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L’Arte? È nel nostro Dna

di Roberto Venturini

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14

Set

2006

Applicando tecniche criminologiche (e non solo), nuove idee imprenditoriali trasformano il codice genetico in un'opera d’arte

La mia anziana madre, ogni volta che si ritrova dinnanzi alle produzioni pittoriche dei suoi nipoti, parte in una carrellata riepilogativa degli antenati pittori o scultori (catalogati nel Bolaffi) che ha vantato la nostra famiglia. E il discorso generalmente si conclude con elaborazioni a supporto della teoria che l’arte sia, in un qualche modo, contenuta nella nostra struttura cromosomica. La sua ipotesi è, al momento, priva di supporto da parte della scienza ufficiale (situazione che non ha però mai dissuaso alcuna madre, nell’intera storia umana, dalle proprie convinzioni). Va però colta una parte di verità nella sua felice intuizione. Sì, Dna e arte sono legati – ma la relazione è inversa.

È il nostro Dna a far parte dell’arte. È questa la filosofia che ha portato alla creazione di DNA11, una art-web-company che trasforma i nostri cromosomi in opere artistiche, in quadri geneticamente post-moderni (post-telegrafonici? Post-strani?) da esibire fieramente alla parete. Il procedimento, dal lato dell’utente, è molto semplice: una volta selezionati formato e gamma cromatica dal sito artistico/tecnologico, si richiede il kit per il prelievo, kit che dovrebbe arrivare nel giro di una decina di giorni. Si procede quindi a prelevare, con un apposito cotton-fioc, alcune cellule dall’interno della guancia della persona da ritrarre, con un procedimento che risulterà familiare a chi sia stato oggetto delle attenzioni della Polizia Scientifica. E si manda il kit con le cellule al laboratorio artistico.

A questo punto (come anche spiegato nel sito della nota serie televisiva CSI) il Dna viene estratto, moltiplicato per 3.14, sottoposto a elettroforesi, posto su una matrice di poliacrilammide o di agarosio, agitato ma non mescolato… insomma tutte le cose che si fanno normalmente in questi casi, in modo da ottenere una classica immagine della struttura dei vostri acidi nucleici, di quelle che vi fanno andare in galera o vi tolgono (a volte) dal corridoio della morte.

Per farla breve, il vostro Dna lascia un’impronta costituita da una serie di striscette su una piastra di gel: questa piastra viene fotografata, colorizzata (l’originale è in bianco e nero) secondo le vostre preferenze e quindi stampata su tela nel formato desiderato, firmata sul retro dai tre fondatori di DNA11, impacchettata, spedita e fatturata. Il tutto in un paio di mesi circa e a partire da 390 dollari.

Con un procedimento analogo potrete invece ottenere un’opera di pop art a partire dalla vostra impronta digitale, per soli 190 dollari: molto meno caro, ma fate attenzione a non invitare ai vostri party qualche ispettore del Ra.C.I.S. (il CSI dei nostri Carabinieri); potrebbe saltar fuori la verità su quel vostro peccatuccio di gioventù…

È peraltro comprensibile, in un’epoca tanto ossessionata dalla privacy come la nostra, che molti di noi possano esitare di fronte all’idea di mandare in giro campioni del nostro codice genetico, anche se ottenere qualche nostra cellula da cui estrarre il Dna è tanto semplice come toglierci cortesemente un capello dal bavero della giacca (si veda l’interessante film di fantascienza Gattaca). Ma è ovvio, se siete un serial killer, se temete che il vostro datore di lavoro possa scoprire che siete affetti da una rara malattia genetica che vi trasformerà in un antipodista narcolessico prima dei trent’anni, se non volete si scopra che siete il figlio segreto di Stalin, se temete vi clonino massivamente, non avete davvero nessuna voglia di mandare le vostre cellule a farsi un giro.

A questo punto o mandate qualche cellula rubata dalla guancia di un’amica (con la scusa di giocare a guardie e ladri), tanto una volta appeso in salotto nessuno si accorgerà che è un falso, oppure mandate il codice genetico del vostro sito web. Per venire infatti in soccorso dei casi esposti precedentemente (o forse per altre ragioni, ma quest’ultima ipotesi è meno affascinante), ha visto la luce un’altro sito di DNA-Art che, invece di estrapolare il codice contenuto nelle vostre cellule, analizza e strizza il codice Html contenuto nel vostro sito – e trasforma tags e metatags in una rappresentazione pittorica ispirata al DNA elettroforesizzato.

In alternativa potete invece farvi realizzare un DNA origami, peculiare forma artistica in cui un ricercatore del Caltech, usando filamenti di Dna, riesce ad ottenere nano-mappe del continente americano o faccine sorridenti della dimensione di 100 miliardesimi di millimetro.

Se rimane quindi (con buona pace della mia genitrice) tutto da provare che l’arte sia nel Dna, non v’è alcun dubbio che ormai, di pieno diritto, il Dna sia entrato nell’arte.