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	<title>Apogeonline &#187; YouTube</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Chi gioca col mio bisogno di essere connesso</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 06:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Amy Winehouse]]></category>
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		<description><![CDATA[La celebrazione collettiva e pubblica della morte di Amy Winehouse, ultimo di una serie di casi emblematici, diventa in rete un'occasione redditizia per persuasori nemmeno troppo occulti che ottengono facilmente la nostra complicità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dietro la morte di una celebrità si consuma sempre un lutto mediale nella nostra civiltà caratterizzata dalla cultura di massa. Tanto più quando i fan e i curiosi hanno la possibilità di essere connessi. La celebrazione mondiale della morte di <a href="http://www.tecnoetica.it/2009/06/29/michael-jackson-le-reazioni-dei-social-media-alla-morte-di-unicona-pop/">un’icona pop come Michael Jackson</a> ce lo ha già mostrato. Non poteva essere diversamente per la scomparsa di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Amy_Winehouse">Amy Winehouse</a>. Bastava leggere i tweet a lei dedicati e osservare le giornate in cui è stata trendingtopic su Twitter. Oppure guardare i profili Facebook che si riempivano di link a YouTube che condividevano le sue canzoni, tra versioni ufficiali e video dei concerti o le <a href="https://www.facebook.com/pages/RIP-Amy-Winehouse/256585924356188">pagine dedicate al lutto</a>. Ma nell’epoca del <em>social web</em> e delle strategie di marketing che sfruttano le connessioni emotive occorre seguire qualche traccia apparentemente collaterale.<span id="more-6419"></span></p>
<h5>Ricorda, compra</h5>
<p>Come <a href="http://www.blogherald.com/2011/07/26/microsoft-apologizes-for-amy-winehouse-down-load-tweet/">il Tweet di Microsoft attraverso l’account @tweetbox360</a> che, sull’onda emozionale della notizia, recitava: <em>«Ricorda Amy Winehouse scaricando l&#8217;innovativo &#8216;Back to Black&#8217; di Amy Winehouse su Zune». </em>Si è scatenata un’immediata reazione di retweet con commenti ironici del tipo «stay classy» o «candidato al più stupido tweet del giorno» che ha costretta Microsoft ai ripari scusandosi pubblicamente: «Apologies to everyone if our earlier Amy Winehouse ‘download’ tweet seemed purely commercially motivated. Far from the case, we assure you». Non era marketing, solo affetto reale (sic!).</p>
<p>Oppure prendete iTunes che ha messo in home page una foto commemorativa della cantante, che ha aperto una <a href="http://itunes.apple.com/it/artist/amy-winehouse/id13125609">sezione dedicata</a> e che ha visto diventare in poche ore <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Back_to_Black">Back to Black</a> l’album più venduto, contribuendo certamente, nelle ore immediatamente successive alla morte, all’aumento delle vendite complessive di <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/25/Back_Black_piu_scaricato_Internet_co_9_110725008.shtml">37 volte</a> il già venduto. Un luogo, l’Apple Store, per attrarre le pulsioni celebrative da esaurire in un acquisto e nell’ascolto sul proprio lettore, perfetto esempio del significato ultimo dell’economia delle emozioni.</p>
<h5>Tributi tempestivi</h5>
<p>Ma troviamo anche forme più sottile – ed efficaci, nella loro banalità – nello sfruttare la velocità emotiva di chi cerca notizie e approfondimenti online. Su Facebook, ad esempio, abbiamo visto <a href="http://www.onlinesocialmedia.net/20110724/sickening-facebook-scams-already-following-amy-winehouse-death/">partire una bufala</a> &#8211; vogliamo chiamarla truffa? – in cui si promette di vedere un «video trapelato! Amy Winehouse si fa di Crack  poche ore prima della morte» e che, seguendo il link, conduce alla compilazione di un sondaggio: ogni persona che compila sono un po’ di soldi per la società che gestisce il questionario online. Il discorso, se vogliamo, vale anche per i tributi tempestivi da vendersi online, <a href="http://hipsterrunoff.com/altreport/2011/07/mia-exploits-death-amy-winehouse-releasing-mp3-abt-her-death.html">come l’MP3 del brano “27” della cantante M.I.A.</a> che, lei sostiene, è stato scritto prima della morte di Amy anche se non l’ha mai fatto ascoltare a nessuno ma che, evidentemente, ha trovato il momento giusto per essere lanciato. Come sintetizza Valerio Mariani su <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/gtecnologia.asp?ID_blog=87&amp;ID_articolo=221&amp;ID_sezione=158">La Stampa</a>:</p>
<blockquote><p>C’è un male in questa speculazione? Non lo sappiamo, ognuno ha la sua opinione. Ma certo è che “grazie” al web chi può guadagnarci qualcosa dalla morte di Amy Winehouse è una varietà di aziende e privati molto più ampia della ristretta cerchia dei discografici che già si stanno fregando le mani al pensiero della pubblicazione dell’album postumo. Anche questa è web democracy?</p></blockquote>
<h5>È la normalità</h5>
<p>Così possiamo scandalizzarci, trovare che si sia superato il limite, pensare a come le logiche economiche sfruttino le emozioni di noi utenti nei modi più subdoli. Oppure provare a riflettere un po’ più a fondo e accorgerci che questa è la normalità nel web sociale oggi. Fuori da ogni ipocrisia: dobbiamo riconoscere che quando  lo sfruttamento economico (online) cui ci troviamo davanti – quello evidente della morte di una celebrità – ci sembra essere così eclatanti o quando le ingenuità del marketing – vedi <em>l’indelicatezza</em> di Microsoft – mostrano il lato oscuro, ci sentiamo quasi rassicurati dalla nostra indignazione, come a dire “questa è un’eccezione”. Invece, pur con intensità diversa, è la norma. L’intreccio indissolubile fra contenuti emotivi generati dagli utenti, ricerca di approfondimenti di news e strategie di marketing sulle emozioni connesse è la nostra quotidianità di abitanti della rete.</p>
<p>Vediamo l’evento quando è macroscopico, quando sembra toccare maggiormente la nostra sensibilità circa il cinismo del mercato, ma in realtà accettiamo ogni giorno di frequentare una miscela potenzialmente esplosiva fra messa in pubblico connettiva dei nostri bisogni di informazione e intrattenimento, loro tracciamento e trattamento sempre più automatizzato e conseguente soddisfacimento attraverso offerte sempre più mirate e precise che si presentano all’interno della nostra rete di relazioni sociali online, come emergessero spontaneamente.</p>
<h5>Tensione emotiva</h5>
<p>Così una celebrazione collettiva e pubblica online del dolore diventa funzionale al mercato. Il fatto che la piccola truffa del sondaggio online su Facebook collegata al presunto video di Amy Winehouse che fuma crack sia in queste stesse ore prodotta anche in relazione alla ricerca di contenuti su Oslo (<a href="http://tg24.sky.it/tg24/spettacolo/2011/07/25/video_trappola_norvegia_amy_winehouse_scam.html">leggiamo</a>: «Circa un utente al secondo è stato infettato da un messaggio fraudolento che promette di far vedere l’esplosione di Oslo da una telecamera a circuito chiuso») o che lo fosse quando la news del giorno riguardava Fukushima, la dice lunga sul rapporto tra masse online, tensione emotiva da soddisfare attraverso informazioni che vengono dalla nostra rete di relazioni sociali connesse sul web e possibilità di sfruttamento a fini commerciali dei nostri comportamenti in rete.</p>
<p>I persuasori oggi non sono poi così occulti e la nostra complicità viaggia attorno al bisogno di essere connessi. Aprire gli occhi su questa normalità ci porterà a non indignarci solo una volta ogni tanto.<em></em></p>
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		<title>Islanda, la nuova Carta in crowdsourcing</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/07/11/islanda-la-costituzione-in-crowdsourcing</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 06:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Una nazione da ricostruire fin dalle regole che legittimano e disciplinano il potere, quale migliore occasione per sperimentare forme di apertura e partecipazione al passo con i tempi?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fino a qualche anno fa dell’Islanda si sapeva molto poco: più vicina alla Groenlandia che al resto d’Europa, la piccola isola era conosciuta più che altro per la natura e qualche cantante indipendente. Negli ultimi anni le cose sono cambiate a causa del collasso dell’economia dello stato islandese, strettamente legato alla corruzione nel sistema bancario e nella finanza in generale: l’avvicinamento all’Europa e agli Stati Uniti è stato tristemente immediato. La popolazione islandese, tuttavia, sta cogliendo meglio di chiunque altro le opportunità che la necessaria ricostruzione di una società porta con sé. Il passo più recente è la collaborazione attiva col Parlamento nella scrittura di una nuova costituzione per lo stato: la prima costituzione in crowdsourcing costruita passo dopo passo dai cittadini sui social media.<span id="more-6169"></span></p>
<h5>Partecipazione</h5>
<p>Il processo di stesura della nuova <em>Charta</em> è iniziato circa un anno fa, con la convocazione di un forum nazionale dove un migliaio di persone selezionate casualmente si sono riunite per discutere la creazione del nuovo documento (l’attuale costituzione islandese è di fatto una trasposizione quasi pedissequa di quella della Danimarca, da cui l’Islanda si separò nel 1944). L’assemblea nazionale ha prodotto un documento di circa 700 pagine che è diventata la base per il lavoro di un gruppo ristretto, una sorta di assemblea costituente, composta da 25 persone elette con voto popolare. A partire da aprile, questo “consiglio” ha iniziato a lavorare sugli articoli e a pubblicarne le bozze (dopo approvazione di gruppi locali)<a href="http://stjornlagarad.is/"> su un apposito sito</a> e <a href="https://www.facebook.com/Stjornlagarad">su una pagina Facebook</a>, dove tutti hanno la possibilità di commentare quanto viene prodotto.</p>
<p>La partecipazione avviene anche nel lavoro quotidiano, tramite <a href="https://twitter.com/Stjornlagarad">Twitter</a>, <a href="http://www.youtube.com/stjornlagarad">YouTube</a> e <a href="http://www.flickr.com/photos/stjornlagarad">Flickr</a>: foto, video e comunicazioni continue da parte dell’assemblea creano molteplici occasioni di comunicazione e stimolo all’impegno dei cittadini. Il testo finale sarà pronto per la fine di luglio e verrà sottoposto ad approvazione popolare tramite un referendum: in questo modo l’intero percorso si sarà svolto in costante contatto con la cittadinanza e sottoposto ad approvazione. Come si arriva a realizzare un’idea del genere? Certo, l’Islanda è un Paese con livello di alfabetizzazione informatica tra i più elevati al mondo, questo è un fattore cruciale nel garantire alto (e sofisticato) livello di partecipazione. Ma la storia recente di una nazione che ha trovato il riscatto nella trasparenza  passa attraverso alcuni eventi fondamentali e un nome che abbiamo imparato a conoscere bene: Wikileaks.</p>
<h5>Trasparenza</h5>
<p>L’organizzazione ha giocato infatti un ruolo fondamentale nello smascherare la corruzione del sistema islandese ed è diventato un alleato del governo che &#8211; dopo fortissime proteste della popolazione &#8211; ha deciso di intraprendere un nuovo corso nella gestione della cosa pubblica. Julian Assange, fondatore e volto di Wikileaks, ha poi iniziato a lavorare come consulente del governo islandese nella realizzazione di una legge nota con l’acronimo Immi: la <a href="http://immi.is/Icelandic_Modern_Media_Initiative">Icelandic Modern Media Initiative</a>, un disegno di legge bipartisan con l’obiettivo di far diventare l’Islanda un rifugio per giornalisti, attivisti e chiunque venga ostacolato nell’espressione della propria libertà di parola. La Immi garantirà una serie di vantaggi in termini di protezione delle fonti e detenzione dei dati (vantaggi di cui Wikileaks per prima potrebbe essere beneficiaria, ad esempio). Il progetto, che ha già portato l’Islanda sotto i riflettori della stampa internazionale, dovrebbe diventare legge a metà del 2012.</p>
<p>«Per me è chiaro che una nuova costituzione può essere prodotta solo con la partecipazione diretta del popolo islandese», ha dichiarato il Primo Ministro Johanna Sigurdardottir. La strada per il recupero della fiducia verso le istituzioni è ancora lunga, però: non è detto che tutto questo coinvolgimento riesca effettivamente a recuperare il rapporto di una popolazione che ha perso tutto e che si sente tradita con la classe dirigente che ha consentito il collasso del Paese. La via della trasparenza, dicono gli osservatori, è però sicuramente quella da percorrere. Probabilmente l’unica in grado di aiutare i cittadini a reinventare una società che abbia il loro contributo come elemento fondante.</p>
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		<title>La fretta di Agcom mette a rischio il web italiano</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 06:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[La rete è in subbuglio per gli inediti poteri di contrasto alla pirateria che stanno per essere consegnati all'autorità governativa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La linea dura che Agcom sembra intenzionata a perseguire, contro i siti accusati di facilitare la pirateria, espone internet a vari rischi. È questa l’<a href="http://www.facebook.com/notes/alessandro-gilioli/e-una-porcata-vogliamo-fare-qualcosa/10150248244597230">opinione comune</a> di tutti gli esperti che si sono espressi a riguardo, oltre alle associazioni che hanno lanciato la protesta, tramite <a href="http://sitononraggiungibile.e-policy.it/">Sitononraggiungibile</a>. Questo sito è stato bloccato da un attacco informatico che ha fatto gravi danni, a conferma di quanta tensione c’è da entrambe le parti della barricata. Il polverone della protesta, il desiderio e forse la necessità di gridare più degli altri sono nemici però della comprensione razionale. Rischia insomma di sfuggire il problema di fondo: che cosa rischia davvero il web italiano e perché? Perché una delibera che, a detta dei fautori, andrà a colpire solo i siti e i contenuti che danneggiano il copyright &#8211; bloccandone l’accesso dall’Italia &#8211; viene accusata da tanti esperti di essere una forma di censura di internet?<span id="more-6089"></span></p>
<h5>Il cuore del problema</h5>
<p>Non è un passaggio logico scontato. Agcom e l’industria del copyright (ai cui interessi guarda la delibera) potrebbero avere gioco facile a convincere i molti che l’azione è limitati a siti «della stregua di The Pirate Bay». È la tesi ribadita da Enzo Mazza, presidente della Federazione industria musicale italiana. Il quale inoltre <a href="http://saviano.blogautore.repubblica.it/2011/06/27/se-lagcom-censura-il-web/?ref=HREC2-7">cita</a> leggi a supporto del diritto di Agcom a intervenire in materia. In realtà il punto da mettere a fuoco non è tanto l’oggetto del contendere (la pirateria), quanto le modalità. Che sono tali da esporre a rischi la libertà di espressione e di accesso a informazioni diverse dalla pura e semplice pirateria. Ad oggi c’è solo un <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=5413">testo provvisorio</a> della delibera<a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=5413"></a>, ma l’idea che circola in queste ore è che quello definitivo sarà uguale nella sostanza e sarà approvato prima dell’estate, dopo 15 giorni di consultazione pubblica. Molto in fretta, quindi.</p>
<p>Ed è proprio la fretta il nodo della questione. Su questo concordano Guido Scorza e Fulvio Sarzana, avvocati esperti di diritto in rete (il secondo è promotore di Sitononraggiungibile). Le premesse sono tali da lasciare pensare che fretta e superficialità potrebbero caratterizzare non solo la nascita ma anche l’applicazione della delibera. «L’Agcom riceverà le segnalazioni e non le vaglierà perché non ha il tempo e il modo», dice Sarzana. Ha risorse contingentate e non è previsto che aumentino per espletare i nuovi compiti assegnati dalla delibera. Una spia di questo c’è nel testo della bozza, dove si legge che «l&#8217;Autorità si auspica che tutto diventi automatico». L’Hadopi ha mandato 400.000 lettere agli utenti colti a fare pirateria. Nel caso di Agcom, si tratta di siti, il che non è meno complesso. «Il diritto d&#8217;autore non è la pedopornografia o le scommesse online. Per decidere quello che è lecito o quello che non è lecito ci vuole del tempo e della serenità di giudizio e bisogna conoscere gli strumenti della rete, altrimenti ad esempio il blocco Ip oscurerà siti che non c&#8217;entrano assolutamente niente», aggiunge.</p>
<h5>Con la scusa del copyright</h5>
<p>Potranno finire nel mucchio, insomma, tanti siti che con la pirateria non c’entrano niente. Alcuni perché sono stranieri e quindi Agcom non può facilmente ottenere da loro che rimuovano singoli contenuti “pirata”. Oscurerà quindi il relativo Ip (misura descritta nella bozza di delibera). Il rischio sostanziale è che gli italiani non riusciranno a vedere siti esteri leciti e magari anche con informazioni utili, solo perché sullo stesso Ip oscurato. Sui siti italiani, invece, Agcom può fare oscuramenti più chirurgici. Qui il rischio, forse più remoto, è quello indicato da Scorza: con la scusa del diritto d’autore, bloccare video di denuncia che usano spezzoni di filmato o musiche coperte da copyright. Oscuramenti sommari (per faciloneria o malafede) già ci sono adesso, del resto. Figuriamoci quando il compito passerà dalla magistratura (con i suoi tempi e garanzie) ad Agcom.</p>
<p>Ultimo caso, Mediaset ha scritto a YouTube dicendo che c’erano due video “pirata” sul canale dell&#8217;Unione Nazionale Consumatori. Video di qualche minuto tratti da Le Iene e Striscia la notizia nel quale il suo segretario generale parlava di alcune truffe ai danni dei consumatori). Ebbene, dopo una procedura di <em>notice and take down</em> super veloce (due giorni), YouTube ha cancellato l’intero canale dell&#8217;associazione, con tutti i video anche autoprodotti. Senza dare possibilità di replica. La libertà d’espressione è già messa in pericolo dalla faciloneria delle piattaforme internazionali di hosting; rendere sistematici gli oscuramenti per volontà di Agcom può solo peggiorare le cose.</p>
<h5>Come andrà a finire?</h5>
<p>Agcom probabilmente andrà avanti lo stesso. È fortemente intenzionata a farlo, come dimostra la <a href="http://daily.wired.it/blog/banda_stretta/2011/05/06/nuove-norme-agcom-contro-la-pirateria-via-il-tutore-degli-utenti.html">rimozione</a> del solo commissario che poteva rischiare di allungare i tempi e di battagliare sul testo della delibera. La battaglia però andrà avanti, al Tar del Lazio ed eventualmente a Bruxelles. Sarzana e Scorza sono convinti che la delibera, in questi termini, non ha fondamento giuridico. Per vari motivi. Il decreto Romani dà ad Agcom il potere di fare un regolamento solo sui fornitori di servizi media audiovisivi e non anche sui siti privati; il procedimento che Agcom vorrebbe adottare è privo di una copertura normativa, secondo i due avvocati. Il decreto legislativo 70 dà infatti alle autorità il potere di vigilanza, non quello di intervenire con provvedimenti quali l&#8217;inibizione dei siti web che spettano sempre e solo alla magistratura, come ha chiarito la Corte di Cassazione nel caso The Pirate Bay.</p>
<p>Il decreto Urbani dà espressamente questo compito al dipartimento di Pubblica Sicurezza presso il ministero dell&#8217;Interno e non all&#8217;Agcom. Insomma, è ancora una volta il procedimento che Agcom vorrebbe adottare il succo del problema: è fonte dei rischi per la libertà di espressione ma anche offre il fianco per far bloccare la delibera. Sempre che il governo non cambi le leggi con un decreto, per dare copertura normativa ad Agcom, oltre quanto già iscritto nel Romani. A fronte di tali questioni, gli avversari della delibera (tra cui c’è anche Paolo Gentiloni del Pd) mirano a spostare in Parlamento il dibattito su una revisione della tutela del diritto d’autore online.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Misurare la modernità con i matrimoni reali</title>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2011 06:30:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Potevamo noi ignorare il principesco sì di William e Kate? Assolutamente sì. Tuttavia abbiamo deciso di parlarne lo stesso, a modo nostro. Le grandi cerimonie mediali, infatti, hanno il pregio di raccontare qualcosa sulla società e sugli strumenti che usa per raccontarsi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È stato il matrimonio del secolo e una grande cerimonia mediale. Non possiamo formulare ipotesi precise circa i rapporti di causa ed effetto, e quindi chiederci se a farne una narrazione mediale siano stati l&#8217;attesa e gli elementi favolistici (il Principe che sposa la contadinella, diventata nella modalità una giovane donna della borghesia) oppure piuttosto gli stessi media, con la loro capacità di racconto e di coinvolgimento emotivo del pubblico. Si tratta comunque di un fenomeno mondializzato: settecentocinquanta milioni di telespettatori attraverso le televisioni di più di settanta paesi. Come ha sintetizzato durante la cerimonia l&#8217;arcivescovo di Canterbury, c’erano «tutti gli ingredienti di cui sono fatte le favole».<span id="more-5493"></span></p>
<h5>Non sembra ieri</h5>
<p>All&#8217;epoca del matrimonio tra Carlo e Diana, era il 29 luglio 1981, in Francia esordiva il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Minitel">Minitel</a>, il protocollo Tcp/Ip e la parola internet sarebbero arrivati l’anno dopo. Le cerimonie mediali erano celebrate (principalmente) attraverso un unico schermo, quello televisivo, e il pubblico era collegato attraverso la visione solitaria e condivisa delle immagini veicolate nell’etere (convenzione linguistica di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Etere_%28fisica%29">un mezzo che non esiste</a>). Le nozze tra il Principe William e Kate Middleton poggiano invece su una strategia cross mediale che trova nella rete un elemento non solo di inevitabile propagazione di contenuti, ma anche strategico nella preparazione e costruzione di notorietà dell’evento e nel coinvolgimento dei pubblici. Eventi come questo <a href="http://www.usatoday.com/life/people/2011-04-29-royal-wedding-social-media_N.htm">superano per attesa ed efficacia</a> i risultati delle “audience attive” del web:</p>
<blockquote><p>Le conversazioni sul matrimonio reale nei social network hanno superato quelle su terremoto e tsunami giapponese e della rivolta del popolo in Egitto. Da Webtrends: 911.000 tweet correlati al matrimonio sono stati monitorati negli ultimi 30 giorni. Si tratta di circa 30.000 al giorno e rappresenta il 71% di tutti i social media monitorati dalla società di <em>web</em><em> analytics</em> […] Twitter ha conteggiato 1,7 milioni di tweet per il momento in cui il principe William e Kate Middleton, il Duca e la Duchessa di Cambridge, sono stati dichiarati marito e moglie. Si tratta di circa 13.000 tweets al minuto.</p></blockquote>
<p>A questo va associato un comportamento di fruizione dei pubblici che comincia a essere sempre più multischermo. Consideriamo, ad esempio, che il 59% degli americani utilizza contemporaneamente tv e internet: possiamo così capire meglio perché le strategie di messa in relazione di web e televisione diventino sempre più centrali per una <a href="http://mashable.com/2011/04/28/royal-wedding-media-second-screen/">esperienza mediale che diventa a due schermi</a>. Marco Ghuneim, Ceo dell’agenzia di marketing e social media <a href="http://translate.googleusercontent.com/translate_c?hl=it&amp;sl=en&amp;tl=it&amp;u=http://www.mashable.com/tag/trendrr&amp;rurl=translate.google.it&amp;twu=1&amp;usg=ALkJrhi3iEOVVynXK-ip6ssnPWxfobsLCg">Trendrr</a>, spiega che:</p>
<blockquote><p>il tuo grafo sociale è fatto di persone in cui credi, quando raccomandano qualcosa è molto facile che tu dia un’occhiata. Il web sociale agisce quindi come un imbuto nel quale le raccomandazioni di un amico producono un effetto  tune-in tra tv e online in tempo reale.</p></blockquote>
<h5>Subito dopo Lady Gaga e Justin Bibier</h5>
<p>In questo modo se, come <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703367004576289140783981856.html">sostiene il <span style="text-decoration: underline;">Wall Street Journal</span></a>, quattrocento milioni di persone hanno aspettato l’evento online, queste sono servite come elemento strategico per arrivare a coinvolgere i circa due miliardi di telespettatori previsti. Per non parlare del sistema dell’informazione: <a href="http://latimesblogs.latimes.com/technology/2011/04/royal-wedding-abc-news-twitter-look-to-curate-chatter-on-prince-william-and-kate-middletons-big-day.html">l’accordo tra ABCNews e Twitter</a> è rappresentativo di questo connubio. L’attesa per un coinvolgimento massiccio del pubblico online ha fatto sì che Twitter si sia preparato all’evento <a href="http://www.huffingtonpost.com/2011/04/27/twitter-biz-stone-preps-royal-wedding-servers_n_854535.html">dedicando un server apposito</a> a “Wills &amp; Kate”, server posizionato subito sopra a quello di Lady Gaga e ai tre riservati a Justin Bieber. È servito, ad esempio, a gestire il quasi 5% dei tweet mondiali che nella giornata delle nozze conteneva il tema Royal Wedding, con commenti principalmente benevoli. Ce lo potevamo aspettare, d’altra parte <a href="http://mashable.com/2011/04/26/royal-wedding-social-media-sentiment/">la sentiment analysis sui tweet</a> che ha accompagnato l’evento aveva interpretato l’umore osservando gli status: il 46% di tweet positivi, il 43% neutrali e solo il 12% negativi. Tra questi ultimi, nella <em>top tweet</em>, troviamo un graffiante (e sessista) attacco ironico sintetizzato da <a href="http://yfrog.com/h0jwhupj">un’immagine, da non mostrare ai minori</a>, con questo commento: «If this is any indication of how the Royal Wedding went down, I&#8217;m thoroughly disappointed in my decision to sleep in!».</p>
<p>Anche la Casa Reale ha considerato il web un canale strategico di comunicazione, utilizzando un approccio multi piattaforma per soddisfare la fame di informazioni, promuovere la diffusione di contenuti contemporaneamente rispettosi del protocollo e che fossero interessanti per essere condivisi, e per promuovere un’immagine della monarchia più “adatta” ai tempi. In questo senso il racconto della cerimonia – e il suo sottotesto – è stata gestito attraverso un <a href="http://www.officialroyalwedding2011.org/">sito ufficiale</a> (ovviamente <a href="http://www.facebook.com/TheBritishMonarchy">anche su Facebook</a>): dalla <a href="http://www.officialroyalwedding2011.org/blog/2011/March/22/The-Wedding-Carriages">storia della carrozza che verrà utilizzata per portare gli sposi</a> tra le ali di folla alla <a href="The%20Master%20of%20the%20Household%27s%20Department%20prepares%20for%20the%20Royal%20Wedding">video intervista che fa backstage alla preparazione del banchetto reale</a>. Attraverso il sito è poi possibile partecipare al matrimonio da invitati mediali, facendo una donazione per sostenere una delle cause che la coppia di sposi ha individuato:</p>
<blockquote><p>Prince William and Miss Catherine Middleton have created a charitable gift fund to help celebrate their wedding. The fund will focus on assisting charities which support the five causes chosen by the couple. These causes are close to their hearts and reflect the experiences, passions and values of their lives so far. Having been touched by the goodwill shown to them since their engagement, they have asked that anyone wishing to send them a wedding gift consider doing so in the form of a donation to the fund.</p></blockquote>
<p>E ancora: la diretta streaming <a href="http://www.youtube.com/user/TheRoyalChannel">sul canale YouTube della monarchia</a>; <a href="http://www.flickr.com/photos/britishmonarchy/tags/rw2011/">l’album su Flickr della British Monarchy</a> che presenta le foto ufficiali alla Rete: <a href="http://www.flickr.com/photos/britishmonarchy/5671725703/">The Duchess of Cambridge</a>, con una Kate che saluta dalla carrozza che ha ottenuto 42.327 visualizzazioni mentre <a href="http://www.flickr.com/photos/britishmonarchy/5672234290/in/photostream">The Official Royal Wedding photographs</a>, foto corale dei due sposi con vari bambini nella Sala del trono, ne ha avute 222.382.</p>
<h5>Copertura e controllo dell’evento</h5>
<p>Collaborazione tra media mainstream e social newtork. Centralità bifocale tra schermo televisivo e del computer (o del proprio dispositivo<em></em> mobile preferito). La cerimonia mediale si fa diffusa, non si limita, come per Carlo e Diana, a richiedere di collocarsi di fronte al monitor tv. Entra con facilità negli uffici, nei mezzi di trasporto in movimento, nella quotidianità del momento in cui accade, agganciandosi alle nostre vite, spesso attraverso il suggerimento sussurrato dai nostri <em>friend</em>. Non era possibile muoversi attraverso i propri contatti su Facebook, Twitter, FriendFeed o altro senza sentirne parlare, senza leggere dell’attenzione ai dettagli (il vestito di lei, i cappellini delle invitate, il coloro giallo canarino scelto dalla Regina…), senza farsi perturbare da conversazioni serie o semiserie, senza cadere nei giochi o nelle critiche: senza partecipare all’evento. Sì, anche voi che scrivevate su uno status update che non ne potevate più del matrimonio di quei due o che non lo avreste certo guardato in televisione, stavate partecipando alla costruzione dell’evento. È difficile sottrarsi al fascino della comunicazione, soprattutto quando la visibile e connessa in pubblico così.</p>
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		<title>Se i tweet sono pesci, come cambia il pescato</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 07:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[123VivaAlgeriaNew]]></category>
		<category><![CDATA[Arab Revolution]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Luca De Biase]]></category>
		<category><![CDATA[RaiNews]]></category>
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		<description><![CDATA[La vita che scorre sotto gli occhi dell'umanità connessa negli spazi dell'informazione condiziona e arricchisce l'informazione. Ma in che modo la cambia?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Muoversi nel mondo dell’informazione da produttori significa oggi sempre di più confrontarsi con una pluralità di fonti ad accesso diretto che consentono di trattare gli accadimenti secondo la dimensione temporale dell’istantaneità e dell’immediatezza comunicativa. L’impressione è che la realtà si comunichi mentre accade e che sia possibile accedere ai fatti grazie a una loro pubblicazione costante online. La mediazione della rete diventa immediatezza di accesso al mondo. Passiamo così, anche nella realtà professionale di chi tratta informazione, dal collo di bottiglia delle agenzie di selezione e verifica («riceviamo un’Ansa») a un flusso indistinto di possibili (probabili?) fonti a cui accedere direttamente, un flusso che attraversa la rete e da cui pescare, di tanto in tanto, qualcosa.<span id="more-5373"></span></p>
<h5>Basta pescarlo</h5>
<p>Noi, lettori ad esempio, possiamo pensare che vengano pescati i pesci più grossi e pregiati, pronti a solleticare il palato dell’informazione grazie al fatto di essere trattati da cuochi esperti (i professionisti dell’informazione). In realtà dovremmo forse immaginare un contesto un po’ diverso in cui chi pesca sta lì sulla sua nave che non è esattamente attrezzata per affrontare quei fondali e quel tipo di pesca, ma che è fiducioso del fatto che sotto le onde vi siano banchi di pesci pronti a farsi pescare e che quello pescato sia, comunque, rappresentativo della sua specie e di quello che resta sott’acqua invisibile agli occhi. Basta pescarlo, intanto, poi la cottura andrà un po’ fatta assieme al lettore.</p>
<p>E via quindi di pezzi costruiti <em>a partire da</em> o <em>contornati di</em> un tweet, un video caricato su YouTube, un post, una foto condivisa online. Unica cautela: mettere un asterisco (talvolta solo metaforico) che rinvia alla scritta “da verificare”. In questo semplice gesto c’è una chiamata di responsabilità del lettore nella costruzione dell’informazione: in qualche modo viene lasciata a lui la gestione finale dell’incertezza, è stato avvertito. Come <a href="http://www.ahref.eu/it/ricerca/le-grandi-domande/come-evolve-il-concetto-di-qualita-nellinformazione/come-evolve-il-concetto-di-qualita-nellinformazione">scrive Luca De Biase</a> riassumendo una posizione molto comune a chi tratta la realtà dell’informazione in Rete: «La funzione di filtro qualitativo, nell&#8217;epoca analogica, era affidata a pochi grandi &#8220;custodi&#8221; del sapere: editori, università, autorità culturali. Oggi, in un contesto in cui tutto si pubblica senza troppe difficoltà, quella stessa funzione si svolge nel momento della fruizione dei contenuti».</p>
<h5>Il pescato come dato</h5>
<p>E questo è indubbiamente vero. Resta da capire cosa accade quando anche le strutture di mediazione, che esprimono una differenza in termini di potenziale di potere in qualità di nodi significativi nella produzione dell’informazione, trattano come dato il frutto del “pescato”. Prendete <a href="http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2011/04/20114921821599558.html">questo articolo sugli scontri a Tahrir Square al Cairo</a> che si apre con una fotografia che mostra un ragazzo ferito al braccio sinistro che si fa fotografare da cellulari. Sotto l’immagine c’è una scritta che recita:</p>
<blockquote><p>Twitter user @AhmedMorsy07 posted an image of a man who said he had been beaten by the army [TwitPic].</p></blockquote>
<p>La vita dei singoli, la microstoria, diventa così evento quando si cala nel flusso della Rete e viene pescata per diventare Storia. È evidente che quelle immagini (post, video ecc.) sono già pubbliche nel momento in cui vengono diffuse online, ma è solo il trattamento dei media di massa e dei professionisti che le rende “un evento”, la sintesi di ciò che sta avvenendo, un dato la cui rilevanza va oltre la singola vita.</p>
<h5>Il pescato sul bancone</h5>
<p>Oppure prendete <a href="http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=22839">un video come quello caricato nel flusso del sito di RaiNews sull’aggressione dei manifestanti in Siria</a>, che viene semplicemente presentato con la scritta: «Il video mostrerebbe feriti a seguito di un assalto della polizia in una moschea di Deraa». <em>Mostrerebbe</em>. Si tratta di un video che proviene dal canale <a href="http://www.youtube.com/user/123VivaAlgerieNew">123VivaAlgeriaNew</a> di YouTube, canale Arab Revolution, che contiene quindi già una selezione di filmati girati spesso, come questo, amatorialmente da manifestanti. Eppure la formula deve essere dubitativa: “mostrerebbe”.</p>
<p>Ci troviamo così spesso di fronte a una selezione che risponde all’urgenza informativa (trattare i fatti mentre avvengono e “far sapere”) lasciando che l’opzione di filtro sia sintetizzata in una formula dubitativa. Dobbiamo così imparare a far valere le nostre competenze e riconoscere anche noi “il pescato” per distinguere sul bancone dell’informazione cosa farci cucinare.</p>
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		<title>Lo vedi, a nascere in una società iperconnessa</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/03/02/lo-vedi-a-nascere-in-una-societa-iperconnessa</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 07:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[FriendFeed]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Neri]]></category>
		<category><![CDATA[maternità]]></category>
		<category><![CDATA[paternità]]></category>
		<category><![CDATA[sala parto]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>
		<category><![CDATA[YouTube]]></category>

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		<description><![CDATA[Famiglie che condividono la propria esperienza in uno spazio inedito tra pubblico e privato, bimbi che twittano prima di saper parlare, parenti taggati nei video del parto. È il collasso delle categorie consuete o una nuova via alla produzione di senso?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In un’epoca caratterizzata da una stretta relazione fra dinamiche di comunicazione interpersonale e di massa ci sono momenti in cui l’evoluzione dei modi in cui comunichiamo noi stessi creano strappi, cesure, si mostrano per la loro differenza rispetto al passato. Da un punto di vista estetico ed etico. Uno dei luoghi in cui osservare questa dinamica è la coppia in quel momento di passaggio narrativo e costruzione della propria identità che è rappresentato dalla nascita di un figlio.<span id="more-5095"></span></p>
<h5>Famiglie taggate</h5>
<p>Abbiamo assistito alla diffusione su YouTube di video che raccontano momenti intimi come <a href="http://www.youtube.com/watch?v=bcvfO2kEN4o">quello in sala parto</a> e ci siamo abituati ai racconti di coppie che hanno esplorato il loro stato di genitorialità accostando all’album di famiglia, con gli scatti fotografici più significativi della loro condizione mutata, gli album pubblici e condivisi su Flickr in cui parenti (spesso taggati), amici e conoscenti connessi hanno potuto commentare i micro eventi quotidiani (la poppata, il cambio dei pannolini). Il tutto in stretta relazione con un’idea del rapporto tra pubblico e privato della famiglia che ridefinisce i suoi confini rispetto a quella moderna che ci eravamo costruiti. È attraverso i modi che abbiamo di abitare la rete che queste pratiche si normalizzano, cominciano a essere considerate un modo del nostro racconto connesso, tra piccole polemiche che si spengono poco dopo e qualche allerta per le forme che riteniamo più forti, come ad esempio <a href="http://www.youtube.com/verify_age?next_url=http%3A//www.youtube.com/watch%3Fv%3DXgk-bVd91wc">un video sul momento del parto</a>.</p>
<p>Ma le possibilità espressive possono spingersi anche oltre, trasformando la narrazione oltre la dimensione metaforica di un racconto che abbiamo sempre fatto (fare foto e video) anche se diffondendolo in modi nuovi. È così che possiamo osservare in questi giorni il <a href="http://twitter.com/#%21/tommasoneri">canale Twitter di un neonato</a> – 12 giorni e una manciata di tweet per ora – gestito dai suoi genitori. Uno di questi è <a href="http://www.macchianera.net/">un blogger di provata esperienza</a>, sgomberiamo quindi il campo immediatamente dal dubbio di scarsa capacità riflessiva e diamo per scontato la consapevolezza dell’agire e la volontà di costruire questo racconto. Anche se dovessimo pensarlo semplicemente come uno scherzo giocato alla comunità di amici in Rete, perché le risposte avute sono comunque identificative dei modi di pensare che abbiamo e proprio lì nel luogo in cui viviamo connessi gli uni agli altri. Così sappiamo che il bimbo viene allattato (dettagliatamente: Tommaso Nursed (6mn Left, 7mn Right), prende latte in polvere (Tommaso drank 20 ml of mellin 1), dorme (Tommaso slept (34mn) e via dicendo.</p>
<h5>La consapevolezza del pupo</h5>
<p>Eppure <a href="http://ff.im/yZx2R">l’annuncio su FriendFeed </a>non ha trovato solo i consensi degli amici del padre, ma ha dato vita a un dibattito acceso. Qualcuno scrive «poro regazzino madonna. Mai capito che gusto ci sia a rendere i propri figli estensioni dei propri profili sui social network. &#8211; <a href="http://friendfeed.com/laurafujiko">Laura Fujiko</a>» o «spero l&#8217;abbiate preso solo per presidiare il nomecognome e lo teniate vuoto per rispetto alla sua libertà di espressione. se a 15 anni scoprissi che mia madre ha twittato firmandosi me, m&#8217;incazzerei a bestia. &#8211; <a href="http://friendfeed.com/machedavvero">machedavvero</a>». Ed è vero, oscilliamo fra il bisogno di comunicarci in un momento di cambiamento e felicità della nostra vita, come in questo caso, e i diritti (non solo digitali) del nuovo nato.</p>
<p>Finché, come nei linguaggi della modernità, tutto resta fra le mura domestiche (anche allargate), nella scrittura di quaderni che cercano di memorizzare i giorni e gli avvenimenti, nel conservare in scatole chiuse cordoni ombelicali e dentini da mostrare agli amici, nel produrre video e foto di bimbi intenti nelle loro <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Deiezione">deiezioni</a>, tutto va bene. Ha a che fare con l’ambito della vita privata, con l’intimità che condividiamo in modo controllato con chi ci pare. Ma questi stessi modi di costruire la nostra memoria e di mostrarci quali forme assumono in un’epoca in cui la sovra-esposizione diventa spesso un modo normale di raccontarsi? E cosa accade nel momento in cui la nostra identità online viene costruita dai nostri genitori prima della nostra consapevolezza connessa?</p>
<h5>Pubblico/privato</h5>
<p>Alcuni pensano, in effetti, sia meglio la forma del blog, magari privato, come metodo di memorizzazione digitale di quei contenuti che una volta sparsi su supporti diversi: «Personalmente trovo un blog personale (su server privato) molto carina come idea (per mia figlia ho fatto così): alla lunga si stratifica il materiale e quando sarà grande avrà una traccia storica che noi non abbiamo mai avuto. Magari le farà schifo, magari le piacerà, ma intanto c&#8217;è. Sono contrario, invece, a pubblicare materiale sui social così, youtube compreso, che si arrogano diritti e proprietà che manco voglio a stare a discutere, quando sarà grande deciderà, intanto ha tutto privato. &#8211; <a href="http://friendfeed.com/fearandil">Fearandil</a>». Forse una differenza, allora, sta nei contenuti e nel senso che attribuiamo. Nel fatto che, ad esempio, questo sia, per ora, un diario asettico della quotidianità del neonato (dormire/mangiare), con qualche strizzatina d’occhio agli amici più intimi.</p>
<p>Perché allora “in pubblico”? Intanto va detto che è <em>in pubblico</em> in quanto <em>pubblicato</em>, ma non possiamo considerarlo come se fosse l’equivalente di uno spot passato sulle Reti Rai. Lo conosci perché il padre ne dà notizia nella sua rete – allargata, certo – di amici e quindi può arrivare anche a te. Ecco, è lì per i <em>friend</em>, per quello che oggi i <em>friend</em> sono – amicizie in senso molto allargato, dai lettori egli amici intimi senza soluzione di continuità– per chi nella sua vita professionale o di intrattenimento è esposto in una realtà semi-pubblica, quella della rete, dipendente dai vincoli imposti dai settaggi di privacy che creiamo. Ed è lì perché una nascita è una novità che vuoi urlare ai quattro venti e oggi non ti rendi nemmeno conto di quanta voce disponi essendo connesso: «qui c&#8217;è davvero qualcuno che trova sorprendente e sociopatico che due neogenitori siano così innamorati della loro creatura da volerla spammare in ogni dove? come se fosse una novità introdotta dall&#8217;internet? &#8211; <a href="http://friendfeed.com/thomasmorton1">thomas morton</a>».</p>
<h5>Una società confessionale?</h5>
<p>Oppure ha semplicemente ragione <a href="http://www.ibs.it/code/9788842084440/bauman-zygmunt/consumo-dunque-sono.html">Zigmunt Bauman</a> quando scrive che «quella in cui viviamo è una società confessionale: una  società che si distingue per aver cancellato la linea che separava il privato dal pubblico e trasformato in virtù e in obbligo l’esibizione pubblica del privato, spazzando via dalla comunicazione pubblica tutto ciò che non si possa ridurre a confidenza privata e chiunque rifiuti di confidarsi». Ed è una visione che spesso serpeggia condivisa. Una visione corretta se pensiamo le cose come se fossimo ancora legati all’idea di “pubblico” della modernità e se vedessimo come una “confessione” ogni racconto privato che facciamo in pubblico. Oppure possiamo semplicemente pensare che la dimensione pubblica e privata sono collassate e che ci troviamo di fronte a un punto di non ritorno che chiede di rivedere le categorie attorno cui ragioniamo. E pensare, ad esempio, che anche la genitorialità viene vissuta sempre di più nelle forme della connessione perché anche in queste produce <em>senso</em> oggi, per lo stesso motivo per cui le tematiche riferite all’infertilità vengono riversate in blog personali e discusse in forum aperti.</p>
<p>La nostra abitudine a mettere pubblicamente a tema fatti anche privati dipende non solo dal fatto che la sovra-esposizione comunicativa rappresenta un cattivo costume dei tempi, ma una mutazione che ci porta a fare società in modi diversi.</p>
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		<title>Tunisia ed Egitto, il web fa la rivoluzione?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/31/tunisia-ed-egitto-il-web-fa-la-rivoluzione</link>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 07:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alaa Abd El Fattah]]></category>
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		<description><![CDATA[La rivoluzione non la fanno il web, i social network e i blog. Ma una consapevolezza visibile forse sì]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il fermento di umanità connessa che osserviamo in questi giorni, in Tunisia e in Egitto, ha la tragicità e il coraggio di chi vuole trasformare la propria voce pubblicata in opinione pubblica. Una opinione che non si fonda più nell’immaginario pubblico costruito dalla stampa e dalla televisione di un Paese che, probabilmente, non riesce a dare visibilità a un dissenso diffuso, che non riesce a rappresentare un malessere condiviso. Allora i cittadini provano a rappresentarlo da soli e ad auto-organizzarsi attorno alle possibilità che la rete, oggi, rende disponibili.<span id="more-4835"></span></p>
<h5>Relazioni visibili</h5>
<p>Rete non come strumento: la tecnologia, semplicemente, abilita. Piuttosto rete come luogo di visibilità delle relazioni sociali e delle vite e dell’appartenenza di queste vite a territori reali e non immaginari. Visibilità di una solidarietà sociale trasversale che viene messa in connessione e mostrata attraverso la capacità di comunicarsi delle vite connesse. Scrive Simon Tisdall su <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/jan/25/egypt-protests">The Guardian</a>:</p>
<blockquote><p>Una nuova coalizione di studenti, giovani disoccupati, operai, intellettuali, donne e tifosi di calcio connessi tra loro grazie a Twitter e Facebook ha organizzato una serie di manifestazioni in molte città egiziane.</p></blockquote>
<p>A questo va aggiunta la possibilità informativa diffusa. Non quella selezionata e “curata” dei giornalisti, non quella verificata e certificata, ma quella dettata dall’urgenza di comunicazione, che rimanda alla presa diretta sulla realtà vissuta e che passa, ad esempio, da videofonini a YouTube con istantaneità o dai gridi in piazza ai tweet. Così veniamo a vedere, ad esempio, le immagini non montate delle <a href="http://www.youtube.com/watch?v=YtTUsqra-MU">proteste egiziane con dei ragazzi che sfidano una camionetta dell’esercito</a> ri-generando l’immaginario <a href="http://www.youtube.com/watch?v=-kmBE5haPio">di Piazza Tien An Men</a>. O vediamo le informazioni nelle ore calde della situazione Egiziana fluire su Twitter con hashtag come <a href="http://twitter.com/#%21/search/%23Egipto">#Egipto</a>, <a href="http://search.twitter.com/search?q=%23egypt">#egypt</a> o <a href="http://twitter.com/#search?q=%23j25">#j25</a>, <a title="#Jan28" href="http://twitter.com/#%21/search?q=%23Jan28">#Jan28</a>.</p>
<h5>Partecipazione</h5>
<p>La rivoluzione non la fa il web. La fanno le persone, <a href="http://jilliancyork.com/2011/01/14/not-twitter-not-wikileaks-a-human-revolution/">ci ricorda Jillian C. York</a>, perché il web non è garanzia di partecipazione e azione: «I also think it’s a bit irresponsible of Western analysts to start pontificating on the relevance of social media to the Tunisian uprising without talking to Tunisians». Come <a href="http://twitter.com/#%21/alaa/status/26111913482002432">twitta Alaa Abd El Fattah</a>: «hey frigging american analysts how about we let tunisians, who actually lived what happened decide how relevant twitter and wikileaks where?». Eppure <a href="http://larica.uniurb.it/nextmedia/2011/01/%C2%ABe-una-rivolta%C2%BB-%C2%ABno-sire-e-una-rivoluzione%C2%BB/">non possiamo negare</a> che «non c&#8217;è tentativo di rivoluzione che non sia stato accompagnato da un significativo tasso di conversazione sulla rete e nello specifico su siti di social network come Facebook e Twitter». Sarà per questo che il governo egiziano nella notte tra il 27 e il 28 gennaio ha <a href="http://www.renesys.com/blog/2011/01/egypt-leaves-the-internet.shtml">chiuso l’accesso a tutta Internet</a> e sconnesso la telefonia cellulare, dopo aver oscurato e censurato martedì Twitter, e giovedì YouTube e Facebook, nel tentativo di rendere invisibile quel dissenso che al mondo stava diventando evidente e per evitare che la Rete potesse essere un modo significativo di auto-organizzazione.</p>
<p>Lo ha fatto grazie ad una legge nazionale che consente al governo di gestire la rete e attraverso la semplice convocazione dei cinque fornitori di connessione Internet che gestiscono la nazione che hanno semplicemente obbedito, con buona pace delle retoriche che <a href="http://www.mantellini.it/?p=11219">attribuiscono alla Rete il potere assoluto di evitare ogni blocco censorio e di comunicazione</a>. Non solo è stato possibile togliere la voce pubblica diretta del dissenso ma eliminare le connessioni sociali che lo mostravano e alimentavano. Resta il racconto “forte” delle televisioni, come Al Jazeera, che mostrano la crudezza degli scontri e il Cairo in fiamme. Anche qui: fuori dalla retorica di opposizione tra vecchi media generalisti e social media orizzontali, siamo di fronte a una funzione integrata nel mostrare la sfera pubblica in divenire.</p>
<h5>Il silenzio che non regge</h5>
<p>La rivoluzione non la fa il web, ma sembra passare da lì. Il silenzio fatica a essere mantenuto perché esiste una polifonia di voci che in modi diversi cercano di essere ascoltate, raccolte e diffuse pubblicamente in rete anche se non possono pubblicarsi da sole. Basta guardare all’attività su Twitter di <a href="http://twitter.com/jan25voices"><strong>jan25voices</strong></a> che rilancia con i suoi tweet informazioni raccolte in modi diversi nel tentativo di superare lo sbarramento Internet egiziano:</p>
<blockquote><p>We are using phones and other means to speak with Egyptians behind the blocked internet, tweeting their words in real time. contact: jan25voices(at)gmail.com</p></blockquote>
<p>E poi c’è il modo indiretto che si ha in rete di seguire il racconto e di costruirne uno. Un modo che è connesso e in tempo (informativo) reale. Anche questo è un lato di quanto accade in questi giorni e ci mostra una natura diversa della costruzione e fruizione dell’informazione anche nei luoghi più lontani dda quelli dell’azione. Come<a href="http://ff.im/wX9Ru"> il racconto dell’Egitto “staccato” da Internet</a> che ha lanciato in Italia Luca Alagna (aka Ezekiel) su FriendFeed e che mostra come si possano seguire accadimenti assieme ai “friend”, commentando “a caldo” ogni news che viene condivisa da una ricerca distribuita, condividendo posizioni e opinioni. Senza pretesa assoluta di equilibrio e di correttezza politica, con passione e coinvolgimento.</p>
<h5>Dietro all&#8217;impegno</h5>
<p>C’è da capire cosa ci sia dietro a forme di “impegno” come queste e di una volontà a diffondere le informazioni in questo modo e con questa passione comunicativa; e con una tensione etica che è, semplicemente, il prodotto di un riferimento a valori condivisi da parte di un gruppo connesso di persone. Se lo riconduciamo all’intreccio tra il nostro contesto informativo e una volontà partecipativa alla sfera pubblica, allora possiamo concordare con Luca Alagna – con cui ho parlato seguendo lo svolgersi degli accadimenti – che dipenda «dalla possibilità di esprimersi pubblicamente e quindi di incidere reciprocamente sulla formazione della notizia, in contrapposizione al dominio incontrastato della classica tv nazionale unidirezionale. Accanto a questo c’è la voglia di approfondimento informativo, attivata da una percezione di inadeguatezza della stampa italiana persa troppo spesso in questioni marginali o nel teatrino della politica».</p>
<p>C’è qui tutta la voglia di sperimentare una nuova dimensione dell’informazione prodotta e consumata in forma collaborativa e il fatto che la realtà delle forme aperte dai siti di social network e dall’uso connesso della rete «hanno galvanizzato i punti di contatto emotivi tra gruppi anche molto lontani e c&#8217;è un aumento di empatia che io vedo in senso positivo perché aiuta a conoscere anche chi è molto lontano o diverso da noi». Sappiamo che è così, anche se non in senso assoluto. Non sembra, ad esempio, che le vicende italiane siano riuscite a produrre nella rete forme che non andassero oltre l’esaltazione della satira e qualche sparuta indignazione di maniera, come se la spinta informativa della conversazione si esaurisse in sé, nel suo farsi.</p>
<h5>Consapevolezza</h5>
<p>La rivoluzione non la fanno il web, i social network e i blog. Però frequentarli, scoprire il modo in cui sono profondamente correlati alla nostra vita, sperimentare i modi di organizzarci attraverso essi, abituarci a pensare orizzontalmente la comunicazione, acquisire la consapevolezza dei limiti di azione ed informazione… sono tutti modi per renderci più consapevoli e far(ce)lo sapere.</p>
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		<title>Quei creativi fai-da-te che insidiano l&#8217;industria</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 06:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando una cantante all'ultimo grido vede minacciata la sua notorietà da due sconosciuti californiani. Studio intorno a un iPod decorato di strass]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo giurato, ascoltando Joe Strummer ritmare «with the trenches full of poets, the ragged army fixin&#8217; the bayonets to fight the other lines», che quando fosse venuto il tempo non avrei fatto come mio padre. Non avrei disprezzato la musica che mio figlio avrebbe ascoltato. Anzi avrei cercato di capire e, quando possibile, condividere e apprezzare i suoi gusti. Ho una lista sul mio tavolo di canzoni da caricare su un vecchio iPod decorato di strass. È di Sofia, nove anni. Shakira, Kelis, David Guetta e Lady Gaga. Addio Zecchino d&#8217;Oro.<span id="more-3195"></span></p>
<h5>Se telefonando</h5>
<p>La storia della musica procede per strappi violenti, persitenze e ritorni, incomprensioni, irrispettose manomissioni, tributi commossi e spiazzamenti che generano reazioni molto simili a quelli dell&#8217;amore e dell&#8217;odio. Ma ho giurato e Lady Gaga sia.  Non conoscendo a fondo l&#8217;opera di Lady Stefani Joanne Angelina Germanotta Gaga mi affido alla rete. La ricerca di YouTube alla richiesta <a title="lady gaga" href="http://www.youtube.com/results?search_query=lady+gaga+telephone&amp;aq=f" target="_self">Lady Gaga Telephone</a> restituisce due link che destano interesse. Uno, il <a title="lady gaga" href="http://www.youtube.com/watch?v=EVBsypHzF3U" target="_self">video ufficiale</a> insieme a Beyoncé diretto da <a title="akerlund" href="http://www.mtv.com/news/articles/1633818/20100312/lady_gaga.jhtml" target="_self">Jonas Akerlund</a> uno dei numerosi enfant prodige del mercato discografico. Nel curriculum il regista svedese ha collezionato Madonna, Christina Aguilera, U2 e diverse altre star. L&#8217;altro link, verso il fondo della pagina è rappresentato da un paio di occhi cerulei su un viso piuttosto acqua e sapone che risponde al singolare nome di Pomplamoose.</p>
<p>Trascuro per un attimo lo sguardo ceruleo e mi dedico alla fatica di Akerlund. Prima che cominci la canzone passano tre minuti. Un vero e proprio film dalla patina holliwoodiana, ambientato in una prigione americana con comparse, scenografie ed elicotteri nel cielo. Un incipit stracolmo di quel barocco contemporaneo che solo una società iperconsumista poteva immaginare. L&#8217;impressione è che sia un <a title="ambaradan" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ambaradan" target="_self">ambaradan</a> un po&#8217; sproporzionato per una canzoncina che dice «non ti sento, il telefono non prende e qui c&#8217;è casino». La canzoncina viene interrotta dall&#8217;inserimento di scene drammatizzate con protagoniste le due cantanti. Recitano con la naturalezza di due barbie un po&#8217; idiote. Ma sono sicuro che anche questo fa parte dello stile.</p>
<p>Sono certo che Akerlund abbia passato lunghe notti a spiegare alle due il senso della recitazione straniata di fronte a un Vhs sgranato dell&#8217;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=8VdeVEwgQcw&amp;feature=related">Homelette for Halmlet</a> di Carmelo Bene. Poi si ricomincia in una moltitudine di colori, inquadrature, balletti e belletti, costumi in un rutilante senso di rinfusa. Un&#8217;abbondanza che diventa paradossale quando le due accennano passi di danza intabarrate in costumi velatissimi che non fanno che impacciarle. Resisto e giungo alla fine. Che non finisce. L&#8217;autore promette un <em>To Be continued</em>. Rimango con la sazietà che prende in quei pranzi di nozze in cui cominciano a servire cappelletti panna e prosciutto alle sei del pomeriggio. Dopo un infinito corteo di antipasti.</p>
<h5>Occhi cerulei</h5>
<p>È questa la musica di mia figlia? È questo il mercato musicale al quale si rivolge? Sempre più ricco, imperante, abbondante che persino sulla rete straborda con video che sembrano colossal? Torno indietro di un clic. <a title="nataly dawn" href="http://www.youtube.com/user/pomplamoosemusic?blend=1&amp;ob=4#p/c/F125407272F3C1A4/1/2vEStDd6HVY" target="_self">Clicco sugli occhi cerulei</a>. Telephone riparte. Subito. Subito è musica. Una miscela sottile, analogica, <em>homemade</em>. La canzonetta qui dura due minuti e undici a fronte dei quasi dieci dell&#8217;opera di Askelund. Protagonisti <a title="pomplamoose" href="http://www.youtube.com/user/pomplamoosemusic?blend=1&amp;ob=4#p/c/F125407272F3C1A4/1/2vEStDd6HVY" target="_self">Pomplamoose</a>, un duo formato dalla proprietaria del ceruleo sguardo, Nataly Dawn e dal polistrumentista Jack Conte.  La tecnica è quella che Conte ha sintetizzato in due semplici regole: quello che vedi è quello che senti e se lo senti prima o poi lo vedi. Il video è  la pura rappresentazione della musica nel suo divenire. Nessuna sovrastruttura, nessuna giustificazione, solo la qualità della voce, dell&#8217;esecuzione e dell&#8217;arrangiamento. Il montaggio è fatto con niente di  più che i semplici effetti di un qualsiasi video editor freeware per filmini familiari.</p>
<p>I due attivi dal 2008 con il nome di Pomplamoose (distorsione del nome francese del pomplemo) sono tutt&#8217;altro che improvvisati. Dando un&#8217;occhiata più attenta alle loro produzioni, si scopre che la regia  dei video è sofisticata e coerente. Ambientata nella stanza della musica di casa, ogni elemento diventa significativo. Come lo sguardo della vocalist che viene utilizzato come una elemento di scena. Nel video <a title="pomplamoose" href="http://www.youtube.com/watch?v=OvYZMqQffQE" target="_self">My Favourite Things</a> è evidente come esiste una sottile regia di  sguardi che puntano in camera solo in momenti precisi. Quando si lavora con un numero minimo di elementi è necessario che ogni dettaglio sia significativo. Pomplamoose nasce e si sviluppa sulla rete. Su YouTube, che trattano con familiarità e anche un pizzico di ingenuità, come quando al fondo di My Favourite song annunciano la produzione del sapone al pompelmo fatto in casa dalla sorella di Jack. E su Itunes che li rende veramente un gruppo indie.</p>
<h5>Lontani dal personaggio</h5>
<p>Pomplamoose è solo uno dei tanti progetti al quale i due partecipano. Basta dare un&#8217;occhiata a <a title="nataly dawn" href="http://www.youtube.com/watch?v=_nqvGoeGkFk" target="_self">My Terrible Friend</a>, altro “nom de plume” di Nataly Dawn), che denota una certa libertà espressiva, lontana dalla necessità di essere personaggio. Un ottimo esempio di come si possa fare musica di qualità nell&#8217;epoca della coda lunga. Un momento nel quale le scarse risorse non solo non rappresentano un limite, ma se usate con intelligenza e qualità son una vera forza alternativa a un prodotto industriale ormai stantio e ripiegato su se stesso.  E per chi è interessato ai numeri, Lady Gaga più Beyoncé più Askelund vincono su Pomplamoose con sei milioni e settecentomila visitatori contro i quasi quattro e mezzo dei due sconosciuti californiani. Un vittoria, è vero. Ma di misura e a quale prezzo?</p>
<p>Intanto nell&#8217;iPod decorato di strass ci finiscono entrambe le versioni. Sofia capirà.</p>
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		<title>«Siamo in transizione, stiamo imparando»</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 07:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA["La questione importante non è ciò che la tecnologia sta facendo a noi, ma ciò che stiamo facendo noi con la tecnologia", dice Henry Jenkins. Una (lunga) conversazione sul mondo che cambia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Henry Jenkins, <a href="http://www.henryjenkins.org/">blogger</a>, accademico e autore di molti libri importanti (tra cui, per Apogeo, <a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850326297/scheda">Cultura Convergente</a>) è uno dei pensatori che meglio hanno accompagnato la transizione della nostra cultura al digitale. Le sue analisi, lucide e sempre storicamente argomentate, sono tradizionalmente una chiave molto interessante per interpretare il cambiamento che vediamo intorno a noi. Abbiamo fatto con lui il punto sull’evoluzione dei network e sul modo in cui il nostro quotidiano e il nostro modo di vivere si modellano intorno alla disponibilità di nuovi strumenti, che ci connettono tra noi e che ci danno accesso alla conoscenza.<span id="more-3329"></span></p>
<p><strong>Rispetto a un paio di anni fa, quando tutta l’attenzione era concentrata sul web e sui social network, oggi la trasformazione sembra tutta spostata verso l’accesso mobile. Come vedi lo scenario e la forza che stanno acquistando i recinti chiusi<em> </em> delle piattaforme?</strong></p>
<p>Innanzitutto separerei i due concetti. Non c&#8217;è nulla nel mobile computing che implichi l’utilizzo dei <em>walled garden</em>, come nell’approccio di Apple. Personalmente sono molto preoccupato dalla logica che rende alcuni tipi di siti web più accessibili di altri, soprattutto quando la decisione viene mediata da una società che dimostra di preferire siti gestiti commercialmente rispetto ai siti amatoriali. Vedo questa spinta verso l’approccio del walled garden come una preoccupazione per nulla differente da quelle sull’attacco alla neutralità della rete. In gioco ci sono gli stessi principi. Apple ha reso seducente la confezione dei contenuti per un gran numero di consumatori, mettendoli in un pacchetto nuovo e patinato che vende come una soluzione per fare le cose in modo più semplice. Come se tutto fosse più facili da usare. Ma io spero che la domanda del pubblico faccia un po’ resistenza contro questa spinta, senza per questo rallentare l’adozione del mobile, perché queste tecnologie cambiano in qualche modo alla base l’accesso e la distribuzione delle informazioni.</p>
<p>Faccio un piccolo esempio: mia moglie, quando parcheggia l’automobile, scatta una foto per ricordare dove ha parcheggiato. Questo è un uso della fotografia che sarebbe stato inimmaginabile anche solo una decina di anni fa. La fotografia diventa parte del suo processo cognitivo, una protesi per la sua memoria a breve termine. Allo stesso modo, quando discutiamo, ci basta accedere al computer portatile per confermare o correggere rapidamente le informazioni di cui stiamo parlando. E così via. Ognuno di noi ha un rapporto diverso con questi dispositivi e con le informazioni, e naturalmente anche io sono convinto che sia un grande vantaggio poterle personalizzare e scegliere quale applicazione o contenuto avere sul nostro dispositivo, in modo da dare la priorità a ciò che meglio asseconda i nostri interessi. Ma vorrei che queste decisioni fossero prese da me e non da qualche azienda.</p>
<p><strong>Nicholas Carr ha detto che Internet ci rende stupidi: lo credi anche tu?</strong></p>
<p>Nicholas Carr è uno dei più astuti e riflessivi promotori dell&#8217;idea che l&#8217;ascesa dei nuovi media comporti diverse minacce per la cultura del libro. Credo tuttavia che la discussione si stia muovendo oggi in una direzione molto più produttiva e civile. Lo stesso Carr accetta un’analogia che uso spesso, alludendo al Fedro di Platone in cui Socrate sostiene che l&#8217;adozione della lingua scritta rappresenti una minaccia per la memoria, che è centrale nella cultura orale. La realtà è che si è perso qualcosa con l’avvento della scrittura prima e della stampa poi, ma ci sono stati anche molti progressi per la conoscenza umana e  per la cultura. Sarebbe sciocco voler tornare indietro. Dal mio punto di vista, il problema delle argomentazioni di Carr è che sono costruite come un punto di determinismo tecnologico: i mezzi di comunicazione che usiamo riscrivono il modo in cui il nostro cervello funziona e, sempre secondo Carr, ci obbligano ad abbandonare vecchie competenze  che sono culturalmente valide. Io non sono d’accordo su questo, come non sono d’accordo con Stephen Johnson quando dice che <a href="http://www.anobii.com/books/Tutto_quello_che_fa_male_ti_fa_bene/9788804551201/018a4c5c8fccb310df/">tutto quello che ci fa male ci fa bene</a>. Dalle idee di Johnson, che pescano negli studi sul cervello, emerge l’idea contraria: i computer ci stanno rendendo intelligenti. Sono solo due facce opposte della stessa medaglia.</p>
<p>Per me, invece, la questione importante non è ciò che la tecnologia sta facendo a noi, ma ciò che stiamo facendo noi con la tecnologia. Le tecnologie hanno caratteristiche intrinse che che rendono alcune cose più facili da fare e altre più difficili. Ma sono anche inserite in un contesto culturale che ci rende più o meno propensi a utilizzare queste opzioni in modi diversi. Se la tecnologia non si adatta al contesto culturale, la tecnologia può essere adottata o non essere adottata, o addirittura può essere adattata per nuovi scopi. Consideriamo, per esempio, il fatto che Thomas Edison inventò il fonografo come strumento per l’ufficio: doveva essere qualcosa di simile a un dittafono. Poi lo ha provato in alcuni spettacoli pubblici, e solo alla fine abbiamo avuto l’utilizzo dell’apparato come strumento per l’intrattenimento domestico. Io sono sempre diffidente quando leggo di argomenti che partono dal presupposto che la tecnologia <em>ci ha fatto</em> fare qualcosa.</p>
<p>In ogni caso, ed è l’aspetto più importante, ci sono molte evidenze scientifiche che indicano come molti di noi stiano utilizzando la tecnologia in modi che ci rendono più intelligenti. Anche se sarebbe più preciso parlare di modi che ridefiniscono ciò che intendiamo per “intelligente”. Ho partecipato a un progetto su larga scala della Fondazione MacArthur, che aveva l’obiettivo di capire meglio come le persone stiano imparando attraverso l’utilizzo di piattaforme digitali multimediali e pratiche. Attraverso una serie di attività informali online – dai <em>fan site</em> a Wikipedia, dalla condivisione video al social networking &#8211; le persone stanno cominciando ad apprendere in modi nuovi, che migliorano la loro capacità di produrre e valutare le conoscenze e che ampliano le loro capacità di espressione. Stanno imparando a comunicare attraverso una serie di diverse forme mediali. Imparano a collaborare e a condividere la conoscenza per rispondere collettivamente a domande molto più complesse di quanto si potrebbe fare da soli. I singoli individui stanno imparando a condividere pezzi di media l’uno con l’altro, costruendo nuovi significati, lavorando insieme per filtrare il disordine e per concentrare l&#8217;attenzione sulle cose che invece hanno per loro valore.</p>
<p>Naturalmente non è una regola generale. È facile vedere anche esempi di idiozia collettiva. Non sto affermando che le “buone pratiche” rappresentino l&#8217;intera gamma di quello che facciamo online. Ma non credo neanche che le preoccupazioni di Carr rappresentino la situazione generale. Siamo in un momento di transizione, la nostra cultura sta imparando a usare nuovi strumenti e nuove piattaforme, a sviluppare nuove competenze e  nuove pratiche. Serve un dibattito rigoroso su quali davvero possano essere le pratiche migliori.</p>
<p>Per questa ragione, nella misura in cui gli scritti di Carr riescono a stimolare un sano confronto, accolgo con favore il loro contributo. Il pericolo è quello di rafforzare i pregiudizi esistenti e scoraggiare la formulazione di domande più strutturate sul valore culturale e intellettuale dei nuovi media. Certi argomenti spesso rischiano di sembrare profondamente radicati nei vecchi modi di pensare e nelle gerarchie di valore esistenti, invece di rimanere aperti alle prospettive di innovazione culturale e di scoperta collettiva che assomigliano molto alla mia esperienza quotidiana della nuova era dei media. Io ho un grandissimo rispetto per la cultura dei libri – ne ho scritti 13 e ne ho diverse migliaia nella mia biblioteca personale. Questa cultura è effettivamente a rischio e la <em>literacy</em> tradizionale può essere in pericolo. Ma il mio obiettivo è vedere crescere una cultura in cui si legge con un libro in una mano e si ha un mouse nell&#8217;altra. Una cultura in cui tutti noi abbiamo la capacità di adeguare la nostra alfabetizzazione in modo da utilizzare al meglio i media e in modo da assecondare le nostre attività.</p>
<p><strong>Come credi che cambierà l&#8217;ecosistema dell’informazione nel prossimo futuro?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Oggi come oggi sta vivendo una rapidissima evoluzione, che avviene a diversi livelli, da quello professionale a quello semi-professionale, da quello dei dilettanti a quello dei giornalisti. Per non parlare dei vari livelli globali, nazionali, regionali e iperlocali. Non c&#8217;è modo per sintetizzare in poche parole la complessità di quello che sta accadendo, ma credo che due storie di questa estate illustrino bene i numerosi punti di contatto tra tanti diversi tipi di pratiche giornalistiche.</p>
<p>Il primo esempio è il rilascio di documenti del governo degli Stati Uniti attraverso Wikileaks. È probabilmente la serie più importante di materiali fuoriusciti dai tempo dei <em>Pentagon Papers</em>, quando molte notizie erano trapelate grazie al lavoro del New York Times (e del Washington Post) durante la guerra del Vietnam. E il caso di Wikileaks è ancora  più significativo perché i documenti vengono da un&#8217;agenzia di stampa non convenzionale, che li ha rilasciati come risorse a disposizione degli altri giornalisti e del pubblico, che così possono esaminarli. È saltata la mediazione di una notizia accompagnata dal <em>reporting</em> e dall’analisi degli esperti che prendono i fatti e li inseriscono in un contesto più ampio per il lettore.</p>
<p>Il secondo esempio è la polemica sul caso di Shirley Sherrod, una burocrate di medio livello dell&#8217;Amministrazione Obama, che è diventato una pedina in una lotta di potere tra il movimento del Tea Party e la NAACP.  La vicenda si è conclusa con il licenziamento della Sherrod. In questo caso abbiamo osservato la circolazione sul web di video che sono stati decontestualizzati e ricontestualizzati da dilettanti, e successivamente strumentalizzati dalla stampa partigiana,  dai blogger più influenti fino a Fox News e ad altre agenzie di stampa in grado di creare un forte impatto sul pubblico. E la conseguenza è stata che le polemiche su un licenziamento hanno avuto molta più attenzione e copertura mediatica di una discussione su una legge importante, cui si lavorava da mesi, in grado di ridisegnare il settore finanziario americano. Ma allo stesso tempo, la Sherrod è stata in grado di correggere la falsa informazione e le manipolazioni, recuperando e diffondendo la registrazione completa del suo discorso. E anche questo è un punto che riguarda da vicino le caratteristiche intrinseche dei nuovi media.</p>
<p>Ci si può chiedere, in entrambi i casi, se l&#8217;ecologia dell’informazione stia eseguendo bene o male il proprio compito, a seconda della nostra concezione di quale sia la missione del giornalismo e di quale sia l’esigenza d&#8217;informazione dei cittadini. Ma i due esempi suggeriscono che la notizia si diffonde utilizzando schemi differenti da quelli cui siamo abituati, schemi modellati da <em>player</em> molto diversi rispetto al passato. In entrambi i casi, non possiamo capire che cosa è successo semplicemente leggendo una contrapposizione tra media vecchi e nuovi: non è così semplice, perché un processo che coinvolge varie forme di collaborazione e di critica nei diversi settori dei media.</p>
<p><strong>Gli ebook stanno cambiando profondamente l’editoria. Come immagini il futuro? E che cosa ne pensi delle forme di self-publishing che stanno emergendo?</strong></p>
<p>L&#8217;idea di una società senza carta non è sicuramente nuova. Se n’è parlato per metà del XX secolo. Il computer avrebbe dovuto preannunciare l&#8217;età dell’<em>ufficio senza carta</em>. Come è la situazione invece? Sicuramente stiamo producendo più testi, siamo stampando più documenti e copiando cose con più confusione di prima. Sospetto che ci troviamo in una fase simile, in cui alcune funzioni della stampa si sposteranno sui dispositivi digitali. Per esempio, c’è molto entusiasmo per il modo in cui le riviste possono reinventarsi con le potenzialità multimediali dell’iPad. E ci sono anche alcuni segnali che mostrano come il pubblico sia più propenso a comprare certi tipi di libri sul Kindle che non in forma stampata. In generale, il rapporto tra il pubblico e il libro a stampa è cambiato molto tempo fa. L&#8217;americano medio possiede solo due libri, ma c’è una sottocultura (a cui io appartengo) che possiede migliaia di libri. Credo che quelli di noi che amano i libri saranno i più lenti ad abbandonare dalla pagina stampata. Stiamo vivendo un periodo di riconfigurazione, che sarà caratterizzato da un sacco di esperimenti sul modo in cui accediamo alle informazioni e sullo spostamento di alcune funzioni tra i dispositivi in grado di distribuirle. Uno dei vantaggi è che c&#8217;è una nuova apertura verso la pubblicazione indipendente o verso l’autopubblicazione. Da blogger accademico devo dire che i media digitali mi permettono di condividere le mie idee con un pubblico molto più ampio di quanto sarebbe possibile con un libro, proprio a causa delle funzioni di <em>gatekeeping</em> che circondano la parola stampata. Gli editori tradizionali limitano la circolazione del mio lavoro, diffondendolo tra i lettori accademici che dovrebbero essere il target primario. Il blog invece può muoversi tra diversi tipi di pubblico e di ampliare la discussione sul mio lavoro. Il <em>self-publishing </em>può anche permettermi di distribuire le mie idee in modo più veloce, soprattutto considerando la burocrazia che rallenta la pubblicazione di un libro. Naturalmente, la crescita dell’autopubblicazione implica che la necessità di costruire nuovi sistemi sociali e nuovi modi per filtrare e valutare i contenuti. Anche questo sarà un territorio di sperimentazione nei prossimi decenni.</p>
<p><strong>Quali sono secondo te le tre tendenze più significative da seguire dopo questa estate?</strong></p>
<p>Ho sempre difficoltà a rispondere a queste domande perché io non sono un <em>trend-spotter </em>di per sé. Di solito osservo gli sviluppi a lungo termine che impattano sul modo in cui funziona la nostra cultura. Da quando ho scritto <em>Cultura convergente</em>, abbiamo visto arrivare la nascita del web 2.0, nuovi modelli di business, Twitter, Facebook e i social network. E ancora: YouTube, l&#8217;iPhone e l&#8217;iPod, Second Life e una gamma di altre piattaforme specifiche e pratiche. Tutte queste  innovazioni, però, sono parte della la stessa logica: accrescere la capacità della gente comune di partecipare in modo significativo a un processo importante, quello di modellare la produzione e la diffusione della nostra cultura. Questo è il tratto più importante che caratterizza l&#8217;evoluzione dei media nel XXI secolo. Detto questo, io credo di avere molti spunti e molte occasioni per osservare il processo di cambiamento dei media. Alcuni di questi spunti li abbiamo già citati. Vorrei aggiungerne un paio.</p>
<p>Con la fine della scorsa stagione televisiva, molte delle serie <em>cult</em> che hanno segnato la nascita della &#8220;televisione d’ingaggio&#8221; hanno terminato il loro ciclo. Lost, Heroes, 24, Ghost Whisperer, Ugly Betty, tra queste. Si tratta di produzioni che pur passando sui media broadcast<em> </em>hanno funzionato altrettanto bene, se non meglio, attraverso i canali di distribuzione alternativi. E lo hanno fatto attraverso la definizione di particolari forme di contenuto serializzato e costruendo rapporti specifici con il loro pubblico. Detto questo: che cosa succede ora? Quali saranno le nuove serie televisive contribuiranno a definire la prossima fase di &#8220;televisione d’ingaggio&#8221;? Quali rapporti si instaurano con gli spettatori? E continueranno a spingere l&#8217;industria fino a farle rivalutare i suoi sistemi di misurazione degli ascolti e di valutazione dei risultati?</p>
<p>Poi, in autunno avremo una nuova stagione elettorale negli Stati Uniti. Abbiamo visto che i processi politici sono una delle forme principali attraverso cui plasmiamo il nostro rapporto con le nuove piattaforme di comunicazione. Nelle mie ricerche ho mostrato come le tecniche che sembravano all&#8217;avanguardia in un ciclo elettorale vengano poi normalizzate nel successivo. Non c’è quindi una spinta costante verso la sperimentazione e l&#8217;innovazione. Credo che vedremo i politici che hanno assorbito l’insegnamento della campagna di Obama (e più recentemente, del movimento Tea Party) usare quelle stesse tecniche in modo tradizionale, mentre il dissenso cercherà di spingerle al livello successivo.</p>
<p>La formazione, poi, continua a essere un altro territorio chiave in cui il pubblico combatte per costruire il suo rapporto con le nuove tecnologie multimediali e per sperimentare nuove pratiche. Da un lato, l&#8217;educazione è profondamente conservatrice, e tende a resistere ai cambiamenti che hanno un impatto altrove. Ma, dall&#8217;altro, c’è una crescente consapevolezza: le pratiche esistenti spesso non rispondono più ai bisogni di una generazione che è cresciuta in una cultura di rete. In tutto il mondo, stiamo osservando tentativi di immaginare in modo diverso l&#8217;istruzione per il XXI secolo, ma c’è ancora da combattere molto contro lo status quo.</p>
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		<title>Sulle microtv online arriva l&#8217;uragano Romani</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 08:56:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le nuove regole per le web tv rischiano di compromettere un settore ancora giovane: autorizzazioni, attese, tante carte e 3.000 euro solo per iniziare. Per non parlare delle multe, che non fanno differenze tra grandi e piccoli. Scarso il margine di trattativa all'Agcom]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scade il 30 luglio la consultazione pubblica Agcom su <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=1972">nuove regole</a> destinate a cambiare il mondo delle web tv italiane. In peggio, dicono gli interessati: l’ultima <a href="http://www.femitv.tv/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=106:la-femi-risponde-alle-delibere-dellagcom&amp;catid=34:news&amp;Itemid=78">protesta formale</a> viene dalla Femi, federazione italiana delle micro web tv presieduta da Gianpaolo Colletti, già fondatore dell’osservatorio <a href="http://www.altratv.tv">AltraTv</a>. Significa che fino al 30 luglio Agcom raccoglierà i pareri di vari soggetti: «Ne stanno già arrivando, a fine settembre avremo le prime audizioni con loro», spiega Stefano Mannoni, consigliere Agcom. Dopo, l’Autorità potrebbe modificare almeno gli aspetti più criticati del nuovo regolamento, ma ci sono poche speranze che questo cambi radicalmente.<span id="more-3285"></span></p>
<h5>Il nodo della polemica</h5>
<p>Riassumiamo i termini della questione. L&#8217;Autorità garante delle comunicazioni era tenuta a trasformare in regolamento il decreto Romani che, tra le altre cose, <a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&amp;cod=11662">ha equiparato</a> le tivù sul web a quelle normali. Il decreto lasciava ad Agcom un po’ di margine di intervento, soprattutto per le norme che <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/25/decreto-romani-tanti-dubbi-interpretativi">restavano ambigue</a>. «Agcom avrebbe potuto smussare gli aspetti che nel decreto erano troppo rigidi e sfavorevoli alle web tv. Invece ha deciso diversamente», spiega Nicola D’Angelo, consigliere Agcom e uno dei due relatori della delibera che introduce le nuove regole sulla scorta del decreto (l’altro relatore è Mannoni). D’Angelo è una delle poche voci critiche all’interno dell’Autorità. Come spiega anche Giovanni Parrillo, dello studio Baker&amp;McKenzie, «nel regolamento Agcom ci sono aspetti che non erano espliciti nel Romani». In sostanza, viene accentuata l’equiparazione tra web tv e tv normali, quanto a obblighi e regole. Agcom distingue tra web tv lineari (con palinsesto) e on demand. Le prime devono chiedere un’autorizzazione e aspettare 60 giorni la risposta di Agcom, prima di partire. Le seconde invece possono limitarsi a una dichiarazione di inizio attività. Tutte sono tenute a versare 3.000 euro per iniziare e a presentare una gran mole di documenti cartacei; inoltre devono sottostare agli stessi obblighi delle tv tradizionali quanto a rettifiche e tutela dei minori. Per la rettifica subiscono insomma lo stesso destino verso cui <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/bavaglio-si-torna-in-piazza/2131430">rischiano di andare i blog</a>.</p>
<p>Che cosa sia o non sia una web tv lo dice il decreto: basta che sia a scopo di lucro oppure che faccia concorrenza alla tv tradizionale. È sufficiente che una sola di queste due condizioni sia soddisfatta, per rientrare negli obblighi previsti dal decreto. Vale quindi per le web tv con anche solo un banner. Oppure per quelle che a giudizio del ministero fanno concorrenza alla tv tradizionale. È un ventaglio molto ampio, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/18/audiovisivo-le-regole-che-scordano-le-specificita">a cui solo pochi possono sfuggire</a>. Tra gli esclusi, ci sono i siti con contenuti creati dagli utenti (tipo <a href="http://www.youtube.com">YouTube</a> e <a href="http://www.youreporter.it">YouReporter</a>). Come abbiamo potuto appurare ascoltando i pareri di numerose web tv italiane, a essere spaventate davvero sono soltanto quelle minori. Che sono anche la maggior parte, però, visto che in Italia è un fenomeno molto frammentato, con circa 5.000 web tv attive (secondo la stima Bruno Pellegrini, fondatore di <a href="http://www.theblogtv.it">TheBlogTv</a>, che fornisce piattaforme tecnologiche a molte di loro).</p>
<h5>I timori</h5>
<p>I 3.000 euro possono essere una barriera per le web tv piccolissime, quelle affidate all’entusiasmo dei volontari (come <a href="http://www.telestrada.it/">Telestrada.it</a>) o gestite da singoli nel tempo libero. Con questa norma forse non sarebbe mai nata <a href="http://www.pierodasaronno.eu">Saronno.tv</a>, ideata da un pensionato di 72 anni nel proprio condominio e ora punto di riferimento per le notizie cittadine. Il rischio di sbagliare qualcosa nel rispettare norme pensate per aziende molto più grandi scoraggia tv piccole e medio piccole. Anche le sanzioni sono infatti equiparate a quelle delle tv normali, da 15.000 a 2 milioni di euro per chi trasmette senza autorizzazione. <a href="http://www.viareggiointv.com/">Versiliaintv</a>, con 1.200 utenti al giorno, non è tra le più piccole (che ne hanno 200-300), eppure dichiara di essere in rosso e di lottare per il pareggio. Una multa anche piccola potrebbe mandare ko una tv come questa, che fa giornalismo d’inchiesta. È quanto teme anche <a href="http://www.fuori.tv/">FuoriTv</a> di Modena.</p>
<p>In alcuni casi sono spauracchio anche gli obblighi sulla tutela dei minori: «Stiamo pensando come fare. Credo che dovremo programmare un sistema automatico per mettere offline certi programmi nelle fasce orarie protette, come richiesto dal decreto», spiega Nicola Burgay, fondatore di <a href="http://www.popcorntv.it/">Popcorntv</a>, una delle maggiori web tv indipendenti (cioè non legate a emittenti tradizionali). Ha 860.000 visitatori al mese. «Dovremo assumere una persona in più solo per stare dietro alle nuove regole», aggiunge. È uno degli indizi di quanto sia anacronistico il decreto: stabilisce anche su internet, fasce orarie in cui non devono essere trasmessi alcuni programmi. Quali fasce orarie, poi? In base al fuso orario italiano?</p>
<h5>Barriera all’ingresso</h5>
<p>Si dicono più tranquilli i soggetti già consolidati, come <a href="http://www.c6.tv">C6</a> (5.000 utenti, 500.000 euro di fatturato previsto nel 2010) e <a href="http://ilfatto.tv">ilFatto.tv</a>, entrambi con notizie e inchieste. L’idea insomma è che il decreto creerebbe subito una barriera all’ingresso in un fenomeno appena nato e che sta già producendo creatività e fonti d’informazioni alternative. Molti potenziali autori di web tv si scoraggerebbero prima ancora di partire, visti i costi e i rischi; altre, già avviate ma ancora implumi, dovranno chiudere. Nessuna sorpresa: è un mercato ancora agli albori, che &#8211; tenuto conto solo dei soggetti indipendenti &#8211; potrebbe valere intorno ai 10 milioni di euro quest’anno. I soggetti italiani che indipendenti non sono, tra l’altro, finora hanno scommesso a piccoli passi sulle web tv. A differenza delle emittenti anglosassoni. <a href="http://www.rai.tv">Rai.tv</a>, <a href="http://www.la7.it">La7</a> e <a href="http://video.mediaset.it">Mediaset</a> hanno appunto intensificato la battaglia su questo mercato, offrendo però quasi soltanto video di programmi già usciti sulla tv tradizionale. Rai ha anche programmi in diretta simultanea su web e tv normale.</p>
<p>«Rai.tv a giugno ha avuto 4,3 milioni di utenti, più192% rispetto a giugno 2009. Nel 2010 la pubblicità porterà 6 milioni di euro. Non un gran numero, ma è il triplo di due anni fa», spiega Piero Gaffuri, amministratore delegato di RaiNet. «La7 tocca i 250.000 utenti al mese, quadruplicati da inizio anno», dice Gianluca Visalli, responsabile multimedia di La7. Video.mediaset.it ha avuto 3,5 milioni di utenti mensili (media gennaio-maggio). Rai.tv per ora ha fatto solo timidi test di programmi autonomi. «In autunno lanceremo Outdoor, il primo programma creato apposta per la web tv, dedicato ad attività sportive fatte dalla gente comune», ribatte Gaffuri. C’è anche <a href="http://www.floptv.tv">TheFlopTv</a> (150 mila utenti al mese), in una posizione particolare: è di Fox ma va avanti come un battitore libero, con una propria piccola struttura, trasmettento programmi con umorismo creativo. «Siamo pronti a soddisfare i requisiti del Romani, ma ci sembra l’ennesimo oltraggio alla libertà di espressione», dice Michele Ferrarese, direttore creativo di FlopTv.</p>
<p>La sensazione di fondo è che, in Italia, quelle che veramente scommettono sulla web tv e che forse, messe insieme, potrebbero essere davvero una minaccia alle emittenti tradizionali, sono le indipendenti. Cioè proprio le realtà che meno potrebbero reggere il colpo del decreto.</p>
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