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	<title>Apogeonline &#187; Wired</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Il Web è la piattaforma… anche nel mobile</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 06:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele Gigliotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mobile]]></category>
		<category><![CDATA[Web Design]]></category>
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		<description><![CDATA[Mozilla Foundation ha lanciato a Barcellona un progetto che mira a restituire agli standard del web una preminenza nel settore mobile che architetture e applicazioni proprietarie hanno assunto non del tutto a ragione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ineccepibile: <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2012/02/28/assente-a-barcellona">l&#8217;azienda che ha ridefinito il mobile non ha mai partecipato al Mobile World Congress di Barcellona</a>. Eppure sono certo che almeno questa edizione non ne soffrirà. Quest&#8217;anno, nella città delle <em>ramblas</em> è stata presentata una demo di <a href="http://www.mozilla.org/en-US/b2g/">Boot to Gecko</a>: un progetto che fa del web e delle sue tecnologie la piattaforma di riferimento per il mondo dei dispositivi portatili (smartphone e tablet).<span id="more-9930"></span></p>
<blockquote><p>The project [Boot to Gecko] is an implementation of new Web standards that bring the power of the Open Web to mobile devices, unencumbered by the rules and restrictions of existing proprietary platforms.</p></blockquote>
<p><iframe width="480" height="274" src="http://www.youtube.com/embed/wiuI6bp9YA4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Ogni interfaccia utente con cui interagisce l&#8217;utente è un&#8217;applicazione web! Persino quando si compone un numero di telefono, si interagisce con un&#8217;app HTML5.</p>
<p>Per darvi un&#8217;idea di quanto stiano evolvendo le interfacce di programmazione potete prendere visione di come <a href="http://hacks.mozilla.org/2012/03/webtelephony-api-and-websms-api-part-of-webapi/">effettuare una telefonata o inviare un sms</a> con poche semplici righe di codice.</p>
<p><a href="http://www.wired.com/magazine/2010/08/ff_webrip/all/1"><em>Wired</em> dava il web per morto</a> e non ci credo, il web – a poco più di 20 anni dalla sua nascita – sa adattarsi; lo ha dimostrato più volte e ora è pronto a fare il suo ingresso in un mondo finora dominato da tecnologie proprietarie chiuse. Certo non mi sfugge come questo progetto rappresenti anche un&#8217;occasione irripetibile per Firefox, browser che finora si è distinto sui dispositivi portatili per la sua assenza. Tuttavia ritengo che questo non tolga nulla all&#8217;iniziativa, tutt&#8217;altro. Tutti dobbiamo molto a questo browser se oggi possiamo godere di un web più aperto.</p>
<p><strong>Disclaimer</strong>: l&#8217;enfasi e l&#8217;entusiasmo che spero non facciate fatica a cogliere tra le righe, non ha nulla a che vedere con il fatto che dietro Boot to Gecko ci sia Mozilla Foundation. Così come è una coincidenza che io stia scrivendo questo articolo con addosso la mia t-shirt di Firefox! Ma su questo tema tornerò con un altro post.</p>
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		<title>Non pensate Facebook come un luogo colto</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/11/11/non-pensate-facebook-come-un-luogo-colto</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 07:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Eros Ramazzotti]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Guerrini]]></category>
		<category><![CDATA[grande fratello]]></category>
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		<category><![CDATA[Wired]]></category>

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		<description><![CDATA[Con un italiano su tre iscritto a Facebook, è inevitabile che anche Facebook diventi sempre più simile alla società vera: non esiste un “utente Facebook” medio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giorno dopo giorno, per lavoro o per diletto, frequento i social media, in primis ovviamente Facebook. E ne parlo. E ne sento parlare. Quello che mi fa riflettere è che un po’ troppo spesso ne sento parlare come di un luogo un po’ magico dove si incontrano e conversano le èlite socioculturali italiane. Dove tutti noi ci incontriamo e dibattiamo temi se non profondi, almeno intelligenti, <em>smart</em>. Con un sano background culturale. Fin qui, possiamo anche sopravvolare. Un po’ meno quando si vedono progetti di comunicazione che si basano su questi assunti. Ovvero che <em>chiunque</em> sia su Facebook ha una certa cultura e una certa smartness. Secondo me, è il momento di fare un minimo di reality check.<span id="more-7194"></span></p>
<h5>Non uscire dal nostro giardino</h5>
<p>Continua, se volete, un discorso un po’ più ampio, che ho iniziato <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/28/i-social-media-e-il-rischio-della-realta-soggettiva">qualche tempo fa</a> e in cui entra benissimo il recente <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/26/la-bolla-che-deforma-il-tuo-sguardo-sul-mondo">pezzo</a> di Federico Guerrini. Il tema è quello della deformazione della nostra visione della realtà, dato che sui social network tendiamo a circondarci di persone che ci somigliano e che quindi più o meno parlano e ragionano come noi. Nulla di più falso. Se prendiamo giusto un paio di numeri, i sospetti dovrebbero venire. <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2011/11/audiweb-27-milioni-di-italiani-online.html" target="_blank">27 milioni</a> di utenti Internet. 20,6 milioni di utenti Facebook. Quasi tutti gli utenti internet usano Facebook. Anzi, si dice (ma non ho i numeri, non ancora) che ci sia gente che è entrata su internet per usare Facebook e non usa null’altro, della rete.</p>
<p>Su una cifra così ampia è lecito sospettare che ci sia dentro l’élite socioculturale: laureati, professori, scienziati. Ma l’élite, per definizione, è piccola. E un terzo degli italiani, che è su Facebook, non può essere tutto fatto da persone che sanno come si scrive <del>Nietzche</del> <del>niece</del> <del>nietzke</del> Nietzsche. Sapendo anche la maggioranza assoluta  (il 54%) della popolazione Italiana <a href="http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20110511_00/testointegrale20110511.pdf" target="_blank">non legge mai</a> libri. Mai (brivido). Solo il 15% degli Italiani legge in media almeno un libro al mese. E questi non bastano a fare il totale degli utenti italiani sui Social Media.</p>
<h5>Due Italie</h5>
<p>In fondo è innegabile che ci siano due Italie. Anzi, molte Italie. Un’Italia che una volta si trovava su Facebook e Twitter e Friendfeed, come in una riserva di caccia privata. Poi, con la crescita esponenziale dei social media, tutte le Italie sono finite su Facebook. Ognuna e ognuno a parlare (giustamente) dei temi che più gli sono cari, attorniandosi di persone che gli sono in fondo simili. Che usano i linguaggi con cui si sentono confortevoli, le grammatiche, le sintassi. O la mancanza di esse. Si fa in fretta a vedere: basta farsi un giro su Facebook e uscire dalla nostra oasi ecologica per andare a inseguire ambiti più <em>mass</em>.</p>
<p>Istruttivo (lo dico senza nessun giudizio di merito) guardarsi le pagine di Nino d’Angelo, oppure cosa si dice e come lo si dice sul <a href="https://www.facebook.com/grandefratello" target="_blank">Grande Fratello</a>. Che fa quasi 700.000 fan e tantissima interazione. Superato però dal milione e centomila fan di <a href="https://www.facebook.com/LauraPausini" target="_blank">Laura Pausini</a> e dal milione di <a href="https://www.facebook.com/ramazzotti.eros.official" target="_blank">Eros Ramazzotti</a> e soprattutto  dai 2,7 milioni di Vasco Rossi, che ad ogni post raccoglie centinaia di commenti. Chiaro che i toni e i temi sono un bel po’ diversi da quelli che troviamo negli ambiti di <a href="https://www.facebook.com/wireditalia" target="_blank">Wired</a>. Che fa però 28.000 persone al seguito. E molta meno interazione ( in termini di “persone che ne parlano”, per capirci).</p>
<h5>Il Nobel e lo spritz</h5>
<p>Da leggere e studiare. Se volete con un approccio etnografico. Se non volete, semplicemente per rendersi conto che l’Italia non va solo a bit e byte, ma in larga parte a spritz e Gazzetta dello Sport. E non è un male che sia così! In sostanza, non ha più forse senso parlare di un utente Facebook o di un target Facebook. Così come non ha senso da tempo parlare di un utente televisivo medio. Sono mezzi, anzi piattaforme, su cui si trova dall’analfabeta al premio Nobel. Dal Bagaglino al Ted. E se ci occupiamo di società &#8211; o, come nel mio specifico, di marketing e comunicazione &#8211; avere un’idea fantasiosa di com’è la società, come sono le persone, cosa succede e come si usano i tool digitali lo si può definire un peccato mortale.</p>
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		<title>Il web non muore, ma noi stiamo cambiando</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 06:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Darwin]]></category>
		<category><![CDATA[Chris Anderson]]></category>
		<category><![CDATA[Erick Schonfeld]]></category>
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		<category><![CDATA[walled garden]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>

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		<description><![CDATA[Il web sta morendo perché sta cambiando il modo di usufruire della rete, dice Chris Anderson sull'ultimo numero di Wired. E se la previsione sembra quanto meno esagerata, riflettere sullo scenario ci racconta qualcosa sull'evoluzione della nostra presenza in rete]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi si sta ponendo fine «al delirante caos del web aperto» che «era una fase adolescenziale sovvenzionata da giganti industriali». Così <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Chris_Anderson_%28writer%29">Chris “coda lunga” Anderson</a> ci racconta su Wired <a href="http://www.wired.com/magazine/2010/08/ff_webrip/all/1">la sua versione</a> della morte del web o meglio uno slittamento di paradigma: dal <em>browser paradigm</em> all’<em>app paradigm</em> o, se volete, dal <em>google frame </em> all’<em>iPod frame</em>. Due modalità “schermiche” diverse di incorniciare bio-cognitivamente le nostre vite. E due modi diversi di pensare il business legato alla Rete, passando dalla gratuità indifferenziata del Web aperto a modalità più definite e remunerative legate alle applicazioni per piattaforme mobili con i loro <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Walled_garden_%28technology%29">walled garden</a>.<span id="more-3445"></span></p>
<h5>Evoluzione ciclica</h5>
<p>Forse, come scrive <a title="Posts by Erick Schonfeld" href="http://techcrunch.com/author/tcerick/">Erick Schonfeld</a> su <a href="http://techcrunch.com/2010/08/17/wired-web-dead/">TechCrunch</a>, si tratta solo di una prima ondata di una fase evolutiva di tipo ciclico, perché, quando sul mobile la gente verrà sommersa dalle applicazioni, si tornerà all’uso del browser. Quello che è certo è che affinché vi sia evoluzione (perdonate la semplificazione che tenta una sintesi tra <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Kuhn">Thomas Kuhn</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Darwin">Charles Darwin</a>) serve una variazione rispetto al paradigma dominante che poi venga selezionata e si stabilizzi nel tempo diventando, a sua volta, paradigma dominante. Secondo Anderson il cambiamento ambientale post-Html che sta emergendo sembra essere, di fatto, più adeguato allo sviluppo del turbo capitalismo della Rete, ed è quindi probabile una sua stabilizzazione in tempi brevi. Come scrive Anderson spiegandoci – credo non ironicamente – il “lato positivo” del Capitale:</p>
<blockquote><p>Now it’s the Web’s turn to face the pressure for profits and the walled gardens that bring them. Openness is a wonderful thing in the nonmonetary economy of peer production. But eventually our tolerance for the delirious chaos of infinite competition finds its limits. Much as we love freedom and choice, we also love things that just work, reliably and seamlessly.</p></blockquote>
<p>Discorso, questo, perfettamente coerente con la proposta <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Freemium">freemium</a> che viene ripresa dal suo <a href="http://www.amazon.com/Free-Future-Radical-Chris-Anderson/dp/1401322905">ultimo libro</a>, immaginando l’espandersi di un mercato con alcuni “assaggi” gratuiti e un complemento essenziale di servizi a pagamento, con l’esaltazione qui, in realtà, della parte “premium”. La profezia di morte si basa, essenzialmente, su un grafico con <a href="http://www.cisco.com/en/US/netsol/ns827/networking_solutions_sub_solution.html">dati Cisco</a> che mostra come l’uso web di internet sia in diminuzione rispetto ad altri utilizzi, diagnosi messa subito in discussione da <a href="http://www.boingboing.net/2010/08/17/is-the-web-really-de.html">Rob Beschizza su Boing Boing</a> (che critica l’uso nel grafico dei numeri relativi e mostra come, con i numeri assoluti, il web sia in realtà in crescita).</p>
<p>È evidente come a partire da questi presupposti si apra un contesto polemico che si propone di sondare <a href="http://blog.debiase.com/2010/08/lo-stato-di-salute-del-web.html?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+debiase%2FQEEp+%28Luca+De+Biase%29&amp;utm_content=Google+Reader">lo stato di salute del Web</a>. Proviamo però per un momento a dimenticare le polemiche relative ai numeri o <a href="http://www.vincos.it/2010/08/18/wired-il-web-e-morto-un-annuncio-prematuro/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+vincos+%28Vincos%29&amp;utm_content=Google+Reader">a come devono essere conteggiati</a> i video di YouTube, se come parte del web – come sarebbe corretto – oppure no, come fa Cisco. Sospendiamo il sospetto che si tratti di una semplice <a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2010/08/19/tutte-le-giravolte-di-chris-anderson/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+ilpost-massimomantellini+%28Blog+di+Massimo+Mantellini%29&amp;utm_content=Google+Reader">operazione di marketing editoriale</a> – dell’articolo si è cominciato parlare già da tempo, non conoscendone i contenuti specifici, e sarà l’oggetto del suo prossimo libro– e proviamo a dimenticare anche le ombre lanciate su questa operazione intellettuale dagli interessi di mercato che legano Anderson, come direttore di Wired, al suo editore, Condé Nast, che sembra intenzionato a voler abbandonare la versione gratuita online del magazine a favore di una applicazione a pagamento – posizioni che Anderson <a href="http://www.corriere.it/cultura/10_agosto_06/tramonta-era-del-libero-gaggi_7e526c84-a125-11df-9bff-00144f02aabe.shtml">pare avere sposato</a>.</p>
<h5>Conseguenze</h5>
<p>Al di là di tutto questo e se abbandoniamo il gioco oppositivo tra modello di mobile computing stile iPhone <em>vs.</em> browser fondato sull’Html stile Google e se ci concentriamo sul mutamento comportamentale dei consumatori/utenti, che leggiamo in contro luce nella fruizione della rete attraverso applicazioni in mobilità, forse Anderson ci racconta qualcosa di più interessante circa la cultura della rete e le <a href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1370">conseguenze dell’internet di massa</a>:</p>
<blockquote><p>It’s the world that consumers are increasingly choosing, not because they’re rejecting the idea of the Web but because these dedicated platforms often just work better or fit better into their lives (the screen comes to them, they don’t have to go to the screen).</p></blockquote>
<p><em>I consumatori non devono andare allo schermo, è lo schermo che viene a loro</em>. Come dire: si tratta di una modalità di fruizione che è capace di sincronizzarsi meglio con le vite degli utenti, è capace di rispondere con istantaneità alle necessità di vivere contemporaneamente la localizzazione e la delocalizzazione, l’immediatezza e la mediazione. Non ci sarebbe quindi un rifiuto del web, ma semplicemente una modalità di “abitare” la Rete che è più consona alla crescita esponenziale di partecipanti alla comunicazione mediata online che ha ampliato la tipologia di utente passando dalle élite alle masse. Qui si tratta di pensare alla capacità che molti applicazioni hanno di supportare con facilità e istantaneità le nostre vite in mobilità, consentendo di renderle immediatamente rispecchiate con le nostre presenze online. Penso a come la “normalizzazione di massa” di Facebook ha cambiato le cose e come le <a href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1370">relazioni sociali georeferenziate</a> si svilupperanno in futuro.</p>
<p>Dal punto di vista bio-cognitivo, poi, “incorniciare” le nostre vite attraverso lo schermo di un pc o quello di un telefonino è differente – andrebbe ripreso in mano il libro di De Kerckhove <a href="http://www.ibs.it/code/9788880000013/de-kerckhove-derrick/brainframes-mente-tecnologia.html">Brainframes</a>. I media, in quanto tecnologie basate sul linguaggio, sono in grado di influenzare l’organizzazione cognitiva sia sul piano neuronale che su quello psicologico agendo a livello del profondo, modificandoci strutturalmente. Non si tratta quindi semplicemente di diverse visioni del mondo suggerite dall’uso dei media, ma di veri e propri cambiamenti evolutivi nel modo di organizzare i nostri pensieri che passano attraverso un modellamento degli emisferi cerebrali da parte delle tecnologie di comunicazione. Osservare quindi la logica evolutiva dei modi di fruizione della rete e delle loro forme ha a che fare con un mutamento antropologico più profondo.</p>
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		<title>La lezione di Lessig e le contrapposizioni italiane</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 08:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[#difenderelarete]]></category>
		<category><![CDATA[Camera dei Deputati]]></category>
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		<description><![CDATA[Grande successo per il convegno organizzato da Capitale digitale alla Camera dei Deputati, dal quale è emerso però tutto lo scarto della cultura digitale nel nostro Paese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=494985750181&amp;index=1">Giovedì scorso</a> abbiamo avuto la possibilità di <a href="http://www.radioradicale.it/scheda/299126/internet-e-liberta-perche-dobbiamo-difendere-la-rete">vedere Lawrence Lessig</a>, docente ad Harvard e promotore dei Creative Commons, discutere a Montecitorio assieme a politici italiani ed esperti di web della centralità di internet nello sviluppo della nostra società. Ma il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sottotesto">sottotesto</a> della giornata, indipendentemente dalla volontà di chi ha organizzato, sembra mostrare altro: la costruzione di una forma di narrazione giocata su una contrapposizione del tipo noi/loro che si è tradotta in dentro la rete/fuori dalla rete. Si tratta di una particolare forma di racconto che spesso troviamo nel nostro Paese (ma non solo), quando media e istituzioni si occupano del web e delle sue culture. È seguendo la logica proposta da questo racconto che abbiamo allora potuto guardare la rete “entrare” in Parlamento.<span id="more-2393"></span></p>
<h5>Opinione pubblica</h5>
<p>Le centinaia di commenti via Twitter alla conferenza si aggregavano attorno all’hashtag <a href="http://search.twitter.com/search?q=%23difenderelarete">#difenderelarete</a> diventando visibili sul computer del moderatore, il direttore di <a href="http://www.wired.it/">Wired</a> <a href="http://twitter.com/riccardowired">Riccardo Luna</a>, che ha detto nella sua introduzione: «Sono arrivati prima di cominciare già 300 messaggi. Io cercherò di leggerli oggi durante il dibattito per far sentire anche la voce di fuori a quelli che stanno qua dentro, per far capire quanta attesa, quanta speranza quelli che amano la rete e hanno a cuore l’innovazione in Italia hanno su un dibattito come questo». E comunque &#8211; ha continuato quando la quantità di tweet era diventata di due al secondo, la loro varietà elevatissima e, quindi, la possibilità di rappresentarli nella conversazione praticamente impossibile &#8211; li avrebbe stampati tutti e consegnati a Gianfranco Fini, che ha introdotto i lavori, portandogli così un pezzo di opinione pubblica.</p>
<p>È così che la rete è entrata alla Camera dei Deputati con la sua forma, Twitter, ma non attraverso i suoi linguaggi, i tweet, come modalità (a)sincrona di conversazione meta territoriale. La dimensione “conversazionale” è stata tradotta (ridotta?) nella più classica forma della domanda da porre, neutralizzando la specificità di connessione tra cittadini e istituzioni che i social media possiedono. Perché, sempre secondo questo tipo di narrazione, internet non ha una sua voce e, quindi, deve parlare con quella di altri, trovare una sua rappresentanza. La logica di funzionamento dei social media, il fatto che ognuno di noi sia potenzialmente un mezzo di comunicazione di massa, senza necessità di mediazione, ma capace di giocare sull’immediatezza della comunicazione e sulla capacità di entrare in conversazione, non è riconosciuta dalle forme istituzionali cresciute nei paradigmi politici e organizzativi novecenteschi.</p>
<h5>Metafora sbiadita</h5>
<p>Eppure, si dice, anche queste occasioni sono importanti. E lo sono, ma il dubbio è che costruiscano un racconto sociale sulla realtà della Rete che rischia di essere poco più di una metafora sbiadita. D’altra parte è difficile organizzare e dare voce unica a un arcipelago di differenze in un’epoca in cui, come scrive Clay Shirky, la Rete mostra il potere di organizzare senza organizzazioni. Ma su queste cose lo scarto della cultura digitale in Italia è evidente. Lo dice anche il Presidente della Camera Gianfranco Fini, quando nel discorso introduttivo racconta: «Barack Obama ultimamente ha inaugurato una nuova forma di colloquio diretto coi suoi connazionali rispondendo per 40 minuti su YouTube a 12 domande scelte fra le 11.000 che gli erano state rivolte dai navigatori». Noi invece abbiamo ancora bisogno di mediazioni. In Parlamento, affinché qualche domanda di Twitter sia letta. Nel Paese, con un quotidiano che fa 10 domande al Presidente del Consiglio, peraltro senza risposta.</p>
<p>L’altro modo in cui la Rete si è presentata in Parlamento va preso invece letteralmente: il popolo del web va di persona. Scrivono i <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201003articoli/53047girata.asp">quotidiani</a>: «Il popolo di Internet assedia Montecitorio. Ha funzionato il tam-tam sulla rete e diverse centinaia di persone si sono messe diligentemente in fila per assistere ai lavori del convegno». Anche qui: un modo di trattare in modo unitario delle differenze («il popolo di Internet») e di creare una contrapposizione fra cittadini reali e (chissà) virtuali, come se si trattasse di due specie antropologicamente diverse. E il richiamo al tam-tam non è metaforico ma simbolico: abbiamo a che fare con indigeni e con le loro strane forme di comunicazione. Un&#8217;altra forma della narrazione di contrapposizione. Da una parte quindi istituzioni e giornali, dall’altra la Rete. La Rete sono “gli Altri” – e il linguaggio è più <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Altri_%28Lost%29">quello del serial tv Lost</a> che della filosofia –, gli appartenenti a una comunità immaginata di cui si trovano tracce e che vengono costruiti in base ad esse.</p>
<h5>L&#8217;uno e l&#8217;altro</h5>
<p>Lo stesso Lessig, <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/201003articoli/53052girata.asp">nella sua</a> <a href="http://a.blip.tv/scripts/flash/showplayer.swf?file=http%3A%2F%2Fblip.tv%2Frss%2Fflash%2F3351759%3Freferrer%3Dhttp%25253A%25252F%25252Fblog.nicolamattina.it%25252F%26source%3D3&amp;showplayerpath=http%3A%2F%2Fblip.tv%2Fscripts%2Fflash%2Fshowplayer.swf&amp;feedurl=http%3A%2F%2Flessig.blip.tv%2Frss%2Fflash&amp;brandname=lessig.blip.tv&amp;brandlink=http%3A%2F%2Flessig.blip.tv&amp;enablejs=true">lezione</a>, ha cercato di spiegare la necessità di uscire da questa forma di contrapposizione, anche se non sempre il lessico che ha utilizzato è riuscito a sottrarsi al gioco delle differenze: «Questi estremismi non vogliono riconoscere le ragioni degli altri, quindi si ritiene che oggi debba essere o l&#8217;anarchia oppure uno Stato totalitario sostenuto da coloro che si oppongono alla Rete. Invece dobbiamo trovare il giusto mezzo. Trovare un modo per promuovere Internet, ma anche credere al giornalismo, avere fiducia nel governo. L&#8217;importante non è quale scegliere, l&#8217;uno o l&#8217;altro. La domanda invece è: come riuscire ad avere entrambi. Dobbiamo accettare l’esistenza di Internet e gioire perché Internet esiste e non scomparirà».</p>
<p>Potremmo cominciare costruendo un racconto sociale della Rete che non si giochi sulla distinzione noi/loro. Anche perché gli Altri siamo noi e i nostri figli.</p>
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		<title>I codici a barre su Panorama, è solo l&#8217;inizio</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 08:15:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Gramigna]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Panorama]]></category>
		<category><![CDATA[QR Code]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>

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		<description><![CDATA[Il periodico di Mondadori sperimenta la crossmedialità tra rivista e web, per approfondire i contenuti di alcuni articoli. Breve intervista al publisher Filippo Gramigna]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da Wired me lo aspettavo. Da Panorama, onestamente no. Sto parlando dei QR Codes, quei codici a barre di cui <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2007/04/mobile-codes-per-un-marketing-mobile.html" target="_blank">ogni tanto parlo</a>. Visti sul primo numero di <a href="http://www.disma.biz/?p=915" target="_blank">Wired</a> ci stavano: tecnologia, crossmedialità&#8230; poi sono un po&#8217; spariti dal geek-mensile. Da Panorama (rivista che frequento un po&#8217; meno) invece non mi aspettavo questa incursione nella tecnologia, anche perché ho scoperto che non sono state operazioni spot, di<em> buzz generation</em>, ma sono una costante della rivista; in ogni numero un piccolo contributo di arricchimento crossmediale ad alcuni articoli. La faccenda mi ha stimolato la curiosità e ho approfittato di un&#8217;occasione (una collaborazione con Panorama First) per fare un po&#8217; di domande in giro e capire cosa c&#8217;era sotto, se c&#8217;era un pensiero, e quale.<span id="more-2315"></span></p>
<p>Così sono andato a chiedere a Filippo Gramigna, publisher dei periodici maschili di Mondadori e l&#8217;ho un po&#8217; intervistato. Dato che non sono bravo a prendere appunti e a fare il bravo giornalista, riassumo drasticamente i punti chiave della chiacchierata, che sembrano soddisfare tutte le critiche di noi geek, commentatori digitali, opinionisti virtuali, profeti di sventure terribili per le riviste tradizionali se non si danno una mossa verso un cambio dei modelli editoriali (e anche dei modelli di business, ma questa è una storia più complicata ancora).</p>
<h5>Una foto del progetto</h5>
<p>Alla mia domanda sul perché questa operazione, Gramigna risponde: «In effetti l&#8217;uso dei QR code per Panorama risponde a una strategia editoriale; è il primo passo di un cammino di innovazione, che nasce da un chiaro rendersi conto che la carta stampata deve evolvere per continuare a fare numeri e lettori. L&#8217;operazione è attiva già dal mese di dicembre 2009 ed è previsto continui su base regolare, con in media una decina di codici per ogni numero, che portano a contenuti multimediali correlati agli articoli, come foto, immagini, musiche, filmati. E la sperimentazione sta dando risultati interessanti in questa esplorazione del potenziale crossmediale della rivista: se il primo numero ha visto oltre 50.000 accessi a contenuti attraverso i QR codes, oggi siamo in media a 10.000 accessi per ogni numero». Scopro poi che Panorama non è l&#8217;unica testata coinvolta nel progetto: «Questa tecnologia è stata estesa anche a Ciak e a Economy, che ha realizzato un sondaggio d&#8217;opinione attraverso un codice posto in copertina».</p>
<p>A questi punto mi è stato impossibile trattenermi dall&#8217; ipotizzare che stiano facendo delle belle pensate su come monetizzare questi accessi. «Uno dei modi in cui stiamo lavorando a questo aspetto è quello di coinvolgere gli inserzionisti del giornale nell&#8217;uso dei codici, attraverso meccanismi pubblicitari studiati ad hoc». Il fatto che non si tratti di una sperimentazione tocca e fuggi mi sembra poi confermato dal fatto che l&#8217;inserimento dei codici è stato integrato nel sistema editoriale, quindi è direttamente il giornalista che crea in autonomia il proprio codice e lo inserisce nell&#8217;articolo attraverso i software che usa per scrivere gli articoli. Il senso dell&#8217;operazione è comunque, a quanto dichiarato, di portata più ampia: è un&#8217;esplorazione delle potenzialità della crossmedialità senza fermarsi al codicillo (invero bruttino, lo si potrebbe rendere <a href="http://geekadvertising.wordpress.com/2009/05/04/chi-ha-detto-che-i-qr-codes-non-possono-essere-sexy/" target="_blank">più sexy</a>) così come lo vediamo.</p>
<p>Il primo passo sarà quello di arricchire la piattaforma andando a esplorare le declinazioni in ambito di couponing, di concorsi, di geolocalizzazione. L&#8217;aspetto più interessante è però che i codici a barre sono solo il primo passo di un percorso di evoluzione tecnologica. E il prossimo passo su tecnologie diverse (non mi è stato rivelato quale, ma ho imparato a gestire la mia curiosità infantile) si vedrà proprio nel numero in edicola questa settimana, per poi estendersi a applicazioni di grande impatto mediatico nei prossimi mesi.</p>
<h5>Un inizio?</h5>
<p>Per Panorama pare di sì. A questo punto sarà interessante stare a vedere come si muoverà il resto del panorama editoriale, specialmente se questo tipo di applicazioni riusciranno a smuovere tre fattori chiave: il numero dei lettori, il ritorno o l&#8217;accesso per la prima volta di lettori non abituali verso la carta e le revenue pubblicitarie. Qui si tratta di esplorare le possibili interazioni tra carta e web che sono state francamente molto trascurate in quella corsa che ha caratterizzato i primi dieci anni del nostro web. Un corsa che ha sempre messo in contrapposizione la carta, il tradizionale contro il digitale, il nuovo; fallendo finora nel costruire significative integrazioni editoriali su piattaforme diverse.</p>
<p>Pur togliendosi il cappello di fronte a siti di eccellenza come quello del New York Times, va rilevato che carta e digitale sembrano percorrere strade parallele, sostitutive e finora ben poco complementari e integrative. Forse si può fare di più. E non mi farebbe schifo se un po&#8217; di innovazione partisse dalle aziende di casa nostra.</p>
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		<title>Il Nobel a internet, un parere controcorrente</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 08:59:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Alfred Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>

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		<description><![CDATA[La provocazione di candidare uno strumento di comunicazione al Nobel per la Pace lascia aperti alcuni dubbi. È giusto nascondere le responsabilità e i sacrifici personali dietro alla folla indistinta?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il premio Nobel è un premio strano. Spicca soprattutto per la sua celebrità. Ci sono centinaia, se non migliaia, di premi internazionali prestigiosi, ricchi e ponderati; ma se si chiede all&#8217;uomo della strada, l&#8217;unico che saprà citare è il premio dell&#8217;inventore della dinamite. E forse per questo, quando si pensa a una provocazione o a una manovra pubblicitaria si pensa al Nobel. E questa volta è capitato a internet.<span id="more-1355"></span></p>
<p>Racconta la leggenda che Alfred Nobel, geniale chimico, avesse istituito il premio che porta il suo nome a causa di un titolo sbagliato su un giornale francese. Nel 1888 un necrologio prematuro dedicato al ricchissimo industriale svedese titolava: il mercante della morte è morto. In effetti Alfred Nobel aveva raggranellato una bella somma con la sua invenzione più celebre, la dinamite, e con un certo numero di brevetti derivati. Pare che Nobel colpito dal titolo decidesse, sette anni dopo, di lasciare un miglior ricordo di sé istituendo una fondazione e un premio che portasse il suo nome. Riconoscimenti dedicati alla fisica, alla chimica, alla letteratura e alla “fratellanza”. Il premio Nobel per l&#8217;economia venne istituito nel 1968 ed esiste un contenzioso sulla sua reale appartenenza ai Nobel tra gli eredi e la banca incaricata di eseguire le volontà del fondatore.</p>
<p>Insomma il povero Nobel voleva lavare via un po&#8217; la coscienza per aver donato all&#8217;umanità uno strumento inteso a scardinare le rocce ma che la stessa umanità aveva riconvertito in un mezzo «per uccidere più persone e più velocemente di sempre». Il premio per la pace è certamente il premio più controverso. Il <em>parterre</em> dei laureati è piuttosto eterogeneo. Tra i vincitori si annoverano religiosi come Madre Teresa o Desmond Tutu, organizzazioni come la Croce Rossa Internazionale. Tra i vincitori ci sono però anche personaggi controversi come  Izak Rabin e Yasser Arafat, Kissinger e Le Duc Tho  coppie di leader combattenti che hanno cercato di rimediare a danni che loro stessi avevano provocato. E organizzazioni complicate come le Nazioni Unite un organismo elefantiaco della cui reale efficacia sono sorti diversi dubbi, o l&#8217;Agenzia per l&#8217;energia Atomica, un ente infilato di traverso tra gli interessi enormi del business dell&#8217;energia il cui valore “pacifista” è sinceramente difficile da comprendere. Ora, ci si propone di aggiungere all&#8217;allegro elenco anche internet.</p>
<h5>Una proposta inopportuna</h5>
<p>In primo luogo ci sono delle ragioni di ordine pratico: chi ritira il premio? Si estrae a sorte tra i blogger del mondo? Si fa un concorso tra candidati e vince il più “rated” o quello con più amici? Certo sarà solo una rappresentanza simbolica in quanto “internet” è, per definizione, di tutti coloro che la abitano. E se vincono <a title="scimone" href="http://www.youtube.com/watch?v=TosJzUA0p1s">Laura Scimone</a>, <a title="crocker" href="http://www.youtube.com/watch?v=kHmvkRoEowc">Chris Crocker,</a> <a title="dagospia" href="http://www.dagospia.com/">Dagospia</a> o <a title="boyle" href="http://www.youtube.com/watch?v=9lp0IWv8QZY">Susan Boyle</a> (l&#8217;elenco può essere vastissimo da <a title="huffington" href="http://www.huffingtonpost.com/">Arianna Huffington</a> a <a title="adinolfi" href="http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/">Mario Adinolfi</a>) li possiamo considerare rappresentativi? Oppure si premia, sempre simbolicamente, l&#8217;azienda che ha posato più cavi per la diffusione della rete o quella che applica tariffe più convenienti per la connessione?</p>
<p>E poi c&#8217;è una questione dei soldi e si sa, quando nel condominio,anche il più minuscolo, saltano fuori le questioni di soldi sono cavoli amari. Figuriamoci nel condominione che chiamiamo internet. Che cosa ce ne facciamo di questi soldi? Li lasciamo alla fondazione? O li destiniamo a un progetto per la diffusione ulteriore della rete, magari nel terzo mondo. Bello, ma quale? Ce n&#8217;è uno che è più meritevole degli altri? E poi, diciamocelo, con 10 milioni di corone svedesi (meno di un milione di euro) non è che si combina un granché a livello di umanità. Siamo sinceri: la rete ha ancora diversi conti in sospeso, qualche lato oscuro, qualche nodo irrisolto. Secondo il <a title="webby" href="http://www.webbyawards.com/press/topwebmomentsdecade.php">Webby Award</a> prestigioso premio internazionale tra i dieci eventi più importanti della rete si annoverano grandi passi per l&#8217;umanità quali Wikipedia e la protesta iraniana monitorata da Twitter ma anche la chiusura di Napster, che rappresenta l&#8217;irrisolto contenzioso tra diritti d&#8217;autore e file sharing.</p>
<p>Al di là dell&#8217;ironia, il problema vero sta nel fatto che internet non è che uno strumento. Sarebbe come candidare l&#8217;automobile, la televisione o il frigorifero che, a loro tempo, influenzarono il mondo nel bene o nel male. Internet come espressione umana contiene tutto: il commercio, la cultura, la vita sociale, le istituzioni, le contro-istituzioni, la libertà di parola, la censura, la truffa, le istruzioni per costruire bombe, le catene di Sant&#8217;Antonio, appelli di ogni genere per salvare il mondo, l&#8217;istigazione all&#8217;odio e la condivisione della conoscenza. Per quanto riguarda i contenuti, questa entità indefinibile che è internet è un oggetto inerte, non schierato, non responsabile e muto. Contiene e basta.</p>
<p>Dal punto di vista della modalità, oltre ai ben noti meriti contenuti nella petizione della candidatura, internet ha anche contribuito ad aggravare il divario tra le generazioni e tra i paesi ricchi e quelli poveri. Internet infatti serve molto di più ai ricchi studenti americani che ai ragazzi delle bidonville africane o asiatiche, anzi ne acuisce il divario: coloro che hanno accesso hanno un&#8217;arma in più per respingere la concorrenza dei più poveri e dunque emarginarli ancora di più. Non vorrei che ci si illudesse: per navigare c&#8217;è bisogno di un computer, di energia elettrica, di una buona conoscenza dell&#8217;inglese e della necessità di farlo.</p>
<h5>Il lato oscuro</h5>
<p>Malgrado ciò neppure dei suoi lati oscuri si può accusare la rete, perché come si è detto, è un oggetto e in quanto tale non è dotato di volontà e dunque di responsabilità.<br />
Ciò che importa sono le intenzioni. E le responsabilità che da esse derivano. Sono certo che durante la loro vita Rigoberta Menchù, Shirin Ebadi, Nelson Mandela o Madre Teresa abbiano più volte dovuto scegliere il male minore e si siano presi la responsabilità di provocare il male ad alcuni per cercare il bene di molti. Abbiano vissuto dubbi, incertezze e malgrado tutto ne abbiano accettato il peso. Ecco quello che, secondo me, dovrebbe premiare un riconoscimento prestigioso agli occhi dell&#8217;umanità: il sacrificio personale, il senso di responsabilità delle proprie azioni, il coraggio di affermare idee difficili, rivoluzionarie e anche dolorose. È questo che rende le persone degne di essere onorate: la capacità di affrontare sfide enormi con un coraggio che sembra persino più grande dell&#8217;umanità stessa. Gente meravigliosamente folle da prendere sulle proprie spalle, per quanto deboli e strette un po&#8217; di quella sofferenza del mondo.</p>
<p>Vorrei che si premiasse l&#8217;umanità di queste persone e non una “cosa”, un mucchio di macchine utilizzate da una umanità varia. Vorrei che la smettessimo di nascondere le responsabilità personali dietro la folla e dietro le belle idee indefinite di fratellanza e condivisione.  O dietro la tecnologia. Vorrei continuare a essere un entusiasta di internet senza pensare che sia la soluzione. In verità vorrei continuare a essere entusiasta della gente che sta dietro a quella cosa che chiamiamo internet e che con uno spirito sorprendente di condivisione, generosità e profonda compassione umana rende quella “cosa” una cosa meravigliosa. Ecco, qualcuno di loro vorrei premiare. Non internet.</p>
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		<title>Real time web, la rete che insegue la vita</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 07:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Sorchiotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Daytum]]></category>
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		<category><![CDATA[Super Fresh Web]]></category>
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		<category><![CDATA[Wired]]></category>

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		<description><![CDATA[Un tempo bastava un’occhiata all'aggregatore per conoscere le ultime notizie e rimanere aggiornati su opinioni e commenti di amici e conoscenti. Ora le abitudini cambiano ancora: si moltiplicano gli spazi nei quali ogni contributo si condivide in tempo reale e il flusso degli aggiornamenti scorre senza tregua]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è di bello che ancora nessuno ha urlato “internet è cambiato!”, per cui, forse, questa volta siamo davvero davanti ad una piccola rivoluzione. <a href="http://www.readwriteweb.com/tag/real-time%2Bweb">Alcuni</a> lo chiamano <em>Real Time Web</em>, <a href="http://battellemedia.com/archives/004932.php">altri</a> usano l’espressione <em>Super Fresh Web</em>, <a href="http://briansolis.tumblr.com/post/85090914/coining-the-statusphere-the-social-webs-next-big">qualcuno</a> preferisce <em>Statusfera</em>. È il web delle conversazioni in tempo reale, che rappresenta una nuova forma di comunicare ed essere online. La recentissima <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Real_time_web">voce Wikipedia</a> definisce il Real Time Web come la pratica di cercare e gestire informazioni nel momento stesso in cui sono prodotte. Dimentichiamo le conversazioni online che conosciamo e a cui siamo abituati, quelle fatte di lunghi commenti e confronti che potevano proseguire per settimane. Sui nuovi spazi della Rete le discussioni avvengono in tempo reale, tanto che, se il direttore di una famoso giornale <a href="http://friendfeed.com/wireditalia/b43fd34d/in-tre-mesi-robingood-ha-raddoppiato-i-suoi">apre una questione</a>, viene coinvolto e tarda a rispondere, <a href="http://friendfeed.com/ezekiel/40bcfeb1/ma-puo-il-direttore-di-wired-italia-scrivere">si scatena il putiferio</a>.<span id="more-852"></span></p>
<h5>Lifestream</h5>
<p>In Rete le notizie si sono sempre avvalse della capacità di fare il giro del pianeta in poco tempo, rendendo di fatto inefficienti in termini di freschezza ed aggiornamento i media tradizionali, dalla tv ai giornali; adesso i nuovi servizi del Web offrono nuove modalità di utilizzo delle news e permettono una velocità di interazione mai vista prima. Da Twitter a Facebook, passando per il neo-acquisto di Zuckerberg, FriendFeed. Persino Tumblr, piattaforma nata come blog minimale, sta convergendo verso il real time. Questi servizi condividono il design di base, con una grossa bacheca nella quale scorre il flusso dei contenuti della propria rete di contatti. Alcuni prevedono commenti e discussioni contestuali al contenuto, mentre altri non li prevedono affatto. Tutti hanno abbracciato una nuova forma di comunicazione nella quale gli utenti si esprimono attraverso contributi e commenti ben definiti e concisi. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che con messaggi lunghi e impegnativi da leggere si perderebbe il flusso degli aggiornamenti. E così cambiano le abitudini di consumo delle informazioni, con le persone sempre più attratte dall’idea di consumare piccoli spuntini informativi al posto di pasti principali e regolari. Se possibile si rafforza ancora di più l’idea di “Snack Culture” che proponeva Wired qualche tempo fa. E c’è da dire che i numeri stanno dando ragione a chi adotta il Real Time Web: gran parte dei servizi che hanno abbracciato l’onda del flusso in tempo reale registrano una crescita costante della loro base utenti.</p>
<p>La natura dei contenuti condivisi è molteplice, così come lo spirito delle conversazioni che possono nascere da una notizia, un link o un video pubblicato. Se l’oggetto di discussione e i commenti che ha generato sono meritevoli e degni di attenzione, acquisteranno valore e rilevanza all’interno del network, diventando più visibili e facilmente raggiungibili. A volte il servizio prevede modalità automatiche per fare emergere i contributi più graditi: i <em>like </em>di apprezzamento, così come il numero di commenti, ad esempio, servono a dare rilevanza al contributo; altre volte, quando non sono previste modalità efficaci per facilitare la gestione delle priorità informative, è la stessa comunità a creare ed affermare le pratiche più adatte allo scopo: retweet, hashtag e reblog in genere sono l’esempio di accorgimenti non previsti ma adottati dagli utenti per sopperire una o più mancanze.</p>
<h5>Sfere che interagiscono</h5>
<p>Facile a questo punto pensare che si tratti di notizie inerenti al mondo della comunicazione o viziate dalle abitudini di chi frequenta questi spazi. In realtà in questi ultimi anni abbiamo imparato quanto sia fuorviante pensare a un social network come un unico spazio, uguale per tutti e utilizzato allo stesso modo. Piuttosto la rappresentazione migliore è quella di tante piccole sfere dove ogni utente ha la sua visione delle cose, in relazione ai contatti che sceglie e alla sua modalità di vivere il network. Capita così che la notizia di qualche giorno fa della <a href="http://friendfeed.com/catepol/ee2f2d09/la-notizia-dlela-morte-di-mike-bongiorno-in-real">morte di Mike Buongiorno</a> faccia più velocemente il giro della Rete su questi spazi, rispetto al lancio di un’agenzia di stampa. O che la copertura mediatica sul terremoto in Abruzzo e sulla protesta verde in Iran sia migliore nell’immediato su spazi come twitter e friendfeed, piuttosto che da fonti ufficiali come CNN.</p>
<p>Si potrebbero evidenziare due filoni principali che spingono gli utenti ad investire attenzione e tempo necessari a seguire in tempo reale i contributi della propria rete di contatti: le notizie relative a emergenze o situazioni di crisi e gli aggiornamenti personali dei contatti più intimi. In quest’ultimo caso, al di là della semplice notizia, diventa rilevante anche il giudizio di valore, l’opinione, la componente emotiva delle persone a cui teniamo. Se un post di un blog è di norma riflessivo, un tweet o un aggiornamento di stato hanno nella maggior parte dei casi una natura istintiva. E grazie a questo offrono una diversa sensazione di intimità: sono quei “mi piace”, “adoro”, “non sopporto”, “non sono d’accordo” a rendere immediata e intima la relazione online.</p>
<h5>Le persone al centro</h5>
<p>Con questo fenomeno emerge, ancora una volta e in maniera decisa, la centralità delle persone all’interno dei social network: sono gli amici che scegliamo il primo sistema di filtraggio della complessità e della eterogeneità delle informazioni online. Saranno loro a selezionare soggettivamente i contenuti di valore dal rumore, l’interessante dall’irrilevante. Al network spetta solo il lavoro di registrare le scelte e proporre quanto i nostri contatti hanno deciso collettivamente.  Per la prima volta l’indicizzazione non parte dal contenuto, ma dall’interpretazione di questo da parte delle persone a noi vicine: il nostro grafo sociale online diventa sempre più rilevante nella vita quotidiana.</p>
<p>Ma oltre ai contenuti proposti dalla nostra rete di contatti il Real Time Web spicca e diventa rilevante anche sul piano della ricerca. Immaginiamo di dover cercare informazioni relative a un evento, un prodotto, una persona: su Google avremo la fotografia di quanto è stato detto fino a ieri, mentre sui nuovi spazi avremo non solo le informazioni nello stesso momento in cui le stiamo cercando, ma anche i giudizi delle persone a riguardo. Non appena avremo un sistema di aggregazione di questo corpo di informazioni semplice e alla portata di tutti, potrebbe cambiare la ricerca online. O per lo meno la ricerca nella grande libreria potrebbe essere integrata dalle chiacchiere da bar. Facile capire, quindi, perché Google sembra essere preoccupata e soffrire il colpo. Almeno fino al lancio di <a href="http://wave.google.com/">Google Wave</a> previsto per fine mese.</p>
<p>I servizi di social networking si fanno così sempre più potenti e popolati, assieme alle funzioni di incontro e socializzazione, diventano capaci di trasportare un potenziale di informazioni altissimo e fortemente dipendente dalla nostra rete di contatti. Non importa se si tratta di contenuti seri, semiseri o demenziali. In fondo ognuno ha gli “amici” che si sceglie (e merita).</p>
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		<title>Personal branding, io come marchio</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 09:07:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Sorchiotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’idea di considerare una persona alla pari di un brand può far storcere il naso. Non si tratta però dell’ennesimo spot per vendere se stessi, ma di scoprire come una migliore comunicazione delle proprie caratteristiche e esperienze possa aiutare l’attività professionale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La crisi finanziaria ha reso evidente, qualora ce ne fosse ancora bisogno, come lo scenario del mondo del lavoro sia profondamente mutato. Abbandonata per la maggior parte delle professioni l’idea di un posto fisso e di una carriera nella stessa azienda, concetti che il vecchio secolo si è portato definitivamente via, ci stiamo abituando al cambiamento come costante del mercato. Gli unici elementi sui quali ripartire sembrano essere le abilità acquisite nel tempo e le relazioni interpersonali. Colleghi, conoscenti e clienti con i quali ci siamo confrontati possono garantire sulla professionalità, competenza e personalità sulla base delle esperienze condivise. Queste persone, per certi versi, ci conoscono attraverso il nostro personal brand.<span id="more-595"></span></p>
<p>Il personal branding è l’insieme delle idee, sensazioni, individualità e valori che un individuo riesce a trasmettere attraverso le sue attività ed il suo comportamento. Se l’immagine personale è la somma dei tratti fisici, del corpo e dell’abbigliamento, il personal branding è la somma degli elementi interiori e intangibili. Sebbene non si tratti di un concetto nuovo, il brand personale sembra aver trovato nuova linfa con il web 2.0 e i social media, attraverso servizi che permettono una comunicazione a bassissimo costo.  A coniare il termine nel 2007 fu <a href="http://www.tompeters.com/">Tom Peters</a>, genio del business management statunitense, in un articolo dal titolo emblematico: <a href="http://www.fastcompany.com/magazine/10/brandyou.html">The Brand Called You</a>, il marchio chiamato te. Nel manifesto di quello che si sta affermando come qualcosa di più del rinnovamento del coaching tradizionale, Peters evidenziava i cambiamenti nelle carriere professionali, proponeva di nominarsi amministratori dell’azienda “Io spa” e suggeriva l’unico modo di emergere in un mondo dominato dai brand: trasformarsi in un marchio a propria volta e utilizzare strategie di promozione simili a quelle adottate da CocaCola, Nike e Apple.</p>
<p>Provocazioni a parte, non dobbiamo pensare di metterci nei panni di un paio di scarpe o in quelli di succo di frutta, ma cercare di valorizzare i punti di forza e le unicità, consapevoli dell’effetto che hanno nella mente degli altri. Un brand non è un grande marchio, ma è l’effetto e la percezione del grande marchio nella testa dei consumatori. Viviamo e ci muoviamo in una società dell’immagine e siamo spesso disposti a rinnovare la nostra fiducia in prodotti più costosi dietro la promessa di valore che ci offre un marchio; perché quindi non sfruttare a nostro vantaggio caratteristiche e ideali che riusciamo ad associare alla nostra persona? Di fatto la pratica di valutare e assegnare un’etichetta sulla base delle prime impressioni fa parte delle abitudini di comportamento da sempre. In questo senso il personal branding non è un’opzione, tutti hanno un proprio marchio e ogni persona viene definita dagli interlocutori. Basti pensare ai soprannomi legati a qualità e caratteristiche personali. Il punto è riuscire a delineare il nostro brand prima che lo facciano gli altri per noi.</p>
<p>Per le persone in cerca di occupazione può rappresentare un’occasione per distinguersi e far proprio un vantaggio competitivo; ma riuscire a gestire il proprio brand personale è un’opportunità importante anche per i professionisti soddisfatti della propria occupazione. Sviluppare la propria carriera, ricevere nuove proposte di lavoro, entrare in relazione con altre persone interessate agli stessi argomenti e vedersi riconoscere la propria autorevolezza è più di una soddisfazione personale, tanto più se è vero che le referenze stanno soppiantando il cv tradizionale. Da quando il web 2.0 ha generato una serie di strumenti di comunicazione online disponibili a tutti, le opportunità di visibilità, networking e comunicazione personale si sono moltiplicate. Blog e servizi di social network sono ambienti ideali nei quali promuovere i propri interessi, rendendo di fatto accessibili i nostri contenuti in maniera permanente.</p>
<p><a href="http://danschawbel.com/">Dan Schwabel</a> è il personaggio americano diventato icona del personal branding online e, manco a dirlo, ha creato nel tempo un brand fortissimo e molto riconosciuto. Schwabel ha definito i punti fondamentali nel percorso di creazione e gestione del brand personale. Da principio occorre scoprire chi siamo e che cosa vogliamo fare. Concentrandoci sulla posizione o sul lavoro attuale non riusciremmo a capire quali sono le vere passioni e gli obiettivi personali. Può trattarsi di argomenti che maneggiamo con abilità e grandi conoscenze oppure temi da scoprire e studiare dettagliatamente. L’importante è che ci sia un interesse autentico dietro la scelta. Successivamente occorrerà creare la strategia di promozione del brand. Un blog, un account su LinkedIn o su altri social network, persino una profilo su Twitter può essere funzionale al nostro marchio. A patto di volere veramente “sporcarsi le mani”. La semplice presenza non è sufficiente a conquistare visibilità online: occorre partecipare in maniera attiva, portando valore alla Rete attraverso contenuti e commenti, cercando il dialogo con altre persone interessate e dalle quali spesso nasce uno scambio costruttivo. Non si tratta di fare promozione in maniera tradizionale, ma di entrare in relazione e cercare un modo per aiutare realmente gli altri.</p>
<p>Assieme alla qualità dei contenuti e degli scambi serve costanza. Forse l’elemento più critico per mantenere il proprio brand personale. Detto questo siamo pronti a farci brand. Se una <a href="http://julia.nonsociety.com/main.php">graziosa perditempo</a> è riuscita a <a href="http://www.lafra.it/2008/10/24/riflessioni-sul-personality-based-marketing-il-caso-julia-allison/">conquistare la copertina di Wired</a> e a <a href="http://www.aninternetvoice.com/2009/04/27/julia-allison-at-mit-for-internet/">far lezione al MIT Sloan di Boston</a> sul marketing e l’imprenditorialità online, diventando una celebrità anche al di fuori della Rete, abbiamo tutti una possibilità.</p>
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		<title>Paure e speranze nel futuro delle news</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 09:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Fallimenti, perdite millionarie, licenziamenti e chiusure: la stampa americana vive un momento drammatico, possibile preludio a un profondo rinnovamento sul web. Spunti dal rapporto annuale sullo stato dei news media e dalle proposte di Clay Shirky e Steven Johnson]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sull&#8217;onda di una super-crisi economica stavolta originata dall&#8217;interno, sembra procedere inarrestabile anche la caduta della stampa statunitense. Dal 1 gennaio 2008 si sono avuti circa 15.000 licenziamenti nelle redazioni, con ampia flessione di vendite, pubblicità e valori borsistici. Oltre alla <a href="http://news.google.com/news?hl=en&amp;ned=us&amp;q=tribune+co.&amp;btnG=Search+News">dichiarazione di bancarotta per Tribune Co.</a>, che vanta testate quali Chicago Tribune, Los Angeles Times, Baltimore Sun, c&#8217;è il New York Times che ipoteca la propria sede, il palazzo realizzato da Renzo Piano a due passi da Times Square acquistato appena lo scorso anno, per rastrellare 225 milioni e far fronte a una parte dei propri debiti. Né se la passano meglio i quotidiani minori, con <a href="http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5iEpRuIdvKFqStgE9OPbUYDedBdFA">il Miami Herald tuttora in cerca di acquirenti</a> e il San Francisco Chronicle <a href="http://www.cnn.com/2009/US/02/27/rocky.mountain/index.html?iref=mpstoryview">in rosso per 50 milioni di dollari</a> nel 2008, con rischio concreto di una prossima messa all’asta. Un paio di settimane fa, infine, hanno chiuso definitivamente battenti due testate locali in Pennsylvania e soprattutto <a href="http://www.lsdi.it/2009/03/06/il-canto-del-cigno-della-stampa-usa/">l&#8217;indipendente Rocky Mountain News</a>, quotidiano di Denver con quasi 150 anni e quattro premi Pulitzer alle spalle.<span id="more-500"></span></p>
<p>Tendenza confermata dal fresco <a href="http://www.stateofthemedia.org/2009/narrative_overview_intro.php?media=1">The State of the News Media 2009</a>, sesto rapporto annuale sullo stato dell&#8217;informazione americana, il cui sommario si apre con «alcune cifre da brivido: le entrate dalle inserzioni dei quotidiani sono calate del 23% negli ultimi due anni, uno su cinque giornalisti nelle redazioni oggi è stato licenziato, e il 2009 potrebbe rivelarsi un&#8217;annata ancora peggiore. Perfino nelle Tv locali lo staff giornalistico viene drasticamente ridotto e nel 2008, anno elettorale, si è avuto un meno 7% nelle entrate pubblicitarie, cosa mai sentita prima, mentre i rating sono in caduta o statici per l&#8217;intero pailinsesto».</p>
<h5>Fame di informazione</h5>
<p>Si tratta forse del canto del cigno? Non proprio, intanto perché in realtà la <a href="http://www.upi.com/Business_News/2009/03/16/Newspaper_woes_continue_in_US/UPI-89811237238938/">gente continua ad aver fame d&#8217;informazione confezionata professionalmente</a> e, come conferma lo stesso rapporto di cui sopra, il pubblico <a href="http://www.stateofthemedia.org/2009/narrative_online_audience.php?media=5&amp;cat=2#88">consuma notizie in modi nuovi</a>, soprattutto online, dunque l&#8217;industria tradizionale ha tuttora molte frecce al proprio arco. Il punto è semmai che il settore non ha fatto granché per (imparare al meglio come) convertire quest&#8217;interesse più attivo e dinamico in soldoni, letteralmente. Conversione che non potrà avvenire se non sperimentando variamente con le potenzialità del digitale, dei social media, del giornalismo partecipativo. Fatto di cui, al di là dei piagnistei sulla presunta morte dei giornali, oggi sembrano finalmente convinti sia i piccoli che i grandi nomi &#8211; a partire dallo stesso New York Times.</p>
<p>Prima con l&#8217;avvio sperimentale della versione <a href="http://www.nytimes.com/">&#8220;Extra&#8221; della propria homepage</a>, che propone numerosi link ad articoli di diretti concorrenti quali Wall Street Journal, Boston Globe, BBC News, oltre che a una varietà di blog e testate (Huffington Post, Politico, Drudge Report ecc.). Chi volesse poi ulteriori approfondimenti, può saltare al volo su  <a href="http://www.blogrunner.com">Blogrunner</a>, news aggregator che fornisce la tecnologia per l&#8217;iniziativa e che dal 2005 fa parte della scuderia dello stesso New York Times. E poi con il fresco <a href="http://nytimes.com/marketing/thelocal/?hp">The Local</a>, una partnership tra cittadini-reporter e i redattori della cronaca che ha lo scopo di investire sull&#8217;ambito iper-locale (due aree del quartiere di Brooklyn e tre zone residenziali del New Jersey, per cominciare), in collaborazione con la <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/02/28/the-times-cuny-and-others-go-hyperlocal/">scuola di giornalismo di Jeff Jarvis</a>.</p>
<h5>Verso l&#8217;iperlocale</h5>
<p>In quest&#8217;ambito va segnalata la battaglia per <a href="http://www.niemanlab.org/2009/03/google-exec-nyt-go-hyper-local/">occupare lo spazio dell&#8217;iperlocale nelle metropoli della East Coast</a>, in primis proprio nell&#8217;affollato New Jersey, poi a Boston, con il concomitante lancio di <a href="http://www.patch.com/">Patch</a>, progetto in cui è coinvolto addirittura Google. Oltre agli scetticismi e ai primi fallimenti, sono partire anche delle denunce, poi appianate, a riprova delle alte speranze risposte nei network di giornalismo locale &#8211; dove si spera di recuperare quegli introiti legati ai piccoli annunci &#8220;rubati&#8221; alle grandi testate dalla valanga delle <a href="http://www.craigslist.org">Craigslist localizzate</a>. Perché è chiaro che, comunque vada, inserzionisti e imprenditori dispositi a investire in aree o progetti così ristretti non sono certo molti.</p>
<p>C&#8217;è poi chi si affida definitivamente al web, percorso compiuto nei giorni scorsi da un&#8217;altra testata storica, il <a href="http://www.seattlepi.com/">Seattle Post-Intelligencer</a> della Hearst Corp., in vita da 146 anni e maggior quotidiano dell&#8217;intero Paese ad aver abbandonato la carta stampata. Il giornale tirava 117.000 copie quotidiane, rispetto alle 198.000 del suo rivale cittadino, The Seattle Times: com&#8217;è capitato al Rocky Mountain News di Denver, se lo spazio si restringe per due testate cartacee, l&#8217;online offre qualche soluzione. Tant&#8217;è che anche quest&#8217;ultimo s&#8217;appresta al rilancio solo in digitale, con 30 ex-redattori che stanno per dar vita a <a href="http://www.indenvertimes.com/">InDenver Times</a> &#8211; purché entro il 23 aprile arrivino 50.000 abbonamenti a 4,99 dollari al mese, per un totale di 250.000 dollari a garanzia di stipendi e costi gestioniali, a cui si aggiugeranno gli investimenti di alcuni imprenditori locali.</p>
<p>Il fatto che la proposta decolli dipende prima di tutto dai cittadini: non solo per l’<a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/03/16/facciamo-pagare-linformazione-digitale-a-chi-gia-ne-ricava-utili/">obolo obbligatorio</a>, ma anche in virtù del loro diretto coinvolgimento nella produzione e condivisione di un’informazione variegata, diversificata, al passo con i tempi. Quei contenuti prodotti dagli utenti di cui le grandi testate non dovrebbero solo appropriarsi in modo gratuito, ma rispetto ai quali al contrario hanno l&#8217;opportunità di avviare un circolo virtuoso della compartecipazione e della disintermediazione a più levelli. Proprio come ribadiva un <a href="http://socialblog.yurait.com/index/?p=302">recente intervento di Jay Rosen</a>: «Sistemi editoriali chiusi e aperti, la stampa e la sfera connessa, non sono entità separate ma altamente interattive l’una con l’altra nel mercato dell’informazione».</p>
<h5>Shirky e Johnson</h5>
<p>Un quadro complessivo ripreso dai concomitanti interventi di due critici culturali americani, Steven Johnson e Clay Shirky. Il primo, <a href="http://www.stevenberlinjohnson.com/2009/03/the-following-is-a-speech-i-gave-yesterday-at-the-south-by-southwest-interactive-festival-in-austiniif-you-happened-to-being.html"> durante il South By Southwest Interactive Festival in corso in Texas</a>, si concentra sul futuro dei media partendo da un passato neppure troppo lontano, quando per avere notizie e indiscrezioni ci si affidava ai colossi dell’editoria tradizionale (perfino nel campo high-tech, da MacWorld fino a Wired). Alla metà degli anni ’90 il boom di Internet ha stravolto tutto: «Il mondo dei media odierno è ben più vario e interconnesso, un sistema di flussi e rilanci completamente diverso da una catena di montaggio. Assai più vicino all’ecosistema del mondo reale nella cirolazione delle informazioni, al contrario dei vecchi modelli industriali dei mass media top-down».</p>
<p>Questo è vero anche in campi come l’informazione politica in rete: originale, autosufficiente e spesso in netto anticipo sui media tradizionali. Anziché versare lacrime di coccodrillo per l’attuale sorte dei quotidiani, suggerice Johnson, dobbiamo aprire gli occhi sul fatto che «il vecchio e il nuovo si integreranno in modi che per prima cosa taglieranno fuori quel potere che credevamo di avere nelle nostre mani, applicando quel darwinismo sociale che pensavamo potesse accadere solo agli altri e mai a noi stessi». E mentre il web non potrà mai sostituire il Village Voice (storico settimanale gratuito di New York City), un&#8217;iniziativa come <a href="http://newassignment.net/">New Assignment</a> non ha più molto di simile a un tradizionale quotidiano. Ben più che del <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/03/16/dategli-tempo/">parassitismo di un settore sull’altro</a>, dovremo aspettarci «più contenuti, non meno: più informazione, analisi, precisione, un’ampia gamma di nicchie emergenti».</p>
<p>Clay Shirky spiega che <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">la crisi economica dei giornali</a> deriva soprattutto dalle enormi spese per le rotative e per la gestione del cartaceo, e ancor più che il «business dei media è stato stravolto dai nostri nuovi ruoli e libertà. Non siamo più lettori, né ascoltatori o telespettatori. Non siamo clienti e sicuramente neppure consumatori. Siamo utenti». Di conseguenza, quel che conta è pensare a modalità innovative per fare informazione, non alla sopravvivenza o meno di giornali e riviste cartacee. «Dovremmo occuparci di nuovi modelli per rivitalizzare i reporter  piuttosto che risuscitare vecchi modelli per foraggiare gli editori; più tempo perdiamo a fantasticare su soluzioni magiche per quest’ultimo problema, meno tempo abbiamo per trovare soluzioni concrete al primo». Ha senso, allora, preoccuparsi per il futuro dei quotidiani e, soprattutto, per come andremo a sostituirli? Meglio non mentire, <a href="http://www.boingboing.net/2009/03/14/shirky-what-will-rep.html">insiste ancora Shirky</a>, facendo finta di non trovarci nel mezzo di una rivoluzione oppure affermando che «il vecchio sistema non possa frantumarsi prima che ne nascano di nuovi e che gli antichi contratti sociali non siano in pericolo».</p>
<p>Non resta dunque che salvare il salvabile, come stanno facendo diversi attori mainstream statunitensi. Oppure buttarsi nella sperimentazione, come provano a fare altri. In un caso e nell&#8217;altro, nulla di buono potrà uscirne fuori senza la partecipazione diretta, fattiva, costruttiva di ciascuno di noi. Questo è poco, ma sicuro.</p>
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