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Chi sarà il primo presidente tecnologico?
07
Giu
2007
Mancano ancora diversi mesi alle primarie che selezioneranno i candidati alla Casa Bianca, ma negli Stati Uniti c'è già fermento intorno al ruolo di Internet nella campagna elettorale
Le elezioni presidenziali degli Stati Uniti si terranno il 4 novembre del 2008 e le primarie per stabilire i candidati dei due partiti non si terranno prima di otto mesi, nel gennaio del prossimo anno. Dopo piú di 50 anni questa sarà la prima elezione senza incumbent, cioè senza un presidente che corre per un secondo mandato o un vicepresidente che diviene di fatto il candidato del proprio partito, secondo le consuetudini del sistema politico statunitense. Questa circostanza è probabilmente una delle cause dell’anticipato inizio di una campagna elettorale in cui, per la prima volta, ha un ruolo rilevante a livello di sistema.
L'attenzione dei politici alle opinioni in Rete, e alla blogosfera in particolare, è in effetti un aspetto da non sottovalutare. I blog politici più popolari hanno un traffico di decine e, in alcuni casi, centinaia di migliaia di accessi al giorno: il traffico convogliato è ormai tale da far sì che abbiano acquisito rilevanza non indifferente anche presso i politici. Diversi segnali in questo senso si sono avuti anche al recente Personal Democracy Forum, conferenza che si propone di analizzare i cambiamenti che la tecnologia sta portando nel mondo della politica, La quarta edizione, che si è tenuta nel maggio scorso a New York, ha visto come incontro finale una tavola rotonda a cui hanno preso parte i direttori delle campagne elettorali online dei candidati alle primarie di entrambi gli schieramenti.
Uno di loro, Joe Trippi, è stato una delle menti della campagna elettorale di Howard Dean alle elezioni presidenziali del 2004. Dean, all'epoca ex-governatore del Vermont e politico di secondo piano con posizioni considerate piuttosto radicali, non ottenne la candidatura, ma fece molto parlare di sé per aver condotto un'innovativa opera di propaganda su Internet, coinvolgendo i propri sostenitori e dando loro strumenti per organizzarsi e mobilitarsi. Trippi, oggi consulente per il democratico John Edwards, era uno dei relatori della prima edizione: che oggi non sia più l'unico a ricoprire un ruolo del genere nello staff di un politico di spicco è uno degli elementi di un cambiamento progressivo di scenario.
Edwards, tra l'altro, è stato il primo a lanciare la sua campagna elettorale con un video su YouTube, con un giorno di anticipo sulla comunicazione ufficiale ai mass media, dimostrando apertura al contributo dei cittadini, ma anche alle critiche, di cui è stato già vittima. Gli hanno fatto seguito altri candidati, tra cui Hillary Clinton che ha affermato di voler iniziare una conversazione con i suoi elettori lanciando videoconferenze in cui rispondere alle domande dei suoi elettori. Sebbene anche lei parli di interattività, al momento le principali iniziative di cui si parla sono legate a questioni ben poco politiche, come il sondaggio per la scelta di una canzone per la campagna elettorale.
La questione può segnare profonde differenze tra due diverse opinioni pubbliche, online e offline. Molti opinionisti politici e blogger, ad esempio, hanno criticato Hillary Clinton perchè, a dispetto di quello che ha detto lanciando il dialogo con i suoi elettori, la sua comunicazione non è una conversazione, metafora cara alla blogosfera. Tuttavia è un dato di fatto che in tutto il Paese sia la candidata più conosciuta e probabilmente anche la più popolare. Il che ha un notevole valore, soprattutto se si pensa che dai sondaggi emerge che molte persone non sappiano ancora nemmeno chi siano i candidati alle primarie.
Le aspettative degli utenti della Rete sono molto differenti da quelle che hanno coloro che non conoscono queste dinamiche e non ne fanno parte. Non è un caso che i candidati molto amati in Rete non abbiano un analogo riscontro nei sondaggi condotti tra campioni più rappresentativi della popolazione. Dunque lavorare sulla partecipazione e sulla mobilitazione dei singoli, l'idea che era stata vincente per Dean nel 2004, potrebbe pagare: Barack Obama, il popolare candidato afroamericano, di recente alla ribalta per la sua immagine nuova nello scenario politico, sta conducendo una campagna online che punta molto sull'iniziativa del singolo e di piccoli gruppi di persone. Sul suo sito, infatti, c'è la possibilità di creare un proprio sito e di connettersi con altri sostenitori, oltre che organizzare eventi su base locale. «La strategia online di Obama punta moltissimo sull'idea di comunità, non solo sui social network già esistenti, ma anche sull'azione spontanea. Questo viene molto apprezzato e sta funzionando, a lui sono dedicati moltissimi gruppi nati spontaneamente», afferma Joshua Levy, uno degli organizzatori di Personal Democracy Forum.
Tuttavia, nonostante le riconosciute grandi potenzialità e a dispetto della metafora della grande conversazione, le persone usano ancora poco la Rete nel processo politico e informativo: il divario digitale è un problema più vivo che mai e il cambiamento passa dalla sua risoluzione. Un lavoro capillare in questo senso va condotto nelle scuole, ha sostenuto Andrew Rasiej, fondatore del Personal Democracy Forum: non bisogna solo fornire connettività, ma anche gli strumenti per usare la Rete al meglio. Questo é solo uno dei punti previsti dalla petizione online che la conferenza ha lanciato, dal titolo Who will be America's First Tech President?.Il documento si propone di fornire una traccia di dialogo con i candidati sui temi, sempre troppo trascurati, della tecnologia e del diritto d'accesso, chiedendo tra l'altro che Internet venga dichiarato un bene pubblico al fine di abbassare i costi dell'accesso universale. L'obiettivo a lungo termine è un incremento della partecipazione fino alla possibilità di svolgere un ruolo ben più attivo nel processo politico. «Se é vero che la cultura di Internet incentiva la trasparenza allora bisognerebbe far sì che i cittadini possano partecipare in modo attivo al processo legislativo», si legge fra l’altro nel documento.
La «democratizzazione della tecnica», come l’ha definita di recente Lawrence Lessig, è un'opportunità che porta con sé dei nuovi rischi, ma anche una maggiore capacità di riconoscere eventuali errori o falsificazioni, una maggiore possibilità di costruirsi uno spirito critico. Probabilmente non è questa la campagna elettorale in cui la Rete sarà determinante per la vittoria. Ma il contributo in termini mediatici non si può trascurare: il numero di persone che usano la Rete per produrre contenuti cresce e con essa anche la capacità di orientarsi nel mondo dell'informazione e della propaganda politica.
Gli stessi utenti si sono resi conto di avere una possibilità di far sentire la propria voce e hanno cominciato a usufruirne con messaggi diretti e contributi video di ogni genere, dalle registrazioni dei comizi elettorali alle prese in giro dei candidati. Sono in molti, però, a temere che questa facilità di produzione e diffusione di contenuti porti anche un grosso numero di attacchi personali ai candidati (magari manipolati dagli staff ufficiali, ma camuffati da video amatoriali), aspetto da sempre presente nelle campagne elettorali statunitensi.
Forse, però, il livello è già un altro: al di là dei risultati delle singole elezioni, le nuove tecnologie, pur tra mille aspetti problematici, fanno ormai parte del processo politico. Le immagini sono la forma più potente di comunicazione e persuasione, e YouTube è certamente la grande novità di questo nuovo territorio di propaganda: i politici si sono accorti delle potenzialità dello strumento e hanno iniziato a usarlo per rivolgersi ai propri sostenitori. Idealmente si è detto che questa forma di conversazione aveva il potenziale per portare una nuova forma di trasparenza e autenticità nel processo elettorale. Nella pratica, però, nessun politico sta ancora effettivamente usando i video in modo efficace, per dialogare davvero, per far conoscere se stessi e le proprie idee.
E se Clinton e Obama sono politici con molto sostegno a livello nazionale, ma nel contempo anche molto mediatici, non si può dire altrettanto di altri candidati minori (su tutti il repubblicano Ron Paul, il caso più recente), che recentemente hanno ottenuto grande visibilità grazie a Internet. Una visibilità che verosimilmente non basterà a dare loro delle chances concrete.


















Beh, raccogliere 50 milioni di dollari online non è uno scherzo...anche se in questa tornata elettorale si farà certamente di più!
Solo che l'online non basta, nè per il fundraising, nè, soprattutto, per raccogliere voti.
A dire il vero, però, l'online a volte sembra essere tenuto tanto in considerazione più perchè fa notizia sui mass media che per il suo reale potenziale: infatti non tutti i direttori delle campagne elettorali dei candidati fanno parte del senior staff, cioè del gruppo di collaboratori più a stretto contatto col candidato...e non credo sia un caso... ;)
Vero.Dean all'epoca affermò:"Il presidente ha creato un enorme problema di sicurezza per gli Usa
laddove non ve ne era alcuno [...]Ma io spero che la sua politica abbia successo, ora che siamo lì".
Posizione lontana dal comune sentire dei democratici.I contenuti contano ovviamente,
anche se non sempre, più della confezione.Del giudizio sugli elettori
online non ero a conoscenza.Come fanno 50 milioni di dollari raccolti da Trippi
(fonte: http://www.oggi7.info) con la sola campagna
online a generare distacco?
Forse il tutto si spiega osservando come John Kerry raccolse in totale 326.236.288 $ e George
W. Bush 367.228.801 $.Cifre sorprendenti a differenza del risultato di Dean che, come ben dici,
di sorprendente ebbe ben poco.
Grazie mille per i complimenti.
Chiaramente un'analisi del caso Dean andrebbe fatta anche a partire dai contenuti del suo programma, oltre che dalla sua strategia online. Per dirne una, la sua posizione sulla guerra era diversa da tutti gli altri politici di spicco del suo stesso partito.
Al Personal Democracy Forum molti (attivisti della campagna Dean, così come giornalisti che ne hanno scritto) mi hanno confermato che i sostenitori "online" sono sempre stati guardati con sospetto e distacco da quelli "offline".
Questa sorta di frattura contribuisce a spiegare (dal punto di vista della sola comunicazione online, ripeto) un risultato finale diverso da quello atteso ma, in fin dei conti, non tanto sorprendente.
Per prima cosa complimenti per l'articolo.Sarà un caso ma ho appena finito di guardare "L'uomo dell'anno":un R.Williams stile Griilo si candida alla Casa Bianca denunciando campagne elettorali ultramilionarie che rendono i politici schiavi delle grandi lobbyes.Internet (di cui non c'è traccia nel film) può, in tal senso, diventare determinante.Ma, come ben dici,non in questa campagna.Finchè il digital divide continuerà a generare due pubblici, uno online e uno offline, e la maggioranza degli elettori continuerà a cibarsi di tv e di messaggi politici unidirezionali e sterili vedremo il perpetuarsi del caso Dean 2004.Grande clamore e scarsi risultati effettivi.Chi scrive è un cyberottimsta in standby e invidioso di Trippi e attende con ansia una webcampain per tutti.