Idee e opinioni

Il web 2.0 in Italia

di Emanuele Quintarelli

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16

Gen

2007

Indagine di Apogeonline nel mondo degli sviluppatori italiani del web di nuova generazione: chi sono, che cosa fanno, quali problemi incontrano, dove contano di trovare i soldi per finanziare le proprie idee, quali prospettive hanno di fronte a sé. Una premessa, prima di iniziare a far parlare i protagonisti

Esiste veramente il web 2.0? Sembra essere questa la domanda che fino a non molti mesi fa, buona parte degli stessi addetti ai lavori si faceva in Italia. Ancora oggi molti di noi passano il tempo a definire questo fantomatico prossimo web, sviscerandone i principi, le differenze, i modelli. Sarà un nuovo web tecnologico, un nuovo web sociale o semplicemente la prossima bolla speculativa pronta ad esplodere? E ancora: quali saranno gli impatti di lungo termine sulle aziende e si riuscirà a farci dei soldi?

L'Italia è certamente una nazione dalle forti contraddizioni, dove chiunque possiede almeno un telefono cellulare e un televisore a schermo piatto, ma dove trovare una connessione web ad alta velocità diventa spesso un'odissea (senza parlare poi del costo e della qualità che si scoprono solo dopo averla provata). Internet è allora percepita da molti ancora come un'entità astratta, lontana e carica di mistero. Quasi una dimensione altra rispetto alla propria esperienza quotidiana.

Non si fa in tempo ad abituarsi al web "normale" che già le carte in tavola cambiano perché questo web che tutti conosciamo, fatto di utenti solitari da una parte del filo e di siti dall'altra, appartiene sempre più al passato e cede il passo ad applicazioni diverse, non solo nell'aspetto, ma specialmente nei principi ispiratori. Applicazioni in cui il valore non è più rappresentato dal contenuto delle pagine Html, ma al contrario dall'abilità di attrarre e far incontrare masse di utenti, permettendo loro di interagire dinamicamente all'interno di un'esperienza comunicativa bidirezionale, globale e istantanea. Un web sociale e democratico, che non solo azzera le barriere tecnologico/economiche di creazione dei contenuti ma rovescia anche i modelli tradizionali di distribuzione e accesso all'informazione.

Senza fare rumore questo nuovo web, il web 2.0 appunto, sta in realtà entrando nelle vita di moltissimi italiani, segnandone le abitudini, così come il modo di cercare, consumare e specialmente condividere informazione online. Non è forse un caso che trovi spesso mio padre di fronte al monitor, con le cuffie in testa e gli occhi rapiti per ore dai video di YouTube. Tutto questo senza aver mai sentito nominare il termine web 2.0, come ad indicare che il nome conta decisamente meno del livello di adozione di una tecnologia da parte degli utenti.

Il grande effetto portato dal web 2.0 in casa nostra potrebbe però essere anche un altro. Per la prima volta, seppure con le differenze del caso, l'Italia non si limita a ricevere passivamente l'eco delle onde elettromagnetiche provenienti dal nuovo continente. Al contrario gli influssi del web 2.0 sembrano aver prodotto, anche da noi e quasi in contemporanea, un nuovo slancio, una rinnovata voglia di fare e mettersi in gioco per singoli ed imprese. Nonostante la mancanza di un substrato economico capace di finanziare e far crescere iniziative visionarie e in uno stato ancora embrionale, pur di fronte all'insufficienza di infrastrutture informatiche e di fluidità nel mercato del lavoro, anche l'Italia sta tentando di apportare il proprio contributo in questo pullulare di idee e progetti che già rivoluzionano la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

Sull'onda degli influssi d'oltreoceano, nascono anche qui nuove conferenze (come il Duepuntozero ed il D-Day) e unconferenze (conferenze non organizzate formalmente come il modello Barcamp presentato a Torino, Milano e Roma). Si formano gruppi di sviluppatori d'eccellenza come Nimboo e TheRubyMine ed iniziano finalmente ad affacciarsi finanziamenti dalla comunità europea per idee web 2.0 portate avanti dalle università (come per TAGora promosso dalla Facoltà di Fisica dell'Università la Sapienza di Roma). Questa rete di discussione, confronto ed innovazione è ancora più evidente online, dove blogger, consulenti, giornalisti e semplici appassionati si contattano, si conoscono e scambiano opinioni in modo distribuito e asincrono, alimentando il tam tam mediatico sul fenomeno che ha ormai conquistato le pagine di quotidiani come Il Sole24Ore col suo inserto Nova24.

E per quanto riguarda i progetti reali? Pur non disponendo della massa sociale presente negli Stati Uniti, né di finanziamenti da milioni di dollari, esistono in realtà anche i progetti e il loro numero sta crescendo rapidamente. Scoprirli è però un pochino più difficile. Da chi è fatto allora il web 2.0 nostrano? Si tratta spesso di gruppi di esperti che rimanendo nell'ombra si ritrovano online dopo giornate di lavoro "tradizionale" disegnando quella che sperano essere la prossima killer application, l'esperimento che cambierà loro vita professionale e magari anche entità del conto in banca.

Il web 2.0 italiano è così popolato da figure professionali quanto mai variegate: ingegneri, programmatori e web designer, ma anche ricercatori, filosofi, economisti e giornalisti, ognuno con un diverso bagaglio di esperienza che risulta assolutamente necessaria quando si ha a che fare con problemi non solo tecnici, ma anche sociali, motivazionali, psicologici ed economici. In uno sforzo di immaginazione e voglia di ingegnarsi tutti italiani, queste iniziative tentano di fondere insieme i più famosi esempi americani con le necessità e le peculiarità tipiche della cultura italiana: il cibo, l'arte, la voglia di risparmiare, la ricerca di una casa e così via.

Ci si può chiedere allora perché questi progetti non abbiano ancora trovato soldi e fama. Benché, le idee proposte siano spesso originali ed a volte anche ricche di spunti di business, trovare spazio per emergere o semplicemente farsi vedere qui da noi non è in realtà cosa facile. Per questo, molti degli attori del Web 2.0 italiano percepiscono un forte bisogno di occasioni di incontro mirato e di aggregazione. Incontro che a volte diventa fattiva collaborazione, scambio di esperienze, idee ma anche di tempo e braccia (o meglio menti) tra gruppi diversi, nella convinzione un simile approccio comunitario possa alleviare alcune difficoltà tipiche del mercato italiano come il costo della mano d'opera, la disponibilità di capitali e la dispersione geografica. Insomma l'unione potrebbe fare la forza, specialmente in una fase in cui l'obiettivo principale è ancora aprire un mercato e mostrarne le potenzialità. Incontrarsi permette allora di far tesoro delle esperienze altrui, di stabilire preziosi contatti con soci e finanziatori o semplicemente di farsi forza di fronte agli ostacoli.

Nasce anche da questo bisogno di contatto, discussione e visibilità una serie di interviste ad alcune delle iniziative più significative del panorama web 2.0 italiano, con la speranza di far emergere questo patrimonio sommerso, portandolo all'attenzione di un pubblico più ampio; quel pubblico che all'interno di uno spazio sociale spesso decreta il successo o il fallimento di un'iniziativa. Nelle prossime settimane, su Apogeonline, parleremo con i responsabili di siti di editoria sociale e piattaforme di social bookmarking, sistemi di aggregazione e comunità di sviluppatori, nella convinzione che questi pionieri possano indicare la via ad altrettante iniziative coraggiose e con la voglia di risvegliare il panorama italiano da un torpore durato troppo a lungo.

In questo viaggio non ci limiteremo a mostrare le idee più interessanti, creative e promettenti. Il nostro obiettivo sarà invece anche quello di presentare qualcosa di più sulle facce, sulle difficoltà, sulle aspirazioni e sui piccoli segreti delle persone che stanno alimentando questo cambiamento. Ci piacerebbe che questa serie di articoli potesse fare da stimolo e portafortuna a tutti i giovani con la voglia e le competenze per di dire la propria sul web italiano.

Ospiti nella prima puntata saranno i ragazzi di 2Spaghi. Insieme a loro scopriremo come il web 2.0 possa essere portato in Italia con simpatia, originalità e una idea chiara di business. Il tutto, ovviamente, di fronte ad un buon piatto di pasta.

19 commenti

  1. vorrei segnalare www.yagg.org
    è un clone di popurls italiano

  2. Salve. Volevo agganciarmi a questa discussione per dire la mia ovvero la nostra. Lavoro in un centro di ricerca e siamo sensibile alle tematiche che oggi vengono velocemente classificate come web2.0. A tale scopo siamo attivi attraverso un progetto che dalle istituzioni locali cerca di creare consapevolezza presso le aziende di queste opportunita'. L'iniziativa e' visibile in http://geoweb.crs4.it/cluster ed e' riservata alle aziende sarde. Una seconda considerazione che mi va di fare riguarda la democrazia. Si cade spesso nella trappola di considerare il social web o il web2.0 come qualcosa di fortemente democratico. In realta' non e' cosi'. E' una modalita' di erogazione, fruizione, condivisione di contenuti ed idee ma ci sono molti rischi per gli utenti e per gli stessi sviluppatori: pensate ad esempio ai termini d'uso dei web services per chi sviluppa mashups, a come gli utenti possono venire tracciati tra una community e l'altra, a come i nostri documenti online siano alla merce' degli algoritmi di analisi e a come i blog in realta' non sono affatto democratici ma piuttosto si consolidano delle comunita' di lettori intorno alla figura di pochi grandi scrittori che deidono di cosa si parla oggi. Tutto questo e' noto, ma non quanto crediamo. W il web2.0 ma sempre all'erta. Bisogna svilupparlo senza restare ai margini delle grandi corporation che stanno riuscendo ad inglobare molto di questo mondo.

  3. eviteri i confronti con gli Usa o simili, spesso sono ocntropruducenti e fuorvianti, loe due realta' troppo diverse sotto molti punti di vista

    piuttosto, sull massa critica: personalmente sono quasi 15 anni che collaboro variamente a p[eogettio editorial-culturali intornoa internet, dagli Usa verso l'Italia e viceversa, ebbene, gia' nel 94 mi si diceva che certi articoli non si potevano scrivere perche' "in Italia non c'era la massa critica"< e oggi basta guardare la "grande informazione" nostrana per vedere come stanno le cose

    difficile raggiungere tale massa -- e quindi far decollare progetti, attirare cpaitali/sponsor, etc. -- se l'informazione su e dentro la rete rimane allo stato approssimativo di oggi; tipo, l'inserto citato e certe uscite di pseudo news partecipate...

    io continuo a rimboccarmi le maniche, sempre piu' su :)

  4. @Nunzio: Se non erro siamo i maggiori consumatori mondiali di cellulari ed avendo lavorato per anni per operatori di telecomunicazioni posso dirti come L'Italia (ed il Giappone) siano le nazioni in cui vengano proposte le tecnologie più evolute in questo settore.

    Per quanto riguarda la seconda osservazione, credo che il senso delle mie parole fosse chiaro: non si trattava ovviamente di un'osservazione tecnica sulle pagine HTML (che cmq ormai non sono più semplice HTML ma vere e proprie applicazioni dinamiche basate su AJAX).

    Per centralità dell'utente mi riferivo ad una serie di metodologie progettuali che disegnano applicazioni web tenendo al centro principi di user research, ergonomia, psicologia cognitiva, etc. Insomma il marketing non mi pare entrarci molto. Attrarre l'utente non significa convincerlo con mezzi pubblicitari. Significa invece dare una risposta efficace ad un'esigenza concreta.

    Infine il web 2.0 è una rivoluzione anche in campo sociale. Porto un esempio piccolo piccolo, ma tanto importante. Negli stati uniti stanno nascendo piattaforme come OrganizedWisdom che consentono alle persone affette da malattie rare di incontrarsi, raccogliere e scambiare informazioni su medici, terapie, sintomi. Queste informazioni possono migliorare profondamente la qualità della vita degli esseri umani ed in alcuni casi salvare la vita.

    A parte questo, la stampa, la televisione, la radio non sono state rivoluzioni? Il web racchiude in modo convergente questi media abilitando inoltre possibilità finora inimmaginabili.. Questa per me è una rivoluzione.

  5. Sono contento di aver stimolato un pò di discussione e di essermi beccato anche qualche appunto :)

    @Mario: Penso si possano assolutamente creare iniziative sostenibili in Italia e per l'Italia probabilmente su valori (e dimensioni) un pò diverse da quelle americane. E credetemi, quest'anno arriveranno i primi soldi. Ciò non toglie che in un mercato globale, sia enormemente più stimolante pensare a livello internazionale come detto da Luca.

    @Roberto: Vorrei sottolineare come questo articolo sia semplicemente un'introduzione ad una serie di interviste a chi il web 2.0 lo sta facendo. Parlo quotidianamente con queste persone e l'esigenza di portare all'attenzione del pubblico il lavoro che viene fatto è di fondamentale importanza. Non credo pertanto che queste siano solamente parole.

  6. Qualche risposta

    xMario.
    - competere ad armi pari a livello ww significa partire dall'Italia e avere il ww come mercato scrivendo in Inglese Spagnolo ecc esattamente come fa Google o Ancestry per citare uno non noto.
    - se non hai il capitale per pianificare, sviluppare e lancire un progetto multinazionale non puoi essere strategico, la tua unica strada è tentare di essere tattico partendo piccolo...


    xNunzio.
    Chi ha detto che i capitali devono arrivare da fuori? In US i "capitali" arrivano da dentro!! Spesso sono ex startapper che hanno fatto bingo con la loro iniziativa i quali investono 10k 100k xxxk in altri business (ci sono una serie di blog di VC sul web che raccontano le loro storie uno a caso http://redeye.firstround.com/ ). Se un'azienda profittevole con HQ in Italia facesse profitto a livello ww i benefici li avremmo qui.

    Sempre IMHO.


    PS Per sdrammatizzare un po': davvero non crederete alla favola del garage? ;) Che ce li hanno solo in US i garage ;)

  7. Indubbiamente un bell'articolo, a cui corre l'obbligo, almeno per me, di fare 2 appunti:

    1. "una nazione dalle forti contraddizioni, dove chiunque possiede almeno un telefono cellulare e un televisore a schermo piatto...". Il concetto di Nazione (pre-ottocentesco) ha causato troppi guai, storicamente parlando, x riproporlo ancora. Ma la diffusione dei televisori a schermo piatto, ed in qualche caso dei cellulari, tradisce una NON conoscenza della "money devide" italica, europea, mondiale. Spero si tratti di un refuso involontario.

    2. "Applicazioni in cui il valore non è più rappresentato dal contenuto delle pagine Html, ma al contrario, dall'abilità di attrarre e far incontrare masse di utenti...". Immagino che lo sforzo di spostare l'attenzione verso la comunicazione bidirezionale abbia spinto Emanuele ad un'affermazione, pagine html il cui valore non sia il contenuto, che, se fosse vera, negherebbe ed invaliderebbe la stessa comunicazione bidirezionale. La comunicazione bidirezionale si basa proprio sul valore degli scambi, basati sui contenuti, ed esiste e si incrementa proprio per questo. Immagino che il trasporto abbia tradito Emanuele che sicuramente non intendeva "svuotare" di contenuti il web2, cosi' come sicuramente non intendeva scambiare la "comunicazione bidirezionale" con il marketing ("abilità di attrarre, la centralità dell'utente,...").

    Personalmente non ritengo il web2 una rivoluzione, lo spostamento del focus non e' sufficiente a renderlo tale. Potrebbe avvicinarsi ad una rivoluzione se contribuisse a ridurre i veri grandi problemi. In ordine sparso: la fame, l'inquinamento, la mortalità infantile, le guerre, l'ignoranza, il "DEVIDE" stesso, sia esso digitale o culturale o economico o di qualsivoglia altra natura.
    Cosi' come l'aumento delle performance tecnologiche (quando ci sono x davvero) non costituisce di per se una novità stravolgente. Alcuni contenuti erano presenti, con modalità e forme diverse, tempo addietro, come, ad esempio, ha fatto notare Emanuele | 16.01.07 17:25 (a proposito, il mio primo modem era un 4800 baud ed ho iniziato con le schede perforate).
    Mi piacerebbe condividere, secondo la filosofia della condivisione, quanto riportato da Stefano Vitta | 16.01.07 21:38, ma come si può far convivere la "filosofia della condivisione" con "modelli di business capaci di attrarre capitali"? Ricordo a me stesso che il BASIC del primo PC, MS, Google, x esempio, sono nati in uno scantinato. Se non fosse OT sarebbe bello ricordare come si formano i capitali, sarebbe bello dimostrare come i "capitali attratti" abbiano, sempre, oggi, una natura meramente speculativa, e che "distratti da altre attrazioni", quando se ne vanno, i "capitali attratti", lasciano dietro una scia di fallimenti, povertà, disoccupazione, ed in alcuni casi, morti. L'economia che guarda "i capitali da attrarre" è una economia malata, povera di idee (di cui noi mediterranei, invece, siamo ricchi e 2Spaghi lo conferma), destinata ad impoverire ulteriormente quell'economia che la attrae (cit. Stiglitz, premio Nobel per l'Economia, "I ruggenti anno 90" e "la globalizzazione che funziona").
    Ripeto, un bell'articolo, una buona sintesi che tenta di fotografare qualcosa di troppo velocemente mutevole. E' la filosofia della condivisione quella che sta mutando radicalmente il comportamento degli utenti, questo è vero, lo vediamo sempre + spesso.

    p.s.: non ho colto l'ironia di Mario | 17.01.07 13:36, e me ne scuso. L'affermazione *passaggio dall'italiano all'inglese come lingua "ufficiale"*, immagino fosse ironica, altrimenti sarebbe istigazione a delinquere. Ricordo a me stesso che il suicidio è un reato, anche quello culturale. Tale sarebbe il passaggio, d'imperio, ad una lingua estranea alla nostra cultura ed alla nostra storia, entrambe ricche e mai sufficientemente note (cultura e storia).

  8. Io credo che siano chiacchiere giuste forse, ma allo stesso tempo relativamente poco utili.

    La situazione sappiamo qual'è, risolverla e rimboccarsi le maniche sta a tutti noi.

    Senza troppi discorsi, dandosi da fare.

  9. L'Italia e' L'Italia:

    Un progetto "web 2.0" italiano che si concentra sull'essere una "startup" o ritiene che quella sia la sua migliore strategia verso i soldi, sta probabilmente sognando.


    L'Italia e' il Mondo:

    Una delle premesse per un "web 2.0" made-in-italy credibile e forse competitivo potrebbe essere il passaggio dall'italiano all'inglese come lingua "ufficiale" (software e blogs/comunita').

  10. Sperimentare in Italia si può. Fare di notte nei garage per hobby...si può.
    Far partire progetti reali che creino NUOVE aziende che fatturano, guadagnano ma soprattutto competono ad armi pari a livello ww è invece veramente dura, dura, durissima.


    Da noi se sei una studente sei considerato "giovane" e nessuno ti calcola ti insegnano la teoria per forgiare la tua forma mentis, il latino e il fortran. Quando sarai grande e entrarai nel mondo dei grandi allora si potrai dimostrare di quello che sei capace.
    Quando sei grande poi in media il lavoro che hai trovato ti mette in lock con stipendio che ti serve per vivere e la rigidità nel trovare lavoro dopo un'eventuale esperienza imprenditoriale.
    Per non parlare del fatto che da noi essere falliti è una cosa negativa.

    Quindi fai quel che puoi di notte....

    In US nelle università (ma anche a Cambridge in UK) si tira a far crescere realtà fatturabili da 'talenti nati dopo' e dopo l'università la flessibilità del lavoro e la percezione positiva nei confronti di chi ha fallito (ha fatto esperienza) creano l'innovazione MA SOPRATTUTO LA FIDUCIA di chi investe nel fatto che almeno alcuni di tali embrioni potranno svilupparsi ...

    (In più da noi chi sa mettere le mani nel codice lo chiamano programmatore in US engineer...)


    IMHO

    Non è polemica è una constatazione che ho già fatto in altra sede...

    MA

    Nonostante tutto ciò non riesco a trovare un vero buon motivo per non provarci ;) e come dice Emanuele nel frattempo è giusto incontrarsi. Gran cosa la rassegna.

  11. Notando che la discussione ha coinvolto blogger come Luca e Daniele, Vi informo che sto letteralmente copiano le varie definizioni di web 2.0 presenti nei vari blog dello stivale per aggregarle in un wiki che sto elaborando.
    Ovviamente non lo faccio per clonare e ridondare, ma per studiarle meglio, aggregarle e rimodellarle in funzione di un corso sull'innovazione tecnologica che ho in programma a breve.
    Dovendo trattare questa materia anche in modo tecnico: interoperabilità dei servizi, nuove interfaccie di programmazione ecc. non intravedo grossi problemi nel farle comprendere.
    La cosa, invece, che più mi preoccupa di più è la domanda banale che spesso mi viene fatta.
    A che serve?

  12. Cos'è il web 2.0, cosa sono i blog, etc.. Sono anni che andiamo avanti così.. :))

    La tecnologia ormai l'abbiamo capita, bene o male, tutti. La novità, a mio avviso, è nella filosofia della condivisione che sta mutando radicalmente il comportamento degli utenti.

    Per questo non bastano più solo ingegneri e designer per sviluppare progetti innovativi ed ancora non si riescono a dare delle definizioni precise per descrivere cosa sta cambiando.

    Non parliamo, poi, dei modelli di business capaci di attrarre capitali.

    Complimenti per l'articolo capace di fotografare una realtà così mutabile ;)

  13. Il web 2.0 italiano è così popolato da figure professionali quanto mai variegate...
    anche il mondo della scuola è impegnato sul campo, con gli studenti "digital nativse" abbiamo
    sperimentato,selezionato diverse web application web2.0 pubblicando il tutto
    su un blog http://mentelab.blogspot.com
    sarebbe interessante poter confrontarsi con i professionisti e studiosi del tema
    con dibatti aperti agli spunti dei giovani che nella scuola imparano ad essere
    cittadini digitali

    daniele pauletto

  14. Personalmente ritengo che la rivoluzione da parte degli utenti è avvenuta ora (negli ultimi due o tre anni) principalmente perchè chi concepisce e sviluppa le idee di progetti web (specialmente negli states purtroppo) ha capito che i modelli socio/economici maggiormente vincenti non sono quelli che vedono un attore fornitore di conoscenza e un attore fruitore di conoscenza nelle piattaforme, ma semplicemente vedono come esista un solo attore, che può fare tutto e vuole fare tutto.

    Questa è una grande consapevolezza che da noi è molto difficile da accettare anche perchè richiede cambiamenti radicali nella strutturazione dei progetti, dei team e delle professioni web (i project manager non sanno come fare nella perpetual beta :D )

    A parte questo ritengo, come anche Tim O'Reilly, che un azienda conformata esattamente sul vecchio modello dotcom non abbia le caratteristiche per fare 2.0 e lo vedo concretamente su alcuni progetti con aziende "innovative ma tradizionaliste" ;)

    Poi alla fine la mia opinione sul web 2.0 è sempre la stessa

    http://www.lucamascaro.info/blog/2007/01/imho-che-cos-il-web-20.html

  15. Gianluigi, forse sono un pò più giovane di te ma non penso di tanto :)

    Mi occupo di informatica da un pò tempo (i tempi dello Z80, dell'Apple IIe e delle connessioni a 28.8 nelle bbs), prima come smanettone ed appassionato poi come professionista.

    Nel mio pezzo ho parlato di rivoluzione epocale perchè si tratta di un cambiamento culturale e sociale di massa.

    La novità non è solo la centralità dell'utente, ma la concezione di un web che faccia da tramite in modo sempre più naturale tra gli utenti. Non più l'utente e l'azienza o l'utente ed il sito, ma un sito che mette in comunicazione non mediata tutti i suoi utenti (potenzialmente milioni).

    Perdonami se faccio un esempio preveniente dal mio lavoro quotidiano. Il mio ruolo prevede spesso l'introduzione in ambito aziendale di strumenti appartenenti al cosiddetto Enterprise 2.0 (corporate blogging, enterprise wikis ed enterprise tagging, etc).

    Il cambiamento qui non è legato al fatto che si tratti di un wiki o di un blog (Cunningham ha iniziato a lavorare al primo wiki nel 1994). Il cambiamento parte dalla testa delle persone che tramite lo strumento collaborano creando semplicemente nuovo valore per l'azienda.

    Si può trattare di project management, dell'aggregazione di feedback proveniente dai clienti, di elicitazione della conoscenza implicita o di un nuovo modo di creare una relazione, ma è pur sempre un cambiamento epocale fatto di trasparenza, innovazione che proviene dal basso, rilassamento dei meccanismi gerarchichi di controllo e stravolgimento delle fasi di progetto (nelle applicazioni web 2.0).

    Tutti questi effetti semplicemente prima non esistevano. Il web 2.0 è banalmente un web fatto di persone nel senso che è sceso in mezzo alle persone e ne sta cambiando le attività più normali.

    Questo cambiamento è lento, faticoso, doloroso e frutto del lavoro che tanti consulenti, giornalisti, blogger stanno facendo quotidianamente anche in Italia. Non è quindi un'implicazione obbligata della presenza di strumenti.

    Se poi vogliamo dire che alcuni degli strumenti tecnologici oggi in voga esistevano in potenza anche prima (AJAX era prima DHTML e Javascript per esempio, ma l'RSS non c'era), allora siamo perfettamente d'accordo.

    Mi piacerebbe sentire il parere anche di altri lettori su questo tema.

  16. Posto un commento che ho appena fatto anche nel mio blog, su analogo argomento.

    ______________ **** ______________
    Non vorrei essere confuso per un detrattore del 2.0.
    In effetti, avevo premesso che la mia anima critica e polemica, oggi, stava avendo il sopravvento.
    Comunque, concordo sul fatto che stiamo andando avanti e lo stiamo facendo abbastanza bene. Quindi passiamo il termine evolvere associato all'idea di migliorare e questo mi sembra condivisibile.
    Mi resta oscura l'enfasi del cambiamento "EPOCALE". E' vero che Time ha indovinato quando ha definito l'utente protagonista ma non capisco perchè solo ora.
    L'utente, lo studente, il cliente è da sempre il protagonista. Ricordate la massima "il cliente ha sempre ragione"?
    In effetti l'unico cambiamento epocale è la facilità di accesso a questo mondo. Ora per un giovane è facilissimo entrare in My space ma non la considero una metodologia NUOVA.
    Nel mio post ho solo voluto esprimere del rammarico. Ai miei tempi tutte queste idee c'erano già. Non c'erano i mezzi. E' vero!
    Ed è per questo che invidio i ventenni che, ora, possono dire è successo perchè lo abbiamo voluto noi. Lo invidio un po ma non lo considero corretto. Non l'hanno voluto loro, lo hanno SPINTO loro perchè i mezzi, adesso, gli e lo hanno permesso.
    Cioè rivendico lo stesso approccio vent'anni prima.
    Ciao e complimenti per aver scatenato la discussione cross/blogs.
    Gigi

  17. Gianluigi, grazie per aver letto il mio pezzo. Rispetto completamente il tuo punto di vista, ma lasciami dire che non sono assolutamente d'accordo con la tua osservazione (peraltro anche l'osservazione di Tim Berners Lee). Il web è da sempre stato uno strumento di comunicazione. Il web 2.0 non è però una rivoluzione tecnica o tecnologica. La tecnologia come fai notare tu c'è sempre stata. Ciò che è cambiato radicalmente è il livello e le modalità di partecipazione. Questo salto di diversi ordini di grandezza (100 milioni di download al giorno per YouTube sono una cifra difficile da concepire per me) è un cambiamento di sostanza non di forma perchè abilita una serie di meccanismi come gli effetti newtork, la longtail, la produzione decentralizzata di contenuti, etc che rovesciano le regole del gioco. Allora, anche gli strumenti che oggi gli utenti hanno, il crollo delle barriere economiche e tecnologiche, la disponibilità di meccanismi di interazione instantanea ed integrata dentro ad altre applicazioni sono differenze profonde, radicali. La stessa attenzione per una buona user experience ed usabilità delle applicazioni indica un cambiamento di paradigma e specialmente l'avvicinamento a questo mondo anche da parte di chi non mangia il web a colazione. Non credo questo sia scoprire l'acqua calda.

  18. Il web 2.0 in Italia ha 25 anni:
    http://webeconoscenza.blogspot.com/2007/01/ma-poi-tanto-nuovo-non.html
    Mio piccolo contributo a riflettere.
    Ciao e complimenti per le tue osservazioni.

  19. Complimenti Emanuele, molto azzeccato. Concordo in particolare sul tema della varietà di competenze ed esperienze utili per sviluppare dei siti davvero nuovi... e credo anch'io che siamo appena agli inizi