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	<title>Apogeonline &#187; terrorismo</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Dopo Bin Laden, un nuovo scontro di civiltà</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 07:41:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Alagna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo la morte del leader di Al Qaeda, si apre una nuova fase nel dibattito tra moderati e integralisti islamici, con implicazioni dirette sui movimenti in corso nell'area del Mediterraneo. Una fase in cui i social media potrebbero avere un ruolo importante]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;uccisione di Osama Bin Laden forse è il segno dei tempi nel mondo arabo, in cui qualcosa sta cambiando prepotentemente. La sua morte non influenzerà i cambiamenti tumultuosi di cui siamo testimoni quotidianamente, probabilmente il terrorismo islamico continuerà a essere presente e anzi la lotta sarà ancora più aspra. Ma il sogno del Califfato, di un&#8217;unica grande nazione islamica intercontinentale, dello sceicco del terrore, svanisce per sempre, colpito già da tempo da una nuova gioventù araba in cerca della libertà e di una nuova identità.<span id="more-5591"></span></p>
<h5>Bin Laden vero o falso?</h5>
<p>Quando il Presidente degli Stati Uniti una domenica pomeriggio, il primo maggio, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=CCrKdT_eKtA">ha annunciato in diretta tv</a> il ritrovamento e l&#8217;uccisione di Bin Laden dando in mano ai mass-media l&#8217;unica vera notizia è riaffiorato un po&#8217; ovunque anche il complottismo che ha sempre covato sotto la cenere dell&#8217;11 settembre. È una montatura? È un sosia? In realtà è già morto anni fa, ma viene annunciato adesso per convenienza politica? o in realtà è ancora vivo? Nessuna di queste tesi è sostenuta da prove a favore, ma il complottismo rappresenta un segnale chiaro per l&#8217;amministrazione statunitense: troppo controllo delle news e troppo giornalismo <em>embedded</em>. La morte mediatica di un nemico mediatico può lasciare dubbi, soprattutto se si cambia versione ogni giorno in conferenza stampa: mentre lunedì per John Brennan (capo dell&#8217;anti-terrorismo americano) Bin Laden era armato e si era fatto scudo con una donna, martedì secondo Jay Carney (portavoce della Casa Bianca) lo sceicco terrorista era disarmato e la donna era morta per il fuoco incrociato.</p>
<p>I reportage dei media americani nei giorni successivi, sia perchè debitamente informati dall&#8217;Amministrazione sia dopo i sopralluoghi degli inviati, contribuiscono a confondere ulteriormente la situazione: basti pensare alla villa da un milione di dollari (una cifra particolarmente simbolica nell&#8217;immaginario dell&#8217;americano medio) dove si nascondeva Osama, che giorni dopo si rivela una catapecchia ben rinforzata su un terreno di una valore non superiore a 250.000 dollari. Si inizia a parlare delle foto e dei video come prova dell&#8217;uccisione, iniziano a girare su Internet fotomontaggi di ogni tipo sul corpo di Bin Laden, o sul suo presunto funerale islamico celebrato su una portaerei, a cui alcune tv o agenzie di stampa all&#8217;inizio credono, diffondendoli ulteriorimente. In realtà queste foto non verranno mai fuori, dopo il veto di Obama stesso. Vengono diffuse, invece, le foto di altri cadaveri nel nascondiglio, ripresi così da vicino da rendere poco comprensibile il contesto.</p>
<h5>Il cenacolo e la cronaca involontaria</h5>
<p>In tutto questo il frammento più genuino è <a href="http://www.flickr.com/photos/whitehouse/5680724572/">la foto scattata all&#8217;interno della Situation Room</a> da Pete Souza, messa a disposizione insieme alle altre su Flickr dalla Casa Bianca. Si tratta di un&#8217;immagine che probabilmente diventerà storica: non potendo testimoniare la notizia la foto testimonia i sentimenti dei diretti protagonisti nel momento in cui si forma la notizia. Essa stessa è la notizia. Obama contratto, Hillary Clinton preoccupata, Brennan teso, le foto dei rilevamenti in evidenza, i faldoni con i documenti: tredici personaggi incrociano destini intorno a un tavolo, come fosse l&#8217;iconografia di un nuovo Cenacolo. Nessuno avrebbe potuto costruire a tavolino un&#8217;immagine del genere, facendoli recitare: è la verità sulla fine di Bin Laden. Non a caso diventa subito una delle foto più popolari nel mondo, in poco più di una settimana sta superando le più viste nella storia di Flickr, i media mondiali la usano per le copertine ed è anche oggetto di infinite parodie. È un barlume che arriva da internet e dai social media, che Obama e il suo staff gestiscono egregiamente. E non è il solo.</p>
<p>Mentre Sohaib Athar, informatico pachistano che vive ad Abbottabad per sfuggire al caos della grande città, scriveva un tweet in cui si chiedeva come mai in piena notte degli elicotteri volassero bassi sulla cittadina, non si rendeva conto di essere testimone involontario di una operazione militare tra le più segrete di sempre. Non sono tanti i blogger in quella zona, meno ancora quelli che usano Twitter, perciò <a href="http://twitter.com/reallyvirtual">@ReallyVirtual</a> diventa un punto di riferimento online per i pochi pachistani svegli nella notte e interessati ad avere notizie di prima mano su quello che, dopo un&#8217;esplosione, sembrava un incidente. In realtà era un altro frammento dei fatti in arrivo dalla Rete. Il mondo, però, si stava concentrando su un altro tweet, quello di Keith Urbahn, ex capo dello staff di Donald Rumsfeld che <a href="http://twitter.com/#!/keithurbahn/status/64877790624886784">aveva rivelato la notizia sensazionale</a>. Solo dopo molte ore <a href="http://www.stilografico.com/2011/05/02/storia-dellinformazione-luomo-che-e-stato-testimone-su-twitter-dellattacco-che-ha-ucciso-bin-laden/">ci si è accorse che</a> l&#8217;eco digitale di quel blitz era già scritto su Twitter. I social media, trasportando e registrando le prime informazioni diventano, parte della notizia, mentre Sohaib diventa una piccola star per gli inviati da tutto il mondo che cercano di capire cosa sta accadendo a 200 km da Islamabad.</p>
<h5>La cittadella di Abbottabad</h5>
<p>Quando nel 2008 Morgan Spurlock girò il documentario <a href="http://www.imdb.com/title/tt0963208/">Che fine ha fatto Osama Bin Laden?</a> viaggiando in moltissimi paesi mediorientali e asiatici (Afghanistan compreso), la risposta che riceveva alla domanda contenuta nel titolo era spesso: «è in Pakistan, lo sanno tutti», ed era la verità.<br />
Gli Stati Uniti sono alleati militari del Pakistan, gli inviano milioni di dollari per la cooperazione eppure Osama Bin Laden era nascosto tranquillamente lì da almeno 5-6 anni. Non era nei territori tribali fuori controllo del governo, al confine con l&#8217;Afghanistan, ma in una cittadina ordinata vicino alla regione montuosa del Kashmir conteso con l&#8217;India, sede di un&#8217;accademia militare. Un luogo in cui persino gli americani erano stati per breve tempo e in cui il concetto di &#8220;nemico&#8221; è associato non ai talebani ma agli indiani.</p>
<p>Come è stato possibile? Le indagini sono ancora in corso ma ci sono pochi dubbi che ci siano state connivenze e lo zampino del potente Inter-Service Intelligence (ISI), il servizio segreto pachistano. Eppure una scintilla di questa verità ci era già arrivata da Wikileaks: in uno dei documenti segreti resi pubblici a fine aprile, riguardanti <a href="http://www.wikileaks.ch/gitmo/">la gestione dei prigionieri a Guantanamo</a>, gli Stati Uniti, consideravano <a href="http://www.nytimes.com/interactive/2011/04/24/world/guantanamo-guide-to-assessing-prisoners.html#doc2">l&#8217;ISID come un&#8217;organizzazione terroristica</a> al pari di Al-Qaeda, Hamas, Hezbollah, l&#8217;Intelligence iraniano. Se almeno una parte del governo e dei militari pachistani sapeva dove fosse Bin Laden perchè lo hanno tenuto nascosto tutto questo tempo? Quali sono i veri rapporti tra i militari pachistani e i talebani, qual è la vera storia <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/10/Pakistan-attentato-morti.shtml">degli attentati a Peshawar</a>, del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_del_26_novembre_2008_a_Mumbai">sanguinoso attacco a Mumbai</a>? I talebani pachistani sono in grado da soli di concepire un attacco come <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Camp_Chapman_attack">quello a Camp Chapman</a> vicino Khost in Afghanistan, base della Cia in cui sono morti 8 agenti segreti dove si raccoglievano informazioni per gli obiettivi dei droni, tramite un informatore suicida che faceva il doppio gioco? La risposta, forse, è nelle immagini del luogo dove Osama si nascondeva. Ben in vista ai militari, non confuso tra le altre case, senza tunnel o intercapedini nascoste, mure alte e solide, filo spinato in cima: è un nascondiglio o una prigione?</p>
<h5>Un nuovo scontro di civiltà?</h5>
<p>Con la morte di Osama Bin Laden ci rendiamo conto di quanto il mondo arabo sia diviso e di quanto lo sceicco sia stato più usato che amato.<br />
Appare ora evidente come la divisione non sia più tra moderati e integralisti, come forse ama credere l&#8217;Occidente, ma tra vecchio e nuovo. I giovani che animano le rivolte in Siria, Libia, Egitto, Tunisia, Bahrein sono abbastanza indifferenti alla sua scomparsa. Per loro Osama non è un simbolo anzi temono che la sua vicenda oscuri mediaticamente i loro sacrifici di fronte ai grandi network televisivi. Sono ragazzi legati profondamente alla religione ma affamati di libertà e democrazia: chi non ricorda le immagini delle preghiere islamiche oceaniche dei manifestanti in Piazza Tahrir al Cairo, <a href="http://www.uri.org/the_latest/2011/02/voices_from_egypt__action_is_needed">protette dai compagni cristiani copti</a>? Sono i ragazzi descritti da Emmanuel Todd e Youssef Courbage nel loro <a href="http://www.marcotropeaeditore.it/index2.php?target=scheda_libro&amp;id_book=49">L&#8217;incontro delle civiltà</a>, gli arabi modernizzati figli di famiglie sempre meno numerose, sempre più alfabetizzati, sempre più in grado di scegliere liberamente chi sposare.</p>
<p>Si contrappongono ai vecchi regimi e raìs, a volte collusi con gli interessi occidentali, altre volte desiderosi di mantenere il potere, tra cui troviamo <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2011/may/02/hamas-osama-bin-laden">quelli ad aver espresso rimpianto per Osama</a>. I regimi e i loro seguaci non vedono come nemico per la loro sopravvivenza Al-Qaeda, col progetto del Califfato, o un nemico esterno ma quello interno. Sono gli stessi a cui ha fatto comodo mantenere per decenni uno stato di emergenza, fa comodo probabilmente mantenere un conflitto nella regione e non fa comodo un blogger che scrive ciò che vede, come <a href="http://guerrillaradio.iobloggo.com/">Vittorio Arrigoni</a> da Gaza City, anche se condivide nel bene e nel male i loro ideali. In tutto questo non scompaiono gli imam radicali e i gruppi terroristici che cercano di far presa sulle popolazioni più deboli ma la loro immagine si rispecchia sempre più in quella di Bin Laden invecchiato, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=DB0ftf53JYs">con una coperta sulle spalle che guarda in tv</a> la sua immagine ringiovanita. Forse il nuovo scontro di civiltà è proprio questo e paesi come Stati Uniti sembrano aver già capito, per interesse o meno, che la battaglia si svolge sempre più per far nascere la democrazia invece che per esportarla.</p>
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		<title>Quest&#8217;anno no: lasciate scadere la legge Pisanu</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 13:24:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal 2005 la diffusione della connettività in Italia è enormemente rallentata da una legge d'emergenza che doveva durare solo due anni. Ogni anno, a dicembre, il governo ne procrastina i termini. Soppesati costi e benefici, forse è l'ora di andare avanti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cominciamo a parlarne per tempo, quest’anno. Mentre gli italiani saranno alle prese con la corsa ai regali natalizi e con i preparativi dei cenoni festivi, con ogni probabilità il  governo rincorrerà fino all’ultimo giorno utile l’approvazione del consueto decreto “milleproroghe”. Inaugurato nel 2005 come misura eccezionale per far fronte in un unico calderone d’urgenza a tutte le disposizioni in sospeso o in scadenza al 31 dicembre, questo strumento legislativo si è ormai <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Decreto_Milleproroghe">insediato stabilmente</a> nel nostro ordinamento. Il decreto milleproroghe è un caso emblematico di dibattito a posteriori: solo a gennaio, e dopo che i diversi esperti di settore ne hanno decifrato la lettera, si alzano proteste e preoccupazioni per le disposizioni divenute ormai efficaci. Troppo tardi, il più delle volte: il percorso parlamentare di conversione, infatti, non concede molti margini d&#8217;azione.<span id="more-1004"></span></p>
<h5>Dopo Londra</h5>
<p>Tra le scadenze che da due anni compongono il bouquet milleproroghe c’è quella della <a href="http://gazzette.comune.jesi.an.it/2005/177/9.htm">legge Pisanu</a>, il decreto antiterrorismo che l’allora ministro dell’Interno del governo Berlusconi III si affrettò a promuovere all’indomani degli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_del_7_luglio_2005_a_Londra">attentati di Londra</a> del luglio 2005 e che il parlamento convertì compatto pochi giorni dopo. Il clima era molto teso: solo un anno prima era stato attaccato <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_dell%2711_marzo_2004_a_Madrid">il sistema ferroviario di Madrid</a>, la ferita dell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_dell%2711_settembre_2001">11 settembre 2001</a> era ancora molto fresca e la retorica della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Coalizione_multinazionale_in_Iraq">coalizione dei volonterosi</a> contro il terrorismo internazionale correva con facilità sulla bocca dei più. Far passare norme restrittive per le libertà individuali e collettive non incontrava molti ostacoli, in quei mesi. Senza contare che l’Italia si stava preparando ad avere su di sé gli occhi del mondo, all’Olimpiade invernale di Torino. La sola legge Pisanu, per esempio, concedeva in un colpo maggiore discrezionalità agli investigatori e ai servizi segreti (compresa una discreta mole di nuove norme in fatto di identificazione, di verifica dell’identità, di gestione degli arresti e dei fermi), introduceva limiti più severi per la concessione dei permessi di soggiorno nel nostro paese, allentava alcune rigidità delle procedure di espulsione, imponeva controlli più rigidi sulla circolazione degli esplosivi e sulle attività di volo.</p>
<p>Accanto  a ciò, e ci avviciniamo al punto, la legge Pisanu aveva particolarmente a cuore la sicurezza delle comunicazioni telematiche, introducendo limiti molto fiscali alla diffusione indiscriminata dell’accesso a internet: dal luglio 2005, chiunque offra connettività al pubblico deve registrarsi e ottenere licenza in Questura, deve identificare chi utilizza la propria connessione e registrarne puntualmente gli accessi, deve custodire tutti i dati sul traffico generato e deve metterli a disposizione, se richiesto, delle forze dell’ordine e della magistratura. La giustificazione alla severità di queste misure sta nella difficoltà di tracciare le comunicazioni dei terroristi, che sempre più spesso viaggiano in rete e sfuggono alle più tradizionali antenne dei servizi di intelligence. Se metto un posto di blocco passivo a ogni possibile ingresso della rete, dice il legislatore, quando poi mi capita di intercettare una comunicazione sospetta posso risalire in tempi ragionevoli e con ragionevole certezza all’identità di chi l’ha originata.</p>
<h5>Costi e benefici</h5>
<p>Quattro anni dopo è urgente la necessità di soppesare nella pratica i benefici e i costi di questa legge, che nasceva emotivamente urgente ma dichiaratamente temporanea. Non è noto quanti pericolosi terroristi internazionali siano stati così sprovveduti da farsi beccare mentre si scambiavano piani d’attacco contro le capitali del mondo libero tramite posta elettronica o sui presidiatissimi forum dell’estremismo glocale. Di certo c’è solo che questa legge transitoria ha agevolato non poco le indagini della polizia postale sul fronte interno, permettendo l’identificazione di numerosi autori di reati commessi attraverso internet, pedopornografia in testa. Il che è certamente una buona notizia, ma a ben guardare esula dallo scopo grave e urgente che animava l&#8217;eccezionalità del testo del ministro Pisanu. Né risolve il problema di fondo: per trovare i proverbiali aghi non puoi tenere sotto assedio per sempre il pagliaio.</p>
<p>I costi della legge Pisanu, invece, sono altissimi. Questa legge ha assestato un colpo durissimo alle potenzialità di crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a internet: nel momento in cui nel mondo la rete si apre sempre di più al prossimo grazie alle tecnologie wireless e all’utopia mutualistica dei tanti punti di accesso condivisi liberamente da privati, da istituzioni e da locali pubblici, in Italia abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiali, aliene alla sua immediatezza ed efficacia. È come se dopo gli anni ’70 il telefono fosse rimasto alla teleselezione tramite operatrici. Le capitali di mezzo mondo stanno ricostruendo le proprie identità sociali grazie a un prodigioso sistema operativo per le relazioni: noi qui stiamo aspettiamo di sconfiggere ogni strutturale devianza prima di fidarci nuovamente di noi stessi.</p>
<p>Mentre altrove internet si rafforza come diritto riconosciuto all’interazione con l’altro, un’infrastruttura per il progresso sociale ed economico da favorire e da proteggere, per le classi dirigenti italiane – complici leggi miopi o leggi d’emergenza protratte nel tempo, come la Pisanu &#8211; si è trasformato nel luogo comune dell’inutilità, della devianza e del reato diffuso. Non abbiamo sconfitto i nostri fantasmi, in compenso abbiamo perso tempo e opportunità, che oggi costerà molto più caro  recuperare. Abbiamo perso anche diritti, lasciando che oggi in determinate circostanze gli estremi delle nostre navigazioni parlino per noi con un’intimità che mal si concilia con la legislazione sulla privacy di un paese civile. Questa legge ha contribuito a trasformare un paese spaventato dai mantra delle sue stesse leadership in un paese più arretrato, più rinchiuso in se stesso, più complicato, più pessimista di quanto il mondo d’oggi consentirebbe. La legge Pisanu non garantisce di fermare la pazzia di un estremista, in compenso sta contribuendo alla strage quotidiana delle aspettative e delle opportunità di una intera nazione.</p>
<h5>Alzare la voce</h5>
<p>L&#8217;eccezionalità delle richieste d’urgenza presentate nel 2005 dal ministro Beppe Pisanu si spiega in virtù del loro carattere dichiaratamente provvisorio: sarebbero dovute scadere il 31 dicembre 2007. Se non fosse che prima il governo Prodi II (con il milleproroghe del 31 dicembre 2007) e poi il governo Berlusconi IV (col milleproroghe del 18 dicembre 2008) ne hanno garantito fino a oggi la piena efficacia. È inutile recriminare sulle scelte fatte, ma è nostro dovere influire come cittadini su quelle che possono ancora cambiare. La prossima scadenza utile, sulla quale sarebbe opportuno si aprisse questa volta in tempo utile un dibattito sereno e costruttivo, è il 31 dicembre 2009.</p>
<p>Fanno 85 giorni a partire da oggi. 85 giorni in cui chi ha a cuore il futuro della rete in Italia è chiamato a far sentire la propria voce.</p>
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