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	<title>Apogeonline &#187; T-Mobile</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Net neutrality, nuovi venti sulle reti mobili</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 07:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La nicchia degli utenti evoluti di connessioni in mobilità cresce velocemente e il mercato richiede più trasparenza. Ma la vera battaglia tra interessi degli operatori e aspettative dei clienti è appena alle porte]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vodafone comunica politiche per <a href="http://mytech.it/web/2009/09/14/vodafone-limita-voip-e-peer-peer/">limitare</a> VoIP e peer to peer su rete mobile. L’Authority tlc Usa (Fcc) mette nero su bianco <a href="http://punto-informatico.it/2711760/PI/News/fcc-nuovi-principi-neutralita.aspx">i principi</a> per la <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/30/neutralita-della-rete-la-resa-dei-conti">network neutrality</a> e avvia l’iter per trasformarli in legge. Le due notizie, in questi stessi giorni, non sono una coincidenza. Il motivo di fondo è che siamo prossimi al punto di rottura: il dibattito, che finora è proseguito tra addetti ai lavori e solo nelle aule delle authority tlc più lungimiranti, si appresta a trasformarsi in legge. In altre parole, il re è nudo e non può più tornare vestito. Già questa è una piccola vittoria per i consumatori: leggi e operatori non possono più ignorare la questione.<span id="more-931"></span></p>
<p>Le nuove policy Vodafone (che valgono non solo in Italia, ma su tutti gli operatori del gruppo) potrebbero apparire una cattiva notizia, ma, se lette in quest’ottica, rientrano in quel processo di trasparenza e di emersione del problema della neutralità di rete. E quindi sono una buona notizia. Che cosa dice, infatti, Vodafone? Primo, che in alcune ore e circostanze, può limitare il peer to peer. Una cosa che fa già da tempo, ma adesso sente la necessità di metterlo nero su bianco in modo più esplicito. Secondo, dal 20 novembre ci saranno nuove tariffe dati e quelle più economiche non includeranno più il traffico VoIP. Fino a qualche tempo fa un operatore mobile avrebbe potuto fare a meno di comunicare questa novità. Non è un mistero che era consuetudine tra i mobili limitare il VoIP degradandone la qualità; senza bisogno di fare manifeste differenziazioni tariffarie. Del resto, l’odio dei mobili per il VoIP è storia antica: per anni hanno cercato di rallentare la diffusione di cellulari WiFi. Rifiutandosi di distribuirli (come nel caso nel Nokia N97) o chiedendone ai produttori versioni ad hoc senza WiFi (è capitato al Nokia N95 per i canali Vodafone).</p>
<p>Vodafone quindi è stato investita dal vento della trasparenza in tema di gestione della rete. Un vento a cui nessun operatore &#8211; a partire dai maggiori &#8211; d’ora in poi potrà sottrarsi. È cresciuta infatti la consapevolezza del pubblico e delle istituzioni sulla network neutrality. Complice, la maggiore diffusione degli accessi internet su rete mobile e degli smartphone. La frontiera più infuocata del dibattito è appunto la rete mobile, dove gli operatori finora hanno agito senza preoccuparsi della neutralità: perché il pubblico che navigava in mobilità è stato una nicchia, poco rappresentativa e quindi poco tutelata.</p>
<p>Adesso che il mercato sta cambiando, i nodi vengono al pettine e quindi gli operatori sono costretti a prendere posizioni esplicite, laddove prima potevano agire sotto banco con poco scandalo. T-Mobile in Germania a giugno aveva bloccato Skype e poi l’ha riattivato solo a chi pagava un canone extra. Un altro caso che è scoppiato di recente è il bando di Google Voice, pare per un patto tra AT&amp;T e Apple. Per lo stesso motivo, l’iPhone non supporta il VoIP su 3G, con scorno di Skype. Che ora, visto il nuovo vento che spira, <a href="http://punto-informatico.it/2711714/PI/News/skype-ceo-vuole-3g.aspx">trova la forza di protestare</a>. Tra tutte le applicazioni limitate e limitabili su rete mobili, è proprio il caso del VoIP a scoperchiare le strategie degli operatori. Limiti al peer to peer e al video streaming possono essere giustificati con l’esigenza di gestire la banda in modo più equo ed efficiente. Il VoIP invece viene limitato solo a tutela dei ricavi telefonici tradizionali, come la stessa Vodafone ha detto, spiegando le nuove policy.</p>
<p>Il che è utile, perché rivela il senso profondo della questione network neutrality. Non è un dibattito su come gestire o non gestire una rete. Ma è uno scontro di interessi contrapposti e di divergenti modelli di business, innovativi o tradizionalisti. Così si spiega perché <a href="http://openinternet.gov/read-speech.html">nel discorso del presidente di Fcc</a> si legge, per la prima volta, che i principi di neutralità della rete si applicano anche alla rete mobile. È qui che lo scontro tra opposti interessi sarà più furibondo. Proprio qui, quindi, i confini della questione si staglieranno più netti. Far passare la neutralità della rete anche sul mobile diventa, di conseguenza, necessario per vincere l’intera partita. I campi di battaglia principali sono gli Stati Uniti e l’Europa. Negli Usa gioca il fatto che il governo Obama si è dichiarato, fin dalla campagna elettorale, a favore della neutralità della rete. E quindi ora è possibile che il disegno di Fcc vada in porto e si arrivi alla prima legge, al mondo, sulla network neutrality. Adesso c’è una coincidenza tra il lavoro di Fcc e il movimento di opinione (prima isolato) trainato dalle organizzazioni pro-neutralità. Lo dimostra il fatto che i principi enunciati da Fcc siano gli stessi da tempo proposti da NNSquad.org.</p>
<p>In Europa la situazione è più complessa. Per ora si parla di neutralità della rete solo <a href="http://www.t-regs.com/content/view/404/86/">nella bozza del nuovo pacchetto Telecom</a>, che sarà discusso ancora una volta il 28 settembre, nella seduta di conciliazione tra il Parlamento europeo e il Consiglio dei ministri. Ci potrebbe volere un anno per un’eventuale direttiva europea e poi altro tempo perché le Authority nazionali recepiscano l’aspetto della network neutrality. Tutto sommato secondario, nel pacchetto Telecom. Per altro, è un tema su cui la nostra Agcom finora non ha preso posizioni, anche se l’ha citato <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?message=viewdocument&amp;DocID=3239">nell’ultima relazione annuale</a>. Qui ha scritto che ormai il tema deve essere affrontato, non solo per la rete fissa ma anche su quella mobile. Anche Agcom percepisce che non si possa più ignorare. Un buon segno è anche che la bozza del pacchetto Telecom e i principi di Fcc siano nello spirito piuttosto vicini: cercano un equilibrio. Da una parte vietano agli operatori di discriminare il traffico; dall’altra permettono loro di avere politiche di gestione del network al solo scopo di evitare disservizi all’utente. L’utente al centro, quindi; non gli interessi economici degli operatori.</p>
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		<title>La banda larga richiede matrimoni</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 08:25:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per migliorare le prestazioni e contenere i costi, la strada che sta prendendo piede è la condivisione dei network. "One network" anche sulla rete mobile?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una tendenza forte in atto in Europa: quella della condivisione dei network da parte degli operatori mobili. Ci accompagnerà nei prossimi anni, in un crescendo, che intreccerà il proprio destino con quello della rete fissa, che pure è attraversata da analoghe tendenze. L’ultima notizia riguarda, a fine marzo, due pesi massimi delle tlc: Vodafone e Telefonica. Hanno acconsentito di condividere i propri siti, dove ci sono le antenne per il servizio mobile, in Spagna, Germania, Irlanda e Regno Unito (in futuro, in Repubblica Ceca). Significa che uno stesso sito potrà essere usato per i servizi di più operatori.<span id="more-545"></span> Negli ultimi due anni ci sono stati accordi simili, ma mai di questa portata pan europea. Nel Regno Unito ce ne sono stati due. Uno è di O2 (di Telefonica) e Vodafone, che hanno cominciato a condividere i propri siti, con l’obiettivo di ridurli del 25%; l’altro è di 3 UK e T-Mobile. In Spagna l’hanno fatto Orange e Vodafone, ma solo nelle aree rurali. In Italia si sono accordati Vodafone e Tim.  Pionieri sono stati, nel 2001, Tele2 e Telia Sonera in Svezia.</p>
<p>Come notano gli analisti di <a href="http://www.ovum.com">Ovum</a>, c’è una differenza sostanziale tra questi accordi. Quello in Italia e quest’ultimo tra Telefonica e Vodafone sono di semplice “site sharing”, mentre gli altri riguardano anche parte della rete (il Radio access network). La distinzione è tra condivisione di infrastrutture passive e condivisione anche degli elementi attivi della rete. Accordi di questo tipo, finora, sono stati comuni nelle zone periferiche e soprattutto nei Paesi in via di sviluppo &#8211; nota Ovum &#8211; perché lì le prospettive di ricavo sono sempre state ridotte a lumicino; gli operatori hanno bisogno di condividere l’investimento per tenere basse le spese e mirare così al profitto. Questo scenario tende però a estendersi anche nelle aree metropolitane e si vedranno sempre più accordi analoghi, anche di condivisione attiva.</p>
<p>I motivi sono molteplici ma si possono riassumere così: questo sta diventando un business difficile. «I profitti generosi degli anni passati sono un ricordo. I prezzi vanno in picchiata. In più, gli operatori devono adeguare le proprie reti a nuove tendenze: il boom di traffico dati, diretto dal successo delle chiavette modem usb per navigare su rete mobile su computer portatili. E, in prospettiva, dalla crescente popolarità di internet via cellulare grazie a nuovi terminali ottimizzati per il browsing, come quelli Android», spiega Emeka Obiodu, analista di Ovum. Per dare più banda agli utenti e più capacità, servono (anche) nuove antenne. «A tutto si aggiunge il fatto che le reti vanno verso la Long term evolution, che pure richiede siti addizionali», continua.</p>
<p>Le nuove frequenze su cui gli operatori potranno contare presto, come estensione delle attuali, intorno ai 2 GHz, permetteranno sì di offrire altra capacità agli utenti, ma essendo su bande più elevate richiederanno più antenne a parità di copertura. Un problema che solo nel lungo periodo potrà essere alleviato, con la disponibilità di frequenze che derivano dal dividendo digitale (cioè dallo switch off della tv analogica). In ogni caso, gli operatori vanno incontro a una crescita dei propri costi: nuovi siti significano anche nuove reti di backhauling (per collegare le antenne al resto della rete). E sono da fare in fibra ottica, altrimenti sarà impossibile offrire banda larga vera a tanti utenti. Gli operatori, per bilanciare l’aumento dei costi, non possono rincarare i prezzi delle connessioni dati. Anzi, tenderanno a scontarle progressivamente (sebbene a piccoli passi, come già stanno facendo). La sola via d’uscita è ridurre il più possibile i costi, non solo delle infrastrutture passive ma anche della rete in generale, di qui il bisogno di fare sharing anche attivo. Un percorso simile la sta compiendo la rete fissa: verso <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2008/12/one-network-la-proposta-di-aemcom.html">One Network</a>, un’idea che adesso anche le istituzioni europee <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=5911&amp;ID_sezione=38&amp;sezione=News">cominciano a caldeggiare</a>. È ormai <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/06/Telecom-Fastweb.shtml?uuid=09ff502c-40f1-11dd-835d-7e3492cb3def&amp;DocRulesView=Libero&amp;fromSearch">noto</a> l’accordo che hanno fatto, sulla rete fissa, Fastweb e Telecom per condividere le infrastrutture passive (i cavidotti) dove posare la fibra. Il tutto, a conferma che ormai le distinzioni tra rete mobile e rete fissa sono solo teoriche e la convergenza tra le due è realtà.</p>
<p>È un passaggio epocale, che richiede un cambio di mentalità, di regole e di dinamiche di business. Gli operatori (se non tutti, la maggior parte) dovranno rinunciare a un’idea che ha accompagnato il passato e il presente delle telecomunicazioni: quella della proprietà esclusiva della rete. Ha fatto per loro come da rassicurante coperta di Linus. Ma dovranno fare di necessità virtù, perché gli elevati costi delle reti di nuova generazione, fisse e mobili, richiedono il salto di prospettiva. La regolamentazione sulle nuove reti in fibra prevede infatti <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/12/16/i-nodi-della-nuova-rete-veloce">molte forme di accesso condiviso</a> alla rete Telecom (non solo ai cavidotti, ma anche alla fibra passiva). Il quadro regolamentare è incompleto, però. Servono incentivi per chi condivide le reti di nuova generazione (è una delle ipotesi al vaglio in Europa). E vanno eliminati alcuni paletti, nella normativa attuale, che invece remano contro la condivisione. Nella rete fissa, non è stato alleggerito abbastanza il pacchetto di autorizzazioni e dazi che gli operatori devono presentare alla pubblica amministrazione, quando posano cavi. Sono anacronistiche, venendo da un’epoca in cui i servizi tlc avevano margini di profitto più elevati e in cui era ancora distante la necessità di creare reti banda larga di nuova generazione in fibra ottica.</p>
<p>Nella rete mobile, pesa una clausola del decreto Gasparri del 2002, detto salva-antenne: ha stabilito un limite di emissione elettromagnetica di 6 volt al metro (uno dei più bassi al mondo). È molto difficile per gli operatori rispettare quel tetto in caso di siti condivisi (ci sono più antenne concentrate). È uno dei motivi per cui l’accordo Vodafone-Tim va a rilento: hanno condiviso 4.000 siti, sul totale di 46.000, e miravano a 9.800 in sei anni. Ad oggi il totale dei siti costa 1,2 miliardi di euro l’anno agli operatori. Con i limiti attuali, sarà possibile ridurli del 22%. Gli operatori ora premono per portare il tetto di emissioni a 12 volt e così ridurli di un altro 20% e risparmiare tra i 70 e i 150 milioni l’anno.</p>
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