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	<title>Apogeonline &#187; Renato Brunetta</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Open data, anche l&#8217;Italia libera i dati pubblici</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 11:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ernesto Belisario</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Open Source]]></category>
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		<category><![CDATA[pubblica amministrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Renato Brunetta]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi l'annuncio del ministro Brunetta: un portale nazionale, una guida operativa per tutte le amministrazioni pubbliche e un concorso per applicazioni che valorizzino il patrimonio di dati pubblici]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La notizia è eclatante e, a suo modo, storica: il governo italiano sta presentando in queste ore la sua strategia in materia di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dati_aperti"><em>open data</em></a>. Sebbene con grande ritardo rispetto ai più illuminati paesi che già da due anni hanno avviato progetti in tal senso, anche l’Italia abbraccia finalmente la pratica di rendere i dati delle agenzie pubbliche accessibili a tutti sul web, in formato aperto, senza restrizioni di copyright, brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione.<span id="more-6948"></span></p>
<h5>La via italiana</h5>
<p>La via italiana all’open data si sviluppa su tre livelli di azione. Il primo è la creazione di un portale nazionale dei dati pubblici (<a href="http://dati.gov.it/">www.dati.gov.it</a>). Attraverso questo strumento, cittadini, sviluppatori, imprese, associazioni di categoria possono usufruire dei dati aperti del settore pubblico. Il secondo è la pubblicazione di un vademecum<em> </em>indirizzato a tutte le pubbliche amministrazioni (centrali, regionali e locali) in cui viene incoraggiata l’adozione di politiche di apertura dei dati pubblici e vengono indicati gli aspetti tecnici, organizzativi e giuridici da affrontare per rendere rendere disponibili i dati dell’amministrazione. Il terzo è <a href="http://www.appsforitaly.org/">Apps4italy</a>, un concorso aperto a cittadini, associazioni, sviluppatori e aziende per progettare applicazioni utili e interessanti basate sull’utilizzo di dati pubblici, in modo da dimostrare a tutta la società il valore del patrimonio informativo pubblico.</p>
<p>La “liberazione” dei dati pubblici risponde a molteplici finalità. Rendere l&#8217;amministrazione trasparente, attraverso la diffusione delle informazioni relative al suo funzionamento (in particolare quelle relative alla spesa pubblica). Migliorare la qualità della vita dei cittadini, che possono liberamente riutilizzare le informazioni (si pensi alla diffusione dei dati relativi alla criminalità). Dare impulso all&#8217;economia dell&#8217;immateriale, poiché i dati prodotti e detenuti dalle pubbliche amministrazioni (basti pensare ai dati cartografici) sono una preziosa &#8211; e finora sottovalutata – risorsa per la crescita economica e la creazione di posti di lavoro.</p>
<h5>Non è una moda</h5>
<p>L’iniziativa appena avviata dal ministro Brunetta rappresenta il primo mattone nell’adesione alla dottrina dell&#8217;open government (letteralmente &#8220;governo aperto&#8221;), secondo cui l&#8217;amministrazione deve essere trasparente a tutti i livelli e consentire un controllo continuo del proprio operato mediante l&#8217;uso delle nuove tecnologie. Non è un’idea nuova: un&#8217;amministrazione che intavola una costante discussione con i cittadini, in modo da sentire quello che hanno da dire, e che prende decisioni basate sulle loro necessità. Tutto questo, che era già auspicabile per un&#8217;amministrazione tradizionale, oggi diventa possibile grazie alle nuove tecnologie in modo da combattere inefficienze e corruzione nel settore pubblico.</p>
<p>A partire dalla <a href="http://www.whitehouse.gov/sites/default/files/omb/assets/memoranda_2010/m10-06.pdf">Direttiva Obama</a>, che nel dicembre 2009 ha segnato il passaggio dalla teoria alla prassi, un numero sempre crescente di paesi ha compreso le opportunità di far leva sull&#8217;innovazione e sulla diffusione delle informazioni e della conoscenza, approfittando proprio della crisi economica globale. In modo assai veloce si è sviluppato un movimento che ha visto governi e società civile usare le stesse parole: trasparenza, partecipazione, collaborazione. Questo movimento cresce velocemente perché amministrazioni e cittadini ne percepiscono ben presto i vantaggi e diviene una buona prassi tanto anche l’Onu (nel suo <a href="http://www2.unpan.org/egovkb/global_reports/10report.htm">rapporto sullo stato dell’e-government nel mondo</a>) ha raccomandato l’adozione di modelli amministrativi di questo tipo.</p>
<h5>Anche l&#8217;Onu</h5>
<p>Nel mese di settembre, in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è stato avviato un importante progetto denominato <a href="http://www.opengovpartnership.org/">Open Government Partnership</a>, una vera e propria alleanza mondiale per l’open government. La Partnership ha alla base una <a href="http://www.opengovpartnership.org/open-government-declaration">dichiarazione</a> molto importante in cui si legge:</p>
<blockquote><p>Accettiamo la responsabilità di cogliere questa occasione per rafforzare i nostri impegni per promuovere la trasparenza, combattere la corruzione e consentire ai cittadini di sfruttare la potenza delle nuove tecnologie per rendere il governo più efficace e responsabile.</p>
<p>Ci impegniamo con i cittadini per migliorare i servizi, gestire le risorse pubbliche, promuovere l&#8217;innovazione e creare comunità più sicure. Abbracciamo i principi della trasparenza e dell’Open Government al fine di conseguire prosperità e benessere.</p></blockquote>
<p>Il progetto vede la leadership degli Stati Uniti, ma è significativo che tra gli otto paesi del comitato promotore vi siano paesi emergenti come Messico, Brasile, Indonesia e Filippine: tutti abbiamo eguale bisogno di un governo aperto e non è detto che i paesi economicamente più forti siano i più virtuosi. L’Open Government Partnership è però un progetto aperto (non avrebbe potuto essere diversamente) e tutti i paesi che  rispettino determinati requisiti (ad esempio in materia di trasparenza) e si impegnino in tal senso possono aderire in vista delle future iniziative. Anche <a href="http://www.opengovpartnership.org/countries/italy">il governo italiano lo ha fatto</a> e l’avvio dell’operazione Dati.gov.it si inserisce proprio in questo solco.</p>
<h5>Un punto di partenza</h5>
<p>L’avvio di un’organica strategia di open data nel nostro Paese è sicuramente importante, ma non può in alcun modo essere concepito come un punto di arrivo. Amministrazioni, associazioni, cittadini e imprese dovranno dimostrare di essere all’altezza di una sfida così difficile e stimolante. Il governo, innanzitutto, dovrà evitare che l’operazione Open Gov si trasformi in un “evento spot”; il Ministro Brunetta dovrà lavorare ancora di più quando i riflettori sull’iniziativa si saranno spenti, affrontando le resistenze, aprendosi al dialogo e alle critiche, stimolando gli uffici più restii ad aprire i propri dati. Sotto questo profilo, è auspicabile che accada quanto già successo in tanti altri paesi, dove i diversi enti pubblici hanno iniziato a farsi una (lodevole) concorrenza sulla quantità e qualità dei dati liberati.</p>
<p>Deve cioè passare il concetto per cui c’è buona amministrazione solo se c’è trasparenza e apertura;  devono, al contrario, essere vinti tutti quei freni che finora hanno fatto dell’Italia una delle democrazie meno trasparenti e più corrotte del mondo. L’avvio di una strategia nazionale di Open Data rappresenta una vittoria per il variegato <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/23/open-government-non-perdiamo-altro-tempo">movimento &#8220;open&#8221; italiano</a>. Negli ultimi due anni, numerosi enti e <a href="http://www.datagov.it/">associazioni</a> hanno lavorato aggregando tecnici, civil servant, giuristi, sociologi e semplici cittadini; dal basso, sono state organizzate numerosi iniziative volte a ottenere che anche nel nostro Paese scoppiasse quella che viene definita l’Open Data Revolution, vale a dire lo sconvolgimento dei concetti tradizionali di governo e di cittadinanza grazie all’apertura dei dati pubblici.</p>
<h5>Tocca alla comunità</h5>
<p>Questo movimento, adesso, non deve considerare conclusa la propria attività, tutt’altro. La comunità deve diventare <em>partner</em> e, quando serve, contraddire l’amministrazione, cercando di comprendere le cose che non funzioneranno (all’inizio è possibile), ma continuando a essere sprone nel proseguire sulla strada intrapresa, inchiodando il governo al rispetto degli impegni presi dinanzi all’opinione pubblica. Anche cittadini e giornalisti dovranno fare la loro parte, utilizzando i dati pubblicati, verificandone l’attendibilità e l’esattezza, pretendendo a tutti i livelli di conoscere e di essere considerati collaboratori, non sudditi. C’è infine bisogno di imprese che capiscano il potenziale economico dei dati del settore pubblico e li sfruttino per fare business e far decollare, anche in Italia, l’economia dell’immateriale.</p>
<p>Insomma, l’apertura di <a href="http://www.dati.gov.it/">Dati.gov.it</a>, il Vademecum e Apps4Italy sono un passaggio di cruciale importanza, ma guai a illudersi di aver già completato l’opera: dobbiamo dimostrare di essere pronti per la rivoluzione che inizia oggi. Come dice <a href="http://jonathangray.org/">Jonathan Gray</a>, «i dataset non cambiano il mondo, le persone lo cambiano».</p>
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		<title>Le prospettive del WiFi in Italia dopo la Pisanu</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2010 07:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Mettiamo anche che, se il Governo regge, nei prossimi giorni venga finalmente superata la famigerata legge Pisanu che tiene sotto chiave le connessioni wireless in contesti pubblici, che cosa cambia davvero? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa farà mai il WiFi, uscito dal carcere italiano dopo cinque anni, in giro per la città, finalmente libero e bello? In altre parole, quale impatto avrà la nuova vita del WiFi, sullo sviluppo di internet in Italia, e quali sono i nodi principali da sciogliere? La risposta a questa domanda coincide con i motivi che hanno giustificato una lunga battaglia, mediatica e politica, che in questi giorni ha raggiunto il picco. <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/10/27/news/wi-fi_maroni_nuova_legge_per_superare_decreto_pisanu-8487229/?ref=HREC1-4">Questa settimana</a> il ministro dell’Interno Roberto Maroni porterà al Consiglio dei Ministri la sua proposta per riformare le norme che, nella legge Pisanu, hanno posto limiti eccessivi allo sviluppo del WiFi in Italia. Limiti &#8211; ricordiamolo- che non hanno pari nel resto del mondo democratico.<span id="more-4137"></span></p>
<h5>Ostacolo politico</h5>
<p>Il passo del ministro è una svolta perché questi era il principale (se non il solo) ostacolo politico a cambiare la Pisanu. Anche Renato Brunetta e Paolo Romani erano più intenzionati di Maroni a cambiare le cose. Maroni però è stato convinto dai suoi consiglieri che il Pisanu è ancora utile alla sicurezza, contro il «terrorismo, la pedofilia online, la criminalità organizzata», come ha detto alla Camera. Ma davvero mafiosi, terroristi e pedofili aspettano di andare al WiFi del bar sotto casa per organizzare i propri intenti criminosi? Gli Stati Uniti, la Spagna e il Regno Unito, che di attentati se ne intendono, la pensano in altro modo, come si può giudicare dalle loro norme.</p>
<p>Così, il ministro spinge verso un compromesso, tra l’attuale Pisanu e la totale abrogazione dell’articolo 7, <a href="http://daily.wired.it/aconfronto/wi-fi-libero-cassinelli-contro-gentiloni.html">richiesta da politici di vari schieramenti</a>. Beninteso: il compromesso, tra sicurezza e libertà, potrebbe non essere sufficiente a cambiare le cose. Se si limitasse ad autorizzare ufficialmente l’autenticazione via Sim, per esempio, non faremmo un passo avanti. Almeno bisognerebbe seguire la <a href="http://www.apogeonline.com/filirossi/leggi-internet#cassinelli3">proposta Cassinelli</a>, che vorrebbe limitare l’autenticazione solo ad alcuni casi.</p>
<h5>Non risolve</h5>
<p>Premessa necessaria: siamo a un passo dal cambiare le norme WiFi, ma meglio non eccedere con l’ottimismo. Ciò detto, secondo alcuni la liberazione del WiFi avrebbe un impatto limitato comunque, sul nostro mercato. Si sostiene che da noi internet nei luoghi pubblici è poco diffusa non tanto per la Pisanu quanto per la scarsa alfabetizzazione informatica di utenti e di esercenti. I primi peccano per scarso numero di pc: solo il 40% di italiani ha un laptop e il 6% ha un netbook, contro il 50% e il 6% della media europea EU-7 (dati Forrester Research, al secondo trimestre 2010). I laptop e i netbook sarebbero appunto gli strumenti deputati per navigare in WiFi da luoghi pubblici.</p>
<p>Quest’obiezione non tiene conto della rivoluzione smartphone, che è molto forte in Italia. A gennaio 2010, secondo Forrester, ci sono state 4,09 milioni di connessioni in mobilità (smartphone e computer), in Italia. Solo il Regno Unito ha fatto meglio, di poco (4,10). È ovvio che se questi utenti potessero connettersi gratis a una rete più veloce, WiFi, la preferirebbero a quella Umts. Un quarto dei cellulari venduti nel 2012 <a href="https://instat.com/press.asp?ID=2763&amp;sku=IN0904627WS">avrà il WiFi</a>. Le potenzialità ci sono, quindi. Gli esercenti sono poco propensi a installare il WiFi? Chi afferma questo fa notare che già ora è possibile dotare il proprio negozio, bar, pizzeria di un access point WiFi chiavi in mano adempiente alle norme Pisanu affidandosi ai servizi di aziende come Guglielmo o Trampoline. Ad esempio, con Guglielmo: in un canone di alcune decine di euro al mese, comprende l’hotspot, la piattaforma tecnica e gli Sms di identificazione. Il prezzo dipende dall’operatore banda larga scelto dall’esercente. Se questi non vuole pagare canoni, può iscrivere l’hotspot alla rete WiFi gratuita di Guglielmo; in questo caso il solo svantaggio è che per accedervi i clienti devono avere un account speciale. Possono ottenerlo dal proprio Comune (se è tra quelli che ha fatto accordi con Guglielmo) oppure acquistarlo al prezzo di sette euro l’anno da questa stessa azienda.</p>
<h5>Barriere</h5>
<p>Come si vede però anche in questo modo, a causa della Pisanu, c’è una barriera per l’esercente: deve per prima cosa sapere di Guglielmo o di aziende simili; poi pagare un costo extra per affidargli il proprio WiFi. A meno che l’esercente non sia molto motivato, a questo punto può rinunciare. La normativa non rende impossibile offrire WiFi in un bar, ma certo lo scoraggia. Quella barriera chiamata Pisanu può essere &#8211; soprattutto in questa fase di boom degli smartphone e dei tablet &#8211; il fattore che frena le potenzialità italiane nella diffusione  di internet nei luoghi pubblici. Il fattore che impedisce un circolo virtuoso. Mettere il WiFi nei luoghi pubblici infatti significa portare internet tra la gente. Farla conoscere anche agli utenti che finora hanno evitato di accedervi. L’esempio di chi si connette a internet in un bar o da una panchina può essere contagioso: se a vista c’è chi verifica così le condizioni meteo e del traffico, altri capiranno l’utilità di internet, che finora hanno snobbato.</p>
<p>Ci sono anche altre considerazioni. «Abolire l’articolo 7 darebbe una spinta alle applicazioni WiFi connesse al turismo. Che consentano di studiare itinerari e forniscono informazioni sul luogo: il turista seleziona il mezzo di trasporto, tempo disponibile, e riceve una guida», spiega Giovanni Guerri, general manager di Guglielmo. Già, WiFi pubblico non è solo puro e semplice accesso internet. Il problema è che «i sistemi di autenticazione via cellulare hanno problemi con sim straniere», continua. È un motivo in più per chiedere una riforma profonda delle norme WiFi italiane e non solo in superficie. Infine, <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2010/10/la-pisanu-stanca-%C3%A8-ancora-con-noi-il-consiglio-dei-ministri-non-ha-deciso-nulla-al-riguardo.html">ha ragione Quintarelli</a> a ricordare che cambiare la Pisanu impatterebbe molto solo sugli esercizi commerciali. Nei luoghi aperti al pubblico (strade, piazze, panchine), offrire il WiFi è un lavoro da provider, sottoposti a numerosi obblighi di legge, alcuni dei quali tipicamente italiani. Se gli esercenti volessero estendere il proprio WiFi a un quartiere, all’esterno dei negozi, come avvenuto a Madrid con Fon, da noi non potrebbero farlo direttamente. Ma di questi limiti ci occuperemo dopo aver archiviato la pratica Pisanu.</p>
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		<title>Confessione di un terrorista (virtuale)</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/12/17/confessione-di-un-terrorista-virtuale</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 07:45:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando i tempi si fanno cupi anche i giochi più innocenti che si fanno tra gli amici dei social network diventano pesanti. E tutto comincia a odorare di piombo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Confesso. Ho lanciato addosso al collega di Apogeonline <a title="venturini" href="http://robertoventurini.blogspot.com/">Roberto Venturini</a> un modellino del Duomo. E in un impeto incontrollabile di violenza ne ho lanciato uno anche al nostro coordinatore editoriale <a title="maistrello" href="http://www.sergiomaistrello.it/">Sergio Maistrello</a> e a un certo altro numero di persone. Nella mia somma vigliaccheria non ho atteso di vedere se il proiettile avesse centrato l&#8217;obiettivo e neppure se qualcuno sanguinasse. Del resto la scorta di modellini del Duomo che ho lanciato non erano che proiettili virtuali. Ho aderito a una malefica applicazione su Facebook come si aderisce a un gruppo di fiancheggiatori del terrorismo e ho cominciato a mietere vittime. Ma sono un pessimo terrorista e dopo qualche lancio mi sono spaventato e ho abbandonato la lotta. Ora confesso. Ma non mi dissocio.<span id="more-1667"></span></p>
<h5>Dalla parte del torto</h5>
<p>Non mi sono mai iscritto a gruppi inneggianti a una qualsiasi forma di violenza. Mi sento schierato, a volte più per un fattore genetico che per una reale convinzione. Ma, credo, da qualche parte bisogna pur stare. A volte mi riconosco in quella bellissima frase di Brecht che dice: «Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati». Adoro quel profumo di autoironia che sprigiona. Credo nel dialogo e in un certo modo di fare politica.  Anche se dall&#8217;altra parte non sempre ho sempre ricevuto la stessa cortesia. Il presidente del consiglio mi ha chiamato «coglione»; il ministro Brunetta, augurandosi che andassi a «morire ammazzato», mi ha definito «pezzo di merda». Cioè non proprio a me personalmente. Non li ho incontrati per strada, non gli ho fregato il parcheggio e neanche la fidanzata. Si riferivano piuttosto ad un&#8217;area di simpatie, a una appartenenza, a un gruppo. Una sorta di nome collettivo. E allora confesso che mi fa ridere quando chiamano Brunetta «diversamente alto» anche se è un&#8217;offesa a tutti coloro che sono lontani dall&#8217;altezza media. Ma chi l&#8217;ha detto che l&#8217;altezza fisica sia un tratto di eccellenza? Del resto molti grandi uomini non erano alti. Hitler, Stalin, Charles Manson&#8230; Ok, confesso, ho fatto l&#8217;esempio sbagliato. Era ironia.</p>
<p>Ho insegnato a mia figlia che non si dicono le <a title="parolacce" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Parolacce">parolacce</a>. Anche se qualcuna mi scappa. E lei mi rimprovera. Le ho insegnato che le parolacce non sono “cattive” in sé. Anzi che alcune, ad esempio “minchione” sono persino un retaggio culturale, una tradizione anche letteraria (parola usata da Verga). Le parolacce non vanno bene perché sono una inutile semplificazione. Se qualcuno ti fa un torto e gli dici “stronzo” non risolvi un bel niente. Magari è meglio confezionare una frase un po&#8217; più lunga, affrontare la fatica di una conversazione e magari alla fine una soluzione più soddisfacente si trova. E poi, se una ogni tanto scappa, pazienza non sarà questo che chiuderà le porte al paradiso. È solo una parola.</p>
<h5>Conflitti e sfumature</h5>
<p>Eppure quando ho scagliato quel piccolo Duomo virtuale in quel campo di giochi che è Facebook mi sono sentito improvvisamente in colpa. Non era più uno di quegli scherzetti che si fanno con coloro che si considerano amici. Quelle cose di cui poi si ride insieme. Ho cominciato a pensare. Mi  avrà visto qualcuno? Qualcuno mi starà imitando? I poveri Roberto e Sergio sono brava gente, gente con famiglia, e ora rischieranno la lapidazione con un minuscolo capolavoro gotico (genere che notoriamente amava le punte). Non è più uno scherzo.</p>
<p>Sta diventando tutto maledettamente importante. Tutto è vitale o mortale. Buonissimo o cattivissimo. Eppure da quando ho scoperto tutta quella gente sulla rete, nei forum, nei blog e anche su Facebook e Twitter mi aveva preso una sensazione di condivisione, di umanità che prima mi era stato difficile di provare. Prima c&#8217;erano i giornali e i libri che ti raccontavano le cose da un certo punto di vista. Era un po&#8217; come succede ancora adesso nelle manifestazioni. Un milione secondo gli organizzatori, cinquantamila secondo la questura. Insomma informazione sempre e solo di parte. Sempre in contrasto. A volte in conflitto. Ma con internet le cose sono cambiate. Le posizioni sono (o avrebbero potuto esser) così tante che alla fine la verità risulta, finalmente, come una sana sfumatura.</p>
<p>E poi arriva <a title="gilioli" href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/12/15/%C2%ABvicino-ad-ambienti-del-social-network%C2%BB/">Bruno Vespa</a> riesce a dire che l&#8217;attentatore del premier è «vicino agli ambienti del social network» come se le cose fossero rimaste a prima del Muro di Berlino. Lo stesso linguaggio, la stessa maniera di impacchettare, di disegnare confini. Come se il social network fosse un partito da prendere assolutamente sul serio. Come quando Adinolfi, Grillo, il No-B day  fecero intendere di esserne dei legali rappresentanti. E io che credevo che tutti insieme, finalmente, si potesse provare a discutere senza alzare la voce e allegramente, con la massima serietà affrontare i problemi più profondi. E magari, dopo aver parlato di tutto, prenderci una pausa, una sana risata che disarma qualunque incubo. E invece. Nessuna risata potrà più seppellire niente. Eccomi qui a confessare.</p>
<h5>Il privilegio delle stupidaggini</h5>
<p>Confesso una piccola stupidaggine. Rivendico il privilegio di fare stupidaggini, ogni tanto. Ma non quelle inconsapevoli, innocenti, date dalla sbadataggine, dalla stanchezza, delle quali poi ci si vergogna e si cerca di porre rimedio chiedendo scusa. Parlo di quelle stupidaggini fatte nel pieno delle proprie facoltà mentali, quegli afflati di gioia infantile nel combinare un piccolo guaio. E ora sono qui non tanto per chiedere scusa a Roberto o a Sergio, ma per esortare tutti i malintenzionati a desistere dall&#8217;imitare il mio gesto violento nei loro confronti. Ragazzi, si scherzava.</p>
<p>Già perché è necessario ribadirlo. I dibattiti di questi giorni sulla pericolosità di certe attività sulla rete, di certe apologie dei più svariati reati ha cominciato a preoccuparmi. Ho cominciato a chiedermi se vi siano certi giochi siano davvero pericolosi. Robetta che un po&#8217; alla volta contribuisce a scaldare l&#8217;ambiente fino a provocare un vero incendio, a partire dalla combustione delle teste più calde. Oppure ci stiamo scaldando per nulla, come quelle discussioni insulse per il parcheggio o per uno sgarbo al semaforo che poco alla volta dimenticano l&#8217;origine e diventano una escalation di insulti, gesti virili e cretinate.</p>
<p>Mi è avanzato ancora qualche piccolo Duomo di pixel. Se qualcuno mi da il permesso di lanciarglielo addosso, prometto che faccio piano. Ma non sarà la stessa cosa.</p>
<p>PS. Immagino che per la quantità di male parole contenute, questo articolo avrà, nella storia di Apogeonline, lo stesso posto che l&#8217;<a title="avvelenata" href="http://www.testimania.com/testi/testi_francesco_guccini_1655/testi_via_paolo_fabbri_43_3599/testo_lavvelenata_42617.html">Avvelenata</a> di Francesco Guccini ebbe nella storia della canzone italiana.</p>
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		<title>Banda larga, riparte il piano governativo</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 07:45:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[E-government]]></category>
		<category><![CDATA[eGovernment 2012]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Decina]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Romani]]></category>
		<category><![CDATA[Renato Brunetta]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima stralciati come investimento non prioritario in tempi di crisi, poi garantiti nuovamente in quanto risorsa strategica, tornano sul piatto gli 800 milioni di euro del piano Romani]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine forse arriveranno, i milioni di fondi pubblici promessi per la banda larga. Domenica il ministro allo sviluppo economico Scajola l&#8217;ha definito <a href="http://www.corriere.it/politica/09_novembre_15/banda-larga-scajola_51782432-d1e2-11de-a0b4-00144f02aabc.shtml">«un investimento proritario»</a>. Nei giorni precedenti il ministro per l&#8217;innovazione Brunetta aveva addirittura <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/index.php?section=news&amp;idNotizia=75697">indicato una data</a>: entro il 15 dicembre. A fine anno, si prevede, sarà sbloccata una prima tranche, forse 200-300 milioni, degli 800 che questo governo dovrebbe stanziare, nell’ambito degli 1,47 miliardi <a href="http://mytech.it/flash/2009/06/09/tlc-piano-governo-da-147-mld-per-banda-larga/">previsti dal piano Romani</a>. Piano che quindi potrebbe partire nel 2010 e andare avanti con i ritmi già annunciati. Per dare i 20 Megabit al 96% della popolazione e i 2 Megabit (via wireless) al resto entro il 2012.<span id="more-1316"></span></p>
<p>Eppure, tutto questo can can sui fondi promessi, poi spariti, ora ripromessi rischia di farci perdere di vista il quadro d’insieme. Dimentichiamo che il problema dell’Italia non sono quegli 800 milioni che mancano, ma è il ritardo sistematico rispetto all’Europa. «Ci sono tre partite aperte, la lotta al digital divide, all’analfabetismo digitale e la spinta verso il futuro della banda larga», dice Maurizio Decina, ordinario di reti e comunicazioni al Politecnico di Milano. «E il piano Romani si occupa solo del primo, che è la minor parte, cioè di portare banda larga nelle aree di fallimento di mercato».</p>
<h5>Divide strutturale</h5>
<p>È il 12% della popolazione a non essere coperta dai 2 Megabit. Il 40%, nel caso dei 20 Megabit. Le altre due partite invece riguardano la maggior parte della popolazione. Quel 55% privo di computer, gli “analfabeti digitali”, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/19/banda-larga-problema-politico-e-culturale">di cui abbiamo già scritto</a>. La banda larghissima a 50-100 Mbps (almeno) nel lungo periodo invece dovrebbe riguardare le principali città italiane, «altrimenti ci ritroveremo un Paese di serie B», ha detto Paolo Romani, viceministro allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni. Se non si affrontano anche le altre due partite, «quegli 800 milioni, anche se com’è probabile arriveranno in tutto o in parte, saranno solo un palliativo», commenta Cristoforo Morandini, di Between-Osservatorio Banda Larga.</p>
<p>Nell’immediato, quindi per i prossimi tre anni circa, le prime due partite daranno risultati e azioni subito visibili. Sono due temi collegati, perché rappresentano lo stimolo alla domanda e all’offerta (rispettivamente) della banda larga. Cioè a un modo più moderno di competere nei mercati (per le aziende) e di vivere nella società (per le famiglie). Dello stimolo alla domanda praticamente non si parla nelle sedi politiche. Gli ultimi incentivi statali all’acquisto di pc risalgono a due legislature fa.<br />
«È un tema trascurato da tutti i governi che si sono succeduti in Italia», dice Decina. Non solo dall’attuale maggioranza, <a href="http://punto-informatico.it/2746345/PI/Commenti/contrappunti-un-paese-meraviglioso.aspx">come ricorda anche Massimo Mantellini</a>. La speranza è che il piano Romani possa innescare un circolo virtuoso e creare benefici a cascata anche sulla domanda, direttamente o indirettamente. Anche per questo motivo è fondamentale che non subisca ritardi. Obiettivo comunque ambizioso, con o senza gli 800 milioni, perché richiede un grande sforzo organizzativo. Nel 2010 &#8211; promette Romani &#8211; verranno comunque effettuati interventi contro il digital divide. Saranno coordinati da Infratel, che sarà chiamata a fare in un anno un lavoro equivalente a quanto ha fatto in tutta la sua storia precedente, collegando centrali in fibra ottica. I benefici, secondo il ministro Scajola, sarebbero numerosi: «Dare risposta anticiclica a molte crisi in atto»; «creare 50.000 posti di lavoro e aprire 33.000 cantieri con un impatto positivo sul Pil pari a 0,2 punti percentuali».</p>
<h5>Effetto moltiplicatore</h5>
<p>«È vero che investimenti su infrastrutture di rete hanno un effetto moltiplicatore, quindi i vantaggi economici per il Paese che li fa sono superiori ai costi», dice Morandini, in linea del resto <a href="http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=MEMO/09/35">con uno studio dell’Unione Europea</a>. Per vari motivi, spiega Morandini. Primo, «questi investimenti trainano investimenti aggiuntivi degli operatori e tra l’altro le infrastrutture in questione generano un flusso economico positivo (anche se contenuto) per lo Stato e gli enti locali. Le infrastrutture infatti vengono di norma cedute agli operatori privati a fronte di un corrispettivo». Secondo, «questi investimenti aprono il mercato della banda larga in aree dove oggi non viene erogato il servizio, pur essendoci una domanda latente. A sua volta, questa apertura genera un impatto positivo sui servizi in rete abilitati e il tutto sulla fiscalità proveniente dal settore in quanto servizi ovviamente sottoposti a Iva». Terzo, «le infrastrutture di rete generano rilevanti economie positive (che crescono in modo più che proporzionale all’aumentare del numero di soggetti coinvolti), senza avere ricadute negative (si pensi all’impatto ambientale di grandi opere infrastrutturali)».</p>
<p>Di contro, «senza investimenti pubblici anticiclici mettiamo in fortissima difficoltà tutta la filiera degli apparati e dei sistemi di telecomunicazione, già fortemente provata da anni di calo di ricavi».<br />
C’è un&#8217;altra conseguenza positiva, che potrebbe avere un effetto diretto sulla domanda: il piano anti digital divide sosterrebbe quello di <a href="http://www.governo.it/governoinforma/dossier/piano_e_gov_2012/">eGovernment 2012</a>. I due vanno di pari passo, stima Brunetta. Perché non si può pensare di rivoluzionare il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione quando il 12% della popolazione è escluso dalla novità, e non per propria colpa. I servizi e-government, dal canto loro, potrebbero riuscire a dare ai cittadini un motivo forte per abbonarsi alla banda larga. E per motivi non solo pratici, ma anche psicologici. Gli analfabeti digitali avrebbero dallo Stato il segnale che il mondo sta cambiando. Che internet è una cosa importante, attraverso cui le istituzioni si trasformano. Una metamorfosi alla quale bisogna prendere parte, per continuare a essere cittadini del proprio tempo.</p>
<p>Non così adesso, non in Italia, finché la pubblica amministrazione, cioè lo Stato stesso, <a href="http://punto-informatico.it/2743078/PI/Commenti/pa-digitale-una-strada-ancora-lunga.aspx">resta in gran parte analogico</a>. Il tutto, però, senza dimenticare il futuro: il salto verso la banda larga che servirà per accompagnare i servizi più evoluti, oltre i 20 megabit, nei prossimi anni. «Non  dimentichiamoci che ora stiamo parlando di come colmare il gap sull’accesso alle generazioni ormai passate di banda larga», dice Morandini. «Se non riusciamo a dare una risposta al problema di ieri, quanto ci metteremo a trovare un strada per avviare la realizzazione delle infrastrutture del futuro prossimo?». Un futuro di cui già ora bisogna posare le prime pietre, perché gli altri Paesi, con cui l’Italia compete, hanno piani agguerriti per la banda larga di nuova generazione, <a href="http://siteresources.worldbank.org/EXTINFORMATIONANDCOMMUNICATIONANDTECHNOLOGIES/Resources/282822-1208273252769/Broadband_Investment_in_Stimulus_Packages.pdf">come ben descritto in uno studio di World Bank</a> .</p>
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		<title>Banda larga, problema politico e culturale</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/19/banda-larga-problema-politico-e-culturale</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 07:47:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Al convegno annuale di Between a Capri si fa il punto sulla connettività in Italia. Che non sta bene, e si sapeva, ma nemmeno accenna a migliorare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il problema dell’innovazione in Italia è soprattutto politico-culturale. Ed è per questo motivo che sarà molto difficile vincerlo. È questo il sapore che resta in bocca dopo le ultime notizie sui nostri ritardi nella banda larga e i due giorni di <a href="http://www.capri.between.it/">convegno di Between</a> a Capri, dove tutto il gotha delle tlc era riunito a discutere dei nostri (e loro) mali.  Per chi pensava che il fondo del barile fosse già raggiunto e bene illuminato <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/09/tlc-agcom-fa-luce-sul-fondo-del-barile">dall’ultima relazione Agcom</a>, una sorpresa: si può andare più giù.<span id="more-1095"></span></p>
<p>Tra gli ultimi indizi arrivati in tal senso, il nuovo rapporto Ecta (8 ottobre), secondo cui la diffusione della banda larga in Italia è al 20,3% (rispetto alla media Europea del 23,5%), con un crescita su base annua del 11,7% (rispetto alla media europea del 14,1%). Siamo in ritardo e andiamo più lenti della media. «In sostanza, si conferma un trend di rallentamento nella diffusione», commenta Innocenzo Genna, portavoce Ecta (associazione degli operatori alternativi europei). Che chiosa: «La quota di mercato di Telecom Italia è al 57,3% (la media degli incumbent europei è 45,5%)». Forse anche dietro questa quota record di Telecom, segno di immaturità del mercato italiano, c’è un fattore culturale: l’italiano sceglie Alice perché convinto da un marchio che conosce e da una pubblicità molto presente, invece di esplorare <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/09/adsl-senza-telecom-concorrenti-alla-riscossa">alternative più economiche</a>.</p>
<p>Il fattore culturale, curiosamente, al convegno è stato il perno della presentazione di Stefano Pileri (Cto di Telecom Italia e presidente Confindustria per i servizi innovativi e tecnologici) e, in parte, di quella di François de Brabant, presidente di Between. Il succo è che il 55% degli italiani è “analfabeta digitale”, cioè è senza pc, ed è questo il principale ostacolo alla diffusione della banda larga. Così si risolverebbe anche un rebus che si trova in un rapporto appena pubblicato <a href="http://blog.quintarelli.it/files/berkman_center_broadband_study_13oct09.pdf">dall’Harvard University</a>; dove l’autore non riesce a spiegarsi come mai ci sono così pochi utenti banda larga in Italia anche se i prezzi sono più bassi della media.<br />
La quota di utenti con pc ma senza internet è ormai ridotta al 17% (sulla popolazione italiana), quindi adesso lo scopo è convincere le famiglie a comprare il loro primo pc. Più facile a dirsi che a farsi, perché questo problema è solo il sintomo di uno più grosso. Non sono motivi economici a impedire l’acquisto di pc, ma il “credo sia inutile”. È questa la risposta data dal 70% degli analfabeti digitali alla domanda perché non usassero internet (rapporto Between 2009).</p>
<p>«Forse hanno ragione loro, internet è inutile in Italia», ha ribattuto provocatoriamente, al convegno, Stefano Parise, amministratore delegato di Fastweb. Perché la quota di amministrazioni e di servizi pubblici che interagiscono via internet, con il cittadino, è ancora troppo ridotta. Certo, come notato da molti al convegno, ci sono anche problemi strutturali in Italia: popolazione anziana e poco istruita; perdita del potere d’acquisto dei giovani. Sono però fattori che esulano dalle tlc e sono di lungo periodo. Bisogna pensare invece a quello che si può concretamente fare nell’immediato.</p>
<p>Uno dei pochi elementi positivi emersi a Capri è il piano Brunetta <a href="http://www.governo.it/Notizie/Palazzo%20Chigi/dettaglio.asp?d=41680">e-government 2012</a>, che potrebbe dare uno stimolo e un maggiore senso all’acquisto di banda larga. Un’altra cosa che si può fare è migliorare la trasparenza e la qualità dell’offerta. Utenti che si sentono presi in giro dagli operatori non sono, propriamente, buoni testimonial per il passaparola sulle virtù della banda larga.<br />
Su questa piaga ha messo il dito uno studio Between su un campione di 1.300 utenti, a cui ha fatto testare la propria connessione tramite software <a href="http://www.isposure.com/index.htm">Isposure</a>. Risultati infelici: le Adsl 7 megabit hanno una velocità che è la metà di quella dichiarata; quelle 20 Megabit (che costano il doppio) si fermano a 5. Peggio con le connessioni banda larga mobile: promettono 7,2 Mbps, ma arrivano a meno di 2 Mbps (quindi non sarebbero nemmeno considerabili banda larga a tutti gli effetti). «Nel 2010 contiamo di allargare il campione a 3-5 mila utenti e fare un rapporto più completo sulla qualità della banda larga italiana. Daremo così un’arma di scelta agli utenti. E uno sprone agli operatore a migliorare», dice Cristoforo Morandini, di Between.</p>
<p>Risultati peraltro confermati da un altro studio recente, <a href="http://www.sbs.ox.ac.uk/newsandevents/Documents/Broadband%20Quality%20Study%202009%20Press%20Presentation%20%28final%29.pdf">delle università di Oxford e Oviedo</a> e basato su 24 milioni di test su Speedtest.net. Le velocità italiane sono di poco più veloce di quelle ucraine e sono sotto Spagnia, Polonia, Turchia. Fra 3-5 anni, stimano i ricercatori, saranno velocità obsolete in rapporto alle nuove esigenze degli utenti internet.  Ma il fattore politico-culturale continua a pesare: l’Italia ha un crescente bisogno di rinnovare la rete nazionale, ma questa non è nell’agenda del governo. Il piano Romani da 1,47 miliardi, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/06/banda-larga-l%E2%80%99italia-sceglie-il-passato">che pure rinunciava alla rete di nuova generazione</a>, è fermo. Il governo non stanzia ancora i fondi promessi, come lamentato a Capri anche da Franco Bernabé, amministratore delegato Telecom.</p>
<p>Gli obiettivi del piano, infatti, non erano solo di estendere un’Adsl base (2 Megabit) a tutta la popolazione; ma anche di migliorare la velocità reale banda larga, grazie a riparazioni e aggiornamenti della rete. Al convegno di Capri, l’unico segno istituzionale d’interesse per il futuro della rete è stata la dichiarazione di Franco Bassanini, presidente della Cassa depositi e prestiti. Si è detto pronto a investire nella nuova rete. Aggiungendo però che era solo un’idea personale e richiedeva il benestare del Tesoro. Il tutto, mentre la Finlandia <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=6770&amp;ID_sezione=38&amp;sezione=News">dichiara internet un diritto universale per legge</a> e il Regno Unito si pone l’obiettivo copertura totale per il 2012, prevedendo di ottenerne <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/10/13/Policy/Digital_Britain_Digital_Inclusion_Digital_Britain_Francesco_Caio_Martha_Lane_Fox.html">benefici per 22 miliardi di sterline</a>.</p>
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		<title>Brunetta, il JumPC e la scuola in rete</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 07:28:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[Circolo Didattico Walt Disney]]></category>
		<category><![CDATA[cultura digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[software]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la positiva sperimentazione in Lazio, Piemonte e Sicilia, i ministri dell'innovazione e dell'istruzione intendono estendere la sperimentazione del computer in classe a «centinaia di migliaia di bambini», dalle elementari alle superiori]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco <a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&amp;cod=10127&amp;numero=999">una</a> <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2009/04/scuole-JumPc-intel-olidata.shtml?uuid=4391fd20-2d8c-11de-bf43-2ea9a6202a14&amp;DocRulesView=Libero">notizia</a> che dovrebbe rallegrare, chi genitore o professionista della formazione, ha a cuore la modernità dell&#8217;insegnamento e la promozione di tecnologie educative aggiornate in àmbito scolastico. Mi riferisco alle dichiarazioni del ministro Renato Brunetta sulla futura diffusione di netbook ai giovanissimi studenti delle scuole primarie, dichiarazioni espresse in occasione della conferenza stampa tenutasi a Roma presso il circolo didattico Walt Disney per illustrare gli esiti di una sperimentazione condotta in questi mesi dalla <a href="http://www.mondodigitale.org/">Fondazione Mondo Digitale</a> (presieduta da Tullio De Mauro), insieme a Intel e Olidata, in diverse regioni italiane, riguardante la distribuzione gratuita a circa 150 bambini e a 15 docenti di un computer personale denominato <a href="http://www.olidata-jumpc.com/">JumPC</a>.<span id="more-565"></span></p>
<p>Si tratta in ogni caso di prendere atto dei risultati concreti di un cambiamento strategico peraltro lungamente atteso da chi si occupa del &#8220;fare scuola&#8221; odierno, in linea con l&#8217;espressa volontà ministeriale di svecchiare la Scuola italiana grazie a dotazioni tecnologiche quali la presenza di connettività veloce e di lavagne interattive multimediali. Le domande certo sarebbero molte, a partire dalle implicazioni &#8220;etiche&#8221; del progetto nella scelta dei partner commerciali, alla preferenza per software proprietario, fino alle modalità di funzionamento dei filtri alla navigazione installati da Olidata sul JumPC mediante l&#8217;applicativo <a href="http://magicdesktop.easybits.com/it/">Magic Desktop</a>, ma le informazioni sono ancora troppo lapidarie per poter comprendere i piani di utilizzo e i risvolti sociali dell&#8217;introduzione dei pc in classe, ovvero le modificazioni effettive della pratica d&#8217;insegnamento nel contesto di attuazione del progetto. Perché un insegnante che vede dinanzi a sé quindici o venti &#8220;coperchi&#8221; alzati a nascondere il viso degli studenti, che convive cinque ore con il ronzìo soffuso ma penetrante delle ventole, che abita con gli allievi dentro reti relazionali sostenute da collegamenti wifi e ha sotto la freccina del mouse tutto lo scibile umano non può continuare a concepire i processi dell&#8217;apprendimento come prima che tutto questo accadesse, come se nulla fosse successo.</p>
<p>Mi rallegro dell&#8217;introduzione capillare del pc a scuola, perché modificherà l&#8217;ambiente cognitivo ed emozionale dentro cui avviene oggi l&#8217;apprendimento formale; forzerà positivamente la mano a quelli che lodano i bei tempi andati perché non capiscono la Società della Conoscenza attuale, costringendoli almeno a mantenere una dignità nel loro sproloquiare; riuscirà col tempo a promuovere pratiche significative di utilizzo didattico adeguate alle nuove potenzialità offerte dallo strumento tecnologico, magari evitando che venti computer vengano contemporaneamente accesi dentro la stessa stanza per fare il dettato su un programma di videoscrittura &#8211; altrimenti la dotazione di pannelli fotovoltaici sul tetto delle scuole diventa oltremodo impellente, moltiplicando anche solo poche decine di watt per il milione di netbook che i ministri Brunetta e Gelmini intendono introdurre nelle scuole.</p>
<p>Ma esperienza e pragmaticità già mi dicono che inesorabilmente i primi anni di questa Scuola 2.0 saranno connotati da utilizzi bassamente strumentali delle ex-nuove tecnologie &#8211; come già abbiamo visto, tranne poche coraggiose iniziative, accadere ieri con la famigerata aula multimediale e oggi con le lavagne interattive, utilizzate appunto quali mere succedanee dell&#8217;ardesia senza prendere in considerazione le innovazioni didattiche che questi ritrovati tecnologici potrebbero apportare all&#8217;insegnamento in quanto supporti interattivi e connessi, in grado di lasciar emergere quelle dimensioni gruppali di condivisione di informazioni e scambio dialogico importantissime in una concezione sociale e socializzata dell&#8217;apprendimento.</p>
<p>Non si tratta qui di fare facili previsioni su un iniziale &#8220;fallimento&#8221; dei pc in classe, anzi sono consapevole del fatto che storicamente sia necessaria in ogni piccola o grande rivoluzione di certe pratiche sociali &#8211; per giunta in grado di coinvolgere le istituzioni stesse, come in questo caso &#8211; una certa &#8220;rottura&#8221; rispetto a pensieri linguaggi e prassi sedimentati nella mente dei docenti e nella struttura stessa dell&#8217;organizzazione scolastica ormai non più adeguati alla modernità. Proprio questa potrebbe essere la strada per innescare fattivamente cambiamenti nel fare scuola.</p>
<p>Si tratta di qualcosa che doveva succedere, e che stavamo aspettando. Qui in Occidente molti di noi utilizzano i computer per lavoro, per produrre quel bene economico intangibile che è informazione e distribuzione delle conoscenze, mentre i ragazzini a scuola, <em>knowledge worker</em> per eccellenza, sono ancora lì a ricopiare il problema di matematica dalla lavagna sul quaderno. Molti insegnanti rimarranno favorevolmente sorpresi dai concreti risultati scolastici che otterranno dalle pratiche didattiche &#8220;aumentate&#8221;, rese più potenti dai pc personali e dalla spinta motivazionale e dal &#8220;peer-to-peer&#8221; delle conoscenze nel gruppo-classe. Questo non si può certo chiamare fallimento, né dal loro punto di vista (seppur ancora legato alla percezione di risultati valutati secondo ottiche da mondo analogico) né dal mio, che in questo rito di passaggio epocale noto comunque una opportunità per una educazione informale della classe insegnante nazionale, che si troverà di qui a qualche anno a riconoscersi cambiata senza accorgersene, e in molti casi senza neppure volerlo.</p>
<p>In ogni caso punto fermo e finalità del fare scuola deve essere l&#8217;apprendimento, e sulla scorta di questa considerazione è bene non confondere l&#8217;hardware della Scuola con il relativo software, la disponibiltà fisica dei computer e di altre nuove tecnologie in classe con l&#8217;automatico miglioramento della qualità dell&#8217;offerta formativa, misurata nella sua capacità di promuovere competenze personali (non solo abilità) e di suscitare nei giovanissimi consapevolezza e senso critico rispetto al proprio essere futuri cittadini connessi e interconnessi (su <a href="http://aggiornamento.splinder.com/post/20299282/Nessuno+nasce+imparato#/post/20299282/Nessuno+nasce+imparato">Il blog nella didattica</a> potete trovare tracce di alcune recentissime discussioni su questi argomenti riguardanti le tecnologie didattiche in classe, tra lavagne Lim e stili di apprendimento dei nativi digitali). Per questo confido e auspico che qualche milione di euro venga nell&#8217;immediato futuro destinato alla promozione ministeriale di corsi intelligenti di aggiornamento per gli insegnanti e per i dirigenti scolastici: usando la metafora dell&#8217;automobile, ora che le macchine quattoruote vengono distribuite a tutti sarebbe il caso di provvedere una seria educazione al comportamento su strada, magari concentrandosi un po&#8217; meno sulla tecnica del carburatore e della frizione e un po&#8217; di più sul rispetto della segnaletica (guidare l&#8217;auto è azione sociale) e sulla scelta qualitativa degli itinerari da percorrere.</p>
<p>La pensabilità delle nuove potenzialità didattiche offerte dalle tecnologie prima di diventare prassi quotidiana strutturata è qualcosa che vive dentro la testa degli insegnanti, e nuovi criteri per la progettazione e la valutazione della formazione possono e devono essere sapientemente comunicati dentro i programmi di aggiornamento professionale per i docenti, dove poter finalmente affrontare le tematiche dell&#8217;acquisizione di competenze di abitanza digitale specifiche. Competenze non limitate a infarinature sull&#8217;utilizzo di applicativi tipo ufficio, non affogate dentro denominazioni tecniche che con l&#8217;informatica come scienza nulla hanno a che fare, ma schiettamente orientate a fornire degli orizzonti di operatività concreta, da subito sociale e glocale come può essere a esempio una mappa satellitare da noi stessi arricchita con segnalazioni multimediali originali, rispetto alle suggestioni di questa tutta nostra Cultura Digitale in cui viviamo, a cui noi stessi abbiamo faticosamente contribuito abitando in Rete senza declinare responsabilità, consapevoli della tecnosocialità quale ambiente di crescita e di vita delle nuove generazioni.</p>
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