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	<title>Apogeonline &#187; Roma</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Che cosa significa scendere in piazza, oggi</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/17/che-cosa-significa-scendere-in-piazza-oggi</link>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 06:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[#15ott]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Gilioli]]></category>
		<category><![CDATA[indignados]]></category>
		<category><![CDATA[indignati]]></category>
		<category><![CDATA[Indymedia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Calabresi]]></category>
		<category><![CDATA[Occupy Everything]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Zucconi]]></category>
		<category><![CDATA[Wu Ming]]></category>

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		<description><![CDATA[I fatti di Roma lasciano amarezza, frustrazione e interrogativi aperti. Ma forniscono anche il pretesto per ripensare a come cambi l'aggregazione collettiva]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le manifestazioni di piazza, le grandi manifestazioni di massa, sono una forma di attivismo che porta molte persone che condividono una certa opinione a mostrarsi e attraverso il loro mostrarsi a rendere visibile la loro opinione. Essere in piazza ha un significato simbolico e il numero di corpi e la riuscita della partecipazione ha un valore che può essere amplificato dalle rappresentazioni mediali, interpretato dalle forze politiche, raccontato dagli opinionisti eccetera. Le manifestazioni di massa hanno rappresentato nel Novecento un momento fondamentale per lo sviluppo della democrazia; si sono misurate con l’evoluzione dei linguaggi mediali fino a riuscire a interpretare le logiche di notiziabilità che le ha trasformate spesso in <em>happening</em> pieni di inventiva, miscelando la capacità di informazione con quella dell’intrattenimento. «È stata una grande festa», abbiamo spesso sentito dire.<span id="more-6921"></span></p>
<h5>Indignati</h5>
<p>Così doveva essere sabato 15 ottobre la presenza degli <em>indignados</em> nelle piazze di tutto il mondo, compresa quella di San Giovanni a Roma. Sono bastati una manciata di corpi incappucciati e le loro azioni ad alto tasso di notiziabilità – auto bruciate, vetrine rotte, lancio di sanpietrini, l’incendio di una camionetta della polizia ecc. – a far sì che una piccola parte desse valore diverso al tutto. Bastano «cento autenticissimi stronzi incappucciati», come li definisce <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/10/15/cento-stronzi-e-il-resto/">Alessandro Gilioli</a>, oppure come scrive <a href="http://zucconi.blogautore.repubblica.it/2011/10/15/roma-brucia-missione-compiuta/">Vittorio Zucconi</a> «un governo che non sa garantire l’ordine e la sicurezza di una manifestazione autorizzata e pacifica nella propria capitale, che non sa prevedere e prevenire quello che tutti noi avevamo temuto, che permette a centinaia di professionisti dello sfascio di arrivare tranquillamente lungo il percorso annunciato della sfilata addirittura con &#8220;uniformi nere e maschere antigas&#8221;».</p>
<p>Alla fine quello che resta il giorno dopo è l’amarezza e la frustrazione. La speranza che qualche testata racconti l’altra parte della manifestazione, quella dei manifestanti che hanno isolato e consegnato tre “black bloc” (così li chiamano i media) alle forze dell’ordine, quelli che hanno alzato le mani al grido di “no alla violenza” frapponendosi fra forze di Polizia e gli incappucciati, quelli che <a href="http://www.corriere.it/cronache/11_ottobre_16/imarisio-giovani-ultra-del-calcio_93576d2c-f7bf-11e0-8d07-8d98f96385a3.shtml">si sono messi a rimettere a posto cassonetti e tombini</a>, quei giovani, come <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=9324">scrive Mario Calabresi</a>, che abbiamo visto «battere le mani a polizia e carabinieri, li abbiamo visti provare a cacciare dal corteo gli incappucciati, li abbiamo visti piangere di rabbia».</p>
<h5>Fraintendimento</h5>
<p>È inutile oggi dire che seguendo anche minimamente le modalità organizzative del movimento – modalità che risiedono anche nelle forme auto organizzative della rete – emergeva uno stato di inquietudine e di tensione: basta leggere questo post che è stato commentato dalla lista Italy <a href="http://italy.indymedia.org/node/864">riportato da Indymedia</a>. Ma si sa, la rete è luogo di esposizione delle differenze, di circolazione delle emozioni e degli umori. Mica la realtà. La realtà è la Piazza. Le grandi manifestazioni di massa. L’attivismo. I corpi. Il mostrarsi. E credo che qui stia il grande fraintendimento che movimento e mezzi di informazione, politica e opinione pubblica stanno osservando.</p>
<p>Le masse del Novecento non sono le moltitudini di oggi. Non abbiamo a che fare con il movimento organizzato della classe operaia, con le grandi organizzazioni politiche. Gli indignati sono una moltitudine che racchiude sotto uno stesso termine ombrello una molteplicità di differenze, anche estreme. Non è possibile il principio di rappresentatività interna, non c’è un leader del movimento da intervistare. È cambiato il soggetto che porta in pubblico la sua opinione, ma i modi che utilizziamo per farlo pensiamo debbano essere ancora gli stessi. Le grandi manifestazioni di piazza sono un retaggio del ‘900. Non c’è bisogno di ostentare e sacrificare i corpi. Di cadere nei rischi della demagogia della politica e della violenza. Non c’è bisogno di diventare ostaggi collettivi di pochi atti di delinquenza. Non c’è bisogno di subire cariche e frapporre la propria non violenza con il proprio corpo. O meglio: non sta solo lì il valore simbolico dell’attivismo, dell’essere partecipi.</p>
<h5>Delocalizzazione</h5>
<p>La logica e i linguaggi della rete ce lo hanno insegnato nel nostro avere imparato ad abitare il web, ad auto organizzarci, a costruire informazione quotidianamente e a condividerla, ad auto rappresentare le nostre istanze e le nostre opinioni. Certo, non tutti e con tutti i distinguo che volete. Come non tutti sabato erano in piazza rappresentando sé stessi o seguivano la manifestazione da casa attraverso il web o i media mainstream. Ma quello che la rete ci ha insegnato, ad esempio, è creare un nuovo rapporto fra aggregazione collettiva e delocalizzazione. Non c’è bisogno di essere tutti nello stesso luogo per esprimere contemporaneamente la stessa opinione. Possiamo ad esempio rendere visibile il nostro numero aggregando i contenuti da luoghi diversi e fare diventare la nostra opinione un elemento rilevante attraverso un tag.</p>
<p>Sabato scorso la maggior parte dei tweet con hashtag <a href="http://twitter.com/#!/search/%23indignados">#indignados</a> o <a href="http://twitter.com/#!/search/%2315ott">#15ott</a> parlavano di Roma e moltissimi venivano dalla manifestazione di Roma. Quella visibilità – #15ott è stato trending topics – la si avrebbe avuta ugualmente se la partecipazione fosse stata diffusa sul territorio italiano, se si fossero ideate mille azioni creative utile alla guerriglia mediale per far parlare di sé in modi non violenti attraverso la messa in scena e l’aggregazione di idee. Possiamo portare la voce dell’indignazione sul territorio senza essere tutti in un unico luogo. Possiamo connetterla senza essere co-presenti. Possiamo partecipare attraverso modi diversi che mostrano sfumature che vanno dal comunicare all’esserci.</p>
<h5>Partecipazione</h5>
<p>La rete ci ha anche insegnato che possiamo provare a rivedere la nostra idea di partecipazione e di utilità dell’informazione condivisa uscendo fuori dal paradigma novecentesco fatto di attivismo politico in cui il politico coincideva con il partitico e dei media di massa da cui ci siamo lasciati rappresentare – necessariamente – durante la nostra Storia di cittadini. Questo movimento mostra chiaramente l’impossibilità per ogni struttura politica di rappresentare le moltitudini che erano nella piazza. Proviamo allora a chiederci: retwittare è una forma di partecipazione? Commentare gli eventi raccontati dai social network è una forma di partecipazione? Aggregare contenuti è una forma di partecipazione? Aprire i propri spazi sociali online per dare visibilità al racconto degli eventi è una forma di partecipazione? Ad esempio <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5599">il collettivo Wu Ming dalle pagine del suo blog ci mostra</a> questo punto di vista così:</p>
<blockquote><p>Visto che abbiamo un blog molto visitato e seguito, e che nella giornata di oggi l’informazione e la controinformazione saranno faccende di <em>vitale </em>importanza e urgenza, mettiamo a disposizione questo spazio. Chi ha seguito le discussioni su Giap delle settimane scorse, sa che abbiamo forti perplessità su come è stata organizzata questa scadenza, ma oggi qualunque perplessità va messa in secondo piano: alla massima libertà di discussione devono seguire la massima unità nell’azione e la solidarietà a chi manifesta. Per cause di forza maggiore, purtroppo non siamo riusciti a scendere a Roma, dunque cerchiamo di renderci utili in altro modo, approntando e implementando strumenti per seguire l’evento. Ricordiamo a tutti che la “visione panoramica” di chi sta fuori è sovente utilissima a salvare il culo a chi sta dentro.</p></blockquote>
<h5>Tweet</h5>
<p>È stata una visione profetica la loro o, più semplicemente, consapevole delle incongruenze tra esigenze di rappresentazione della moltitudine – lo slogan mondiale era <em>Occupy Everything</em> – e le scelte di una modalità della tradizione delle masse – la grande manifestazione. La rete ci ha anche mostrato, nel bene e nel male, che è possibile dare visibilità alle differenze anche nella connessione e che è possibile produrre un racconto che parte da quello che si sta vivendo. Così se “guardavamo” la manifestazione di sabato da Twitter e la confrontavamo con quanto emergeva di minuto in minuto dai quotidiani online le immagini sembravano mettere a fuoco cose simili e cose diverse. Un paio per tutte: alcuni siti di news segnalavano come fossero stati “gli incappucciati” ad avere spezzato in due il corteo, mentre da Twitter risultava essere stata la polizia; oppure la sensazione di pericolo creato da camionette delle forze dell’ordine che sfrecciavano pericolosamente, forse in preda al panico di chi le guidava.</p>
<p>E anche la posizione di condanna dall’interno della manifestazione per quello che stava accadendo diventava visibile con estrema lucidità di tweet in tweet: <a title="Serena" href="https://twitter.com/#%21/MissEsse">MissEsse</a> «Lo so ke ormai e&#8217; la rabbia ke parla,e siamo arrivati ad1situazione al limite,ma queste scene dalla manifestazione mi danno la nausea <a title="#15ott" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%2315ott">#15ott</a>»; <a title="Laura" href="https://twitter.com/#%21/Laula76">Laula76</a> «a chi fa comodo una manifestazione mandata in vacca?!?! <a title="#indignati" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23indignati">#indignati</a> <a title="#15ott" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%2315ott">#15ott</a>»; «<a href="https://twitter.com/#%21/tigella">tigella</a>: Ma se i &#8220;violenti&#8221; erano in via Labicana, cosa c&#8217;entrano le cariche n piazza San giovanni? <a title="#15ott" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%2315ott">#15ott</a>»; <a href="https://twitter.com/#%21/_rainbowarrior">rainbowarrior</a> «Tre infiltrati fermati dai manifestanti e consegnati alle forze dell&#8217;ordine, continuate così,smascherateli tutti! <a title="#15ott" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%2315ott">#15ott</a>», <a href="https://twitter.com/#%21/virinthesky">virinthesky</a>«<a title="#Roma" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Roma">#Roma</a>, Polizia usa idranti contro facinorosi, i manifestanti pacifici applaudono poliziotti ke fermano incapucciati <a title="#15ott" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%2315ott">#15ott</a>».</p>
<h5>Opinioni</h5>
<p>E poi, ovviamente, abbiamo i tanti racconti, video e foto che dal giorno dopo cominciano a essere pubblicati, condivisi e commentati. E se vogliamo andare oltre la crosta del racconto generalista dei media possiamo avventurarci nella moltitudine di storie. Certo costa fatica e tempo. Richiede un impegno che va oltre il lasciarsi raccontare da un tg o dal proprio quotidiano come sono andate le cose. È un racconto che non ci si limita a leggere perché nel ricercare informazioni siamo noi a costruire via via il racconto, magari partecipando con un like o un commento. Magari così non ci limiteremo a parlare di un’occasione perduta o dell’inferno che si è generato, entrambi posizioni consolatorie del tipo buoni contro cattivi. Forse ci toccherebbe confrontarci anche con le opinioni di chi cerca di interpretare la violenza di sabato come una forma estrema dell’indignazione, con chi cerca di capire quale significato ci sia dietro a queste forme di conflitto sociale. Forse ci troveremmo a confrontarci con <a href="http://cristianaraffa.tumblr.com/post/11516588597/dopo-lo-sgomento-per-le-immagini-di-una-roma-in">punti di vista anche forti</a>:</p>
<blockquote><p>&#8220;abbiamo visto distintamente teste rasate col fascio littorio al braccio che gestivano gruppi armati&#8221;, &#8220;era pieno di gente dello stadio con sciarpe della Roma e della Lazio&#8221; sigle ACAB passate dalle curve alla camionetta bruciata, e poi anarchici, cani sciolti, greci, no tav…</p></blockquote>
<p>Forse ci troveremmo a confrontarci con verità anche scomode e con domande a cui forse non sappiamo rispondere: <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5599&amp;cpage=1#comment-8564">cosa succede se</a></p>
<blockquote><p>Chi si è incappucciato è lo stesso che poi interviene alle assemblee e con le quali siete poi d’accordo, gli stessi che intervengono all’Infedele o da Formigli, chi fa le lotte sociali nelle città e nei luoghi di lavoro [?]… [se] siamo noi, non altri [?].</p></blockquote>
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		<title>Monti tv, come cambia il cuore di Roma</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 06:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampaolo Colletti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Alessandra Scuderi]]></category>
		<category><![CDATA[Monti Tv]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[web tv]]></category>

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		<description><![CDATA[Viaggio nelle web tv iperlocali italiane. Prima tappa a Roma, in un rione storico della città, dove dal 2004 una redazione a conduzione familiare racconta il mondo che cambia con gli occhi e la sensibilità del quartiere]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una tv di rione a conduzione familiare, realizzata con professionalità sin dal 2004, quando la banda era (ancora) poco larga anche nel centro della Capitale. Siamo nel cuore di Roma, nel rione Monti, in quella zona tra l&#8217;Esquilino e i Fori Imperiali. La Roma della storia, ma anche delle storie. Quelle quotidiane, di artigiani che stanno per abbandonare la bottega e dei “monticiani” orgogliosi di esser lì da una vita. A raccontare queste storie ci pensa <a href="http://www.montitv.it/">Monti Tv, una piccola web tv</a>. Ad accenderla quasi quotidianamente è Maria Alessandra Scuderi, “monticiana” doc. «È un rione meraviglioso, ogni vicolo ha qualcosa da raccontare. Un tempo era la città vecchia, oggi è la parte più in e un po’ snob di Roma», afferma l&#8217;ideatrice del progetto.<span id="more-5347"></span></p>
<p>Canale di informazione e di denuncia, quello di Maria Alessandra: «Qui si aprono gelaterie e si chiudono le falegnamerie a conduzione familiare. Monti tv documenta gli ultimi artigiani, quelli che hanno la bottega da una vita e ora la stanno per chiudere». Il modello di business è quello delle inserzioni pubblicitarie degli esercenti del territorio, delle piccole e medie imprese che amano Roma e la sua storia. Una web tv a conduzione familiare, scrivevamo: ad aiutare Maria Alessandra ci pensa mamma Angela, che non perde una delle tante presentazioni di mostre e musei, conferenze stampa e iniziative del rione.</p>
<p><strong>Benvenuta Alessandra, innanzitutto partiamo dal rione tanto amato&#8230; </strong></p>
<p>Hai detto bene, si tratta di rione e non di quartiere. Il termine rione è una volgarizzazione del latino regio ed era utilizzato sin dal Medioevo per indicare le zone del centro storico di molte città italiane, fra cui Roma. Monti è il rione più esteso di Roma, che fino al tardo &#8217;800 comprendeva anche una gran parte dell&#8217;attuale Esquilino, Viminale, Celio, Quirinale, Castro Pretorio. Alcune delle zone più note sono la Domus Aurea, i Mercati Traianei, i Fori Imperiali e la Suburra.</p>
<p><strong>Orgoglio romano&#8230;.</strong></p>
<p>Il popolo di Monti ha sempre rivendicato di essere &#8220;più romano&#8221; degli abitanti di qualsiasi altro rione. Qui si parlava addirittura una varietà del dialetto romanesco, il monticiano.</p>
<p><strong>Ci racconti perciò cosa propone la tua micro web tv? Che cosa racconta, quando è nata?</strong></p>
<p>La mia web tv nasce nel 2004 per fotografare i cambiamenti in corso nel rione, da zona della romanità a metà ambita della “Roma bene”. Oggi racconta la storia di Roma, della sua cultura e della sua arte e di quanti la vivono tutti i giorni partendo da diverse angolazioni: dalle curiosità popolari alla voce degli abitanti con i loro ricordi. Monti Tv dà spazio anche agli artigiani e ai commercianti che con le loro attitudini e attività caratterizzano il territorio; portando alla luce l&#8217;opera di giovani artisti emergenti che difficilmente riescono a trovare spazio.</p>
<p><strong>Innovazione ma anche tradizione? Esistono ancora le botteghe artigiane al rione Monti?</strong></p>
<p>Sì, anche se da quando abbiamo cominciato abbiamo visto chiudere una decina di attività senza vederne nascere nessuna&#8230;</p>
<p><strong>Chi la realizza giorno per giorno?</strong></p>
<p>La mia squadra è straordinariamente familiare! Ci sono io, mia madre Angela e un paio di amiche giornaliste</p>
<p><strong>Chi guarda Monti tv?</strong></p>
<p>Soprattutto ex monticiani che si son dovuti trasferire in altre zone di Roma e cercano di mantenere un rapporto con il territorio.</p>
<p><strong>Chi non ti aspettavi proprio che avrebbe visto Monti tv, e invece&#8230;?</strong></p>
<p>L’ex sindaco di Roma Walter Veltroni, che in una conferenza stampa ha recitato il nostro slogan “Monti Tv per saperne di più”!</p>
<p><strong>Mai avuto pressione politiche, nella città più politica per antonomasia?</strong></p>
<p>Hanno provato a utilizzarci, ma senza grandi risultati. Forse è per questo che non abbiamo mai avuto nessun tipo di finanziamento.</p>
<p><strong>La giornata tipo di una videomaker metropolitana?</strong></p>
<p>Una giornata tipo non esiste ci lasciamo guidare dalla vita della città tornando poi sempre in redazione per confezionare il servizio del giorno.</p>
<p><strong>Il servizio di cui sei più orgogliosa?</strong></p>
<p>Quello sulla <a href="http://www.montitv.it/popup_dettaglio_video.asp?id2=1236">morte del “barbone del rione”</a> dove le immagini parlano da sole e testimoniano la differenza di Monti con i quartieri dormitorio che si moltiplica a Roma, da noi il calore umano ancora si sente sia nei momenti di gioia che in quelli tristi.</p>
<p><strong>Quello che avresti voluto cancellare (ma che poi hai mandato online)?</strong></p>
<p>Un servizio a “un’artista” che si è poi lamentato della musica di sottofondo che avevamo inserito nella sua intervista.</p>
<p><strong>Quel servizio di denuncia che poi ha cambiato le sorti del rione?</strong></p>
<p>Abbiamo seguito lo sfratto della “casa delle bambole”, negozio storico di Roma. La famiglia è dovuta andar via dal locale storico ma il Comune le ha assegnato uno nuovo. Non saremo stati decisivi, ma sicuramente abbiamo fatto un po’ di rumore e la signora Cesaretti ancora ci ringrazia.</p>
<p><strong>Quel servizio che hai bucato e invece quello che hai realizzato perchè hai preso la volo la camera e premuto rec?</strong></p>
<p>Poche sere fa tornando a casa dopo uno spettacolo teatrale ho visto un incidente tra un tram e un autobus a vicino al Colosseo il mio primo pensiero è stato ”No! Ho la telecamera nel portabagagli”, ma ormai era già tutto finito. Ho fatto in tempo invece un anno fa quando siamo rimaste bloccate su un <a href="http://www.montitv.it/popup_dettaglio_video.asp?id2=1236">autobus elettrico</a> da una macchina in doppia fila e mentre i passeggeri spostavano di peso l’auto io riprendevo l’ennesimo segno di inciviltà.</p>
<p><strong>Tu vai in onda anche su una tv locale. Meglio guardare Monti tv sul web o sul televisore di casa?</strong></p>
<p>Beh, direi meglio guardare Monti Tv! Il pubblico di Roma Uno è un pubblico più anziano e attento alla città di Roma, mentre il pubblico della web tv è più giovane e interessato ad argomenti specifici come l’artigianato o gli eventi che si svolgono sul territorio.</p>
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		<title>Ci sono parole poco usabili (e varchi attivi)</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 07:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Yvonne Bindi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Jacob Nielsen]]></category>
		<category><![CDATA[Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[usabilità]]></category>

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		<description><![CDATA[Per capire se si può entrare nella zona a traffico limitato in alcune città si sono diffusi cartelli a messaggio variabile. Ma se la dicitura è vaga e imprecisa, siamo da capo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Esistono casi in cui l’usabilità ha a che fare con le parole, con ciò che con un po’ di gioco mi piace definire <em>usabilità delle parole</em>.  Ci sono parole che pur appartenendo (ovviamente) alla sfera del linguaggio hanno precise conseguenze nella sfera dell’azione, come ad esempio le parole sui comandi delle interfacce. Credo si possa parlare della loro usabilità proprio perché esse si usano; si usano all’interno di un preciso contesto (quello di un’interfaccia) e con un preciso scopo e possono essere più o meno facili da usare.</p>
<p><span id="more-5141"></span></p>
<h5>Parole e azioni</h5>
<p>Parole (o gruppi di parole) come <em>Entra</em>, <em>Invia</em>, <em>Prosegui</em>, <em>Torna indietro</em>, <em>Guarda di nuovo</em>, si fondono con l’azione che indicano, sono l’azione che indicano e allo stesso tempo sono parte dell’oggetto che permette l’azione (in genere un pulsante o un link); sono come gli interruttori della luce sui muri, come le manopole dei fornelli del gas, come le maniglie delle porte e ci permettono di agire e muoverci all’interno di ambienti virtuali. L’importanza della loro usabilità è lampante. Anche nella vita reale e quotidiana le nostre azioni  sono spesso guidate o interdette da indicazioni, comandi che si esprimono attraverso della parole.</p>
<p>Ad esempio i divieti, come il <em>vietato entrare</em> o il <em>vietato fumare</em>. Si tratta in genere di messaggi che elaboriamo con immediatezza, dati che il nostro cervello digerisce quasi senza scomodarci, producendo come risposte delle azioni che ci permettono di raggiungere degli scopi, come trovare qualcosa che stiamo cercando o semplicemente ci consentono di adeguarci alle convenzioni e alle regole del contesto in cui ci troviamo. Queste sono le informazioni che in un ambiente reale (come una città) o digitale (come un sito), dovremmo trovare velocemente e capire facilmente. Ma non sempre è così, anzi, alle volte sembra che ci sia chi ci si mette d’impegno per rendere difficili le cose semplici.</p>
<h5>Un pretesto personale</h5>
<p>Vivo a Perugia. Nel centro città ci sono diverse zone a traffico limitato (ZTL), in cui in alcune ore del giorno e in determinati giorni della settimana, è vietato accedere con la macchina. Gli orari e i giorni in cui il traffico è interdetto sono indicati nelle insegne all’entrata di ogni zona, insieme con un bel cartellone luminoso che annuncia, secondo i casi: ZTL APERTA o ZTL CHIUSA. Se è aperta si può passare se è chiusa e non si hanno particolari permessi non si può passare, pena una multa di parecchi euro. Aperta = sì, Chiusa = no, piuttosto comprensibile.</p>
<p>Qualche tempo fa sono stata a Roma e insieme con altre tre amiche, mi sono ritrovata in un’auto alla ricerca  di un parcheggio. Mentre giravamo nel traffico impazzito dell’Urbe, Emanuela (che è di Roma) dal posto di guida mi fa un cenno con il capo per non perdere di vista le corsie sovraffollate, e mi chiede di controllare se possiamo passare per il <em>varco</em>. Ed io, dopo essermi guardata un po’ attorno e aver letto un tabellone luminoso con su scritto <em>varco attivo</em> le rispondo di sì. Avevo letto il cartellone luminoso all’ingresso della via alla mia destra e avevo capito che potevamo passare, ma mi sbagliavo.</p>
<h5>Codice linguistico</h5>
<p>Due elementi collaboravano strettamente per trarmi in inganno. Da una parte la mia esperienza pregressa mi portava a considerare un <em>varco</em> <em>attivo </em>alla stregua di una <em>Ztl</em> <em>aperta</em>; un primitivo processo d’inferenza mi suggeriva un legame semantico nella coppia <em>attivo/aperta</em>. Dall’altra il mio codice linguistico (la lingua italiana) mi suggeriva che <em>attivo</em> è un aggettivo collegato con il polo positivo delle cose e che un <em>varco</em> ha a che fare con il passaggio, il transito, l’accesso, il passo. Quindi varco attivo = <em>passaggio attivo, transito attivo, accesso attivo.</em> Non avevo dubbi, potevamo passare. E invece no. Mi sbagliavo di grosso. <em>Varco attivo</em> sta a indicare che al varco sono attivi i controlli (videocamere e fotocellule) e che chi passa prende la multa. Io l’avrei presa di certo.</p>
<p>Ho cercato di immaginare il percorso mentale fatto da chi ha scelto un messaggio così tortuoso.<br />
Suppongo che di base ci sia stata una duplice esigenza: da una parte dire che per quella via, in quel momento, non poteva transitare chi non ne aveva l’autorizzazione. <em>Passaggio</em> o <em>varco chiuso</em> avrebbe dato un’idea troppo assoluta: avrebbe asserito che nessuno poteva passare di lì, mentre qualcuno poteva ancora farlo. Dall’altra, forse, l’esigenza di ribadire che, non solo la zona era interdetta al traffico, ma che c’erano dei dispositivi <em>attivi </em>di controllo. Non ne posso essere certa, ma ho tratto queste conclusioni.</p>
<h5>Tecnici</h5>
<p>Posso avanzare anche un’altra ipotesi e cioè che il messaggio sia stato scelto dai tecnici che hanno realizzato il dispositivo. Persone che giustamente non si occupano di comunicazione. Per loro sarà stato naturale fornire un’informazione che riguardasse il sistema di controllo (attivo/non attivo) senza preoccuparsi degli aspetti comunicativi, che non rientrano nelle loro competenze. Il punto però è che data così, l’informazione è difficile da afferrare con immediatezza, soprattutto per le tante persone che si trovano per la prima volta a guidare nel traffico di Roma.</p>
<p>A chi guida una macchina nel caos, non interessa cosa s’innesca tecnicamente quando non può passare per una via: se i controlli sono attivi, inattivi o intermittenti. Gli interessa se può passare o no. Ha bisogno di un’informazione chiara e diretta. Non deve dover pensare, perché mentre è al volante, ha decine di macchine che circolano accanto alla sua, i clacson che strombazzano, gli scooter che lo sorpassano a destra, i pedoni che attraversano la strada e così via. Il divieto di accesso in una zona o in una strada deve essere visibile e il suo messaggio inconfutabile, perché oltre ad esserci di mezzo le multe e quindi i soldi dei cittadini, ci sono di mezzo i comportamenti alla guida e dunque la sicurezza delle persone.</p>
<h5>Opposizione</h5>
<p>Il messaggio per essere tale deve possedere un requisito fondamentale, deve saper riflettere il modello mentale degli  interlocutori, mentre la terminologia scelta nei tabelloni luminosi di Roma rispecchia a pieno il modello mentale dei progettisti (o dell’amministrazione che sia).  Nel caso specifico non possiamo nemmeno parlare di un semplice divario tra modelli mentali, ma addirittura di una vera e propria opposizione tra di essi: per i progettisti <em>attivo = divieto</em>; per i gli utenti <em>attivo = permesso. </em>Un messaggio più efficace potrebbe essere: a<em>ccesso consentito </em>vs. <em>accesso proibito</em>. <em>Consentito</em> si passa <em>proibito</em> no, e se ci sono delle eccezioni per i residenti di quelle zone, gli interessati ne conosceranno sicuramente i meccanismi.</p>
<p>Anche a Perugia si potrebbe parlare di <em>accesso consentito </em>vs. <em>accesso proibito</em>, così come a Milano, a Napoli, a Bologna, anzi credo che tutti gli automobilisti d’Italia gradirebbero un’uniformità terminologica sulle indicazioni di questo tipo. La stessa cosa detta con le stesse parole in tutte le città italiane, quello che si definisce uno standard. Facendo una breve ricerca sul web ho scoperto che in molti si sono trovati in difficoltà davanti al tabellone luminoso <em>varco aperto/varco chiuso</em> e che sull’argomento sì è addirittura pronunciata l’autorevole voce dell’<a href="http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8323&amp;ctg_id=44">Accademia della Crusca</a>.</p>
<h5>Indicazioni</h5>
<p>Come non pensare a una delle <a href="http://www.useit.com/papers/heuristic/heuristic_list.html">euristiche di J. Nielsen</a> sull’usabilità, quella che professa l’importanza della <em>corrispondenza fra il mondo reale e il sistema</em>, secondo cui Il sistema dovrebbe parlare il linguaggio dell’utente, con parole, frasi e concetti familiari all’utente e presentare le informazioni secondo un ordine logico e naturale, piuttosto che utilizzare termini orientati al sistema stesso. Avere indicazioni sullo stato del sistema è certamente importante: una spia rossa che indica che il mio hard disk esterno è acceso mi è molto utile, ma in alcuni casi e in un’ottica di economia cognitiva, è più importante avere opportune indicazioni sul da farsi piuttosto che doverle ricavare attraverso processi di inferenza o deduzioni.</p>
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		<title>Tra mille difficoltà, cresce il WiFi cittadino</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 08:21:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[All'elenco delle città che stanno aprendo reti civiche di accesso a internet si aggiungono Pescara e Firenza. A Roma il progetto più attivo. Ma scontiamo la mancanza di coordinamento nazionale e i vincoli della legge Pisanu]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pian piano e faticosamente si sta delineando la via italiana al WiFi pubblico: senza ordine né metodo condiviso a livello nazionale, a forza di progetti dettati dalla buona volontà di alcune amministrazioni. Una formula che unisce il low cost (reti costruite a costo zero o quasi per la pubblica amministrazione) e l’aggiramento di norme che renderebbero il WiFi piuttosto impraticabile (<a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/07/questanno-no-lasciate-scadere-la-legge-pisanu">in primis il decreto Pisanu</a>). Benvenuti insomma all’Italia del wireless, dove è lasciato indietro chi vive in città in cui le amministrazioni sonnecchiano sull’innovazione. I progetti sono quasi tutti del Centro-Nord: gli ultimi in ordine di tempo sono di <a href="http://www.sostariffe.it/news/2009/11/14/wifi-gratis-pescara/">Pescara</a> (20.000 euro di spesa) e di <a href="http://www.itespresso.it/it/news/2009/11/12/a_firenze_dieci_piazze_regalano_un_ora_di_wifi">Firenze</a> (in dieci piazze il Comune regala un’ora di WiFi).<span id="more-1383"></span></p>
<p>Parma ha speso 200.000 euro per coprire 22 zone della città. Tra i primi a partire, Bologna e Reggio Emilia (dal 2006). Il Comune di Venezia, che è appena partito, mira a 600 hot spot.<br />
Il progetto più ampio, ora attivo, è forse <a href="http://www.provincia.roma.it/percorsitematici/innovazione-tecnologica/progetti/4035">ProvinciaWiFi</a>, della Provincia di Roma. Riassume i caratteri essenziali del WiFi all’italiana: è una rete low cost formata dall’azione dal basso di tanti soggetti (e rispettive reti) uniti sotto lo stesso cappello. Obiettivo, 500 hot spot entro il 2010 (nei comuni del romano), con 2 milioni di euro di budget (quest’estate ce n’erano attivi un centinaio, con 100.000 euro circa di spesa). L’idea della Provincia è stato di reinventare il modello di <a href="http://www.fon.com">Fon</a>, basato su reti condivise e connessioni già esistenti. Negozi, edifici pubblici, circoli dotati di banda larga (con vari contratti e provider) possono aderire all’iniziativa ed entrare a far parte della stessa rete virtuale. L’utente che ha un account attivo presso Provincia WiFi può quindi navigare gratis da qualunque access point della rete. In Provincia WiFi sono confluiti anche gli hot spot del consorzio Roma Wireless, che è stato tra i principali progetti di questo tipo.</p>
<p>Finora, quindi, in Italia le “WiFi municipalities” sono andate avanti così: a macchia di leopardo, senza best practice né un’idea condivisa tra loro. Il problema è che non tutte le città possono trovarsi nell’incrocio di fortunate coincidenze per la nascita di reti di questo tipo. Prova ne è che in comuni come Milano e Torino il WiFi pubblico gratuito non è altrettanto sviluppato. E, visto che sempre di reti organizzate da istituzioni pubbliche si tratta, un passo avanti sarebbe dare all’utente un account unico utilizzabile in diverse città e province. Quello che manca è un passo ulteriore, che potrebbe venire da una presa di posizione del governo. E forse adesso se ne vedono i primi segni: per la prima volta, un rappresentante della maggioranza <a href="http://www.google.it/#hl=it&amp;source=hp&amp;q=brambilla+wifi&amp;btnG=Cerca+con+Google&amp;meta=&amp;aq=f&amp;oq=brambilla+wifi&amp;fp=cd2c5048792d1c7e">pensa a promuovere l’uso di internet da luoghi pubblici</a>, attirandosi l’attenzione di molti in rete.</p>
<p>Finora il governo, a differenza appunto delle amministrazioni locali, ha avuto un ruolo opposto. Si è caduti quindi nel paradosso di istituzioni pubbliche che si muovono in sensi opposti: il governo che frena, le amministrazioni locali che agiscono sul territorio. L’effetto è stato un altro paradosso: la pubblica amministrazione per agire ha dovuto aggirare il decreto. «In modo legale, beninteso», dice Francesco Loriga, responsabile servizi innovativi presso la Provincia di Roma e la mente dietro Provincia WiFi. Il decreto obbliga i fornitori di accesso internet a identificare gli utenti tramite documenti. In un primo tempo è stato rispettato alla lettera, cioè per navigare bisognava mostrare un documento d’identità. In un secondo momento, le associazioni di provider hanno ottenuto un’estensione di questo principio (confermata da una circolare inviata ai provider dal ministero dell’Interno). E cioè che l’identificazione può avvenire anche tramite sim telefonica, perché chi ne ha acquistata una ha dovuto mostrare un documento di identità.</p>
<p>Restano alcuni problemi.  Primo, «l’identificazione tramite cellulare non è alla portata delle tasche e delle competenze tecniche di tutti. Non certo del piccolo bar che volesse dare accesso a internet», dice Loriga. In questo caso resta l’alternativa classica: il gestore deve chiedere un documento d’identità. Secondo, «tramite cellulare possiamo identificare solo gli utenti con sim italiana. Per comprare una sim all’estero infatti non c’è bisogno di un documento d’identità- dice Loriga. Risultato, gli stranieri dobbiamo identificarli tramite carta d’identità. Stiamo pensarlo di farlo anche via carta di credito, facendo pagare loro un piccolo costo per navigare, ma non sappiamo ancora se sarebbe accettabile dalle norme». Ecco: in Italia pesa sul WiFi (come su tante altre cose di internet) una generale incertezza normativa, per cui il fornitore di accesso non sa fino a dove può spingersi senza avere problemi. Anche per questo motivo servirebbe un intervento legislativo per chiarire e semplificare la materia. E se il governo lo facesse avendo in mente lo sviluppo di internet, invece che soltanto la sicurezza pubblica, il risultato sarebbe diverso.</p>
<p>Incentivare il WiFi <a href="http://www.assodigitale.it/2009/11/21/abolizione-legge-pisanu-wifi-gratuite-ministro-turismo-brambilla-accesso-internet-turisti-essere-competitivi/">in nome del turismo</a> è un pretesto interessante, visto che ad oggi le norme, come si è visto, penalizzano soprattutto coloro che, a differenza degli italiani, sono abituati a camminare con un portatile sotto braccio. «Bisogna quindi eliminare dalla Pisanu tutto cioè che ci allontana dall’Europa», dice Guido Scorza, avvocato tra i massimi esperti di diritto in internet. «L’obbligo a identificare tramite documenti e quello di dichiarare gli hot spot alla Questura», aggiunge. Il primo potrebbe essere modificato, appunto con la possibilità di identificare l’utente anche tramite sim e carta di credito. «Ma se questo impedirebbe a piccoli esercenti di fornire il servizio, meglio eliminare qualsiasi obbligo», propone Scorza. Bisogna considerare anche le caratteristiche del mercato italiano: da noi dominano piccoli esercenti non collegati tra loro. Un sistema di identificazione complesso è più alla portata di catene di bar, come quelle diffuse in altri Paesi.</p>
<p>In ogni caso, anche obblighi più chiari e un disegno condiviso da parte delle istituzioni sarebbero un grosso passo avanti rispetto all’attuale quadro, frammisto di ambiguità normativa e di disinteresse per lo sviluppo di internet.</p>
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