certo grado di complessità, e di consapevolezza dei tuoi interlocutori).


Tutto gira intorno al video: YouTube docet

Il video spopola. I device tecnologici di ripresa video digitale hanno raggiunto ormai un rapporto qualità/prezzo accessibile a molti - che ne sta di fatto popolarizzando l'uso. YouTube è ormai sinonimo di video online e facilissimo da usare, sia lato utente che lato produttore. E così i suoi tanti e differenziati epigoni. Le due cose, messe insieme, sono come un terremoto creativo. Forse anche un nuovo modo di fare televisione. Di fare video, e forse videoarte. Di sicuro è un terreno comunicativo accogliente e sperimentale, che singole persone usano per poi ritrovarsi in specifiche comunità di interesse artistico, pratico o passionale. Comunità che più che nelle community ufficiali si ritrovano in gruppi più estemporanei e mobili. Su YouTube, per esempio, basati sulla funzione che permette di scoprire video simili al termine della visione (e che ora trova un nuova affascinante visualizzazione a stella o bolla), oppure sulle video-risposte. E allora c'è chi si scambia lezioni/esibizioni sulla tecnica del tapping o riprese dei soliti immancabili gatti, oppure produce versioni differenti di refrain ormai popolari sul web come "Internet is for porn". Oppure appunto usano il sistema per distribuire contenuti video pensati su misura per il web sociale - e che talora fanno sospettare l'emersione o la coagulazione di nuove poetiche interpretative della società attuale e digitale. L'arte intuisce la direzione giusta prima di altri? Forse.


Lasse Gjertsen, ogni cosa è remixabile

Ed ecco che dato un campo dove giocare liberamente, prima o poi spunterà il fuoriclasse. Che interpreta terreno e regole da gioco in modo nuovo ed efficace. Uno di questi è Lasse Gjertsen, giovanissimo talento norvegese che opera al confine di musica elettronica, video arte, montaggio digitale, web, ecc. Un nativo digitale che innova nel senso classico: scoprendo un meccanismo nuovo per manipolare la realtà. Una nuova sensibilità (ci sarebbero altri esempi, ma per ora partiamo da lui). E se ogni cosa è frammentata (miscellanea, direbbe Weinberger) allora vuol dire che può essere anche ricomposta. L'intuizione di Lasse Gjertsen, 23enne che ha studiato animazione al Kent Institute of Art & Design (nella più pura tradizione aneddotica «with his teachers failing to appreciate his work») è che proprio nella ricomposizione del miscellaneo si riconosca il vero talento del digitale. Laddove lo specifico analogico è la performance olistica (scala 1:1 con lo scorrere del tempo), lo specifico digitale risiede nella capacità della realtà di essere fermata e scomposta fino ai suoi minimi termini - per poi essere remixata. È un passaggio dal remixable Web (uno dei mille nomi del Web 2.0, lato programmazione) alla Remixable Reality. La realtà è remixabile se digerita dal digitale. In cui il risultato finale è spesso una miscellanea stridente, un monstrum audiovideo; e diventa invece, come in alcuni video di Gjertsen, repurposing mimetico della realtà - finalmente più ironico che provocatorio, senza più niente da dimostrare e molto da sorridere. Ed ecco che la realtà viene digitalmente scomposta fino ai suoi minimi termini e quindi "usata" in modo tale da simulare perfettamente, come scimmietta strafottente, una performance analogica. Senza trucco e senza inganno. Di seguito un esempio in un video uploadato su You Tube nel novembre del 2006, intitolato Amateur. Non resta che vederlo.

Vedi il filmato su YouTube

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Amateur di Lasse Gjertsen


La logica aumentata del sampling sonoro

Il videomaker norvegese alla fine del video esplicita chiaramente di “non saper suonare né il piano né la batteria”. Ma di essersi limitato a battere su piatti e rullanti e pigiare i tasti bianchi e neri – tutto singolarmente. Poi remixandoli in post-produzione, montandoli insieme affinché suonassero come una canzone “vera”: «I hit each drum and piano chord seperately and edited them together». Il video è, sotto la patina divertente (la batteria suonata in frac e il piano in t-shirt, il gioco delle finestre adiacenti tipiche di certa tv comparativa), una vera provocazione filosofica: chi è che suona la batteria e il piano? O meglio: Lasse sa suonare questi due strumenti? In che modo si definisce concretamente la sua capacità di suonare la batteria e il piano? Nel fatto di saperli suonare live, o saperli assemblare con un programma di montaggio? E ancora: se a battere sui tasti e sulla batteria fosse stato un bambino di pochi anni, o una scimmia o un qualche marchingegno robotico? Qual è insomma il confine nel sapere o non sapere suonare uno strumento? Cambia forse qualcosa - a prodotto finito? (ascoltate per esempio l'mp3). In altre parole il punto è quale sia il vero confine tra “dilettante” o “professionista” - e c'è probabilmente anche un riferimento ad un sistema industriale della produzione culturale che spesso fa questo: rende qualcosa che non ha talento un prodotto di qualità. E' anche la logica del sampling portata alle sue estreme e inevitabili conseguenze. In cui la musica si fonde con il video. E in cui è la realtà a simulare un programma di musica elettronica - e non viceversa. I singoli pezzettini di girato in cui la bacchetta va a toccare il piatto diventano, di fatto, pulsanti digitali – replicabili mille volte e in mille modi. E' la digitalizzazione del reale. Che non deturpa l'esperienza fisica: il sampling sonoro è integro, infatti - nel suo piccolissimo beat. Lasse insiste, anche intervistato dal Wall Street Journal, che niente della sua performance è stata digitalmente alterata o contraffatta, che l'audio è quello originale del video. Al contrario, il suo progetto artistico non avrebbe senso.


Arte iperattiva (o interattiva?)

Prima ancora c'è stato Hyperactive. In un certo senso, la sua opera d'esordio (maggio 2006), insieme ad Amateur ai primi posti della categoria "Film & Animation" di YouTube. Così scrive lo stesso Lasse (in risposta a chi, adottando un legittimo punto di vista analogico, lo accusava di bluffare – di non fare una "vera" performance di beatboxing): “NO IT’S NOT PROPER BEATBOXING, I KNOW. But that wasn’t my aim either”.

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Hyperactive diLasse Gjertsen

Due video che compongono una sorta di manifesto dell'Arte Iperattiva (che però molto di più della iperattività nasconde). Manifesto che va a finire anche, in qualche modo, in Sogno ad occhi aperti/Daydream (parte 1 e parte 2). Ovvero il salto dalla cameretta norvegese ad un vero e proprio committente e ad un progetto durato sei mesi. Il risultato sono due incredibili video musicali girati per il violoncellista italiano Giovanni Sollima. In cui l'idea (artistica, a questo punto del tutto consapevole) di Remixable Reality si fa ancora più spinta dal punto di vista crossmediale. Le incredibili scene iniziali del multi-violino sono fatte a mano, con un programma di grafica – fotogramma per fotogramma! Come spiega con malcelato orgoglio lo stesso Gjertsen: "On the six arms parts, which by the way took most of the time to make, I filmed Sollima playing the different layers of cello after each other. I then edited the video frame by frame in Photoshop (remember, it's 25 frames per second of video), cutting his arms out from the other layers and pasting it on top, matching the movement of the cello. This was done ca 4000 times, by myself".

Vedi il filmato su YouTube

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Sogno ad occhi aperti (daydreaming) di Lasse Gjertsen


La sorpresa dentro YouTube

Il campo dell'espressività artistica, inteso come campo culturale, non è (quasi) mai fermo e uguale a se stesso. Si muove, si allarga, cambia, si evolve – alle volte impercettibilmente, alle volte in modo velocissimo e tumultuoso. E spesso dipende dalla possibilità di accedere a nuovi strumenti o nuovi campi da gioco – con nuove regole “indigene” da scoprire e da valorizzare. Lasse è un'artista dei nostri tempi crossmediali e digitali – in cui la creatività passa anche dal Web e non solo dai canali tradizionali. Il linguaggio artistico del giovane videomaker nordico è un linguaggio che s'ispira (e prende in giro) tutta quella produzione UGC (User Generated Content) che si riversa ogni giorno sui siti di video sharing. In Hyperactive, per esempio, le luci sono smorzate, inadatte, non professionali – come tanti altri video di beatboxing caricati sul famoso portale. Amateur si prende gioco dei tanti video di musicisti che suonano dalla cameretta, senza particolare attenzione ad inquadrature, luci, resa sonora. Daydream parte con la stessa poetica visiva: una inquadratura sghemba, verso cui il purista storcerebbe il naso, una luce da videocam amatoriale di fan al concerto – e poi, la meraviglia di vedere le mille mani che spuntano! Da uno scenario apparentemente normale. Anzi: amatoriale. La meraviglia nasce da questo straniamento. I video di Lasse “pensano” a YouTube, e non alla tv o al cinema. Alla possibilità di essere fruiti all'interno di un ambiente che ospita altri video che sono (apparentemente!) simili – remixato a sua volta, commentato, preso e esportato su altri siti. Si fa forte della forza di essere così uguale a molto altro e così però diverso. Iperattivo e remixato e ironico come forse sarà il web di domani.

Un commento

  1. Complimenti Antonio ! Articolo DEFINITIVO! Bravo. Seguo Gjertsen da tempo e anche io ho subito pensato che davvero potesse essere colui che meglio incarna questo nuovo tipo di interattività-intermedialità artistica.