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	<title>Apogeonline &#187; scuola</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>L&#8217;ebook in classe non risolve, ma almeno aiuta</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Sep 2010 07:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[Ministero dell'Istruzione]]></category>
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		<description><![CDATA[Non basta distribuire lettori di libri digitali, se poi manca la visione di sistema. Ma l'ebook è più di un semplice supporto alternativo per i soliti libri di testo. E potrebbe essere la testa d'ariete per nuove forme di istruzione e di apprendimento]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una naturale evoluzione che porterà gli e-reader nella cultura quotidiana e domestica e passerà dalla scuola. Al di là degli <em>hype</em> da tecno-innovatori e dei suggerimenti sul lettore di e-book come “regalo dell’anno” che pioveranno durante il prossimo periodo natalizio da giornali e televisioni, quello che farà la differenza sarà la possibilità di un canale di avvicinamento culturale alle famiglie. I figli e la pratica scolastica sembrano essere uno dei migliori. Zaini e borse stracarichi di volumi patinati e costosi (tetto di 145 euro per la scuola primaria a carico del ministero, fino a 286 euro per la secondaria di primo grado e fino a 370 euro per la secondaria di secondo grado) incidono sul budget delle famiglie e sulla scoliosi degli studenti (<a href="http://consumatori.myblog.it/archive/2009/09/22/si-torna-a-scuola-zaini-si-scoliosi-no.html">ma solo per chi ha già una predisposizione</a>). Senza poi contare che spesso ai contenuti di parte dei libri vengono preferite selve di fotocopie, perché «erano meglio i commenti della versione precedente dei Promessi Sposi» oppure «lo hanno scelto i professori di prima e a me alcune cose non piacciono».<span id="more-3762"></span></p>
<h5>La circolare</h5>
<p>Si sa, la carta è “diversamente flessibile” e ha il suo peso e costo. Ma a partire da quest’anno scolastico il ministero dell&#8217;Istruzione, con la <a href="http://archivio.pubblica.istruzione.it/normativa/2009/allegati/cm16_09.pdf">circolare n.16 del 10 febbraio 2009</a>, ha aperto la strada a una trasformazione del testo nella forma ebook. Infatti leggiamo:</p>
<blockquote><p>Lo sviluppo incessante e progressivo delle tecnologie investe oggi tutti gli aspetti della vita sociale e produttiva e va modificando i processi di costruzione e di trasmissione della conoscenza. La scuola, che è il luogo privilegiato per un insegnamento connesso alla memoria come all&#8217;innovazione, non può non far interagire in modo dinamico il proprio tradizionale patrimonio di strumenti con quelli – sempre più diffusi e in continua evoluzione &#8211; offerti dalle nuove tecnologie. L’articolo 15 della legge 133/2008 prevede infatti che i libri di testo siano prodotti nella versione a stampa, on line scaricabile da internet e mista.</p></blockquote>
<p>La finalità dell’adottare e trattare contenuti digitali ha, ovviamente, natura pedagogizzante e non esaurisce i suo scopi con la sola nuova cultura di fruizione:</p>
<blockquote><p>Le nuove disposizioni legislative riguardanti i libri di testo offrono l’occasione per una educazione costante alla legalità nell’uso delle nuove tecnologie e dei contenuti che esse rendono accessibili, nel rispetto del diritto d’autore in cui si materializza il valore del lavoro intellettuale.</p></blockquote>
<p>Il testo andrebbe letto tutto perché contiene diverse “perle” di buon senso («Le adozioni non esauriscono i propri effetti all&#8217;interno della scuola poiché hanno anche una ricaduta non indifferente sulle famiglie. Nella scuola secondaria, infatti, chi effettua la scelta del libro di testo, cioè il docente, non coincide con l&#8217;acquirente che ne sopporta il relativo costo») e di orientamento al futuro prossimo («A partire dall’anno scolastico 2011-2012, il collegio dei docenti adotta esclusivamente libri utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista»).</p>
<h5>L&#8217;Iva da abbattere</h5>
<p>Al momento le risposte degli editori sembrano essere quanto mai intempestive, lavorando soprattutto per il futuro anno scolastico. E l’andamento relativo ai costi possiamo esemplificarlo con quanto dichiara Zanichelli, un editore che tradizionalmente lavora sulla scuola, <a href="http://scuola.zanichelli.it/online/scaricabili/">nella pagina dedicata all’online per la scuola</a> (una manciata di testi, per ora):</p>
<blockquote><p>I volumi scaricabili da internet hanno uno costo pari al 60% del prezzo di copertina, su cui grava l’IVA del 20%, anziché quella del 4%, specifica per l’editoria su carta.</p></blockquote>
<p>In pratica una manciata di euro di differenza fra carta e digitale. Basta scorrere le proposte di <a href="http://www.scuolabook.it/">Ebook Scuola</a>, libreria online specializzata, e confrontarle con le possibilità di acquisto degli stessi libri in formato tradizionale per farsi un’idea. Eppure, come testimonia una ricerca Adiconsum su scuola e nuove tecnologie,  sono proprio gli e-book che per il 60% dei genitori «possono contribuire a contenere il caro-scuola». Nel nostro immaginario i contenuti in digitale possono sviluppare cultura in modi più convenienti.</p>
<p>Prima o poi la questione del 20% di questi “oggetti digitali” <em>vs.</em> il 4% dei libri andrà risolta. Come pure occorre pensare che se si acquista il libro, ad esempio in Pdf, e lo si deve utilizzare a scuola, o lo si stampa (rendendo praticamente insensata la logica di trasformazione) oppure occorre avere un qualche tipo di lettore personale, il che fa risalire a un primo sguardo i costi. Dobbiamo quindi avere una visione un po’ più allargata e magari portare il dibattito in atto sulla trasformazione delle forme dell’apprendimento che avremo nelle classi. Non si tratta solo di avere contenuti digitali da leggere, ma disporre della possibilità di interagire con questi contenuti ed estenderli attraverso modi che la forma libro non consente. Si tratta di fare sposare le esigenze di costruzione del prodotto didattico a misura del singolo docente/materia e della sua classe con quelle editoriali, attraverso un grado di flessibilità che la forma digitale rende elevata. Così progetti interessanti come <a href="http://www.bookinprogress.it/index.php">Book in progress</a>, che vede testi scolastici scritti da 300 docenti della rete nazionale con capofila l’ITIS Majorana di Brindisi e stampati all’interno delle scuole, troveranno nella leggerezza del digitale e nella connessione della rete modi di co-poduzione e di diffusione nuovi.</p>
<h5>Il tablet non basta</h5>
<p>Ovviamente se ci concentriamo sulla pura sostituzione libro di carta/libro digitale mettiamo a fuoco solo alcuni elementi e ne perdiamo altri, come quelli di sistema. Basta pensare all’iniziativa che ha aperto il nostro anno scolastico, come si può leggere su <a href="http://www.bergamonews.it/bergamo/articolo.php?id=30891">Bergamonews</a>, del liceo scientifico Lussana di Bergamo:</p>
<blockquote><p>partirà una sperimentazione, grazie alla convenzione con l&#8217;ufficio scolastico della Lombardia, che doterà i 17 studenti di una classe di altrettanti iPad, mentre gli eBook a disposizione saranno sei. L&#8217;iPad verrà fornito anche a tutti i componenti del consiglio docente. Il tablet verrà utilizzato per le normali attività didattiche, verificando se possa efficacemente &#8220;sostituire, affiancare o integrare&#8221; i tradizionali libri di testo, facilitando un &#8220;approccio metacognitivo allo studio.</p></blockquote>
<p>Peccato che quando i ragazzi sono entrati in classe il primo giorno di scuola ci si è accorti che <a href="http://www.bergamonews.it/bergamo/articolo.php?id=30992">mancava la connessione wi-fi</a> e, come viene sottolineato nel post che uno studente della scuola ha scritto sul proprio blog (<a href="http://robertopinotti.blogspot.com/2010/09/il-lussana-cade-pezzi-ma-ha-gli-ipad.html">Il Lussana cade a pezzi, ma ha gli iPad</a>), ci sono anche altre priorità:</p>
<blockquote><p>secondo me, bisognerebbe prima mettere gli studenti in condizioni di sicurezza. Anche perché la tavoletta in questione non ti salva da pezzi di calcinaccio […] In questi anni ho avuto professori che non sapevano neanche usare i computer, non voglio immaginare che ci faranno con l&#8217;iPad: un uovo alla coque per cominciare.</p></blockquote>
<h5>L&#8217;informatica in ogni aula</h5>
<p>Ambivalenza fra arretratezza atavica e scarsità di finanziamenti da un lato e voglia di innovazione dall’altro. Anche se, per quanto riguarda gli insegnanti e la dotazione informatica delle nostre scuole – come ci racconta sempre la ricerca Adiconsum – il 94% degli insegnanti possiede un computer e di questi oltre il 76% si dichiara esperto nel suo uso. Ben il 72% dice di usarlo nell’insegnamento e le aule informatiche e la connessione a internet sono presenti nella maggioranza delle scuole italiane ma solo il 16% degli insegnanti ne fa un uso plurisettimanale. A sentire gli studenti, poi, «viene evidenziata l’assenza di “curricula” adeguati e lo scarso aggiornamento e formazione dei docenti». E pensare che con una connessione wi-fi e la dotazione di un laptop con reader integrato ogni aula diventerebbe un’“aula informatica” e molte delle cose che dovrebbero essere insegnate in qualche ora laboratoriale diventerebbe materiale quotidiano di lavoro didattico. E l’eccezione si trasformerebbe nella normalità.</p>
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		<title>Una storia in soggettiva delle tecnologie a scuola</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 06:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piervincenzo Di Terlizzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[In classe l'innovazione fatica ad arrivare dall'alto. Invece è imposta sempre più spesso dagli studenti, sollecitati da strumenti e pratiche nuove. Gli insegnanti procedono a vista e possono contare soprattutto sul buon senso e sulla loro esperienza. Una testimonianza dal cuore del sistema]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho cominciato a scrivere la mia tesi di laurea con una macchina elettrica della Olivetti, che memorizzava una cinquantina di caratteri, li visualizzava e rendeva possibile fare qualche correzione. Quando ne ho potuto disporre, abbandonando la macchina portatile a nastro, ho sentito che il mio lavoro sarebbe stato più semplice. A tesi in corso, potei attingere a un sistema di videoscrittura, sempre Olivetti, che permetteva di memorizzare addirittura tre-quattro pagine. Ho sentito che il mio lavoro sarebbe stato più semplice. Ed era vero. E poi, fu per me la scuola, agli inizi degli Anni Novanta. L&#8217;inizio c&#8217;era già stato, ma ne colsi una delle code: i corsi di aggiornamento per i docenti sui <em>bit</em> e sui <em>byte</em>, nei quali ci si sedeva in una similclasse, si ascoltava l&#8217;esperto, che spesso (ma non sempre) era un docente di matematica, si prendevano appunti, si facevano domande, e si tornava a casa.<span id="more-3670"></span></p>
<h5>Il laboratorio</h5>
<p>Erano già arrivate, e ancor più presero a venire, le ore d&#8217;informatica a scuola, sotto forma di progetto ad acronimo variabile o di offerta aggiuntiva: per anni, una risorsa inoppugnabile e scintillante per far iscrivere nuovi allievi. Tra le ore d&#8217;informatica, che fossero per docenti o studenti, e l&#8217;uso di un computer, passavano delle cose in mezzo, naturalmente. Il computer l&#8217;avevano ancora in pochi, costava parecchio. E, soprattutto, chi l&#8217;aveva, docente o studente che fosse, non stava tanto a riflettere sui<em> bit </em>e sui <em>bytes</em>, ma provava a farci qualcosa. Qualcosa che era poi complicato condividere, però. Il mio primo bussolotto IBM, agli albori del 1992, fu un 386, che appena si avviò mi rimandò carognesco la schermatina scura e il C <em>due punti et cetera</em>, lasciando che poi me la vedessi io. E un po&#8217; me la vidi, con l&#8217;aiuto non tanto dei corsi, quanto di amici. Quello che arrivavo a vedere di  meglio diventava parte del lavoro scolastico: la scrittura, dunque, agli inizi. Appunti, compiti, schede, programmazione. E dunque, così erano gli inizi degli Anni Novanta, tra me e le macchine intelligenti: contesti di apprendimento prevalentemente informali, basati su reti amicali, facilitazione di memoria e di scrittura.</p>
<p>A scuola, intanto, i nuovi allievi s&#8217;iscrivevano, informandosi ben bene sulle ore d&#8217;informatica e, da un certo punto in avanti, sull&#8217;esistenza del laboratorio d&#8217;informatica (variante: l&#8217;aula).  Per un bel po&#8217; di tempo (un decennio almeno) quello è stato il luogo di riferimento fondamentale di quella che s&#8217;è chiamata a lungo informatica: il laboratorio. Un luogo, con un tecnico, con ore di accesso bene definite, con sempre qualche necessità di condivisione di spazi e postazioni (un luogo, capiamoci, inevitabile anche oggi, perché mica tutti ce l&#8217;hanno ancora, il computer, nonostante quello che possiamo pensare). C&#8217;era pure qualcuno (ricordate Roberto Maragliano?) che cominciava a dire di prendere sul serio anche l&#8217;apprendimento dai videogiochi&#8230;</p>
<h5>Arriva internet</h5>
<p>Poi, fu la volta dell&#8217;ECDL, negli anni in cui la scuola si lanciava sulla certificazione. L&#8217;accoppiata ECDL-First, l&#8217;ancor più accattivante ECDL-Proficiency (per non parlare dell&#8217;esotico <em>triplete </em>ECDL-Proficiency-Deutsch Zertifikat) era un obiettivo importante, nella scuola delle competenze da valorizzare di berlingueriana memoria (un&#8217;idea straordinaria e bislacca insieme, dare visibilità in un contesto formale ad un percorso informale).  L&#8217;ECDL dava un programma, stimolava delle competenze da formare, istruiva su fogli di calcolo e database. Un po&#8217; scolastico, un po&#8217; <em>troppo</em> scolastico forse (come qualcuno notò), ma proprio per questo utile a molti. A scuola, questo voleva dire cose più veloci, scrittura più facile. Riferimenti. Intanto, si moltiplicavano in classe i cellulari. Un bel giorno, in un&#8217;aula, si aprì una discussione sulla quantità di denaro in ricariche spesa da alcuni dei ragazzi. Per cosa? Per i messaggi, mi fu risposto. (Rimasi perplesso: i messaggi? Mah&#8230;).</p>
<p>E fu l&#8217;ora di internet, più o meno alla fine degli anni Novanta. Il primo esotico p<em>rovider</em> che la mia scuola contattò (si era all&#8217;alba del 1997) era di Aviano, roba di americani insomma,  e certo lì per lì non era bellissimo pagare un bel po&#8217; per vedere di nuovo le schermatine zeppe che consentivano, però, di entrare nel sito della Casa Bianca, qualunque cosa volesse dire questo. Ma l&#8217;accelerazione fu subito brusca, secca: nel giro di qualche mese IOL ci diede accessi più facili, a scuola si cominciava a girare per siti, per applicazioni. Soprattutto, si maneggiava (e si pasticciava) con l&#8217;ipertestualità. La metafora che affascinò molti, a scuola, fu quella del <em>link</em>. Una metafora che andava bene per tutte le materie, trasversale insomma.</p>
<h5>La rete diventa sociale</h5>
<p>Fu maneggiando la Rete ed i <em>link </em>mi venne in mente di frequentare un corso di perfezionamento in <em>elearning </em>organizzato da Antonio Calvani e Mario Rotta a Firenze. Imparare anche a distanza, interagire a distanza, collaborare nelle scritture, collegare per gerarchie di senso: tutte cose che modificavano lo stare a scuola, ne ero sicuro, anche se poi, per far riconoscere quel corso, dovevamo fare equazioni strane tra ore di lavoro <em>online</em> e ore in presenza&#8230; Da lì, qualche anno dopo, l&#8217;idea di fare un Master sull&#8217;<em>e-learning</em> ad Udine, con Pier Giuseppe Rossi: l&#8217;occasione nella quale imparai a lavorare con l&#8217;idea di <em>ambiente</em>, e a maneggiare meglio la multimedialità e la comunicazione non sequenziale (per un filologo classico, una conquista!). E poi, qualche anno dopo, i blo<em>g </em>ed i <em>forum</em> e le<em> chat</em>: che davano forma e accesso a una fantasia comunicativa propria delle età più giovani. Mentre le ore e i programmi di informatica, a scuola, si consolidavano, mentre si tentavano delle integrazioni tra lezioni in presenza e materiali <em>online, </em>mentre le scuole avevano quasi tutte, ormai, il loro sito Web (ma mica tutte tutte ancora oggi, eh!), una nuova ondata di comunicazione informale si proponeva.</p>
<p>La vera rivoluzione, però,è più vicina nel tempo: il <em>social</em>, combinato col<em> wireless</em>. Una rivoluzione secca, netta, che giunge in una scuola in difficoltà e nella quale molti rimpiangono ipotetici bei tempi andati, caratterizzati da rigore e severità. Ma la rivoluzione arriva, perché passa per i suoi vettori, i ragazzi. Con tutti gli effetti connessi, che illustro con un ricordo. Una primavera recente, ho fatto un viaggio in treno da casa mia a Bologna, attorniato da una comitiva di studenti, con le loro due accompagnatrici sedute davanti a me. Ho potuto fare l&#8217;insegnante in incognito, insomma. Bene: l&#8217;attività principale dei ragazzi era interagire su Facebook con i compagni che stavano a scuola, che stavano, in quel momento, in classe. La più giovane delle loro insegnanti notava che, così, i ragazzi si distraevano dalle lezioni. La sua più anziana collega le rispondeva che, a suo ricordo, lei si era sempre e parecchio distratta a lezione (annuivo mentalmente), dedicandosi a scrittura, diaristica, confezionamento di bigliettini, fantasticherie varie.</p>
<h5>Condivisione del cambiamento</h5>
<p>Voglio dire, inutile perdere tempo a vietare telefonini. Meglio costruire le buone maniere del mondo coi telefonini. Le buone pratiche coi telefonini, e con quello che c&#8217;è. E già che ci sono, continuo col catalogo delle inutilità. Inutile pensare che gli allievi non facciano le versioni per casa copiandole dalla Rete. Meglio saperlo, e cambiare sistema, usare la Rete per fare le versioni (magari insegnando a maneggiare il <a href="http://www.perseus.tufts.edu/hopper/">Perseus Project</a>). Inutile pensare di riuscire a perquisire tutti gli allievi per fare la versione in classe senza copiature. Meglio costruire nuovi modi per intendere e lavorare sui testi. Inutile rimpiangere la bella lezione frontale. Meglio condividere tutti i mezzi di espressione che abbiamo per interagire di più a lezione, per segnalare cose su cui tornare, per plasmare diversamente metafore, concetti, illuminazioni. In tutto questo, la scuola è per sua natura sempre un po&#8217; in ritardo rispetto alle novità. Inevitabile. Ma non è in ritardo rispetto alla condivisione, alla distribuzione, all&#8217;esplorazione. Senza pensare all&#8217;iPad e ai suoi parenti: c&#8217;è ancora chi a casa non ha un computer, chi non ha un notebook. E c&#8217;è chi lo usa solo per poche cose. Ecco, per loro il lavoro della scuola è insostituibile. Certo: tutto questo, ma, intanto, anche un processo di reale condivisione di cambiamenti nei paradigmi culturali.</p>
<p>Altrimenti&#8230; altrimenti capita com&#8217;è successo a me, in una classe, negli ultimi giorni di scuola. Dopo un anno di latino col Perseus, con i testi condivisi su Google Documents, una ragazza di quelle brave mi ha detto: «Bello, prof, ma perché non facciamo più versioni, come una volta?». Che potevo risponderle? Ho fatto così: «Certo. A patto che tu stia senza il cellulare e Facebook per tutto l&#8217;anno scolastico». Mi ha guardato strano. Una proposta impossibile, ovviamente. Appunto.</p>
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		<title>Fate studiare internet dai banchi di scuola</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 06:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Web-Marketing]]></category>

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		<description><![CDATA[Che si facciano affari, o semplicemente si viva, tutti dovrebbero essere preparati all'uso consapevole della rete, fin da piccoli. Ma se si prende questa strada le conseguenze sono imprevedibili]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una previsione per il futuro possiamo farla, per una volta con una ragionevole certezza di azzeccarci: internet è qui per restare. A lungo. Per carità, di certo cambierà, è sempre cambiata di continuo, ma internet nel suo complesso, in forme diverse, resterà fra noi. Di conseguenza &#8211; e basta estrapolare i dati che abbiamo registrato in questi ultimi dieci anni &#8211; influenzerà in modo sempre più forte la vita di tutti noi, in tutti gli ambiti (o quasi, tanto per non esagerare). Forse non è il caso di ritornare col tormentone dei nativi digitali, che sono più una categoria dello spirito che una demografica; non stiamo a disquisire di digital divide e di next generation network. Quello che conta è che internet è diventata una colonna portante di società, cultura, relazioni e business.  E lo sarà sempre di più. Punto. Per questo, modesta proposta, dovrebbe diventare materia obbligatoria nelle scuole. A tutti i livelli.<span id="more-3295"></span></p>
<h5>Un’utopia scolastica</h5>
<p>Un’educazione a internet sarebbe molto utile per tutti i bambini e i ragazzi. Da un lato sotto il profilo di crescita: imparare a usarla per accrescere la propria conoscenza e imparare, per studiare, per socializzare. Da un altro per permettere loro di integrarsi efficacemente nel mondo che sta arrivando, dando un alfabetizzazione digitale la cui mancanza domani avrebbe gravi conseguenze. Ma anche da lato dell’autodifesa. A parte l’ovvio tema degli adescamenti, della pedofilia e di tutte le altre nefandezze, non è un segreto per nessuno che nel phishing e in altre trappole per gli allocchi del genere ci caschino ancora troppe persone. Più che per stupidità, per ignoranza.</p>
<p>Lo so, si tratta di un’utopia. Altri sono i problemi della scuola: il problema di un tempo pieno che pare non si riuscirà a tenere in piedi, il problema di materie (tipo la geografia) che sono a rischio perché considerate non sufficientemente importanti, il problema delle lingue straniere, in un mondo dove l’Italiano &#8211; pur amato ed apprezzato &#8211; non è certo la lingua franca della cultura e della scienza e del business. E dove lo stesso italiano è spesso <a href="http://tribunatreviso.gelocal.it/dettaglio/scuola-il-provveditore-di-treviso:-i-ragazzi-non-comprendono-litaliano/2203512">conosciuto male</a> dai ragazzi (gli autoctoni, non gli immigrati). Per non parlare del problema, fortissimo, della latitanza di un&#8217;educazione civica che insegni la buona educazione, la sensibilità alle cose di tutti, una cultura del vivere bene insieme. Di fronte a queste emergenze, lasciamo perdere, forse in un&#8217;ideale età dell’oro futura ci sarà modo e denaro per fare formazione su queste cose e anche su internet.</p>
<h5>Il dramma aziendale</h5>
<p>Scendendo però più sul fattibile, l’insegnamento di internet, del suo uso e del suo marketing, delle sue strategie, delle sue applicazioni, dovrebbe essere reso obbligatorio, in forme diverse, in tutti i percorsi universitari. Stando stretto su ciò che conosco, cioè il business e il marketing, vi sparo un aforisma: non c’è cliente peggiore di colui che crede di sapere. Subito dopo, al fotofinish, arriva il cliente che non sa e ha paura. I miei peggiori clienti, dentro le agenzie e come consulente, sono stati quei clienti che “sapevano di Internet” che avevano “letto che”, a cui avevano “detto che”, quelli che usavano poco internet ma estrapolavano la loro particolare esperienza all’universo dei navigatori. Ah, sì, mettiamoci dentro anche quelli che ne sapevano troppo, i nerd, i geek, gli smanettoni, quelli bravi bravi ma privi della consapevolezza di rappresentare una punta dell’iceberg, convinti che sia questione di giorni perché il 95% della popolazione italiana usi quotidianamente Foursquare.</p>
<p>Insomma, la gente che non ha idea ma che prende lo stesso le decisioni. I clienti, i committenti che sono ignoranti (nel senso asettico del termine) ma non ascoltano perché non sono stati sensibilizzati. O meglio, educati. E se si vedono cosi tanti siti inguardabili, magari tecnicamente ineccepibili (in quante aziende è ancora l’It che fa internet e pensa al sito in termini di “user” e non di persone) ma che cozzano contro qualsiasi logica di marketing e comunicazione. Un accorato appello dunque verso l’insegnamento obbligatorio dell’internet marketing, ricordando che c’è una parte del marketing che si chiama <em>marketing del no-profit</em>, un’altra che si chiama <em>marketing culturale</em> e così via. Perché una logica di marketing funziona su tutto, se per marketing, a differenza di quello che pensano tanti clienti e tanti opinionisti disinformati, intendiamo la disciplina che serve a capire di cosa la gente ha bisogno, che cosa desidera; ed organizzarci per darglielo al meglio<em>.</em></p>
<p>Se si ragiona in termini di soddisfare le esigenze delle persone che dovranno usare il nostro sito, qualsiasi tipo di sito facciamo, non potremo sbagliare (almeno non molto&#8230;). Ma tenete presente che io sono uomo di marketing ed è quindi normale che cerchi di convincere della bontà della mia merce e del marketing in generale. Le opinioni (vostre) possono giustamente e auspicabilmente differire. Qui però il discorso inevitabilmente si complica, perché per arrivare all’internet marketing è necessario prima studiare il marketing. Che più che un insieme di tecniche, è un modo di pensare. Ed è qui che sta il vero problema. Dovremo rendere obbligatorio, nelle scuole di ogni ordine e grado, insegnare a pensare. Che delirio. E qui mi fermo, sconfitto dall’utopia del mio pensiero.</p>
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		<title>Brunetta, il JumPC e la scuola in rete</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 07:28:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[Circolo Didattico Walt Disney]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo la positiva sperimentazione in Lazio, Piemonte e Sicilia, i ministri dell'innovazione e dell'istruzione intendono estendere la sperimentazione del computer in classe a «centinaia di migliaia di bambini», dalle elementari alle superiori]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco <a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&amp;cod=10127&amp;numero=999">una</a> <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2009/04/scuole-JumPc-intel-olidata.shtml?uuid=4391fd20-2d8c-11de-bf43-2ea9a6202a14&amp;DocRulesView=Libero">notizia</a> che dovrebbe rallegrare, chi genitore o professionista della formazione, ha a cuore la modernità dell&#8217;insegnamento e la promozione di tecnologie educative aggiornate in àmbito scolastico. Mi riferisco alle dichiarazioni del ministro Renato Brunetta sulla futura diffusione di netbook ai giovanissimi studenti delle scuole primarie, dichiarazioni espresse in occasione della conferenza stampa tenutasi a Roma presso il circolo didattico Walt Disney per illustrare gli esiti di una sperimentazione condotta in questi mesi dalla <a href="http://www.mondodigitale.org/">Fondazione Mondo Digitale</a> (presieduta da Tullio De Mauro), insieme a Intel e Olidata, in diverse regioni italiane, riguardante la distribuzione gratuita a circa 150 bambini e a 15 docenti di un computer personale denominato <a href="http://www.olidata-jumpc.com/">JumPC</a>.<span id="more-565"></span></p>
<p>Si tratta in ogni caso di prendere atto dei risultati concreti di un cambiamento strategico peraltro lungamente atteso da chi si occupa del &#8220;fare scuola&#8221; odierno, in linea con l&#8217;espressa volontà ministeriale di svecchiare la Scuola italiana grazie a dotazioni tecnologiche quali la presenza di connettività veloce e di lavagne interattive multimediali. Le domande certo sarebbero molte, a partire dalle implicazioni &#8220;etiche&#8221; del progetto nella scelta dei partner commerciali, alla preferenza per software proprietario, fino alle modalità di funzionamento dei filtri alla navigazione installati da Olidata sul JumPC mediante l&#8217;applicativo <a href="http://magicdesktop.easybits.com/it/">Magic Desktop</a>, ma le informazioni sono ancora troppo lapidarie per poter comprendere i piani di utilizzo e i risvolti sociali dell&#8217;introduzione dei pc in classe, ovvero le modificazioni effettive della pratica d&#8217;insegnamento nel contesto di attuazione del progetto. Perché un insegnante che vede dinanzi a sé quindici o venti &#8220;coperchi&#8221; alzati a nascondere il viso degli studenti, che convive cinque ore con il ronzìo soffuso ma penetrante delle ventole, che abita con gli allievi dentro reti relazionali sostenute da collegamenti wifi e ha sotto la freccina del mouse tutto lo scibile umano non può continuare a concepire i processi dell&#8217;apprendimento come prima che tutto questo accadesse, come se nulla fosse successo.</p>
<p>Mi rallegro dell&#8217;introduzione capillare del pc a scuola, perché modificherà l&#8217;ambiente cognitivo ed emozionale dentro cui avviene oggi l&#8217;apprendimento formale; forzerà positivamente la mano a quelli che lodano i bei tempi andati perché non capiscono la Società della Conoscenza attuale, costringendoli almeno a mantenere una dignità nel loro sproloquiare; riuscirà col tempo a promuovere pratiche significative di utilizzo didattico adeguate alle nuove potenzialità offerte dallo strumento tecnologico, magari evitando che venti computer vengano contemporaneamente accesi dentro la stessa stanza per fare il dettato su un programma di videoscrittura &#8211; altrimenti la dotazione di pannelli fotovoltaici sul tetto delle scuole diventa oltremodo impellente, moltiplicando anche solo poche decine di watt per il milione di netbook che i ministri Brunetta e Gelmini intendono introdurre nelle scuole.</p>
<p>Ma esperienza e pragmaticità già mi dicono che inesorabilmente i primi anni di questa Scuola 2.0 saranno connotati da utilizzi bassamente strumentali delle ex-nuove tecnologie &#8211; come già abbiamo visto, tranne poche coraggiose iniziative, accadere ieri con la famigerata aula multimediale e oggi con le lavagne interattive, utilizzate appunto quali mere succedanee dell&#8217;ardesia senza prendere in considerazione le innovazioni didattiche che questi ritrovati tecnologici potrebbero apportare all&#8217;insegnamento in quanto supporti interattivi e connessi, in grado di lasciar emergere quelle dimensioni gruppali di condivisione di informazioni e scambio dialogico importantissime in una concezione sociale e socializzata dell&#8217;apprendimento.</p>
<p>Non si tratta qui di fare facili previsioni su un iniziale &#8220;fallimento&#8221; dei pc in classe, anzi sono consapevole del fatto che storicamente sia necessaria in ogni piccola o grande rivoluzione di certe pratiche sociali &#8211; per giunta in grado di coinvolgere le istituzioni stesse, come in questo caso &#8211; una certa &#8220;rottura&#8221; rispetto a pensieri linguaggi e prassi sedimentati nella mente dei docenti e nella struttura stessa dell&#8217;organizzazione scolastica ormai non più adeguati alla modernità. Proprio questa potrebbe essere la strada per innescare fattivamente cambiamenti nel fare scuola.</p>
<p>Si tratta di qualcosa che doveva succedere, e che stavamo aspettando. Qui in Occidente molti di noi utilizzano i computer per lavoro, per produrre quel bene economico intangibile che è informazione e distribuzione delle conoscenze, mentre i ragazzini a scuola, <em>knowledge worker</em> per eccellenza, sono ancora lì a ricopiare il problema di matematica dalla lavagna sul quaderno. Molti insegnanti rimarranno favorevolmente sorpresi dai concreti risultati scolastici che otterranno dalle pratiche didattiche &#8220;aumentate&#8221;, rese più potenti dai pc personali e dalla spinta motivazionale e dal &#8220;peer-to-peer&#8221; delle conoscenze nel gruppo-classe. Questo non si può certo chiamare fallimento, né dal loro punto di vista (seppur ancora legato alla percezione di risultati valutati secondo ottiche da mondo analogico) né dal mio, che in questo rito di passaggio epocale noto comunque una opportunità per una educazione informale della classe insegnante nazionale, che si troverà di qui a qualche anno a riconoscersi cambiata senza accorgersene, e in molti casi senza neppure volerlo.</p>
<p>In ogni caso punto fermo e finalità del fare scuola deve essere l&#8217;apprendimento, e sulla scorta di questa considerazione è bene non confondere l&#8217;hardware della Scuola con il relativo software, la disponibiltà fisica dei computer e di altre nuove tecnologie in classe con l&#8217;automatico miglioramento della qualità dell&#8217;offerta formativa, misurata nella sua capacità di promuovere competenze personali (non solo abilità) e di suscitare nei giovanissimi consapevolezza e senso critico rispetto al proprio essere futuri cittadini connessi e interconnessi (su <a href="http://aggiornamento.splinder.com/post/20299282/Nessuno+nasce+imparato#/post/20299282/Nessuno+nasce+imparato">Il blog nella didattica</a> potete trovare tracce di alcune recentissime discussioni su questi argomenti riguardanti le tecnologie didattiche in classe, tra lavagne Lim e stili di apprendimento dei nativi digitali). Per questo confido e auspico che qualche milione di euro venga nell&#8217;immediato futuro destinato alla promozione ministeriale di corsi intelligenti di aggiornamento per gli insegnanti e per i dirigenti scolastici: usando la metafora dell&#8217;automobile, ora che le macchine quattoruote vengono distribuite a tutti sarebbe il caso di provvedere una seria educazione al comportamento su strada, magari concentrandosi un po&#8217; meno sulla tecnica del carburatore e della frizione e un po&#8217; di più sul rispetto della segnaletica (guidare l&#8217;auto è azione sociale) e sulla scelta qualitativa degli itinerari da percorrere.</p>
<p>La pensabilità delle nuove potenzialità didattiche offerte dalle tecnologie prima di diventare prassi quotidiana strutturata è qualcosa che vive dentro la testa degli insegnanti, e nuovi criteri per la progettazione e la valutazione della formazione possono e devono essere sapientemente comunicati dentro i programmi di aggiornamento professionale per i docenti, dove poter finalmente affrontare le tematiche dell&#8217;acquisizione di competenze di abitanza digitale specifiche. Competenze non limitate a infarinature sull&#8217;utilizzo di applicativi tipo ufficio, non affogate dentro denominazioni tecniche che con l&#8217;informatica come scienza nulla hanno a che fare, ma schiettamente orientate a fornire degli orizzonti di operatività concreta, da subito sociale e glocale come può essere a esempio una mappa satellitare da noi stessi arricchita con segnalazioni multimediali originali, rispetto alle suggestioni di questa tutta nostra Cultura Digitale in cui viviamo, a cui noi stessi abbiamo faticosamente contribuito abitando in Rete senza declinare responsabilità, consapevoli della tecnosocialità quale ambiente di crescita e di vita delle nuove generazioni.</p>
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