Idee e opinioni

Appunti di anatomia della conversazione

di Giuseppe Granieri

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26

Mar

2007

Sul web tutti conversiamo, direbbe Bufalino, persino i comunicatori. Ma che cosa implica una conversazione globale e diffusa? Siamo pronti a immergerci nelle differenze e a comprenderle? Alcuni appunti per una "conversazione"

Uno degli argomenti più consueti per descrivere la Rete di oggi (e in generale l'attività svolta nei network digitali) si appoggia sul concetto di big conversation. Nel web sospeso tra oralità e scrittura, e sempre più spesso crossmediale, milioni di voci discutono, elaborano significati, esprimono opinioni o semplicemente emendano pareri altrui. La massa critica raggiunta dal numero di partecipanti (in costante aumento esponenziale) e la centralità verso cui naturalmente Internet sta tendendo, portano a una serie di valutazioni e di cambiamenti. E poichè ad ogni nuovo medium finisce per associarsi un modello ed una teoria della conoscenza, le implicazioni sono enormi.

Le nostre generazioni vengono da un'epoca che si è costruita su criteri di oggettività e (apparente) razionalità. Come spesso accade, molti valori sono innestati direttamente sui limiti funzionali dei migliori media disponibili. I cosiddetti media di massa erano potentissimi ed erano in grado di trasportare facilmente poche opinioni selezionate verso milioni di riceventi. La selezione di queste opinioni (necessaria proprio perchè limite funzionale dei media stessi) ha portato all'assestamento della società intorno a concetti cardine come «qualità» (il criterio di selezione), «oggettività» (il canone da rispettare e far rispettare dovendo costruire una visione del mondo per milioni di cittadini, in assenza di contraddittorio e controllo ex-post), eccetera.

Oggi, in piena coerenza con quanto molti intellettuali chiamano postmoderno, assistiamo all'esplosione delle differenze, delle preferenze personali, del punto di vista diffuso. Tuttavia c'è un passaggio che si sta consumando ancora lentamente: la nostra abitudine alla conversazione spesso risente di mancanza di allenamento. Non siamo sempre culturalmente predisposti a immergerci nelle differenze e, soprattutto, non abbiamo l'abitudine culturale di comprendere che, se è vero che tutti conversiamo, non è automatico che tutti partecipiamo alla stessa conversazione. E questo, probabilmente, dipende tanto da una consapevolezza filosofica quanto da alcune regole interne al dialogo.


Dal senso collettivo al soggettivo

La «consapevolezza filosofica» meriterebbe una trattazione (e una discussione) a parte. In breve (e semplificando assai), a differenza dei cosiddetti digital natives, le nostre generazioni sono nate in un periodo storico in cui la potenza di fuoco dei media di massa era in grado di creare una cornice sociale (ovvero una interpretazione coerente e poco variata del mondo che abbiamo intorno). Una interpretazione abbastanza condivisa per definizione. Milioni di individui continuavano, come sempre, ad avere una propria opinione: ma questa non era pubblica e non aveva probabilità di diffondersi e avere consenso a meno che il suo proprietario non avesse accesso ad una potente fonte mediale. Il mondo della società di massa poteva sintetizzarsi provocatoriamente nell'affermazione «È vero. Lo ha detto la Tv», poichè il 99% di quanto conoscevamo della realtà globale ci arrivava esclusivamente dai grandi mezzi di informazione e non da nostra esperienza diretta. Non potendo avere discussione diffusa sulle informazioni nè tantomeno possibilità di esercitare correzione, ai media di massa le società civili chiedevano «obiettività». Sull'obiettività (vera o presunta, ma tanto non si poteva intervenire) si costruiva un senso collettivo, una verità rassicurante e consolatoria come la chiamava Geertz, un sistema di punti di riferimento affidabili per leggere la realtà e muoverci al suo interno.

Oggi siamo immersi nelle conversazioni sul mondo. La consolazione della verità ci viene spesso meno, a patto di non ricostruire solidamente un nostro personale equilibrio non più fondato sull'obiettività, ma sul «plausibile» e sul «soggettivo». Non è una scelta che facciamo o prescriviamo, ma un dato di fatto che dobbiamo imparare a considerare, soprattutto perchè sarà difficilmente reversibile. Siamo chiamati dal nuovo equilibrio dei media (che significa in fondo l'esplosione degli input sul funzionamento del mondo) ad assumerci in proprio la responsabilità di costruire per noi stessi una visione ed una posizione nella realtà. Per le nostre generazioni può essere molto faticoso, ma non esiste già più alternativa se vogliamo mantenere il contatto con lo spirito del nostro tempo. E se vogliamo esercitare con consapevolezza una responsabilità sul mondo che stiamo costruendo per i nostri figli e per le nuove generazioni. Siamo noi che gestiamo questa transizione, infatti, a dover dare per primi una lettura culturale di quanto sta avvenendo. E non è facile farlo in corsa e venendo da un mondo con altre regole.


Educazione alla conversazione

Da qualche parte leggevo che l'uomo è un legno storto e che tutte le cose fatte da uomini e con gli uomini non possono essere perfettamente dritte. La storia dei network digitali, pur ponendo una serie di nuovi problemi (e in attesa di porne ancora altri, come è normale) ha dimostrato di portare una grande accelerazione positiva in termini di innovazione, creatività, circolazione della conoscenza (e non solo). Spesso a questi circoli virtuosi diamo il nome sintetico di capitale sociale. E in buona parte questo capitale sociale si genera a partire proprio dal socialware (semplicemente abilitato da hardware e software). Il processo che permette questa creazione di valore è quanto chiamiamo conversazione. Che non è solo cessione o condivisione di contenuto, ma anche costruzione di relazioni, di fiducia. E processi di consenso sulle idee.

In un simile contesto, sulle conversazioni che manteniamo ogni giorno lo scarto tra obiettività e soggettività pesa come un macigno. Se è vero, come sostiene la semiotica, che la conversazione si costruisce su principi di collaborazione, la prima cosa che dobbiamo imparare è che la pretesa di obiettività è poco funzionale. È probabilmente la prima causa dei flame e della conflittualità sociale. Culturalmente è una rivoluzione: se ognuno di noi si assume in proprio la responsabilità della mediazione, disponendo di diverse fonti e di un personale sistema fiduciario sulla validazione delle informazioni, il destino di un'idea (o di un'analisi) si affida più alla capacità di argomentazione che al manto (arrogante in un modello simile di distribuzione della conoscenza) di presunta vicinanza con la verità. A partire naturalmente da questa mia opinione, che cerca solo il merito borgesiano delle ipotesi (ovvero quello di apparire interessante e suscitare altre riflessioni).

Ma non è tanto un problema di valutazione morale o etica quanto un criterio di efficacia. Un interlocutore che crede di porsi in maniera obiettiva, difficilmente riesce ad entrare nello spirito collaborativo necessario per costruire un valore comune attraverso la conversazione: semplicemente, non rispetterà abbastanza le opinioni degli altri (se lo facesse, non si potrebbe supporre - per definizione - portatore di una visione obiettiva). Diffonderà pensiero invece di dialogare. La mia osservazione empirica, in questi anni, mi ha portato a considerare che l'efficacia della comunicazione ne risenta. E in un mondo come il nostro l'efficacia della comunicazione è un fattore importante per dare alle nostre idee una possibilità di misurarsi con il consenso degli altri. Non a caso una delle definizioni più felici per descrivere certi meccanismi è quella di società della condivisione, che a mio modo di vedere cessa di essere solo una scelta etica e comincia a essere un processo di adattamento della società stessa a un modello di organizzazione e accesso alla conoscenza.


Informazioni sulle informazioni

Senza dubbio ci sono molti altri fattori che influenzano l'efficacia della conversazione. Per tutti gli aspetti in qualche modo interni al processo o di semplice savoir faire, basterà consultare qualsiasi manuale di semiotica per capire se sbagliamo qualcosa. Ma le diverse conversazioni, spesso, si notano nel fatto che pur parlando dello stesso argomento non parliamo della stessa cosa o non ne parliamo allo stesso modo. E questo è un problema che forse dovrebbe cominciare a interessare gli architetti della conoscenza che lavorano sulla Rete.

Se infatti la maggior parte delle piattaforme consentono la pubblicazione e facilitano sempre di più la condivisione di materiali mediali (foto, video, audio, persino presentazioni in PowerPoint), non è ancora consumato lo step successivo. Non abbiamo ancora cominciato a introdurre elementi semantici in grado di collocare i testi in un contesto. È un tipo di lavoro che le piattaforme di pubblicazione possono aiutare a svolgere, ma anche probabilmente un meccanismo di educazione a una realtà conversazionale che tutti noi potremmo cominciare a imparare (e, visto che Internet è una comunità di pratiche, basta darsi il tempo sociale). Anche qui, si tratta di un criterio di efficacia. Scrivere sul web significa produrre «testi ricercabili», ma anche elementi di contesto per il lettore. Come diciamo spesso, l'unica soluzione all'information overload non è ridurre le informazioni, ma aggiungere informazioni alle informazioni.

Un esempio pratico di questa esigenza lo possiamo vedere nello specifico delle conversazioni che ci interessano più da vicino: quelle su Internet, sulla tecnologia, sul cambiamento. Già definire a priori il topic è complicatissimo. Stiamo parlando di tecnologia? Di società, visto che raccontiamo l'azione di milioni di persone? Di innovazione? Sicuramente di uno scenario complesso, in cui una singola competenza (tecnica, informatica, economica, cognitiva, politica, ecc.) non può assolutamente fornire una visione completamente esplicativa. Se si intreccia una conversazione su YouTube, il più delle volte non si tratta della stessa conversazione. Analizzare il cambiamento sociale che porta con sè il concetto di broadcast yourself è una questione completamente diversa dall'esame delle prospettive pubblicitarie di un modello simile o dall'impatto sull'espressione pubblica che avrà, una volta disponibili le tecnologie abilitanti, la crescente capacità degli individui di dominare il linguaggio delle immagini. E ancora, una descrizione del "come funziona YouTube" (che abbiamo sentito e ancora ascoltiamo in molte conferenze) è utile a far divulgazione ma nulla spiega sul ruolo che una simile piattaforma sta avendo nello sviluppo della Rete e sui pattern cognitivi e sociali che abbiamo. Il più delle volte, quando parliamo, non parliamo della stessa cosa. E abbiamo l'impressione di non capirci.


Anatomia delle conversazioni su Internet

Potremmo ad esempio provare a vedere quali sono i fattori discriminanti nel convergere o nel divergere delle conversazioni.

  • Approccio: l'approccio al tema può collocarsi, prevedibilmente, in una retta i cui estremi sono:
    a) la prospettiva funzionale (questa applicazione serve per questo scopo). Questo approccio risponde alle domande: cosa posso fare con questa cosa? Come posso usarla? Perchè devo usarla?
    b) la prospettiva analitica (determinati processi generano determinati risultati). Questo approccio risponde alle domande: Perchè le cose funzionano in questo modo? Quali sono le regole e le costanti, o le condizioni che le fanno funzionare così? Che cosa possiamo imparare da queste osservazioni?
  • Collocazione temporale: anche qui abbiamo una retta, i cui estremi sono:
    a) la prospettiva cronachistica (in questo preciso momento storico - qui e ora - sta succedendo questa cosa). Questa collocazione risponde alla domanda: che cos'è quello che vediamo?
    b) la prospettiva del tempo sociale (questi processi, fino a ora, hanno portato a questi risultati, quindi possiamo provare a proiettarli). Questa collocazione risponde alla domanda: Quali sono le costanti? Che cosa è destinato a ripetersi? E come?
  • Matrice: è in generale una variabile complementare (e non alternativa), che aumenta di valore con la varietà. Internet si può spiegare da un solo punto di vista accademico (ad esempio quello economico) ma, poichè dentro ha la complessità di un'intera società, una matrice multidiciplinare è in genere molto più efficace.
  • Attitudine: le principali che possiamo osservare sono due, ma anche qui vale il discorso della retta con due estremi:
    a) attitudine militante: contiene un giudizio (di valore o di merito) e normalmente produce prescrizioni.
    b) attitudine laica: non contiene un giudizio (di valore o di merito) e normalmente produce descrizioni.
    Parlando di giudizio mi riferisco al giudizio esplicito e non a quello implicito che riguarda il punto successivo. Un esempio di analisi prescrittive sono quelle di autori marxisti come Castells o Lovink. L'attitudine militante non è necessariamente meno interessante di quella laica, anzi. Basta tenerne conto nella nostra automediazione, per aumentare la consapevolezza e la comprensione.
  • Valori: nel formulare qualsiasi pensiero esprimiamo giudizi impliciti, anche solo scegliendo le parole o il taglio da dare al nostro discorso. Questo giudizio implicito è fortemente legato ai valori e al nostro modo di immaginare o vedere il mondo. A me, ad esempio, piace molto una società senza barriere all'espressione, un'esplosione di conessioni e rimandi, relazioni e tendente a funzionare secondo principi di consenso. Le mie descrizioni (per quanto tenda ad un'attitudine laica) sono sempre appoggiate sulla constatazione di un miglioramento che il mondo ha subito rispetto a quando ero un ragazzino di quartiere in una città di periferia come Potenza e dovevo andare a Napoli a comprare i testi universitari. Per un mediatore professionista (un giornalista, un critico) che ha fondato il suo status sull'auctoritas, probabilmente la stessa osservazione degli stessi fenomeni produrrà un discorso differente. È solo una caso limite, puramente esplicativo. La cosa interessante è che, se impariamo a riconoscere i valori nelle conversazioni, scopriamo che spesso la differenza non è nell'analisi o nei ragionamenti, ma nelle cose che vogliamo vederci.

Il ragionamento sui valori potrebbe persino essere fatto in maniera più complessa e (per me) interessante. Con Federico scherzavamo sull'ipotesi di provare a codificare le impostazioni nostre e di molti dei nostri interlocutori abituali. Per farci magari anche dei bannerini. Ad esempio, più per scherzo che per altro, Sergio, Federico, Mafe, io e altri potremmo facilmente concordare sull'adesione a una corrente "neo-umanistica" (da umanesimo). Gaspar e altri potrebbero riconoscersi in un "umanesimo radicale", Mantellini nel "suocerismo critico", eccetera. Ma, scherzi a parte, potrebbe essere interessante (certo divertente) fare uno studio sulle idee di movimento. E sottoporre un pugno di definizioni strutturate alla scelta di adesione di ciascuno. Servirebbe persino ai lettori per collocare il pensiero in un contesto.

Alla conversazione, in fondo, ci si educa, come si educa il gusto. E, forse, quando è così diffusa, fare attenzione alla costruzione delle nostre argomentazioni (come a quella delle argomentazioni altrui) può aiutarci a migliorarne l'efficacia, a trovare (e cercare) terreni di confronto comune. Per aumentare le connessioni, le relazioni, i circoli virtuosi. A partire da questa stessa conversazione.

4 commenti

  1. Ops, non mi ha preso l'href.
    Ecco: http://www.youtube.com/watch?v=v0jlRceGBOI

  2. Intervengo ancora, ma vorrei solo strapparvi un sorriso. Seguendo una segnalazione di TGsky24, metto il link ad un video su YouYube.
    Mi sembra perfetto per illustrare come il messaggio debba interagire con il contesto. Non vogliateneme!

  3. Vediamo.
    Il discorso prende le mosse dal concetto di "conversazione" e di polivocalità del web moderno.
    Ogni media possiede ed instaura una sua episteme, che contribuisce a fondare la nostra più o meno consapevole identità

    personale e sociale, e noi proviamo a fare gli epistemologi indagando innanzitutto le forme del linguaggio, l'alveo ed il

    percorso del fiume di parole con annesse posizioni esistenziali dei parlanti.
    Linearità, costruzione ipotattica, argomentazione, valori di verità fondati sull'oggettività (rigurgito ottocentesco,

    peraltro) declamati dai broadcast media non vanno più bene, non sono più modalità adatte all'ambiente di vita e di

    crescita: vi è però una nostra incompetenza come eroi di questa storia basata sui classici riti di passaggio, ci manca

    qualcosa nel poter rivolgerci rinovellati alle nuove forme di ascolto, di dialogo/multilogo, di costruzione di assiologie locali e cangianti.

    La frase chiave qui è "abitudine culturale", la vecchia impostazione cognitiva e comportamentale dentro cui siamo

    cresciuti che ci impedisce di cogliere e partecipare senza angoscia ai nuovi modi di narrazione di sé e del mondo.
    Come giustissimamente dici, siamo però COSTRETTI, DOBBIAMO generazionalmente nominare la realtà, "gestire la

    transizione", dentro grammatiche nuove che non maneggiamo nativamente: un dovere etico (qui, sul quadrato semiotico,

    passi dal saper/poter-fare al dover-fare, e quindi nuovamente al poter-essere. Ottimissimo).
    Dall'assunto che la pretesa di obiettività è poco funzionale (ad esempio, qualunque scienziato affermi che l'acqua bolle a cento gradi è un cretino; la scienza sa bene da Heisenberg in qua di non poter affermare con verità alcunché, solo che ai massmedia degli ultimi settant'anni piace avere dei personaggi monolitici per allestire la scena, e il discorso della scienza è quello della

    verità, ovvio), passando per la ri-voluzione culturale secondo cui ora diventiamo persone tranquillamente in grado di

    apprezzare suggestioni innesca-idee seppur slegate da criteri di oggettività (tornano Protagora e Gorgia, sempre attuali:

    Berlusc* non lo hanno votato mica per i contenuti dei suoi discorsi, sia chiaro) e quindi consapevoli dell'irrilevanza di una

    asserita veridicità figlia di un confronto con un reale che dentro i discorsi umani è sempre segno, si giunge alla svolta

    pragmatica: ciò che conta è l'efficacia dell'espressione.
    La quale però non può più appunto appellarsi a nessuna verità oggettiva: il discorso come ha sempre fatto costruisce al

    proprio interno i piani di verità, rinuncia e denuncia come ideologicamente costruito il ricorso a posizioni di verità dichiarate

    oggettive, vive allegramente la deriva dei sogni individuali che si nutrono di sogni e nutrono altri sogni di altri parlanti.
    Dicevo altrove (http://www.splinder.com/myblog/comment/list/11453913#cid-30965679, a commento di un interessante post di williamnessuno, di argomento simile) che personalmente non sento il bisogno di rappresentazioni unitarie del Sé o di

    ancoraggi forti dell'identità o del discorso sociale, di affermazioni di veridicità, ma forse le letture e un po' di arte mi hanno reso più postmoderno, adeguato ai cambiamenti comunicativi conversazionali che il web ha portato in piena luce.
    Sarò cinico: se "la Società della Condivisione ... cessa di essere una scelta etica [un po' flower-power] e comincia a essere

    un processo di adattamento della società stessa a un modello di organizzazione e accesso alla conoscenza", è perché ci si

    è accorti che non può essere che così, che in fondo è sempre stato così, che i meme sono virus che viaggiano tra le menti,

    e quello che dobbiamo fare è solamente spazzare via una sovrastruttura dedicata al richiamare veridicità sul proprio

    stesso dire (non mi ero mai accorto di essere così Scuola di Francoforte) voluta da poteri centrali e propalata da

    massmedia uno-a-molti, negli ultimi centocinquant'anni anni (prima di questa data, il mondo era sostanzialmente ancora

    agricolo, e i discorsi sociali seguivano altri modelli).
    La soluzione del problema l'hai espressa tu: nel produrre messaggi, produrre al contempo elementi di contesto per guidare

    l'interpretazione. Se entrambi guardiamo lo stesso tram passare in centro nello stesso momento, perché siamo seduti ai

    tavolini fuori di un bar a bere l'aperitivo e stiamo nominando ciò che vediamo davanti ai nostri occhi, sappiamo che stiamo

    guardando cose diverse. Guardiamo da due posti diversi, la mia esperienza e la tua. Perché il testo (come la scena reale

    del tram, un libro, un quadro, un film) è una macchina che ci chiede di collaborare per assumere senso, e ciascuno di noi ci

    riversa dentro sé stesso.
    Ma io non posso accedere all'esperienza degli altri, posso solo interpretare il loro comportamento che è segno della loro

    esperienza. Non posso leggere l'Io degli altri, perché l'Io è l'Io più la circostanza che lo contiene.
    Saranno la tua postura fisica ed esistenziale, il tuo esultare o deplorare (certo, risvolti patemici) dinanzi al tram che mi permetteranno di comprendere il tuo messaggio "Ecco il tram!", permetteranno la nascita di idee che andranno a nutrire la mia esperienza arricchendomi, ciò che veramente conta.
    Forse sfioro il relativismo, ma mi salvo per la fiducia nei tag, nei feed e nella folksonomy.

    Anche le categorie con cui i blogger dovrebbero essere etichettati (neo-umanisti, suoceristi, etc.) dovrebbero nascere dai tag dei lettori, dal basso. I blogger si vedrebbero così riflessi in uno specchio manovrato da altri, e scoprirebbero chi sono nello sguardo altrui, perché la mia esperienza del mio comportamento non può essere che desunta dall'esperienza che faccio del comportamento degli altri, che è segno dell'esperienza che loro hanno del mio comportamento (arzigogolato, ma è sempre R.D. Laing).

    Un ultimo appunto (senza litigate, per carità) per Pauletto: non puoi, proprio in un post di Granieri che argomenta anche della perdita di valore dell'Autorictas come garante di una maggiore verità delle affermazioni (quando si dice leggere il contesto, eh?), firmarti come prof. Qui siamo tutti prof, tutti discenti.
    Dopo che il computer in classe ha minato le tue basi di dispensator della conoscenza ex-cathedra, DEVI metterti sullo stesso piano dei tuoi studenti (la misura dipende da chi hai davanti, ovviamente), concepire la classe come un gruppo che apprende e di cui ne fai parte, ragionar di costruzionismo pedagogico, e a nulla serve reclamar superiorità con formule onorifiche. Gli studenti ti taggano per quello che fai, non per quello che tu pensi loro debbano pensar di te. Ciao :)

  4. ondivido i vari punti espressi nell'interessante
    artcicolo, mi soffermo in particolare su un punto

    "...in un mondo come il nostro l'efficacia della comunicazione è un fattore importante
    per dare alle nostre idee una possibilità di misurarsi con il consenso degli altri.
    Non a caso una delle definizioni più felici per descrivere certi meccanismi è quella di società
    della condivisione ..."
    esiste tuttavia un gap nel mondo della scuola tra i digital native ( studenti) e i digital
    immigrants (docenti) una sorta di "incomunicabilità", paradossale, proprio nell'ambiente in cui
    la condivisione dovrebbe essere massima ...
    L'apprendimento può trarre giovamento dalla condivisione e dalla rielaborazione 'orizzontale' dei
    contenuti tipica delle nuove frontiere del web, il WEB 2.0

    Prof Daniele Pauletto