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	<title>Apogeonline &#187; Vodafone</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Quelli che fanno affari con Facebook e Twitter</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampaolo Colletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una ricerca della Bocconi traccia un quadro aggiornato rispetto all'uso dei social network in azienda. Alcuni casi di successo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Walled garden, giardino chiuso. Qualche anno fa gli analisti di nuovi media ci abituarono a questa terminologia riferita alle prime esperienze di internet sui dispositivi mobili. Il termine fu adottato, ad esempio, per il rilascio delle prime sperimentazioni in Italia del <em>Vodafone Live!</em>, piattaforma che dai cellulari Vodafone permetteva di accedere ai servizi a valore aggiunto. Ci si collegava alla Rete, ma non troppo, perché non si navigava se non in un numero chiuso di piattaforme predefinite. Dal giardino chiuso del passato (ma forse ancora attuale, per alcuni è tale anche l&#8217;iPad) agli ambienti <em>social</em> degli ultimi anni il passo è stato straordinariamente decisivo: un&#8217;era geologica, che sui social network scorre con un tempo molto rapido. I dati e gli entusiasmi sulla cultura digitale in rete fanno comprendere quanto i media sociali oggi siano strategici per aziende multinazionali, per le piccole e medie imprese, per organizzazioni o gruppi di interesse di ogni sorta e anche per i vecchi media editoriali ricovertiti in nuovi media grazie al digitale.<span id="more-7382"></span></p>
<h5>Social media e imprese</h5>
<p>Partiamo dall&#8217;<a href="http://contactsda.sdabocconi.it/it/mq/index.htm?utm_source=google&amp;utm_medium=link_sponsorizzati&amp;utm_content=MQ&amp;utm_campaign=programmi_2011">ultima ricerca</a> dell&#8217;Università Bocconi, elaborata dall&#8217;osservatorio business intelligence. I dati sono stati analizzati un paio di mesi fa e arrivano a coprire il mese di settembre 2011: non è banale considerare questo aspetto perché le istantanee in rete faticano a stare al passo coi tempi e diventano difficili da effettuare: troppo sfocate, se aggiornate al brevissimo termine, oppure troppo definite, ma datate e quindi non realistiche. Non è così per questa ricerca, che fotografa il ruolo dei media sociali per le imprese nostrane. All&#8217;inizio guardati con diffidenza e poco conosciuti, oggi i social network vengono considerati alleati preziosi anche per ingrossare il portfolio clienti: non servono più soltanto per attuare un dialogo coerente con la propria comunità di clienti, ma anche per vendere a nuovi potenziali compratori.</p>
<p>Così per il 76% delle oltre mille realtà intervistate, i social network sono ritenuti strategici per ricevere feedback e gestire le lamentele. C&#8217;è un rilevante 4% che si spinge oltre, affermando come sia disposto a cambiare strategia commerciale a seguito di commenti postati su Facebook. Dalla stessa ricerca emerge come il 39% delle aziende sia già posizionata online, mentre il 32% sia pronta a scendere nell&#8217;agone digitale investendo sui social network. C&#8217;è anche un 6% che ritiene inutile buttarsi sui media sociali e che Facebook, Twitter, LinkedIn non siano il modo giusto per interagire con la customer based. Ma è una percentuale minima, quasi irrisoria rispetto al 54% vede questi ambienti aperti e integrabili con le attività del customer care (call center in primis).</p>
<h5>Consapevolezza (molta) e visione (poca)</h5>
<p>Tra il dire e il fare c&#8217;è di mezzo una rete ancora poco conosciuta: quasi uno su cinque delle aziende intervistate (17%) non sa valutare l&#8217;efficacia di una campagna di viral marketing, il 24% delle imprese non sempre risponde ai commenti, il 43% non fa un accurato screening di ciò che si dice sui social network della propria azienda (il monitoraggio noto ai più come <em>buzz marketing</em>) e addirittura il 35% monitorizza i dati ancora manualmente. Due sono gli aspetti da evidenziare: la costante analfabetizzazione alle nuove tecnologie della classe dirigente, che non conosce gli strumenti da adottare per potenziare l&#8217;efficacia e in qualche modo per avere un buon ritorno d&#8217;investimento. E poi la mancanza di coraggio nell&#8217;ingaggiare figure specializzate (e anche iperspecializzate) che possano entrare in azienda, internalizzando le professionalità, o che possano collaborare con l&#8217;azienda in un&#8217;ottica di consulenza esterna.</p>
<p>Così afferma Andrea Albanese, ricercatore dell&#8217;Università Bocconi e autore del monitoraggio: «Nelle aziende italiane c&#8217;è una sottovalutazione delle attività di business intelligence con relativa reportistica online. Ciò significa che concretamente spesso il call center non sa dialogare con i clienti sul web. Inoltre l&#8217;impresa ha bisogno di rimodulare il proprio budget in questo settore: spesso mancano figure competenti su tecniche di web e social marketing e ci si affida ad agenzie tradizionali che annaspano su questi nuovi mercati». Ci troviamo di fronte all&#8217;annoso problema di mancanza di visione: si gestisce l&#8217;ordinario e mancano strategie a medio-lungo termine. «L&#8217;azienda, non avendo ancora una reale fiducia oltre che budget allocato, decide di ingaggiare risorse molto <em>junior</em>, specialisti della materia non ancora formati a tutto tondo per presidiare questi campi», precisa Albanese. Ecco, torniamo alle difficoltà di far comprendere alle imprese nostrane che un nativo digitale non è necessariamente una risorsa che possa presidiare con efficiacia lo spazio social dell&#8217;azienda.</p>
<h5>Cultura social</h5>
<p>Ciò che serve è un nuovo approccio social. Albanese è molto chiaro: «Non perché un cliente entra nella community dell&#8217;azienda o sulla fan page diventa necessariamente un amico. Attenzione: la logica amicale disorienta nel rapporto azienda/fornitore, che non deve essere sottovalutato». Rincara la dose anche un altro esperto, Andrea Boscaro, fondatore di <a href="http://www.key4biz.it/Mappamondo/2011/02/The_Vortex_Media_Digitali_Societa_Formazione_Nicola_Mauri_Andrea_Boscaro_Massimiliano_Sossella.html">The Vortex</a>: società di formazione al marketing digitale. «Innanzitutto credo che in Italia ci sia stato un fagocitamento da parte di Facebook sugli altri social network: è stato tale il suo boom che, ad esempio, ha offuscato il ruolo e il potenziale di Twitter e questo vale tanto per le persone che per le aziende. È importante comprendere come Twitter non sia un sostituto di Facebook, ma un suo possibile complemento: Twitter non è un <em>social network</em> ma un <em>information network</em>».</p>
<p>D&#8217;altronde, restando su Twitter, in Italia i venticinque brand più popolari per numero di followers (Dolce &amp; Gabbana, Ferrari, Gucci, Cavalli, Feltrinelli, Emergency) inviano meno di quattro tweet al giorno. E stiamo parlando delle eccellenze. Prima di aprire un account Twitter &#8211; l&#8217;ultimo passaggio che un&#8217;azienda dovrebbe effettuare &#8211; occorre mappare le possibilità di entrare in conversazione con una potenziale community e quindi con persone che già esistono sulla piattaforma di microblogging. «Prima c&#8217;è il monitoraggio di ciò che si dice di noi e anche su ciò che si dice sui temi affini: occorre fotografare la situzione per ingaggiare l&#8217;utente. Se crei un tuo account, devi avere un tuo palinsesto, un tuo piano editoriale. Quindi all&#8217;inizio l&#8217;attività è più reattiva che non attiva», conclude Boscaro. La differenza è sostanziale: Twitter genera flussi di comunicazione aperti tanto che, numeri alla mano, se 350.000 sono le persone in Italia che “cinguettano” con regolarità, a leggere i loro tweet ci sono oltre un milione e trecentomila navigatori.</p>
<h5>Successi in azienda</h5>
<p>Alcuni casi emblematici: uno che arriva dall&#8217;America e gli altri italianissimi. Oltreoceano uno degli esempi di multicanalità maggiormente vincenti nel mercato americano è offerto da <a href="http://www.dominos.com/">Domino&#8217;s Pizza</a>. In America questa azienda ha integrato la visione di un film on demand su <a href="http://www.tivo.com/">Tivo</a> con la possibilità di ordinare una pizza direttamente dal divano di casa propria. In questo senso la community si apre verso una diffusione del geotagging e verso la possibilità di integrare l&#8217;offerta con vere e proprie applicazioni pubblicitarie sugli smartphone. Dagli Stati Uniti all&#8217;Italia: <a href="http://www.tuaassicurazioni.it/">Tua Assicurazioni</a> è un bell&#8217;esempio di cultura social. «L&#8217;obiettivo è diventare la prima compagnia di assicurazioni &#8220;social&#8221; in Italia entro il 2012», così precisa Marco Paleari, responsabile marketing di Tua Assicurazioni, compagnia del gruppo Cattolica nata nel 2004 e che oggi conta su oltre 350 agenzie che gestiscono 200.000 clienti.</p>
<p>Da qualche settimana Tua Assicurazioni è presente con una pagina su Facebook e con specifiche linee guida trasferite alla rete delle agenzie ai fini di creare pagine locali. «Con la pagina istituzionale inviamo un voucher che consente – esclusivamente ai fan su Facebook &#8211; di usufruire di uno sconto su alcuni prodotti: nel concreto è possibile avere migliori polizze recandosi poi con quel voicher in una della nostre agenzie», afferma Paleari. <a href="http://www.alcatel-lucent.com/wps/portal?COUNTRY_CODE=US&amp;COOKIE_SET=false">Alcatel-Lucent</a>, la multinazionale nata nel 2006 a seguito della fusione di Alcatel e Lucent Technology e oggi operante in 130 Paesi con 78.000 dipendenti, è oggetto d’indagine dell&#8217;Università Bocconi e al tempo stesso finanziatrice dell&#8217;osservatorio. Secondo Paola Pernigotti di Alcatel-Lucent soprattutto per un player leader di mercato nell&#8217;ambito del contact-center è fondamentale attivare un confronto in Rete. «I quesiti della community sono già in Rete e possono essere posti twittando, chattando e collegandosi al blog. I colleghi del nostro customer care sono consapevoli di questo aspetto», precisa Pernigotti.</p>
<h5>Anche i vecchi media</h5>
<p>Ma non solo le aziende guardano con interesse ai social media per fare business, anche certa editoria ha imparato a reinventarsi sui media sociali, pur arrivando da un background tradizionale, come può essere quello di una televisione locale. La storia di successo riguarda <a href="http://www.romauno.tv/">Roma Uno</a>, emittente della capitale attiva dal dicembre 2003, con una programmazione autoprodotta del 91/92%  del palinsesto e un team di 32 risorse. «La multicanalità è una scelta obbligata, non soltanto coraggiosa. Occorre essere vicini al proprio pubblico in ogni canale di comunicazione». Così ha affermato Fabio Esposito, Amministratore Delegato di Roma Uno. L&#8217;applicativo i-Phone della tv locale è stato scaricato da 20.000 utenti. E c&#8217;è tutto: è possibile vedere i servizi, leggere i testi, fruire dello streaming video. L&#8217;idea è stata sviluppata dalla community di telespettatori: «Un nostro fedele telespettatore ci ha fatto un regalo: ha realizzato l&#8217;applicativo per i-phone e i-pad. Attualmente il dispositivo interagisce con tutte le componenti del web», precisa Esposito.</p>
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		<title>L&#8217;occasione mancata del pluralismo digitale</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 06:30:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le frequenze date gratis a Rai e Mediaset e l'asta in corso per gli operatori mobili raccontano la solita storia italiana del potere concentrato nelle mani dei soliti noti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che record, l’Italia: è riuscita a trasformare il passaggio al digitale terrestre in un&#8217;occasione di accentramento di potere nelle mani dei soliti noti, invece che in opportunità di pluralismo. Che sarebbe stato l’esito più naturale, visto che il digitale moltiplica i canali disponibili a parità di frequenze. È un bilancio che si può già fare, su due fronti ora incandescenti: quello delle emittenti tv e quello della banda larga mobile. Partirà il 6 settembre, tra le polemiche, il beauty contest che darà gratis frequenze tv alle emittenti, mentre è in pieno svolgimento l’asta che assegnerà agli operatori mobili frequenze di vario tipo, tra cui le più pregiate sono quelle dello spettro 800 MHz, finora usato solo dalle tv.<span id="more-6577"></span></p>
<h5>Beauty contest televisivo</h5>
<p>Quanto deciso dal governo ha scontentato tutti eccetto Rai e Mediaset. Tutte le minoranze, quindi. Contro alcuni aspetti del beauty contest Telecom Italia e Sky <a href="http://www.newslinet.it/notizie/dtt-beauty-contest-al-tar-lazio-dopo-sky-anche-telecom-italia-ricorre-ai-giudici-amministrat">sono andati al Tar del Lazio</a>. Le emittenti locali sono da tempo <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/07/per-azzoppare-le-tv-locali-il-governo-elimina-il-tar/143607/">sul piede di guerra</a> temendo di scomparire con il passaggio al digitale. L’opposizione (PD, con appoggio di Idv e Terzo Polo) ha contestato l’opportunità di regalare le frequenze alle emittenti, in questa contingenza economica, e ha chiesto di trasformare il beauty contest in un’asta. Il PD stima che lo Stato ne avrebbe ricavato 1-2 miliardi di euro, dalle emittenti. La richiesta era contenuta in un emendamento alla manovra finanziaria, bocciato però sabato scorso per un solo voto di scarto.</p>
<p>In questo, il governo (nella persona di Paolo Romani, ministro allo Sviluppo Economico) ha buon gioco a ricordarci che nessun Paese europeo ha fatto aste competitive per le frequenze tv. Secondo il PD, l’Italia poteva fare eccezione visto che si chiedono ora sacrifici straordinari per rintuzzare il debito pubblico. Ma in fondo la questione non era tanto se assegnare le frequenze gratis o a pagamento. Non si dice che la cosa grave è un’altra, segnalata da esperti come Antonio Sassano, docente alla Sapienza e consulente dell’Autorità garante delle comunicazioni per i temi delle frequenze: il governo ha fatto in modo che a Rai e Mediaset andassero un surplus di frequenze e anche <a href="http://www.digiterrestre.com/digitale-terrestre-a-sky-le-frequenze-piu-sfortunate/811/">quelle più pregiate</a>.</p>
<h5>Banda larga mobile</h5>
<p>Sassano aveva proposto, con Paolo Gentiloni (PD), invece di evitare di assegnare due canali (55 e 58) al beauty contest e così avere uno spettro più libero, per risolvere interferenze e contenziosi con le emittenti locali. Risultato delle scelte del governo: sfavorite le emittenti nazionali diverse da Rai e Mediaset, perché finiranno su frequenze più soggette a interferenze; esigenza di risarcire le emittenti locali con 240 milioni di euro sottratti alle già sofferenti casse dello Stato. C’è il rischio infine che alcune locali scompaiano, con danno per il pluralismo, come denunciato nei giorni scorsi da numerosi consigli regionali (Puglia, Toscana, Liguria, tra gli altri). Le locali che perderanno le frequenze saranno costrette a liberarle entro dicembre 2012; possono poi trasformarsi in fornitori di contenuti (su reti altrui), come stabilito dal governo. Ma molte di loro affermano che i tempi sono troppo stretti per riuscirci.</p>
<p>Come Sassano ha detto più volte, il governo non sarebbe stato costretto a togliere tante frequenze alle locali &#8211; per assegnarle agli operatori mobili con l’asta &#8211; se avesse evitato di dare quel surplus di frequenze alle tv nazionali. Il potere si concentra, quindi. Lo si vede anche nell’asta degli operatori mobili. Le frequenze liberate con il passaggio al digitale terrestre (800 MHz) finiranno certo a Telecom Italia, Wind e Vodafone. È incerto persino che 3 Italia si riesca ad aggiudicare qualcosa. È il solo operatore infatti che sta gareggiando solo per un lotto a 800 MHz, dei sei disponibili, come risulta dalle offerte e dai rilanci che ha fatto finora. Gli altri tre mirano invece a ottenere due lotti ciascuno. Serve avere infatti avere due lotti contigui a 800 MHz per ottimizzare la copertura. Se quei tre riusciranno nell’intento, però, non resterà più nessun lotto per 3 Italia.</p>
<h5>Concorrenza vs. qualità</h5>
<p>Peggio ancora per i nuovi entranti: hanno dato forfait. Poste Mobile (operatore mobile virtuale) e Linkem (Wi-Fi e Wimax) erano considerati possibili partecipanti all’asta, ma poi non l’hanno fatto, probabilmente scoraggiati dagli alti prezzi: siamo già intorno ai 2,5 miliardi di euro, calcolate le offerte per tutti i tipi di frequenze. Niente da fare, le reti mobili voce e internet continueranno a svilupparsi intorno ai vecchi nomi. Quale scenario ci aspetta? Per gli utenti di banda larga mobile, le notizie sono tutto sommato positive. Non ci sarà un boom di pluralismo e concorrenza, ma almeno la qualità del servizio migliorerà. Le nuove frequenze consentiranno di migliorare la copertura e la velocità banda larga; daranno risorse opportune a a sviluppare la tecnologia 4G.</p>
<p>Andiamo verso reti mobili multilayer, in cui gli operatori useranno tipi di frequenze diverse a seconda delle varie esigenze del territorio e dei singoli utenti. Sfrutteranno anche quelle a 2.6 GHz, per cui all’asta stanno dimostrando grande interesse: probabilmente intendono utilizzarle per reti indoor (case, uffici) con apparati <em>femtocell</em>. In verità le nuove frequenze avrebbero potuto dare alle reti una qualità anche maggiore, ma pesa di nuovo la scelta del governo di intasare lo spettro per dare tante risorse alle emittenti nazionali. Il risultato è così che il lotto a 800 MHz su canale 61 è a grosso rischio di interferenze (sul 60 ci sarà la tv di Telecom Italia Media, a livello nazionale). Ecco perché è il solo lotto per cui, quando scriviamo, nessun operatore ha ancora fatto offerte, aspettando che il suo prezzo scenda.</p>
<h5>Occasione perduta</h5>
<p>Infine, perché i servizi siano veloci davvero e non solo in teoria, non servono solo frequenze ma anche collegamenti di backhauling tra le antenne e il resto della rete. E il backhauling migliore è in fibra ottica. Peccato allora che ristagnino i progetti per dare all’Italia una rete in fibra estesa a livello nazionale: la società del tavolo Romani <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/02/16/prove-tecniche-di-ngn-forse-ora-si-parte">non è più partita</a> e ora restano solo i piani di Telecom Italia per una rete di nuova generazione. Ennesimo esempio di occasione perduta per vivacizzare il mercato.</p>
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		<title>Che cosa è in gioco con la neutralità della rete</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Feb 2011 07:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'annuncio di Telecom Italia, che da marzo limiterà in determinate circostanze la disponibilità di banda sui sistemi peer to peer, riapre un dibattito spesso condizionato da incomprensioni, ma così importante per lo sviluppo futuro della rete]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prendete una notizia in cui c’è qualcuno <a href="http://www.telecomitalia.it/assistenza/info-consumatori/news-187/novit%C3%A0-gestione-servizi-adsl">che limita dall’alto</a> un servizio molto popolare come il peer to peer; aggiungete al minestrone che a farlo è Telecom Italia e il risultato sarà quasi di certo esplosivo. La polemica è assicurata. Potrà colpire, a suon di equivoci, anche due personaggi che hanno sempre sostenuto i diritti degli utenti <a href="http://eraclito.telecomitaliahub.it/2011/02/neutrali-come-la-svizzera/">contro gli arbitri degli operatori</a>. Questa storia ci insegna due cose. Primo, che il tema della neutralità della rete (o del modo cui con gli operatori gestiscono il proprio traffico) sta diventando sempre più centrale. Secondo, che soffre ancora di incomprensioni ed è di difficile divulgazione.<span id="more-5058"></span></p>
<h5>La punta dell&#8217;iceberg</h5>
<p>Vediamo di fare chiarezza, ma val la pena premettere che probabilmente il caso Telecom Italia è solo la punta dell’iceberg del fenomeno. Certo, è emblematico. Se anche il principale operatore italiano, proprietario della rete, vuole gestire il peer to peer allora significa che il problema è davvero a una svolta. Dall’altra, bisogna riconoscere che sono ben altri i pericoli che, nella gestione degli operatori, minacciano la libertà di internet. E a oggi emergono abbaglianti in un campo specifico: non sulla rete Telecom, ma su quella mobile. Fare chiarezza, si diceva. Per quanto riguarda Telecom, sono tre i punti cardine della questione.</p>
<ul>
<li>Telecom non ha ancora definito quando farà partire le nuove pratiche né esattamente dove. Si sa solo che sarà dopo il primo marzo e che riguarderà un numero «molto limitato» di centrali, in ore del giorno in cui saranno sature. È probabile si tratti solo di parte di quelle non collegate in fibra ottica (circa il 10 % della popolazione).</li>
<li>I limiti comunque non renderanno mai impossibile utilizzare i servizi colpiti. Promessa da verificare, ovvio. Ricevo molte lettere di utenti che possono fare peer to peer solo di notte, con alcuni operatori che dichiaratamente lo limitano.</li>
<li>Telecom mi dice che non userà tecniche di ispezione profonda dei pacchetti, ma si limiterà a «guardarne il vestito» per capire se si tratta di peer to peer. Punto importante che analizzeremo più avanti.</li>
</ul>
<h5>Trasparenza</h5>
<p>Tutto considerato, la questione della neutralità della rete sta prendendo <a href="../webzine/autore/alessandrolongo">una piega prevista</a>, il che ci porta ad alcuni obiettivi per cui bisognerebbe combattere se si ha a cuore la libertà di internet. Il primo obiettivo è di livello minimo eppure ha ancora ampi margini di miglioramento: la trasparenza. Ad oggi, solo pochi operatori fissi dicono di fare traffic shaping/limitazione della velocità di alcune applicazioni. Lo scrivono nelle caratteristiche delle proprie offerte, ma in modo poco trasparente e con scarsa evidenza. Non dicono in modo esplicito come e quanto limitano il peer to peer.</p>
<p>Per esempio, fa una bella differenza sapere che il peer to peer sarà ridotto a 32 Kbps (pressoché significa bloccarlo) o 128 Kbps (molto lento o non impossibile). Non scrivono inoltre l’elenco completo dei protocolli limitati (solo il peer to peer?). Né specificano se il blocco è in base al protocollo usato o al tipo di applicazione (questa seconda tecnica potrebbe essere discriminatoria nei confronti di specifici servizi). Sono convinto che se tutti i potenziali acquirenti di una connessione fossero messi a parte di questi limiti (qualunque sia il canale di acquisto, online o via call center), le polemiche si ridurrebbero di molto.</p>
<h5>Rispetto dei servizi</h5>
<p>Il secondo obiettivo è ottenere che nessuna applicazione o tipo di servizio sia reso inutilizzabile dal traffic shaping, in nessun momento del giorno. Non solo il blocco, ma anche un drastico taglio della velocità può impedirne l’uso. Ci si può chiedere se anche la discriminazione tariffaria &#8211; fatta da Tim, Wind e Vodafone a danno di VoIP e peer to peer &#8211; non sia comunque dannosa per la libertà di internet. A mio avviso sì e non è altro che un escamotage per discriminare indirettamente alcuni servizi sgraditi senza incorrere nell’accusa di censura. Se accettiamo l’idea che per fare certe cose su internet bisogna pagare di più, a seconda del tornaconto dell’operatore, ci apriamo sotto i piedi una voragine. Di questa stregua, nessuno potrà vietare un giorno all’operatore di includere nell’abbonamento il traffico fatto su YouTube e non sulla web tv della Rai (o viceversa), per esempio.</p>
<p>Chi si accorda con l’operatore per essere incluso anche nelle tariffe economiche sarà molto avvantaggiato, perché costerà meno all’utente. Questo problema di discriminazione tariffaria potrebbe essere ridotto se almeno ci fosse una regola: nessun servizio deve essere reso così costoso al punto da essere di fatto inutilizzabile. Ad oggi il VoIP non ha questa fortuna con le offerte (internet su cellulare) di quegli operatori mobili italiani.</p>
<h5>Non si guarda nei pacchetti</h5>
<p>Il terzo obiettivo è vietare la deep packet inspection. Non c’è una reale necessità <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/circa-la-deep-packet-insp.html">di questa tecnica</a>, che d’altro canto impatta sulla privacy e sugli equilibri della rete. Questi tre obiettivi vanno ottenuti grazie a regole, nero su bianco, imposte da istituzioni nazionali ed europee. Al momento c’è soltanto un pacchetto europee di regole tlc che sta per essere recepito, che impone agli operatori trasparenza sulle loro pratiche di gestione traffico e vieta di bloccare i servizi. Ma sono paletti troppo generici e quindi facili da aggirare. Sono inutili, cioè, se non specificano esattamente che cosa l’operatore deve comunicare agli utenti e quali pratiche sono equiparabili a un blocco del servizio (vedi discriminazione tariffaria o forte riduzione della velocità). È la stessa tesi del Beuc, l&#8217;organizzazione dei consumatori europei, che qualche giorno fa ha chiesto appunto alla Commissione europea di specificare meglio questi aspetti.</p>
<p>C’è una tesi sostenuta dai maggiori operatori mondiali, <a href="http://www.primaonline.it/2011/02/15/89358/tlc-bernabe-rete-costa-serve-tavolo-con-over-the-top/">con forza crescente</a>: i fornitori di servizi devono pagarci l’utilizzo della rete, altrimenti non potremo investire nelle nuove infrastrutture. Anche ammesso che non ci siano alternative, bisognerà comunque evitare che gli operatori avvantaggino i servizi delle aziende leader (quelli che possono pagare di più) rispetto a quelli delle start up. È soprattutto questo il pericolo da evitare. Ma chi l’ha detto che non ci sia un’alternativa? C’è ed è un impegno di investitori pubblico-privati <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/02/16/prove-tecniche-di-ngn-forse-ora-si-parte">per investimenti comuni</a>. A questo punto vediamo come si collegano i due temi: l’attuale esigenza di gestire il peer to peer laddove non c’è la fibra e il bisogno di finanziare le reti di nuova generazione. Sono entrambi problemi risolvibili al meglio tramite investimenti comuni, anche dello Stato.</p>
<h5>I nuovi esclusi</h5>
<p>L’assenza della fibra nelle centrali sarà forse un problema del passato, ben presto. Secondo il ministero allo Sviluppo Economico, Infratel ha portato la fibra vicino alle centrali per l’equivalente di 3 milioni di utenti, dal 2008 a oggi, con fondi pubblici; e coprirà i restanti 5 milioni, in digital divide, entro il 2013. Ma si affaccerà subito un problema più grosso: la discriminazione degli utenti non raggiunti da fibra nelle case. Altro che limiti di velocità peer to peer: i nuovi esclusi non potranno accedere affatto a quei futuri servizi che richiedano la fibra. È una situazione inedita: ad oggi, la stragrande maggioranza degli italiani (circa 90%) è coperta da banda larga. Non ci sono servizi “consumer” di punta impossibili con le comuni Adsl 7 Megabit. In futuro, per la prima volta, ci troveremo a fare i conti con una fetta della popolazione esclusa per forza dalle vette innovative di internet. Sarà pari al 50% della popolazione nel 2020, se non migliorano i piani; cioè se Stato ed enti locali non investiranno di più in infrastrutture di nuova generazione. Come si vede, il bisogno di investimenti condivisi e la tutela di una rete neutrale (cioè non discriminatoria di utenti o servizi) vanno di pari passo, necessariamente.</p>
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		<title>Prove tecniche di Ngn, forse ora si parte</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 07:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con l'autorizzazione di Telecom Italia da parte di Agcom, comincia di fatto l'era delle offerte a 100 Megabit. Ma ci vorranno anni per coprire anche solo le città principali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mettiamoci comodi ad aspettare, perché non ci vorrà molto per scoprire le carte di governo, authority e operatori. Sapremo in primavera, molto probabilmente, se si farà l&#8217;Italia dell&#8217;Ngn, e come. Il Paese infatti ha appena imboccato una direzione che si chiarirà nelle prossime settimane. È quanto si evince da una pioggia di notizie e annunci riguardanti la <em>Next generation network</em>, che hanno investito il mercato banda larga negli ultimi giorni. Agcom <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/02/09/news/arriva_internet_a_100_megabit_via_libera_all_offerta_telecom-12254559/">ha autorizzato l&#8217;offerta Ngn</a> (fibra ottica nelle case, fino a 100 Megabit) di Telecom Italia, che negli stessi giorni ha stretto <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/trentino/2011/02/08/visualizza_new.html_1590518064.html">un accordo di massima</a> con la Provincia di Trento per accelerare la copertura delle case di quella zona.<span id="more-4957"></span></p>
<p>Il ministro Paolo Romani, allo Sviluppo Economico, ha fatto nel contempo <a href="http://it.reuters.com/article/italianNews/idITLDE71811620110209">due annunci</a>, riguardanti la società veicolo, pubblico-privata, che dovrebbe diffondere l&#8217;Ngn anche nelle zone a cui gli operatori non sono interessati. Ha detto che la società partirà «entro marzo» (cioè ne saranno definiti il business plan, la governance e gli aspetti finanziari) e che il maggiore azionista sarà la Cassa depositi e prestiti (azienda pubblica). Da un anno, il settore corteggiava la Cassa perché s&#8217;imbarcasse in quest&#8217;avventura e quindi quello di Romani era un annuncio molto atteso. Certo, ancora non si può cantar vittoria, su nessuno di questi tre fronti. L&#8217;offerta Telecom deve ancora partire, l&#8217;accordo con la Provincia deve confermarsi e, soprattutto, la società a cui lavora Romani deve dimostrarsi qualcosa di più concreto di un proclama politico in tempi pre-elettorali.</p>
<h5>Compromesso</h5>
<p>È già un bene però che il settore si sia mosso, visto che per mesi sembrava di essere sprofondati nella nebbia. Già, mentre il resto d&#8217;Europa continuava a sviluppare le reti a banda larghissima, da noi la partita <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/09/banda-larga-in-italia-fa-rima-ancora-con-impasse">era in stallo</a>, a causa delle posizioni divergenti degli operatori. Ed erano in stallo, per lo stesso motivo, sia la rete Ngn di Telecom Italia (su cui nasceranno offerte 100 Megabit di vari operatori) sia i lavori su una società comune. In particolare, si contrapponevano gli interessi di Telecom Italia a quelli degli altri operatori e i soggetti pubblici-istituzionali non riuscivano a raggiungere la giusta mediazione. Adesso la situazione sembra almeno in parte sbloccata.</p>
<p>L&#8217;Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) ha dato un&#8217;autorizzazione con il sapore del compromesso, a Telecom. Doveva cercare di evitare che gli altri operatori ricorressero al Tar del Lazio e potessero bloccare così di nuovo la partita. L&#8217;autorizzazione lancia infatti una fase sperimentale, finché Telecom non creerà una corrispondente offerta all&#8217;ingrosso evoluta (<em>bitstream</em>), utile agli altri operatori per concorrere appieno nel mercato 100 Megabit. Durante la sperimentazione, sono molto limitati sia il numero di utenti attivabili (40.000) sia la copertura dei servizi (solo nelle città dov&#8217;è presente anche Fastweb). Agcom richiede l&#8217;arrivo del bitstream entro un anno. L&#8217;offerta al dettaglio invece potrebbe arrivare in primavera. Agcom ha imposto infatti a Telecom di migliorare l&#8217;offerta all&#8217;ingrosso già disponibile (di pura rivendita e non certo evoluta come il bitstream). L&#8217;ex monopolista può farlo in pochi giorni e poi «deve aspettarne dai 30 ai 60 prima di lanciare l&#8217;offerta al dettaglio corrispondente», spiegano da Agcom. «Questo range di tempo dipende dalla velocità con cui i canali di Telecom riusciranno a fornire l&#8217;offerta all&#8217;ingrosso ai concorrenti».</p>
<h5>Tra i più cari in Europa</h5>
<p>Il prezzo delle prime connessioni banda larga (di Telecom e degli altri) sulla nuova rete Ngn sarà intorno ai 60 euro, com&#8217;è possibile stimare in base all&#8217;offerta all&#8217;ingrosso già disponibile. Si noti che Fastweb ora chiede invece un sovrapprezzo di 10 euro al mese per i 100 megabit (scontato rispetto ai 15 euro di poche settimane fa), sui normali canoni delle sue offerte. Si parte quindi da 45 euro al mese. I nostri 100 megabit si pongono ora tra i più cari in Europa, ma sono pochi i Paesi che li offrono al momento (in Francia e in Svezia si parte da meno di 30 euro). La rete di Telecom sarà il pilastro fondamentale dell&#8217;Ngn italiana, si noti bene. Sarà la sola grande rete 100 Megabit infatti a coprire le città più importanti (nove nel 2011), pari al 50% della popolazione entro il 2018. È improbabile tuttavia che le città raggiunte siano coperte totalmente da fibra ottica nelle case.</p>
<p>La futura società pubblico-privata, a cui lavorano il governo e i principali operatori, ha obiettivi complementari a quelli di Telecom. L&#8217;obiettivo complessivo è dare all&#8217;Italia una Ngn che copra almeno il 50% di popolazione entro il 2020, come richiesto dall&#8217;Unione europa. Alcune zone viaggeranno più veloci con la copertura. È il caso della Provincia di Trento, che entro marzo (ritorna questa data) dovrà finalizzare l&#8217;accordo di massima appena siglato con Telecom. La Provincia vuole coprire il 100% delle case entro dieci anni. Ambizioso è anche il progetto della Regione Lombardia, che però ancora non è riuscita a mettere in tasca un&#8217;alleanza, da tempo cercata, con gli operatori per fare investimenti condivisi. La Regione intende lanciare entro il 2011 la società per realizzare questa rete. Ultima partita, Tiscali progetta di coprire Cagliari in fibra (e poi forse altre parti della Sardegna), in partnership con Zte. Al momento non bolle altro in pentola. Fastweb non intende ampliare la propria rete da sola. Il progetto Fibra per l&#8217;Italia (di Fastweb, Vodafone, Wind e Tiscali) è confluito in quello della società pubblico-privata voluto da Romani, a cui si è unito anche un progetto degli operatori minori.</p>
<h5>Agenda digitale</h5>
<p>Sembra proprio che, per le resistenze di Telecom, non ci sarà mai, su scala nazionale, una Ngn frutto di una società comune. Eventuali alleanze riguarderanno solo regioni limitate o faranno da tappa buchi per le zone non profittevoli. Possiamo accontentarci? Sì, purché si concretizzino davvero le promesse fatte a raffica nei giorni scorsi. Qualche dissidio tra i soggetti è ancora possibile e andrà superato con ulteriori mediazioni da parte dell&#8217;Authority e della politica. Gli ultimi scogli saranno affrontati quest&#8217;anno, sui vari tavoli dove si gioca questa difficilissima partita. Che comunque è solo metà del lavoro necessario per accompagnare l&#8217;Italia verso il futuro, dove stanno andando i principali Paesi mondiali: verso una società compenetrata davvero dal digitale.</p>
<p>Per questo fine, non basta occuparsi di infrastrutture Ngn ma serve anche un progetto di alfabetizzazione informatica della società e di migrazione al digitale di vari settori. Come richiesto da un&#8217;Agenda Digitale che si rispetti. Anche su questo fronte, c&#8217;è attesa: spetta al governo ora fare la propria mossa, come richiesto <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/02/01/litalia-ritardataria-cerca-la-sua-agenda-digitale">a gran voce da tanti</a>. E si cominciano a vedere <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/CyberNews/Pa-Brunetta-su-agenda-digitale-tra-i-primi-in-Europa_311668442068.html">i primi effetti</a>.</p>
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		<title>I nostri like della settimana (6/2011)</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 07:20:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Apogeonline</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli articoli che ci sarebbe piaciuto pubblicare e le segnalazioni meritevoli di visibilità. Questa settimana: il matrimonio Huffington Post-Aol, Vodafone e Voip, web e applicazioni, dietro le quinte di Agenda Digitale, il Daily di Murdoch, Julian Assange e alcune infografiche affascinanti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ul>
<li><a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2011/02/07/huffington-aol-grosso-matrimonio-greco-senza-un-vero-perche/">Huffington Post e Aol, un grosso grasso matrimonio senza perché</a>. Massimo Russo commenta perplesso la notizia dell&#8217;acquisizione del popolarissimo giornale online di Arianna Huffington.</li>
<li><a href="http://www.engadget.com/2011/02/08/nokia-ceo-stephen-elop-rallies-troops-in-brutally-honest-burnin/">L&#8217;ad di Nokia striglia i suoi dipendenti</a> [eng], invitandoli a recuperare iniziative e vantaggio competitivo sui principali avversari &#8220;tecnologici&#8221;.<span id="more-4929"></span></li>
<li><a href="http://www.alongo.it/?p=855">Vodafone non blocca ma discrimina il Voip</a>. Alessandro Longo dice la sua sulle scelte dell&#8217;operatore telefonico, giudicandola un freno all&#8217;innovazione.</li>
<li><a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2011/02/04/the-daily-su-ipad-sistemi-chiusi-e-web-sono-meno-sciocchi-di-quanto-sembri/">Poca ironia, dietro il Daily c&#8217;è del pensiero</a>. Mario Tedeschini Lalli, pur conservando perplessità su diversi aspetti, cerca di indirizzare il dibattito sul nuovo giornale per iPad di Rupert Murdoch su piste più concrete e attente.</li>
<li><a href="http://blog.debiase.com/2011/02/web-apps-e-webapps.html">Le applicazioni sono l&#8217;additivo del web</a>. Una riflessione e due link da Luca De Biase, che prova a superare la contrapposizione tra informazioni pubblicate sul web e informazioni veicolati attraverso sistemi di distribuzione costruiti su misura.</li>
<li><a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2011/02/06/villa-la-quiete-3-ma-linnovazione-e-la-banda-larga-con-la-liberta/">Eravamo un po&#8217; d&#8217;amici al ristorante</a>. A una settimana dal lancio di Agenda Digitale, Vittorio Zambardino racconta i retoscena sull&#8217;appello che ha fatto molto discutere.</li>
<li><a href="http://giornalaio.wordpress.com/2011/02/06/tabletmania/">Dal pc al tablet, chi usa quali dispositivi</a>. Pierluca Santoro riprende una interessante infografica basata sul lavoro di analisi del Pew Internet Project.</li>
<li><a href="http://www.vincos.it/2011/02/07/facebook-in-italia-gennaio-2010-infografica/">La mappa coi numeri di Facebook</a>, un&#8217;infografica italiana. Vincenzo Cosenza sforna uno delle sue raccolte di aggiornamenti sulle cifre del più popolare dei social network.</li>
<li><a href="http://www.agoravox.it/AgoraVox-incontra-Julian-Assange.html">Che cosa pensa Julian Assange dell&#8217;Italia</a>. Franceco Piccinini ha intervistato per due ore il fondatore di Wikileaks (qui la <a href="http://www.agoravox.it/AgoraVox-incontra-Julian-Assange,22395.html">seconda parte</a>), il quale non lesina giudizi sulle faccende italiane.</li>
</ul>
<p><br style="clear: both;" /><br />
<em><strong>A proposito di questa rubrica: </strong>la selezione di link della redazione di Apogeonline viene distillata giorno per giorno nella sezione </em>Idee in Rete<em> (in cima alla colonna centrale del sito), è dotata di un <a href="http://feeds.delicious.com/v2/rss/apogeonline">feed</a>, ha il suo repertorio su <a href="http://www.delicious.com/apogeonline">Delicious</a>, può essere consultata anche su <a href="http://www.facebook.com/apogeonline">Facebook</a> e <a href="http://twitter.com/apogeonline">Twitter</a>.  Questa è la sintesi dell&#8217;intera settimana, per tenere una traccia  strutturata di quanto ha colpito la nostra attenzione nei sette giorni  precedenti. Se pensi che potrebbe esserci sfuggito qualche contenuto  rilevante, contattaci via <a href="mailto:webzine%28AT%29apogeonline.com">email</a>, <a href="http://www.facebook.com/apogeonline">sulla nostra pagina Facebook</a> o <a href="http://twitter.com/apogeonline">via Twitter</a>.</em> <em>L&#8217;immagine in apertura è tratta da un prototipo di <a href="http://www.wearenation.co.uk/">Nation</a>.</em></p>
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		<title>Banda larga, ci aspetta un altro anno di passione</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 07:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il broadband italiano procede a strappi, tra sporadiche buone notizie, scarse certezze (soprattutto sul fronte governativo) e qualche novità. Il 2011, intanto, cominicia con la riapertura dei termini per gli operatori WiMax]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il nuovo anno si apre con qualche buona prospettiva e anche varie incognite, per chi vive nel digital divide (nel settore ormai s’intende, con questo termine, coloro che non sono coperti da banda larga almeno a 2 Megabit). Le buone notizie sono che le tecnologie wireless intensificheranno le coperture, grazie soprattutto all’iniziativa <a href="http://www.1000comuni.vodafone.it">1000Comuni</a> di Vodafone e al rilancio del WiMax. Nel frattempo, le connessioni satellitari diventeranno un’alternativa più valida. Le cattive sono che la banda larga tradizionale e più veloce &#8211; basata su fibra ottica fino alla centrale Adsl o alle antenne degli operatori mobili &#8211; farà solo piccoli passi avanti. Perché è stata semi-dimenticata dai finanziamenti pubblici. Facciamo un quadro di quello che ci aspetta nel 2011, in base agli indizi che già abbiamo in mano.<span id="more-4576"></span></p>
<h5>Wimax</h5>
<p>Per prima cosa, una notizia che ancora non si è diffusa: il ministero dello Sviluppo Economico ha dato altri due anni di tempo agli operatori WiMax italiani per rispettare gli obblighi di copertura minima (pena, la perdita della licenza). Scadevano a novembre 2010 e quindi sono stati prorogati a fine 2012. Il governo ha riconosciuto che la durezza della crisi aveva posto difficoltà oggettive agli operatori. A quanto risulta, solo Linkem e Mandarin erano riusciti a rispettare già a novembre i termini della licenza. L’impatto positivo è che adesso altri possono serenamente ritornare in gioco: la lista dei vincitori dell’asta WiMax <a href="http://www.oneadsl.it/28/02/2008/finita-lasta-per-il-wimax-ecco-i-vincitori">è lunga</a>, infatti, ma tra questi solo Retelit, Linkem (Aft), Mandarin (Tourist Ferry Boat) e Aria si erano mossi con copertura e offerte; da qualche giorno anche Wavemax è entrato nell’arena. Telecom Italia si appoggerà alla rete di Linkem e quindi non dovrà farne una propria. Mancano all’appello molti altri, tra cui uno del calibro di Infracom, ma l’ossigeno dato dalla proroga ministeriale riapre i giochi. Al limite, chi non vuole più investire in WiMax potrebbe vendere ad altri l’uso delle proprie frequenze, il che migliorerebbe copertura e prestazioni del loro servizio.</p>
<p>Non illudiamoci però che il ritardo di copertura sia senza conseguenze per il mercato WiMax. Nel frattempo, infatti, la concorrenza si è irrobustita. Il progetto di Vodafone è appena partito ed è un investimento da un miliardo di euro per coprire mille comuni entro il 2013 tramite banda larga mobile Hspa (standard 14.4 Megabit; ma la promessa dell’operatore è di dare in quelle zone almeno 2 megabit reali). Ad oggi le segnalazioni, di comuni in digital divide mandate a Vodafone dagli utenti, sono quasi 1.400. A conferma che il problema è molto sentito dalla popolazione.</p>
<h5>Hspa e satellite</h5>
<p>Certo, probabilmente le connessioni WiMax danno un servizio più simile all’Adsl, nelle case, rispetto all’Umts/Hspa. La potenza di marketing di Vodafone potrebbe però avere la meglio, in alcune zone coperte sia da Hspa sia da WiMax. Vedremo: sarà una battaglia. Dove si rafforza anche un altro combattente: le connessioni satellitari. Passeranno a 10/2 Mbps, nel 2011, con offerte che partiranno a febbraio e giugno (su satelliti Hylas ed Eutelsat, rispettivamente, appena lanciati). E prezzi da 25 euro al mese. Beninteso, è improbabile che già nel 2011 le connessioni satellitari diano un servizi pari a quello delle altre tecnologie, per costi/qualità. Ma ci sono quasi. L’idea comunque è che l’utente non coperto da Adsl dovrà scegliere tra WiMax e Umts/Hspa. Se non è coperto da nessuna di queste tecnologie, potrà sperare nell’Hiperlan (il cui rapporto canoni/velocità è ora tendenzialmente peggiore rispetto al WiMax, standard di cui è il predecessore). Alla fine, ultima spiaggia, si rivolgerà al satellite.</p>
<p>Insomma, nel giro di pochi mesi si è scaldato il mercato del digital divide. Segno che tecnologia e domanda di offerte banda larga sono maturate, in Italia, al punto da rendere profittevole investire nelle zone che fino a poco tempo prima erano a fallimento di mercato.</p>
<h5>Copertura e strategie</h5>
<p>Questo è vero, ma solo in parte, anche per l’Adsl. Telecom Italia ha progetti di espanderne la copertura nel 2011, ma con interventi mirati e circoscritti. Lo possiamo vedere con un giretto sul <a href="www.wholesale-telecomitalia.it">portale Wholesale di Telecom</a>, nel percorso Accesso/Bitstream/Coperture geografiche. Qui Telecom comunica, agli altri operatori, la situazione e i piani della rete. In una piccola parte di comuni sta ancora mettendo apparecchi miniDslam o Dslam da armadio a 640 Kbps (che non sarebbe a rigore “banda larga”). In altri, posiziona Dslam da armadio a 2, 4 o 7 Megabit. Ci sono poi rari casi in cui fa l’upgrade, da una situazione con Dslam da armadio a quella, più normale, di Dslam in centrale (a 7 o 20 Megabit).</p>
<p>Le scelte non dipendono solo dalla volontà di mettere questo o quell’apparato; ma anche dalla disponibilità di banda sufficiente in backhauling (cioè nel collegamento fino al resto della rete). Il problema si pone dove il backhauling non è in fibra ottica. E qui mettiamo il dito nella piaga: il governo ha di recente dimezzato i fondi previsti contro il digital divide (da 800 a 400 milioni), che servono appunto per estendere la fibra ottica. La società di scopo Infratel continua a farlo con i fondi che le restano, circa 300 milioni, che se li centellinerà fino al 2013. Obiettivo, per allora, portare il digital divide a quota 6% (sulla popolazione), dall’attuale 12%. Il piano Romani (dell’attuale ministro allo Sviluppo Economico, Paolo Romani) contava invece di scendere allo 0,5% nel 2012. Forse ci si riuscirà lo stesso, ma grazie soprattutto alle tecnologie wireless. E quello 0,5% rimanente potrà contare su connessioni satellitari migliori delle attuali. Non andrà troppo male. Ma poteva andare meglio e prima.</p>
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		<title>Vodafone spiega le nuove tariffe ai blogger</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/11/19/vodafone-spiega-le-nuove-tariffe-ai-blogger</link>
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		<pubDate>Fri, 19 Nov 2010 07:30:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Andrea Beggi]]></category>
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		<description><![CDATA[L'operatore mobile cambia filosofia tariffaria per l'internet mobile e decide di presentare la novità aprendo una conversazione in rete. Entrambe le scelte, tariffe e iniziativa di comunicazione, meritano qualche riflessione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre scrivo sono da poco tornato da un incontro in Vodafone, durante il quale il marketing aziendale ci ha raccontato, in anteprima, le prossime novità sulle tariffe dati mobili per pc e tablet. E ci ha presentato una nuova filosofia tariffaria, più che semplici promozioni. Ne ho tratto alcune conclusioni, a cominciare dall&#8217;importanza percepita dei blogger come <em>influental</em>, fattore che sembra ormai consolidato. Parlare con i blogger visibili (e possibilmente esperti) aiuta a innescare meccanismi di comunicazione positivi per l’azienda.<span id="more-4273"></span></p>
<h5>Stakeholder</h5>
<p>Non è stata una conferenza stampa. Se si scelgono bene i blogger e questi sono intellettualmente onesti (ed era il caso), difficile far scattare il meccanismo “ti invito così parli bene di me”. Anche perché non ci hanno regalato né cellulari ne’ ricariche. E non sono mancate le domande cattivelle. Ciò che è stato più interessante è che, mentre nel modello classico della conferenza stampa l’azienda sostanzialmente diceva ai giornalisti cosa dovevano scrivere, in questo caso era chiesto ai partecipanti di contribuire. Di dare pareri. Di far partire un dibattito: e almeno uno spunto interessante per future azioni dalla platea è partito. Interessante dunque vedere il blogger come <em>stakeholder</em>, come uno che ha cose da dire che valgono la pena di essere ascoltate. Poi, certo, non è crowdsourcing e si parla sempre a una platea elitaria, che intermedia la comunicazione al mercato e alla massa di utenti. D’altra parte una cosa è ascoltare il mercato, un’altra cercare di parlare one to one con alcuni milioni di utenti.</p>
<p>A fronte di una mossa commerciale potenzialmente rischiosa, modificare le condizioni dei piani tariffari, Vodafone si è preoccupata di spiegare agli influencer le logiche, presentando dati aziendali, numeri. Invece di cercare di intortare con effetti speciali e comunicazione, quella &#8220;cattiva&#8221;, qui la filosofia non era tanto quella di  una presentazione quanto di una riunione di un gruppo di lavoro, che fornisce elementi per capire. E per avviare le famose <em>conversazioni</em> di cui ad nauseam ci parlano tutti i guru da qualche anno. Mossa intelligente, ma temo non sufficiente a evitare comunque le critiche, specialmente da tutti quegli opinionisti e semplici esseri umani per cui le aziende (o certe aziende) qualsiasi cosa facciano sbagliano. Ma è la rete, bellezza, <em>it comes with the territory. </em>Del resto, in Rete, parlare male di qualcuno è una ottima scorciatoia verso la popolarità.</p>
<h5>Le tariffe</h5>
<p>Conoscendo i miei lettori: partono tra qualche giorno. Sono prioritariamente per pc e tablet. Tra qualche riga darò i numeri, ma non è quello che mi interessa &#8211; tanti altri ne hanno già parlato e meglio di me (e un&#8217;ottima sintesi della riunione l’ha fatta, ad esempio, <a href="http://www.andreabeggi.net/2010/11/17/il-nuovo-approccio-di-vodafone-al-traffico-dati-in-mobilita-aka-le-nuove-tariffe-dati-vodafone/">Andrea Beggi</a>: ci trovate molti dettagli tecnici e non solo. Quello che a me interessa è ragionare sulle logiche che ci sono alla base, non se un 1 GB ci basta o se erano meglio 2 Giga rispetto alle offerte dei concorrenti. La banda mobile è una risorsa limitata e molto costosa, complicata  e cara da ampliare. In Italia gli operatori mobili investono 3 miliardi di euro l’anno per la rete mobile e l’alba dell’uso massiccio della connessione in mobilità sembra stare per arrivare. In  tre anni i volumi di traffico dati mobili sono cresciuti di 11 volte. E i ricavi per Megabyte sono crollati a livelli dove il rischio del “più vendo più soldi ci rimetto” comincia a essere una prospettiva concreta per il futuro.</p>
<p>In breve, lo scenario prospettato è che se le cose stanno come oggi stanno, l’esplosione attesa dell’Internet in mobilità sarà non un’opportunità ma un problema terribile per gli operatori in termini economici (ma del resto si era capito, visto le manovre che più o meno tutti stanno facendo…). Il problema vero è il modello di pricing, antipatico per chi va a ore, irritante per gli utenti che vanno overquota e si ritrovano extracanoni e costi non previsti, unfair nella sua apparente democrazia. Il dato che, lo ammetto, più mi ha colpito è che nella rete Vodafone il 5% degli utenti consuma il 50% del traffico dati. E il 15% consuma l’80%. Ovvero c’è gente che sta attaccata tutto il giorno a succhiare banda e a scaricare roba in mobilità o farsi di video dal mattino alla sera (difficile pensare altrimenti, visti i mega che consumano giornalmente). In questo modo intasano la cella e rendono più difficile la vita a me nella stessa cella che vorrei solo guardarmi l’email e due pagine web. E tra l’altro è perfettamente possibile che noi due si paghi lo stesso prezzo per due cose tanto diverse.</p>
<h5>Una logica differente</h5>
<p>A questo punto entra una logica diversa, che a me personalmente piace. Ti faccio pagare meno se ti serve meno:  posso darti molto di più, ma allora devi pagare di più. Insomma, la logica proposta è quella di differenziare le offerte/pacchetti in base alle necessità d’uso. Ma soprattutto di intervenire tecnicamente sulle velocità. Sì, anche loro faranno la strozzatura della velocità, da un certo limite in poi, ma con una logica chiara e tutto sommato sensata. Aspetto estremamente più importante e che mi sembra un approccio molto intelligente alla rete e alle necessità dei suoi utilizzatori: non solo non viene discriminato il tipo d’uso che si fa della rete, ma si lavora a <em>dare più velocità</em> a chi paga di più.</p>
<p>Invece della banda minima garantita o di numeretti di massimi teorici che sarebbero realtà se non ci fosse nessun altro essere vivente nel raggio di qualche miglio, l’idea è di intervenire tecnologicamente sulla banda e di promettere una velocità massima per ogni fascia di prezzo. Se paghi poco, ti prometto che per 30 giorni potrai usare 1 Gb di dati &#8211; always on, senza tempo o scatti &#8211; e  ti prometto che la velocità <em>massima</em> che ti darò sarà di 1,8 Mbps (oltre il Giga ti limito a 64K fino al rinnovo del piano, che puoi anche fare anticipatamente, prima dei 30 gg di scadenza).  Limitando così la velocità a chi paga poco, posso darne di più a chi paga di più. Un po’ come se sulle autostrade ci fossero corsie riservate per le 500 e corsie riservate per le auto sportive, a pedaggi diversi.</p>
<h5>Quanti Giga vuoi?</h5>
<p>Qui son partite le prime polemiche: meglio prima, da 2 Giga si passa a uno e così via. Onestamente però, io 2 Giga sul tablet non li ho mai fatti. E nemmeno uno. E un piano tariffario che costa poco, mi permette di vedermi con tranquillità posta, mappe, qualche sito e i social network mi basta e mi avanza. Chiedo poco alla rete, non mi serve velocità, pago poco. Per chi invece ha bisogno di più, pagando di più si ottengono fino a 3 GB ogni 30 giorni con velocità massima di 7.2 Mbps, poi 5 Gb a 28.8 (nei piani di sviluppo di Vodafone si parla di velocità medie per cliente “in condizioni standard”, che da oggi al 2013 aumenteranno di 10 volte, dunque mi aspetto che da qui a un anno o due quel limite massimo di 7.2 venga sensibilmente ritoccato). La scelta di Vodafone, che dovranno in qualche modo seguire anche gli altri, è dunque quella di prepararsi a un mondo dove l’uso dell’internet mobile sarà massiccio, dove gli <em>heavy user</em> resteranno in proporzione una minoranza, ma diventeranno numericamente tanti. E metteranno sotto stress la rete, rischiando di rendere economicamente un cattivo affare fornire connettività mobile.</p>
<p>Insomma è stata una riunione interessante. Mi è sembrato un modo interessante di far girare informazione in rete, di far passare con una certa trasparenza la posizione e l’opinione dell’azienda, usando intelligentemente le opportunità dei social media, contribuendo a disinnescare potenziali polemiche, dando un contributo di discussione. Poi si può non essere d’accordo, però per una volta non possiamo proprio negare che i mercati sono diventati conversazioni.</p>
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		<title>Ngn, dove arriveremo con la &#8220;società veicolo&#8221;?</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 07:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal tavolo del ministro Romani arriva il primo accordo formale tra gli operatori telefonici per la costruzione della rete di nuova generazione. Ma basta andare un po' a fondo nell'annuncio per smorzare quasi tutti gli entusiasmi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Al di là della retorica degli annunci, che cosa ha partorito il 10 novembre il tavolo Romani, riguardo alla ormai già leggendaria “società veicolo” <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/tag/next-generation-network">per l’Ngn italiana</a>? Ben poca cosa, rispetto alle premesse. Per cominciare l’opera di disillusione, vi propongo un esperimento. <a href="http://www.google.it/search?q=accordo+tecnico+infrastrutture+passive&amp;hl=it">Una ricerca su Google</a>. Come parole chiave, il succo della novità: un accordo di (futura, beninteso) condivisione delle infrastrutture passive, cioè scavi, cavidotti con eventuale fibra spenta, canaline verticali nei palazzi. Roba molto tecnica, come vedete. Ebbene, il risultato della ricerca dà indifferentemente notizie sull’accordo recente e di due mesi fa. Com’è possibile? Semplice: l’ultimo annuncio è in fondo solo una formalizzazione in bella copia di un accordo già raggiunto a settembre, piuttosto pacifico perché appunto piuttosto tecnico.<span id="more-4217"></span></p>
<h5>Realismo</h5>
<p>Le parole di Corrado Calabrò, presidente Agcom, sono rivelatrici: «Mettere insieme gli operatori ci incoraggia ad andare avanti e spero ora che le aziende non perdano il passo nei successivi passaggi, perché oggi è stato trovato l&#8217;accordo sul punto più facile, ma i nodi devono ancora venire nei prossimi impegni». «Non basta sottoscrivere accordi, ma bisogna poi condividerli compiutamente», aggiunge. Suona un po’ pessimista o per meglio dire realista: il punto più facile è assodato, ma si sapeva già da tempo; adesso affrontiamo i veri nodi. E i veri nodi sono ancora là, ben attorcigliati: la questione economica, chi investirà dove, la governance della società. La situazione forse è, paradossalmente, più complessa alla luce di quest’annuncio.</p>
<p>Già, sembra un paradosso se si pensa che questo è il primo accordo formale tra gli operatori telefonici (tanti: Telecom Italia, Wind, Fastweb, Vodafone, BT Italia, Tiscali, 3 Italia) per partecipare a una nuova rete. Tuttavia, non è l’annuncio della nascita di una società, ma solo un <em>memorandum of understanding</em>, un protocollo d’intesa per farne una. «Quando si è pronti per fare una società la si fa. Si firmano i contratti. Non si fa un memorandum of understanding», commenta Stefano Quintarelli, tra i massimi esperti del settore. In altre parole, la situazione si rivela più complessa della vigilia perché se gli operatori fanno un annuncio in questa forma preliminare e tecnica significa che in mano non avevano carte migliori nel breve periodo. Altrimenti avrebbero aspettato per annunciare la società fatta e compiuta. Ma forse ha pesato anche il calcolo politico di comunicare un risultato del Tavolo Romani prima di una possibile caduta di governo.</p>
<h5>Addio società completa</h5>
<p>Non solo. L’annuncio ci dice altre due cose, in negativo. Tramonta il sogno di <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/05/17/dalla-palude-al-caos-parte-la-corsa-alle-ngn">una società della rete completa</a>, comune tra gli operatori negli elementi tecnici attivi e passivi, e diffusa sul territorio. Ha prevalso la posizione di Telecom, che ha sempre detto di voler fare accordi solo nelle zone a fallimento di mercato. Del resto era una conclusione inevitabile. L’ex monopolista ha il coltello, cioè la rete telefonica nazionale, dalla parte del manico e l’Italia non ha né le norme né la forza economica per espropriarla. Chi ha la rete detta legge. Così è avvenuto.</p>
<p>La società futura, quindi, se mai vedrà la luce, interverrà solo nelle zone dove gli operatori non vogliono andare (perché poco remunerativo) e avrà una governance da definire con un altro (ennesimo) tavolo tecnico di 90 giorni. Difficile immaginare qualcosa di più nebuloso. Significa dire che non si sanno gli aspetti fondamentali. Chi guiderà gli investimenti, dove saranno fatti. Non si è fatto un solo passo avanti su questi temi e non ci sono elementi per dire che finalmente gli eterni litiganti si metteranno d’accordo. «A me sembra un annuncio di basso profilo. L’Ngn del digital divide. Un po’ come mettere l’Adsl nei posti sfortunati», dice Franco Morganti, presidente di ITMedia Consulting e una figura storica delle tlc italiane. «No, io insisto: all’Italia serve una società della rete vera e propria».</p>
<h5>Telecom rallenta</h5>
<p>Il problema è che non ci sarà, dal momento che Telecom non vuole e la politica non ha strumenti né la forza di farle cambiare idea. Si dirà: in nessun Paese europeo, nemmeno nella Francia dove l’Ngn va <a href="http://www.fiercetelecom.com/story/frances-ftth-connections-14-5-percent/2010-09-09">con il vento in poppa</a>, c’è stata una società della rete nazionale. Le sole sinergie trovate, lì e in altri Paesi, è con le pubbliche amministrazioni locali. Un po’ come avverrà forse con il progetto <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/05/11/Policy/NGN_Open_Workshop_Regione_Lombardia_Raffaele_Tiscar_FTTH_Raffaele_Barberio.html">della Regione Lombardia</a>. Il punto però che in Italia questo non basta, per via del pesante debito di Telecom, che ne rallenta i piani, e per l’assenza della concorrenza di una rete in cavo coassiale. La società della rete sarebbe servita per uscire dall’impasse che ci sta facendo perdere posizioni <a href="http://saperi.forumpa.it/story/50995/l-europa-dell-est-domina-nella-fibra-ottica">nella banda larga a 100 Megabit</a>.</p>
<p>Si apre un punto di domanda adesso anche sul futuro di Fibra per l’Italia &#8211; l’<a href="http://www.key4biz.it/News/2010/05/25/Net_economy/paolo_romani_expo_2015_fastweb_vodafone_wind_agcom_corrado_calabro.html">accordo di una società della rete comune</a> tra Tiscali, Wind, Fastweb, Vodafone<a href="http://www.key4biz.it/News/2010/05/25/Net_economy/paolo_romani_expo_2015_fastweb_vodafone_wind_agcom_corrado_calabro.html"></a>. In quel piano era caldeggiato fin dall’inizio, e a gran voce, l’ingresso di Telecom Italia. Senza la quale il progetto <a href="http://it.finance.yahoo.com/notizie/banda-larga-gubitosi-wind-non-ha-senso-progetto-senza-telecom-asca-6d77785d1a02.html">potrebbe non avere senso</a>. Ebbene, Telecom non ci sarà. Mettendo in fila tutti questi indizi, bisogna riconoscere che è ancora grosso un rischio: che l’Italia si ritrovi solo con l’Ngn di Telecom Italia (a parte le storiche sette città di Fastweb), con i suoi tempi e modi. Pochino per gareggiare, alla pari con gli altri, nello scenario futuro delle reti ultra veloci.</p>
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		<title>Senza sinergia le reti stentano a crescere</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/10/13/senza-sinergia-le-reti-stentano-a-crescere</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Oct 2010 07:30:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vodafone movimenta il settore con il suo piano per portare rete in mille comuni in digital divide, ma per il resto il problema è sempre lo stesso: manca una visione di sistema e gli sforzi dei singoli non risolvono il problema strutturale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa hanno in comune la lotta al digital divide e lo sforzo verso una rete di nuova generazione? L’incapacità dell’Italia di fare sistema. Da questo scoglio deriva l’eterno carosello che abbiamo visto negli ultimi anni e ora di nuovo riproposto, con notizie dei giorni scorsi: da una parte, il governo che continua a temporeggiare e non stanzia fondi; dall’altra, gli operatori che proseguono ognuno (o quasi) per conto proprio con iniziative e coperture.<span id="more-3988"></span></p>
<h5>I mille comuni di Vodafone</h5>
<p>Consideriamo qui soprattutto un grande dimenticato: il digital divide. Circa 1.800 comuni e il 12% della popolazione italiana non possono navigare nemmeno a 2 Megabit al secondo con Adsl. La quota percentuale reale è forse anche più alta (secondo Between è pari al 15%, se calcoliamo solo quelli che effettivamente raggiungono i 2 Megabit quando si connettono). Comunque, l’ultima notizia che ha cambiato le carte sul tavolo da gioco è venuta non dal governo ma da un operatore, nei giorni scorsi: il <a href="http://1000comuni.vodafone.it/">piano mille comuni</a> di Vodafone. In breve: un investimento da un miliardo di euro per coprire mille comuni entro il 2013 tramite banda larga mobile Hspa (standard 14.4 Megabit).</p>
<p>La promessa è una velocità media per utente di almeno 2 Megabit. Spesso nelle zone del digital divide le pareti sono più spesse, a danno delle prestazioni di banda larga mobile; d’altro canto, anche i doppini di rame sono più lunghi, il che rende l’Adsl difficile o impossibile anche se si facesse arrivare la fibra ottica fino alla centrale. Di per sé la mossa di Vodafone è una buona notizia e, tra l’altro, la dice lunga su come cambi il concetto di digital divide con il passare degli anni. «Se l’operatore investe lì significa che quelle zone non sono più a fallimento di mercato», spiega Stefano Quintarelli, tra i massimi esperti di tlc in Europa. I costi della tecnologia si riducono: Vodafone sfrutta per quel piano nuovi apparati Huawei- e così cambia la soglia di redditività di un investimento.</p>
<h5>Reazioni sorprese</h5>
<p>Che quello di Vodafone sia stato un annuncio sorprendente lo confermano anche le polemiche che sono seguite. Stefano Mannoni, consigliere di Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) ha detto che questo piano non deve essere «argomento per rivendicare tariffe di terminazione più alte» (secondo Mannoni, quindi, Vodafone promette copertura nel digital divide per ottenere in cambio regole più favorevoli sul mercato cellulare). Telecom Italia ha ribattuto che <a href="http://www.webnews.it/2010/10/08/bernabe-a-vodafone-noi-investiamo-di-piu/">non sarà da meno</a> rispetto a Vodafone<a href="http://www.webnews.it/2010/10/08/bernabe-a-vodafone-noi-investiamo-di-piu/"></a>. Ha un piano a 27 mesi,  il cui impatto nel digital divide deve essere però ancora dettagliato.</p>
<p>C’è da chiedersi infine quale conseguenza avrà il piano Vodafone sugli investimenti pubblici, dal momento che riduce le aree effettivamente a “fallimento di mercato”. Le norme comunitarie consentono infatti finanziamenti pubblici solo in quelle zone. In realtà, la popolazione in digital divide è già inferiore a quello che dicono le statistiche basate sull’Adsl. L’Hiperlan e, in misura minore, il WiMax coprono già migliaia di comuni (<a href="http://www.ngi.it/eolo/">3.136 quelli di Eolo</a>, uno dei pochi operatori a dichiarare questo dato). Già questo aspetto conferma che l’Italia non fa sistema: basterebbe poco, al ministero dello Sviluppo Economico o alle associazioni provider, fare un censimento delle zone raggiunte da Hiperlan e Wimax.</p>
<p>Il vantaggio sarebbe duplice: si scoprirebbero i comuni che davvero richiedono l’intervento dello Stato o di privati operatori; gli utenti sarebbero meglio informati sulle offerte disponibili. In questa nebbia di informazioni, sono certo tanti gli utenti che credono di essere in digital divide mentre sono raggiunti da un operatore wireless. E si noti che le offerte Hiperlan e Wimax sarebbero sì vere e proprie alternative paritarie all’Adsl, a differenza della banda larga degli operatori mobili: <a href="http://www.oneadsl.it/06/07/2009/umts-vs-wimax-il-confronto-di-altroconsumo">hanno più banda reale</a> e sono flat-rate. Il paradosso è acuito dal fatto che la mano destra non sa quello che fa la sinistra: alcune delle prime coperture Hiperlan sono state fatte con fondi pubblici di Regioni o Province (in Toscana, per esempio).</p>
<h5>Il piano Romani</h5>
<p>Non c’è azione di sistema, infine, perché mancano ancora all’appello gli 800 milioni del <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/04/06/la-banda-lenta-aspetta-gli-investimenti-promessi">piano Romani da 1,47 miliardi</a>. Infratel continua a portare la fibra nei pozzetti comunali (vicino alle centrali telefoniche), con i 383 milioni di euro che le restano in pancia. I quali dureranno fino al 2013 e permetteranno di dimezzare il digital divide (al 6% della popolazione). Peccato che il piano Romani prevedeva di portarlo allo 0,5% entro il 2012; ma per quest’obiettivo servono anche gli 800 milioni, appunto. Ci si dimentica spesso che dal governo è attesa un’altra azione contro il digital divide: bandire l’asta per assegnare alla banda larga <a href="http://mytech.it/web/2010/07/21/nuove-frequenze-alla-banda-larga-mobile-nuove-sper/">le frequenze del dividendo digitale</a>, ora controllate dalla tivù. Consentirebbero di coprire un territorio più vasto con tecnologie Hspa e Lte (fino a 100 Megabit) e di aumentare la banda reale disponibile agli utenti.</p>
<p>Sulla rete di nuova generazione (Ngn), l’incapacità di fare sistema è lampante, come abbiamo ribadito <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/27/ngn-a-100-megabit-un-miraggio-ancora-lontano">di recente</a>. Le ultime notizie confermano le previsioni, purtroppo: Corrado Calabrò, presidente di Agcom al convegno <em>Giochiamoci il futuro</em> organizzato da Between ha detto che la “società della rete” non ha al momento i presupposti per partire. Era l’idea di costruire l’Ngn tramite una società partecipata dai principali operatori e da Cassa depositi e prestiti. Le posizioni di Telecom, da una parte, e di Fastweb, Wind, Vodafone e Tiscali sono al momento inconciliabili, sul come e dove investire assieme.</p>
<p>Il problema di fondo è che, senza sinergie, l’Ngn rischia di essere fattibile solo sul 50% degli italiani (come <a href="http://www.sostariffe.it/news/2010/06/12/telecom-italia-ngn-nel-2018-senza-laiuto-di-nessuno/">previsto</a> da Telecom entro il 2018, con il suo piano). Le sinergie riducono infatti i costi di creazione dell’Ngn, aumentano gli attori disposti a investire ed eliminano alcune variabili che ne possono minare la redditività (per esempio, la concorrenza tra rame di Telecom e fibra ottica di altri operatori). L’incognita dei prossimi mesi sarà quindi se gli attori si riusciranno a mettere d’accordo, e in che modo (con o senza società della rete). Per il bene della banda larga futura, che gli utenti e le imprese vorrebbero più veloce e più estesa.</p>
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		<title>Ngn a 100 Megabit, un miraggio ancora lontano</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Sep 2010 07:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Telecom Italia intende lanciare l'offerta su rete di nuova generazione in sei città entro l'anno, Fastweb non pianifica nuovi investimenti oltre a quelli storici, ci vorrà un decennio per arrivare alla metà della popolazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci vorranno circa dieci anni perché la rete di nuova generazione con 100 megabit nelle case  arrivi ad almeno il 50% degli italiani e i servizi saranno forniti &#8211; se tutto va bene &#8211; da una piccola manciata di operatori. Se va male, ci saranno solo Telecom Italia e Fastweb. Dimentichiamoci coperture estese e le grandi guerre di concorrenza che abbiamo conosciuto per l’Adsl. È questo il risultato futuro ad oggi più probabile, se si mettono in fila gli indizi sparsi tra le notizie. Al momento c’è solo Fastweb a dare i 100 Megabit, da inizi settembre, e  in due milioni di unità abitative: quelle raggiunte dalla storica rete  in fibra ottica dell’operatore, che dal 2002 non cabla ulteriori  palazzi. Su questo aspetto l’Italia vive di rendita. Fastweb ha detto  che con le proprie forze non aumenterà più la copertura. Per andare oltre, servono altri progetti, con forze comuni.<span id="more-3803"></span></p>
<h5>Ngn avanti piano</h5>
<p>A proposito, siamo usciti dall’<a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/09/banda-larga-in-italia-fa-rima-ancora-con-impasse">impasse</a> della Next Generation Network? Qualcosa si è mosso, ma è ancora presto per cantare vittoria: Telecom infatti ha accelerato il piano e ora dice che è pronta a lanciare l’offerta Ngn su sei città <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2010-09-23/telecom-reti-hitech-megabit-091328.shtml?uuid=AYb7qhSC">entro fine 2010</a>. Ovviamente coperte in parte (circa il 7% delle loro case). Altre ne seguiranno nel 2011 e poi fino al 2018, quando saranno 138, pari al 50% della popolazione. <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2010/09/bernab%C3%A8-annuncia-la-fibra-in-6-citt%C3%A0-entro-fine-anno.html">Come nota Stefano Quintarelli</a> siamo ancora nel regno degli annunci e Telecom finora ne ha fatti tanti, sull’Ngn, poi sempre smentiti dai fatti (nel 2002, nel 2006, nel 2007). E ricordiamo che il resto del mondo in questi anni si è messo avanti, sull’Italia, con le offerte 100 megabit: si diffondono negli Usa, Francia, Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Germania, Scandinavia.</p>
<p>I problemi che ci stanno ritardando sono due, gli stessi da molti mesi: irrisolti e anzi forse acutizzatisi di recente. Primo: ancora i soggetti che dovrebbero fare l’Ngn italiana non si sono messi d’accordo su procedure e regole (ci provano da sei mesi con tavoli presso l’Autorità garante delle comunicazioni e il ministero dello Sviluppo economico). Secondo problema: non è chiaro se e perché bisognerebbe investire in Ngn in Italia. Si dirà che questo secondo aspetto è dubbio un po’ ovunque, in Occidente. Sì, ma altrove gli operatori hanno spinto lo stesso sulle nuove reti, perché c’è una concorrenza storica (assente in Italia) tra rame e cavo coassiale. A ben vedere, quei due problemi hanno un fondo comune, da noi: Telecom Italia. Che ha scarsi interessi a trovare accordi e ad accelerare gli investimenti sulle nuove reti.</p>
<h5>Disincentivi</h5>
<p>Bernabé l’ha detto chiaro e tondo: sull’Ngn può andare avanti <a href="http://www.tomshw.it/cont/news/telecom-italia-minaccia-di-fare-da-sola-la-ngn/27105/1.html">(anche) da sola</a>. Telecom finora ha rifiutato la proposta di Fastweb-Vodafone-Tiscali-Wind di partecipare al progetto <a href="http://www.tomshw.it/cont/news/tiscali-dice-si-a-fibra-per-l-italia-manca-solo-telecom/25584/1.html">Fibra per l’Italia</a> con investimenti comuni. In fin dei conti la situazione va bene così, all’ex monopolista. Come spiega lo stesso responsabile della rete, nella <a href="http://www.telecomitalia.it/content/dam/telecomitalia/en/archive/documents/investors/Presentations/Investor_Relations/2010/4_OC_13apr.pdf">presentazione 2009</a> (slide numero 6), la rete in rame ha ancora valore, anche a causa di una lunghezza dei doppini inferiori rispetto ad altri Paesi. Disincentivano l’Ngn da una parte l’incertezza dei benefici (in termini di profitti, risparmi e richiesta del mercato) e dall’altra l’attesa rivalutazione della rete in rame grazie alla crescita dei prezzi all’ingrosso.</p>
<p>Quest’ultima poi infatti è avvenuta, con scorno dei concorrenti, che appunto sostengono ora che Telecom <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/index.php?section=news&amp;idNotizia=79501">è meno motivata</a> a costruire una Ngn. Gli ultimi dati di bilancio sembrano dare ragione <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/01/gli-operatori-si-allineano-e-il-mercato-si-appiattisce">a questa strategia attendista</a> di Telecom. Se poi faccia comodo o no al progresso dell’Italia, questo è un altro discorso. Al di là degli annunci, insomma, lo stato dei fatti sembra peggiorare, per il futuro della banda larga italiana. Si accumulano all’orizzonte nubi che tramano contro la possibilità di massicci investimenti nella nuova rete. Si vedrà se poi il gioco della politica, <a href="http://www.nannimagazine.it/stampa_articolo.php?idNews=5276">al tavolo di Romani</a>, riuscirà comunque a convincere Telecom a fare squadra con gli altri (a fronte di chissà quale contropartita). Al momento, i fattori visibili sono sfavorevoli ai grandi slanci verso il futuro.</p>
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