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Un'esposizione di opere d'arte contro il copyright

di Annarita Gili

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19

Giu

2003

Un'associazione di artisti ha organizzato un'esposizione itinerante di opere d'arte nelle quali vengono raffigurati marchi e loghi in versione parodistica, con l'obiettivo di denunciare gli eccessi della legislazione a tutela del marchio e del diritto d'autore, a danno della libertà di espressione

Illegal Art è un'esposizione itinerante - attualmente in giro per gli Stati Uniti - organizzata dalla rivista Stay Free, con il sostegno di Internet Archives e riunisce una trentina di artisti contemporanei, soprattutto nordamericani, che si appropriano senza remora di loghi, marchi depositati e opere protette dal copyright, per denunciare e criticare l'onnipresenza dei marchi e il materialismo della nostra società, al fine di sensibilizzare il pubblico ai problemi che sorgono dalla protezione del diritto d'autore.

Alcune di queste opere, in realtà, sono costate agli artisti una citazione in giudizio o minacce di procedimenti giudiziari, da parte delle imprese direttamente o indirettamente oggetto di satira, sebbene la giurisprudenza americana consideri legittimo, in linea generale, l'utilizzo a fini parodistici o a scopo di critica delle opere protette dal copyright.

Per quanto riguarda i marchi depositati, trattandosi di opere d'arte, le imprese americane non possono invocare la normativa in materia di contraffazione, ma possono accusare l'artista di arrecare, con la sua creazione, un pregiudizio alla reputazione del loro marchio.

Nei rari casi in cui vengono intrapresi procedimenti di questo genere, però, i tribunali tendono quasi sempre a pronunciarsi in favore dell'artista, in nome della libertà d'espressione garantita dal primo emendamento della Costituzione americana.

Nonostante ciò, essendo la legge piuttosto vaga, molto spesso le imprese ricorrono all'intimidazione, minacciando gli artisti di perseguirli se non rinunciano a esporre le loro opere parodistiche.

Inoltre, poiché il più delle volte non ci sono i mezzi finanziari per assicurare agli artisti una difesa adeguata, molti di questi sono costretti a chinare il capo e a cedere alle minacce, evitando di creare opere che potrebbero essere oggetto di contestazione.

Malgrado tutto, alcuni artisti resistono. Ad esempio, Tom Forsythe - un artista dello Utah, che fotografa le famosissime Barbie, in pose suggestive all'interno di alcuni elettrodomestici, con l'intento di denunciare una "cultura del consumismo che fomenta materialismo e sessismo" - accusato dalla Mattel per violazione del diritto sul marchio, ha deciso di difendersi in giudizio, con l'aiuto dell'ACLU (American Civil Liberty Union) - una ONG dedicata alla difesa delle libertà individuali - vincendo la causa, nell'agosto del 2001. La Mattel ha proposto appello, ma, al momento in cui si scrive, la causa non è ancora conclusa.

E' stato anche creato un comitato di sostenitori di Tom Forsythe sul Web: il Creative Freedom Defense Fund, che difende la libertà di creazione contro la crescente censura esercitata dalle grandi imprese contro gli artisti che fanno arte attraverso la satira dei prodotti tipici della società moderna.

Tra le opere presenti in rassegna, alcune sono sfuggite alle minacce di azioni giudiziarie o, forse, all'attenzione delle imprese interessate che, probabilmente, hanno preferito evitare una pubblicità negativa.

L'esposizione - che sta girando un po' tutte le più grandi città degli Stati Uniti e che è visitabile on line sul sito di Illegal Art - presenta anche due opere anonime di hackers incorporanti il codice DeCSS (che permette di infrangere la misura di protezione anti-copia dei DVD).

Queste opere, come molte altre non esposte in questa rassegna, nascono dalla protesta di numerosi hackers che hanno deciso di diffondere sotto forma di opere d'arte il codice in questione, per protestare contro la pronuncia di un giudice americano che, nel 2001 aveva condannato per violazione del Digital Millenium Copyright Act (DMCA) la rivista "2600.com" che, per prima, lo aveva pubblicato.

Quest'ultima legge americana, infatti, fin da quando è stata adottata, nel 1998, ha sollevato numerosi problemi e proteste poiché - impedendo di eludere tutti i meccanismi di protezione dei dati digitali - sopprime, di fatto, il principio dell'uso legittimo, a fini personali o d'insegnamento, di un'opera protetta da sistemi anti-copia.