Brainstorm

Blogger e cyber-dissidenti senza frontiere

di Bernardo Parrella

thumbnail

06

Ott

2005

Reporters Without Borders ha diffuso un’apposita guida per aggirare la repressione governativa

"Spesso i blogger sono gli unici veri giornalisti in quei Paesi dove i media mainstream subiscono censura o pressioni. Sono i soli a fornire notizie indipendenti, rischiando di dar fastidio al governo e talvolta anche l’arresto... Poiché consentono e incoraggiano le persone comuni a farsi sentire, i blog sono uno strumento portentoso per la libertà d’informazione".

Questo il senso che ha ispirato la realizzazione del "Manuale per blogger e cyber-dissidenti" da parte di Reporters Without Borders, con il parziale finanziamento del Ministero degli Esteri francese. Presentato al recente Apple Expo di Parigi, l’opuscolo di quasi 90 pagine è disponibile anche online, per ora in Cinese, Arabo, Persiano, Inglese e Francese. Uno strumento prezioso per stimolare e tutelare la libera circolazione delle idee nell’era digitale, un percorso che nonostante tutto in molti Stati porta ancora con sé una buona dose di repressione e censura. È quello che tuttora succede, ad esempio, in Iran, Cina o Nepal, i cui report sul dissenso politico o su violazioni dei diritti civili escono allo scoperto soltanto grazie a blogger coraggiosi, e non di rado anonimi o sotto pseudonimi. Basti ricordare il recente episodio di Arash Sigarchi, giornalista iraniano condannato a 14 anni di galera per aver ripetutamente criticato l’attuale regime nel suo blog.

Non a caso la guida illustra a dovere le tecnologie migliori per superare i filtri governativi, pur invitando gli autori a verificare la severità delle pene previste nel caso si venga beccati. Oltre a fornire dritte per restare anonimi al massimo, sfruttando le flessibilità tecniche disponibili per adeguarsi prontamente a necessità e situazioni specifiche. Ovviamente non mancano i consigli per i cyber-giornalisti alle primi armi: cos’è un blog e come va impostato, in che modo nascondere le proprie tracce e quali servizi scegliere, come pubblicizzarlo al meglio tra i search engine e creare un’adeguata credibilità basata sui principi etico-professionali. "Con un po’ di buon senso, convinzione e soprattutto scegliendo gli strumenti migliori, il blogger può superare ogni censura", scrive nell’introduzione Julien Pain, responsabile della sezione Internet Freedom all’interno di Reporters Without Borders. Aggiungendo che pur se "non tutti i blogger hanno i medesimi problemi, essi sono comunque in prima linea nella lotta per la libertà d’espressione".

Il manuale si spinge fino a interessare i vari livelli di paranoia individuale, suggerendo tra l’altro l’uso di cyber-cafe diversi da cui inserire i messaggi o il ricorso a sofisticati software di crittazione per le e-mail. Chiarendo comunque come tali consigli non intendano "favorire terroristi, truffatori o pedofili che usano Internet per commettere dei reati." Viene quindi scelto il sistema messo a punto da Civiblog come traccia generale per le questioni più squisitamente tecnico-operative, mentre la sfera etico-professionale viene efficacemente delineata da Dan Gillmor, affermato giornalista californiano che ha abbandonato la carta stampata per dedicarsi a progetti non-profit online (Grassroots Media). Presto detti i principi base a cui occorre aderire onde crearsi seguito e credibilità:  trasparenza, indipendenza, accuratezza, obiettività e completezza dell’informazione.

Altra parte vitale del volume è senz’altro quella riservata ai casi personali, le storie di singoli individui alle prese con la censura nei propri Paesi. Vengono proposti brevi interventi diretti da Germania, Bahrain, USA, Hong Kong, Iran, Nepal. Si seguono così in prima battuta le esperienze di cyber-giornalisti che hanno promosso i diritti civili e umani, hanno mantenuto le promesse per quelli che sono morti o hanno spezzato il monopolio governativo sulle news. Quest’ultimo è il caso di Chan’ad Bahraini (nome fittizio), il cui blog è nato come "strumento per discutere e analizzare pubblicamente gli eventi del Bahrain nel suo passaggio verso la democrazia", scardinando così l’informazione ufficiale da sempre sotto il diretto controllo statale. Senza contare comportamenti palesemente repressivi, quale l’arresto dei tre moderatori di Bahrainonline.org nel febbraio scorso. Oppure, spiega il professore statunitense Jay Rosen ideatore del noto PressThink, il blog inteso come tentativo per "scoprire le conseguenze nel mondo risultanti dal tipo di stampa che abbiamo oggi". O ancora, insiste Yam Sham-Shacketon da Hong Kong, come megafono globale per "non dimenticare il 16. anniversario del massacro di Piazza Tiananmen a Pechino nel 1989".

A chiudere il "Manuale per blogger e cyber-dissidenti" arriva infine una classifica sui generis, quella dei campioni mondiali della censura: al primo posto ancora la Cina, seguita a ridosso da Iran e Cuba, anche se come si è visto non mancano certo gli esempi in altri Paesi. A riprova purtroppo del fatto che, nonostante Internet e la globalizzazione, c’è ancora parecchia strada fare per abbattere gli steccati e le frontiere che limitano la libera circolazione dell’informazione.