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	<title>Apogeonline &#187; Wall Street Journal</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Ci ho provato e ce l&#8217;ho fatta, una storia d&#8217;Africa</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 08:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marta Mainieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La curiosa vicenda di un quattordicenne del Malawi che ha costruito un mulino a vento per dare elettricità alla sua casa e alla sua famiglia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Prima che scoprissi il miracolo della scienza, la magia governava il mondo». Così inizia <a href="http://browseinside.harpercollins.com/index.aspx?isbn13=9780061730320&amp;WT.mc_id=biWidget05379ea9-febf-4998-985e-acf2e36ead15">The boy who harnessed the wind</a>, il libro che racconta la storia di <a href="http://williamkamkwamba.typepad.com/williamkamkwamba/photos.html">William Kamkawamba</a>, un ragazzo del Malawi che a quattordici anni ha costruito un mulino a vento con alcuni pezzi di scarto. Voleva rifornire la sua casa di elettricità e fare qualcosa per non essere condannato a lavorare la terra della sua famiglia tutta la vita. La sua storia ha commosso prima la blogosfera africana, poi la platea della Ted Conference ad Arusha (Tanzania) nel 2007, e, da qui, è rimbalzata sulla <a href="http://online.wsj.com/article/SB119742696302722641.html">prima pagina del Wall Street Journal</a> fino poi a diventare un libro,<em> </em>scritto in collaborazione con il giornalista dell’Associated Press Bryan Mealer e ora tradotto in italiano <a href="http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/rizzoli/libro/3845_il_ragazzo_che_catturo_il_vent_kamkwamba.html">da Rizzoli</a>.<span id="more-2338"></span></p>
<h5>Oltre le circostanze</h5>
<p>Una vicenda che sembra uscita da un romanzo, più che esserne il contenuto, e il cui aspetto più sorprendente,  scrive <a href="http://ethanzuckerman.com/blog/">Ethan Zuckerman</a> «non è l’improbabile sequenza di eventi che hanno portato William dall’anonimato alla prima pagina del Wall Street Journal, ma il fatto che la sua creatività e le sue ambizioni non siano state cancellate dalle circostanze». L’Africa di William, infatti, è un paese dove la notte gli stregoni rubano la testa agli uomini e ci giocano a calcio, le gomme da masticare potrebbero essere avvelenate da una pozione magica, e il candidato alla presidenza promette scarpe per tutti ma poi ritratta subito dopo l’elezione. Un paese dove convive scienza e magia, speranza e rassegnazione, ingenuità e creatività.</p>
<p>Qui, nel 2001 William trova un vecchio libro in una sperduta biblioteca vicino a Wimbe, il villaggio del Malawi dove vive. Si intitola <em>Using energy</em> e sulla copertina c’è una lunga fila di pale eoliche. «Non sapevo che cosa fossero», scrive William, «tutto quello che vedevo erano torri bianche con tre pale che si alzavano verso il cielo come giganti». In quel periodo il Malawi è colpito da una grave carestia. William mangia una sola volta al giorno, e non frequenta la scuola perchè i genitori non possono permettersi di pagare la retta. «Immaginate che una forza ostile abbia invaso la vostra città e che la sconfitta sia praticamente certa», legge William nel libro, «se  serve un eroe per salvare le vostre sorti, provate a cercare nella più vicina università e portate uno scienziato in battaglia».</p>
<h5>Meravigliosamente solo</h5>
<p>Dopo aver raccontato come Archimede durante l’assedio di Siracusa utilizzò gli specchi per bruciare le navi dei romani, il libro spiega il potere dell’energia e come funziona un impianto eolico. «Tutto quello di cui ho bisogno è un mulino», conclude William, «con un mulino posso stare sveglio la sera a leggere invece di andare a letto alle sette come tutto il resto del Malawi. E posso procurare acqua per irrigare i campi di casa, così da non soffrire più la fame». In un paese, come il Malawi, in cui solo il 2% della popolazione possiede l’elettricità, ma il vento soffia quasi ininterrottamente giorno e notte, l’idea di William non è poi così bizzarra, come invece, appare a familiari e agli amici che seguono l’impresa i primi con preoccupazione, gli altri con un fare scherzoso.</p>
<p>Inizialmente William cerca di spiegare, di coinvolgerli, poi rinuncia e decide di mettere tutti davanti al fatto compiuto. Si rifugia in una discarica, dove era solito giocare da bambino, che gli appare improvvisamente una «miniera d’oro», un posto dove poter stare «meravigliosamente solo», dove dimenticare la delusione per non poter frequentare la scuola, e soprattutto dove trovare i pezzi necessari per il suo mulino. Trova un ventilatore di un trattore, delle grosse lame arruginite, un enorme assorbitore d’urto (cuscinetto), un pistone, una bobina arruginita e così via. Pezzi che nei giorni seguenti assembla come quelli di un puzzle e che man mano prendono forma.</p>
<h5>Non ero pazzo</h5>
<p>Il momento in cui William riesce ad avviare il mulino e a illuminare la sua stanza è tutto da leggere. Non è possibile raccontare l’emozione che si prova immaginando la scena: la gente che si raduna intorno aspettando il suo fallimento (perchè almeno, così, è più facile accettare la rassegnazione), i timori e le speranze della madre e delle sorelle, il cuore di William che batte mentre cerca di avviare il <a href="http://www.flickr.com/search/?q=Kamkwamba&amp;m=text">mulino</a> muovendo il raggio della bicicletta, fino a quando, poi, appare la luce e tutti intorno iniziano ad applaudire mentre William saltando grida: «Ve l&#8217;avevo detto che non ero pazzo».  Un urlo liberatorio che ha il sapore di una rivincita nei confronti degli increduli ma soprattutto di un paese che non gli permette di avere quanto desidera.</p>
<p>Quello che n’è seguito è per certi versi ancora più sorprendente, se si pensa che William non aveva conoscenti, amici, patroni che si prendessero cura di lui e della sua invenzione. Almeno fino a quando, qualche anno dopo, nel 2006, Hartford Mchazime, un docente legato a una Ong, decide di farsi quattro ore di macchina (richiamato da alcuni colleghi che avevano visto il mulino) per andare a conoscere quel ragazzo che aveva <em>imbrogliato il vento</em>. «Quello che ha fatto vostro figlio è sorprendente», spiega Mchazime ai genitori di William, «e questo è solo l’inizio. Ho la sensazione che vostro figlio farà strada e vorrei che voi vi foste pronti».</p>
<h5>TedGlobal</h5>
<p>Mchazime convoca i giornalisti delle più importanti testate del Malawi, che pubblicano foto e interviste. Decide poi che William debba riprendere al più presto gli studi, non c’è più tempo da perdere, e non riuscendo ad ottenere la risposta che vuole da diverse scuole, si reca direttamente al Ministero dell’istruzione che provvede a iscrivere di William &#8211; non senza mostrare prima alcune resistenze &#8211; in una scuola a un’ora di strada dal suo paese. Nel frattempo <a href="http://timbuktuchronicles.blogspot.com/">Emeka Okafor</a>, famoso blogger nigeriano e imprenditore, nonchè direttore del programma della TEDGlobal conference del 2007, legge su un blog malawiano la vicenda di William, e decide di invitarlo come ospite all’evento.</p>
<p>«Non sapevo ancora dove si tenesse la conferenza, immaginavo a Lilongwe», racconta William, «così inizio a immaginarmi per le strade della capitale. La gente dice che Lilongwe è piena di ladri ma non avevo paura. Se qualcosa fosse successo, avevo deciso, sarei entrato in un mercato e avrei chiesto aiuto a una donna. Le donne ti aiutano sempre». La conferenza, invece, si tiene ad Arusha, in Tanzania, e William per la prima volta <a href="http://soyapi.blogspot.com/2007/06/meeting-william-kamkwamba.html">prende un aereo</a> e dorme in un albergo: «Un hotel? Starò in un hotel? Pensavo che avrei dorminto in una guesthose vicino a una di quelle zone rumorose dove sta la porvera gente». Ad Arusha, il giorno della conferenza, William, per la prima volta prova un computer, naviga su internet e fa una ricerca su Google naturalmente con la parola “mulino”. Poi arriva il momento di salire sul palco, le gambe gli tremano, le parole svaniscono, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Chris_Anderson_%28TED%29">Chris Anderson</a> lo guida, ma è proprio la sua semplicità e il suo essere impacciato che colpisce la platea.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="334" height="326" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="wmode" value="transparent" /><param name="bgColor" value="#ffffff" /><param name="flashvars" value="vu=http://video.ted.com/talks/dynamic/WilliamKamkwamba_2007G-medium.flv&amp;su=http://images.ted.com/images/ted/tedindex/embed-posters/WilliamKamkwamba-2007G.embed_thumbnail.jpg&amp;vw=320&amp;vh=240&amp;ap=0&amp;ti=153&amp;introDuration=16500&amp;adDuration=4000&amp;postAdDuration=2000&amp;adKeys=talk=william_kamkwamba_on_building_a_windmill;year=2007;theme=tales_of_invention;theme=speaking_at_tedglobal2009;theme=design_like_you_give_a_damn;theme=ted_under_30;theme=africa_the_next_chapter;event=TEDGlobal+2007;&amp;preAdTag=tconf.ted/embed;tile=1;sz=512x288;" /><param name="src" value="http://video.ted.com/assets/player/swf/EmbedPlayer.swf" /><param name="bgcolor" value="#ffffff" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="334" height="326" src="http://video.ted.com/assets/player/swf/EmbedPlayer.swf" flashvars="vu=http://video.ted.com/talks/dynamic/WilliamKamkwamba_2007G-medium.flv&amp;su=http://images.ted.com/images/ted/tedindex/embed-posters/WilliamKamkwamba-2007G.embed_thumbnail.jpg&amp;vw=320&amp;vh=240&amp;ap=0&amp;ti=153&amp;introDuration=16500&amp;adDuration=4000&amp;postAdDuration=2000&amp;adKeys=talk=william_kamkwamba_on_building_a_windmill;year=2007;theme=tales_of_invention;theme=speaking_at_tedglobal2009;theme=design_like_you_give_a_damn;theme=ted_under_30;theme=africa_the_next_chapter;event=TEDGlobal+2007;&amp;preAdTag=tconf.ted/embed;tile=1;sz=512x288;" bgcolor="#ffffff" wmode="transparent" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<h5>I try and I made it</h5>
<p>Alla fine del racconto tutti si alzano in piedi per applaudire, qualcuno è commosso. «I try and I made it», diviene il tormentone della conferenza. William è felice. «Per la prima volta nella mia vita», commenta nel suo libro, «mi sono sentito circondato da persone che capivano quello che avevo fatto. Un grande peso aveva lasciato il mio petto. Potevo rilassarmi. Ero finalmente fra colleghi». William Kamkwamba oggi vive in Sudafrica, dove grazie a una borsa di studi frequenta l’<a title="African Leadership Academy" href="http://en.wikipedia.org/wiki/African_Leadership_Academy">African Leadership Academy</a> a <a title="Johannesburg" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Johannesburg">Johannesburg</a>. In Malawi ha costruito un mulino ancora più grande per illuminare non solo la sua casa, ma anche il suo villaggio e per questo negli Stati Uniti ha ricevuto diversi premi. Di lui Nicholas Negroponte ha scritto: «La genialità di William sta nella sua ingenuità». Mentre <a href="http://www.thelongtail.com/about.html">Chris Anderson</a>, direttore di Wired: «Mi piace scoprire quanto possiamo imparare da chi non ha nessuna possibilità».</p>
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		<title>Paure e speranze nel futuro delle news</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 09:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fallimenti, perdite millionarie, licenziamenti e chiusure: la stampa americana vive un momento drammatico, possibile preludio a un profondo rinnovamento sul web. Spunti dal rapporto annuale sullo stato dei news media e dalle proposte di Clay Shirky e Steven Johnson]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sull&#8217;onda di una super-crisi economica stavolta originata dall&#8217;interno, sembra procedere inarrestabile anche la caduta della stampa statunitense. Dal 1 gennaio 2008 si sono avuti circa 15.000 licenziamenti nelle redazioni, con ampia flessione di vendite, pubblicità e valori borsistici. Oltre alla <a href="http://news.google.com/news?hl=en&amp;ned=us&amp;q=tribune+co.&amp;btnG=Search+News">dichiarazione di bancarotta per Tribune Co.</a>, che vanta testate quali Chicago Tribune, Los Angeles Times, Baltimore Sun, c&#8217;è il New York Times che ipoteca la propria sede, il palazzo realizzato da Renzo Piano a due passi da Times Square acquistato appena lo scorso anno, per rastrellare 225 milioni e far fronte a una parte dei propri debiti. Né se la passano meglio i quotidiani minori, con <a href="http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5iEpRuIdvKFqStgE9OPbUYDedBdFA">il Miami Herald tuttora in cerca di acquirenti</a> e il San Francisco Chronicle <a href="http://www.cnn.com/2009/US/02/27/rocky.mountain/index.html?iref=mpstoryview">in rosso per 50 milioni di dollari</a> nel 2008, con rischio concreto di una prossima messa all’asta. Un paio di settimane fa, infine, hanno chiuso definitivamente battenti due testate locali in Pennsylvania e soprattutto <a href="http://www.lsdi.it/2009/03/06/il-canto-del-cigno-della-stampa-usa/">l&#8217;indipendente Rocky Mountain News</a>, quotidiano di Denver con quasi 150 anni e quattro premi Pulitzer alle spalle.<span id="more-500"></span></p>
<p>Tendenza confermata dal fresco <a href="http://www.stateofthemedia.org/2009/narrative_overview_intro.php?media=1">The State of the News Media 2009</a>, sesto rapporto annuale sullo stato dell&#8217;informazione americana, il cui sommario si apre con «alcune cifre da brivido: le entrate dalle inserzioni dei quotidiani sono calate del 23% negli ultimi due anni, uno su cinque giornalisti nelle redazioni oggi è stato licenziato, e il 2009 potrebbe rivelarsi un&#8217;annata ancora peggiore. Perfino nelle Tv locali lo staff giornalistico viene drasticamente ridotto e nel 2008, anno elettorale, si è avuto un meno 7% nelle entrate pubblicitarie, cosa mai sentita prima, mentre i rating sono in caduta o statici per l&#8217;intero pailinsesto».</p>
<h5>Fame di informazione</h5>
<p>Si tratta forse del canto del cigno? Non proprio, intanto perché in realtà la <a href="http://www.upi.com/Business_News/2009/03/16/Newspaper_woes_continue_in_US/UPI-89811237238938/">gente continua ad aver fame d&#8217;informazione confezionata professionalmente</a> e, come conferma lo stesso rapporto di cui sopra, il pubblico <a href="http://www.stateofthemedia.org/2009/narrative_online_audience.php?media=5&amp;cat=2#88">consuma notizie in modi nuovi</a>, soprattutto online, dunque l&#8217;industria tradizionale ha tuttora molte frecce al proprio arco. Il punto è semmai che il settore non ha fatto granché per (imparare al meglio come) convertire quest&#8217;interesse più attivo e dinamico in soldoni, letteralmente. Conversione che non potrà avvenire se non sperimentando variamente con le potenzialità del digitale, dei social media, del giornalismo partecipativo. Fatto di cui, al di là dei piagnistei sulla presunta morte dei giornali, oggi sembrano finalmente convinti sia i piccoli che i grandi nomi &#8211; a partire dallo stesso New York Times.</p>
<p>Prima con l&#8217;avvio sperimentale della versione <a href="http://www.nytimes.com/">&#8220;Extra&#8221; della propria homepage</a>, che propone numerosi link ad articoli di diretti concorrenti quali Wall Street Journal, Boston Globe, BBC News, oltre che a una varietà di blog e testate (Huffington Post, Politico, Drudge Report ecc.). Chi volesse poi ulteriori approfondimenti, può saltare al volo su  <a href="http://www.blogrunner.com">Blogrunner</a>, news aggregator che fornisce la tecnologia per l&#8217;iniziativa e che dal 2005 fa parte della scuderia dello stesso New York Times. E poi con il fresco <a href="http://nytimes.com/marketing/thelocal/?hp">The Local</a>, una partnership tra cittadini-reporter e i redattori della cronaca che ha lo scopo di investire sull&#8217;ambito iper-locale (due aree del quartiere di Brooklyn e tre zone residenziali del New Jersey, per cominciare), in collaborazione con la <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/02/28/the-times-cuny-and-others-go-hyperlocal/">scuola di giornalismo di Jeff Jarvis</a>.</p>
<h5>Verso l&#8217;iperlocale</h5>
<p>In quest&#8217;ambito va segnalata la battaglia per <a href="http://www.niemanlab.org/2009/03/google-exec-nyt-go-hyper-local/">occupare lo spazio dell&#8217;iperlocale nelle metropoli della East Coast</a>, in primis proprio nell&#8217;affollato New Jersey, poi a Boston, con il concomitante lancio di <a href="http://www.patch.com/">Patch</a>, progetto in cui è coinvolto addirittura Google. Oltre agli scetticismi e ai primi fallimenti, sono partire anche delle denunce, poi appianate, a riprova delle alte speranze risposte nei network di giornalismo locale &#8211; dove si spera di recuperare quegli introiti legati ai piccoli annunci &#8220;rubati&#8221; alle grandi testate dalla valanga delle <a href="http://www.craigslist.org">Craigslist localizzate</a>. Perché è chiaro che, comunque vada, inserzionisti e imprenditori dispositi a investire in aree o progetti così ristretti non sono certo molti.</p>
<p>C&#8217;è poi chi si affida definitivamente al web, percorso compiuto nei giorni scorsi da un&#8217;altra testata storica, il <a href="http://www.seattlepi.com/">Seattle Post-Intelligencer</a> della Hearst Corp., in vita da 146 anni e maggior quotidiano dell&#8217;intero Paese ad aver abbandonato la carta stampata. Il giornale tirava 117.000 copie quotidiane, rispetto alle 198.000 del suo rivale cittadino, The Seattle Times: com&#8217;è capitato al Rocky Mountain News di Denver, se lo spazio si restringe per due testate cartacee, l&#8217;online offre qualche soluzione. Tant&#8217;è che anche quest&#8217;ultimo s&#8217;appresta al rilancio solo in digitale, con 30 ex-redattori che stanno per dar vita a <a href="http://www.indenvertimes.com/">InDenver Times</a> &#8211; purché entro il 23 aprile arrivino 50.000 abbonamenti a 4,99 dollari al mese, per un totale di 250.000 dollari a garanzia di stipendi e costi gestioniali, a cui si aggiugeranno gli investimenti di alcuni imprenditori locali.</p>
<p>Il fatto che la proposta decolli dipende prima di tutto dai cittadini: non solo per l’<a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/03/16/facciamo-pagare-linformazione-digitale-a-chi-gia-ne-ricava-utili/">obolo obbligatorio</a>, ma anche in virtù del loro diretto coinvolgimento nella produzione e condivisione di un’informazione variegata, diversificata, al passo con i tempi. Quei contenuti prodotti dagli utenti di cui le grandi testate non dovrebbero solo appropriarsi in modo gratuito, ma rispetto ai quali al contrario hanno l&#8217;opportunità di avviare un circolo virtuoso della compartecipazione e della disintermediazione a più levelli. Proprio come ribadiva un <a href="http://socialblog.yurait.com/index/?p=302">recente intervento di Jay Rosen</a>: «Sistemi editoriali chiusi e aperti, la stampa e la sfera connessa, non sono entità separate ma altamente interattive l’una con l’altra nel mercato dell’informazione».</p>
<h5>Shirky e Johnson</h5>
<p>Un quadro complessivo ripreso dai concomitanti interventi di due critici culturali americani, Steven Johnson e Clay Shirky. Il primo, <a href="http://www.stevenberlinjohnson.com/2009/03/the-following-is-a-speech-i-gave-yesterday-at-the-south-by-southwest-interactive-festival-in-austiniif-you-happened-to-being.html"> durante il South By Southwest Interactive Festival in corso in Texas</a>, si concentra sul futuro dei media partendo da un passato neppure troppo lontano, quando per avere notizie e indiscrezioni ci si affidava ai colossi dell’editoria tradizionale (perfino nel campo high-tech, da MacWorld fino a Wired). Alla metà degli anni ’90 il boom di Internet ha stravolto tutto: «Il mondo dei media odierno è ben più vario e interconnesso, un sistema di flussi e rilanci completamente diverso da una catena di montaggio. Assai più vicino all’ecosistema del mondo reale nella cirolazione delle informazioni, al contrario dei vecchi modelli industriali dei mass media top-down».</p>
<p>Questo è vero anche in campi come l’informazione politica in rete: originale, autosufficiente e spesso in netto anticipo sui media tradizionali. Anziché versare lacrime di coccodrillo per l’attuale sorte dei quotidiani, suggerice Johnson, dobbiamo aprire gli occhi sul fatto che «il vecchio e il nuovo si integreranno in modi che per prima cosa taglieranno fuori quel potere che credevamo di avere nelle nostre mani, applicando quel darwinismo sociale che pensavamo potesse accadere solo agli altri e mai a noi stessi». E mentre il web non potrà mai sostituire il Village Voice (storico settimanale gratuito di New York City), un&#8217;iniziativa come <a href="http://newassignment.net/">New Assignment</a> non ha più molto di simile a un tradizionale quotidiano. Ben più che del <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/03/16/dategli-tempo/">parassitismo di un settore sull’altro</a>, dovremo aspettarci «più contenuti, non meno: più informazione, analisi, precisione, un’ampia gamma di nicchie emergenti».</p>
<p>Clay Shirky spiega che <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">la crisi economica dei giornali</a> deriva soprattutto dalle enormi spese per le rotative e per la gestione del cartaceo, e ancor più che il «business dei media è stato stravolto dai nostri nuovi ruoli e libertà. Non siamo più lettori, né ascoltatori o telespettatori. Non siamo clienti e sicuramente neppure consumatori. Siamo utenti». Di conseguenza, quel che conta è pensare a modalità innovative per fare informazione, non alla sopravvivenza o meno di giornali e riviste cartacee. «Dovremmo occuparci di nuovi modelli per rivitalizzare i reporter  piuttosto che risuscitare vecchi modelli per foraggiare gli editori; più tempo perdiamo a fantasticare su soluzioni magiche per quest’ultimo problema, meno tempo abbiamo per trovare soluzioni concrete al primo». Ha senso, allora, preoccuparsi per il futuro dei quotidiani e, soprattutto, per come andremo a sostituirli? Meglio non mentire, <a href="http://www.boingboing.net/2009/03/14/shirky-what-will-rep.html">insiste ancora Shirky</a>, facendo finta di non trovarci nel mezzo di una rivoluzione oppure affermando che «il vecchio sistema non possa frantumarsi prima che ne nascano di nuovi e che gli antichi contratti sociali non siano in pericolo».</p>
<p>Non resta dunque che salvare il salvabile, come stanno facendo diversi attori mainstream statunitensi. Oppure buttarsi nella sperimentazione, come provano a fare altri. In un caso e nell&#8217;altro, nulla di buono potrà uscirne fuori senza la partecipazione diretta, fattiva, costruttiva di ciascuno di noi. Questo è poco, ma sicuro.</p>
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		<title>Quale neutralità nell’internet del futuro?</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 09:05:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Akamai]]></category>
		<category><![CDATA[David Isenberg]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
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		<description><![CDATA[La notizia rilanciata dal Wall Street Journal s'è in qualche modo sgonfiata, a Mountain View non starebbero tramando agguati alla pari dignità di tutti i bit. Ma pratiche come quella in discussione un effetto ce l'hanno comunque: rafforzano la leadership e rallentano la corsa dei possibili sfidanti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è uno spiraglio di futuro in una notizia molto discussa, anche con toni polemici, nei giorni scorsi <a href="http://www.hyperorg.com/blogger/2008/12/15/google-to-wsj-google-net-neutrality-and-get-back-to-us/">negli Stati Uniti</a> e <a href="http://it.blogbabel.com/search/entries/google%20neutralit%C3%A0/">in Italia</a>. La notizia, lanciata dal <a href="http://online.wsj.com/article/SB122929270127905065.html">Wall Street Journal</a>, è che Google vuole fare accordi di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cache">edge caching</a> con gli operatori così da mettere i propri contenuti più vicino agli utenti finali e quindi migliorare l’accesso. Il dibattito si è incagliato su una domanda: questo viola o no la network neutrality, di cui Google è stato (e continua a dichiararsi) uno dei più strenui difensori?<span id="more-254"></span></p>
<p>Il terreno è scivoloso perché non c’è ancora una chiara definizione di network neutrality. Finora con questi termini si è inteso &#8211; come spiegato anche dalla Fondazione Bordoni, il thinktank del ministero delle Comunicazioni &#8211; il principio secondo il quale non debbano esserci discriminazioni tra i contenuti che viaggiano al suo interno. Discriminazioni che potrebbero essere fatte dagli operatori, a favore dei propri contenuti o di quelli di partner o clienti. La parola chiave è <em>discriminazione</em>. Non vuol dire che la rete debba essere stupida, per non essere discriminante.</p>
<p>La rete non è stupida da almeno dieci anni, sono ormai comuni pratiche di <em>quality of service</em>, <em>traffic shaping</em> e lo stesso edge caching (fatto da soggetti come <a href="http://www.akamai.com/">Akamai</a> e <a href="http://www.level3.com/">Level3</a> presso gli operatori, e poi venduto ai content provider). La rete non è uguale per tutti: per la legge della domanda e dell’offerta, chi ha più soldi, ovviamente, si procura i server migliori, contratta più banda, ottiene sulla rete una posizione privilegiata per fornire i propri contenuti. Discriminare è una cosa in più: è creare una priorità nei pacchetti, cosicché alcuni, quelli dei contenuti privilegiati, arrivano prima. È la differenza che corre tra avere auto più veloci e avere un vigile amico che ti fa passare prima degli altri.</p>
<p>Ora noi non sappiamo con esattezza quello che intende fare Google, se è l’edge caching tradizionale oppure uno più sofisticato e privilegiato. Però piuttosto che chiederci se questo violi o no la neutralità della rete, concetto come si è visto scivoloso ed equivoco, chiediamoci l’impatto che potrebbe avere sull’internet del futuro. Non è banale che Google abbia scelto di trattare direttamente con gli operatori per fare caching, invece di continuare a usare solo Akamai e gli altri. Significa, perlomeno, che la tendenza è sempre più a favore del caching, per la fornitura di contenuti e servizi internet. Content provider e operatori tendono a stringere di più i loro rapporti, a vantaggio di entrambi.</p>
<p>Se ne avvantaggerà anche la rete, che diventerà più efficiente? È possibile. Certo è che i contenuti (legali) più usati, quelli degli attuali big di internet, saranno veicolati meglio. Ma che dire del resto della rete? I contenuti che non sono dei big, i servizi magari di start-up promettenti non rischiano di essere penalizzati? È questa l’incognita. Anche David Isenberg, uno dei primi a correre in difesa di Google dopo l’articolo del Wall Street Journal, adesso esprime <a href="http://www.circleid.com/posts/20081216_what_if_wrong_about_edge_caching">qualche dubbio</a>.</p>
<p>Si dirà: già ora i big sono favoriti, rispetto ai soggetti minori. Sfruttano il proprio potere economico e la posizione acquisita per comprare collegamenti e server migliori e così perpetuano la propria leadership, in un circolo virtuoso. È vero, ma finora questo principio non ha minato più di tanto l’apertura di internet, la sua capacità di fare arrivare al successo start-up che, forti di pochi milioni di euro dei venture capitalist, possono ritagliarsi un ruolo di primo piano nel web. Si pensi a Twitter, a Facebook. Già adesso c’è una barriera all’ingresso, è vero, e infatti non è un caso che le start-up di successo planetario siano quasi tutte americane: lì possono contare di più sui fondi dei venture.</p>
<p>In un futuro in cui la barriera all’ingresso aumenterà, questo sarà sempre meno possibile. Se per essere competitivi bisognerà avere molti soldi di partenza, per permettersi un costoso edge caching presso l’operatore, non ci saranno speranze per possibili concorrenti di Google. Saranno destinati a una nicchia. Gli sfidanti dei big della rete non potranno essere nuovi entranti in senso assoluto, in quello scenario. Ma essere soggetti forti in altri business, magari tradizionali (si pensi a News Corporation). Forse è destino inevitabile per la rete che, maturando, renda sempre più protette le leadership. È presto però per dirlo. Nello specifico, molto dipenderà dall’effettivo livello di apertura e di accessibilità economica di questi accordi con gli operatori.</p>
]]></content:encoded>
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