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Un nuovo lettore si aggira per il web

di Antonio Sofi

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29

Mag

2006

Come cambia il giornalismo tra blog, aggregatori e industria dei contenuti? Ha provato a rispondere un convegno che si è tenuto il 26 maggio scorso alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana

Dalle finestre della sala convegni della Federazione Nazionale della Stampa Italiana entra copioso un sole analogico e generone, riverberato dal vicino Tevere e dai marmi di Castel Sant´Angelo. Sotto le stesse finestre – per fortuna, si sospira – enormi rumorosissimi condizionatori sollevano sbuffi d´aria gelata e digitale. Il clima finale prodotto da questa mediazione analogico/digitale è perfetto: né troppo caldo, né troppo freddo. Un segnale per la discussione che verrà? Si spera. «C´è, nel giornalismo italiano, una sorta di strana rimozione. Si parla poco del rapporto tra giornalismo professionale e nuove forme di comunicazione in Rete», così Pino Rea, animatore del sito Libertà di stampa Diritto all'informazione, apre l´incontro Tutti giornalisti? Il giornalismo fra blog, aggregatori e industria dei contenuti. L´appuntamento ha l´obiettivo di mettere a confronto l´analogico mondo del giornalismo professionale e quello della pratica digitale bloggante (direbbe De Kerckhove) – con accademici a far da pacieri. Una ammirevole novità nello scenario italiano, in perenne colpevole ritardo rispetto ad analoghe iniziative che da tempo si organizzano oltreoceano. Meglio tardi che mai, comunque. D´altronde «parlarsi è molto meglio che non parlarsi», nota Massimo Mantellini subito dopo il convegno.

Fino a poco tempo fa, infatti, giornalisti e blogger si sono limitati ad annusarsi da lontano e guardarsi in cagnesco. Ancora oggi, a dirla tutta, il digrignar di denti supera, seppur di poco, lo scondinzolar di code. Da una parte e dall´altra. Una contrapposizione più immaginata che reale, che in molti ormai reputano inutile e poco produttiva. Ma la questione rimane: la crescita della dilettantesca blogosfera è un guanto di sfida all´ultimo sangue al giornalismo professionista? O una opportunità per innovare logiche, regole e pratiche di una professione che deve confrontarsi, tra le altre cose, con un lettore modificato geneticamente - che, grazie ai blog, può scrivere e conversare senza intermediazioni?

Paolo Serventi Longhi, segretario della Fnsi, non risponde direttamente: «La Rete ha reso difficile delimitare le funzioni del giornalismo, è vero. Ma questo non significa dare al giornalismo un´accezione onnicomprensiva. Chi comunica una propria opinione o un fatto sentito e riferito attraverso le forme più diverse non è e non può essere definito un giornalista. Il problema è che nel definire precisamente un giornalista, alla fine, non ci soccorrono né le leggi, inadeguate, né i contratti di lavoro». Una chiusura piena di problemi, peraltro complicata dalle varie forme di precariato della professione, più volte evocate. Tutti giornalisti, nessun giornalista? Meglio parlare dei lettori.

«È radicalmente cambiato il mercato della lettura: readership o lettorato sono termini che non ci aiutano a descrivere la situazione attuale», spiega Mario Morcellini, preside di Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma. Rispetto al passato «l´informazione non è più funzione diretta della partecipazione alla sfera pubblica, né un potere delegato ad un altro. È un potere gestito in diretta: i soggetti vogliono essere i giornalisti di sé stessi». A prima vista un´apertura ai blog. Ma Morcellini socchiude subito la porta: «Il risultato è che ognuno si sente un “columnist”. E spesso questa voglia di essere editorialista non è sostenuta da una conoscenza del mondo: è semplicemente uno che gioca, vive la figura, senza esserlo nei contenuti».

Forse meglio guardare al futuro. Per Enrico Pulcini, fondatore di Infocity, il futuro del giornalismo online passa necessariamente da «strategie di “narrowcasting” rivolte a piccole nicchie, a pubblici ben definiti. Miriadi di magazine ben targettizzati si rivolgeranno ad altrettante nicchie tematiche di lettori specializzati. Questo vorrà dire redazioni minime ed auto-editoria - nonché infocommerce, la vendita di informazione specializzata on demand». I nanopublisher (non citati) saranno contenti.

Massimo Mantellini, collaboratore di Punto Informatico, ricorda le iniziali incomprensioni tra i due mondi: «da una parte i blogger hanno spesso fatto le pulci “a prescindere” all´informazione tradizionale; dall´altra il giornalismo professionale ha spesso raccontato la blogosfera in maniera insoddisfacente – per esempio con il riferimento generalizzato ai diari adolescenziali». Il punto, continua Mantellini, è la presenza di una nuova opinione pubblica monitorante che attraverso i blog dà un minuscolo segno di sé: «per queste persone il concetto di autorevolezza è cambiato radicalmente. C´è in Rete una tale quantità di fonti e di possibilità di dialogare con esse che l´autorevolezza conosciuta fino a ieri, quella che proviene dall´alto, è diventata una specie di residuo preistorico. Oggi i giornali non possono più dire “l´ho detto io” e aspettarsi che tutti gli credano, la fiducia va conquistata giorno per giorno, anche attraverso una vera apertura ai contributi di chi legge».

Per Carlo Sorrentino, docente della facoltà di Scienze Politiche dell´Università di Firenze, siamo di fronte ad un processo evolutivo del giornalismo che è in corso da tantissimo tempo e che la Rete ha avuto il merito di mettere sotto gli occhi di tutti: «da sempre la negoziazione giornalistica ha interessato “ordinatori professionisti” e “ordinatori dilettanti”. Prima erano nettamente separati: da un parte vi erano coloro che per professione mettevano in ordine i fatti, quasi esclusivamente giornalisti; dall´altra quei leader d´opinione che interpretavano i fatti ad uso e consumo della propria cerchia di conoscenze». Oggi, con i blog, questa distinzione rischia di saltare «perché il luogo in cui l´ordinatore dilettante dice la sua è lo stesso di quello professionista, ovvero Internet; gli strumenti a disposizione e il pubblico potenziale quasi gli stessi». La sfera pubblica, continua Sorrentino, ne risulta irrimediabilmente ridefinita: «siamo passati da una società fondata sulle grandi narrazioni (ovvero gerarchica e verticale), a una società fondata sulle grandi conversazioni (ovvero orizzontale e relazionale) – in cui la fiducia viene data sulla persona e non sul marchio, sul contenuto e non sulla forma di distribuzione».

Anche Giuseppe Granieri, autore di Blog generation, si interroga su come l´enorme e differenziata offerta informativa di Internet abbia cambiato la natura del fruitore di informazione: «in quanto lettore, il mio problema non riguarda più unicamente il ruolo e le funzioni di una sola categoria, ovvero i giornalisti professionisti, prima l´unica investita del compito di ordinatore della realtà. Oggi il mio problema è come avere velocemente accesso all´informazione che sto cercando, che mi soddisfa, che posso facilmente verificare». Trovare l´informazione giusta non è facile sui media tradizionali, spesso è un incontro fortunato, del tutto casuale. In più «non è assolutamente competitiva rispetto a quella che posso trovare in Rete, dove spesso posso attingere direttamente alle opinioni degli esperti, o ai racconti di prima mano dei testimoni». Il giornalismo professionale, non più monopolista dell´informazione, ha però molti margini di manovra: «Non certo sulle news, che non sono più risorsa scarsa nel mondo digitale. Ma sulle views, ovvero la produzione di opinioni competenti, nonché la capacità di ordinare in modo professionale le tante informazioni differenziate».

Concorda Marco Pratellesi, responsabile del Corriere.it. Occorre ripensare il ruolo del giornalismo alla luce di un nuovo pubblico attento e attivo che abita la Rete e che spesso non legge i giornali cartacei: «Dopo dieci anni in cui tutti si sono interrogati su come passare dalla carta ad internet, è ora il momento di interrogarsi su come tornare in modo intelligente da internet alla carta». Cosa potrebbe salvare la carta stampata? Le soluzioni proposte sono in parte un ritorno al passato: «limitare i desk e rimandare i giornalisti per strada, a fare il loro mestiere. Reportage, inchieste, investigazioni, approfondimento – un tipo di lavoro che consentirebbe ai giornali di avere un prodotto nuovo e originale, appetibile anche per il nuovo pubblico della Rete, che le semplici news le hanno già lette, sentite o viste altrove». Si è sempre detto che l´online è complementare alla carta, «ora bisogna iniziare a dire che anche la carta è complementare all´online. A far circolare lettori, contenuti e strategie, in modo tale che quel pubblico nuovo che sta nascendo sulla Rete non sia domani completamente disinteressato a quello che può fornire il giornale di carta».

Conclusioni? Facili: un nuovo lettore si aggira per il web. Grazie ai blog attraversa i territori di caccia del giornalismo professionale. È esigente perchè informato, vuole conversare perché scrive – e viceversa. Ormai non è più solo un lettore, ma anche un produttore di informazioni, persino un editore: sovvenziona infatti con la sua attenzione (e magari in futuro con un modello di retribuzione basato sul dono) l´attività delle fonti che sceglie e di cui si fida. La vera sfida per il giornalismo professionista è capire le esigenze di questo nuovo lettore digitale. Che gli piaccia o no, sarà sempre più anche il suo lettore – non solo quello dei blog. L´unica è aprirsi e conversare: in fondo parlarsi è davvero sempre meglio che non parlarsi.