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Religious Social Networking, la chiesa ti segue online

di Roberto Venturini

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17

Ott

2006

Il social networking arriva nelle chiese e nelle parrocchie americane. Per consolidare la rete dei parrocchiani, fare new business e mantenere fidelizzato il gregge

Gli Stati Uniti sono un paese in cui esistono centinaia di migliaia di chiese di ogni genere e denominazione (solo in ambito cristiano, figuriamoci le alternative). Un paese in cui c’è una sfumatura religiosa per ogni gusto e dove lo switch tra una chiesa e l’altra, il passaggio da un tipo di cristianesimo a un altro (o addirittura verso altre religioni) è ben più diffuso che da noi. È una nazione in cui circa il 40% della popolazione va regolarmente in chiesa la domenica e in cui il business dei materiali relativi alla religione (libri Dvd, audiocassette motivazionali e ispiratrici, ammennicoli vari) è stimabile sui 5 miliardi di dollari o più.

Un paese, insomma, in cui il parrocchiano è un’importante fonte di reddito, in cui il pubblico di una chiesa non è captive come da noi; dalle nostre parti si tende a gravitare attorno a una parrocchia per motivi di vicinanza geografica, di “competenza territoriale”. Dalle loro parti c’è mobilità, c’è in ballo il budget, la sopravvivenza stessa della chiesa. È evidente che anche se i fattori di qualità della guida pastorale e del taglio dato dal pastore al suo particolare flavour di cristianesimo sono elementi importanti per mantenere il parrocchiano fedele e donante, la dimensione sociale è un elemento ancora più fidelizzante – specialmente in una nazione in cui la chiesa ha nella comunità una capacità aggregante che supera la mera funzione domenicale.

Resta ancora aperto (o da aprire?) lo spinoso tema di Chiesa e Internet, dell’entrata della chiesa o delle chiese nel XXI secolo, il secolo delle tecnologie e delle rivoluzioni sociali portate dalla Rete, della necessità di saper colloquiare e attirare la generazione nata con un mouse in una mano e un iPod nell’altra. Il problema della aggregazione e fidelizzazione dei credenti attorno alla parrocchia visto, in altre parole, sotto la prospettiva del web, 1.0 o 2.0 che sia.

L’esigenza dell’aggregazione è evidente, l’esempio dei network di social networking è ineludibile, l’opportunità forte. La socializzazione online offre uno spazio in cui i membri della congregazione si conoscono e interagiscono, rafforzano il legame e si minimizzano così le tendenze centrifughe. E permette al management della chiesa locale di far udire la propria voce, comunicare col pubblico, offrire servizi e informazione. Anche il recruiting è facilitato, offrendo alle pecore smarrite o senza pastore l’opportunità di conoscere senza rischio una chiesa e la sua comunità, di farsi un’idea prima di aderire.

D’altra parte il problema tecnologico non è banale. Se il network sociale che si accentra attorno alla parrocchia è funzionante, il gregge resta più unito e contento. Resta difficile pretendere che il pastore medio impari a maneggiare Dreamweaver e i database, investa capitali per ingaggiare web agency specializzate. Così, di fianco a chiese molto web friendly, sono fiorite migliaia di siti troppo amatoriali o non è per nulla fiorita la presenza online di migliaia di chiese. E forse a qualcosa sono servite le sferzate di churchmarketingsucks, un acido blog che esiste per «frustare, educare, motivare la chiesa a comunicare con assolta chiarezza la verità di Gesù Cristo».

Così, visti gli interessi economici in gioco (e anche quelli politici, non si può sottovalutare come certa parte della chiesa evangelica right-wing statunitense sia in grado di influenzare le scelte politiche) non stupisce che sia arrivato il social networking in ambito cristiano. Entra dunque in scena MyChurch, tool di social networking religioso, pronto a replicare in luce cristiana i prestigiosi successi di operazioni come quelle di MySpace o Facebook. L’impostazione del servizio è bifronte: da un lato si può lavorare per chiese – ogni chiesa dispone di un proprio spazio dove esporre i propri bollettini, annunciare gli eventi e in cui sono raccolti i profili dei membri e la bacheca con i loro commenti. Dall’altro lato si lavora per credenti, con la classicissima scheda/profilo personale, con le proprie foto, gli hobby, gli amici, aree di blogging… proprio come su un Friendster o un Tribe. Per raccontare la propria vita, trovare amici dagli interessi comuni, e perché no, attivare un dating alla ricerca di un’anima gemella perfettamente allineata sui nostri valori fondamentali.

Il tutto aggregato dal rispettabilissimo elemento della comune fede in un particolare tipo di chiesa, seguendo il collaudato paradigma di prendere una comunità reale e trasportarla online nel modo più semplice e indolore, dando servizio e trasformandola in una fonte di reddito. Non mancano ovviamente gli strumenti di ricerca – anche se limitati alla semplice ricerca per nome o per località (ma il sito è ancora in beta). Anche l’aspetto multimedial-tecnologico è ben coperto: la piattaforma mette a disposizione delle chiese strumenti per tenere un proprio blog (belli i tempi in cui bastava la predica della domenica e il gioco era fatto), un’audio-libreria di sermoni che i fedeli possono consultare (si veda alla voce Godcasting), piccoli annunci e cosi via.

Il servizio si è integrato con Paypal per accettare donazioni online, che costituiscono una fonte fondamentale di reddito per le chiese. Già che parliamo di business, il servizio di MyChurch è gratuito… nella misura in cui le parrocchie si accontentano del servizio base. Servizi come l'estensione dello spazio sul server si pagano a parte (o possono venir gentilmente offerte da un parrocchiano). Il modello di business prevede però altre fonti di revenue – in primis la possibilità di erogare advertising targettizzato demograficamente (per ora offerto alle chiese per il loro recruiting, in futuro…). E di business il servizio ne ha bisogno, dato che viene da loro dichiarato che al momento non fanno una lira di utile.

Se myChurch si è focalizzato sull’audience cristiana (così come oaktreeidea, yourchristianspace e molti altri), non mancano iniziative in qualche modo comparabili per il mondo mussulmano (muslimspace.com, naseeb ecc.) e per quello ebraico (si veda schmooze.com oppure koolanoo ). E poi hindu, buddisti, perfino per i pagani, e perdonatemi se dimentico qualcuno e non sono del tutto politically/religiously correct, ma vi stimo tutti ugualmente, credetemi. Insomma il social networking si fa per tutti i gusti e tutti i credi, soddisfacendo una forte esigenza umana… e cercando di fare qualche soldo nel processo.