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	<title>Apogeonline &#187; Skype</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Si riaccende la battaglia su tariffe e servizi VoIP</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 06:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Compresi gli errori del passato e abbracciate politiche di maggior apertura (anche con la telefonia), nuovi attori e nuovi listini si affacciano su un mercato che ora potrebbe finalmente decollare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sorpresa autunnale: gli operatori italiani sono tornati a dare battaglia sui servizi VoIP rivolti ai consumatori. E la ingaggiano sia contro Skype (nemico storico dei provider nostrani) sia contro i normali operatori fissi e mobili. Le armi sono tariffe più economiche e un mix di semplicità d’uso e servizi evoluti. Già, i più nostalgici tra i lettori trattengano le lacrime: sembra essere tornati sei-sette anni indietro nel tempo, quando France Telecom <a href="http://www.dgmag.it/hi-tech/parlait-sfida-telecom-sul-piano-del-voip-3782">lanciava con gran fanfara</a> Parla.it, promessa presto dimenticata del VoIP. In realtà da allora sono cambiate molte cose. Questo ritorno di fiamma per il VoIP avviene sotto altri scenari. Per prima cosa, il volano è il boom degli smartphone: sono 20 milioni gli italiani che ne hanno uno (fonti Nielsen e Ipsos Media). Ormai è un fenomeno di massa. Secondo, gli operatori hanno capito gli errori del passato.<span id="more-6870"></span></p>
<h5>Nuovo slancio</h5>
<p>Non si può vendere il VoIP, in Italia, come servizio per cui devi comprare un router apposito o configurare i parametri sip: è una  condanna alla nicchia. Al contrario, i servizi VoIP di nuova generazione cercano di essere più semplici e immediati persino di Skype, oltre che più economici: ne sono esempio <a href="http://talk.messagenet.com">Messagenet Talk</a> (dell’operatore milanese Messagenet) e <a href="http://www.indoona.com">indoona</a>, appena lanciato da Tiscali. Indoona in particolare credo che sia il VoIP più economico, per le chiamate verso numeri telefonici normali: 0,8 cent verso fissi, 10 cent verso mobili (6 verso cellulari Tiscali), al minuto. È meno della metà rispetto a Skype. Quei due prezzi sono rispettivamente 1,94 e 11,88 cent al minuto, con Messagenet, che fa pagare meno le telefonate verso Usa, Canada e Cina (1,57 cent). Iva inclusa in tutti i casi. Messagenet di contro regala un numero di telefono geografico (con prefisso di una città a scelta), mentre Tiscali chiede 24 euro all’anno.</p>
<p>Qui lo scontro con Skype è vinto a tavolino. Il big del VoIP infatti non permette da mesi di avere numeri italiani e da qualche giorno ha anche subito la disattivazione di quelli già usati dagli utenti (decine di migliaia). Il motivo è <a href="http://www.webmasterpoint.org/news/numeri-telefono-skype-non-funzionano-piu-cosa-fare-per-il-trasferimento_p43172.html">una bega</a> con il Ministero allo Sviluppo Economico: Skype non rispettava le leggi italiane (ma le stesse valgono in altri Paesi europei). La perdita dei numeri è un grosso danno all’immagine dell’azienda in Italia e offrirà certo spazio a servizi minori. Messagenet già giorni prima, quando era nell’aria il disastro Skype, aveva lanciato una campagna agli utenti invitandoli alla portabilità del numero. A quanto risulta, ad oggi non è certo che ancora si possa portare il numero Skype verso un qualsiasi altro operatore. Converrebbe comunque affrettarsi a richiedere il passaggio.</p>
<h5>Innovazioni</h5>
<p>A parte questi problemi contingenti e la guerra tariffaria, i nuovi servizi VoIP italiani si battono con aspetti innovativi. Il software di Messagenet (pc e smartphone) consente di chiamare gratis anche gli utenti che non l’hanno installato e che non si sono iscritti al servizio. L’utente Messagenet può mandare infatti un link-chiamata al destinatario: cliccandovi, parte la conversazione. È una tecnologia basata su Java e funziona su qualsiasi browser. Messagenet è riuscita a renderla poco esigente (va bene anche su processori poco potenti) e ad aggiungervi funzioni di cancellamento eco. È un assaggio di come l’evoluzione delle tecnologie browser può facilitare le chiamate gratuite e altre forme di comunicazione diretta tra gli utenti. Ancora di più lo si vedrà <a href="http://countingfromzero.wordpress.com/2011/08/26/sip-and-the-browser-rtcweb-and-html5/">con l’Html 5</a>. Presto il link-chiamata diventerà permanente (adesso è temporaneo, valido per quella specifica telefonata). Cioè gli utenti potranno usarlo come l’analogo di un numero di telefono e pubblicarlo sul proprio sito o su Facebook, per essere contattabili da qualunque utente internet.</p>
<p>L’innovazione indoona è invece nell’integrazione profonda con la telefonia tradizionale. Fa propria la lezione di Viber e permette di chiamare utenti indoona a partire dal loro numero di cellulare. Il sistema sa insomma che a un certo numero corrisponde un account indoona. Se si chiama quel numero attraverso il programma, parte una chiamata VoIP gratuita (invece che una verso il cellulare). Il vantaggio: non bisogna sapere che quell’utente ha installato indoona. L&#8217;utente chiamato con indoona vede inoltre, come identificativo del chiamante, il numero di cellulare che quest’ultimo ha indicato in fase di registrazione al servizio. Altri servizi VoIP invece mostrano chiamante anonimo o numeri fittizi.</p>
<h5>L&#8217;apertura vince</h5>
<p>Come spiega Andrea Podda, chief technical officer di Tiscali, «l’integrazione tra VoIP e telefonia normale andrà oltre. Permetteremo di video chiamare anche utenti non indoona e dotati di videotelefoni collegati alla linea fissa non internet». Da parte degli operatori italiani è una strategia intelligente: differenziarsi da Skype, che ha intenzionalmente limitato l’integrazione con la telefonia fissa e ha preferito creare una community chiusa. Skype ha certo il vantaggio di avere quella VoIP più numerosa, di gran lunga. È molto più probabile che il nostro contatto si trovi su Skype. Ed è quindi questo lo strumento più ovvio per fare una (video)telefonata gratuita. I provider italiani accarezzano da anni il sogno di rompere la chiusura di Skype costringendola a interoperare sulla scorta di standard.</p>
<p>Significherebbe che un utente Messagenet, per esempio, può comunicare gratis con uno di Skype. Utopia fino a ieri. Oggi è un obiettivo possibile, visto che Microsoft sta per acquisire l’azienda VoIP. Messagenet ha scritto quindi all’Antitrust europeo <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/settembre/30/Microsoft_Skype_due_italiani_pronti_co_9_110930029.shtml">per costringerla a interoperare</a>. Altrimenti &#8211; secondo l’operatore italiano &#8211; l’entrata della maggiore community VoIP nell’universo Microsoft, restando chiusa, creerebbe uno squilibrio del mercato. Potrebbe insomma uccidere la concorrenza degli operatori alternativi. Questo timore è segno che l’innovazione e le tariffe non bastano, quando c’è una fusione di giganti chiusi nei propri mondi.</p>
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		<title>California, la catastrofe che non c&#8217;è mai stata</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Sep 2010 06:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Un terremoto distruttivo, uno tsunami, l'esplosione di un oleodotto e altri disastri ambientali. L'allarme si propaga attraverso i social media, coinvolgendo reti di soccorso e testimonianze diffuse. Ma è solo un'esercitazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 24 settembre 2010 ore 6:10 pm nel flusso dei tweet ne compare uno di <a href="http://twitter.com/cnntech">CNNtech</a> con scritto: «Happening now! Tsunami, earthquake drill on Twitter, FB», che era stato preceduto pochi minuti prima da uno che raccontava: «If you see <a title="#X24" href="http://twitter.com/search?q=%23X24">#X24</a> tweets today about a major earthquake in California, don&#8217;t panic: it&#8217;s a disaster-prep drill». In pratica: non vi spaventate: l’esercitazione passa dal web!<span id="more-3821"></span></p>
<p>La centralità dei siti di social network nella nostra vita informativa, organizzativa ed emotiva è riconosciuta oramai anche da chi si occupa di previsione e controllo dei comportamenti sociali, oltre che di dinamiche organizzative si soccorso, a fronte di eventi catastrofici. Il laboratorio di Immersive Visualization Center della <a href="http://www.sci.sdsu.edu/cos/index.php">San Diego State University</a>, in collaborazione con i consulenti <a href="http://www.buzzmgr.com/about/our-philosophy/" target="_blank">BuzzMgr</a>, ha testato il 24 e 25 settembre 2010 la capacità e le forme di reazione di utenti e organizzazioni (come le Nazioni Unite) di 15 paesi su Facebook e Twitter lanciando l’esercitazione <a href="http://24.inrelief.org/">Exercise 24</a> (hashtag #X24): la simulazione di un terremoto di grande magnitudo che colpisce la California del Sud estendendosi al Messico, provocando uno tsunami, l’esplosione di un oleodotto e altri disastri ambientali. Lo scopo della diffusione comunicativa attraverso i social media del falso terremoto è stata realizzata per testare la capacità di reazione di organizzazioni ed utenti, misurando la velocità del diffondersi delle notizie e il grado di “copertura” mediale potenziale.</p>
<h5>Tempi di risposta</h5>
<p>L’idea  su cui si fonda questa sperimentazione parte dalla trasformazione che abbiamo potuto osservare durante le azioni di soccorso del terremoto di Haiti o nelle azioni di supporto all’allarme ambientale causato dalla perdita di petrolio nel Golfo del Messico: abbiamo infatti assistito all’utilizzo significativo e sempre più centrale di strumenti di comunicazione e social networking che sono a bassissimo costo o addirittura pubblici e gratuiti a supporto di crisi dovute a catastrofi naturali. Si è trattato quindi di cercare di cogliere le effettive potenzialità e capacità di questi strumenti per la comunicazione, la logistica, il coordinamento di azioni, ecc. valutando i tempi di risposta e le capacità di garantire processi collaborativi in forme istantanee e delocalizzate. E non solo da parte di soggetti pubblici e istituzionali che sono solitamente chiamati in causa di fronte a queste tragedie, ma coinvolgendo piuttosto anche i cittadini della rete e le organizzazioni no profit locali che hanno potuto partecipare grazie a delle <a href="http://www.buzzmgr.com/x24/">regole di ingaggio fornite via web</a>.</p>
<p>L’azione sui social network è stata organizzata e monitorata attraverso <a href="http://twitter.com/Exercise24">un account dedicato</a> su Twitter (in cui si può seguire la preparazione dell’esercitazione nei suoi vari step a partire dall’11 febbraio) e con <a href="http://www.facebook.com/exercise24">una pagina su Facebook</a> che hanno permesso di seguire il finto evento e la sua evoluzione attraverso status update preceduti dalla dicitura «TEST: Not Real/ ES UN SIMULACRO» in cui abbiamo letto il dramma del terremoto «CNN.com Earthquake strikes coast of Southern and Baja California»), l’arrivo dello tsunami («TV said large wave headed toward coastline! Everyone get out!»), i processi di soccorso («The California National Guard is monitoring the situation and is ready to respond should orders come the Governor.»), il succedersi delle vittime («Buildings collapsing, students hurt @<a href="http://twitter.com/local">local</a> high school! Help!»).</p>
<h5>Informazione connessa</h5>
<p>Ci troviamo qui all’interno di un intreccio tra diverse forme di comunicazione che la rete e le sue declinazioni in forme “connesse” permettono. I cittadini possono attivarsi come informatori localizzati con una capacità di reazione e di precisione informativa superiore a quella che attori istituzionali (dai media alle pubbliche amministrazioni) possono avere. Soprattutto quando si tratta di eventi improvvisi come i disastri naturali che coinvolgono milioni di persone, le organizzazioni governative e il sistema dei media. Gli accadimenti imprevedibili rompono la routine informativa e di intrattenimento e accrescono il bisogno di una informazione connessa.</p>
<p>Eric Frost, direttore del VizLab dell’Università di San Diego <a href="http://www.signonsandiego.com/news/2010/sep/23/nightmarish-earthquake-drill-set-san-diego/">ha affermato</a>: «Abbiamo un sacco di cittadini che diventano i nostri occhi su un evento. È possibile ottenere dalla gente relazioni non solo su cose come un incendio, ma anche incidenti dovuti al traffico o se Mrs. Smith è ancora a casa convalescente. La gente si prende cura della propria comunità, piuttosto che aspettare che sia il governo a fare tutto. Questo è citizen journalism». Non ritengo che qui si tratti di un caso da catalogare sotto il “citizen journalism” ma, piuttosto, di “cittadinanza connessa”, cioè del prendere forma di  una relazione diretta e interrelata fra media/istituzioni/cittadini al servizio delle comunità territoriali. Il valore di un tweet o di un re-tweet su quanto sta accadendo in casi come questo ha a che fare non con un valore puramente informativo ma si lega immediatamente alle forme di azione ed organizzazione.</p>
<h5>Connettori</h5>
<p>Oltre a raccontare che cosa accade vengono messi in circolo informazioni sui comportamenti da tenere, ad esempio da parte di reparti della protezione civile, che istantaneamente possono coprire, di re-tweet in re-tweet grazie alla diffusione dei cittadini utenti dei social network, un’ampia e articolata parte della popolazione connessa e mobile sul territorio. Significativa è, ad esempio, l’attenzione che l’esercitazione ha posto sugli strumenti mobile. I cittadini possono poi diventare connettori straordinari per fornire un surplus micro-informativo («mi trovo in <em>questo</em> luogo e vedo <em>questi</em> danni alle strutture, alle strade e segnalo <em>questi</em> pericoli che percepisco»), utile a chi organizza soccorsi e interventi a partire da strutture centralizzate che devono mobilitarsi su territori specifici potendo contare su una visione che non dipende unicamente da canali comunicativi ufficiali, ma dallo sguardo diffuso e raccontato in tempo reale – pensiamo all’utilità che le informazioni via social network hanno avuto per affrontare gli incendi nella California – che può essere organizzato tramite <a href="http://www.emergencymgmt.com/disaster/Viz-Lab-Responders-Disasters.html">sistemi di visualizzazione e mappatura online</a>.</p>
<p>Un secondo versante che mi sembra necessario sottolineare ha a che fare con la sperimentazione in momento di crisi di sistemi di comunicazione e videoconferenza come <a href="http://www.ustream.tv/">Ustream tv</a>, <a href="http://vsee.com/">VSee</a>, <a href="http://www.skype.com/intl/it/home">Skype</a> e <a href="http://www.globaltalk.ca/">GlobalTalk</a> usati raggiungere, organizzare e mettere in connessione rapidamente esperti sparsi nel mondo e di sistemi come <a href="http://sahanafoundation.org/">Sahana</a>, <a href="http://www.openstreetmap.org/">Open Street Map</a> e <a href="http://www.inrelief.org./">InRelief.org</a> per una valutazione dei danni in tempo reale. Molto spesso si tratta di sistemi open source per connettere, comunicare, monitorare, visualizzare, condividere, organizzare, ecc., molti dei quali scaricabili come applicazioni negli smart phone, per garantire connessione in mobilità. Il fatto che le istituzioni si aprano a forme di condivisione in pubblico delle informazioni e che traggano proprio dal pubblico elementi informativi capaci di costruire la loro visione, usando quegli stessi canali che quotidianamente frequentiamo per orientarci nella nostra routine, mostra come sia possibile trovare punti di contatto strategici tra le forme che abbiamo costruito nell’abitare la rete e modi di essere cittadini nei luoghi reali.</p>
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		<title>Ora Gmail è anche un telefono. Funziona?</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 07:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Google lancia il Voip associato all'email, puntando su un bacino già enorme e muovendosi minacciosamente verso il territorio di Skype. Buona qualità, buone intuizioni, ma qualche limite non del tutto trascurabile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche giorno Gmail, la posta elettronica di Google, è anche telefono. Il <a href="http://googleblog.blogspot.com/2010/08/call-phones-from-gmail.html">nuovo servizio</a> permette di effettuare chiamate verso qualsiasi dispositivo (fissi, cellulari e anche instant messenger Gtalk) direttamente dalla propria casella di posta e utilizzando soltanto browser, senza altri programmi dedicati. Sull&#8217;onda della novità, gli utenti si sono scatenati: sono state <a href="http://twitter.com/google/status/22199802288">più di un milione</a> le chiamate effettuate nelle prime 24 ore soltanto negli Stati Uniti. Selezionando l’inglese come lingua della casella di posta, <a href="http://gadgetwise.blogs.nytimes.com/2010/08/30/does-googles-free-phone-service-work-in-other-countries/">spiega</a> il portavoce di Google Randall Sarafa, «è possibile accedere alle chiamate anche in qualche altro Paese». Ed è il caso dell’Italia.<span id="more-3560"></span></p>
<h5>Come funziona</h5>
<p>Una volta installato il <a href="http://www.google.com/chat/video">plugin per chat e video</a>, <a href="http://www.google.com/support/chat/bin/answer.py?answer=187615">per telefonare</a> basta selezionare la voce <em>Call phone</em> che compare in cima alla finestra di chat: a quel punto appare una piccola tastiera telefonica per inserire il numero oppure per cercare il contatto. In più, è anche possibile <a href="http://www.google.com/support/chat/bin/answer.py?answer=187933"> consultare lo storico</a> delle chiamate, sia in entrata che in uscita, e <a href="http://www.google.com/support/chat/bin/answer.py?answer=187923">aggiungere credito</a> tramite Google Checkout.  Le chiamate negli Stati Uniti e in Canada sono completamente gratuite e lo saranno fino alla fine dell’anno. Per le chiamate internazionali sono comunque previsti <a href="https://www.google.com/voice/rates">prezzi bassi</a>: per esempio, telefonare in Italia su rete fissa, ma anche in Inghilterra, Francia, Cina, Germania e Giappone, costa 0,02 dollari al minuto. In Italia le tariffe sono leggermente più convenienti di quelle di Skype, il più famoso tra i programmi che utilizzano il protocollo internet per telefonare. Inoltre, per poter anche ricevere le chiamate, è necessario attivare un account <a href="https://www.google.com/voice/help/setupUnavailable?gsessionid=fGOZ60ixuJEZKkRWCLRROQ">Google Voice</a>, un servizio lanciato nel marzo 2009 e disponibile solo negli Stati Uniti. Agli utenti registrati viene fornito (gratuitamente) un numero di telefono per chiamare sia da computer che da telefono, oltre all’accesso ad una serie di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Google_Voice#Features">altre funzioni</a>.</p>
<p>Da quando Google ha annunciato l’integrazione di Gmail con il <em>voice</em>, in rete ci si chiede quanto questa nuova funzione possa influenzare l’uso di Skype da parte degli utenti. <a href="http://www.pcworld.com/article/204379/google_voice_5_truths_behind_the_hype.html">Secondo</a> Charles Golvin, di Forrester Research, «l’impatto su Skype non interesserà il suo utilizzo, ma potrebbe riguardare quel sottoinsieme di persone che usano SkypeOut», un servizio a pagamento che consente di telefonare dal computer a telefoni fissi. Oltretutto il pioniere del VoIP, conta oltre 560 milioni di utenti registrati che gestiscono chiamate da un computer all’altro o da un computer verso altri telefoni. Riuscirà Skype a mantenere il suo primato e a reggere la competizione? Lo vedremo solo col tempo.</p>
<h5>Pro e contro</h5>
<p>Intanto, aumentano le discussioni e si registrano i pareri di chi ha provato la nuova funzione di Gmail. Come Paul Boutin che, in un articolo del New York Times, ne analizza alcuni limiti. Innanzitutto, a differenza di Skype, il servizio non funziona dai cellulari: è possibile chiamare un numero di rete mobile, ma le telefonate sono effettuabili solo dal computer. E questo è un (grande) punto a sfavore dell’azienda di Mountain View, poiché, continua l’autore, molti possessori di iPhone preferiscono utilizzare Skype. In più, il sistema di chiamate non permette di chiamare il 911, né i numeri speciali. Senza un numero Google Voice non si possono ricevere chiamate e, come dicevamo, per far funzionare il servizio bisogna installare un add-on. Ma c’è una funzione, spiega Boutin, che lo distingue: il trasferimento di chiamata da Gmail a un altro telefono senza interruzione. «Ciò significa che, se devi metterti in viaggio, puoi iniziare una chiamata dal tuo computer e continuarla sul tuo cellulare. Puoi trasferire una telefonata di lavoro alla sala conferenza più vicina per un incontro sul posto in vivavoce con i colleghi».</p>
<p>Anche Mitch Wagner su ComputerWorld <a href="http://blogs.computerworld.com/16845/gmail_voice">ne descrive</a> pregi e difetti. Da una parte, la qualità del suono è ottima (come del resto su Skype) e il servizio è conveniente e semplice da utilizzare. Dall’altra, però, per poter accedere alla funzione è necessario possedere un account Gmail, anche se si è interessati soltanto alla <em>voice</em> chat. Skype, invece, offre video, <em>voice</em>, chat testuale. E nient’altro. Funzionando tramite browser, può capitare che le finestre vengano chiuse accidentalmente, perdendo così la chiamata. Altro limite: il servizio non è ancora disponibile a livello internazionale. «Sto utilizzando Skype come principale <em>desktop phone </em>insieme a Google Voice. Il servizio di Gmail sarà un utile sostituto per le occasioni in cui altre opzioni telefoniche non sono disponibili o non sono convenienti».</p>
<h5>Evolutivo, non rivoluzionario</h5>
<p><a href="http://www.telegraph.co.uk/technology/google/7968595/Google-Gmail-calls-calling-time-on-the-telephone.html">Secondo</a> Robin Murdoch, di Accenture, il passo di Google è «evolutivo più  che rivoluzionario». In sostanza, Big G ha integrato il servizio <em>voice</em> (già esistente) con Gmail. Ma la potenzialità e il valore aggiunto del gigante dei motori di ricerca risiede nella aver unito in un unico sistema diversi modi per poter comunicare. «Gli utenti stanno perdendo progressivamente il senso di dove stanno facendo qualcosa attraverso il browser o mediante un’applicazione dedicata o un programma», continua Murdoch. «Diventerà sempre più difficile distinguere dove finisce il browser e dove inizia l’applicazione».</p>
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		<title>Mi fa un&#8217;internet al volo, che oggi ho fretta?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/02/12/mi-fa-uninternet-al-volo-che-oggi-ho-fretta</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 08:15:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La rete e il digitale sono sinonimo di immediatezza. Quanto è un bene e quanto è un male, sia dal punto di vista personale che da quello aziendale?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Viviamo in tempi esponenziali. Se già non lo conoscete, date un’occhiata a <a href="http://www.youtube.com/watch?v=5puwLp6myXw">Did you Know</a>, un video che, seppure un po’ datato, dà una buona idea di quanto stiamo andando veloci verso l’incognito. Guardate e rabbrividite. Internet e il digitale sono allo stesso causa e vittime di questa fretta. Causa o almeno compartecipe di uno shift culturale. È la civiltà/cultura della fretta. Essere presenti nel minor tempo possibile. Avere le risposte nel minor tempo possibile. Dover fornire le risposte nel minor tempo possibile. Quello che era veloce a gennaio di quest’anno a questo punto è già lento. Il pianeta ha smesso di dormire.<span id="more-2112"></span></p>
<h5>Il cliente ha sempre ragione?</h5>
<p>Il trionfo del tutto e subito. La carta è drammaticamente troppo lenta. L’email pure. Twitter per ora sembra reggere l’esigenza di istantaneità. Meglio Skype o le chat. Con internet ci stiamo avviando verso un’era dove il soddisfacimento immediato è un pesante vantaggio competitivo. Dove la reazione allo stimolo dell’utente deve quasi essere un movimento istintivo, come quando ci si tuffa di lato – senza riflettere, per evitare un treno in corsa. E la paura viene dopo. Questa fretta noi addetti ai lavori la vediamo anche dal nostro lato della barricata. Come minimo dalle richieste dei clienti, delle aziende. Instant branding. Instant results (con investimenti ben al di sotto di quello che sarebbe ragionevole, in troppi casi). Instant strategy, dove si chiede pensiero profondo ma istantaneo.</p>
<p>Si rifiutano strategie fotocopia, ma non sono previsti i tempi per pensare bene a qualcosa di originale. Solo le riunioni aziendali sembrano sfuggire alla regola della velocità  (almeno quando non diverranno realtà le <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2009/11/la-riunione-twitter.html">riunioni  Twitter</a>). Una fretta anche sul fronte dei risultati: ci si attende che il digitale porti risultati nel giro di poche settimane, raddrizzi vendite incrinate dalla crisi e da anni di <em>mismanagement</em> della marca. Che ci porti istantaneamente migliaia di followers o meglio di fan.</p>
<h5>Vari gradi di impossibilità</h5>
<p>Ora, che il digitale possa fare dei miracoli (rispetto a quello che si poteva fare una volta) è fuori di dubbio. Che le persone della generazione 2.0 siano più veloci è anche questa una verità. Ma ci sono dei meccanismi umani che anche nell’era del virtuale fanno fatica ad evolversi. Ad innamorarsi, per esempio, continuiamo a metterci un certo tempo (non parlo di infatuazione passeggera, parlo di quell’amore vero che dà origine a matrimoni felici e a rapporti di fedeltà con mogli e brands). Il nostro cervello e il nostro cuore devono pur sempre passare attraverso dei meccanismi di elaborazione degli stimoli. Tolto il raro caso in cui la nostra marca abbia davvero qualcosa di significativo/rivoluzionario da dire, ci va il suo tempo. Si può perdere la testa per una sventola tutta curve (come si diceva ai miei tempi), con una normale o a una bruttina forse ci va un po’ più di tempo (se perdonate il mio insopportabile sessismo, ma si sa che negli uomini le donne non guardano la bellezza ma le mani, gli occhi o l&#8217;intelligenza, no? ;-).</p>
<p>Molto spesso alla marca viene impedito anche di toccare i tasti della trasgressione, dell’unconventional, del dare la parola nell’engagement. Come se a una zitella in cerca di marito venisse impedito di mettersi un po’ in tiro, dato che quel modo di comunicare non è coerente con i valori della marca. Lecito, corretto, ma se non posso passare per la seduzione, se magari non posso nemmeno cucinarti qualcosa di appetitoso per arrivare al cuore attraverso lo stomaco (gratis: vedi alla voce <a href="http://www.wired.com/techbiz/it/magazine/16-03/ff_free" target="_blank">freeconomy</a>), ce la giochiamo su piani probabilmente più profondi… ma anche molto più lenti. Costruiamo la marca attraverso la costanza, le performance, l’autenticità, la solidità… il tempo.</p>
<p>Ma il tempo non c’è. Per le società quotate in borsa i risultati trimestrali, mensili, settimanali sono il termometro con cui si misura il management e la sua sopravvivenza. Gli azionisti pretendono dividendi, soldi, tanti e subito. Non c’è più il tempo di costruire marche e relazioni come una volta si poteva fare. Mi è rimasto in mente il caso di una nota azienda alimentare italiana non quotata: ho lavorato alla sperimentazione di certi suoi prodotti. Poi li ho visti arrivare sul mercato 25 anni dopo. Senza fretta. Senza pressioni da parte degli azionisti. Probabilmente facendo la cosa giusta solo quando era il momento giusto.</p>
<h5>La via di mezzo</h5>
<p>Il digitale, tecnologicamente ci dà le chiavi dell’ubiquità e dell’istantaneità. Ma è proprio quello che sempre e comunque funziona? Questa cultura della fretta, sia dal lato business che dal lato umano, è davvero funzionale? Questa impazienza, che sta diventando il fattore comune della popolazione occidentale, non sembrerà sempre più assurda alle popolazioni meno tecnologiche ma forse più sagge? Senza nemmeno entrare nello spinoso tema degli obiettivi della vita (e non sarebbe male prima o poi parlarne a livello allargato, magari esplorando il concetto di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Gross_national_happiness" target="_blank">Felicità Interna Lorda</a> del <a href="http://www.bhutan.gov.bt/government/index_new.php" target="_blank">Bhutan</a>), che cosa ne sarà di quel gusto dell’approfondimento che è alla base di tanta parte dell’uso della Rete? Dell’esplorazione, della ricerca di capire, piuttosto che di immagazzinare nozioni o risposte usa e getta? Riusciremo ad arrivare a una cultura della fretta che si interseca con un ritrovato gusto dell’approfondimento? Una felice sintesi della frattura schizofrenica che sembra tanto evidente a chi vive nelle grandi metropoli del terziario avanzato? E noi che “facciamo il digitale” riusciremo ad arrivare ad una felice sintesi tra qualità e velocità, tra <em>time to market</em> e pensiero profondo?</p>
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		<title>La rete dei migranti che avvicina i mondi</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 07:59:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marta Mainieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Emigrare oggi non significa più necessariamente perdere i contatti col proprio paese e con la propria gente. E grazie a internet si formano nuovi punti di riferimento]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Ma io ti lo detto e ti lo ripeto che se qualche volta non scrivo a tempo none colpa mia e per la distanza che mi sipara di Città Bolivar e di costo non è come El Callao che parte un corriere ogni quindici giorni. Dite a tuvo fratello  (&#8230;)  che vede la carta geografica di Venezuela e che ti dice dove si trova Guasdalito». Così scriveva il mio bisnonno a sua moglie nel 1894. Lui, immigrato in Venezuela, e lei, rimasta in un paesino della Calabria settentrionale, affidavano alle lettere le loro storie, le loro paure, i ricordi. Lettere che arrivavano, mai partivano, si perdevano e che la storiografia ha a lungo studiato per capire comportamenti, cultura e valori dei nostri migranti.<span id="more-1792"></span></p>
<p>Tutto più semplice, invece, per Maria, argentina trentaduenne, che vive a Parma da quattro anni con il marito e un figlio di dodici mesi e che condivide con chi è rimasto in Argentina solitudini, paure e conquiste attraverso internet. «Grazie a Skype sento i miei familiari tutti i giorni», racconta, «con loro ci scambiamo fotografie, chattiamo e ci guardiamo attraverso la webcam, così loro possono vedere il mio bambino crescere e io mi rendo conto di come se la passano. E ci sentiamo tutti un po’ meno soli».</p>
<h5>In contatto</h5>
<p>La comunicazione fra migranti e familiari rimasti al paese di origine passa oggi in gran parte attraverso internet e social media, e lo si può dedurre facilmente osservando la clientela di un qualsiasi internet point. «Internet è diventato incredibilmente importante per gli immigrati», dice <a href="http://ethanzuckerman.com/">Ethan Zuckerman</a>, co-fondatore di <a href="http://globalvoicesonline.org/">Global Voices Online</a> e ricercatore del Berkman Center di Harvard. «Molto più che in passato permette di rimanere in contatto non solo con la propria famiglia, ma anche con la propria cultura di origine. Questo può far vivere nel paese di destinazione più facilmente, almeno psicologicamente, ma potrebbe anche rendere più difficile il percorso di integrazione».</p>
<p>Che questo sia vero oppure no è ancora presto per dirlo (non ci sono a oggi studi che approfondiscono in questo senso il tema), però certo la comunicazione digitale modifica il rapporto tra chi parte e chi rimane molto più di quanto abbia fatto in passato la comunicazione scritta. Se un tempo, infatti, i contatti fra il paese di origine e di destinazione erano sporadici e affidati a lettere e a brevi ritorni, oggi grazie a internet sono intensi, continuativi e di conseguenza anche più diretti e veritieri. Più difficile mentire e affidarsi al tempo per cancellare solitudine e sofferenze. «Domenica è un giorno speciale perchè non lavoriamo e possiamo sentire le nostre famiglie», afferma Linver, operaio ventunenne boliviano, a Vigevano da due anni. «Così la mattina sono  sempre qui, all’internet point, sto un’oretta, mentre durante la settimana ci passo solo 10 minuti, giusto il tempo di guardare la posta e leggere un po’ i giornali del mio paese. Alle volte scarico da YouTube i video dei miei amici. Mi chiedono sempre dell’Italia e delle possibilità di lavoro e gli rispondo sempre la verità: su internet l’Italia è bella, ma lo è per gli italiani, per noi che veniamo qui a lavorare, è dura». Lo stesso raccontano i marocchini ai propri fratelli a san Nicola Varco, in provincia di Salerno. «Anselmo Botte nel suo <em>Mannaggia la miseria</em> scrive che i marocchini che lavorano i campi di frutta nella Piana del Sele sconsigliano ai propri fratelli minori di partire raccontando quanto la vita in Italia sia faticosa», racconta <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Pugliese">Enrico Pugliese</a>, sociologo e accademico.</p>
<h5>Immaginario</h5>
<p>Un tempo chi partiva per destinazioni molto lontane fermava il suo immaginario al momento dell’addio. Difficile era infatti soltanto pensare che qualcosa potesse cambiare in un paese in cui per secoli nulla si era modificato. Oggi invece l’immigrato attraverso internet e social media segue da vicino quanto accade nella sua comunità d’origine e anzi in alcuni casi interviene nel cambiamento. «All’inizio utilizzavo internet solo per conoscere la normativa che interessava me e i miei connazionali», spiega Samuel Kangbo, sierreleonese che vive a Roma dal 1988, «oggi, invece, oltre che per tenermi informato, uso la rete per discutere con altri africani, con i quali scambio opinioni, parlo della fuga di cervelli, della corruzione politica e così via». Il miglioramento della condizione economica, infatti, porta quasi sempre con sé anche un uso più intenso della rete che si trasforma da mero strumento di comunicazione a luogo di discussione, di frequentazione e di acquisto.</p>
<p>Ogni comunità trova nel web i propri punti di riferimento. Ci sono shopping mall attraverso i quali è possibile acquistare e mandare direttamente in patria i più svariati regali: si va dalle torte di compleanno al mazzo di fiori, fino a sostegni concreti come minuti aerei, rette scolastiche, buoni spesa, visite mediche. Ne sono un esempio <a href="http://happysend.com/">Happysend</a> per i camerunesi, <a href="https://www.icareug.com/">iCare</a> per gli ugandesi, <a href="http://www.mamamikes.com/">MamaMikes</a> per i kenyani, <a href="http://www.indiaplaza.com/">Indiaplaza</a> per gli indiani, <a href="http://www.expressregalo.com/">Expressregalo</a> per i filippini. Ci sono, poi, i siti dove è possibile trovare l’anima gemella scovandola in database che raccolgono connazionali sparsi in tutto il mondo, come <a href="http://www.bharatmatrimony.com/">Bharatmatrimony.com</a> per gli indiani, <a href="http://zawgaty.com/">Zawgaty.com</a> per gli arabi, <a href="http://www.filipinaheart.com/">filipinaheart.com</a> per i filippini, <a href="http://www.afrointroductions.com/">afrointroductions.com</a> per gli africani. Ci sono infine i portali generalisti, luoghi di informazione dove è possibile ascoltare la radio, guardare video e discutere attraverso chat, forum, blog (ne sono un esempio <a href="http://despatriados.com/">despatriados.com</a>, <a href="http://nriol.com/">NRIOL.com</a><em>, </em><a href="http://seneweb.com/">Seneweb.com</a>, <a href="http://ghanaweb.com/">Ghanaweb.com</a>, <a href="http://mashada.com/">mashada.com</a>).</p>
<h5>Discussione</h5>
<p>Proprio da questi luoghi parte la discussione, in alcuni casi più malinconica, come quella degli argentini, che parlano di solitudini e difficoltà pur scambiandosi, anche, ricette e consigli, in altri più matura, come quella degli africani che riflettono sul futuro del loro continente e su come abbattere i luoghi comuni. Una discussione che rimbalza tra i molti blog curati dai componenti della diaspora (soprattutto afro-americani) e quelli dell’ <em>intellighenzia</em> africana, che fa della <a href="http://www.mmainieri.it/Marta_Sito/Articoli/Nova,Il%20sole%2024%20ore_27_09_2007.PDF">blogosfera africana</a> una delle più vivaci e interessanti del web, dando origine anche a promettenti progetti. <a href="http://kenyansforchange.com/">Kenyans for Change</a> (K4C), per esempio, è un movimento nato su Facebook con l’obiettivo di promuovere iniziative per un Kenya più democratico e moderno, e oggi raccoglie più di 10000 kenioti sparsi in tutto il mondo; <a href="http://arc.peacecorpsconnect.org/">Africa Rural Connect</a>, è invece una piattaforma online attraverso la quale si propongono soluzioni per favorire lo sviluppo agricolo del continente; <a href="http://www.ushahidi.com/">Ushahidi</a> infine è una piattaforma di raccolta di informazioni dal  basso.</p>
<p>Molte di queste iniziative nascono con il contributo delle seconde generazioni che naturalmente si muovono in internet con maggiore disinvoltura rispetto ai propri genitori. Anzi, se un tempo toccava a loro insegnare a leggere e a scrivere a mamma e papà, oggi spetta loro il compito di aiutarli a familiarizzare con le nuove tecnologie. «Quando qualche parente si collega al messanger chiamo subito mia madre», racconta Hebe, studentessa e mamma milanese-egiziana, «lei non sa usare internet, a mala pena riesce a far partire il videoregistratore!». Hebe usa il web per seguire gli studi, per rimanere in contatto con le amiche italiane ed egiziane, conosciute durante le vacanze estive, e anche per confrontarsi con altri figli di immigrati, magari su portali come <a href="http://www.arabfriendz.com/">Arabfriedz</a>, un social network che raccoglie giovani arabi sparsi nel mondo: «Noi della seconda generazione», racconta, «siamo sempre sulla linea di confine. Non siamo nè di qua nè di là, e questo ci porta a cercare ragazzi simili a noi. Un italiano o un egiziano può capire solo una parte di noi, quella più vicina alla propria cultura, mentre l’arabo-inglese o l’arabo-americano ha probabilmente vissuto le nostre stesse contraddizioni e questo fa sì che, a volte, ci sentiamo più vicini a loro che ai nostri connazionali».</p>
<p>A questi ragazzi spetta e spetterà, dunque, l’arduo compito di contribuire ad avvicinare i diversi mondi. Se ai tempi del mio bisnonno si pensava che la grande emigrazione avrebbe portato soldi e benessere al sud Italia, al tempo di Facebook è lecito sperare che l’immigrazione possa aiutare a contribuire a superare il digital divide fra il nord e il sud del mondo. Per il mio bisnonno non ha funzionato, chissà che questa volta vada meglio.</p>
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		<title>Internet su cellulare, a un passo dalla maturità</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 07:45:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nuovi annunci da parte di sviluppatori e provider fanno pensare a un anno di forte sviluppo per la connettività su dispositivi mobili]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2010 sarà l’anno della maturità per internet su cellulare. Lo dicono numerosi indizi, a livello internazionale: l’impegno di grandi attori, da ultimo anche di Google; l’innovazione di software internet per il cellulare, come browser e client VoIP. Tutti corrono alla grande festa che prevedono ci sarà. Gli operatori italiani sono pronti a raccogliere i frutti. Sarà da vedere se, con la maturità del mercato, cambieranno anche le loro politiche tariffarie, che al momento peccano di scarsa trasparenza e di una certa miopia di fondo, come dimostrano i ripetuti interventi di Agcom e dell’Antitrust, tuttora in corso, a difesa degli utenti.<span id="more-1750"></span></p>
<h5>Browser</h5>
<p>Certo è che il boom delle connessioni su cellulare è sotto gli occhi di tutti e sta avvenendo in modo molto diverso rispetto alla crescita avvenuta per l’internet via pc. Progredisce infatti da subito anche nei Paesi in via di sviluppo, come dice uno studio di Opera <a href="http://www.opera.com/smw/2009/11/#chart_pages">uscito pochi giorni fa</a> (sono gli autori dei browser più usati su cellulare). Nei Paesi poveri, i cellulari sono più adatti dei computer per navigare, per motivi socio-economici. Viene proprio dai creatori di browser uno dei segnali più forti, che la svolta è vicina: Opera 10 è uscito in beta a novembre per cellulari, a giorni arriverà il primo browser mobile di Mozilla (<a href="https://wiki.mozilla.org/Fennec#Test_Builds">Fennec</a>). E si attende a gennaio, per Symbian, il primo browser in grado di supportare il Flash completo (versione 10) su cellulari: <a href="http://get.skyfire.com/">Skyfire 1.5</a> (già disponibile per piattaforma Windows Mobile).</p>
<p>L’assenza di un Flash degno di questo nome è stato finora, in effetti, uno degli indizi di immaturità dell’internet su cellulare. Adobe ha già annunciato che lo pubblicherà appunto nel 2010, per tutti gli smartphone eccetto iPhone (a quel punto non sarà più necessario navigare con Skyfire per avere Flash completo). Ricordiamo che il Flash completo aprirà la porta a tutte le applicazioni web già realizzate per pc. A questo proposito, l’altra colonna portante dell’internet mobile sono i negozi di applicazioni: Ovi Store, Vodafone 360 e Android hanno appena cominciato a fare concorrenza all’App Store; nel 2010 faranno sul serio.</p>
<h5>Neutralità</h5>
<p>Google sta facendo pressione su questo mercato, in un crescendo di iniziative. Hanno cominciato negli Stati Uniti, facendo lobby presso i regolatori e riuscendo ad aprire i network degli operatori mobili a principi di neutralità tecnologica. Ha fatto poi accordi con gli stessi operatori, negli Usa e in Europa, per sostenere i propri servizi sulle piattaforme mobili. Il lancio di Android e di Google Voice (numero unico VoIP) è stato il passo successivo e nel 2010 sarà la volta del suo primo cellulare (Nexus One). Come si vede, è stata un’avanzata continua da dietro le quinte fino alla prima linea del mercato.</p>
<p>Che questo sia un mercato in cui bisogna finalmente puntare se n’è accorto anche Skype, in questa sua nuova e più agguerrita fase (dopo l’abbandono di eBay). Ha appena lanciato (in beta) la <a href="http://www.pianetacellulare.it/post/Symbian/10299_Skype-arriva-lapplicazione-per-cellulari-Symbian.php">prima versione completa</a> per cellulari Symbian. È noto che Skype ha sempre tentennato sull’uscio del mercato telefonico, preferendo distribuire il proprio servizio attraverso accordi con gli operatori. Una scelta però che l’ha condannato a una nicchia (tra gli utenti di H3G), visto che i principali operatori sono rimasti indifferenti o ostili al VoIP. Ma qualcosa sta cambiando, nelle alte sfere della telefonia: O2 <a href="http://www.itespresso.it/it/news/2009/12/21/o2_compra_jajah">ha appena comprato Jajah</a> per 200 milioni di dollari. O2 è del gruppo Telefonica, uno dei principali operatori mondiali.</p>
<h5>Italia</h5>
<p>L’Italia probabilmente parteciperà appieno alla festa dell’internet su cellulare, che già da noi <a href="http://hightech.blogosfere.it/2009/08/mobile-surfer-oltre-7-milioni-di-utenti-nellultimo-anno-esplodono-i-social-network.html">vanta circa 7 milioni di utenti</a> in un boom <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/13/il-boom-selvaggio-della-banda-mobile">che abbiamo già definito “selvaggio”</a>. Da una parte, gli operatori accelerano con le offerte per internet, sfruttando fenomeni come Facebook, mostrandosi attenti al nuovo vento che spira- per la prima volta, Wind <a href="http://notebookitalia.it/wind-facebook-sms-gratis-sul-cellulare-7281">l’ha reso gratuito</a> via sms qualche giorno fa. Dall’altra, gli operatori mobili restano gli stessi nel loro intimo: stessa filosofia di sempre, nelle offerte e nelle strategie. Un indizio: non cessa <a href="http://www.google.it/search?q=internet+super+bolletta+mobile&amp;ie=utf-8&amp;oe=utf-8&amp;aq=t&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;client=firefox-a">il fenomeno delle super bollette</a> per chi naviga in internet mobile. Agcom e Antitrust, <a href="http://www.cellularmagazine.it/blog/6104/antitrust-e-agcom-piu-trasparenza-tariffe-telefonia-mobile/">dopo l’inchiesta di quest’estate</a> continuano a monitorare il settore e si apprestano a chiedere tariffe internet mobile più trasparenti. Agcom indaga anche sugli operatori mobili <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?message=viewdocument&amp;DocID=3578">che limitano alcune applicazioni</a>: per la prima volta, un’istituzione italiana affronta così <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/30/neutralita-della-rete-la-resa-dei-conti">il tema della neutralità della rete</a>.</p>
<p>Il problema di fondo è che le tariffe internet mobile sono ancora una corsa a ostacoli: bisogna stare attenti a configurare sul cellulare l’apn (punto di accesso) giusto, a seconda dell’offerta sottoscritta, e se si naviga con quello sbagliato si paga salato. Non solo: le offerte hanno limiti bizantini di tempo (con scatti ogni 15 minuti, che sembrano fatti apposta per far spendere più del previsto) e di applicazioni web utilizzabili. Se l’utente sottoscrive un’offerta che include solo il browsing e poi prova a scaricare alla posta, sono di nuovo dolori. Agcom forse non ha il potere di costringere gli operatori a fare offerte più semplici e neutrali, ma può obbligarli a una maggiore trasparenza. Le soluzioni sono numerose: sms che configurano in automatico l’Apn giusto, per l’offerta sottoscritta; possibilità di bloccare le navigazioni non incluse nel canone (così l’utente non rischia di eccedere nelle ore o nel tipo di applicazioni utilizzate). Chissà, magari anche queste cose rientreranno nei buoni propositi del 2010.</p>
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		<title>Net neutrality, nuovi venti sulle reti mobili</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 07:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La nicchia degli utenti evoluti di connessioni in mobilità cresce velocemente e il mercato richiede più trasparenza. Ma la vera battaglia tra interessi degli operatori e aspettative dei clienti è appena alle porte]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vodafone comunica politiche per <a href="http://mytech.it/web/2009/09/14/vodafone-limita-voip-e-peer-peer/">limitare</a> VoIP e peer to peer su rete mobile. L’Authority tlc Usa (Fcc) mette nero su bianco <a href="http://punto-informatico.it/2711760/PI/News/fcc-nuovi-principi-neutralita.aspx">i principi</a> per la <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/30/neutralita-della-rete-la-resa-dei-conti">network neutrality</a> e avvia l’iter per trasformarli in legge. Le due notizie, in questi stessi giorni, non sono una coincidenza. Il motivo di fondo è che siamo prossimi al punto di rottura: il dibattito, che finora è proseguito tra addetti ai lavori e solo nelle aule delle authority tlc più lungimiranti, si appresta a trasformarsi in legge. In altre parole, il re è nudo e non può più tornare vestito. Già questa è una piccola vittoria per i consumatori: leggi e operatori non possono più ignorare la questione.<span id="more-931"></span></p>
<p>Le nuove policy Vodafone (che valgono non solo in Italia, ma su tutti gli operatori del gruppo) potrebbero apparire una cattiva notizia, ma, se lette in quest’ottica, rientrano in quel processo di trasparenza e di emersione del problema della neutralità di rete. E quindi sono una buona notizia. Che cosa dice, infatti, Vodafone? Primo, che in alcune ore e circostanze, può limitare il peer to peer. Una cosa che fa già da tempo, ma adesso sente la necessità di metterlo nero su bianco in modo più esplicito. Secondo, dal 20 novembre ci saranno nuove tariffe dati e quelle più economiche non includeranno più il traffico VoIP. Fino a qualche tempo fa un operatore mobile avrebbe potuto fare a meno di comunicare questa novità. Non è un mistero che era consuetudine tra i mobili limitare il VoIP degradandone la qualità; senza bisogno di fare manifeste differenziazioni tariffarie. Del resto, l’odio dei mobili per il VoIP è storia antica: per anni hanno cercato di rallentare la diffusione di cellulari WiFi. Rifiutandosi di distribuirli (come nel caso nel Nokia N97) o chiedendone ai produttori versioni ad hoc senza WiFi (è capitato al Nokia N95 per i canali Vodafone).</p>
<p>Vodafone quindi è stato investita dal vento della trasparenza in tema di gestione della rete. Un vento a cui nessun operatore &#8211; a partire dai maggiori &#8211; d’ora in poi potrà sottrarsi. È cresciuta infatti la consapevolezza del pubblico e delle istituzioni sulla network neutrality. Complice, la maggiore diffusione degli accessi internet su rete mobile e degli smartphone. La frontiera più infuocata del dibattito è appunto la rete mobile, dove gli operatori finora hanno agito senza preoccuparsi della neutralità: perché il pubblico che navigava in mobilità è stato una nicchia, poco rappresentativa e quindi poco tutelata.</p>
<p>Adesso che il mercato sta cambiando, i nodi vengono al pettine e quindi gli operatori sono costretti a prendere posizioni esplicite, laddove prima potevano agire sotto banco con poco scandalo. T-Mobile in Germania a giugno aveva bloccato Skype e poi l’ha riattivato solo a chi pagava un canone extra. Un altro caso che è scoppiato di recente è il bando di Google Voice, pare per un patto tra AT&amp;T e Apple. Per lo stesso motivo, l’iPhone non supporta il VoIP su 3G, con scorno di Skype. Che ora, visto il nuovo vento che spira, <a href="http://punto-informatico.it/2711714/PI/News/skype-ceo-vuole-3g.aspx">trova la forza di protestare</a>. Tra tutte le applicazioni limitate e limitabili su rete mobili, è proprio il caso del VoIP a scoperchiare le strategie degli operatori. Limiti al peer to peer e al video streaming possono essere giustificati con l’esigenza di gestire la banda in modo più equo ed efficiente. Il VoIP invece viene limitato solo a tutela dei ricavi telefonici tradizionali, come la stessa Vodafone ha detto, spiegando le nuove policy.</p>
<p>Il che è utile, perché rivela il senso profondo della questione network neutrality. Non è un dibattito su come gestire o non gestire una rete. Ma è uno scontro di interessi contrapposti e di divergenti modelli di business, innovativi o tradizionalisti. Così si spiega perché <a href="http://openinternet.gov/read-speech.html">nel discorso del presidente di Fcc</a> si legge, per la prima volta, che i principi di neutralità della rete si applicano anche alla rete mobile. È qui che lo scontro tra opposti interessi sarà più furibondo. Proprio qui, quindi, i confini della questione si staglieranno più netti. Far passare la neutralità della rete anche sul mobile diventa, di conseguenza, necessario per vincere l’intera partita. I campi di battaglia principali sono gli Stati Uniti e l’Europa. Negli Usa gioca il fatto che il governo Obama si è dichiarato, fin dalla campagna elettorale, a favore della neutralità della rete. E quindi ora è possibile che il disegno di Fcc vada in porto e si arrivi alla prima legge, al mondo, sulla network neutrality. Adesso c’è una coincidenza tra il lavoro di Fcc e il movimento di opinione (prima isolato) trainato dalle organizzazioni pro-neutralità. Lo dimostra il fatto che i principi enunciati da Fcc siano gli stessi da tempo proposti da NNSquad.org.</p>
<p>In Europa la situazione è più complessa. Per ora si parla di neutralità della rete solo <a href="http://www.t-regs.com/content/view/404/86/">nella bozza del nuovo pacchetto Telecom</a>, che sarà discusso ancora una volta il 28 settembre, nella seduta di conciliazione tra il Parlamento europeo e il Consiglio dei ministri. Ci potrebbe volere un anno per un’eventuale direttiva europea e poi altro tempo perché le Authority nazionali recepiscano l’aspetto della network neutrality. Tutto sommato secondario, nel pacchetto Telecom. Per altro, è un tema su cui la nostra Agcom finora non ha preso posizioni, anche se l’ha citato <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?message=viewdocument&amp;DocID=3239">nell’ultima relazione annuale</a>. Qui ha scritto che ormai il tema deve essere affrontato, non solo per la rete fissa ma anche su quella mobile. Anche Agcom percepisce che non si possa più ignorare. Un buon segno è anche che la bozza del pacchetto Telecom e i principi di Fcc siano nello spirito piuttosto vicini: cercano un equilibrio. Da una parte vietano agli operatori di discriminare il traffico; dall’altra permettono loro di avere politiche di gestione del network al solo scopo di evitare disservizi all’utente. L’utente al centro, quindi; non gli interessi economici degli operatori.</p>
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		<title>Neutralità della rete, la resa dei conti</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 08:05:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Contro il fiorire di disegni di legge repressivi, l'opposizione propone un testo in difesa dei pilastri della internet e di stimolo alla diffusione della connettività in Italia. Due schieramenti opposti e spesso inconciliabili, sempre più vicini al confronto decisivo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È come poco prima dei calci di rigore, in una finale: la tensione dai palchi è al massimo e la contrapposizione tra opposti gruppi che rumoreggiano si fa nettissima. Siamo alla resa dei conti, infatti, su un tema che è balzato di colpo dalle private stanze degli addetti ai lavori ai fari della politica. Anche in Italia. Perché di <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/05/neutralita-della-rete-la-trasparenza-e-fai-da-te">neutralità della rete</a> non si è mai parlato così tanto, da noi, come in questo periodo. Nel giro di pochi giorni abbiamo avuto una <a href="http://unaleggeperlarete.wordpress.com/">proposta di legge</a> dal Partito Democratico, che è la prima in Italia (e forse anche nel mondo, a detta degli esperti) a parlare esplicitamente di difesa della neutralità della rete. Si contrappone esplicitamente alle <a href="http://www.apogeonline.com/filirossi/leggi-internet">tante proposte</a> che sono arrivate dal Popolo delle Libertà, a raffica nei giorni scorsi. E anche il loro rapido succedersi rivela la crescente attenzione della politica (nel bene o nel male) per internet, sebbene senza rinunciare alle solite incomprensioni e agli equivoci (come quello di definire internet luogo di anarchia, senza regole, dove scorazzano liberi pirati e pedofili, come <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/03/27/Policy/luca_barbareschi_pedofilia_Domenico_Vulpiani_facebook_Gigi_Tagliaferri_Ernesto_Caffo.html?utm_source=infomail&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=Dailyletter+n.1381+del+27+marzo+2009">ribadito nei giorni scorsi</a> ancora una volta da Barbareschi.<span id="more-531"></span></p>
<p>Forse hanno ragione <a href="come Massimo Mantellini http://www.mantellini.it/?p=6555">quei commentatori</a> che vedono, nella proposta del PD, il gioco facile di chi scrive belle parole nella certezza che mai si trasformeranno in legge. D’altro canto, però, è una proposta che arriva sull’onda di un fenomeno, e che è quindi figlia del proprio tempo: magari di per sé sarà poco efficace, sul piano pratico, ma risponde all’esigenza di creare una coalizione più netta intorno alla difesa dei principi della rete. E così che nei giorni scorsi è nato anche <a href="http://www.amointernet.it/about">Amointernet.it</a>, che «riassume le idee e le posizioni di un gruppo di persone, professionisti, appassionati, cittadini che ritengono che Internet e l’innovazione in generale facciano parte del futuro dell’Italia». Molti di questi principi sono in linea anche con le posizioni di <a href="http://nnsquad.it/">NNsquad Italia</a>, neo nata organizzazione che sta venendo sempre più allo scoperto e che nei prossimi mesi si presenterà ufficialmente al pubblico. Si sa che la gente sente il bisogno di alzare gli scudi solo quando sente scoccare dall’altra parte le frecce. Questo grande movimento di idee e di persone è quindi il risultato del fatto che si stanno consolidando due lobby politiche e di addetti ai lavori. Una a favore di nuove regole per internet, l’altra per la tutela e la riaffermazione delle attuali. Questa seconda fazione mira a mettere le regole nero su bianco, sancite nelle norme dello stato. Finora invece principi fondanti come la neutralità della rete sono stati tutelati soprattutto dalla consuetudine.</p>
<p>L’agitarsi di parole e di proposte in terra italiana fa da sostegno a qualcosa che però sarà probabilmente deciso in sede istituzionale europea. La neutralità della rete è del resto un tema troppo vasto, con ricadute sull’economia internet mondiale, per poter essere affidato a legislatori di un singolo Paese. Il 31 marzo Bruxelles voterà emendamenti che vorrebbero dare agli operatori la possibilità di intervenire sul traffico dei propri utenti con libertà e poteri mai esercitati finora. Anche in Europa si assiste al balletto di opposte fazioni: Google, Yahoo!, Skype e eBay <a href="http://punto-informatico.it/2585021/PI/News/non-lasciare-che-rete-diventi-tv.aspx">hanno scritto</a> a Bruxelles contro questi emendamenti, osteggiati anche da Scambio Etico, come <a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/hrubrica.asp?ID_blog=2">segnala</a> Anna Masera su La Stampa. Guido Scorza <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=677">nota invece</a> che il parlamento europeo ha approvato una raccomandazione contro censure e minacce fatte dai governi contro la libertà di espressione in internet. A conferma che la partita si gioca soprattutto a livelli europei. Ciò non toglie che serva anche l’apporto dei gruppi d’opinione dei singoli Paesi per decidere le sorti della battaglia finale. Un po’ come fanno i supporter che seguono la propria squadra, sostenendola, nei derby giocati in stadi internazionali.</p>
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		<title>Skype sul cellulare, ma solo per pochi</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Feb 2009 08:23:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il celebre software per la telefonia indipendente dagli operatori è ora preinstallato nei modelli N97 di Nokia. Ma resta ancora molto da fare perché possa diffondersi in tutti gli smatphone e i telefoni 3G e WiFi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’arrivo del primo vero <a href="http://www.voipblog.it/2009/02/accordo-skype-e-nokia-skype-per-symbian-e-finalmente-realta.html">Skype su cellulare</a>, a settembre 2009, preinstallato sul Nokia N97, è un passo avanti notevole per il VoIP mobile. Ma al tempo stesso conferma una strategia che farà storcere il naso a qualche utente. Una strategia che ancora impedisce l’arrivo di un software Skype completo, network-independent, scaricabile e funzionante sulla maggior parte degli smartphone. Il tutto la dice lunga sulle logiche di potere che esistono all’interno della telefonia mobile. Ben diverse da quelle che, almeno per ora, albergano nel mondo della banda larga su rete fissa e che hanno contribuito a rendere internet quel posto aperto che conosciamo.<span id="more-444"></span></p>
<p>Che cosa fa infatti lo Skype sul N97? È il primo Skype a funzionare su tutti i network, WiFi o 3G, a seconda della disponibilità, e su un cellulare Symbian. Consente di fare la chat, le chiamate, Skypeout. Si integra inoltre con la normale rubrica telefonica, un po’ com’è possibile fare, con network diversi da Skype, attraverso il programma <a href="http://www.zyb.com">Zyb</a>, acquistato da Vodafone. È quindi anche una forma di rubrica 2.0, fenomeno che sta prendendo piede dopo <a href="http://radar.oreilly.com/archives/2007/02/social-network-1.html">anni di discussioni</a>.</p>
<p>L’alternativa precedente era un surrogato, <a href="http://www.fring.com/">Fring</a>, che supporta Skype (permettendo di usarne l’account in tutte le funzioni). Soluzioni in mobilità sono anche Skype per cellulari Windows Mobile (che però non sono popolari come i Symbian) oppure lo Skypephone di H3G, di cui uscirà anche in Italia la versione 2.0, in primavera (è già disponibile nel Regno Unito). A settembre, quindi, viene colmato un tassello mancante ed è il primo accordo tra il principale software VoIP (400 milioni di utenti registrati) e il leader della telefonia (Nokia). Un’alleanza tra giganti che potrebbe spingere il VoIP mobile fuori dalla nicchia in cui finora è stato relegato. Nokia, del resto, promette l’arrivo di Skype anche su altri cellulari N Series, in futuro.</p>
<p>Eppure, c’è qualcosa che non torna. Non è facendo così che Skype ha conquistato un ruolo di potenza distruttiva nel mondo della telefonia fissa. Lì ha agito come un cane senza guinzaglio. Sui cellulari, invece, va con i piedi di piombo, muovendosi sempre all’ombra dei padroni del settore: produttori e operatori. Il nuovo Skype uscirà di conseguenza solo su pochi modelli, che sceglierà Nokia in accordo con le sue convenienze e interessi. E c’è da scommettere che ha poco interesse a pestare i piedi ai suoi migliori alleati, gli operatori. Non è quella rivoluzione data in pasto agli utenti (e senza riguardi per le logiche del business tradizionale della telefonia), com’è stato Skype per Windows, Mac e Linux.</p>
<p>C’è un’eccezione, ma in verità conferma la regola: lo <em>Skype for Mobile</em>, lanciato in sordina e con funzioni menomate rispetto allo Skype originale. È un software che funziona (si fa per dire) su tanti cellulari, ma non permette di usare il WiFi o la rete dati mobile. Va sulla rete voce normale, previo accordo tra Skype e gli operatori mobili. Risultato: non consente di risparmiare e in Italia funziona solo la chat (non le chiamate). Perché questa strategia? In occasione del lancio dello Skypephone, Niklas Zennstrom, allora capo di Skype, disse che era il solo modo valido per muoversi, nella telefonia mobile, dove è necessario il supporto degli operatori. Il VoIP su 3G, spiegò, era troppo costoso e rischiava di funzionare male: quello su WiFi non è vero VoIP in mobilità. Da allora la rete dati mobile è migliorata e ci sono flat dati più generose, per navigare via cellulare, ma non consentono l’uso del VoIP. L’utente, per usare Fring per esempio, deve sottoscrivere una delle flat pensate per l’utilizzo via computer. Non è propriamente il terreno ideale perché il VoIP mobile decolli nel mercato di massa.</p>
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