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	<title>Apogeonline &#187; Twitter</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 25 May 2012 05:01:13 +0000</lastBuildDate>
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		<title>L&#8217;arma totale della neutralità della Rete</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2012/05/15/larma-totale-della-neutralita-della-rete</link>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 12:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
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		<description><![CDATA[Non c'è via di mezzo tra la rete della libertà assoluta e la necessità che ogni persona di buon senso ne regolamenti da sé il proprio utilizzo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fa piacere notare che giornalisti come Luca Sofri del <a href="http://www.ilpost.it">Post</a> e Serena Danna del <a href="http://www.corriere.it">Corriere della Sera</a> si pongano il problema della comunicazione via Internet di qualità infima e di come questa disturbi la comunicazione propriamente detta.<span id="more-10895"></span></p>
<p>Sofri, dal proprio blog Wittgenstein, <a href="http://www.wittgenstein.it/2012/05/03/twitter-gli-hashtag-e-lo-spam/">faceva riferimento</a> a un <a href="http://www.theatlanticwire.com/technology/2012/05/twitter-torturing-social-media-nerds-hashtag-spam/51882/">articolo dell’Atlantic Wire</a>:</p>
<blockquote><p>
Che però ci sia un problema di invasione di irrilevanza e perdita di senso, lo notano in tutto il mondo. Il sito dell’Atlantic ha contestato infatti lo “spam via hashtag”, ovvero l’abuso di determinati hashtag più popolari per usi altri […]
</p></blockquote>
<p>Mentre Danna ha twittato come segue:</p>
<blockquote class="twitter-tweet"><p>E&#8217;in corso la defollowizzazione di autopromoter compulsivi, ritwittatori cronici di FF e complimenti, e di moralizzatori della Rete<a href="https://twitter.com/search/%2523addio">#addio</a></p>
<p>&mdash; serena_danna (@serena_danna) <a href="https://twitter.com/serena_danna/status/200912017547198466" data-datetime="2012-05-11T11:35:32+00:00">May 11, 2012</a></p></blockquote>
<p><script src="//platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script></p>
<p>Mi dichiaro integralmente d’accordo con l’uno e con l’altra e mica per niente <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2012/05/09/materia-trasversale">scrivevo</a> della necessità di introdurre la nuova materia scolastica dell’educazione digitale. Il problema però è sempre quello di chi abbia, o meno, l’autorità di decidere quando un <i>tweet</i> moralizza o invece ristabilisce la verità; quando un gioco di parole con l’<i>hashtag</i> sveli un carattere brillante e quando invece infastidisca il cittadino digitale creativo, educato e rispettoso.</p>
<p>Probabilmente il vero sconvolgimento comunicativo creato da Internet, alla fine, è la sua infinita neutralità, superiore a qualsiasi altro mezzo. Tanto che gli <i>ayatollah</i> iraniani vanno più per le spicce e, per esempio, <a href="http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5jzh5OHjE_YOFj7PeAz8thcxLDXHg?docId=CNG.9db1cb87109712fd31475e3f2399e01e.251">vietano l’uso di provider esteri di posta</a>.</p>
<p>Ovviamente Danna e Sofri (più il sottoscritto, modestamente e integralmente d’accordo con loro) non hanno niente a che vedere con la censura iraniana. Il problema è sempre trovare il punto giusto in cui tracciare la linea.</p>
<p>L’unico modo per avere una Internet ricca e civile è riempirla di ricchezza e civiltà, qualunque altra cosa faccia il compagno di banco. E qui magari sposterei il discorso sull’uso non sempre limpidissimo di meccanismi automatici come mezzo per aumentare la popolarità dei siti, per esempio.</p>
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		<title>Usi Linux e non lo sai</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2012/04/20/usi-linux-e-non-lo-sai</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 05:29:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Aliprandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Open Source]]></category>
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		<category><![CDATA[trasparenza del mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[Un video svela i veri retroscena del mondo informatico individuale e aziendale e fa pensare alla libertà effettiva del mercato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È un po&#8217; come quando da bambini arriva il fatidico momento in cui la mamma ci spiega che Babbo Natale non esiste: è un piccolo trauma, che si supera; oppure in fondo lo si era già intuìto ma si voleva continuare a credere. Ora è arrivato anche per te, lettore, il momento di comprendere che… anche tu usi Linux!<span id="more-10566"></span></p>
<p>Probabilmente lo stai facendo anche in questo stesso momento mentre leggi questo articolo. Dipende dal dispositivo che stai usando, ma anche dal server su cui è appoggiata la tua connessione.</p>
<p>Le tecnologie di oggi, fortemente vocate all&#8217;integrazione e alla costante interconnessione, sono troppo variegate e complesse per limitarsi a pensare unicamente ai nostri personal computer, sempre più portatili, comprati già belli e pronti e impacchettati in un negozio di elettrodomestici, dopo averli visti in vetrina a fianco degli aspirapolvere o dei frigoriferi.</p>
<p>Il video seguente è davvero efficace nel farci capire come GNU-Linux negli ultimi anni sia riuscito ad infiltrarsi nel mercato più di quanto si possa percepire a occhio nudo e sia senza dubbio diventato la tecnologia leader dei sistemi <em>embedded</em>.</p>
<p><iframe width="480" height="274" src="http://www.youtube.com/embed/yVpbFMhOAwE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<blockquote><p>Ogni giorno nel mondo vengono attivati 850 mila smartphone Android e vengono venduti 700 mila televisori di nuova generazione (con Linux embedded); i grandi computer dei centri di ricerca e i server di aziende come Google, Twitter, Facebook e Amazon sono basati su GNU-Linux…</p></blockquote>
<p>Questi sono solo alcuni dati snocciolati per capire la proporzione del fenomeno.</p>
<p>Eppure è ancora difficile, se non praticamente impossibile, entrare in un negozio (anche specializzato) e comprare un personal computer con una distribuzione GNU-Linux preinstallata. È un po&#8217; come dire che… il pinguino vince solo quando gioca a volto coperto e non tira troppo fuori la testa. E allora forse qualche dubbio sul livello di libera concorrenza e trasparenza del mercato della tecnologia dovremmo porcelo.</p>
<p><em>Il testo di questo articolo è sotto licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/it/">Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia</a>.</em></p>
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		<title>Rete non è sinonimo di pesca</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2012/03/02/rete-non-e-sinonimo-di-pesca</link>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 13:36:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
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		<category><![CDATA[weak ties]]></category>

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		<description><![CDATA[Per cercare lavoro, o trovare soggetti interessanti in cui investire, o trovare la migliore esposizione a idee nuove e ambienti promettenti, la soluzione è coltivare i legami più distanti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se serve una riflessione critica sull’abuso dei social network, non è solamente perché <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2012/03/01/la-corazzata-pinterest">ce ne sono talmente tanti da suscitare irritazione</a>. Per esempio, fuori dal consesso degli addetti al marketing e comunicazioni, quanti sanno andare oltre un condividere un po’ miope e fine a se stesso?<span id="more-9889"></span></p>
<p>Scrive Don Peppers su Fast Company:</p>
<blockquote><p>
The solar system is a network of planets, each of which has its own network of moons, so it provides a picturesque (if inexact) analogy for social networks, which are also networks of networks. […] But rather than counting how many moons you have in your network, what you ought to be doing is figuring out how to get the most benefit from the right ones. And despite the hype, my own informal canvassing has convinced me that most of us aren’t very strategic when it comes to the best way to take advantage of the enormous potential of our own social networks.
</p></blockquote>
<p>Leggendo l’<a href="http://www.fastcompany.com/1818177/the-unexpected-way-to-use-your-social-network-strategically">articolo</a> si può riscoprire la <a href="http://smg.media.mit.edu/library/Granovetter.WeakTies.pdf">teoria dei <i>weak tie</i></a>, i legami deboli: le migliori opportunità di lavoro arriveranno tipicamente dai margini e non dal nucleo della nostra rete di conoscenze.</p>
<p>Sapendo sempre per esempio che</p>
<blockquote><p>
the surest way NOT to have a creative breakthrough is to rely on all the experts you already know, and all the disciplines you’re already familiar with.
</p></blockquote>
<p>viene da (ri)pensare dolorosamente a come scegliamo chi seguire su Twitter, nel numero e nel genere. Probabilmente dovrebbe essere solo l’inizio.</p>
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		<title>La corazzata Pinterest</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 06:08:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'ascesa alla ribalta, completa delle immancabili polemiche, dell'ennesima rete sociale fa interrogare su che cosa valga la pena di seguire davvero, perché e anche come.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si presume che dopo <a href="http://www.2spaghi.it/">2Spaghi</a>, <a href="http://www.anobii.com/">aNobii</a>, <a href="http://www.facebook.com/">Facebook</a>, <a href="http://www.flickr.com/">Flickr</a>, <a href="http://friendfeed.com/">Friendfeed</a>, <a href="http://www.geni.com/">Geni</a>, <a href="https://plus.google.com/">Google+</a>, <a href="http://instagram.com/">Instagram</a>, <a href="http://www.linkedin.com/">LinkedIn</a>, <a href="http://gomiso.com/">Miso</a>, <a href="http://www.orkut.com/Main#Home">Orkut</a>, <a href="http://www.apple.com/it/itunes/ping/">Ping</a>, <a href="http://posterous.com/">Posterous</a>, <a href="http://www.shelfari.com/">Shelfari</a>, <a href="https://www.tumblr.com/">Tumblr</a>, <a href="http://twitter.com/">Twitter</a>, <a href="http://www.viadeo.com/it/connexion/">Viadeo</a>, <a href="http://www.waze.com/">Waze</a> eccetera eccetera eccetera adesso sia il momento comandato di entrare in <a href="http://pinterest.com/">Pinterest</a>.<span id="more-9851"></span></p>
<p>Milioni di <i>early adopter</i> sono già in possesso di un account, sollecitano ad averne uno quella metà di popolazione mondiale presente nei loro contatti – per sette ottavi a loro insaputa – e inondano gli altri social media di considerazioni rigorosamente da veri <i>digerati</i> sulle nuove implicazioni del mezzo innovativo che rimodella il paradigma e impone la riflessione (inserire citazione obbligatoria da de Kerckhove o almeno un McLuhan trovato nei baci Perugina).</p>
<p>Pinterest ha se non altro nuovamente sensibilizzato le masse sul problema della tutela del copyright, con il proprio <a href="http://venturebeat.com/2012/02/24/flickr-pinterest-pin/">codice <i>no-pin</i></a> che Flickr, per fare un esempio, ha subito adottato, per disincentivare la razzia di immagini coperte da diritti.</p>
<p>Pinterest si è meritato l’appellativo ironico di <a href="http://www.collegian.com/index.php/article/2012/02/misadventures_on_pinterest_a.k.a._porn_for_lonely_women"><i>porn for lonely women</i></a> e la stampa italiana non ha aspettato un momento per selezionare i <a href="http://blog.panorama.it/hitechescienza/2012/02/29/pinterest-la-pornografia-e-le-sue-versioni-hard/">pornocloni del sito</a>.</p>
<p>Su Tecnoetica sono stati sottolineati altri lati poco piacevoli di Pinterest, come la <a href="http://www.tecnoetica.it/2012/02/27/perche-pinterest-ne-mi-piace-ne-mi-convince/">presenza di contenuti poco edificanti in tema di disturbi alimentari</a>.</p>
<p>Più di tutto questo: la lista sopra è ovviamente tutt’altro che esaustiva. Quando leggeremo una ricerca sul numero di social network che è umanamente possibile seguire in modo producente, non importa se per la professione o il diletto? Quando apparirà un <i>ranking</i> aggiornato delle reti sociali secondo parametri utilità sociale, utilità lavorativa, ricchezza di interazione e potenziale trasformativo dell’umanità?</p>
<p>Perché stranamente, nell’era delle opinioni libere a costo zero, nessuno mai si alza a dire dal profondo del cuore che il social network X è considerabile alla stregua della fantozziana <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_secondo_tragico_Fantozzi#La_corazzata_Kotiomkin">corazzata Kotiomkin</a>.</p>
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		<title>Social media: è tempo di misurare</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2012/02/22/social-media-e-tempo-di-misurare</link>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 13:28:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Cosenza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
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		<description><![CDATA[Il valore dei media sociali come strumento di misura dell'efficacia della comunicazione e del marketing ha raggiunto la massa critica e sempre più aziende ne diventano consapevoli.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’approccio ai social media da parte di aziende e agenzie negli ultimi mesi, specie all’estero, lascia intravedere il passaggio dalla sperimentazione ad una maggiore consapevolezza dell’impatto su aziende e consumatori.<span id="more-9721"></span></p>
<p>Lo studio <i>State of Social Media</i> condotto nell’ottobre 2011 da Econsultancy, in partnership con <a href="http://www.lbi.co.uk/">LBi</a> e <a href="http://www.bigmouthmedia.com/">bigmouthmedia</a>, su 1.107 dipendenti di agenzie e società di tutto il mondo (anche se gli inglesi rappresentano il 60% del campione), rivela che <a href="http://econsultancy.com/uk/reports/state-of-social">il 64% delle organizzazioni ha superato la fase di sperimentazione</a>. Lo studio contiene altri dati interessanti:</p>
<blockquote>
<ul compact>
<li>More than half of company respondents (52%) say their organisations use Facebook for reacting to customer issues and inquiries compared to only 29% last year.</li>
<li>The smartphone is overwhelmingly deemed to be the most persuasive device for social media, according to 73% of company respondents.</li>
<li>When asked to describe the value they get from social media, some 37% of companies report they are unable to measure (and ‘the jury is still out’), compared to 47% in 2010.</li>
<li>Some 39% of companies do not use any kind of buzz monitoring tool, including free tools.</li>
<li>Almost three-quarters of respondents (73%) say their organisation considers the effect of social media on SEO.</li>
</ul>
</blockquote>
<p>L’uso di Facebook e Twitter come piattaforme di monitoraggio e customer service, non come mero canale di marketing, risulta aumentato rispetto allo scorso anno.</p>
<p>Inoltre la maggioranza dei rispondenti sostiene di essere passata al concepimento di attività social non più a se stanti, ma integrate in un piano complessivo di online marketing (email marketing e SEO soprattutto). Sono in crescita anche gli sforzi per una integrazione estesa ai canali tradizionali.</p>
<p>È arrivato il tempo di considerare i social media come spazi utili a costruire relazioni di fiducia di lungo periodo anche da parte delle aziende che finora li hanno trattati alla stregua di un mero canale promozionale.</p>
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		<title>L&#8217;Internet del 2012</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/12/31/linternet-del-2012</link>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 22:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<category><![CDATA[walled garden]]></category>

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		<description><![CDATA[Fate caso all'elettricità quando accendete l'interruttore della luce? Ecco, con la rete sta accendendo un po' la stessa cosa ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei diversi anni in cui, su queste pagine, ci siamo cimentati con questo tradizionale articolo di scenario, internet è cambiato molto. Il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2007/01/03/19/200701031901">primo</a> di questi artcoli raccontava la meraviglia della rete sociale, i temi caldi erano i blog e i social network, che ancora non avevano vissuto il grande boom di massa e che rappresentavano il fronte dell&#8217;innovazione. Da allora abbiamo visto delinearsi tendenze ben precise, che sono diventate sempre più forti ed evidenti. Proviamo a riassumerle.<span id="more-7776"></span></p>
<h5>Trasparenza</h5>
<p>Man mano che internet si diffonde, tende a normalizzarsi. C&#8217;è stato un periodo in cui veniva guardato con sospetto (soprattutto dai media e dall&#8217;industria culturale), ma oggi fa sempre più parte delle nostre vite, della nostra quotidianità, del modo in cui lavoriamo. Sebbene ogni tanto qualche telegiornale faccia dei riferimenti oscuri all&#8217;<em>internèt</em> alludendovi come a un pericoloso girone infernale, si tratta per lo più di qualche caso isolato. In realtà il «racconto del mondo» che ci fanno i grandi media è integrato da internet (se non intriso di internet). Sempre più spesso compaiono le timeline di Twitter o di Facebook e quotidiamente la rete è diventata la grande fonte, primaria o complementare, per tutte le notizie.</p>
<p>Non è più necessario spiegare di cosa si parla, e questo è un segnale importante. Uno dei metri per valutare quanto una società stia accettando le innovazioni è proprio la presenza o l&#8217;assenza di una «piccola glossa» a spiegare termini e faccende non ritenute di uso comune. La trasparenza di internet sarà sempre più evidente. L&#8217;analogia che usano gli studiosi è quella dell&#8217;elettricità. Nessuno di noi la vede, nessuno di noi la percepisce, ma se togliessimo l&#8217;energia elettrica dalle nostre vite il quotidiano si fermerebbe.</p>
<h5>Connettività e dispositivi</h5>
<p>La connettività non basta mai. Appena aumenta la disponibilità si incrementano le esigenze di banda con nuovi servizi e nuove soluzioni, e cresce quindi anche la domanda. Ma anche solo guardando agli ultimi anni, abbiamo compiuto passi molto importanti e molto veloci. La previsione è facile: avremo connettività sempre più ubiqua e sempre più economica. E questo trend è destinato a non rallentare almeno per i prossimi anni. Anche sul versante dei dispositivi l&#8217;innovazione è stata velocissima. Sono sempre più piccoli e performanti, il che spiega la diffusione dell&#8217;accesso mobile alla rete (che va di pari passo con la disponibilità di connessione). Il trend vero, però, a mio parere, non è tanto quello che si riflette sull&#8217;accesso mobile &#8211; pure importantissimo &#8211; ma sul passo avanti che è stato compiuto nell&#8217;interfaccia. Con il <em>touch</em> abbiamo quasi appiattito la curva di apprendimento necessaria per accedere al mondo che ci apre la rete.</p>
<p>Il computer è sempre stato uno dei fattori di rallentamento dell&#8217;adozione delle tecnologie digitali. Richiedeva una comprensione di skill funzionali complesse che spesso allontanavano intere fasce di popolazione da internet e dalle sue possibilità. Con un dispositivo <em>touch</em> questo acceso è molto più semplice e intuitivo. La semplificazione delle interfacce, insieme alla pressione verso il basso dei prezzi, è un altro fattore importantissimo per far entrare nella modernità anche chi ha timore o difficoltà con le competenze tecnologiche.<br />
<strong></strong></p>
<h5>Cultura sempre più digitale</h5>
<p><strong></strong>Da qualche anno ormai l&#8217;innovazione non avviene più «dentro» internet, in senso stretto almeno. Piuttosto, la osserviamo nei settori che adottano le nuove tecnologie e che ne vengono trasformati. Primo tra tutti quello dell&#8217;industria culturale, che si sta digitalizzando in fretta, con cambiamenti enormi. Musica, giornalismo, cinema, fotografia, libri. Ma anche &#8211; e questo in Italia è ancora poco evidente &#8211; <a href="http://thenextweb.com/insider/2011/12/26/in-2011-how-the-internet-revolutionized-education/?awesm=tnw.to_1CNPT">l&#8217;educazione</a>.Se queste tendenze, a livello macro, descrivono abbastanza bene la rapidità con cui stiamo rivoluzionando il modo in cui funziona la nostra cultura, ci sono diversi trend da osservare a livello micro in questo 2012.</p>
<h5>App contro web</h5>
<p><strong></strong>Il lato negativo, almeno secondo alcuni, della facilità delle nuove interfacce è che paghiamo la facilità di utilizzo con l&#8217;accesso al cosiddetto <em>walled garden</em>, un mondo chiuso e completamente governato dal fornitore dei servizi. Tuttavia, con meno clamore, la libertà del web sta trovando una forte reazione con l&#8217;Html5, che può ricostruire in una logica aperta le stesse suggestioni delle app. Io credo che sia finito il tempo pionieristico in cui ci si faceva il web da soli e che la grandi infrastrutture di servizi (dalla mail ai grandi social network, agli ecosistemi culturali come Amazon e Apple) abbiano bisogno degli enormi capitali in grado di garantire la funzionalità per centinaia di milioni di utenti. Un po&#8217; come avviene nel mondo fisico, in cui deleghiamo la sicurezza, la viabilità, la salute a organizzazioni più strutturate.</p>
<p>Certo, nel digitale senza confini geografici, si tratta sempre di potenti <em>corporation</em> private. Ma una delle caratteristiche dell&#8217;adozione di una piattaforma o dell&#8217;altra è la soddisfazione degli individui che decidono di usarla. E questo potrebbe mitigare l&#8217;enormità di delegare il governo di buona parte delle notre vite immateriali a società private. Non è una questione di facile soluzione nè di facile approccio. Dovremo tutti imparare a vigilare molto sulle nostre scelte e sulle implicazioni che comportano. E che toccano temi molto sensibili, dalla privacy alla gestione dei nostri dati personali, all&#8217;accesso e alla proprietà del valore che creiamo online. Dobbiamo crescere anche noi alla stessa velocità con cui corre l&#8217;innovazione.</p>
<h5>Social media</h5>
<p><strong></strong>I social media non sono più territorio di innovazione da anni, ma sono oggetto di un continuo rinnovamento. Sono però sempre più importanti: sono il luogo dove assembliamo la nostra percezione del mondo (da cui dipendono le nostre decisioni), sono il motore con cui coccoliamo le nostre preferenze, sono uno spazio in cui elaboriamo idee e affetti, sono la porta attraverso cui accediamo a una serie di gratificazioni (dalle amicizie al lavoro) molto importanti. La <a href="http://paidcontent.org/article/419-time-shifting-is-replacing-real-time/">trasformazione</a> in atto nel modo in cui i social network ci ridisegnano il modo di stare in rete è importante. Anche questo è un trend da seguire.</p>
<h5>Potere e libertà</h5>
<p>Alla fine, Internet è un&#8217;infrastruttura potentissima per gestire la conoscenza. Talmente potente da innescare cambiamenti politici e sociali importanti, dalla primavera araba al modo in cui i cittadini decidono di votare. Da questo punto di vista è oggetto di una tensione fortissima tra poteri costituiti e aspirazioni degli individui. Il che porta a una dialettica fortissima tra libertà e restrizioni. Un esempio potrebbe essere quello dei recenti tentativi di arginare il digitale con strumenti legislativi, ultimo caso in ordine di tempo <a href="http://www.technologyreview.com/web/39385/?ref=rss">quello del governo americano</a>. Ed è questo un altro versante su cui nel 2012 sarà bene prestare un po&#8217; di attenzione.</p>
<p>Potrebbe esserci molto altro, in base alle priorità di ciascuno di noi. Ma una sintesi è una sintesi. Però, da lettore affascinato dal modo in cui la letteratura racconta il presente o prevede il domani, chiudo con una lettura bonus: <a href="http://thesocietypages.org/cyborgology/2011/12/01/how-cyberpunk-warned-against-apples-consumer-revolution/">How Cyberpunk Warned against Apple’s Consumer Revolution</a>.<br />
<br style="clear: both;" /></p>
<p><em>Questo articolo di Giuseppe Granieri rispetta una tradizione pluriennale per Apogeonline: rileggi nel nostro archivio i suoi scenari di inizio anno sulla rete pubblicati nel <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/10/linternet-del-2011">2011</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/04/linternet-del-2010">2010</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009">2009</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/01/14/19/200801141901">2008</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2007/01/03/19/200701031901">2007</a></em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Conversazioni intorno alla rinascita dei blog</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 13:07:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[#risorgiblog]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
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		<category><![CDATA[Giuseppe Granieri]]></category>
		<category><![CDATA[Huffington Post]]></category>
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		<description><![CDATA[A scadenze regolari si annuncia la fine dei blog, cannibalizzati dai flussi in presa diretta dei social network. Eppure lo strumento blog è tutt'altro che morto, al contrario ne avremmo più che mai bisogno. Partendo da un dibattito in corso nella blogosfera italiana, abbiamo approfondito alcuni punti di vista ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una profezia che aleggia sul mondo Internet da molti anni e che riemerge nei periodi di bilancio, come quelli di fine anno: la morte dei blog. Lo sappiamo: la realtà del web, penso all’Italia, si è trasformata in dieci anni da una prateria punteggiata da blog personali – che mettevano in relazione contenuti e lettori in una (quasi) spesso coincidenza fra chi scrive e chi legge. Il lettore solitamente era un altro gestore di blog che da lì, oltre che dai commenti, rispondeva e rilanciava – a un suk denso di update di status, flussi di tweet, comunicazioni spesso fatiche (like, retweet), spalmabilità di contenuti raddoppiati tra i profili Facebook, Twitter, Google+, FriendFeed eccetera.<span id="more-7759"></span></p>
<h5>Ecosistema</h5>
<p>L’afflusso massificato degli ultimi anni prima su Facebook poi su Twitter mi sembra abbia riportato alla nostra attenzione la necessità di riflettere sulla forma che questo ecosistema dei social media sta assumendo e lo spazio che il blog può avere come luogo in cui fermare il pensiero sottraendolo al flusso e alla necessità dell’essere continuamente newsificato, concedendo ai contenuti un archivio in chiave social (benvenuti a commenti di ampi respiro, risposte da altri blog, segnalazioni a compendio eccetera) che possano resistere al deperimento e alla volatilità di pseudo conversazioni a basso tasso di ricercabilità, come quelle presenti su Facebook o Twitter.</p>
<p>Su questo #risorgiblog (perdonate l’#hashtag volutamente ideologico lanciato su Twitter durante uno scambio sul tema) ho provato a stimolare una riflessione a partire dal post “<a href="http://mediamondo.wordpress.com/2011/12/27/per-un-uso-ecologico-di-twitter/">Per un uso ecologico di Twitter</a>”, nel quale ho cercato di mettere a fuoco l’emergere di un bisogno che avremo di ridare vita agli spazi blog in nuovi modi, tutti da sperimentare, relazionati ai flussi dei social network. La conversazione che è nata attorno a #rinasciblog è cresciuta attraverso diverso interventi dispersi tra blog e social network che ho cominciato ad aggregare “storificandoli” su <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2011/12/29/risorgiblog/">#risorgiblog</a>. A partire da questi stimoli ho cercato di approfondire parlandone con alcuni osservatori interni alla realtà dei social media italiani che in questi anni hanno saputo vivere e interpretare il mutamento, anche in modi molto diversi, e che, qualche anno fa, i giornalisti compiacenti avrebbero chiamato blogger. Il dato di partenza me lo ha fornito Vincenzo Cosenza partendo dai dati di fatto e spiegandomi che:</p>
<blockquote><p>i blog su WordPress, la piattaforma più usata, sono in aumento e stanno per toccare i 70 milioni. Quelli su Tumblr sfiorano i 40 milioni. Certo non è dato conoscere il tasso di abbandono, ma la crescita delle nuove aperture è significativa. Quello che vedo è una mutazione del modo di usare i blog. Prima venivano usati per condividere lunghe elucubrazioni, brevi pensieri o contenuti scovati in rete. Ora si tende a mettere sul blog ciò che si vuole far rimanere nel tempo e ritrovare. Ai social network il compito di amplificare i pensieri del blog e accogliere frammenti di esistenza fuggevoli, utili a segnalare la nostra posizione in rete e a curare le relazioni amicali.</p></blockquote>
<h5>Conti</h5>
<p>Luca Conti, che ha recentemente scritto un post sulla sua decisione di <a href="http://www.lucaconti.it/2011/12/28/meno-facebook-meno-twitter-piu-blog/">ridurre l’uso dei social network nel 2012</a> a favore dei suoi blog, mi ha spiegato le motivazioni di fondo:</p>
<blockquote><p>Leggendo un po’ di ebook su minimalismo, stile di vita, dieta digitale, ecc., mi sono reso conto che Facebook e Twitter sono diventati quasi una droga, nel senso letterale. Posso farne a meno, certo, ma quando sono davanti al computer sono portato a controllare se qualcuno ha reagito a cosa ho scritto e questo è fonte di grande perdita di tempo e di interruzione. A proposito devo assolutamente stoppare le notifiche e i blip di iPad ogni volta che qualcuno fa qualcosa su Twitter e Facebook perché è una continua tentazione!! :)</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>GBA: La tua è una decisione personale e professionale assieme, mi sembra. Ma come vedi la relazione che si strutturerà fra mondo dei social network e blog? Credi sia una tendenza alla ricrescita di spazi conversazionali diversi oppure solo una distinzione tra luoghi più affollati e pubblici (e di immediata gratificazione: like, commenti, eccetera) e luoghi (seppur pubblici) più intimi con un pubblico?</strong></p>
<p><strong>Luca Conti:</strong> Personale nel senso che voglio ridurre il tempo dedicato alle relazioni attraverso i social network, a favore di relazioni fuori dai social network. Nel 2011 mi son reso conto di aver speso e investito molto tempo in cura di relazioni con persone a distanza, alcune anche mai ancora conosciute di persone. Alcuni di questi investimenti non sono stati fruttuosi e quindi mi interrogo quanto paghi e quale equilibrio avere nel curare relazioni mediate dai social network. Non li rifuggo, ma credo di dover tornare su un equilibrio che ne riduce il tempo e l&#8217;investimento. Non necessariamente questo significa sostituire quel tempo con la cura del blog personale. Non ho mai usato le note su Facebook, per capirci, quindi non intendo usare il blog personale in sostituzione degli aggiornamenti di stato di Facebook o Twitter. Questi restano per segnalazioni brevi sul piano professionale.</p>
<p>Mi rendo conto di aver disperso parte del potenziale accumulato nel tempo con Pandemia, un po’ per naturale uso dei social network come complemento alla produzione, diffusione, personal personal branding, un po&#8217; per mancata cura degli spazi propri, come avrebbero necessitato. Oggi chi vuole farsi una opinione professionale del sottoscritto può dedurre qualcosa da Pandemia ma dai miei blog personali, in italiano e in inglese, trova poco a cui riferirsi e questo è un potenziale danno per le mie attività. Danno a cui devo riparare, anche con un aggiornamento grafico di Pandemia, troppo trascurato e vecchio ormai.</p>
<p><strong>GBA: In Italia abbiamo sempre parlato annualmente di “fine dei blog”. L&#8217;arrivo dei social network &#8211; e l&#8217;affluenza di massa &#8211; mi sembra abbia mostrato l&#8217;esistenza di luoghi sensati per produrre e condividere contenuti senza la &#8220;pesantezza&#8221; della struttura editoriale del blog. Eppure oggi mi sembra che (a livello non solo italiano) ci sia l&#8217;esigenza di riaffermare una rinascita del blog.</strong></p>
<p><strong>Luca Conti:</strong> Credo che ognuno che abbia cominciato a vivere il social web con un blog, trovi oggi il proprio equilibrio nell&#8217;uso del blog e dei social network dopo averne sperimentato l&#8217;uso per un tempo ormai sufficientemente ampio da capirne i pro e i contro. Voglio dire che ognuno di questi strumenti risponde a esigenze solo in parte sovrapponibili, quindi poco sostituibili tra loro. L&#8217;uso e l&#8217;abuso dei social network, per novità, per affezione, per facilità d&#8217;uso, per dipendenza da attenzione, vedono oggi un riflusso da parte dei blogger della prima ora o di quelli più consapevoli, non perché ci sia un male nell&#8217;uso dei social network e un bene nel blog, ma perché il blog mantiene e rafforza la propria identità digitale e la conserva nel tempo.</p>
<p>La differenza oggi e il potenziale riflusso verso il blog è determinato da una maggiore consapevolezza, tutto qua. Non vedo contrapposizioni e non vedo i blogger duri e puri come vincitori, anzi! Dal mio punto di vista la vita di cittadino digitale oggi non può prescindere dalla cura e dall&#8217;interazione su Facebook e su Twitter, perché quelli sono i luoghi di dibattito pubblici. Arroccarsi sul proprio blog è un po&#8217; come restare chiusi in casa con la porta aperta, lasciando entrare gli amici e i passanti, più o meno fedeli, ma la vita online è anche altrove.</p>
<h5>Mantellini</h5>
<p>Massimo Mantellini, intervenendo e rilanciando il dibattito – va ricordato che il suo è uno dei blog più letti del panorama nazionale – <a href="http://www.mantellini.it/?p=16984">notava</a> come nell’ultimo anno i post dei blog da lui seguiti sono calati inesorabilmente e per questo gli ho chiesto di approfondirne le motivazioni.</p>
<p><strong>GBA: Mi interessa approfondire la tua percezione di una presenza ridotta dei contenuti della blogosfera. Al di là del numero dei blog esistenti, come tu dici, dipende anche da quanti contenuti produci e da quanta conversazione (aggiungerei io) si produce. Mi interessa capire allora se secondo te &#8211; a parte anomalie &#8211; la realtà della forma blog sta assumendo i tratti del commento (vedi i singoli blog dei quotidiani online) o dell&#8217;editoria (vedi ilPost) e se, di conseguenza, il blog &#8220;personale&#8221; tradizionalmente inteso ha ancora senso.</strong></p>
<p><strong>Massimo Mantellini:</strong> Io credo che per quello che leggo io i blog abbiano abbandonato in gran parte la loro connotazione diaristica (ci sono strumenti che un tempo non esistevano molto più affini al diario) e mostrino oggi due vie di sviluppo principali: una strettamente personale simile a quella degli esordi ma liberata dai piccoli contenuti che oggi finiscono altrove, si tratta di luoghi che mantengono necessariamente un basso profilo numerico e producono in gran parte opinioni e punti di vista con un raggio di esplorazione vario.</p>
<p>Poi una seconda via di sviluppo che è più francamente editoriale e che segmenterei in due gruppi: blog gestiti spesso da un singolo che si occupano di temi specifici, progetti con una qualche aspirazione giornalistica/specialistica, e invece progetti multiautore, anche in forma di aggregatore sul tipo di quelli nati negli ultimi due anni da Il Post in avanti ma anche del tipo &#8220;aggregazione di persone intorno ad un tema&#8221; (pensa a ValigiaBlu) Questi ultimi strumenti si immaginano generalisti in uno spazio in parte occupato dal nanopublishing (che per quanto sia in Italia fa ancora bei numeri) ma con chiare aspirazioni editoriali</p>
<p><strong>GBA: Che relazione fra blog e social network si sta a tuo parere sviluppando in Italia (e se la ritieni diversa da quella che osservi altrove).</strong></p>
<p><strong>Massimo Mantellini:</strong> Mi pare di vedere una grande divaricazione: mentre il flusso dai blog verso i social network è naturale e voluto, il contrario avviene per forza di cose con meno frequenza. La riduzione di attenzione verso i blog è in buona parte secondaria alla migrazione dell&#8217;attenzione verso i social network. Se c’è una economia dell’attenzione questa moneta prima o poi finisce. Resta da capire quanto ci convenga in termini generali (visto che sono un lurido moralista, moraleggio) preferire la navigazione rapida sulla superficie delle cose piuttosto che tentare la sua analisi in profondità. Ma ho come la sensazione che la direzione di simili scelte sia molto adeguata ai nostri tempi.</p>
<h5>Granieri</h5>
<p>Poiché questo dibattito chiama in causa direttamente il modo che abbiamo di usare i nostri blog, Giuseppe Granieri <a href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1487">ha scritto un bel post</a> per descrivere i motivi che abbiamo oggi per tenere un blog: «Se hai qualcosa da dire, probabilmente il blog è il posto migliore per farlo. Per una serie di ragioni: è completamente ricercabile, hai totale controllo sul contesto e sul messaggio».</p>
<p><strong>GBA: È ovvio che siamo passati dalla supremazia della blogosfera alla distribuzione dispersa di contenuti che i social network ci ha insegnato. Questo forse ha modificato in Italia il modo di “dire” e “fare” in Rete. Pensi che i blog rappresentino, quindi, una specie di battaglia di retroguardia o la loro posizione nell&#8217;ambiente dei social media ha nuovo senso?</strong></p>
<p><strong>Giuseppe Granieri:</strong> Non so se sia vera supremazia. Dipende dalle abitudini e dalla posizione che ciascuno di noi sceglie in rete. Se guardo le mie abitudini i blog (quelli che leggo) stravincono sui social network, che uso fondamentalmente come ripetitori, come canali di distribuzione. Le mie fonti, cui non rinuncerei per nulla al mondo, sono i blog. Anche quando vengono riassemblate con strumenti molto evoluti come Zite. Alla fine la tecnologia va verso la specializzazione e ciascuno utilizza alcuni degli strumenti disponibili e lo fa nel modo in cui gli servono. Con tanta offerta di strumenti e con attenzione limitata non si può fare diversamente.</p>
<p>I blog sono l&#8217;approdo per chi ha qualcosa da dire e vuole farlo, ma non possiamo pensare che tutti, tutti i giorni abbiano qualcosa da dire. Io vedo abbastanza fisiologico l&#8217;assetto che si sta delineando, con i contenuti di segnalazione e relazione che si spostano sui social network. Ma personalmente reagirei in modo tiepido alla chiusura di un social network, mentre invece mi sentirei molto meno intelligente se perdessi l&#8217;accesso alle mie fonti che mi danno modo di costruirmi opinioni più ricche e strutturate.</p>
<p><strong>GBA: Oltre al tuo blog personale gestisci anche blog di lavoro e un blog per la Stampa. Abbiamo pensato nel passato che la produzione dei contenuti dal basso stesse nei nostri walled garden ben pettinati. Ci siamo trovati di fronte ai suk prodotti dai social network. Mi sembra che il blog stia diventando uno strumento che necessita di una maggiore cura editoriale, più vicino ad un prodotto meno estemporaneo. Che sia l&#8217;indice di come nella relazione pro-am la dimensione pro conti?</strong></p>
<p><strong>Giuseppe Granieri:</strong> Anche qui, non c&#8217;è più spazio secondo me per le grandi generalizzazioni. Il blog è sempre più un canale editoriale, ma editorale nel senso che ti obbliga a editorializzare il tuo pensiero, a dargli una forma compiuta, a farne una lettura in qualche modo completa. Poi, puoi usarlo per scopi professionali o personali, o di finzione, in un contesto comunque sempre più strutturato rispetto ai social network. Il ragionamento a mio parere va impostato rispondendo alla domanda: qual è il lavoro che fa lo strumento che uso? Il blog è per i contenuti, per la loro permanenza e ricercabilità. I social network sono l&#8217;estemporaneo, l&#8217;evenemenziale, la relazione, la distribuzione. È vero che ciclicamente si parla di &#8220;morte del blog&#8221; o si fa il punto della situazione sugli strumenti ma io credo che stavolta stiamo entrando in una nuova fase.</p>
<p>La prospettiva non è più uniforme come prima, le informazioni (nel senso più generale possibile) si stanno sgretolando non solo in più strumenti ma in più livelli di percezione. È vero che il blog non è mai morto, o forse è morto e poi resuscitato, ma è anche vero che il mondo dei blog di 10 anni fa non esiste più. Da una prospettiva &#8220;editoriale&#8221; non è più possibile una Teoria del Tutto, in cui il blog aveva un suo posto ben preciso (e un suo ritmo), i social media offrono più livelli di percezione e il blog ne esce cambiato. L&#8217;informazione ora è un fiume che scorre a diverse velocità in differenti punti e quindi non ha più senso cercare il &#8220;social network&#8221; perfetto che possa racchiudere contemporaneamente conversazione, coinvolgimento, identità, relazioni. Lo strumento blog, quindi, diventa ancora più importante come complemento di questi fattori, a patto di adattarsi.</p>
<h5>Alagna</h5>
<p>La complessa relazione fra blog e ambiente dei social network ci porterà quindi a ripensare il nostro modo di “confezionare” editorialmente un blog. Per questo credo occorra il coraggio di sperimentare nuovi formati, nuovi linguaggi e forme di integrazione. E non parlo del lato “tecnico” della faccenda. Non quindi di come integrare i like di Facebook o le segnalazioni facili di Twitter in coda ai post. Ma di come cambiare il <em>frame</em> in cui incorniciare nel blog – per quello che sta diventando – contenuti “adatti” alle grammatiche dei social network e allo “spirito” di quell’ambiente. Trovo che una bella sperimentazione in questo senso la stia facendo Luca Alagna a cui ho chiesto di condividere il suo modo di pensare/confezionare i post.</p>
<p><strong>GBA: Come vedi la relazione fra il blog personale e la presenza delle segnalazioni/conversazioni sui social network? E quale modello stai usando tu di integrazione? Dico integrazione non in senso tecnico ma concettuale perché mi sembra che sia nel design che nel modo di concepire i post e le sezioni, hai sviluppato un’integrazione che presenta una piattaforma interessante.</strong></p>
<p><strong>Luca Alagna:</strong> Il modello che ho iniziato a usare nel mio blog dedicato alle news <a href="http://instant.stilografico.com/" target="_blank">instant.stilografico.com</a> è abbastanza chiaro, lo sperimento da tempo (come nel caso del post che scrissi <a href="file:///C:/Users/Sergio/Desktop/%5bhttp:/l40nn.altervista.org/blog/blog/2011/05/23/lannosa-questione-della-moschea-di-sucate-a-milano/">in questo modo su Sucate</a> per 140nn, <a href="http://blog.italiansubs.net/macchianera-blog-awards-2011-ecco-i-vincitori/6931/">riscoperto e dibattuto</a> mesi dopo) e ormai lo identifico concettualmente con “instant”: il blog si inserisce nel flusso più veloce ma mantiene una sua natura più lenta. Il tweet è un post, ma il post è incapsulato in un tweet, le informazioni dei social media vengono rallentate per poterle approfondire, espandere, e poi vengono riaffidate alla corrente veloce. È anche fratello di altri tentativi (tra i quali quello eccellente è il blog <a href="http://thelede.blogs.nytimes.com/">The Lede</a> sul New York Times), a volte nati per necessità (dalla blogosfera iraniana del 2009 ai blog della Primavera Araba), altre volte già presenti sui quotidiani online (come fa a volte Il Post o l&#8217;Huffington Post).</p>
<p>Ma mi interessa rimarcare la differenza concettuale di questa idea, che vive volutamente nel suo ambito con una linea editoriale ben precisa, non dettata necessariamente dall&#8217;Agenda generale, e si presta per sua natura alla cooperazione. Anche graficamente l&#8217;intento è di chiarezza e di priorità cronologica. Mi sto convincendo sempre più che i quotidiani del prossimo futuro (che saranno ancora il punto di riferimento dell&#8217;informazione) su web avranno definitivamente la forma del blog.</p>
<h5>Newsification</h5>
<p>Una lunga panoramica, la nostra, sulla complessità da mettere in gioco sul tema #risorgiblog. Quello che è certo che mi sembra ci sia spazio nel 2012 per ripensare la bulimia da social network ed osservare come la blogosfera italiana risponda a nuovi bisogni latenti di approfondimento e cura editoriale post segnalazione e <em>newsification</em>. Perché, come ha scritto Massimo Mantellini in <a href="http://www.mantellini.it/?p=17103">un accorato post</a>:</p>
<blockquote><p>lo strumento blog resta un campo di gioco formidabile e sarà ancora frequentato da chi ha voglia e idee. E la metadiscussione sui blog di questi giorni ci dice anche che la blogosfera, grande o piccola che sia, può essere anche un grande social network. Molto meglio strutturato e stabile di tanti altri, capace di tirar fili in mezzo al niente, collegando persone che magari non si conoscono: senza che qualcuno li abbia fatti diventare amici o followers.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Il potere delle community con le idee</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 07:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampaolo Colletti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Dave Balter]]></category>
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		<description><![CDATA[La community rappresenta una rivoluzione copernicana per il dialogo sul web tra aziende e clienti e s’inserisce prepotentemente anche nel business delle imprese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marie Argence e Pauline Dalamèa sono le giovani (e notissime) amministratrici di una community online che aggrega i fan del gruppo pop <a href="http://www.tokiohotel.com/it/">Tokio Hotel</a>. Nel 2006 le ragazze si proposero per gestire e moderare la community, ma alla Universal non vollero dar loro credito, ipotizzando di poter internalizzare la gestione di questa attività. In realtà la forza delle due ragazze americane era dettata proprio dal legame viscerale con il general manager dei Tokio Hotel, che passava loro informazioni in anteprima scavalcando l’ufficio stampa del gruppo. La Universal Music fu presa in contropiede nell’organizzazione di una community così complessa. Oggi Marie e Pauline – che nel frattempo si sono messe in proprio e hanno aperto una loro azienda, la Stern Music – gestiscono in rete decine di brand musicali con blog e forum.<span id="more-7743"></span></p>
<h5>Identikit delle community</h5>
<p>Come dimostra la storia di Marie e Pauline, la community rappresenta una rivoluzione copernicana, che parte da un nuovo dialogo sul web tra aziende e clienti, reali o prospect, ma s’inserisce prepotentemente anche nel business. Perché oggi più che mai una comunità in rete influenza le preferenze e condiziona le politiche. È difficile stabilire il numero esatto di community che oggi si annidano sul web, anche se ogni azienda potenzialmente potrebbe essere dotata di una propria community nascosta tra le pieghe della rete: magari non la conosce ancora, ma c’è! Ciò che si può invece calcolare è il crescente numero di agorà digitali dove si ritrovano: in questo specifico caso i social network, Facebook e Twitter in testa, hanno fornito a queste comunità un acceleratore strategico, e permesso un aumento esponenziale dei lavoratori della rete sempre più specializzati nella gestione di queste comunità.</p>
<p>Le community, a torto o a ragione, sono divenute in questi ultimi tempi l’aspetto del digitale più affascinante ma ancora sconosciuto ai più, potenziale alcova del business ma ancora forziere blindato per i canali di vendita. Le community – da quelle di prodotto o aziendali a quelle puramente valoriali – si sono moltiplicate affermandosi nel sottobosco dei social network. Anche per Don Tapscott, ceo di New Paradigm, «le imprese devono smettere di pensare a siti internet o intranet e costruire comunità». Con il moltiplicarsi delle community le aziende iniziano a comprendere come sia strategico intercettarle e quasi impossibile crearle ex novo assoggettandole al brand. Le community sono comunità online fatte da persone, consumatori, dipendenti, cittadini associati o membri di gruppi di interesse; persone che si autoaggregano, anche se poi l’organizzazione ha una notevole responsabilità nel favorire tali assembramenti digitali.</p>
<h5>Micro-community</h5>
<p>Nel 1959 una nota casa automobilistica tedesca stupì l’universo economico con una inserzione a caratteri cubitali sui principali quotidiani europei: <em>Pensa piccolo</em>, recitava il claim di lancio del Maggiolino Volkswagen. Impercettibili fenomeni generano macro-trend di portata globale, e “pensa piccolo” è un concept adattabile alle community sparse in rete. Non è più un problema di numeri, ma di intensità della relazione, lontano dalla cultura mass market: l’obiettivo fondamentale non si misura in termini di quantità, ma di qualità. Il pubblico è circoscritto, interessato, fuori delle consumate logiche generaliste delle micro-community, perfino con una indicazione di soglia. Ogni tribù di buoni clienti dovrebbe essere contenuta entro un numero di centocinquanta unità: in questo modo si riuscirebbe a soddisfare le singole esigenze, mostrando quell’attenzione che è indispensabile in una relazione di stampo industriale.</p>
<p>Il numero centocinquanta per <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kevin_Kelly">Kevin Kelly</a> diventa mille. In un articolo pubblicato sul sito <a href="http://technium.com">Technium.com</a>, Kelly ha descritto il mondo dei “mille veri fan”. Secondo Kelly, un vero fan è un membro che ha davvero a cuore il lavoro della community, sarà perciò disposto a fare sacrifici per acquistare nel negozio di fiducia e spingerà amici e parenti verso quel “credo”: «A un artista basta avere una tribù di mille veri fan; sono sufficienti, perché mille veri fan gli dedicheranno abbastanza attenzione, sostegno, affinché possa godere di un buon tenore di vita, contattare altri sostenitori e compiere un lavoro fantastico. Mille fan, mille autentici fan costituiscono una tribù». Ecco perché le micro-community, di contro e per paradosso, implicano delle macro-attenzioni da parte degli animatori: le macro-attenzioni hanno a che fare prepotentemente con quel cambio di paradigma tipico di una cultura mainstream e generalista verso un rapporto one-to-one. In questo la comunicazione diventa essenziale, nevralgica, la vera killer application del successo del business.</p>
<h5>Tutto si intercetta</h5>
<p>Lo ha scritto senza possibilità di equivoci Seth Godin: «La folla non è una tribù, la folla è una tribù senza un leader, è una tribù senza possibilità di comunicazione; la maggior parte delle organizzazioni dedica il proprio tempo a vendere a una folla, mentre le aziende più accorte riuniscono tribù». Prima regola chiave: nelle community nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si intercetta. Il postulato di Lavoisier è stato rivisitato e corretto per trattare la prima regola aurea di una buona community: quella dell&#8217;esistenza a prescindere da un brand (o dai tentativi “magici” di creazione in vitro). Questa regola è il mantra di ogni logica di community. D&#8217;altronde così ha dichiarato il padre delle social community Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook: «Non si crea una comunità. Le comunità esistono già, e fanno ciò che vogliono».  Secondo Henry Jenkins, MIT di Boston, le aziende in rete stanno perdendo il controllo e i consumatori remixano i contenuti digitali in modo più efficace e veloce dei media broadcaster.</p>
<p>Seconda regola chiave: dialoga e dai il feedback. Per chi opera a stretto contatto con le community diventa parte essenziale della propria attività la gestione del feedback. Tale aspetto può essere letto su due piani distinti: da un lato la risposta a un commento o a una domanda che parte dalla propria tribù, dall&#8217;altro il feedback verso il top-management dell&#8217;azienda, ovvero l&#8217;efficia dell&#8217;azione del community manager o specialist. Iniziamo dal primo fronte, quello della risposta, una delle note peculiari della comunicazione 2.0 rispetto alle vecchie modalità interpretative appartenere alla cultura “generalista”. D&#8217;altronde ascolto e servizio al cliente passano per l&#8217;ascolto ma anche per la risposta alle problematiche espresse. Tacere quando si è chiamati in causa non è mai positivo. E la risposta deve essere celere e al contempo ragionata, perchè i tempi della rete non consentono di tergiversare ma al tempo stesso è importante intervenire con precisione e correttezza. Quindi occorre rispondere ai post, ai messaggi, alle e-mail ricevute. Se il numero non lo consente occorre impostare una comunicazione di servizio o un messaggio automatico e “processare” le richieste più delicate nelle ore successive, facendo uno screening dei messaggi con una gradualità dal più complesso (codice rosso) al meno delicato (codice verde).</p>
<h5>Social e multicanale</h5>
<p>Un discorso a parte merita la gestione dei commenti sui social network, che – soprattutto nelle fanpage e nei gruppi su Facebook – implica una replica allargata e “plurale”: occorre presidiare il social network, rispondendo in modo personale, asciutto e diretto, con rispetto e determinazione. Nelle situazioni più complesse occorre allertare l&#8217;azienda (la struttura responsabile della comunicazione interna digital o l&#8217;ufficio stampa). Ai membri della community – i veri ambasciatori del brand – occorre dare stimoli e ringraziamenti, senza esagerare però: non deve mai sembrare che l&#8217;azienda voglia ingraziarsi la propria comunità. D&#8217;altronde il rispetto lo si misura sul campo.</p>
<p>E veniamo alla terza regola: moltiplica il valore della community in logica social e multicanale. Ovvero non far vivere la community in ambienti chiusi, ma moltipli l&#8217;efficiacia del confronto grazie ai social network sempre più performanti. La multicanalità implica anche un rapporto più stretto e sinergico con il sito istituzionale dell&#8217;azienda: per un&#8217;organizzazione o un gruppo di interesse che è predisposto nella sua missione verso il servizio al cliente la community può diventare una leva strategica. Le nuove tecnologie – sempre più malleabili e incisive anche rispetto a progetti più performanti – consentono oggi di offrire un servizio completo e quindi realizzare una user experience vincente. D&#8217;altronde per un&#8217;azienda l&#8217;esperienza del prodotto diventa brand solo in una logica di autentico servizio.</p>
<h5>Affetti speciali</h5>
<p>Uno degli esempi di multicanalità maggiormente vincenti nel mercato americano è offerto da Domino&#8217;s Pizza. Negli Stati Uniti questa azienda ha integrato la visione di un film on demand su Tivo con la possibilità di ordinare una pizza direttamente dal divano di casa propria. In questo senso la community si apre verso una diffusione del geotagging e verso la possibilità di integrare l&#8217;offerta con vere e proprie applicazioni pubblicitarie sugli smartphone. Questo ci porta alla regola fuori le regole: dagli “effetti speciali” agli “affetti speciali”. In parole semplici: non ricercare piattaforme ad elevate prestazioni ma distanti dalle capacità comprensive della community. Persegui invece un legame emozionale, puntando al cuore della comunità. Altrimenti rischi la «schizophrenia». L&#8217;ha dichiarato anche Dave Balter di <a href="http://www.bzzagent.com/">BzzAgent</a>: «Keep it simple».</p>
<p>Solo per il fatto che è possibile integrare qualsiasi funzionalità online, non è detto che questa complessità venga percepita come una buona ragione per partecipare alla vita della community. Nello stesso post  Balter così prosegue: «Offering the hodgepodge of polls-messageboards-blogpost-videoplaylist-statusfeeds-avatars can lead to brand – and avocate – schizophrenia». Come scrive Seth Godin, «Le tribù non hanno a che fare con le cose, ma riguardano i legami».</p>
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		<title>I social network spiegati a Caparezza – 6</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 07:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bit Comics]]></category>
		<category><![CDATA[Caparezza]]></category>
		<category><![CDATA[dottrina Google]]></category>
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		<description><![CDATA[Che cosa sono i social network? Da dove arrivano? Chi c'è dietro? I cantanti non li capiscono e li disprezzano, Apogeonline invece ve li spiega. E dopo sei puntate e mesi di suspense, siamo al dunque: con i loro pregi e con i loro difetti, con le loro aperture e le loro chiusure, c'è solo una cosa che non si può proprio fare oggi. Ed è non capirli]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-7700"></span><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2011/12/SN6.png"><img class="alignnone size-full wp-image-7702" title="SN6" src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2011/12/SN6.png" alt="" width="485" /></a><br />
<br style="clear: both;" /><br />
Le puntate precedenti: <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/05/19/i-social-network-spiegati-a-caparezza">prima</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/05/26/i-social-network-spiegati-a-caparezza-2">seconda</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/06/16/i-social-network-spiegati-a-caparezza-3">terza</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/08/05/i-social-network-spiegati-a-caparezza-4">quarta</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/18/i-social-network-spiegati-a-caparezza-%E2%80%93-5">quinta</a></p>
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		<title>Monti e il nuovo presidio della scena pubblica</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 07:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
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		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[Silenzio quando non serve parlare, dire piuttosto che stare, non monopolio della scena. Un frame comunicativo tutto da studiare. A cominciare dalle prime reazioni su Twitter]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Molti anni di berlusconismo hanno plasmato il nostro modo di percepire e vivere la politica italiana, facendoci spesso concentrare sulle forme, come se queste non fossero indissolubilmente connesse ai contenuti. Quando si dice(va) «Berlusconi è un grande comunicatore», ad esempio, ci concentriamo sulle capacità espressive ed emotive amplificate dai media – alcuni dei quali controllati direttamente dalla sua famiglia – confondendo la personalizzazione della politica con lo svuotamento dei contenuti politici a favore della superficie. Forse anche questa è un’eredità di un “berlusconismo” dal quale fatichiamo a uscire.<span id="more-7571"></span></p>
<h5>Silenzio</h5>
<p>Per questo il principale strappo rispetto al passato che ci sembra di cogliere in queste prime settimane di un nuovo governo italiano è proprio sul piano della comunicazione, in quella strategia del silenzio che poco ha concesso ai media (e ai cittadini), nella scelta, pare dettata da Monti ai suoi ministri, di non monopolizzare il palinsesto televisivo con la presenza ad ogni tipo di programma di informazione politica o pseudo tale. A fronte di un continuo e pervasivo presidio della scena pubblica dove lo <em>stare </em> contava quasi più del <em>dire</em>, questa riservatezza è sembrata figlia del rigore tecnico, dove l’aggettivo tecnico sostantiva “una cosa diversa e distante da prima” che, quindi, non si inquina con le strategie precedenti. Solo che questo governo non ha detto che si rifiutava di usare la comunicazione solo che avrebbe parlato quando aveva delle cose da dire. La strategie non era “la consegna del silenzio”, ma quella della costruzione dell’attesa di un evento. Per questo la conferenza stampa di domenica 4 dicembre del governo presieduto da Mario Monti è stato un momento significativo nella svolta di linguaggio della politica italiana verso i media e nei confronti del pubblico/cittadino.</p>
<p>Provate ad osservare le reazioni a caldo delle audience connesse, quelle che si esprimono in rete durante la messa in onda di un evento e che creano un contrappunto collettivo e personale in pubblico. Su Twitter, ad esempio, la marcatura di novità e apprezzamento era abbastanza evidente. E so che sto personalizzando un luogo di pluralità di opinioni ma, <a href="http://twendz.waggeneredstrom.com/">misurando per gioco il sentiment</a> rispetto agli hashtag <a href="https://twitter.com/#!/search/%23Monti">#Monti</a> e <a href="https://twitter.com/#!/search/%23Manovra">#Manovra</a> durante il tempo della conferenza stampa, trovavamo un risultato positivo (oltre 80% contro un 20% neutro). Ma lo sforzo che si richiede a una cittadinanza politica matura è quello di non concentrarci sulla superficie e ricompattare forma e contenuto. E lo so che emotivamente ci lasciamo prendere da un modo di comunicare della politica che ci sembra nuovo o che ci sembra esserlo rispetto al passato, per distinzione, appunto. Ma vale la pena sottolineare che una lettura più strategica di quanto avvenuto sul piano comunicativo durante la conferenza stampa può aiutarci meglio a inquadrare noi stessi come interlocutori di questo modo di fare politica, perché alla fine di questo si tratta e non di “tecnica”.</p>
<h5>Frame</h5>
<p>Se dovessi riassumere in pochi punti la strategia comunicativa del governo Monti in conferenza stampa la tratteggerei come segue. Imporre il frame: il presidente del Consiglio comincia costruendo il frame in cui collocare tutto quanto sarebbe stato raccontato a proposito della manovra proposta e lo fa rivolgendosi direttamente agli italiani – «Vogliamo che gli italiani non si sentano più derisi» – e chiarendo che ci saranno sacrifici, ma costruendo un contesto di sintonia tra la sua immagine pubblica e quello che chiederà. Lo fa con la frase: «Ritengo che sia doveroso rinunciare al mio compenso come presidente del Consiglio e ministro dell’Economia». Noi sappiamo che si tratta di rinunciare a circa 12.000 euro al mese e che come Senatore a  vita gli resta uno stipendio di 25.000 euro al mese a cui aggiungere 35.000 euro di pensione, ma non è questo il punto: il suo gesto produce la cornice attraverso cui osserveremo tutto il resto, c’è il dividersi i sacrifici, l’equità, una retorica anti-casta eccetera.</p>
<p>Soundbites: è sempre il premier a fornire ai media e ai cittadini la frase chiave per comunicare quello di cui sta parlando: «Chiamatelo decreto salva Italia». I quotidiani del giorno dopo ne fanno il titolo principale, sia che ne parlino positivamente o in modo critico. Fa parte del modo in cui imporre il frame garantendosi un uso da parte dei media delle parole chiave che si vogliono strategicamente utilizzare. <a href="https://twitter.com/#!/search/%23salvaitalia">#salvaitalia</a> è uno splendido hashtag e l’uso che ne viene fatto su Twitter mi sembra confermare l’adesione al frame.</p>
<h5>Anti divismo</h5>
<p>Differenza per contrasto: è evidente che la strategia comunicativa del governo, così schivo nelle anticipazioni – se non quelle strategiche per saggiare reazioni – e l’anti divismo dei ministri è particolarmente adatta a produrre un confronto per differenza rispetto a chi li ha preceduti. Solo questa scelta di sobrietà comunicativa – ripeto: come strategia precisa, come cifra stilistica – può consentire di introdurre la pesantezza di temi di riforma che non solo non possono essere trattati demagogicamente ma che richiedono sacrifici tali che per essere metabolizzati hanno necessità di essere collocati in un contesto emotivo particolare. Mario Calabresi sintetizza perfettamente su Twitter il clima: «#Monti grande serietà e nessuna battuta, incutono timore, sembra la commissione della maturità. Speriamo che l&#8217;Italia stavolta passi l&#8217;esame». Ma è lo stesso premier a giocare sulle differenze quando dice: «Non dirò mai  “L&#8217;Europa ce lo chiede”». Vi ricordate chi lo diceva, vero?. E ironicamente, sempre su, su twitter <a title="Wil Nonleggerlo" href="https://twitter.com/#%21/Nonleggerlo">Nonleggerlo</a> chiosa: «<a title="#Manovra" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Manovra">#Manovra</a> <a title="#Monti" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Monti">#Monti</a>: ho sovrapposto una conf. stampa a caso del Gov. Berlusconi a questa. In questo momento eravamo a “Mai pagato prostitute”».</p>
<p>Coralità: la “squadra” di governo si presenta come un team, con i ministri che si passano la parola e si correggono anche in pubblico con tranquillità e pochi protagonismi. Rispetto alla politica dei continui distinguo viene sottolineato il fatto che ogni ministro ha messo da parte il protezionismo circa le sue competenze per convergere rispetto alla dimensione corale. La molteplicità di voci produce una jam session capace di prevedere i singoli assoli come un arricchimento e non come uno spazio inevitabile da fornire ai singoli per la loro esposizione mediale.</p>
<h5>Lacrime</h5>
<p>Empatia: un momento di massima espressività emotiva lo abbiamo avuto quando il ministro del welfare Elsa Fornero, chiamata ad annunciare lo stop all&#8217;indicizzazione delle<em> </em><em>pensioni</em> rispetto all&#8217;inflazione, si è commossa: è questa l’immagine simbolo del decreto salva Italia. Un costo anche psicologico che ha messo a dura prova, aveva cominciato a dire il ministro quando ha dovuto interrompersi per trattenere i singhiozzi, mostrando così la dimensione empatica in tutta la sua evidenza comunicativa. Prendiamo ancora l’umore su Twitter. Roberta Milano: «La commozione della <a title="#Fornero" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Fornero">#Fornero</a> dopo intervento chiaro, rigoroso e duro. Finalmente, solo una Donna. Siamo così, è difficile spiegare». Livia Iacolare: «La commozione della <a title="#Fornero" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Fornero">#Fornero</a> si chiama <a title="#umanità" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23umanit%C3%A0">#umanità</a>. Una cosa che la nostra politica non vedeva dal dopoguerra». 24job: «<a title="#monti" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23monti">#monti</a> <a title="#fornero" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23fornero">#fornero</a> le lacrime sono un valore per le donne non debolezza la giudicheremo non da questo ma dal suo operato».</p>
<p><a href="https://twitter.com/#!/search/%23Fornero"> #Fornero</a> è stato un altro dei trending topics di queste giornate. E anche laddove ci fosse un tentativo di lettura critica su quanto avveniva la marcatura di novità  e il <em>sense of wonder</em> è sembrato prevalere. Barbara Sgarzi: «perché equiparare lacrime all&#8217;umanità? cosa c&#8217;entrano? non era empatia, era tensione, da controllare». Claudia Vago (@tigella): «Ma solo a me le lacrime della Fornero paiono ipocrite? O perlomeno non mi toccano: è un ministro, accidenti!». Roberta Milano: «@tigella è una persona. Trovo che la commozione la renda più vicina alle persone che un account twitter».</p>
<h5>Praxis</h5>
<p>Il giorno dopo resta la necessità di parlare dei contenuti. Il sentiment su Twitter è al 98% in zona grigia. Abbiamo apprezzato il cambio di passo, ma non cadiamo nella retorica della comunicazione di superficie: l’empatia, la coralità, questo tipo di emozioni riportate in politica sono servite per ottenere la nostra attenzione e costruire un coinvolgimento. Sta a noi passare dal senso di meraviglia per la novità ad una funzione critica dal basso, a partire dalle singole competenze. Se no rischiamo di richiuderci ancora una volta nel meccanismo in cui il berlusconismo ci ha adagiato, quello che ha scisso la forma dal contenuto, gestendoli come piani separati ed imponendo la dittatura della forma comunicativa. Dietro le parole dette da Monti e dai ministri ieri c’era molta praxis, sta a noi riapporpriarcene.</p>
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