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La terza via per la distribuzione dei contenuti digitali

di Alberto Mari

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12

Giu

2001

Il modello Napster e il modello DRM si contrappongono in modo apparentemente inconciliabile nella discussione sulla distribuzione lecita e illecita dei contenuti digitali. Dimenticando che esiste una terza via

Il paradigma della distribuzione incontrollata dei contenuti digitali è Napster. Il peer-to-peer è ormai additato come spauracchio per tutti coloro che desiderano entrare in modo profittevole in questo mercato. Dall'altro lato della battaglia, i meccanismi DRM (Digital Rights Management) allo studio oggi e in via di diffusione si concentrano prevalentemente sulla protezione totale dalla copia. Il contenuto, sia esso testo, immagine, video, audio, viene protetto in modo che solo chi l'ha acquistato (o comunque è in possesso di un diritto di lettura) possa accedervi. Tuttavia, per attivare questa protezione occorre costruire intorno ad esso una serie di vincoli estremamente pesanti.

Un libro elettronico commercializzato mediante meccanismi di DRM, in genere può essere consultato solo dall'acquirente, magari letto solo sul suo computer, o dal supporto su cui è memorizzato. Si tratta di qualcosa di molto diverso e vincolante rispetto al tipo di libro a cui siamo abituati. Tuttavia, ci dicono le grandi software house, se non vogliamo che l'editoria corra il rischio di essere "napsterizzata" come la musica, dobbiamo correre subito ai ripari facendo uso di tecniche DRM.

Ma quando si parla di pirateria dei contenuti, che cosa si intende? Esiste una importante distinzione, che ha fatto sentire il suo peso anche durante l'approvazione della nuova legge sul diritto d'autore. Si tratta della distinzione tra duplicazione di opere dell'ingegno per uso personale e loro diffusione abusiva.

Una copia per uso personale (e qui possiamo far rientrare anche amici e conoscenti) di un CD o una fotocopia di un libro sono sì reato, ma tollerate agli effetti pratici. Questo perché l'impatto economico che hanno sull'editore o produttore discografico è minimo e non giustifica meccanismi di controllo capillare. Anzi, alcune teorie sostengono che il mercato della copia domestica consenta una maggiore circolazione delle opere volta a favorire poi il loro stesso commercio. Di sicuro tale meccanismo ha avuto effetti estremamente positivi nel mondo del software: la circolazione di versioni "piratate" di pacchetti software anche particolarmente costosi (per esempio AutoCAD) è sempre stata in qualche modo tollerata dagli stessi produttori, in quanto ha permesso di aggredire alcuni mercati, come quello universitario, particolarmente utili per il bacino di utenza che possono offrire, anche a lungo termine.

La definizione di uno standard software come AutoCAD non può non passare da una sua diffusione di massa presso il pubblico che, una volta entrato nel mondo professionale, dovrà farne maggior uso. Se uno studio di architettura può permettersi di investire alcuni milioni per una copia originale del software è anche perché i suoi associati hanno avuto per anni la possibilità di utilizzare gratuitamente tale software.

L'altra forma di pirateria dei contenuti, ovvero la distribuzione abusiva di opere dell'ingegno, ha un impatto diverso sul mercato. L'uscita di videocassette quando i film sono ancora nelle sale, la distribuzione illecita di CD senza bollino SIAE sono tutte attività il cui effetto "promozionale" sul prodotto è minimo, mentre prevale il profitto a danno dell'editore o produttore. La nuova legge sul diritto d'autore ha fatto un tentativo di porre questa distinzione per quanto il confine tra le due forme di pirateria non sia poi così netto.

Quando i contenuti sono esclusivamente digitali, tale distinzione ha ancora senso? E se sì, come possono i meccanismi di DRM aiutare gli editori e i produttori ad affrontare correttamente questo mercato?

Secondo Andreas Pfeiffer, editor di un importante Report sulle tendenze e tecnologie emergenti la tecnologia DRM ha un grosso difetto: si concentra principalmente sugli usi illegali del materiale protetto da diritti, trascurando in modo imperdonabile tutti i consumatori onesti. Ovvero, i meccanismi di protezione dalla copia messi a punto per impedire la nascita di una Napster Community anche in campo editoriale, rendono i contenuti digitali scomodi, di difficile accesso e utilizzo, e quindi di scarso interesse per il consumatore.

La tecnologia DRM, infatti, si pone come obiettivo la protezione dei contenuti da qualsiasi forma di copia, ignorando l'importante distinzione che abbiamo visto più sopra. Interessante, invece, sarebbero meccanismi che non impediscano la copia bensì solo la distribuzione illecita. O, meglio ancora, che scoraggino tale distribuzione attivando meccanismi di protezione più blanda. Facciamo un esempio. La fotocopia di un libro a uso personale è difficile da impedire. D'altra parte meccanismi di distribuzione illecita delle fotocopie sono abbastanza scoraggiati dal rapporto sfavorevole costi/benefici: nella maggior parte dei casi il libro fotocopiato avrebbe un costo paragonabile al prodotto originale.

Dal momento che la copia di oggetti digitali non ha virtualmente alcun costo, occorre che i meccanismi di dissuasione siano di natura diversa. Supponiamo di aver acquistato un e-book che porta indelebilmente impresso il numero della nostra carta di credito, su tutte le pagine. Forse potremmo fidarci a passarne una copia al nostro migliore amico, ma sicuramente esiteremmo un po' prima di diffonderlo a macchia d'olio su Internet. Oppure, anche senza pubblicare dati così riservati, probabilmente saremmo restii a far circolare liberamente anche soltanto il nostro nome e cognome, soprattutto in associazione a un atto di pirateria intellettuale.

Vale la pena riflettere se i meccanismi di DRM siano effettivamente l'unica strada percorribile per una corretta tutela della proprietà intellettuale, oppure se non possano rivelarsi un boomerang, generando diffidenza nel pubblico verso l'acquisto di contenuti elettronici in generale.