<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Apogeonline &#187; trasparenza</title>
	<atom:link href="http://www.apogeonline.com/tag/trasparenza/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.apogeonline.com</link>
	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
	<lastBuildDate>Tue, 14 Feb 2012 09:09:58 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.1.3</generator>
		<item>
		<title>L&#8217;Internet del 2012</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/12/31/linternet-del-2012</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/12/31/linternet-del-2012#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 22:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>
		<category><![CDATA[walled garden]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=7776</guid>
		<description><![CDATA[Fate caso all'elettricità quando accendete l'interruttore della luce? Ecco, con la rete sta accendendo un po' la stessa cosa ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei diversi anni in cui, su queste pagine, ci siamo cimentati con questo tradizionale articolo di scenario, internet è cambiato molto. Il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2007/01/03/19/200701031901">primo</a> di questi artcoli raccontava la meraviglia della rete sociale, i temi caldi erano i blog e i social network, che ancora non avevano vissuto il grande boom di massa e che rappresentavano il fronte dell&#8217;innovazione. Da allora abbiamo visto delinearsi tendenze ben precise, che sono diventate sempre più forti ed evidenti. Proviamo a riassumerle.<span id="more-7776"></span></p>
<h5>Trasparenza</h5>
<p>Man mano che internet si diffonde, tende a normalizzarsi. C&#8217;è stato un periodo in cui veniva guardato con sospetto (soprattutto dai media e dall&#8217;industria culturale), ma oggi fa sempre più parte delle nostre vite, della nostra quotidianità, del modo in cui lavoriamo. Sebbene ogni tanto qualche telegiornale faccia dei riferimenti oscuri all&#8217;<em>internèt</em> alludendovi come a un pericoloso girone infernale, si tratta per lo più di qualche caso isolato. In realtà il «racconto del mondo» che ci fanno i grandi media è integrato da internet (se non intriso di internet). Sempre più spesso compaiono le timeline di Twitter o di Facebook e quotidiamente la rete è diventata la grande fonte, primaria o complementare, per tutte le notizie.</p>
<p>Non è più necessario spiegare di cosa si parla, e questo è un segnale importante. Uno dei metri per valutare quanto una società stia accettando le innovazioni è proprio la presenza o l&#8217;assenza di una «piccola glossa» a spiegare termini e faccende non ritenute di uso comune. La trasparenza di internet sarà sempre più evidente. L&#8217;analogia che usano gli studiosi è quella dell&#8217;elettricità. Nessuno di noi la vede, nessuno di noi la percepisce, ma se togliessimo l&#8217;energia elettrica dalle nostre vite il quotidiano si fermerebbe.</p>
<h5>Connettività e dispositivi</h5>
<p>La connettività non basta mai. Appena aumenta la disponibilità si incrementano le esigenze di banda con nuovi servizi e nuove soluzioni, e cresce quindi anche la domanda. Ma anche solo guardando agli ultimi anni, abbiamo compiuto passi molto importanti e molto veloci. La previsione è facile: avremo connettività sempre più ubiqua e sempre più economica. E questo trend è destinato a non rallentare almeno per i prossimi anni. Anche sul versante dei dispositivi l&#8217;innovazione è stata velocissima. Sono sempre più piccoli e performanti, il che spiega la diffusione dell&#8217;accesso mobile alla rete (che va di pari passo con la disponibilità di connessione). Il trend vero, però, a mio parere, non è tanto quello che si riflette sull&#8217;accesso mobile &#8211; pure importantissimo &#8211; ma sul passo avanti che è stato compiuto nell&#8217;interfaccia. Con il <em>touch</em> abbiamo quasi appiattito la curva di apprendimento necessaria per accedere al mondo che ci apre la rete.</p>
<p>Il computer è sempre stato uno dei fattori di rallentamento dell&#8217;adozione delle tecnologie digitali. Richiedeva una comprensione di skill funzionali complesse che spesso allontanavano intere fasce di popolazione da internet e dalle sue possibilità. Con un dispositivo <em>touch</em> questo acceso è molto più semplice e intuitivo. La semplificazione delle interfacce, insieme alla pressione verso il basso dei prezzi, è un altro fattore importantissimo per far entrare nella modernità anche chi ha timore o difficoltà con le competenze tecnologiche.<br />
<strong></strong></p>
<h5>Cultura sempre più digitale</h5>
<p><strong></strong>Da qualche anno ormai l&#8217;innovazione non avviene più «dentro» internet, in senso stretto almeno. Piuttosto, la osserviamo nei settori che adottano le nuove tecnologie e che ne vengono trasformati. Primo tra tutti quello dell&#8217;industria culturale, che si sta digitalizzando in fretta, con cambiamenti enormi. Musica, giornalismo, cinema, fotografia, libri. Ma anche &#8211; e questo in Italia è ancora poco evidente &#8211; <a href="http://thenextweb.com/insider/2011/12/26/in-2011-how-the-internet-revolutionized-education/?awesm=tnw.to_1CNPT">l&#8217;educazione</a>.Se queste tendenze, a livello macro, descrivono abbastanza bene la rapidità con cui stiamo rivoluzionando il modo in cui funziona la nostra cultura, ci sono diversi trend da osservare a livello micro in questo 2012.</p>
<h5>App contro web</h5>
<p><strong></strong>Il lato negativo, almeno secondo alcuni, della facilità delle nuove interfacce è che paghiamo la facilità di utilizzo con l&#8217;accesso al cosiddetto <em>walled garden</em>, un mondo chiuso e completamente governato dal fornitore dei servizi. Tuttavia, con meno clamore, la libertà del web sta trovando una forte reazione con l&#8217;Html5, che può ricostruire in una logica aperta le stesse suggestioni delle app. Io credo che sia finito il tempo pionieristico in cui ci si faceva il web da soli e che la grandi infrastrutture di servizi (dalla mail ai grandi social network, agli ecosistemi culturali come Amazon e Apple) abbiano bisogno degli enormi capitali in grado di garantire la funzionalità per centinaia di milioni di utenti. Un po&#8217; come avviene nel mondo fisico, in cui deleghiamo la sicurezza, la viabilità, la salute a organizzazioni più strutturate.</p>
<p>Certo, nel digitale senza confini geografici, si tratta sempre di potenti <em>corporation</em> private. Ma una delle caratteristiche dell&#8217;adozione di una piattaforma o dell&#8217;altra è la soddisfazione degli individui che decidono di usarla. E questo potrebbe mitigare l&#8217;enormità di delegare il governo di buona parte delle notre vite immateriali a società private. Non è una questione di facile soluzione nè di facile approccio. Dovremo tutti imparare a vigilare molto sulle nostre scelte e sulle implicazioni che comportano. E che toccano temi molto sensibili, dalla privacy alla gestione dei nostri dati personali, all&#8217;accesso e alla proprietà del valore che creiamo online. Dobbiamo crescere anche noi alla stessa velocità con cui corre l&#8217;innovazione.</p>
<h5>Social media</h5>
<p><strong></strong>I social media non sono più territorio di innovazione da anni, ma sono oggetto di un continuo rinnovamento. Sono però sempre più importanti: sono il luogo dove assembliamo la nostra percezione del mondo (da cui dipendono le nostre decisioni), sono il motore con cui coccoliamo le nostre preferenze, sono uno spazio in cui elaboriamo idee e affetti, sono la porta attraverso cui accediamo a una serie di gratificazioni (dalle amicizie al lavoro) molto importanti. La <a href="http://paidcontent.org/article/419-time-shifting-is-replacing-real-time/">trasformazione</a> in atto nel modo in cui i social network ci ridisegnano il modo di stare in rete è importante. Anche questo è un trend da seguire.</p>
<h5>Potere e libertà</h5>
<p>Alla fine, Internet è un&#8217;infrastruttura potentissima per gestire la conoscenza. Talmente potente da innescare cambiamenti politici e sociali importanti, dalla primavera araba al modo in cui i cittadini decidono di votare. Da questo punto di vista è oggetto di una tensione fortissima tra poteri costituiti e aspirazioni degli individui. Il che porta a una dialettica fortissima tra libertà e restrizioni. Un esempio potrebbe essere quello dei recenti tentativi di arginare il digitale con strumenti legislativi, ultimo caso in ordine di tempo <a href="http://www.technologyreview.com/web/39385/?ref=rss">quello del governo americano</a>. Ed è questo un altro versante su cui nel 2012 sarà bene prestare un po&#8217; di attenzione.</p>
<p>Potrebbe esserci molto altro, in base alle priorità di ciascuno di noi. Ma una sintesi è una sintesi. Però, da lettore affascinato dal modo in cui la letteratura racconta il presente o prevede il domani, chiudo con una lettura bonus: <a href="http://thesocietypages.org/cyborgology/2011/12/01/how-cyberpunk-warned-against-apples-consumer-revolution/">How Cyberpunk Warned against Apple’s Consumer Revolution</a>.<br />
<br style="clear: both;" /></p>
<p><em>Questo articolo di Giuseppe Granieri rispetta una tradizione pluriennale per Apogeonline: rileggi nel nostro archivio i suoi scenari di inizio anno sulla rete pubblicati nel <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/10/linternet-del-2011">2011</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/04/linternet-del-2010">2010</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009">2009</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/01/14/19/200801141901">2008</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2007/01/03/19/200701031901">2007</a></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/12/31/linternet-del-2012/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Wikileaks fa bene o male all&#8217;open government?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/13/wikileaks-fa-bene-o-male-allopen-government</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/13/wikileaks-fa-bene-o-male-allopen-government#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 13 Jan 2011 07:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ernesto Belisario</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Open Source]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[E-government]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Attali]]></category>
		<category><![CDATA[Julian Assange]]></category>
		<category><![CDATA[open data]]></category>
		<category><![CDATA[open government]]></category>
		<category><![CDATA[Open Government Directive]]></category>
		<category><![CDATA[partecipazione]]></category>
		<category><![CDATA[Tim Berners Lee]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>
		<category><![CDATA[Wikileaks]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=4620</guid>
		<description><![CDATA[La semplice pubblicità delle informazioni non è trasparenza, se non c'è partecipazione e collaborazione da parte delle opinioni pubbliche. Ma questa vicenda fa riflettere profondamente sulle anacronistiche strategie di riservatezza degli Stati contemporanei]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’8 dicembre 2010 è stata una data molto particolare: negli Stati Uniti si è celebrato un anno dalla <a href="http://www.whitehouse.gov/sites/default/files/omb/assets/memoranda_2010/m10-06.pdf">Direttiva Obama</a> in materia di open government, atto importantissimo non solo perché costituisce il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/23/open-government-non-perdiamo-altro-tempo">manifesto</a> di questa nuova prassi amministrativa, ma perché ha fornito un impulso decisivo alla diffusione in numerosi altri Paesi del mondo di modelli amministrativi improntati alla trasparenza, partecipazione e collaborazione con i cittadini. L’anniversario è stato celebrato con una <a href="http://www.whitehouse.gov/photos-and-video/video/2010/12/08/open-questions-first-anniversary-open-government-directive?v=accessibility">live chat</a> in cui il <em>team</em> della Casa Bianca ha rivendicato i <a href="http://www.whitehouse.gov/open/around">risultati ottenuti</a> in termini di apertura dell’Amministrazione, di risparmi conseguiti e  di impulso all’economia dell’immateriale (con più di mille applicazioni  create grazie alla liberazione dei dati pubblici), riconoscendo che se molto è stato fatto, la strada da percorrere verso la  trasparenza totale è ancora lunga.<span id="more-4620"></span></p>
<p>Per uno strano caso, la ricorrenza è caduta proprio nel periodo del massimo clamore destato dalle rivelazioni di <a href="http://wikileaks.nl/">Wikileaks</a><em> </em>e dalla pubblicazione di documenti (i cosiddetti <a href="http://blog.terminologiaetc.it/2010/12/02/significato-diplomatic-cable/">cablogrammi</a>) contenenti informazioni riservate della diplomazia statunitense. Il <a href="http://www.stilografico.com/2010/12/09/wikileaks-raccolta-di-domande-e-risposte/">fenomeno Wikileaks</a> è stato ritenuto da molti un evento epocale nella storia delle<a href="http://edip.diplomacy.edu/node/118"> relazioni diplomatiche</a> e del <a href="http://www.internazionale.it/?p=24266">giornalismo</a>, e nell’opinione pubblica si è aperto un vivace e partecipato dibattito intorno alla domanda <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/12/13/wikileaks-e-un-bene-o-un-male-punti-di-vista">se Wikileaks sia un bene o un male</a>. Nelle ultime settimane sono in tanti a chiedersi anche se l’operato dell’organizzazione guidata da Assange possa danneggiare l’open government, rallentandone la marcia.</p>
<h5>Un boomerang per l’open gov?</h5>
<p>Di primo acchito, potrebbe sembrare che le rivelazioni di Wikileaks possano nuocere alla causa del movimento open. Innanzitutto, a essere colpito è proprio il Paese che più di tutti si era fin qui impegnato in strategie di open gov<em>,</em> utilizzando le nuove tecnologie e gli strumenti del <a href="http://www.govtech.com/security/Pentagon-Embraces-Web-20-in-Social.html">Web 2.0</a> per la gestione della conoscenza e la comunicazione con i cittadini, anche nel settore diplomatico e della difesa. Ora, a causa del <em>Cablogate</em>, tali strategie potrebbero essere gravemente compromesse: come noto, il materiale pubblicato da Wikileaks proviene da un network della difesa americana chiamato <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/SIPRNet">Siprnet</a> (ironicamente, <em>Secret Internet Protocol Router Network</em>) nato negli anni ’90 e rivitalizzato dopo l’11 settembre 2001 in modo da consentire la trasmissione di documenti riservati nell’ambito dell’amministrazione statunitense. Vi avevano accesso circa <a href="http://www.bbc.co.uk/news/world-us-canada-11863618">2 milioni e mezzo di dipendenti federali</a>.</p>
<p>Questa fuga di notizie ha sicuramente incrinato la fiducia delle altre diplomazie, ma anche quella dei cittadini, sia in relazione alle scelte effettuate dal Governo sia in relazione all’incapacità di proteggere la riservatezza dei propri dati. La prima risposta dell’Amministrazione americana, ed è comprensibile, è stata quella di avviare un processo che dovrebbe portare alla revisione delle regole di segretezza delle informazioni. Il rischio è che vi sia una marcia indietro, che gli Stati Uniti si chiudano. Non solo: il fenomeno Wikileaks potrebbe rappresentare una facile scusa per tutti coloro che già non vedevano di buon occhio la liberazione dei dati, rafforzando l’inclinazione tipicamente burocratica al controllo delle informazioni.</p>
<h5>Wikileaks non è open gov</h5>
<p>E invece, a un esame più approfondito, il caso Wikileaks può essere positivo per l’affermazione dell’open government. Sia chiaro: al contrario di quanto <a href="http://twitter.com/%23%21/dominiccampbell/status/8966937564422144">ha sostenuto qualcuno</a>, Wikileaks non ha nulla a che vedere con l’<em>open data</em>. Recentemente <a href="http://www.huffingtonpost.com/alexander-howard/tim-bernerslee-on-wikilea_b_798671.html">lo ha spiegato</a> lo stesso Tim Berners-Lee affermando che open government non significa solo pubblicità delle informazioni pubbliche, ma anche partecipazione e collaborazione. Berners-Lee ha poi chiarito che non può parlarsi di trasparenza per Wikileaks, poiché in questo caso si è trattato soltanto di rivelazione di informazioni riservate. La fuga di notizie riservate è fonte del giornalismo investigativo, ma non dell’open government; infatti, un’amministrazione davvero aperta è quella che pubblica spontaneamente i propri dati, intavolando una costante discussione con i cittadini, in modo da sentire quello che hanno da dire per prendere le decisioni più adeguate.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/VU85CudL2GM?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/VU85CudL2GM?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<h5>Il cittadino non è un bambino</h5>
<p>Tuttavia, quanto accaduto deve indurre i governi, invece che a chiudersi, a essere ancora più trasparenti, adottando proprio strategie di open government. La questione non è tanto se la fuga di informazioni segrete possa mettere in crisi le relazioni tra i Paesi (non sembra essere successo); al contrario, il rischio che si corre nascondendo ai cittadini la realtà sulle situazioni diplomatiche e sulle guerre (che pure pagano e subiscono) è di determinare un’asimmetria informativa, inaccettabile per i regimi democratici. A bene vedere, non è in gioco nemmeno la sicurezza degli Stati (a giudizio dei più, nessuna delle informazioni rivelate ha messo in pericolo la pace mondiale), ma è in discussione il diritto dei cittadini di sapere cosa fa chi li governa, se esista &#8211; cioè &#8211; un diritto all’accesso anche all’informazione diplomatica.</p>
<p>In queste settimane sono stati forniti pareri contrastanti in merito all’eticità e alla legittimità dell’operato di Assange e della sua organizzazione. Ebbene &#8211; a prescindere dalla circostanza per cui non risultano azioni giudiziarie intraprese nei confronti di Wikileaks per la pubblicazione dei cablogrammi &#8211; la domanda che va posta è la seguente: è legale e eticamente corretto, da parte dei Governi, tenere riservate queste informazioni all’opinione pubblica? Il diritto di accesso all’informazione è ormai riconosciuto dal diritto internazionale e dalle legislazioni di circa 80 Paesi (Stati Uniti inclusi) che &#8211; sia pure con diverse gradazioni &#8211; attribuiscono ai cittadini il diritto di conoscere cosa fanno i loro governi; questo principio si applica non solo agli affari interni degli Stati, ma anche a quello che fanno a livello internazionale (con le ovvie e limitate esclusioni in materia di sicurezza nazionale).</p>
<h5>Vecchia diplomazia</h5>
<p>Per questo motivo <a href="http://www.elpais.com/articulo/internacional/derecho/informacion/diplomatica/elpepuint/20101206elpepuint_21/Tes%23%253Fctn%253DvotosD%2526aP%253Dmodulo%25253DEVN%252526params%25253Did%2525253D20101206elpepuint_21.Tes%25252526fp%2525253D20101206%25252526to%2525253Dnoticia%25252526te%2525253D%25252526a%2525253D5%25252526ov%2525253D25">c’è chi sostiene</a> che sono innanzitutto i Governi che si sono comportati illegalmente (o comunque in modo eticamente non condivisibile), nascondendo non agli altri Stati, ma – soprattutto &#8211; alla propria opinione pubblica le informazioni relative alle attività diplomatiche. Il principio cardine di molte legislazioni, che l’open government dovrebbe contribuire a consolidare, è che per le attività di governo la trasparenza è la regola e il segreto l’eccezione. Il feticcio della confidenzialità delle informazioni diplomatiche rappresenta uno degli ultimi fortini burocratici da espugnare; in tanti (tra i sostenitori della segretezza delle informazioni del settore pubblico) ritengono che i cittadini vadano trattati &#8220;come bambini” che è meglio non sappiano nulla (come ha scritto <a href="http://blogs.lexpress.fr/attali/2010/12/06/verbatim/">Jacques Attali</a>).</p>
<p>Al contrario, uno dei principali meriti di Wikileaks consiste nell’aver dimostrato che lo schema delle relazioni internazionali basato sul segreto è nato in un contesto ormai superato (gli Stati del diciannovesimo secolo) e non è più adatto alle nazioni democratiche del ventunesimo secolo in cui la sovranità appartiene ai cittadini, che hanno il diritto di sapere cosa fanno i loro Governi, per loro conto, e di misurarli su questo. È quindi auspicabile che Wikileaks rappresenti la fine della diplomazia, della vecchia diplomazia, a vantaggio di un nuovo modello di relazioni basato sulla trasparenza e sulla fiducia. Infatti è fondato ritenere che se molte informazioni non fossero state occultate, Wikileaks non sarebbe esistito; il <em>Cablogate</em> non rappresenta una patologia, ma al contrario un sintomo del fallimento delle politiche governative di negazione del diritto dei cittadini di essere informati, una risposta creativa alla mancanza di trasparenza.</p>
<h5>Trasparenti e sicuri</h5>
<p>Il cammino verso la trasparenza totale appare inarrestabile, basti pensare all’evoluzione che le normative in materia hanno avuto nel mondo negli ultimi cinquant’anni; l’esperienza degli ultimi anni, inoltre, ha dimostrato come le nuove tecnologie e la loro sempre maggiore diffusione abbiano determinato una crescita della domanda di trasparenza da parte dei cittadini, domanda che attacchi terroristici e crisi economiche non sono riuscite a fiaccare. Di conseguenza, se i Governi continueranno a custodire gelosamente le informazioni relative al proprio operato, fenomeni come quello di <em>Wikileaks</em> non rimarranno isolati; al contrario, se le Amministrazioni si apriranno realmente, consentendo ai cittadini di verificare quello che fanno è verosimile che saranno apprezzate per quello che di buono hanno fatto e che saranno giustificate per gli errori, accrescendo fiducia e credibilità nelle istituzioni.</p>
<p>Un altro aspetto positivo della vicenda Wikileaks è quello di concentrare la riflessione sugli aspetti relativi alla privacy e sicurezza nell’ambito delle strategie di open government; infatti, sostenere la trasparenza non significa che non debbano più esistere informazioni segrete o riservate, come quelle relative ai singoli e alla loro vita privata,  alcuni segreti circa le operazioni militari in corso e le attività di sicurezza, le informazioni relative alle trattative con altre diplomazie. Al di fuori di queste ipotesi, però, non devono esservi eccezioni rispetto alla regola generale di trasparenza, anche perché le regole già adottate (anche <a href="http://radar.oreilly.com/2010/11/samantha-power-on-transparency.html">negli Stati Uniti</a>) pongono molta attenzione sulle cautele da adottare per ridurre al minimo i rischi di diffusione delle informazioni riservate. Perché tutti hanno diritto ad avere qualche segreto, anche gli Stati, ma i Governi non hanno più il diritto di tenere tutto segreto.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/13/wikileaks-fa-bene-o-male-allopen-government/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>7</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Stiamo cablando una casa di vetro?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/02/stiamo-cablando-una-casa-di-vetro</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/02/stiamo-cablando-una-casa-di-vetro#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 06:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=3502</guid>
		<description><![CDATA[Saremo obbligati dalla pressione sociale a essere trasparenti, sempre e comunque? E questo non ci porterà, sui social media, a recitare sofisticate commedie per nascondere la nostra (talvolta discutibile) realtà?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anni fa, quando abitavo in Lussemburgo (il primo del paio di giri da emigrante che ho fatto), ero rimasto molto colpito dalle tendine olandesi. O meglio, dalla mancanza generalizzata delle tendine alle finestre. Il mio compagno di birre autoctono aveva razionalizzato il costume in termini sociologici. La mancanza di tende e la perfetta visibilità dall’esterno era una garanzia, diceva, una dimostrazione della moralità degli abitanti. Probabilmente un retaggio calvinista, comunque un modo di dimostrare che non si aveva nulla da nascondere. Vivendo quindi in modo assolutamente trasparente. Con l’arrivo di Internet, e in particolare dei social media, anche noi abbiamo tolto un sacco di tendine dalle finestre. Anzi abbiamo fatto di più: invece di lasciar guardare chi è interessato, ci diamo da fare per diffondere proattivamente i fatti nostri al nostro network.<span id="more-3502"></span></p>
<h5>Perché avevi il telefono staccato?</h5>
<p>Ora, la questione secondo me (e l’ho già detto) ha sicuramente degli aspetti positivi &#8211; grazie a Facebook e agli altri social network posso sapere che cosa fanno gli amici a cui tengo, restare aggiornato anche quando non ho il tempo di telefonare, rivederci a distanza di tempo scoprendoci sintonizzati. Ha degli aspetti interessanti anche dal punto di vista professionale, a volte anche per il tramite di messaggi un po’ obliqui e criptati, specialmente per quello che riguarda le geolocalizzazioni: tracciando i tuoi spostamenti, il tuo mondo e il tuo mercato possono ricevere messaggi che non potrebbero essere passati esplicitamente in precedenza, per esempio in termini di  nuovi affari in corso. Insomma, come in tutte le faccende di Internet, c’è molto di buono. Ma ci sono anche dei rischi.</p>
<p>Un esempio classico del potenziale di rischio ce lo dà già il telefonino. Provate a lasciare spento il cellulare: amici e clienti vi fanno il terzo grado, se non siete rintracciabili. Ancor di più mogli o fidanzati, che in casi limite vanno a controllare se davvero la batteria è al limite o il credito è esaurito. Abituando il mondo a un’assoluta trasparenza, l’opacità diventa sospetta. Non comunicare, non dire dove siamo e che cosa facciamo (e con chi, facile attraverso l’incrocio degli status o dei posizionamenti su Foursquare) potrebbe presto significare che ciò che non comunichiamo non è comunicabile. Il sospetto. Un po’ come la faccenda delle intercettazioni telefoniche, anche se ci siamo arrivati attraverso un percorso diverso: ora si sostiene perfino che tutti dovrebbero essere intercettati,e i verbali resi pubblici. Chi si oppone ha sicuramente qualcosa da nascondere. Il rifiuto,l’appello alla privacy potrebbe assurgere alla confessione di non essere persona retta, proba, al di sopra di ogni sospetto. Del resto si dice <em>non avere nulla da nascondere</em>, che significa non mettere tendine alle proprie finestre, digitali o reali che siano.</p>
<h5>Amico cliente</h5>
<p>A me, non avendo ovviamente nulla da nascondere, può andare anche bene un regime orwelliano di mancanza di privacy. (Sto mentendo spudoratamente, ma se dicessi il contrario so che instillerei il sospetto di oscuri retroscena e doppie vita censurabili.) Però la questione si fa complicata. Il caso tipico: un cliente o un datore di lavoro ti chiede l’amicizia su Facebook. Ergo l’accesso alla tua vita privata, per cominciare &#8211; qualcosa che non necessariamente ti va di fare. Se gli dici che domani proprio non puoi andare in riunione e dobbiamo trovare un’altra data, può diventare imbarazzante se scopre che gli hai scombinato l’agenda per una cosa così meschina come prenderti un giorno per riordinare la cantina. E non è solo una questione di livelli di privacy, di selezione di quali informazioni rendere visibili a chi, vedi <a href="http://www.joindiaspora.com/">Diaspora</a> e compagni. Se a un cliente attivassi una amicizia di “livello cliente” e quindi gli togliessi la visibilità sulle mie cose private, c’è anche chi potrebbe risentirsi, sulla base che “ormai siamo amici no?”. O peggio: “credevo fossimo amici e ci si potesse fidare l’uno dell’altro”. O ancora peggio: “va bene la privacy, ma se mi nascondi delle informazioni allora vuol dire che hai qualcosa da nascondere?”.</p>
<p>E così, in maniera più allargata, l’impossibilità di celare senza conseguenze informazioni a tutta la rete personale: possono essere i possibili clienti, il mercato, i conoscenti superficiali, i parenti o le persone importanti che è interessante tenersi buone, ma che amici amici non sono. Persone che magari non si prendono il mal di pancia di buttare l’occhio dentro casa nostra, di sbirciare dalla finestra &#8211; a meno che non ci sia una tenda oscurante, nel qual caso diventano immediatamente interessatissimi.</p>
<h5>Personaggi</h5>
<p>Conclusione: se finora i social media sono (anche) stati un modo di raccontare al mondo come siamo davvero, forse domani diventeranno la rappresentazione del nostro personaggio per tenere celata la nostra vera natura; il teatro di una commedia giocata su un palcoscenico digitale dove tutti potrebbero osservarci (e, come sostiene mia madre, già lo fanno, ragion per cui occhio ad avere sempre la biancheria pulita e i calzini senza buchi, che non si sa mai e la gente parla). Dovremo allora gestire la nostra immagine, il nostro personal brand, il nostro percepito sulla base di raffinati script che metteremo in scena online (o commissioneremo a sceneggiatori digitali), per fare la giusta figura con il nostro network. Togliendo sì le tendine dalle finestre, ma sostituendole con un telone su cui proietteremo il film di come dovrebbe essere &#8211; in modo socialmente accettabile ed encomiabile &#8211; la nostra vita.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/02/stiamo-cablando-una-casa-di-vetro/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>5</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Connessi e trasparenti gli uni agli altri, un caso</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/11/connessi-e-trasparenti-gli-uni-agli-altri-un-caso</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/11/connessi-e-trasparenti-gli-uni-agli-altri-un-caso#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 07:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[adozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Comitato Diritto Origini Biologiche]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia Emiliani]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[La punizione dei 100 anni]]></category>
		<category><![CDATA[partecipazione]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=3395</guid>
		<description><![CDATA[Alla ricerca delle proprie radici e dei familiari sconosciuti: grazie a Facebook un gruppo di figli adottivi condivide esperienze e fa fronte comune contro i norme troppo restrittive]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando pensiamo alle forme diffuse di aggregazione e di partecipazione in Rete,  come i gruppi di Facebook, spesso ci vengono in mente modalità di adesione superficiale a tematiche vaghe e generiche quando addirittura non banali. L’adesione sembra ridursi, talvolta, a un semplice gesto de-responsabilizzato mosso dal piacere relazionale (chi mi ha invitato al gruppo) o di intrattenimento (la tematica proposta è divertente) più che essere la manifestazione di una <em>causa</em> sposata con alta vocazione capace, poi, di tradursi in qualche forma di <em>azione</em>.<span id="more-3395"></span></p>
<h5>Partecipazione</h5>
<p>D’altra parte se il 54,6% degli utenti Italiani (<a href="http://www.censis.it/20?resource_144=93099&amp;relational_resource_146=93099&amp;relational_resource_400=93099&amp;relational_resource_404=93099&amp;relational_resource_147=93099&amp;relational_resource_406=93099&amp;relational_resource_407=93099&amp;relational_resource_408=93099&amp;rel">dati dell’ottavo rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione</a>) fa parte di gruppi di interesse o ha preso parte a sottoscrizioni apparse su Facebook solo il 10% ha effettivamente partecipato a eventi sociali (di informazione o intrattenimento) e manifestazioni politiche di cui è venuto a conoscenza tramite questo sito di social network. Come dire: ci sono <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2010/08/03/fuori-dalla-piazza-la-consistenza-della-mobilitazione-in-rete/">molti dubbi sulla “consistenza” delle forme di adesione su Facebook</a>, forme che raramente hanno la capacità di “andare in piazza”, di tradursi in un modo di rappresentare concretamente problematiche o di suscitare conseguenze nella realtà politica, giuridica eccetera.</p>
<p>Eppure le potenzialità dei gruppi su Facebook vanno oltre la pura dimensione espressiva o ludica. Le possibilità di auto-organizzazione di un gruppo, di raccordo e messa in connessione tra  cittadini portatori di interessi particolari, di <a href="../webzine/2010/08/05/il-dibattito-sul-bavaglio-e-la-rete-sullo-sfondo">prendere la parola in pubblico</a> affermando il diritto a un modo di auto-rappresentarsi, sono elementi che stanno sullo sfondo di una capacità di poter agire concretamente sulla realtà che ci circonda. Per questo, accanto al racconto della Rete fatto di forme dedite all’intrattenimento e al disimpegno, alla superficie e alla gratificazione istantanea, vale la pena accostare quello di micro realtà che hanno una loro “densità” e che spesso proprio in luoghi come Facebook  trovano il loro terreno fertile.</p>
<h5>100 anni</h5>
<p>Penso al racconto rappresentato dal gruppo Facebook “<a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=47338406753#%21/group.php?gid=47338406753&amp;v=wall">La punizione dei 100 anni. Sostegno ai figli adottivi non riconosciuti</a>” e dalle 1.200 persone iscritte. A quello di <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=767508241#%21/emilia.emiliani?ref=ts">Emilia Emiliani</a>, che scrive sul suo profilo: «Mi sono iscritta su Facebook per ricercare la mia madre naturale e mio fratello/sorella», lei, fondatrice del gruppo e appartenente al <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=100000094650269&amp;ref=ts#%21/profile.php?id=100000094650269&amp;v=wall&amp;ref=ts">Comitato Diritto Origini Biologiche</a>, che mi ha raccontato il senso di questa forma di partecipazione:</p>
<blockquote><p>Questo gruppo è servito a far uscire dall&#8217;ombra tante persone che, non essendo state riconosciute alla nascita dalla madre biologica, non possono, per la legge italiana, conoscere le proprie origini se non dopo 100 anni, un periodo superiore a quello previsto per i segreti di Stato. Contro questa iniquità ci stiamo battendo, e, proprio grazie a Facebook siamo riusciti a rendere nota la nostra causa e a portare tre proposte di legge in Parlamento, sperando di veder così riconosciuto un nostro fondamentale Diritto, come esseri umani. Senza il web non ci saremmo mai esposti, né conosciuti, né tantomeno avremmo potuto contattare giornalisti e politici, portando al nostro attivo le odierne conquiste, e, forse, un domani, un importante risultato per migliaia e migliaia di persone, intimidite da un antico e enorme tabù.</p></blockquote>
<h5>Trasparenti</h5>
<p>Emilia spiega chiaramente come, attraverso questo modo di connettersi, persone che sono portatori individuali di una problematica hanno avuto la possibilità di rendere il loro tema trasparente e rendersi trasparenti gli uni agli altri. Facendo sì che una condizione come la loro non venisse vissuta solo come una realtà personale e insegnando ad altri a riconoscere come legittimo il loro desiderio di “sapere”. Una volontà di sapere che spesso fa superare il digital divide: «Tra i più attivi del comitato per il diritto alle origini ci sono persone over 50, che si sono convertite a Facebook proprio quando hanno capito quanto le potesse aiutare», racconta Emilia.</p>
<blockquote><p>Alcuni siti si erano interessati al problema, in particolare <a href="http://www.faegn.it/">Figli adottivi e genitori naturali</a>, ma la quantità di persone presenti era molto inferiore a quello che si è potuto raggiungere su Facebook dove non bisognava andarci apposta, ma magari si capitava per puro caso, tramite contatti amicizie e gruppi, e soprattutto senza bisogno di registrarsi entrando a far parte di una comunità-ghetto. Facebook dà invece la possibilità di parlare dei problemi di chi cerca le proprie origini, anche <em>en passant</em>, sentendosi più liberi e meno schedati. Tramite Facebook ci si scambia opinioni ed emozioni, che in questo caso sono tante, a volte dal sapore tragico e comunque sempre caratterizzate da una grande sofferenza interiore. Molte persone hanno preso coraggio e non si sono sentite più sole, hanno avuto modo di scambiarsi anche utili informazioni su come condurre le ricerche tramite le istituzioni e riuscire a ottenere quanto meno la cartella clinica personale, dove, pur non essendoci i dati anagrafici dei genitori, è scritto quanto pesavi alla nascita e che malattie hai avuto. Per chi non sa niente di sé è già tanto!</p></blockquote>
<p>Nella bacheca sono inanellati racconti carichi di emotività e richiesta di legittimazione e riconoscimento: «Anche io sono figlia adottiva, purtroppo ho perso prematuramente la mia mamma adottiva e mio papà si è rifatto una vita scegliendo di non vedermi più, ho 32 anni adesso,ma la voglia di cercare la mia vera famiglia e&#8217; diventata più grande di me perché non ho più nessuno, purtroppo non so nulla se non il mio cognome alla nascita». «Ho urgenza di ritrovare le mie origini, perché affetta da una seria patologia genetica, che purtroppo ha intaccato ancora più gravemente mio figlio di soli 2 anni, costretto a subire esami sempre più invasivi».</p>
<h5>Senza filtri</h5>
<p>Sono racconti attraverso i quali le persone si riappropriano della possibilità di rappresentare da soli questa tematica, senza filtri e mediazioni istituzionali, in un luogo, un gruppo sulla Rete, che può essere sia un punto di ascolto e conversazione che un modo di sollecitare, poi, forme di rappresentazione più istituzionale. Nella sezione discussioni del gruppo troviamo, ad esempio, il testo delle audizioni tenute alla commissione giustizia della camera da magistrati psicologi e professori di diritto comparato che li seguono e li sostengono. Perché la finalità della partecipazione attraverso Facebook ha a che fare non solo con dinamiche di supporto tra persone ma con le possibilità di sensibilizzare l’opinione pubblica e creare una cultura diffusa di questa tematica:</p>
<blockquote><p>Noi del comitato non desideriamo che si continui a usare Facebook per le ricerche personali. Non intendo certo censurare queste ricerche ma sono convinta che il gruppo, come anche la pagina del comitato, debbano essere riservati a documentazioni sociologiche, bioetiche e del diritto, magari meno attraenti nell&#8217;immediato ma che rispondono al vero spirito per cui siamo nati.</p></blockquote>
<p>Il gruppo Facebook di Emilia e degli altri figli adottivi mostra come portatori di particolari interessi possano connettersi in pubblico e rendere la loro connessione una trasparente forza di pressione verso i media e le istituzioni e che la barriera che distingue online e offline è solo una membrana sempre più porosa.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/11/connessi-e-trasparenti-gli-uni-agli-altri-un-caso/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Onesti per legge, nuove regole per i blogger</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/09/onesti-per-legge-nuove-regole-per-i-blogger</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/09/onesti-per-legge-nuove-regole-per-i-blogger#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 09:11:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Federal Trade Commission]]></category>
		<category><![CDATA[fiducia]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[pay-per-post]]></category>
		<category><![CDATA[reputazione]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>
		<category><![CDATA[Web-Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Womma]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=1031</guid>
		<description><![CDATA[Se i blog sono strumenti potenzialmente efficace di comunicazione promozionale, gli abusi e le manipolazioni sono un pericolo concreto. Negli Stati Uniti, la Federal Trade Commission ha deciso di far sentire la sua voce]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sappiamo tutti benissimo: i blogger fanno gola alle aziende – o almeno alle aziende più “smart”, quelle dal 2.0 in poi. Le altre, la maggioranza, sono ancora ferme alla release 0.0 della Rete e ne ignorano bellamente l’esistenza. Tanto che un numero impressionante di aziende non usano Internet perché lo ritengono inutile. Tornando però alle aziende più avanti, quelle che probabilmente faranno il futuro del business, di fronte a una crescente difficoltà  di comunicare con i media tradizionali, lo sguardo si volge ai media alternativi. O, per dirla più correttamente, agli strumenti che si stanno rivelando in grado di comunicare efficacemente con il pubblico.<span id="more-1031"></span></p>
<p>Non facciamoci prendere dall’entusiasmo locale: la percentuale degli italiani che usa/legge i blog regolarmente non è oceanica. Si tratta tuttavia di un pubblico tutto sommato numeroso (qualche milione?) e di profilo relativamente alto. Non forse la casalinga di Voghera, ma probabilmente un pubblico con caratteristiche sociodemografiche tali da essere appetibile per molte aziende. E un pubblico che, almeno in parte (non illudiamoci, non è la maggioranza degli italiani) ha metabolizzato il desiderio di essere coinvolto in un marketing più conversazionale. Persone che spesso  ritengono comunque accettabile essere oggetto di comunicazione aziendale, di ricevere informazioni e stimoli: ma in un modo diverso e al di fuori di mass media la cui credibilità e appetibilità è messa in discussione.</p>
<p>Basti pensare al degrado globale della Tv generalista, sempre più inguardabile per persone appartenenti a certe culture e stili di vita. Con forse un piano di degrado ulteriore, dove la “qualità” sarà applicata al digitale terrestre a pagamento e al satellite: mentre il “free on air” il digitale gratuito, si ripiegherà probabilmente a coprire fasce di pubblico di livello sempre più basso (e quindi pubblicitariamente di dubbio interesse per molti inserzionisti) con prodotti economici e geriatrici.</p>
<h5>Il blog come opportunità</h5>
<p>Di qui una crescente spinta a esplorare l’uso dei blog per parlare a queste persone di più alto livello o casta, anche se da più parti si inizia a vaticinare la morte dei blog, sostituiti dal microblogging – benché, come nel caso di <a href="http://answers.google.com/answers/threadview?id=191570" target="_blank">Mark Twain</a>, penso si tratti di una notizia abbastanza esagerata. Me ne rendo conto anche dalle piccole ma continuamente crescenti statistiche del mio blog,  che devo ammettere è dopato dall’integrazione con Twitter, Facebook e Friendfeed.</p>
<p>Lo confesso, sono parte in causa anche in questo processo di adozione dei blog da parte delle aziende. Quello che vedo è che molte imprese stanno capendo che i blog sono potenzialmente interessanti. Una certa parte di queste capisce che la strada giusta forse non è creare un proprio blog, ma usare blog esistenti, dotati di una credibilità e di un seguito. All’interno di una cultura che ha sempre usato in modo commerciale i mezzi di comunicazione, la tentazione di provare a strumentalizzare blog e blogger è, inutile nasconderlo, forte. Ed è pericolosa: difficile conciliare credibilità del blog e del blogger che c’è dietro con la diffusione di messaggi artatamente promozionali, non trasparenti, violando quella <em>accountability</em> e quella <em>authenticity </em>che continuiamo a evidenziare come basi di un seguito mediatico di questi tempi.</p>
<p>Senza entrare troppo nel dettaglio, strade di cooperazione (e non di strumentalizzazione) esistono, sono state testate e hanno portato spesso risultati – quando l’interesse dell’azienda, del blogger e del pubblico vengono fatti coincidere, quando ad esempio una fame di informazione specializzata da parte del pubblico (noi) viene soddisfatta attraverso contenuti diffusi da un blogger (spesso uno di noi). Parliamo di contenuti magari esclusivi, interessanti,  affascinanti, utili forniti da un’azienda che non si butta a fare promozione ma preferisce fare conversazione e servizio. In questi casi il cerchio si può chiudere con grande soddisfazione di tutti.</p>
<p>Questa non è però una strada facile, per molte aziende è addirittura impossibile (sebbene non manchino ottimi esempi, anche in campo &#8220;tradizionale&#8221;, anche in Italia). Come conseguenza sono nati progetti, usi e costumi di cooptazione dei blogger meno inossidabili e puristi: progetti che strumentalizzano il blogger, che promuovono la pubblicazione dietro compenso. Sono forme di promozione a volte dichiarate, fatturate e trasparentemente  esposte al pubblico (<a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2007/01/pagati-per-postare-ogni-blogger-ha-il_04.html" target="_blank">pay per post</a>); altre volte restano in una zona grigia poco chiara e al limite della deontologia (ti regalo un prodotto, poi vedi tu se parlarne bene sul tuo blog&#8230;).</p>
<h5>Multe o minacce</h5>
<p>Noi italiani, abituati come siamo a una cultura in cui corruzione, favori, amnistie e sanatorie, inciuci e manipolazioni sono uno stile di vita nazionale,  l’onestà dei blogger sembra suscitare poca risonanza al di fuori dei circoli specializzati. In altri paesi, dove almeno idealmente la trasparenza e l&#8217;onestà sono un pilastro del comportamento pubblico, i blogger e le loro commistioni stanno entrando nel mirino. Non solo Google è stato protagonista di <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2007/11/google-penalizza-i-blogger-pagamento.html" target="_blank">penalizzazioni</a> nel ranking dei blog pay per post: negli Stati Uniti si è mossa perfino la <a href="http://www.ftc.gov/" target="_blank">Federal Trade Commission</a>, l&#8217;organo statale molto potente nei confronti dei mass media, quello per capirci che ha comminato una <a href="http://www.vipconnectzinc.org/vipsportsnet-articles-janet-jackson-wardrobe-malfunction.html" target="_blank">pesantissima multa</a> per la tetta &#8211; pardon, per il “wadrobe disfunction” &#8211; di Janet Jackson esposta in diretta durante il Superbowl del 2004. Insomma un ente che da noi non solo non esiste, ma che suscita amarissime risate quando lo si racconta.</p>
<p>Bene, la FTC – nel suo compito di protezione dei consumatori da pratiche commerciali scorrette &#8211; adesso ha deciso che non solo i mass media devono aderire a degli standard di comportamento, ma anche i blogger e i tweeters. Specificamente, viene richiesto ai blogger  di rendere pubblici (secondo alcune <a href="http://www.ftc.gov/os/2009/10/091005endorsementguidesfnnotice.pdf">linee guida</a>, e in maniera simile a quanto fanno i giornalisti dei media “tradizionali”) ogni forma di pagamento, omaggio o campione gratuito ricevuti in cambio di un endorsement di prodotti o servizi. La spada di Damocle è un multone di oltre 10.000 dollari per ogni violazione constatata.</p>
<p>E proprio qui mi casca un asino sul blog. Sarà interessante capire come beccare il blogger con le mani nel sacco, visto che di blogger ce ne sono a milioni, molti dei quali fuori della giurisdizione statunitense. Probabilmente si chiuderanno gli occhi sui piccoli casi per concentrarsi invece su quelli grandi e scandalosi. Una regolamentazione, comunque, che dovrebbe trovare favorevoli i comunicatori seri e professionali, nonché trovare il supporto della <a href="http://womma.org/main/" target="_blank">Word of Mouth Marketing Association</a>, l’associazione dei <em>buzz markettari</em> che condivide un etico molto allineato con le previsioni della FTC. Una forma di regolamentazione, dunque, in un settore che culturalmente e ideologicamente é allergico a regole e censure, ma un tentativo di messa in riga che, per una volta, possiamo ritenere positiva in quell’ottica di trasparenza che dovrebbe contraddistinguere la Rete e che potrebbe, almeno in teoria, aiutare la Rete a restare un luogo di conversazione e non di manipolazione. Speriamo bene.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/09/onesti-per-legge-nuove-regole-per-i-blogger/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>5</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>«La trasparenza è la nuova obiettività»</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/05/%c2%abla-trasparenza-e-la-nuova-obiettivita%c2%bb</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/05/%c2%abla-trasparenza-e-la-nuova-obiettivita%c2%bb#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 08:43:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[community-founding reporting]]></category>
		<category><![CDATA[David Cohn]]></category>
		<category><![CDATA[David Weinberger]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[obiettività]]></category>
		<category><![CDATA[Spot.us]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=992</guid>
		<description><![CDATA[Dietro a un titolo a nove colonne c'è un processo editoriale che il più delle volte non si sa e non si può conoscere. L'apertura di questo processo è un passaggio chiave nell'evoluzione dei modi di fare informazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i mille rivoli che oggi danno forma alle varietà di giornalismi possibili, «occorre rivelare ben più che il prodotto finito», <a href="http://bit.ly/hVXys">scrive  David Cohn</a>, co-fondatore di <a href="http://www.spot.us/">Spot.us</a>, esperimento di giornalismo collaborativo nella Bay Area di San Francisco. E paragonando il giornalismo agli scacchi, aggiunge, «se il contenuto è re e la collaborazione regina, la trasparenza è la scacchiera stessa». Una pratica resa ancor più inevitabile (imposta?) dall’intreccio continuo tra media tradizionali e digitali a cui pur volendo è impossibile sfuggire.<span id="more-992"></span></p>
<p>Dal raffinamento della notizia grezza alla  ricerca e verifica delle fonti, dalla stesura del pezzo (o altri supporti) alla sua continua revisione, un tale processo si rivela spesso tortuoso e complesso. Per non parlare delle email avanti e indietro, o delle loro angosciosa assenza, del setacciar via il rumore che infesta troppi spazi online, delle piste suggerite casualmente dai social media rivelatesi poi enormi perdite di tempo, e via di seguito nel turbinio della Rete. Ah, poi ci sono gli inevitabili impicci tecnici, visto che oggi giornalismo significa anche saper addomesticare piattaforme e strumenti elettronici, o quantomeno litigare con il webmastro o l’administrator di turno. E quand’anche si operi solo online o neppure strettamente nel contesto del giornalismo investigativo, capita comunque che si debba scendere in strada, seguire eventi e magari “postare” dal vivo, fare telefonate in giro e quant’altro a stretto contatto con la comune quotidianità. Ci si sporca eccome, a fare informazione e condividere conoscenza, finanche nell’era di Internet.</p>
<p>Eppure tutto ciò &#8211; che nelle redazioni sia online sia tradizionali di una certa portata è solo la punta dell’iceberg di un’attività caotica e frenetica, un giorno dopo l’altro &#8211; non viene mai lontanamente rivelato o immaginato dal grande (o piccolo) pubblico, ormai abituato a sorbirsi copertine luccicanti e titoloni spiccioli a scatola chiusa. Si preferisce il prodotto ben finito e impacchettato. Arraffato al volo, come una lattina di fagioli ribolliti al supermercato, senza leggerne gli ingredienti e verificarne l’effettivo valore nutritivo. E che dire della conversazione diffusa innescata poi dalla Rete? Gli strascichi di commenti e suggerimenti dei lettori a cui ogni giornalista degno di questo nome è chiamato a replicare. O le modalità con cui il pezzo viene ripreso e contestualizzato negli anfratti della blogosfera, con possibilità di ulteriori aggiustamenti diretti (risa o imprecazioni incluse).</p>
<p>Né vanno dimenticati gli annessi e connessi legati al processo del freelancing, pratica da sempre assai diffusa nel giornalismo anglosassone e ora in ascesa anche in Italia sull’onda dei tagli occupazionali e la spinta di Internet. Ce lo rammenta ancora David Cohn: «Oggi le comunicazioni tra editor e aspirante autore che includono la proposta di un articolo, le relative contro-proposte e gli aggiustamenti, i tempi di consegna e la stesura finale, sono assai più rapide ma avvengono comunque in una relazione uno-a-uno. Il pubblico non è mai cosciente di queste fasi. Né vede l’attesa angosciosa delle risposte, delle correzioni o dell’assegno finale».</p>
<p>Già, altro capitolo delicato rimane quello delle questioni finanziarie, del reperimento e della ripartizione del budget che oramai interessa ogni sorta di <em>publishing venue</em>. In tal senso, lo stesso Spot.us sta provando a buttar giù un’altra barriera: sono i contributi (generalmente piccoli) dei singoli cittadini a finanziare specifici articoli o inchieste, con monitoraggio e intervento pubblico di ogni ulteriore passaggio editoriale e finanziario dell’operazione. In breve, quel che viene definito <a href="http://spot.us/news_items">community-funding reporting</a>.</p>
<p>Al tutto va poi aggiunta una riflessione di ordine più generale, sintetizzata recentemente da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/David_Weinberger">David Weinberger</a>: «La trasparenza è la nuova obiettività; nell’odierna ecologia della conoscenza va rimpiazzando parte del vecchio ruolo svolto dall’obiettività». Secondo il noto autore e osservatore della Rete, quel che una volta prendevamo a scatola chiusa come obiettività per l’autorevolezza e il curriculum di un autore, oggi viene messa alla prova dalla citazione di fonti e riferimenti, dalle revisioni dell’opera, dai commenti altrui – elementi che tutti noi possiamo, anzi siamo chiamati a, verificare direttamente e in tempo reale. La trasparenza prospera e si moltiplica in un medium (Internet) fatto di correlazioni continue, laddove invece nel cartaceo o in radio-Tv era l’oggettività pre-confezionata a farla da padrone. «All’estremo limite della conoscenza — nell’analisi e nella contestualizzazione che oggi i giornalisti ci dicono essere il loro valore concreto — noi vogliamo, necessitiamo, possiamo avere e pretendiamo trasparenza», <a href="http://www.hyperorg.com/blogger/2009/07/19/transparency-is-the-new-objectivity/">conclude David Weinberger</a>.</p>
<p>Non trattandosi di tematiche nuove per chi segue questo spazio, qualcuno saprà sicuramente suggerire altre istanze di trasparenza giornalistica (basta usare lo spazio sottostante dei commenti, grazie!). Come pure vanno citate valide obiezioni alla sua attuazione assoluta all&#8217;interno della deontologia odierna: l’energia e il tempo per occuparsene in un mestiere spesso frenetico, le noiose fasi di editing, riscrittura, verifica di un pezzo/media che pare inutile dettagliare al pubblico. Scenari spesso complicati anziché facilitati dall’ubiquità della Rete, come evidenziato sopra. Ma resta il fatto che il giornalismo è un processo e non un prodotto, un verbo e non un sostantivo. E nell’era della partecipazione diffusa anche il mestiere “sporco” del giornalista non può non farsi sempre più visibile, verificabile, trasparente. Pena l’ulteriore distacco dalla gente, e dal loro portafoglio.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/05/%c2%abla-trasparenza-e-la-nuova-obiettivita%c2%bb/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Dopo le elezioni, verso la trasparenza</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/17/dopo-le-elezioni-verso-la-trasparenza</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/17/dopo-le-elezioni-verso-la-trasparenza#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 13:42:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quinta di copertina]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Barcellona]]></category>
		<category><![CDATA[E-government]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[lobbying]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
		<category><![CDATA[Pdf]]></category>
		<category><![CDATA[Pdf2009]]></category>
		<category><![CDATA[Personal Democracy Forum]]></category>
		<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[TechPresident]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=691</guid>
		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Antonella Napolitano, consulente per i media sociali, di ritorno dal Personal Democracy Forum tenutosi a New York su politica online e trasparenza comunicativa - con l’annuncio che ci sarà un forum europeo, il 20 e 21 novembre a Barcellona]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/07/040_newqdc_17072009.mp3">Download audio file (040_newqdc_17072009.mp3)</a></p>
<p><a href="http://www.personaldemocracy.com/">Personal Democracy Forum</a> è la conferenza con la c maiuscola sulla politica online: proviene dalla lunga esperienza di lobbying washingtoniano dei due fondatori, Andrew Rasiej e Micah Sifry e si è nutrito negli ultimi anni della potenza di fuoco e di idee del magazine online <a href="http://www.techpresident.com/">Tech President</a>, che ha fatto la storia in diretta tracciando passo passo la campagna di Obama sul web, dalle primarie alla vittoria finale. Tutto nell&#8217;ottica di come la tecnologia sta cambiando la politica: il modo di farla e quello di pensarla.<span id="more-691"></span></p>
<p>A New York, il 29 e 30 giugno nello splendido Lincoln Center che ospita la due giorni di lavori, è stata <a href="http://svaroschi.blogspot.com">Antonella Napolitano</a>, blogger e consulente per i media sociali, da tempo attenta ai rapporti tra politica e comunicazione online: «<em>Questa edizione ha provato ad andare oltre la campagna di Obama, facendola diventare una sorta di punto di partenza per poi parlare d&#8217;altro – a partire dal primo incontro di confronto e discussione tra Joe Rospars (Obama &#8217;08) and Mark McKinnon (McCain &#8217;08). Tanto è vero che il titolo della edizione di quest&#8217;anno era &#8220;We.gov&#8221;, con un&#8217;attenzione particolare su come le nuove tecnologie stiano o possano migliare il modo di governare e la trasparenza organizzativa. Ma non è che non si parla di Obama: un po&#8217; la si dà per scontata, un po&#8217; sono comunque tutti alla ricerca della giusta equazione, della formula che ha reso vincente la campagna del presidente degli Stati Uniti anche online – perché conoscere tutti gli ingredienti non vuol dire saper cucinare. Peraltro c&#8217;è il problema &#8220;comunicativo&#8221; del partito repubblicano, che sta cercando di riorganizzarsi dalla batosta anche partendo dalla Rete e da un gruppo di consulenti che provano a cambiare il partito e il suo modo di comunicare in vista delle mid-term del prossimo anno e a partire proprio dall&#8217;esperienza della campagna di Obama</em>».</p>
<h5>Dalle elezioni al governo</h5>
<p>Una delle domande cui si è cercato di rispondere è cosa farne di tutti quegli strumenti di collaborazione e partecipazione attivi durante la campagna elettorale, come per esempio il social network interno di mybarackobama.com. «<em>Il punto è di nuovo come andare oltre. Oltre lo strumento in sé e oltre la campagna elettorale con il suo obiettivo a breve termine. Una volta creata la comunità e rodati i meccanismi di funzionamento, rimane il problema di come e se usare questi strumenti per alimentare un rapporto più o meno trasparente e propositivo tra governo e cittadini connessi. Alla fine, tra i tanti strumenti considerati, le due &#8220;killer application&#8221; più evidenziate sono state la posta elettronica, ancora insostituibile e molto efficace per motivare le persone a fare delle cose, e gli sms, scoperti tardi dagli americani ma che saranno probabilmente molto usati durante la presidenza Obama. Poi ci sono molti siti che vanno nella direzione di una massima trasparenza comunicativa degli atti di governo, dai dati grezzi alla sintesi &#8220;blog&#8221;, il governo si sta dotando</em>».</p>
<h5>A Barcellona, il 20 e 21 novembre</h5>
<p>In parte di questo si parlerà anche nella edizione autunnale e europea annunciata a sorpresa dagli organizzatori, anche se molto verrà &#8220;riadattato&#8221; alle varie e sfaccettate realtà locali:  «<em><a href="http://www.personaldemocracy.eu/">Personal Democracy Europe</a> si terrà il 20 e il 21 novembre a Barcellona, lo organizzeranno, sotto la supervisione del convegno americano, tre ragazzi spagnoli, ma già vede la presenza di operatori del settore anche dalla Francia, dalla Norvegia, dall&#8217;Inghilterra, dall&#8217;Italia. E&#8217; una sfida, e una buona opportunità per confrontarsi e capire dove sta andando il settore della comunicazione politica online anche nel vecchio continente</em>».</p>
<p>Sull&#8217;argomento politica online abbiamo già pubblicato le interviste a <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/06/scaldiamo-la-politica-con-il-web">Giuseppe Civati</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/13/affinita-e-divergenze-tra-obama-e-noi">Paolo Guarino</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/20/il-web-per-sentire-lopinione-pubblica">Edoardo Colombo</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/27/il-canale-che-non-puoi-delegare">Lucia De Siervo</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/03/la-politica-aggregata-che-decide">Stefano Peppucci</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/10/facebook-la-politica-e-il-passaparola">Dino Amenduni</a>, <a href="http://blog.stefanoepifani.it">Stefano Epifani</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/05/i-video-di-zoro-dal-web-alla-tv-e-ritorno">Diego Bianchi</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/12/web-e-voto-dopinione-da-soli-non-bastano">Francesco Costa</a>. In aggiunta, sul modo in cui è stato usato o non usato il web durante la crisi post-elettorale in Iran (di cui si è parlato anche al Pdf), sono online le interviste a <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/18/liran-e-il-web-che-cambia-il-mondo">Giuseppe Tempestini</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/25/liran-twitter-e-i-mille-occhi-dei-nuovi-media">Luca Alagna</a>.</p>
<ul> <strong><br />
Articoli segnalati e risorse:</strong></p>
<li><a href="http://svaroschi.blogspot.com/">Svaroschi</a>, il blog di Antonella Napolitano; un <a href="http://svaroschi.blogspot.com/2009/07/personal-democracy-forum-un-resoconto-1.html">resoconto del convegno</a></li>
<li>Il sito di <a href="http://personaldemocracy.com/">Personal Democracy Forum</a>, e il magazine “allegato” <a href="http://www.techpresident.com/">Tech President</a></li>
<li>Il <a href="http://www.danah.org/papers/talks/PDF2009.html">talk</a> di danah boyd; quello di Michael Wesch e <a href="http://www.wired.com/epicenter/2009/06/anthropologist-wows-personal-democracy-forum-whatever/">l&#8217;antropologia di YouTube</a>; <a href="http://techpresident.com/blog-entry/video-look-gops-digital-future">quello</a> di Todd Herman, direttore New Media del Partito Repubblicano</li>
<li>Il <a href="http://www.pickensplan.com">Pickens Plan</a>, oggetto di studio e di riflessione al Lincoln Center; il panel di discussione su mybarackobama.com: <a href="http://www.bivingsreport.com/2009/beyond-mybarackobamacom-panel-discussion-at-personal-democracy-forum-09/">come si organizza una community che sostiene una causa?</a></li>
<li>La trasparenza amministrativa nell&#8217;amministrazione Obama: <a href="http://data.gov">data.gov</a>, <a href="http://usaspending.gov">usaspending.gov</a> (e relativo <a href="http://it.usaspending.gov/?q=content/blog">blog appena aperto</a>)</li>
<li>PDF Europe, la versione europea del Personal Democracy Forum che si terrà il 20 e 21 novembre a Barcellona: <a href="http://www.personaldemocracy.eu">personaldemocracy.eu</a></li>
</ul>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/17/dopo-le-elezioni-verso-la-trasparenza/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
<enclosure url="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/07/040_newqdc_17072009.mp3" length="9151510" type="audio/mpeg" />
		</item>
		<item>
		<title>Il crash Ma.gnolia, una lezione da imparare</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/10/il-crash-magnolia-una-lezione-da-imparare</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/10/il-crash-magnolia-una-lezione-da-imparare#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2009 09:19:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Amazon EC2]]></category>
		<category><![CDATA[Amazon S3]]></category>
		<category><![CDATA[Animazione e modellazione 3D]]></category>
		<category><![CDATA[backup]]></category>
		<category><![CDATA[Chris Messin]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Delicious]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Gmail]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[Google AppEngine]]></category>
		<category><![CDATA[Jeffrey Zeldman]]></category>
		<category><![CDATA[Joyent Accelerator]]></category>
		<category><![CDATA[Larry Halff]]></category>
		<category><![CDATA[LinkedIn]]></category>
		<category><![CDATA[Ma.gnolia]]></category>
		<category><![CDATA[Mac mini]]></category>
		<category><![CDATA[MAC OS X]]></category>
		<category><![CDATA[MySpace]]></category>
		<category><![CDATA[outsourcing]]></category>
		<category><![CDATA[social bookmarking]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=485</guid>
		<description><![CDATA[Il clamoroso infortunio del popolare servizio di social bookmarking racconta una storia di grande superficialità nella gestione tecnologica dei dati, ma anche di trasparenza fuori dal comune]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è parlato poco, specialmente in Italia, del caso di <a href="http://ma.gnolia.com/">Ma.gnolia</a>, il sito di social bookmarking che ha perso tutti i dati dei suoi utenti acquisiti in quattro anni di vita a causa di un crash del database il 30 gennaio scorso. Magnolia era concorrente del più noto <a href="http://delicious.com">Delicious</a>, il sito su cui annotarsi le pagine preferite in modo da poterle trovare e condividere online da qualunque computer. Dopo un primo tentativo di recupero dei dati, il 19 febbraio il fondatore del sito Larry Halff ha dichiarato sulla home page che gli esperti di data recovery ingaggiati hanno alzato bandiera bianca: niente verrà recuperato. E il sito ha chiuso.<span id="more-485"></span></p>
<p>Non era mai accaduto che un sito orientato ai principi del SaaS, <em>Software as a Service</em>, e gratuito, un po’ come Gmail e i moltissimi siti e applicazioni del cosiddetto web 2.0, perdesse tutti i dati acquisiti durante la sua esistenza. Tanto che questo incidente può essere preso come caso di studio, campanello d’allarme e paradigma dei rischi non dichiarati e spesso poco dibattuti dell’intero modello di servizio.</p>
<h5>Perché è capitato</h5>
<p>Fin da subito, Halff aveva avvertito con trasparenza che un’eventuale soluzione del problema avrebbe richiesto giorni e non ore. Questo ha fatto sospettare carenze nella politica di backup dei dati. Si è saputo poi che l’intero servizio, benché consistesse di circa mezzo Terabyte di dati, <a href="http://www.datacenterknowledge.com/archives/2009/02/19/magnolia-data-is-gone-for-good/">girava</a> soltanto su due server Mac OS X con il supporto di 4 Mac mini. E il backup, a quanto pare, era a sua volta rovinato, inutilizzabile: lo si è scoperto solo quando è crollato il database principale. Il minimo che si possa dire è che l’intera impresa è stata gestita in maniera dilettantesca. Strumentazione insufficiente e procedure di sicurezza sui dati approssimate sono all’origine del collasso. Alcuni sistemisti che ho consultato mi hanno prontamente ricordato le tre regole fondamentali nel loro lavoro:</p>
<ol>
<li>backup;</li>
<li>backup;</li>
<li>backup.</li>
</ol>
<p>Un solo backup infatti non offre alcuna garanzia. I supporti (solitamente nastri magnetici) possono essere danneggiati, specie dopo ripetuti usi. È necessario testare costantemente la qualità di questi backup, sia con software specifici, sia provando effettivamente a usare i backup per fare il restore dei dati.</p>
<p>Non è poi chiaro a quali intervalli i backup venissero eseguiti. È incredibile che non ci sia traccia di backup precedenti, che avrebbero potuto riportare il sito allo stato di alcune settimane prima del disastro. È buona norma conservare diversi backup per diverso tempo, in luoghi fisici distanti da quello in cui si trova il server. Come minimo in un’altra ala del palazzo, quantomeno per evitare danni in caso di incendio o di allagamento dei locali. Ma i più paranoici dei sistemisti, per sistemi che abbisognano di sicurezza assoluta, parlano di una distanza fisica anche di centinaia di chilometri, per difendere i dati in caso di catastrofe naturale o attacco umano alla farm principale. Per un rapido restore sarebbe poi necessaria una linea ad alta velocità fra le due postazioni (ammesso che la farm non sia stata rasa al suolo). Ma, ok, qui non era in gioco la sicurezza del pianeta, e magari sarebbe stato sufficiente trasferire i nastri in un’altra ala del palazzo e ritrasportarli fisicamente presso il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/RAID">Raid</a> principale. A quanto pare nemmeno questo era stato predisposto.</p>
<p>È abbastanza significativo, invece, che l’unica chance di recuperare almeno parte dei dati degli utenti venga proprio dalla condivisione. Magnolia offriva infatti di condividere i propri bookmark su servizi terzi come FriendFeed: chi lo ha fatto può recuperare i suoi dati attraverso quel servizio. <a href="http://recovery.ma.gnolia.com/">Altre forme di recupero dei dati</a> vengono dai feed Rss in cache o dalla web cache. In un certo senso, questo recupero è più di quanto si sarebbe potuto ottenere in un servizio chiuso che avesse subito un identico danno. Ecco perché non condivido la visione di chi parla di fallimento del cloud computing, ovvero della tendenza a usare potenzialità di data storage o servizi diffusi, decentrati come sulla rete internet.</p>
<h5>Può succedere ancora?</h5>
<p>Per arrivare ad una situazione come quella di Ma.gnolia ci deve essere stata una fortissima sottovalutazione dei rischi e un sottodimensionamento della strumentazione tecnica. Sebbene sostenga di non aver pianificato questa immagine, Ma.gnolia è sembrata fin da subito a molti una iniziativa più grande di quel che era, forse anche per il contributo di Jeffrey Zeldman al logo e al design grafico. Di fatto però era un’attività individuale di Larry Halff, non di un’azienda. Al massimo ci hanno lavorato contemporaneamente quattro persone, tanto che su LinkedIn non risultano dipendenti di Ma.gnolia. Questo spinge ad ammonire sui rischi di fidarsi troppo di servizi “sociali”, dietro i quali si può nascondere <a href="http://www.datacenterknowledge.com/archives/2009/02/19/magnolia-data-is-gone-for-good/">un’iniziativa solitaria</a>. Va però ricordato che anche Facebook è nato come un’iniziativa personale di Zuckerberg, come molti altri servizi 2.0.</p>
<p>Qualcuno ha poi avuto il fiuto, la fortuna o la capacità di trovare investitori. O di vendere. Larry Halff sembrava invece non aspettarsi un vero e proprio guadagno economico da Ma.gnolia. All’inizio si aspettava di inserire dei banner, perché quando il servizio nacque c’erano forti aspettative verso questo modello di business, ma in seguito decise di rinunciare per concentrarsi sulla nascente comunità. L’iniziativa, come lui stesso ha ammesso, <a href="http://citizengarden.com/2009/02/15/episode-11-whither-magnolia/">era sostanzialmente autofinanziata</a>. Il problema dell’assenza di un modello di business si traduce semplicemente nell’impossibilità di scalare la qualità del servizio.</p>
<p>Questo spiega anche perché non dovremmo probabilmente temere che lo stesso accada per i servizi dei major player, come Google, Facebook, Myspace eccetera. Non tutti i modelli di business di questi siti sono chiari e limpidi (quello di Google sì, ma gli altri soffrono evidentemente di una difficoltà di monetizzazione, più volte ammessa dagli stessi responsabili). Tuttavia è assai improbabile che siano in una situazione sottodimensionata come quella di Ma.gnolia o di altri <em>one-man-site</em>. Le interruzioni parziali del servizio di Google e di Gmail recentemente avvenute non sono comparabili con il totale data-loss: un’interruzione temporanea del servizio può sempre capitare, ma non pare in discussione in questi casi la tenuta dei dati, anche se il punto è che quale sia esattamente la politica di salvataggio, backup e recupero dei dati di ciascuno di questi servizi è ancora poco dibattuto. E le policy contrattuali assolvono comunque i gestori da qualunque responsabilità.</p>
<p>Altri ancora <a href="http://www.cloudave.com/link/video-magnolia-data-loss-and-lessons-learnt">ricordano</a> che, se tre anni fa mettere insieme una struttura hardware/software scalabile per applicazioni dalla forte crescita era difficile, oggi esistono offerte precise in tal senso da player al di sopra di ogni sospetto (anche se i sospetti non sono mai troppi) come <a href="http://code.google.com/appengine">Google AppEngine</a>, <a href="http://aws.amazon.com/s3/">S3</a> e <a href="http://aws.amazon.com/ec2/">EC2</a> di Amazon e <a href="http://www.joyent.com/accelerator/">Joyent Accelerator</a>. Lo stesso Halff, che non esclude un ritorno con un servizio completamente riscritto e che proceda in maniera graduale e solo su invito per riconquistare la fiducia degli utenti, pare voglia in futuro <a href="http://factoryjoe.com/blog/2009/02/16/what-really-happened-at-magnolia-and-lessons-learned/">esternalizzare la parte tecnica del sito</a>.</p>
<h5>La gestione della crisi</h5>
<p>Al di là del danno (anche d’immagine) subito da Ma.gnolia, che potrebbe anche trasferirsi a servizi simili, colpisce il modo trasparente ai limiti dell’autolesionismo scelto da Larry Halff per comunicare l’andamento degli eventi. Non solo la home page di Ma.gnolia è diventata un diario aggiornato dei tentativi di recupero dei dati. Non solo non si è tentato di infondere un ottimismo di prammatica circa la gravità della perdita. Ma Halff si è anche fatto <a href="http://citizengarden.com/2009/02/15/episode-11-whither-magnolia/">intervistare in podcast</a> dal blog Citizen Garden di Chris Messina (quello dei Barcamp), dove ha parlato per mezz’ora di quel che è successo, di dove ha sbagliato e di come non sbagliare più.<br />
Halff sostiene in questa intervista che il sito è stato un successo dal punto di vista della comunità che è riuscito ad aggregare, e per la quale, sostiene forse un po’ retoricamente, vuole tornare a proporre un servizio inizialmente su invito. Ma un fallimento dal punto di vista commerciale, visto che non ci sono stati guadagni. Anche in questo, direi che la trasparenza è ben superiore a quella di molte iniziative nostrane, spesso fumose, che dichiarano raramente come stanno davvero le cose (e i conti).</p>
<p>Messina nei suoi commenti suggerisce che dietro Magnolia, al di là delle questioni economiche, ci fosse qualcosa di valore, una comunità, un comune sentire. Al momento sembra davvero essere questo l’asset principale di molti siti sociali. Il rischio però è che questo valore vada disperso se non si trovano modelli di business sostenibili. Il caso Magnolia dimostra che sulla lunga distanza questi spazi e queste comunità possono o crollare sotto il proprio peso, oppure, come è capitato ad altri player, finire per essere cannibalizzati dai grandi gruppi, gli unici che si possono permettere infrastrutture adeguate anche se in perdita (o che per economie di scala non ci perdono affatto) o comunque gli unici che riusciranno a ricavarci qualcosa magari con la profilazione degli utenti, uno dei sistemi peraltro meno trasparenti di gestire queste relazioni basate sulla spontaneità. Le alternative praticabili al momento sembrano essere più legate al mecenatismo. Può darsi naturalmente che le cose evolveranno in altri modi che non ci è dato, per il momento, di intravvedere.</p>
<p>Per tornare alla comunità, è rimarchevole che anche i commenti di utenti e lettori, sebbene in parte piuttosto aspri con Halff, sono stati meno duri di quanto ci saremmo potuti aspettare. Certo molto meno duri di quanto sarebbe accaduto in Italia, dove si tende a godere dei fallimenti altrui, specie se visti da lontano e senza sporcarsi le mani.</p>
<h5>E il futuro?</h5>
<p>Ma.gnolia tornerà. Così afferma Halff. Non è chiaro con quali risorse e quali prospettive, come si è detto. Ma se è vero che il dilettantismo del caso sembra lampante, è anche vero che una seconda chance non si nega a nessuno. Nelle aziende si sa che a volte cacciare un manager che ha commesso un grande errore equivale a sprecare una risorsa: uno che ha sbagliato alla grande, se ha un po’ di sale in zucca, ha appreso una lezione importante che può tornar utile in futuro all’azienda. Certo, personalmente non mi sentirei tranquillo nelle mani di un manager così. Ma, insomma, a vedere la situazione economica internazionale il povero Larry Halff, con la sua camicia a quadri e l’aria spaesata da ottimista perdente e un po’ naïf, rischia di diventare un simbolo positivo in un’era di pescecani istituzionalmente protetti che hanno provocato crisi ben più grosse (e serie) della perdita delle nostre pagine online preferite.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/10/il-crash-magnolia-una-lezione-da-imparare/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Neutralità della rete, la trasparenza è fai da te</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/05/neutralita-della-rete-la-trasparenza-e-fai-da-te</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/05/neutralita-della-rete-la-trasparenza-e-fai-da-te#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 05 Feb 2009 09:50:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Agcom]]></category>
		<category><![CDATA[Cox]]></category>
		<category><![CDATA[Fcc]]></category>
		<category><![CDATA[Glasnost]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[Measurement Lab]]></category>
		<category><![CDATA[net neutrality]]></category>
		<category><![CDATA[NNSquad]]></category>
		<category><![CDATA[Tele2]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea]]></category>
		<category><![CDATA[Wind]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=396</guid>
		<description><![CDATA[Diversi segnali fanno pensare che sia in crescita la consapevolezza dei non addetti ai lavori rispetto alla difesa della "stupidità" della rete e alla necessità di una gestione limpida del transito dei dati. Ma ancora la confusione è grande]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se incaselliamo nello stesso quadro tante notizie di questo inizio 2009, emerge un’idea: sarà questo l’anno in cui il tema della neutralità della rete uscirà dall’ambito ristretto dei super-addetti ai lavori, per entrare in quello più allargato degli appassionati di internet (e magari per il 2010-2011 si può sperare nella consapevolezza del grande pubblico). La <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/12/19/quale-neutralita-nell%E2%80%99internet-del-futuro">vicenda</a> che ha coinvolto di recente Google ed è rimbalzata su molti giornali, di recente, è stato solo un primo esempio. Da allora, c’è stato un crescendo: Tele2 è stato il primo operatore <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/p2p/tele2-limita/tele2-limita.html">multato</a> per filtri al peer to peer. Cox, il terzo provider Usa sente il dovere di <a href="http://punto-informatico.it/2536494/PI/News/cox-traffico-rete-si-puo-rallentare.aspx">dichiarare</a> che da febbraio comincerà a rallentare alcune applicazioni e che questo non viola la neutralità della rete. Sembra un mettere le mani avanti: in precedenza i provider americani avrebbero agito senza prima avvisare gli utenti &#8211; e Comcast così ha fatto (di recente ora forse <a href="http://punto-informatico.it/2529174/Telefonia/News/rubinetti-comcast-anche-sul-voip.aspx">anche con il VoIP</a>, dopo il peer to peer) e quindi è finita nel mirino di Fcc (l’Authority statunitensi delle telecomunicazioni).<span id="more-396"></span></p>
<p>Ma la fame di trasparenza monta da ogni dove e non si può certo affidare al buon cuore degli operatori o dalla solerzia delle norme. Ecco perché stanno crescendo, in numero e qualità, gli strumenti online per controllare se il proprio operatore manomette la connessione, facendo prioritizzazione di traffico, rallentando alcune applicazioni. È sorto così <a href="http://www.measurementlab.net/measurement-lab-tools">Measurement Lab</a>, con una bella collezione di test (dietro c’è, tra gli altri, Google). Ad oggi il test più interessante è Glasnost (“trasparenza”, appunto, in russo; ma è una parola che ha un passato politico, risale alla Perestrojka, ed è quindi doppiamente adatta al tema della neutralità della rete: ne evidenzia la natura prettamente politica, intrisa di poteri e interessi contrapposti). In futuro, annuncia Measurement Lab, arriveranno altri test per la neutralità: significa che è un laboratorio in corso d’opera e che intensificherà i propri sforzi in futuro.</p>
<p>Facendo un riassunto: la difesa della neutralità della rete adesso è affidata al fai da te degli utenti (e nemmeno di tutti: solo di quelli abbastanza esperti da conoscere il tema); negli Usa, può poggiare anche sull’occhio di Fcc. In Italia, al momento, lo spauracchio è al massimo una multa lieve dell’Antitrust, perché l&#8217;Autorità garante delle comunicazioni ancora non ha preso posizione. Troppo poco, per un tema che segnerà, con tutta probabilità, le future trame dell’internet mondiale. Le regole, del resto, sono ancora poco chiare e per ora gli operatori che filtravano il peer to peer sono stati colpiti dalle autorità solo perché l’hanno fatto senza avvisare gli utenti. Un difetto di trasparenza, insomma. Non è stata ancora pronunciata una posizione forte a favore o contro questa pratica: il dibattito è aperto, anche perché il concetto di neutralità della rete è pieno di sfumature.</p>
<p>Non ne esiste nemmeno, ancora, una definizione univoca: a che punto l’intervento di gestione dell’operatore sulla propria rete smette di essere normale pratica di quality of service (così la definiscono Cox e altri, anche Tele2 e Wind) e comincia a violare la neutralità della rete? Se con questo termine vogliamo indicare quei principi fondamentali che hanno permesso a internet, finora, di essere un posto aperto all’innovazione e all’ingresso, anche distruttivo, di nuovi entranti.</p>
<p>Per questo motivo, quello che manca adesso è soprattutto un’attività di divulgazione su questo tema, che impatta su tutti gli utenti internet (anche e soprattutto su chi ignora che cosa sia). Lo sta facendo <a href="http://www.nnsquad.org">NNSquad</a>, iniziativa lanciata negli Usa e che sta ora ampliando il proprio raggio. Si sta formando, infatti, una sua costola italiana: NNSquad Italia. È una premessa perché la politica e le norme prendano posizione. Per noi, è una questione che potrebbe rientrare nel nuovo piano di regolamentazione delle telecomunicazioni a cui ora sta lavorando l’Unione Europea.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/05/neutralita-della-rete-la-trasparenza-e-fai-da-te/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Casa Bianca alla prova della trasparenza</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/22/la-casa-bianca-alla-prova-della-trasparenza</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/22/la-casa-bianca-alla-prova-della-trasparenza#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 Jan 2009 09:15:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Web Design]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Change.gov]]></category>
		<category><![CDATA[Creative Commons]]></category>
		<category><![CDATA[Dave Winer]]></category>
		<category><![CDATA[E-government]]></category>
		<category><![CDATA[Macon Philips]]></category>
		<category><![CDATA[MyBarackObama.com]]></category>
		<category><![CDATA[partecipazione]]></category>
		<category><![CDATA[Patrick Ruffini]]></category>
		<category><![CDATA[PublicMarkup]]></category>
		<category><![CDATA[Sunlight Foundation]]></category>
		<category><![CDATA[Tim O'Reilly]]></category>
		<category><![CDATA[Timothy O'Brien]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>
		<category><![CDATA[WhiteHouse.gov]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=353</guid>
		<description><![CDATA[Barack Obama non aveva ancora terminato il suo giuramento da presidente quando il nuovo sito istituzionale è andato online, prima testimonianza visibile della politica di apertura e partecipazione a lungo predicata dal nuovo capo di stato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In qualche modo si tratta del primo dato tangibile dell&#8217;amministrazione Obama, qualcosa che è possibile confrontare con le promesse della lunghissima campagna elettorale. I precedenti, inoltre, sono di livello altissimo: il lavoro innovativo svolto dallo staff di Obama farà scuola sia per quanto riguarda la campagna elettorale che nel periodo di passaggio di consegne tra elezione e insediamento. In quasi due anni di campagna <a href="http://my.barackobama.com/">MyBarackObama.com</a> è riuscito a dare vita a un social network che  ha aggregato, motivato e mobilitato un numero di persone senza precedenti.<span id="more-353"></span></p>
<p>In soli due mesi e mezzo <a href="http://change.gov/">Change.gov</a> &#8211; il sito che lo staff di Obama ha realizzato tra l&#8217;elezione e l&#8217;insediamento per comunicare coi cittadini &#8211; è forse andato anche oltre, con una piattaforma di comunicazione e di confronto aperto, costantemente aggiornato sull&#8217;operato del gruppo al lavoro impegnato nelle operazioni di transizione. Le aspettative, insomma, sono elevatissime e le analisi del nuovo sito istituzionale non si sono fatte attendere, tra entusiasmo iniziale e critiche nemmeno troppo velate per l&#8217;approccio non così innovativo come sperato.</p>
<h5>Il sito obamizzato</h5>
<p>La prima considerazione è di impatto: il sito della Casa Bianca si è «obamizzato», <a href="http://www.engagedc.com/2009/01/21/the-new-whitehousegov/">sostiene il consulente repubblicano Patrick Ruffini</a> facendo riferimento alla grafica del sito della campagna elettorale del neo-presidente e di Change.gov. A eccezione del logo della Casa Bianca e di un analogo schema di colori di fondo, in effetti il nuovo sito non somiglia a quello precedente. Al centro c&#8217;è un banner di immagini e messaggi e, subito sotto, tre colonne con gli ultimi post del blog, i temi più importanti del momento e, almeno per ora, il video del <a href="http://www.whitehouse.gov/blog/the_whistle_stop_tour/">Train Tour</a>, il viaggio verso la capitale che il presidente ha fatto in treno in occasione delle cerimonie di insediamento.</p>
<p>Oltre alle sezioni più classiche sul governo e la sua agenda, è in evidenza la cosiddetta <a href="http://www.whitehouse.gov/briefing_room/">Briefing Room</a>, un&#8217;area dedicata alla comunicazione che comprende un blog, la presentazione dei 43 presidenti precedenti, i messaggi settimanali alla nazione sotto forma di video (<a href="http://www.youtube.com/view_play_list?p=15511AD488EE8A38">Obama aveva già cominciato</a> nel periodo del passaggio di consegne) e altre pagine che conterranno atti e documenti ufficiali della presidenza Obama.</p>
<p>C&#8217;è ancora qualche bug e Ruffini fa qualche lieve critica, ma in generale apprezza l&#8217;organizzazione del sito, efficace nel veicolare messaggi di rilievo, e il metodo con cui il tutto viene portato avanti. L&#8217;ex-consulente della campagna elettorale di Bush nel 2004 non risparmia però una frecciata nel finale: WhiteHouse.gov è un sito costruito utilizzando un formato proprietario di Microsoft, che cosa ne penseranno gli entusiasti di Obama appartenenti alla community dell&#8217;open source?</p>
<h5>Il nuovo rapporto con i cittadini</h5>
<p>«Questo è solo l&#8217;inizio del nostro impegno per dare a tutti gli americani una finestra sull&#8217;operato del governo». La promessa non potrebbe essere più chiara e impegnativa, specie perché viene ribadita nel post inaugurale del primo blog presidenziale. Questa sembra essere la grande novità, sia per lo strumento che per l&#8217;approccio al rapporto con i cittadini. Il blog verrà gestito da varie persone e <a href="http://www.whitehouse.gov/blog/change_has_come_to_whitehouse-gov/">il primo post</a> è affidato a Macon Phillips, direttore della sezione New Media della Casa Bianca. Secondo Philips, l&#8217;azione del governo Obama su internet si articola secondo tre aspetti: comunicazione, trasparenza e partecipazione.</p>
<p>Il  blog promette di comunicare tempestivamente le novità di rilievo. Phillips segnala la disponibilità di un feed Rss per il blog e invita a iscriversi agli aggiornamenti che saranno inoltrati via email da parte del presidente e dell&#8217;amministrazione. I primi contenuti riguardano il discorso dell&#8217;insediamento con la pubblicazione del testo e del video (proveniente dal <a href="http://www.youtube.com/user/whitehouse">canale ufficiale della Casa Bianca</a> su YouTube) e quello in ricordo di Martin Luther King risalente al 19 gennaio scorso. In questo momento, però, i post non sembrano essere ordinati nel consueto ordine cronologico inverso: resta da vedere se si tratti di una scelta definitiva o provvisoria, forse dettata dal voler mettere in evidenza il primo post di spiegazione.</p>
<p>Durante la campagna elettorale e nei mesi di transizione si è puntato moltissimo sulla trasparenza amministrativa, promettendo la disponibilità di documenti online, organizzati in modo semplice. L&#8217;impegno è anche quello di esporre con chiarezza le decisioni e priorità governative, grazie alla pubblicazione delle decisioni presidenziali. Fino ad ora le decisioni sono andate nella giusta direzione, ma questa politica verrà messa alla prova molto presto, sostengono i commentatori.</p>
<p>Quanto alla partecipazione: nel primo post viene anche segnalata la decisione di pubblicare tutti i provvedimenti non urgenti e di consentire per cinque giorni la possibilità di controllarli e commentarli: una sfida significativa in termine di gestione delle informazioni, probabilmente senza precedenti. Questo tipo di azione riprende in realtà diversi tentativi di progetti collaborativi indipendenti per la revisione delle leggi e l&#8217;apertura al contributo dei cittadini: il più importante è <a href="http://publicmarkup.org/">PublicMarkup</a>, creato dalla Sunlight Foundation, una fondazione molto attiva sul fronte della trasparenza dell&#8217;apparato pubblico.</p>
<p>Ad ogni modo le dichiarazioni sul primo post e da parte dello staff fanno però pensare che questo sia davvero solo un inizio e che ancora altro verrà fatto in termini di apertura alla partecipazione dei cittadini.</p>
<h5>Le critiche</h5>
<p>«La Casa Bianca dovrebbe rimandare a posti dove le nostre menti possano essere nutrite con nuove idee, prospettive, luoghi, punti di vista, cose da fare, modi in cui possiamo fare la differenza. Dovrebbe prendere rischi perché questa è la realtà: siamo tutti enormemente a rischio». <a href="http://www.scripting.com/stories/2009/01/21/theWhiteHouseWebsite.html">L&#8217;osservazione viene</a> proprio dal padre dei blog, Dave Winer, certamente non impressionato nel vedere questo strumento usato all&#8217;interno del sito del governo del suo paese. Lo scetticismo di Winer è motivato dal suo desiderio che il sito del governo americano diventi uno spazio pubblico, un luogo di dialogo tra governo e cittadini, un punto di incontro tra gente proveniente da diversi settori affinchè possa entrare in contatto. Certo, conclude Winer, «non deve essere necessariamente su whitehouse.gov ma perché no? Perché aspettare?».</p>
<p>La prima e più evidente critica è la mancanza di commenti: come si può parlare di comunicazione innovativa se non c&#8217;è dialogo? Il dibattito avviene già nei commenti allo stesso post di Winer e riprende varie posizioni presenti in Rete. Un sito come Whitehouse.gov creerebbe moltissimi problemi nella gestione dei commenti, sia per la quantità che per il tipo di commenti che potrebbero arrivare: in molti notano come sul blog della Casa Bianca questa gestione richiederebbe un enorme dispendio di tempo e attenzione, oltre a una precisa policy sui commenti con numerose implicazioni legali.</p>
<p>La fondamentale differenza con la presenza di un candidato, o anche di un presidente, su varie piattaforme è che queste non sono siti del governo e, quindi, non sotto la sua diretta responsabilità. Senza entrare in interpretazioni del Primo Emendamento, che garantisce la libertà di espressione ai cittadini, basti considerare, per contro, il fatto che generalmente non ci si aspetta che lo staff di Obama risponda ai commentatori su piattaforme esterne come YouTube: l&#8217;account ufficiale è stato in effetti aperto tre giorni fa lasciando i commenti aperti ai video inseriti.</p>
<p>Altri fanno notare che Obama non usa questi nuovi strumenti per dialogare con i cittadini, ma utilizza canali innovativi per comunicare con loro. Secondo queste voci il cambiamento dell&#8217;amministrazione si misurerà quando ci saranno leggi e temi importanti in discussione e il governo dovrà davvero dare seguito alle promesse di trasparenza: la sfida più grossa, dicono in molti, sarà rendere altrettanto trasparenti anche i siti delle altre agenzie governative.</p>
<h5>Le novità e le opportunità</h5>
<p>Sul versante copyright il cambiamento è rilevante e già molto celebrato: la policy del sito stabilisce che i contenuti di terze parti siano sotto licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/">Creative Commons 3.0</a>, che consente di distribuire e adattare contenuti, purché ne sia citata la fonte. Si tratta della licenza più ampia a disposizione, <a href="http://creativecommons.org/weblog/entry/12267">si fa notare</a> con comprensibile orgoglio dal blog di Creative Commons. Non va dimenticato, inoltre, che i contenuti prodotti dal governo statunitense sono – per legge federale – già di pubblico dominio e non soggetti a copyright.</p>
<p>Ma i pionieri del web guardano ancora oltre: <a href="http://radar.oreilly.com/2009/01/change-gov-becomes-whitehouse-gov.html">Tim O&#8217;Reilly considera</a>, ad esempio, il potenziale di innovazione dal punto di vista delle piccole aziende che si occupano di tecnologia. Tutto il lavoro dietro lo sviluppo di questo sito non è stato affidato alle solite agenzie con grossi contratti col governo ma da piccole società che hanno curato i vari aspetti. Secondo O&#8217;Reilly è la dimostrazione delle effettive possibilità di raggiungimento di risultati con il lavoro di piccoli gruppi, purchè abili e ben coordinati: «Penso che nei prossimi anni per chi si occupa di tecnologia ci saranno molte opportunità per fare la differenza e aiutare la nostra pubblica amministrazione a raggiungere i suoi ambiziosi obiettivi».</p>
<p>L&#8217;amministrazione Obama avrà un ruolo importante nel determinare le prossime mosse ma il contributo di tutti sarà di grande importanza, <a href="http://broadcast.oreilly.com/2009/01/government-transparency-is-our.html">spiega Timothy O&#8217;Brien</a> in uno dei blog della community O&#8217;Reilly, facendo appello agli sviluppatori di applicazioni. Molto lavoro di questo tipo viene già utilizzato in progetti indipendenti per incrementare la trasparenza sulla spesa pubblica e sui finanziamenti ai membri del Congresso. Rendere l&#8217;informazione accessibile è un obiettivo ambizioso e non lo si raggiunge in un giorno, conclude O&#8217;Brien, portando come metro di paragone il più celebre esempio in ambito tecnologico: Google, un motore di ricerca nato dal lavoro di due studenti e diventato il leader nel settore.</p>
<p>Una storia per certi versi simile a quella di Barack Obama, il candidato outsider che diventò presidente degli Stati Uniti.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/22/la-casa-bianca-alla-prova-della-trasparenza/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>7</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

