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I danni della spazzatura elettronica

di Simone Messina

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21

Dic

2006

Un rapporto di Greenpeace fa le pulci ai produttori di apparecchi elettronici: bene Nokia, Dell e Sony Ericsson, meno bene Apple, Toshiba e Samsung. Da gennaio, in Italia, nuove regole per il riciclaggio e lo smaltimento

La Guide to Greener Electronics è un dossier che l’associazione ambientalista Greenpeace produce ogni anno, stilando una classifica delle aziende produttrici di apparecchi elettronici e valutando le loro politiche in favore dell’ambiente. La seconda edizione, pubblicata nei giorni scorsi, ha riservato qualche sorpresa. I criteri di valutazione sono molto semplici: vengono censiti l’impegno di ogni azienda nella riduzione o rimozione di particolari sostanza inquinanti dai prodotti, la capacità di riciclare i prodotti di propria produzione per farne di nuovi, la volontà e capacità di smaltire i rifiuti anche in assenza di leggi appropriate negli stati di commercializzazione e ancora la capacità di aderire e produrre documentazione sullo smaltimento e riciclo imposti dalle direttive europee.

Sul gradino più alto del podio si è piazzata la finlandese Nokia. Seguita da Dell e Sony Ericsson. Nokia ha condotto una politica di buona responsabilità sul piano ecologico, cercando di gestire correttamente i propri processi per assicurare la sicurezza dei prodotti e dei materiali di scarto. All’ultimo posto troviamo, a sorpresa, Apple. Seguite da Toshiba e Samsung. Apple viene accusata di non impegnarsi in una buona politica di smaltimento e di informazione sul tipo di rifiuti. Inoltre Apple non ha ancora stabilito come e quando eliminare dal processo di produzione i materiali maggiormente inquinanti.

Il problema dello smaltimento dei rifiuti di natura elettronica è emerso in maniera drammatica negli ultimi anni. Dopo anni di disinteresse delle autorità e l’accumulo di materiali inquinanti di ogni tipo, l’opinione pubblica si è accorta della pericolosità di questi scarti. La necessità di smaltimento e di riciclo è diventata quindi una priorità. I dati ufficiali a livello europeo parlano di 8 milioni di tonnellate di rifiuti provenienti da materiale elettronico: circa l’80% di essi finisce in discarica insieme a tutto il resto. Va sottolineato che oltre ai materiali non biodegradabili questi rifiuti contengono sostanze altamente inquinanti. Stiamo parlando di piombo, cadmio e mercurio, tanto per cominciare, che finiscono nel sottosuolo o vengono disperse nell’aria. L’Italia all’interno dell’Unione europea incide per circa il 14% su queste cifre.

A tal proposito il capo del programma ambientale delle nazioni unite, United Nation’s Environment Programme, ha denunciato come i paesi ricchi stiano letteralmente riempiendo di spazzatura hi-tech i paesi africani in via di sviluppo. Con una sorta di scarico di responsabilità, piuttosto che impegnarsi nel riciclo e nello smaltimento i paesi industrializzati scaricano verso i paesi più poveri, a costi particolarmente competitivi, la responsabilità dello smaltimento. Nel porto nigeriano di Lagos ogni mese arrivano centomila computer scartati dai paesi ricchi. Questi computer finiscono in discariche a cielo aperto o vengono bruciati, liberando grandi quantità di sostanze tossiche. Ha fatto notizia la morte di dieci operai in Costa D’Avorio, morti per aver lavorato per diverso tempo a contatto con sostanze di scarto dei rifiuti di natura elettronica, senza alcun tipo di protezione.

La speranza è che qualcosa stia cambiando. I 120 paesi aderenti alla convenzione di Basel sul controllo del trasferimento e trattamento dei rifiuti pericolosi si sono recentemente riuniti per discutere della situazione. Intanto l’Unione europea ha predisposto una legislazione specifica sulla gestione dei rifiuti elettronici, che in Italia entrerà in vigore il 31 dicembre prossimo. La direttiva Waste Electrical and Electronic Equipment, approvata nel 2002, prevede che i produttori si impegnino a favorire e finanziare la raccolta, il riciclaggio e lo smaltimento dei propri prodotti, mentre i consumatori non potranno più abbandonare apparecchi elettronici ed elettrodomestici in tra i normali rifiuti. Il ministero dell'Ambiente italiano ha emanato a luglio i decreti attuativi: alcune sostanze sono state bandite, mentre per ogni apparecchio prodotto dovrà essere garantita una soglia di recupero dei materiali pari al 75% del peso medio e una percentuale di reimpiego pari al 65%. Le aziende dovranno comunicare peso e numero delle apparecchiature immesse sul mercato annualmente, e a questo proposito alcuni grandi produttori hanno già unito i propri sfrorzi nel consorzio ecoR’it. La speranza è quella di lasciare ai nostri figli un mondo più ecologico, sperando che non sia soltanto un’utopia.