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	<title>Apogeonline &#187; Stefano Quintarelli</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>I nostri like della settimana (8/2011)</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Feb 2011 07:20:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Apogeonline</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Festival di Sanremo]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli articoli che ci sarebbe piaciuto pubblicare e le segnalazioni meritevoli di visibilità. Questa settimana: le riflessioni di Castells su quanta rete ci sia dietro le sollevazioni popolari di queste settimane, le discussioni sulla neutralità, la socializzazione del Festival di Sanremo, il primato del contenuto sul Seo, l'interfaccia di Firefox 5]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ul>
<li><a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&amp;ID_articolo=1135&amp;ID_sezione=3&amp;sezione=">Internet necessaria, ma non sufficiente</a>. Manuel Castells, intervistato da Jordi Rovira per la Open University of Catalonia, analizza il rapporto tra la rete e le sollevazioni popolari che stanno interessando il Nord Africa.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://eraclito.telecomitaliahub.it/2011/02/neutrali-come-la-svizzera/">Neutrali come la Svizzera</a>. Dopo l&#8217;annuncio sul P2P di Telecom Italia, Massimo Mantellini e Stefano Quintarelli dialogano sulla neutralità della rete.<span id="more-5067"></span></li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://blog.nicolamattina.it/2011/02/neutralita-della-rete-e-liberta/">Neutralità non è un concetto poi così vago</a>. Nicola Mattina riprende le posizioni di Mantellini e Quintarelli sulla neutralità della rete, discutendo i dettagli più significativi.</li>
</ul>
<ul>
<li> <a href="http://www.minimarketing.it/2011/02/ci-voleva-sanremo-per-vedere-gli-italiani-su-twitter.html">Ci voleva #Sanremo per vedere gli italiani su Twitter</a>.  Se un hashtag racconta qualcosa, allora durante il festival nella rete  italiana qualcosa è successo, e Gianluca Diegoli prova a spiegarlo.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://mestierediscrivere.splinder.com/post/24182261/seo-odi-et-amo">Il Seo, un po&#8217; lo amo e un po&#8217; lo odio</a>. Luisa Carrada analizza il suo rapporto con le strategie per il posizionamento dei contenuti nei motori di ricerca, enfatizzando il primato della qualità del testo.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://www.webnews.it/gallerie/firefox-5-le-prime-immagini/">Le prime immagini dell&#8217;interfaccia di Firefox 5</a>. Le immagini delle prime prove di interfaccia lanciate in rete da Alex Faaborg, membro del team di sviluppo User Experience.</li>
</ul>
<p><br style="clear: both;" /><br />
<em><strong>A proposito di questa rubrica: </strong>la selezione di link della redazione di Apogeonline viene distillata giorno per giorno nella sezione </em>Idee in Rete<em> (in cima alla colonna centrale del sito), è dotata di un <a href="http://feeds.delicious.com/v2/rss/apogeonline">feed</a>, ha il suo repertorio su <a href="http://www.delicious.com/apogeonline">Delicious</a>, può essere consultata anche su <a href="http://www.facebook.com/apogeonline">Facebook</a> e <a href="http://twitter.com/apogeonline">Twitter</a>.  Questa è la sintesi dell&#8217;intera settimana, per tenere una traccia  strutturata di quanto ha colpito la nostra attenzione nei sette giorni  precedenti. Se pensi che potrebbe esserci sfuggito qualche contenuto  rilevante, contattaci via <a href="mailto:webzine%28AT%29apogeonline.com">email</a>, <a href="http://www.facebook.com/apogeonline">sulla nostra pagina Facebook</a> o <a href="http://twitter.com/apogeonline">via Twitter</a>.</em> <em>L&#8217;immagine in apertura è tratta da un prototipo di <a href="http://www.wearenation.co.uk/">Nation</a>.</em></p>
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		<title>Ngn, dove arriveremo con la &#8220;società veicolo&#8221;?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/11/12/ngn-dove-arriveremo-con-la-societa-veicolo</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 07:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal tavolo del ministro Romani arriva il primo accordo formale tra gli operatori telefonici per la costruzione della rete di nuova generazione. Ma basta andare un po' a fondo nell'annuncio per smorzare quasi tutti gli entusiasmi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Al di là della retorica degli annunci, che cosa ha partorito il 10 novembre il tavolo Romani, riguardo alla ormai già leggendaria “società veicolo” <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/tag/next-generation-network">per l’Ngn italiana</a>? Ben poca cosa, rispetto alle premesse. Per cominciare l’opera di disillusione, vi propongo un esperimento. <a href="http://www.google.it/search?q=accordo+tecnico+infrastrutture+passive&amp;hl=it">Una ricerca su Google</a>. Come parole chiave, il succo della novità: un accordo di (futura, beninteso) condivisione delle infrastrutture passive, cioè scavi, cavidotti con eventuale fibra spenta, canaline verticali nei palazzi. Roba molto tecnica, come vedete. Ebbene, il risultato della ricerca dà indifferentemente notizie sull’accordo recente e di due mesi fa. Com’è possibile? Semplice: l’ultimo annuncio è in fondo solo una formalizzazione in bella copia di un accordo già raggiunto a settembre, piuttosto pacifico perché appunto piuttosto tecnico.<span id="more-4217"></span></p>
<h5>Realismo</h5>
<p>Le parole di Corrado Calabrò, presidente Agcom, sono rivelatrici: «Mettere insieme gli operatori ci incoraggia ad andare avanti e spero ora che le aziende non perdano il passo nei successivi passaggi, perché oggi è stato trovato l&#8217;accordo sul punto più facile, ma i nodi devono ancora venire nei prossimi impegni». «Non basta sottoscrivere accordi, ma bisogna poi condividerli compiutamente», aggiunge. Suona un po’ pessimista o per meglio dire realista: il punto più facile è assodato, ma si sapeva già da tempo; adesso affrontiamo i veri nodi. E i veri nodi sono ancora là, ben attorcigliati: la questione economica, chi investirà dove, la governance della società. La situazione forse è, paradossalmente, più complessa alla luce di quest’annuncio.</p>
<p>Già, sembra un paradosso se si pensa che questo è il primo accordo formale tra gli operatori telefonici (tanti: Telecom Italia, Wind, Fastweb, Vodafone, BT Italia, Tiscali, 3 Italia) per partecipare a una nuova rete. Tuttavia, non è l’annuncio della nascita di una società, ma solo un <em>memorandum of understanding</em>, un protocollo d’intesa per farne una. «Quando si è pronti per fare una società la si fa. Si firmano i contratti. Non si fa un memorandum of understanding», commenta Stefano Quintarelli, tra i massimi esperti del settore. In altre parole, la situazione si rivela più complessa della vigilia perché se gli operatori fanno un annuncio in questa forma preliminare e tecnica significa che in mano non avevano carte migliori nel breve periodo. Altrimenti avrebbero aspettato per annunciare la società fatta e compiuta. Ma forse ha pesato anche il calcolo politico di comunicare un risultato del Tavolo Romani prima di una possibile caduta di governo.</p>
<h5>Addio società completa</h5>
<p>Non solo. L’annuncio ci dice altre due cose, in negativo. Tramonta il sogno di <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/05/17/dalla-palude-al-caos-parte-la-corsa-alle-ngn">una società della rete completa</a>, comune tra gli operatori negli elementi tecnici attivi e passivi, e diffusa sul territorio. Ha prevalso la posizione di Telecom, che ha sempre detto di voler fare accordi solo nelle zone a fallimento di mercato. Del resto era una conclusione inevitabile. L’ex monopolista ha il coltello, cioè la rete telefonica nazionale, dalla parte del manico e l’Italia non ha né le norme né la forza economica per espropriarla. Chi ha la rete detta legge. Così è avvenuto.</p>
<p>La società futura, quindi, se mai vedrà la luce, interverrà solo nelle zone dove gli operatori non vogliono andare (perché poco remunerativo) e avrà una governance da definire con un altro (ennesimo) tavolo tecnico di 90 giorni. Difficile immaginare qualcosa di più nebuloso. Significa dire che non si sanno gli aspetti fondamentali. Chi guiderà gli investimenti, dove saranno fatti. Non si è fatto un solo passo avanti su questi temi e non ci sono elementi per dire che finalmente gli eterni litiganti si metteranno d’accordo. «A me sembra un annuncio di basso profilo. L’Ngn del digital divide. Un po’ come mettere l’Adsl nei posti sfortunati», dice Franco Morganti, presidente di ITMedia Consulting e una figura storica delle tlc italiane. «No, io insisto: all’Italia serve una società della rete vera e propria».</p>
<h5>Telecom rallenta</h5>
<p>Il problema è che non ci sarà, dal momento che Telecom non vuole e la politica non ha strumenti né la forza di farle cambiare idea. Si dirà: in nessun Paese europeo, nemmeno nella Francia dove l’Ngn va <a href="http://www.fiercetelecom.com/story/frances-ftth-connections-14-5-percent/2010-09-09">con il vento in poppa</a>, c’è stata una società della rete nazionale. Le sole sinergie trovate, lì e in altri Paesi, è con le pubbliche amministrazioni locali. Un po’ come avverrà forse con il progetto <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/05/11/Policy/NGN_Open_Workshop_Regione_Lombardia_Raffaele_Tiscar_FTTH_Raffaele_Barberio.html">della Regione Lombardia</a>. Il punto però che in Italia questo non basta, per via del pesante debito di Telecom, che ne rallenta i piani, e per l’assenza della concorrenza di una rete in cavo coassiale. La società della rete sarebbe servita per uscire dall’impasse che ci sta facendo perdere posizioni <a href="http://saperi.forumpa.it/story/50995/l-europa-dell-est-domina-nella-fibra-ottica">nella banda larga a 100 Megabit</a>.</p>
<p>Si apre un punto di domanda adesso anche sul futuro di Fibra per l’Italia &#8211; l’<a href="http://www.key4biz.it/News/2010/05/25/Net_economy/paolo_romani_expo_2015_fastweb_vodafone_wind_agcom_corrado_calabro.html">accordo di una società della rete comune</a> tra Tiscali, Wind, Fastweb, Vodafone<a href="http://www.key4biz.it/News/2010/05/25/Net_economy/paolo_romani_expo_2015_fastweb_vodafone_wind_agcom_corrado_calabro.html"></a>. In quel piano era caldeggiato fin dall’inizio, e a gran voce, l’ingresso di Telecom Italia. Senza la quale il progetto <a href="http://it.finance.yahoo.com/notizie/banda-larga-gubitosi-wind-non-ha-senso-progetto-senza-telecom-asca-6d77785d1a02.html">potrebbe non avere senso</a>. Ebbene, Telecom non ci sarà. Mettendo in fila tutti questi indizi, bisogna riconoscere che è ancora grosso un rischio: che l’Italia si ritrovi solo con l’Ngn di Telecom Italia (a parte le storiche sette città di Fastweb), con i suoi tempi e modi. Pochino per gareggiare, alla pari con gli altri, nello scenario futuro delle reti ultra veloci.</p>
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		<title>Le prospettive del WiFi in Italia dopo la Pisanu</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2010 07:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mettiamo anche che, se il Governo regge, nei prossimi giorni venga finalmente superata la famigerata legge Pisanu che tiene sotto chiave le connessioni wireless in contesti pubblici, che cosa cambia davvero? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa farà mai il WiFi, uscito dal carcere italiano dopo cinque anni, in giro per la città, finalmente libero e bello? In altre parole, quale impatto avrà la nuova vita del WiFi, sullo sviluppo di internet in Italia, e quali sono i nodi principali da sciogliere? La risposta a questa domanda coincide con i motivi che hanno giustificato una lunga battaglia, mediatica e politica, che in questi giorni ha raggiunto il picco. <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/10/27/news/wi-fi_maroni_nuova_legge_per_superare_decreto_pisanu-8487229/?ref=HREC1-4">Questa settimana</a> il ministro dell’Interno Roberto Maroni porterà al Consiglio dei Ministri la sua proposta per riformare le norme che, nella legge Pisanu, hanno posto limiti eccessivi allo sviluppo del WiFi in Italia. Limiti &#8211; ricordiamolo- che non hanno pari nel resto del mondo democratico.<span id="more-4137"></span></p>
<h5>Ostacolo politico</h5>
<p>Il passo del ministro è una svolta perché questi era il principale (se non il solo) ostacolo politico a cambiare la Pisanu. Anche Renato Brunetta e Paolo Romani erano più intenzionati di Maroni a cambiare le cose. Maroni però è stato convinto dai suoi consiglieri che il Pisanu è ancora utile alla sicurezza, contro il «terrorismo, la pedofilia online, la criminalità organizzata», come ha detto alla Camera. Ma davvero mafiosi, terroristi e pedofili aspettano di andare al WiFi del bar sotto casa per organizzare i propri intenti criminosi? Gli Stati Uniti, la Spagna e il Regno Unito, che di attentati se ne intendono, la pensano in altro modo, come si può giudicare dalle loro norme.</p>
<p>Così, il ministro spinge verso un compromesso, tra l’attuale Pisanu e la totale abrogazione dell’articolo 7, <a href="http://daily.wired.it/aconfronto/wi-fi-libero-cassinelli-contro-gentiloni.html">richiesta da politici di vari schieramenti</a>. Beninteso: il compromesso, tra sicurezza e libertà, potrebbe non essere sufficiente a cambiare le cose. Se si limitasse ad autorizzare ufficialmente l’autenticazione via Sim, per esempio, non faremmo un passo avanti. Almeno bisognerebbe seguire la <a href="http://www.apogeonline.com/filirossi/leggi-internet#cassinelli3">proposta Cassinelli</a>, che vorrebbe limitare l’autenticazione solo ad alcuni casi.</p>
<h5>Non risolve</h5>
<p>Premessa necessaria: siamo a un passo dal cambiare le norme WiFi, ma meglio non eccedere con l’ottimismo. Ciò detto, secondo alcuni la liberazione del WiFi avrebbe un impatto limitato comunque, sul nostro mercato. Si sostiene che da noi internet nei luoghi pubblici è poco diffusa non tanto per la Pisanu quanto per la scarsa alfabetizzazione informatica di utenti e di esercenti. I primi peccano per scarso numero di pc: solo il 40% di italiani ha un laptop e il 6% ha un netbook, contro il 50% e il 6% della media europea EU-7 (dati Forrester Research, al secondo trimestre 2010). I laptop e i netbook sarebbero appunto gli strumenti deputati per navigare in WiFi da luoghi pubblici.</p>
<p>Quest’obiezione non tiene conto della rivoluzione smartphone, che è molto forte in Italia. A gennaio 2010, secondo Forrester, ci sono state 4,09 milioni di connessioni in mobilità (smartphone e computer), in Italia. Solo il Regno Unito ha fatto meglio, di poco (4,10). È ovvio che se questi utenti potessero connettersi gratis a una rete più veloce, WiFi, la preferirebbero a quella Umts. Un quarto dei cellulari venduti nel 2012 <a href="https://instat.com/press.asp?ID=2763&amp;sku=IN0904627WS">avrà il WiFi</a>. Le potenzialità ci sono, quindi. Gli esercenti sono poco propensi a installare il WiFi? Chi afferma questo fa notare che già ora è possibile dotare il proprio negozio, bar, pizzeria di un access point WiFi chiavi in mano adempiente alle norme Pisanu affidandosi ai servizi di aziende come Guglielmo o Trampoline. Ad esempio, con Guglielmo: in un canone di alcune decine di euro al mese, comprende l’hotspot, la piattaforma tecnica e gli Sms di identificazione. Il prezzo dipende dall’operatore banda larga scelto dall’esercente. Se questi non vuole pagare canoni, può iscrivere l’hotspot alla rete WiFi gratuita di Guglielmo; in questo caso il solo svantaggio è che per accedervi i clienti devono avere un account speciale. Possono ottenerlo dal proprio Comune (se è tra quelli che ha fatto accordi con Guglielmo) oppure acquistarlo al prezzo di sette euro l’anno da questa stessa azienda.</p>
<h5>Barriere</h5>
<p>Come si vede però anche in questo modo, a causa della Pisanu, c’è una barriera per l’esercente: deve per prima cosa sapere di Guglielmo o di aziende simili; poi pagare un costo extra per affidargli il proprio WiFi. A meno che l’esercente non sia molto motivato, a questo punto può rinunciare. La normativa non rende impossibile offrire WiFi in un bar, ma certo lo scoraggia. Quella barriera chiamata Pisanu può essere &#8211; soprattutto in questa fase di boom degli smartphone e dei tablet &#8211; il fattore che frena le potenzialità italiane nella diffusione  di internet nei luoghi pubblici. Il fattore che impedisce un circolo virtuoso. Mettere il WiFi nei luoghi pubblici infatti significa portare internet tra la gente. Farla conoscere anche agli utenti che finora hanno evitato di accedervi. L’esempio di chi si connette a internet in un bar o da una panchina può essere contagioso: se a vista c’è chi verifica così le condizioni meteo e del traffico, altri capiranno l’utilità di internet, che finora hanno snobbato.</p>
<p>Ci sono anche altre considerazioni. «Abolire l’articolo 7 darebbe una spinta alle applicazioni WiFi connesse al turismo. Che consentano di studiare itinerari e forniscono informazioni sul luogo: il turista seleziona il mezzo di trasporto, tempo disponibile, e riceve una guida», spiega Giovanni Guerri, general manager di Guglielmo. Già, WiFi pubblico non è solo puro e semplice accesso internet. Il problema è che «i sistemi di autenticazione via cellulare hanno problemi con sim straniere», continua. È un motivo in più per chiedere una riforma profonda delle norme WiFi italiane e non solo in superficie. Infine, <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2010/10/la-pisanu-stanca-%C3%A8-ancora-con-noi-il-consiglio-dei-ministri-non-ha-deciso-nulla-al-riguardo.html">ha ragione Quintarelli</a> a ricordare che cambiare la Pisanu impatterebbe molto solo sugli esercizi commerciali. Nei luoghi aperti al pubblico (strade, piazze, panchine), offrire il WiFi è un lavoro da provider, sottoposti a numerosi obblighi di legge, alcuni dei quali tipicamente italiani. Se gli esercenti volessero estendere il proprio WiFi a un quartiere, all’esterno dei negozi, come avvenuto a Madrid con Fon, da noi non potrebbero farlo direttamente. Ma di questi limiti ci occuperemo dopo aver archiviato la pratica Pisanu.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Senza sinergia le reti stentano a crescere</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/10/13/senza-sinergia-le-reti-stentano-a-crescere</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Oct 2010 07:30:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vodafone movimenta il settore con il suo piano per portare rete in mille comuni in digital divide, ma per il resto il problema è sempre lo stesso: manca una visione di sistema e gli sforzi dei singoli non risolvono il problema strutturale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa hanno in comune la lotta al digital divide e lo sforzo verso una rete di nuova generazione? L’incapacità dell’Italia di fare sistema. Da questo scoglio deriva l’eterno carosello che abbiamo visto negli ultimi anni e ora di nuovo riproposto, con notizie dei giorni scorsi: da una parte, il governo che continua a temporeggiare e non stanzia fondi; dall’altra, gli operatori che proseguono ognuno (o quasi) per conto proprio con iniziative e coperture.<span id="more-3988"></span></p>
<h5>I mille comuni di Vodafone</h5>
<p>Consideriamo qui soprattutto un grande dimenticato: il digital divide. Circa 1.800 comuni e il 12% della popolazione italiana non possono navigare nemmeno a 2 Megabit al secondo con Adsl. La quota percentuale reale è forse anche più alta (secondo Between è pari al 15%, se calcoliamo solo quelli che effettivamente raggiungono i 2 Megabit quando si connettono). Comunque, l’ultima notizia che ha cambiato le carte sul tavolo da gioco è venuta non dal governo ma da un operatore, nei giorni scorsi: il <a href="http://1000comuni.vodafone.it/">piano mille comuni</a> di Vodafone. In breve: un investimento da un miliardo di euro per coprire mille comuni entro il 2013 tramite banda larga mobile Hspa (standard 14.4 Megabit).</p>
<p>La promessa è una velocità media per utente di almeno 2 Megabit. Spesso nelle zone del digital divide le pareti sono più spesse, a danno delle prestazioni di banda larga mobile; d’altro canto, anche i doppini di rame sono più lunghi, il che rende l’Adsl difficile o impossibile anche se si facesse arrivare la fibra ottica fino alla centrale. Di per sé la mossa di Vodafone è una buona notizia e, tra l’altro, la dice lunga su come cambi il concetto di digital divide con il passare degli anni. «Se l’operatore investe lì significa che quelle zone non sono più a fallimento di mercato», spiega Stefano Quintarelli, tra i massimi esperti di tlc in Europa. I costi della tecnologia si riducono: Vodafone sfrutta per quel piano nuovi apparati Huawei- e così cambia la soglia di redditività di un investimento.</p>
<h5>Reazioni sorprese</h5>
<p>Che quello di Vodafone sia stato un annuncio sorprendente lo confermano anche le polemiche che sono seguite. Stefano Mannoni, consigliere di Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) ha detto che questo piano non deve essere «argomento per rivendicare tariffe di terminazione più alte» (secondo Mannoni, quindi, Vodafone promette copertura nel digital divide per ottenere in cambio regole più favorevoli sul mercato cellulare). Telecom Italia ha ribattuto che <a href="http://www.webnews.it/2010/10/08/bernabe-a-vodafone-noi-investiamo-di-piu/">non sarà da meno</a> rispetto a Vodafone<a href="http://www.webnews.it/2010/10/08/bernabe-a-vodafone-noi-investiamo-di-piu/"></a>. Ha un piano a 27 mesi,  il cui impatto nel digital divide deve essere però ancora dettagliato.</p>
<p>C’è da chiedersi infine quale conseguenza avrà il piano Vodafone sugli investimenti pubblici, dal momento che riduce le aree effettivamente a “fallimento di mercato”. Le norme comunitarie consentono infatti finanziamenti pubblici solo in quelle zone. In realtà, la popolazione in digital divide è già inferiore a quello che dicono le statistiche basate sull’Adsl. L’Hiperlan e, in misura minore, il WiMax coprono già migliaia di comuni (<a href="http://www.ngi.it/eolo/">3.136 quelli di Eolo</a>, uno dei pochi operatori a dichiarare questo dato). Già questo aspetto conferma che l’Italia non fa sistema: basterebbe poco, al ministero dello Sviluppo Economico o alle associazioni provider, fare un censimento delle zone raggiunte da Hiperlan e Wimax.</p>
<p>Il vantaggio sarebbe duplice: si scoprirebbero i comuni che davvero richiedono l’intervento dello Stato o di privati operatori; gli utenti sarebbero meglio informati sulle offerte disponibili. In questa nebbia di informazioni, sono certo tanti gli utenti che credono di essere in digital divide mentre sono raggiunti da un operatore wireless. E si noti che le offerte Hiperlan e Wimax sarebbero sì vere e proprie alternative paritarie all’Adsl, a differenza della banda larga degli operatori mobili: <a href="http://www.oneadsl.it/06/07/2009/umts-vs-wimax-il-confronto-di-altroconsumo">hanno più banda reale</a> e sono flat-rate. Il paradosso è acuito dal fatto che la mano destra non sa quello che fa la sinistra: alcune delle prime coperture Hiperlan sono state fatte con fondi pubblici di Regioni o Province (in Toscana, per esempio).</p>
<h5>Il piano Romani</h5>
<p>Non c’è azione di sistema, infine, perché mancano ancora all’appello gli 800 milioni del <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/04/06/la-banda-lenta-aspetta-gli-investimenti-promessi">piano Romani da 1,47 miliardi</a>. Infratel continua a portare la fibra nei pozzetti comunali (vicino alle centrali telefoniche), con i 383 milioni di euro che le restano in pancia. I quali dureranno fino al 2013 e permetteranno di dimezzare il digital divide (al 6% della popolazione). Peccato che il piano Romani prevedeva di portarlo allo 0,5% entro il 2012; ma per quest’obiettivo servono anche gli 800 milioni, appunto. Ci si dimentica spesso che dal governo è attesa un’altra azione contro il digital divide: bandire l’asta per assegnare alla banda larga <a href="http://mytech.it/web/2010/07/21/nuove-frequenze-alla-banda-larga-mobile-nuove-sper/">le frequenze del dividendo digitale</a>, ora controllate dalla tivù. Consentirebbero di coprire un territorio più vasto con tecnologie Hspa e Lte (fino a 100 Megabit) e di aumentare la banda reale disponibile agli utenti.</p>
<p>Sulla rete di nuova generazione (Ngn), l’incapacità di fare sistema è lampante, come abbiamo ribadito <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/27/ngn-a-100-megabit-un-miraggio-ancora-lontano">di recente</a>. Le ultime notizie confermano le previsioni, purtroppo: Corrado Calabrò, presidente di Agcom al convegno <em>Giochiamoci il futuro</em> organizzato da Between ha detto che la “società della rete” non ha al momento i presupposti per partire. Era l’idea di costruire l’Ngn tramite una società partecipata dai principali operatori e da Cassa depositi e prestiti. Le posizioni di Telecom, da una parte, e di Fastweb, Wind, Vodafone e Tiscali sono al momento inconciliabili, sul come e dove investire assieme.</p>
<p>Il problema di fondo è che, senza sinergie, l’Ngn rischia di essere fattibile solo sul 50% degli italiani (come <a href="http://www.sostariffe.it/news/2010/06/12/telecom-italia-ngn-nel-2018-senza-laiuto-di-nessuno/">previsto</a> da Telecom entro il 2018, con il suo piano). Le sinergie riducono infatti i costi di creazione dell’Ngn, aumentano gli attori disposti a investire ed eliminano alcune variabili che ne possono minare la redditività (per esempio, la concorrenza tra rame di Telecom e fibra ottica di altri operatori). L’incognita dei prossimi mesi sarà quindi se gli attori si riusciranno a mettere d’accordo, e in che modo (con o senza società della rete). Per il bene della banda larga futura, che gli utenti e le imprese vorrebbero più veloce e più estesa.</p>
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		<title>Ngn a 100 Megabit, un miraggio ancora lontano</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/27/ngn-a-100-megabit-un-miraggio-ancora-lontano</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Sep 2010 07:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Telecom Italia intende lanciare l'offerta su rete di nuova generazione in sei città entro l'anno, Fastweb non pianifica nuovi investimenti oltre a quelli storici, ci vorrà un decennio per arrivare alla metà della popolazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci vorranno circa dieci anni perché la rete di nuova generazione con 100 megabit nelle case  arrivi ad almeno il 50% degli italiani e i servizi saranno forniti &#8211; se tutto va bene &#8211; da una piccola manciata di operatori. Se va male, ci saranno solo Telecom Italia e Fastweb. Dimentichiamoci coperture estese e le grandi guerre di concorrenza che abbiamo conosciuto per l’Adsl. È questo il risultato futuro ad oggi più probabile, se si mettono in fila gli indizi sparsi tra le notizie. Al momento c’è solo Fastweb a dare i 100 Megabit, da inizi settembre, e  in due milioni di unità abitative: quelle raggiunte dalla storica rete  in fibra ottica dell’operatore, che dal 2002 non cabla ulteriori  palazzi. Su questo aspetto l’Italia vive di rendita. Fastweb ha detto  che con le proprie forze non aumenterà più la copertura. Per andare oltre, servono altri progetti, con forze comuni.<span id="more-3803"></span></p>
<h5>Ngn avanti piano</h5>
<p>A proposito, siamo usciti dall’<a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/09/banda-larga-in-italia-fa-rima-ancora-con-impasse">impasse</a> della Next Generation Network? Qualcosa si è mosso, ma è ancora presto per cantare vittoria: Telecom infatti ha accelerato il piano e ora dice che è pronta a lanciare l’offerta Ngn su sei città <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2010-09-23/telecom-reti-hitech-megabit-091328.shtml?uuid=AYb7qhSC">entro fine 2010</a>. Ovviamente coperte in parte (circa il 7% delle loro case). Altre ne seguiranno nel 2011 e poi fino al 2018, quando saranno 138, pari al 50% della popolazione. <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2010/09/bernab%C3%A8-annuncia-la-fibra-in-6-citt%C3%A0-entro-fine-anno.html">Come nota Stefano Quintarelli</a> siamo ancora nel regno degli annunci e Telecom finora ne ha fatti tanti, sull’Ngn, poi sempre smentiti dai fatti (nel 2002, nel 2006, nel 2007). E ricordiamo che il resto del mondo in questi anni si è messo avanti, sull’Italia, con le offerte 100 megabit: si diffondono negli Usa, Francia, Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Germania, Scandinavia.</p>
<p>I problemi che ci stanno ritardando sono due, gli stessi da molti mesi: irrisolti e anzi forse acutizzatisi di recente. Primo: ancora i soggetti che dovrebbero fare l’Ngn italiana non si sono messi d’accordo su procedure e regole (ci provano da sei mesi con tavoli presso l’Autorità garante delle comunicazioni e il ministero dello Sviluppo economico). Secondo problema: non è chiaro se e perché bisognerebbe investire in Ngn in Italia. Si dirà che questo secondo aspetto è dubbio un po’ ovunque, in Occidente. Sì, ma altrove gli operatori hanno spinto lo stesso sulle nuove reti, perché c’è una concorrenza storica (assente in Italia) tra rame e cavo coassiale. A ben vedere, quei due problemi hanno un fondo comune, da noi: Telecom Italia. Che ha scarsi interessi a trovare accordi e ad accelerare gli investimenti sulle nuove reti.</p>
<h5>Disincentivi</h5>
<p>Bernabé l’ha detto chiaro e tondo: sull’Ngn può andare avanti <a href="http://www.tomshw.it/cont/news/telecom-italia-minaccia-di-fare-da-sola-la-ngn/27105/1.html">(anche) da sola</a>. Telecom finora ha rifiutato la proposta di Fastweb-Vodafone-Tiscali-Wind di partecipare al progetto <a href="http://www.tomshw.it/cont/news/tiscali-dice-si-a-fibra-per-l-italia-manca-solo-telecom/25584/1.html">Fibra per l’Italia</a> con investimenti comuni. In fin dei conti la situazione va bene così, all’ex monopolista. Come spiega lo stesso responsabile della rete, nella <a href="http://www.telecomitalia.it/content/dam/telecomitalia/en/archive/documents/investors/Presentations/Investor_Relations/2010/4_OC_13apr.pdf">presentazione 2009</a> (slide numero 6), la rete in rame ha ancora valore, anche a causa di una lunghezza dei doppini inferiori rispetto ad altri Paesi. Disincentivano l’Ngn da una parte l’incertezza dei benefici (in termini di profitti, risparmi e richiesta del mercato) e dall’altra l’attesa rivalutazione della rete in rame grazie alla crescita dei prezzi all’ingrosso.</p>
<p>Quest’ultima poi infatti è avvenuta, con scorno dei concorrenti, che appunto sostengono ora che Telecom <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/index.php?section=news&amp;idNotizia=79501">è meno motivata</a> a costruire una Ngn. Gli ultimi dati di bilancio sembrano dare ragione <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/01/gli-operatori-si-allineano-e-il-mercato-si-appiattisce">a questa strategia attendista</a> di Telecom. Se poi faccia comodo o no al progresso dell’Italia, questo è un altro discorso. Al di là degli annunci, insomma, lo stato dei fatti sembra peggiorare, per il futuro della banda larga italiana. Si accumulano all’orizzonte nubi che tramano contro la possibilità di massicci investimenti nella nuova rete. Si vedrà se poi il gioco della politica, <a href="http://www.nannimagazine.it/stampa_articolo.php?idNews=5276">al tavolo di Romani</a>, riuscirà comunque a convincere Telecom a fare squadra con gli altri (a fronte di chissà quale contropartita). Al momento, i fattori visibili sono sfavorevoli ai grandi slanci verso il futuro.</p>
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		<title>Google-Verizon, perché la proposta fa discutere</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/16/google-verizon-perche-la-proposta-fa-discutere</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 06:26:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un progetto innovativo che rompe l'impasse del dibattito sulla neutralità delle reti o un disegno ambizioso per mettere le mani sulla rete del prossimo decennio, che passerà in gran parte per i dispositivi mobili? Dopo la proposta del motore di ricerca e del provider, il dibattito è sempre più acceso]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Adesso si può davvero pensare a internet come a un treno diretto a tutta velocità verso una destinazione ignota. Anche la principale azienda del web, Google, ha pensato infatti che fosse il momento di escogitare nuove regole e così venire incontro alle richieste degli operatori (poco o tanto, si vedrà). L’ormai nota vicenda della <a href="http://googleitalia.blogspot.com/2010/08/una-proposta-congiunta-per-una-rete.html">proposta Google-Verizon</a> al Congresso e all’Federal Communication Commission è una svolta soprattutto per questo motivo. Il primo ponte gettato tra due fazioni (fornitori di contenuti, operatori) fino a ieri opposte.<span id="more-3425"></span></p>
<h5>Un passo importante</h5>
<p>Arriva dopo circa quattro anni di dibattiti sulla <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/tag/net-neutrality">neutralità della rete</a>, quasi soltanto americani (come se il futuro di internet e, più in generale, delle reti intelligenti di comunicazione non riguardasse anche noi). Dibattiti che si erano fermati in un impasse, a causa delle divergenze di opinioni. A maggior ragione, questa proposta è un passo importante, quindi. Adesso il treno potrebbe accelerare di colpo, a meno che la Fcc non decida di mettere un nuovo blocco sui binari, respingendo la proposta al mittente. Se facesse così, però, rischierebbe di cronicizzare l’impasse. Insomma, una situazione difficile, soprattutto perché questa proposta appare problematica alla maggior parte degli esperti e a tutte le aziende concorrenti di Google. Applausi solo da alcuni operatori tlc, quelli maggiori per altro (AT&amp;T negli Usa, da noi Telecom Italia e Vodafone). Un quadro aggiornato sulle proteste è sul blog di <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2010/08/miti-e-fatti-dal-blog-di-google-sulla-viecnda-gogleverizon.html#comments">Stefano Quintarelli</a>.</p>
<p>Due le voci autorevoli a favore della proposta: Maurizio Dècina (ordinario del politecnico di Milano e tra i massimi esperti di reti in Italia) e Jan Dawson (analista di Ovum). L’apprezzano per motivi di “realpolitik”, tecnici, diplomatici e/o economici: Dawson fa notare che la proposta potrebbe essere il solo modo per uscire dall’impasse e che Google ha fatto meno compromessi di Verizon rispetto alle posizioni iniziali; Decina nota come «il network management su rete mobile è ora necessario per sostenere gli investimenti; la tutela della neutralità della rete non deve spingerci a posizioni da fanatici. L’importante è che tutti possano accedere a tutti i servizi, anche se a velocità differenziate. Un po’ come accade ora con gli aerei in Economy o in Business Class. Finora c’è stata solo l’Economy (best effort), adesso gli operatori e i fornitori sentono il bisogno di aggiungere la Business Class per spingere avanti il business della rete».</p>
<h5>Motivazioni</h5>
<p>Le motivazioni &#8211; dichiarate &#8211; di Google sono sulla stessa linea. Possono essere riassunte in quattro punti:</p>
<ul>
<li>bisognava      far avanzare il dibattito tra le due fazioni con una proposta, comunque      da passare al vaglio della Fcc (e ci mancherebbe altro che due aziende si      mettessero a regolamentare internet da sole);</li>
<li>comunque      è apprezzabile che Verizon, per la prima volta, abbia accettato principi      di neutralità (anche se solo sull’attuale internet da rete fissa), i quali      mai sono stati scritti in legge finora;</li>
<li>la      rete mobile va trattata in modo diverso perché è un mercato nascente;</li>
<li>autorizzare      la nascita di servizi a valore aggiunto, dove non valgono le regole della      neutralità e dove gli operatori possono adottare speciali politiche      tariffarie (e di qualità), è un modo per spingere l’innovazione.</li>
</ul>
<p>Non si      può dar per scontato che le regole dell’attuale internet possano valere      sempre e comunque, allo stesso modo, anche per futuri servizi innovativi. Serve «flessibilità» dice Google. Una qualità dedicata e un prezzo extra      potrebbero essere il solo modo per giustificare, dal punto di vista      tecnico e/o economico, servizi come «smart grid, nuove opzioni per il      gioco e l’intrattenimento, assistenza sanitaria» (citando dalla proposta).      L’importante, secondo Google, è che questi futuri servizi siano      distinguibili da quelli che già conosciamo su internet. Niente motori di      ricerca e web tv accelerati, insomma. Ai primi due punti i critici rispondono che il minimo comune denominatore raggiunto, «per far avanzare il dibattito» è insoddisfacente. È troppo poco limitare la neutralità &#8211; cioè il principio fondamentale su cui finora la rete si è sviluppata &#8211; ai servizi tradizionali su rete fissa. Si esclude infatti sia il mobile sia quei fantomatici «servizi a valore aggiunto». Da dove potrebbero arrivare, in futuro, innovazioni che potrebbero rivoluzionare il mondo dell’energia elettrica, così come internet ha fatto con quello telefonico. Il concetto di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Smart_grid">smart grid</a> evocato da Google-Verizon allude proprio a questo.</p>
<h5>Dilemma</h5>
<p>Il problema evidenziato dai critici della proposta è che si rischia di lasciare in mano a oligopoli il futuro delle comunicazioni elettroniche, che nel mobile e in quei «servizi a valore aggiunto» potrebbe avere il cuore. Gli utenti banda larga mobile crescono molto di più di quelli fissi. Nel 2014 i primi saranno quasi il doppio dei secondi (1,8 contro 1 miliardo, nel mondo, secondo Strategy Analytics e Infonetics). I servizi a valore aggiunto, «distinti da internet», potrebbero essere le innovazioni più importanti per la società del futuro, un po’ come in passato è stato per l’arrivo dei video sul web, delle mail o dei motori di ricerca. Queste tre cose sono nate in clima di neutralità: per la prima volta, le future innovazioni (alcune, se non tutte) potrebbero invece farne a meno. È necessario il sacrificio di qualcosa che finora ha garantito la continua rivoluzione dei nuovi media? La risposta a questa domanda è fondamentale, per accettare o respingere la proposta di Google-Verizon. La sola cosa certa è che nei prossimi anni sarà rilanciata ancora, magari in altre forme poco riconoscibili e da soggetti inaspettati. Ma sarà sempre lo stesso dilemma: la contrapposizione tra innovazione dall’alto e innovazione dal basso. Possono convivere, nei nuovi media, senza che questi vengano svuotati della loro capacità rivoluzionaria sociale, tecnica ed economica?</p>
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		<title>Adsl, il dilemma della qualità garantita</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/06/28/adsl-il-dilemma-della-qualita-garantita</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 07:55:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La rete in rame comincia a perdere colpi. Mentre un progetto di lunga scadenza continua a mancare, i gestori cominciano a fornire ai clienti i loro standard garantiti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’ultimo episodio che denuncia la sofferenza della rete fissa in rame è passato quasi inosservato: Telecom Italia è stata costretta a chiudere a nuove attivazioni Adsl 500 centrali, senza nemmeno avvisare adeguatamente i concorrenti e così suscitando <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/index.php?section=news&amp;idNotizia=78621">le ire di Agcom</a>. Sono il 4-5% del totale (ma poco meno del 10% di quelle con Adsl). Telecom ha deciso così “per evitare il degrado dei servizi”. La rete in rame è ai limiti della sopportazione, adesso sarà più difficile &#8211; <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2010/06/rete-occupata.html">dice Stefano Quintarelli</a> &#8211; sostenere che abbia un grande futuro.<span id="more-3087"></span></p>
<h5>Bande minime garantite</h5>
<p>Proprio nel momento peggiore, in cui si manifestano i dubbi sulla qualità reale dell’Adsl, cresce il bisogno di trasparenza e di garanzie sulle prestazioni. È il fenomeno che sta sbocciando in questi giorni. Mentre si moltiplicano <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/05/31/Tecnologie/SosTariffe_Adsl_Pino_Bruno_Tom%27s_Hardware_Ookla_link_Alberto_Mazzetti.html">i servizi di test</a>, Agcom sta facendo pressioni per ottenere maggiori garanzie sull’Adsl, scritte nella Carta dei Servizi, come previsto <a href="www.agcom.it/default.aspx?message=viewdocument&amp;DocID=2717">da una vecchia delibera</a>. I primi segnali sono arrivati: i principali operatori telefonici, eccetto Wind, hanno pubblicato sui propri siti, per la prima volta, indici di banda minima garantita. Non molto in evidenza, per la verità, ma è solo il primo passo. Il più dettagliato è <a href="www.fastweb.it/offerte/velocita-internet">Fastweb</a>, che presenta la banda minima per vari tagli di velocità massima, in download e upload, e anche la velocità media. Altri (Tiscali, Teletu, Vodafone e Telecom) hanno solo, per ora, la banda minima in download.</p>
<p>Per le Adsl 7 Mega si parte da 2,1 Mbps minimi garantiti e 7,2 Mbps per le 20 Megabit. Eccetto Tiscali che indica 2,8 e 13,4 Mbps, rispettivamente, e Fastweb (10,3 Mbps per la 20 Megabit). Gli operatori hanno fatto analisi statistiche sul proprio network e sono arrivati quindi a potersi impegnare per quelle velocità. Com’è noto, prima d’adesso le bande minima garantite erano prerogative di piccoli provider, che le offrivano a fronte di rincari rispetto ai canoni standard.</p>
<h5>Il futuro della qualità</h5>
<p>Questo è quindi sicuramente un passo avanti, per gli utenti, anche se ancora solo potenziale, in parte. E non tanto perché non è detto che gli operatori mantengano le promesse, ma soprattutto perché 2,1 Mbps è davvero una quota di soglia minima per considerare “banda larga” una connessione; bisognerà aspettare di leggere la media dichiarata prima di esultare. I progressi ci saranno se gli operatori cominceranno a concorrere anche per prestazioni reali dichiarate. Finora si sono appiattiti sulle stesse velocità massime, con piccole differenze di prezzo tra loro. In altre parole le offerte Adsl italiane soffrono del morbo della fotocopia. Il solo parametro per indirizzare la scelta potrebbe essere appunto la qualità, su cui solo ora si comincia a far luce.</p>
<p>I prossimi passi: entro ottobre tutti gli operatori dovrebbero allinearsi, dichiarando nelle carte dei servizi le velocità minime, medie, la latenza e il tasso d’insuccesso nella trasmissione dati, come voluto da Agcom. Ora già figurano altri parametri come il tasso di guasti e il tempo per ripararli. A ottobre arriverà inoltre il primo software certificato Agcom, sviluppato dalla Fondazione Ugo Bordoni. È basato su server messi nelle reti di quasi tutti gli operatori e permetterà agli utenti di testare la propria connessione. Non partirà se rileva che la connessione usata è occupata da altri trasferimenti di dati. «Il tutto per poter fornire risultati con valore legale e scientifico. Gli utenti potranno usarli per rivalersi sull’operatore, se non mantiene le promesse dichiarate nelal carta dei servizi, e disdire il contratto senza costi», dice Remigio Del Grosso, dirigente del Consiglio Nazionale degli Utenti presso Agcom. Disdire senza costi è piccola cosa &#8211; si risparmiano 60 euro &#8211; ma questa facoltà potrebbe servire come deterrente nei confronti degli operatori (gli esodi di massa sono dannosi) e per incentivare una concorrenza basata sulla qualità. Ovviamente è tutto da vedere. E resta comunque aperto l’altro grande capitolo della qualità sulle connessioni banda larga mobile. Del Grosso dice che sarà affrontato nel 2010-2011, in modo analogo a quanto fatto per le Adsl.</p>
<h5>Nodi irrisolti</h5>
<p>Ricordiamoci però della chiusura delle centrali, primo sintomo di un problema irrevocabile. Garanzie, test, minacce di disdetta resteranno lettera morta se non si migliora nel concreto la qualità della rete fissa italiana, il che solo in parte dipende dai singoli operatori. È il doppino di rame l’anello debole della catena, in Italia più che negli altri Paesi. Da noi, tutta la banda larga fissa è sul rame, poiché manca una rete su cavo coassiale, ed è quindi come se ci fosse una sola strada da cui tutte le auto devono passare. Ancora meno banda c’è nelle reti mobili, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/02/01/internet-mobile-in-italia-le-tariffe-piu-care">come già detto</a>. La sola via d’uscita è una nuova rete, per la quale in tanti lavorano, anche se finora <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/05/17/dalla-palude-al-caos-parte-la-corsa-alle-ngn">in ordine sparso</a>.</p>
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		<title>Dalla palude al caos, parte la corsa alle Ngn</title>
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		<pubDate>Mon, 17 May 2010 07:10:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si stanno muovendo Fastweb con Vodafone e Wind, poi Telecom Italia, la Regione Lombardia e la Provincia Autonoma di Trento. Ma i motivi di incertezza abbondano]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il parto delle prime Next Generation Network italiane è una strana vicenda: i progetti sul tavolo sono diventati di colpo numerosi, ce ne sono almeno quattro, dopo mesi di attese e sfibranti discussioni sul chi deve mettere i soldi e come. Il caos può partorire una stella? È proprio questo l’enigma, ma gli esperti su un punto concordano: piani sovrapposti e non coordinati faranno sprecare tempo e denaro e alla fine ridurranno le possibilità di avere una Ngn capillare in Italia.<span id="more-2855"></span></p>
<h5>Telecom avanti</h5>
<p>Riassumendo: c’è l’ormai noto piano da 2,5 miliardi di <a href="http://www.telefonino.net/Vodafone/Notizie/n24022/Fastweb-Vodafone-Wind-Fibra-per-Italia.html">Fastweb-Vodafone-Wind</a>, ma anche quello di <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/05/06/Tecnologie/telecom_italia_banda_larga_ngn_elio_vito_paolo_romani_antonio_catricala_frenco_bernabe.html">Telecom Italia</a>. Da notare un aspetto poco messo in evidenza finora: il primo piano porterà a una sperimentazione a luglio a Roma, mentre il secondo è più avanti. Telecom sperimenta da anni, a marzo copriva 240.000 unità immobiliari tra Roma e Milano e ci si aspetta quindi un lancio commerciale entro l’anno. C’è poi il piano della <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/05/11/Policy/NGN_Open_Workshop_Regione_Lombardia_Raffaele_Tiscar_FTTH_Raffaele_Barberio.html">Regione Lombardia</a> e quello, di cui si parla poco, della Provincia Autonoma di Trento. Non c’è granché in comune tra i progetti.</p>
<p>Tutti, eccetto quello Telecom, sono basati su fibra ottica nelle case, che quindi è ormai considerato il modo principe per fare una rete di nuova generazione. Telecom sembra voler usare invece soprattutto <em>fiber to the building</em>, quindi fermandosi ai piedi del palazzo. Tutti i piani inoltre si avvalgono della collaborazione tra soggetti diversi, eccetto ancora una volta quello di Telecom. È questo uno dei nodi più gravi: non si sa se e fino a che punto l’ex monopolista voglia fare sistema con gli altri attori.</p>
<h5>Spazio di mercato</h5>
<p>Il problema è che questa è considerata da molti una condizione fondamentale per dare all’Italia una Ngn capillare (cioè su almeno il 50% della popolazione). «In Italia non c’è spazio di mercato per più di una Ngn», dice Maurizio Decina, ordinario di reti e comunicazioni al Politecnico di Milano. Significa certo che nelle stesse zone non si possono avere due Ngn concorrenti. Il che lascerebbe aperta la porta a una Ngn fatta con reti federate, ognuna con una propria zona di riferimento ma non sovrapposte. Sarebbe però preferibile un passo ulteriore: avere una rete unica su scala nazionale, gestita da una società ad hoc (come quella che Fastweb, Vodafone e Wind stanno creando).</p>
<p>Il rischio infatti è che non ci sia un coordinamento sufficiente tra i vari progetti di Ngn, «il che porterebbe a uno spreco di risorse, di tempo e a mancate efficienze», dice Cristoforo Morandini, di Between-Osservatorio Banda Larga. Ogni rete farebbe caso a sé, per gli aspetti tecnici (test, gestione, manutenzione) ed economici (rapporto con i fornitori, tra operatori e proprietari delle infrastrutture). I desiderata non finiscono qui: «Perché l’Ngn sia sostenibile, è necessario anche lo switch off della vecchia rete in rame», spiega <a href="http://quinta.typepad.com/">Stefano Quintarelli</a>. Costruire una Ngn è così costoso che anche la concorrenza di una rete banda larga di vecchio tipo fa paura e toglie preziosi spazi di mercato.</p>
<p>Il problema è che ad oggi c’è un abisso tra questo quadro di condizioni congeniali all’Ngn e lo stato dei fatti. Telecom ha detto che continuerà a camminare da sola con il progetto. No a una <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Editrice/IlSole24Ore/2010/05/08/Economia%20e%20Lavoro/19_C.shtml?uuid=75c008d8-5a67-11df-b686-3d0b738a0b0a&amp;DocRulesView=Libero&amp;fromSearch">società in comune</a>, ma si limiterà a condividere le infrastrutture passive. Come del resto già fa da anni con Fastweb. Eppure sono in tanti a ribadire che bisogna unire gli sforzi su una sola Ngn: l’hanno detto, tra gli altri, anche Corrado Calabrò (presidente di Agcom) e Franco Bassanini della <a href="http://www.bassanini.eu/public/apcom070510.pdf">Cassa Depositi e Prestiti</a>. Lo switch off? Lo sperimenterà a Milano <a href="http://it.finance.yahoo.com/notizie/tlc-bernabe-collaborare-su-ngn-test-a-expo2015-stampa-mfdow-476551fb79da.html">nel 2015</a>. «All’apparenza questo sembra un messaggio di grande apertura, ma in realtà taglia le gambe ai concorrenti», commenta Quintarelli.</p>
<h5>Incertezza</h5>
<p>Dato il contesto di disaccordo, non sorprende che ciascuno dei progetti abbia elementi di incertezza. «Quello dei tre operatori è apparso più una dichiarazione d’intenti che un piano operativo certo», dice Luca Berardi, analista di Idc. Riassume un pensiero condiviso tra gli esperti: i tre dicono che vorrebbero cablare 15 città in cinque anni, ma aggiungono che la condizione è la compartecipazione da parte di Telecom. Ancora più debole il fondamento di un secondo obiettivo espresso dai tre: coprire 500 città in 5-10 anni, pari al 50% della popolazione italiana. Più un desiderio per l’Italia che un piano programmatico, appunto. Telecom ancora invece non ha detto quanto intenda investire in Ngn, per raggiungere le 13 città del proprio piano. Ha dichiarato 7 miliardi di investimento dal 2010 al 2012 in generale per la rete d’accesso, senza distinguere tra rame e fibra. Il piano della Regione deve essere ancora presentato alla nuova giunta (forse entro maggio). Quello di Trento deve ricevere ancora il via con una delibera di giunta e comunque nei prossimi mesi sarà solo «una micro sperimentazione in cinque-sei zone sparse nel Trentino e qualche decina di utenti», dice Sergio Bettotti, dirigente dei sistemi informativi della Provincia di Trento.</p>
<p>In questo caos, sarebbe auspicabile un ruolo forte di coordinamento e di indirizzo, da parte di Agcom e del governo. Da Agcom si aspettano regole chiare sull’Ngn, promesse da tempo e che potrebbero arrivare a luglio. Il governo al momento ha solo tavoli aperti con le Regioni per la banda larga contro il digital divide e non ha mai lavorato sull’Ngn. Date queste premesse, è improbabile che ci sia presto una svolta verso un progetto condiviso su scala nazionale.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Internet mobile, in Italia le tariffe più care</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 07:45:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mobile]]></category>
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		<description><![CDATA[Mentre gli operatori alzano la soglia (teorica) di velocità per le connessioni da rete mobile, una ricerca di SosTariffe mette a confronto i costi in Europa. E l'Italia, naturalmente, non ne esce bene]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’internet mobile italiana è tra le più care in Europa. In particolare, le nostre sono le offerte più care per una categoria di utenti: coloro che fanno (o vorrebbero fare) molto traffico dati. Questa che è da tempo una sensazione diffusa adesso viene confermata per la prima volta <a href="http://www.sostariffe.it/news/2010/01/29/studio-sostariffe-tariffe-dati-mobili-troppo-care/">da uno studio di SosTariffe</a>, su tutte le tariffe internet mobile dei 17 principali Paesi europei. Leggerlo fa venire la voglia di varcar la frontiera e attivare in fretta e furia una sim: perché all’estero ci sono sì le vere flat internet mobile, a partire da 10 euro al mese tutto compreso.<span id="more-2020"></span></p>
<p>Questa constatazione arriva proprio nei giorni del tam tam per il grande upgrade annunciato della banda larga Hspa. Tim ha portato a 14.4 Mbps tutta la propria rete Umts/Hspa. Vodafone l’ha fatto su gran parte della rete, pari al 65% della popolazione. Wind lo farà da quest’estate, mentre 3 Italia andrà direttamente ai 21 Mbps entro fine anno (già li offre in alcune zone; in teoria, visto che le chiavette compatibili con quelle velocità <a href="http://www.telefonino.net/Accessori/Notizie/n21018/Huawei-E182E-chiavetta-modem-3G.html ">sono ancora rare</a> e solo ora entrano nei nostri negozi quelle a 14.4 Mbps). I problemi? Due, essenzialmente: le reali velocità raggiungibili e i prezzi.</p>
<h5>I prezzi</h5>
<p>Quanto ai prezzi, lo studio di SosTariffe ci dice che «all’apparenza in Italia ci sono canoni allineati con la media europea, ma il costo reale è superiore. Per vari motivi», spiega Alessandro Bruzzi, autore dello studio. «Primo, da noi non ci sono vere flat. Secondo, l’ammontare di traffico incluso nelle tariffe presenti sul mercato, a parità di prezzo, è molto inferiore alla media europea. Terzo, vengono imposte ulteriori condizioni restrittive <a href="http://www.google.it/search?q=vodafone+voip&amp;ie=utf-8&amp;oe=utf-8&amp;aq=t&amp;rls=org">per limitare il traffico peer to peer e VoIP</a>. Quarto: da noi c’è una clausola sconosciuta agli altri Paesi europei, lo scatto ogni 15 minuti», continua. Questo scatto non ha un motivo d’essere, né tecnico né dal punto di vista dei costi degli operatori: è un’invenzione che serve solo ad aumentare quelli in capo all’utente, che così spende più di quanto in effetti consuma. Non hanno lo scatto solo le tariffe a volume (poco apprezzate però dall’utente medio non aziendale) e alcune tariffe orarie di 3 Italia, che anche per questo motivo viene indicato da SosTariffe come l’operatore mobile più economico in Italia, per internet mobile.</p>
<p>Lo scatto probabilmente sarà eliminato nei prossimi mesi, su pressioni dell&#8217;Autorità garante delle comunicazioni e del Garante per la sorveglianza dei prezzi. Entrambe le parti, infatti &#8211; dicono ad Apogeonline &#8211; hanno già puntato il dito contro questo scatto. Nel frattempo, un’occhiata all’estero: in Finlandia e Austria le flat illimitate costano 10 euro al mese; 17 euro al mese in Germania e Spagna. Più care, ce ne sono anche in Danimarca (con 3), Francia, Norvegia, Svizzera, Portogallo. Nel Regno Unito e Irlanda non ci sono flat, ma si arriva a 15 GB (a 15,8 e 19,99 euro rispettivamente, contro i 19 euro per 5 GB in Italia).</p>
<p>«Gli operatori italiani sono riusciti a imporre tariffe orarie a loro molto comode: non danneggiano il business principale, telefonate e sms, perché non sono indicate per servizi VoIP o instant messaging», commenta <a href="http://quinta.typepad.com/">Stefano Quintarelli</a>, noto esperto di reti e telecomunicazioni. Uno dei motivi potrebbe essere che in Italia la concorrenza non è così sviluppata, nella telefonia mobile. L’ha dichiarato Soru (Tiscali) <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/gennaio/17/Soru_cosi_ricomincio_Tiscali_puntiamo_co_8_100117042.shtml">in una recente intervista</a>. L’aveva rilevato tempo fa <a href="http://punto-informatico.it/2053644/Telefonia/News/antitrust-multa-tim-wind-sul-fisso-mobile.aspx">l’Antitrust</a>. Non è un caso e non è senza conseguenze che in Italia gli operatori mobili virtuali siano arrivati più tardi che nel resto d’Europa, quando ormai i giochi erano fatti. Ma a parte questo, c’è comunque un problema tecnico, che potrebbe spiegare entrambi i problemi, prezzi e velocità: la banda nell’etere delle frequenze non è sufficiente, in Italia. Il che obbliga gli operatori a lesinare la banda, con tariffe ben poco flat. E ha ripercussioni sulla velocità in effetti raggiungibile dagli utenti.</p>
<h5>Le velocità</h5>
<p>«Un’altra caratteristica che c’è all’estero e non in Italia sono le tariffe che vanno a scaglioni di velocità a seconda del traffico fatto dall’utente», nota Bruzzi. Più l’utente scarica, più lento va. «In Italia non sarebbero plausibili, perché gli operatori non possono garantire affatto la velocità», continua. <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/19/banda-larga-problema-politico-e-culturale">I test</a> dicono che in media la velocità reale è un quinto dei 7 Mbps promessi. Sono due i colli di bottiglia della rete mobile. Il <em>backhauling </em>(collegamento dalle torri cellulari al resto della rete) e lo spettro nella cella. Al momento solo una minoranza di torri è collegata in fibra (circa mille su 13 mila, per i principali operatori). Nel caso delle centrali telefoniche il rapporto è inverso, invece: solo una minoranza non ha la fibra (e vi sarà portata <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/index.php?section=news&amp;idNotizia=75842">con fondi pubblici</a>).</p>
<p>Già questo la dice lunga su ogni possibile confronto tra la banda larga mobile e quella fissa. Fare il backhauling è costoso, ma dipende solo dalle forze degli operatori, che quindi si stanno affrettando a potenziarlo. Telecom potenzierà i collegamenti in rame laddove non c’è la fibra e nel 2010 utilizzerà, per la prima volta, anche Adsl/Vdsl affasciate per il backhauling. Vodafone porterà più fibra o userà ponti radio a 150 Mbps. Certo è molto più facile passare da 7 a 14 Mbps nell’accesso: è in realtà un’operazione molto semplice, quasi di facciata. «Eseguiamo l’upgrade del firmware di tutte le stazioni radio base a livello Rnc (Radio network controller) e nelle centrali a livello di rete d’accesso», dicono da Telecom Italia.</p>
<h5>Numero di celle</h5>
<p>All’opposto, è difficile aumentare la banda nelle celle, perché non dipende (o dipende solo in parte) dagli operatori. La banda è direttamente proporzionale alla quantità di frequenze disponibili, assegnate dallo Stato. E queste, per internet mobile, tendono già alla saturazione, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/20/la-foto-di-caio-sui-ritardi-delle-tlc">come notava il rapporto Caio</a>, a fronte della crescita degli utenti e delle velocità di picco. La soluzione in teoria sarebbe fare celle più piccole e numerose, così la stessa banda verrebbe suddivisa per un minor numero di utenti. Altro problema: in Italia <a href="http://www.fub.it/it/pubblicazioni/quadernitelema/telefoniamobileeemissionielettromagnetiche">abbiamo i limiti alle emissioni più rigidi d’Europa</a>, il che ostacola la creazione di ulteriori stazioni radio base e la possibilità di attivare altre portanti su quelle esistenti.</p>
<p>In ogni caso, pesano scelte politiche sul futuro della banda larga mobile italiana. Una miniera di frequenze sarebbe in arrivo <a href="http://europa.eu/legislation_summaries/information_society/l24114_it.htm">dal dividendo digitale</a>, e tutto il mondo infatti si sta preparando ad assegnarle (anche e soprattutto) alle tlc. Tutto il mondo eccetto l’Italia: dove andranno alle tivù, <a href="http://www.primaonline.it/2009/12/16/77026/dividendo-digitale-alle-tivu-o-a-internet/">salvo sorprese</a>. Già adesso ci sono circa 10 milioni di utenti banda larga mobile in Italia (stima School of Management-Politecnico di Milano); nel 2008 erano 4 milioni (dice Agcom). Il boom continuerà, prevedono tutti. Sempre che prima non inciampi nella saturazione dello spettro.</p>
<table border="0">
<tbody>
<tr>
<td><strong>Paese</strong></td>
<td><strong>Costo/mese (€)<br />
</strong></td>
<td><strong>Costo a GB incluso</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>Finlandia</td>
<td>19,84</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Germania</td>
<td>30,18</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Olanda</td>
<td>32,89</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Norvegia</td>
<td>33,75</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Svizzera</td>
<td>33,90</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Portogallo</td>
<td>35,07</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Francia</td>
<td>36,27</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Spagna</td>
<td>50,65</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Austria</td>
<td>12,12</td>
<td>1,27</td>
</tr>
<tr>
<td>Irlanda</td>
<td>19,99</td>
<td>1,61</td>
</tr>
<tr>
<td>Lussemburgo</td>
<td>20,16</td>
<td>2,16</td>
</tr>
<tr>
<td>Regno Unito</td>
<td>25,19</td>
<td>2,45</td>
</tr>
<tr>
<td>Svezia</td>
<td>9,25</td>
<td>2,75</td>
</tr>
<tr>
<td>Danimarca</td>
<td>23,74</td>
<td>3,52</td>
</tr>
<tr>
<td>Grecia</td>
<td>28,29</td>
<td>4,32</td>
</tr>
<tr>
<td>Italia</td>
<td>30,95</td>
<td>5,77</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Classifica dei Paesi per tariffe internet mobile con ampio traffico (oltre 4 GB/300 ore) o flat. Fonte: SosTariffe.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La faticosa marcia del WiMax italiano</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/29/la-faticosa-marcia-del-wimax-italiano</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2009 09:39:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Adsl]]></category>
		<category><![CDATA[Aria]]></category>
		<category><![CDATA[Asus]]></category>
		<category><![CDATA[Ces]]></category>
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		<category><![CDATA[Luca Berardi]]></category>
		<category><![CDATA[Motorola]]></category>
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		<category><![CDATA[Retelit]]></category>
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		<category><![CDATA[Stefano Quintarelli]]></category>
		<category><![CDATA[WiFi]]></category>
		<category><![CDATA[WiMax]]></category>

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		<description><![CDATA[Comincia a scaldarsi la concorrenza, che prende la via del low cost. Ma tra l’Adsl che preme da un lato e lo sviluppo della banda larga mobile, dall’altro, restano grossi punti di domanda sul futuro di questa tecnologia, snobbata anche dai produttori di pc e di cellulari]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’arrivo dei servizi e delle offerte di <a href="http://www.ariadsl.it">Aria</a>, il 2 febbraio, permette di tracciare una linea: ormai è evidente la strada che il WiMax ha attecchito in Italia. Quella di una tecnologia low cost (15-20 euro al mese di canone), che cerca di prendere clienti dove può, in zone di digital divide e non; ma comunque mirando a una fascia bassa di utenza residenziale e aziendale, attenta al risparmio. Oltre questi livelli di prezzo non si può andare e, tenuto conto degli <a href="http://www.hwupgrade.it/news/business/conclusa-l-asta-wimax-superati-i-136-milioni-di-euro_24441.html">alti costi</a> pagati per le licenze WiMax, adesso comincia la vera sfida: raggiungere il pareggio, in piena crisi economica mondiale, e recuperare l’investimento appena possibile.<span id="more-380"></span></p>
<p>Una sfida che sa ancora di regata contro vento e contro il tempo. «Il WiMax è arrivato tardi in Italia e quindi potrà essere sostitutivo della linea fissa tradizionale solo nelle aree di digital divide», dice ad Apogeonline Luca Berardi, analista di Idc esperto in telecomunicazioni. Ci sono stati ritardi sul previsto, peraltro: Aria (il solo operatore ad avere licenze per coprire tutto il territorio nazionale) aveva annunciato il lancio già per luglio, poi slittato a ottobre. E ora, febbraio. Forse si è sottovalutato il tempo necessario a coprire il territorio, ottenere i permessi necessari dai comuni per le antenne.</p>
<p>«Nel frattempo la copertura Adsl continua ad aumentare e siamo alle porte della banda larga mobile di quarta generazione», dice Berardi. Quest’anno solo il 2% della popolazione non sarà coperto dall’Adsl e la banda larga su rete mobile promette i 20 Megabit al secondo. Velocità molto teorica, ma che comunque gli operatori mobili sapranno ben pubblicizzare, con una forza di marketing impensabile dai provider WiMax. In ogni caso, all’utenza residenziale il WiMax non riesce a offrire i 20 Megabit, per i limiti dello spettro licenziato. Secondo <a href="http://quinta.typepad.com">Stefano Quintarelli</a>, il Wimax sarebbe dovuto arrivare anni fa (come nel Nord Europa) per essere un concorrente di spicco nello scenario banda larga.</p>
<p>La carta del low cost può non bastare. È vero che le offerte permettono di risparmiare molto, se si rinuncia alla linea fissa di Telecom Italia. «Ma l’utente comune preferisce affidarsi all’Adsl, se disponibile: è qualcosa che conosce meglio», aggiunge Berardi. Non da ultimo, in zone di digital divide c’è la concorrenza dell’Hiperlan. Certo, è una tecnologia meno garantita del WiMax e, a differenza del WiMax, obbliga a installare un’antenna. Ma parte con un vantaggio di tre anni, durante i quali ha fatto una buona copertura (migliaia di comuni) delle aree in digital divide.</p>
<p>«Mi sembra quindi una buona scelta quella di <a href="http://www.linkem.com/">Linkem</a>», dice Berardi, «di distinguersi offrendo, con lo stesso canone, accesso WiMax da casa e nomadico WiFi. Sfrutta il fatto di avere presenze strategiche negli aeroporti». Cosa su cui Aria non può contare. Per Aria, che intende fare l’investimento più cospicuo su questa tecnologia (250 milioni di euro), «sarà dura rientrare nella spesa». Forse si dimostrerà vincente la strategia, più prudente, di <a href="http://www.eplanet.it/">Retelit</a>: copre le zone dove può contare sulla propria rete fibra ottica (e dove quindi ha costi inferiore) e lavora all’ingrosso, con partner locali, ben integrati nel territorio. L’investimento previsto è di 35-40 milioni fino al 2012 (oltre ai 23,3 milioni spesi in licenze) e conta di fare profitti dal 2010.</p>
<p>Certo, la vita degli operatori sarebbe più facile se ci fosse già in giro un buon numero di portatili dotati di moduli WiMax. Permetterebbero agli utenti di navigare in modo nomadico anche fuori casa, ovunque ci sia la rete del proprio operatore. Ma la dice lunga che questi computer tardino ad arrivare. Acer l’aveva promesso con il primo netbook, ma <a href="http://digital-lifestyles.info/2009/01/26/acer-serves-up-300-aspire-one-10in-netbook/">ha cambiato idea</a> e dice che integrerà il WiMax solo quando ci sarà una copertura sufficiente. Nokia ha abbandonato il proprio primo e unico <a href="http://www.borsaitaliana.reuters.it/news/newsArticle.aspx?type=internetNews&amp;storyID=2009-01-08T094846Z_01_MIE507064_RTROPTT_0_OITIN-NOKIA-WIMAX.XML">terminale con WiMax</a>. A crederci è invece ancora Motorola, che ha promesso futuri cellulari WiMax. Ma Motorola naviga in cattive acque e sempre meno scommette sulla propria divisione telefonini.</p>
<p>Per ora ci sono gli <a href="http://www.oneadsl.it/16/01/2009/arrivano-con-il-contagocce-i-primi-prodotti-wimax-ready/">annunci</a> fatti da Asus e da Olidata al Consumer Electronics Show di Las Vegas.<br />
Sta di fatto che, in Occidente, il WiMax stia sviluppando buone coperture solo negli Stati Uniti, grazie a frequenze migliori di quelle messe all’asta in Italia e a un mercato più aperto. Ormai è assodato che da noi il WiMax non sarà una rivoluzione; adesso bisogna sperare che sarà almeno una valida alternativa.</p>
]]></content:encoded>
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