<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Apogeonline &#187; RaiTre</title>
	<atom:link href="http://www.apogeonline.com/tag/raitre/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.apogeonline.com</link>
	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
	<lastBuildDate>Mon, 13 Feb 2012 17:52:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.1.3</generator>
		<item>
		<title>La creatività autarchica della Fondazione Daje</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/03/02/la-creativita-autarchica-della-fondazione-daje</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/03/02/la-creativita-autarchica-della-fondazione-daje#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 08:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sofi]]></category>
		<category><![CDATA[Cuore]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Franceschini]]></category>
		<category><![CDATA[Debora Serracchiani]]></category>
		<category><![CDATA[Diego Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Emme]]></category>
		<category><![CDATA[Excite]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Daje]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[L'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Nichi Vendola]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[Pattuja]]></category>
		<category><![CDATA[RaiTre]]></category>
		<category><![CDATA[Serena Dandini]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Tango]]></category>
		<category><![CDATA[Tolleranza Zoro]]></category>
		<category><![CDATA[Virus]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Veltroni]]></category>
		<category><![CDATA[YouDem]]></category>
		<category><![CDATA[YouTube]]></category>
		<category><![CDATA[Zoro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=2209</guid>
		<description><![CDATA[Curioso esempio di satira di sinistra che sbeffeggia esclusivamente la sinistra, s'è formata intorno ai video di Diego "Zoro" Bianchi e ha dato vita a diversi esperimenti di comunicazione tra politica e rete]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nata un paio d’anni fa, in coincidenza con la campagna elettorale di Walter Veltroni, la <a href="http://www.fondazionedaje.com/">Fondazione Daje</a> è un’iniziativa online che mescola molte cose: dai video di Diego “Zoro” Bianchi, già noto in rete e ora da diversi mesi protagonista anche a <em>Parla con me</em> di Serena Dandini su RaiTre, fino alla copertura in streaming di eventi elettorali, alle serate di simpatizzanti del Pd, ma anche alla satira “fuocoamichista” di <a href="http://www.fondazionedaje.com/pattuja/">Pattuja</a>: un foglio in pdf, che richiama nell’impostazione e nella qualità le prime pagine di precedenti fogli satirici. Un’iniziativa, quella della Fondazione Daje, anomala, perché perennemente in bilico fra satira e sentimento di affettuosa – anche se critica – partecipazione politica; di professionismo e di amatorialità. Di citazionismo e di sperimentazione in rete. Proprio per queste sue anomale caratteristiche ne abbiamo parlato con due fondatori, <a href="http://www.webgol.it">Antonio Sofi</a> e <a href="http://zoro.blog.excite.it/">Diego Bianchi</a>, il Zoro televisivo.<span id="more-2209"></span></p>
<p><strong>Che cos’è e com&#8217;è nata la Fondazione Daje?</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> La Fondazione Daje è nata in un momento preciso: Diego Bianchi aveva fatto questa serie di video, <a href="http://www.youtube.com/results?search_query=Tolleranza%20Zoro&amp;search=tag">Tolleranza Zoro</a>, che preesisteva e che era giunta alla <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Ub_LE6f8AcQ">nona puntata</a>. Era una puntata particolare, perché raccontava la fine della campagna elettorale di Veltroni. Lui era sotto il palco di Piazza del Popolo al comizio conclusivo, e a un certo punto, nel tentativo disperato di darsi una spinta almeno alla fine di una campagna un po’ moscetta, tirò fuori questo “daje!”, da sotto, insieme alla gente. Si rivolgeva a Veltroni e gli faceva “Daje, daje, de più, più forte”, anche perché Veltroni era un po’ moscio in quella situazione. Ed era un “daje” per Veltroni, ma era un “daje” di autoconvincimento. Era voglia di esaltarsi, di prendersi un po’ in giro, di convincersi che quello era un vero leader. Ci piacque molto, a me e ad altri che fummo i primi fondatori. Pensammo di crearci intorno un piccolo movimento, ma un movimento solo fra virgolette, perché non ha mai ambito a essere niente se non un momento di “cazzeggio”, per intercettare un sentimento che sentivamo diffuso nella base del Pd.</p>
<p><strong>Le vostre iniziative, infatti, prendono di mira proprio il Pd e le sue contraddizioni. Dal di dentro, visto che siete simpatizzanti. Voi stessi avete usato l’espressione di foglio “fuoco amichista” per Pattuja. Può funzionare una satira dal di dentro, che prende di mira la propria parte? A memoria non me ne vengono in mente altre…<br />
</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Veramente a me ne vengono in mente diverse. In realtà tutta la satira della sinistra ha sempre preso ampiamente in giro la sinistra. Penso a <em>Cuore</em>, penso a <em>Tango</em>.</p>
<p><strong>Certo, ma non nascevano con l’intento di prendersela con la sinistra. L’ironia a sinistra era a complemento. “Hanno la faccia come il culo”, uno degli storici titoli di Cuore non era riferito alla propria parte, per dire. Qui invece, voi non fate proprio satira su Berlusconi, sul centrodestra, e vi concentrate esclusivamente sulla vostra parte politica, quella che sentite più vicina. Con affetto, ma chiaramente. Mi sembra una spinta in avanti di una tendenza autoironica che c’era, è vero, ma che non era mai arrivata a “escludere” dal proprio campo visivo la controparte politica.</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Sì, anche se qui il concetto di “militanza” è un pochino lasco, nella Fondazione. Negli anni abbiamo fatto dei piccoli sondaggi e nessuno aveva la tessera. Non è una vera e propria militanza. È un’appartenenza ideologica, di pensiero, di animo, di cuore, che si esplica in una presa in giro ovviamente affettuosa e vuol essere di pungolo.</p>
<p><strong>DB:</strong> Il prendere in giro soprattutto il Pd è venuto automatico a tutti. Era un periodo particolare. Il partito democratico era talmente paradossale, la situazione talmente confusa. Non ci siamo mai messi con l’intenzione “adesso famo satira”: noi facciamo quello che ci viene e il nostro è il tentativo di essere  costruttivi, seppure con un riso amaro. Ciò che viene apprezzato, anche dalla base, dagli elettori, è comunque il fatto che lo si faccia in maniera autentica e nel tentativo di far passare anche qualche messaggio, qualche contenuto. Con un sorriso, una battuta e cercando di essere meno seriosi, il tentativo è quello di riflettere sulle scelte fatte, sulle strade prese.</p>
<p><strong>AS:</strong> Considera anche che al tempo l&#8217;identità del Pd si stava appena costruendo. C’era confusione su che cosa potesse essere, sul rapporto con i partiti che lo componevano all’inizio. Insomma, era una specie di magma molto divertente di animi, di pensieri, di idee che confliggevano spesso. Dentro c’era una miniera di spunti per riflettere. E poi non ci dimentichiamo il momento di Veltroni,  che è stato un po’ il catalizzatore di molti malumori. All’epoca si diceva spesso che se si fosse fatta una manifestazione con gli elettori del Pd contro il Pd sarebbe stata un successo. Un momento bizzarro, però ci è sembrato di rappresentare un pezzettino del popolo Pd, un po’ digitale, connesso, che non si riconosceva del tutto nel partito.</p>
<p><strong>Anche l’idea di chiamarla Fondazione, credo, rimandi alla moda delle fondazioni politiche che sono spuntate a sinistra (e poi anche a destra) negli ultimi anni…<br />
</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Esatto. All’inizio nell’idea di partito “moscio”, leggero, veltroniano, che si doveva attivare solo per le elezioni, ma che poi sul territorio non c’era, una roba leggera all’americana spuntavano come funghi fondazioni, gruppi di lavoro. Quelle che prima erano le correnti, ora erano la fondazioni. Noi ci siamo chiamati Fondazione per prendere in giro questo fenomeno. La cosa curiosa è che siamo finiti in articoli di giornali e libri sui think-tank della sinistra. C’erano articoli di giornale che ci inserivano davvero nella “galassia” delle fondazioni di sinistra.</p>
<p><strong>I giornali quindi ci son cascati. E i dirigenti hanno avuto qualche reazione?</strong></p>
<p><strong>DB:</strong> Mah, in quando Fondazione Daje, direi di no. Ma considera che anch&#8217; io, che poi son finito su giornali, in televisione, ho fatto fatica a farmi considerare dai dirigenti. Alla fine, visto che poi c’era la telecamera, sono passati ai baci e agli abbracci, ma all’inizio, quando mi son presentato con questo strano oggetto che erano i video, m&#8217;hanno proprio ignorato. Poi questo embargo è finito, anche perché poi davo voce a cose che molti pensavano.</p>
<p><strong>Quanto conta la romanità? Penso a “Daje”, “Pattuja”, altre scelte linguistiche. È anche una satira della romanità che secondo alcuni (penso alle polemiche sul “partito del nord”) è troppo presente nel Pd?</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Noi glielo diciamo a Diego di non parlare romano, però lui non ne vuole sapere. Per la verità, per un periodo, quando abbiamo pensato di darci un po’ di stabilità e di struttura di associazione, avevamo pensato di mettere la sede dell’associazione a Bassano del Grappa. Presso la sede del Pd di Bassano, che era un Pd sfigatissimo assediato dalla destra, dalla Lega. Erano pochi e per questo ci piaceva l’idea di comunicare che avevamo la sede a Bassano del Grappa. Poi non se ne fece niente, anche perché la maggior parte delle persone che ruotano attorno alla fondazione sono di Roma e si nutrono delle cose della politica romana. Però devo dire che sia a livello web sia nell’accoglienza di alcune cose fatte fino a qualche tempo fa, avevamo riscontri da tutta Italia: da Trieste, da Napoli, da Aosta. E anche nell’intenzione erano cose che avevano a che fare con il Pd di tutt’italia.</p>
<p><strong>Ci sono differenze nella libertà di espressione in rete e fuori dalla rete, nei cosiddetti media tradizionali?<br />
</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Mah, noi abbiamo sempre scritto quello che ci pareva, e ci mancherebbe altro che non fosse così. Non so se abbiamo mai fatto della satira offensiva. Non era questo il nostro registro. L’affetto, la costruttività di un&#8217;iniziativa che cercava di trovare un senso al progetto, e che cercava di migliorarla, erano evidenti. Con questa logica da amici che si ritrovano al bar per trovare poi l&#8217;aspetto più divertente, la rete era il modo migliore per pubblicare il progetto. Abbiamo fatto anche degli esperimenti innovativi: ad esempio le dirette web dalle manifestazioni del Pd, io al telefono in streaming con Diego che era lì con la telecamera e faceva da cronista. Eravamo le uniche fonti a raccontare in diretta quello che succedeva, perché non c’erano nemmeno le televisioni e le radio di partito, come YouDem. Ci sono stati eventi che abbiamo coperto solo noi.</p>
<p><strong>A questo proposito: le iniziative vengono create, organizzate più attraverso strumenti di rete (chat, mail) o attraverso incontri di persona?<br />
</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Noi ci riuniamo di persona, nel pub sotto casa di Diego, il Killer Beer. Quello è il nostro quartier generale. E poi ci sono state le <em>Daje Night</em>, a Roma e a Firenze. Un momento dove la piccola comunità attorno al “dajismo” si è incontrata. Sono state serate di una bellezza emotiva che veramente ci è rimasta nel cuore. Dalle prime cento persone che riempivano in piedi una saletta di San Lorenzo per vedere i video di Diego e parlare di politica fino alla notte delle elezioni in cui telefonavamo a Franceschini, Serracchiani, Renzi per avere i risultati in diretta e condividerli con le centinaia di persone che erano lì. Poi non abbiamo più avuto la forza, la voglia di continuare, ma se questo progetto dovesse riprendere vita, ripartirà da questi momenti. Poi le cose online sono fatte soprattutto attraverso strumenti di rete: c’è un basecamp interno dove discutiamo, presentiamo le cose. Abbiamo fatto il sito web, i video (beh, quelli li ha fatti Diego). Poi ci è presa l’idea del giornalino, che riprendeva un po’ l’idea del vecchio ciclostile, anche nel nome, che è una citazione di un vecchio giornale comunista degli anni ’50.</p>
<p><strong>Qual è il futuro della fondazione, se c’è?</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Diego è il leader e deve dare la linea.</p>
<p><strong>DB:</strong> La Fondazione Daje ora come ora è un po&#8217; moscia, ma può resuscitare da un momento all’altro. È vero che con Veltroni chiunque avesse voluto cimentarsi con la satira si sarebbe esaltato. E noi l’abbiamo fatto, effettivamente. In questo momento non ci attira, ma non è perché non ci sia da fare satira. Io per lavoro, perché mi pagano e perché mi va, credo di aver dimostrato che con Veltroni non sono certo finite le occasioni di fare satira o di pungolare il partito democratico. Anche con l&#8217;attuale gestione ci sono stati episodi poco comprensibili, che potevano essere oggetto di satira. Basti pensare al caso Vendola in Puglia o al dopofestival di Sanremo.</p>
<p><strong>C’è stata una fioritura di iniziative satiriche online. Perché?<br />
</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Io penso che ci sia stato negli anni un restringimento dell’offerta di satira nell’editoria tradizionale. Mentre è curiosamente aumenta nella rete. Perché c’è una domanda, evidentemente. La rete non è un mondo altro, la rete fa parte della società. Il bisogno di satira persiste, il re è nudo, raccontare la reazione da parte delle persone a ciò che non ti piace, una risata che sberleffa il potere, è una domanda che esiste a prescindere da chi è al potere. Negli anni scorsi era ampiamente soddisfatta da una produzione che veniva dai media tradizionali: giornali, riviste, molte trasmissioni televisive. Questa sorgente si è seccata ed è difficile oggi trovare dei luoghi dove esprimere questa necessità. E allora, in modo naturale, sono nati spontaneamente luoghi in cui abbeverarsi di satira online.</p>
<p><strong>Perché si è essiccata questa fonte editoriale?<br />
</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Ci ha avvolto una cappa culturale.</p>
<p><strong>DB:</strong> Intanto i giornali adesso fanno fatica a stare in piedi. Lo dico perché alcune esperienze cartacee di satira hanno chiuso perché non erano proprio giustificate. Non perché non funzionassero, ma perché la satira è sempre considerata un po’ minore all’interno di un giornale. Bene o male <em>Emme</em> era un inserto dell’Unità, e dovendo chiudere qualcosa, non è che chiudevano l’Unità. Andando in quella direzione, è chiaro che chiude prima l’inserto satirico.<br />
Non è un caso che adesso l’Unità faccia un tentativo con <em>Virus</em>, e che il Fatto lanci un suo inserto satirico (<em>il Misfatto</em>, ndr): è un giornale in espansione che ha un rapporto forte con la sua comunità, e, a prescindere da quel che uno possa pensare di quel giornale, sta creando un po’ un caso, totalmente in controtendenza nell’editoria italiana. Poi dipende da quanto ci crede chi ci mette i soldi.</p>
<p><strong>Diego, qual è la tua esperienza con la Rai?</strong></p>
<p><strong>DB:</strong> Ormai è un anno e mezzo che sto con loro, mi trovo bene. Fin dall’impatto iniziale, ho sempre fatto le cose che volevo, la satira che volevo. A parte questioni sui tempi televisivi, che sono un po’ più brevi. Il mio proposito era di tenere un livello qualitativo medio-alto. E devo dire, anche in maniera presuntuosa, che ci sono riuscito. Del resto non avevo nulla da perdere, perché di fatto io un lavoro ce l’avevo. Lavoravo in Excite, non è che sono andato io da loro a chiedergli “per favore, fatemi fare i video”. Questo mi dava un po’ di potere contrattuale. Ho chiesto loro di poter fare le stesse cose che facevo per il web. Con lo stesso format, dicendo le cose che dicevo online, senza particolari censure e continuando a metterle anche online, anche in versione un po’ più lunga di quello che andava in onda. Queste condizioni sono state tutte accettate. E quindi ha funzionato.</p>
<p><strong>È interessante che un contenuto pensato per la rete, dove si ritiene che il pubblico sia di nicchia, abbia funzionato anche in televisione, non trovi?</strong></p>
<p><strong>DB:</strong> Sì, e non solo. Ultimamente sto facendo video sempre più lunghi. Non perché l’abbia deciso io, ma perché me lo fanno fare. Nel senso che all’inizio uno rimane più nei tempi televisivi, 5-6 minuti, e io sacrificavo materiale. Il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=coNJ4Jpreog">video</a> che ho fatto in Puglia è durato 11&#8217;40&#8243; ed è andato tutto in onda. Poi online ne ho messi 13&#8242;, perché avevo sette ore e mezza di girato, però va benissimo, vuol dire che funziona. Tieni conto che non è che su queste cose si possa essere molto permissivi. Se ci si rende conto che una cosa non va, non va, non è che te la fanno fare. Quindi sono contento.</p>
<p><strong>AS:</strong> Questo è un aspetto interessante, perché i video di Zoro su YouTube erano di 10 minuti e questa caratteristica ha influenzato la televisione, dove un video di tre minuti è già lungo. Sono una cosa enorme. Però di fatto il web ci ha insegnato che il tempo può essere più lasco, e che 10 minuti, se li riempi di contenuti, vanno via benissimo. Anche nelle recenti campagne elettorali i candidati mettono online video più lunghi di quelli che vanno in tv, c’è una fame di contenuti. Il web ha un po’ insegnato a prendersi i tempi che non sono più quelli della battuta veloce, ma sono i tempi del reportage, 11-12 minuti. Le cose dell’elezione in Puglia, per esempio, non son immagini che vedi tutti i giorni in televisione. Prima le vedevi solo online, adesso sono passate anche in tv. Anche su Fondazione Daje abbiamo fatto qualcosa che richiama la logica autarchica di cui è un esempio Diego, perché alla fine i podcast ce li siamo fatti a casa, lo streaming web ce lo facevamo da casa, Pattuja ce lo facciamo in casa. È una logica che ti permette di provare a restare in quel territorio di margine tra professionismo e amatorialità, dove hai il calore della comunicazione e il piacere di fare le cose per divertimento, ma offrendo un livello alto di qualità. Quando mi chiedo cosa faremo con Fondazione Daje, beh, qualsiasi cosa decideremo di fare cercheremo senz’altro di stare in quel territorio. Senza diventare professionisti né cercando modelli di business che non ci interessano, ma tenendo alta alta la barra della qualità nelle cose che facciamo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/03/02/la-creativita-autarchica-della-fondazione-daje/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I video di Zoro, dal web alla tv e ritorno</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/05/i-video-di-zoro-dal-web-alla-tv-e-ritorno</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/05/i-video-di-zoro-dal-web-alla-tv-e-ritorno#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2009 16:05:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quinta di copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Diego Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Parla con Me]]></category>
		<category><![CDATA[Pd]]></category>
		<category><![CDATA[Pdl]]></category>
		<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[RaiTre]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[telefonia]]></category>
		<category><![CDATA[Tolleranza Zoro]]></category>
		<category><![CDATA[tv]]></category>
		<category><![CDATA[Veltroni]]></category>
		<category><![CDATA[video]]></category>
		<category><![CDATA[wireless]]></category>
		<category><![CDATA[YouTube]]></category>
		<category><![CDATA[Zoro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=640</guid>
		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Diego Bianchi, blogger e videomaker, che ha appena terminato la prima serie di Tolleranza Zoro - nata su You Tube e finita in tv. Tra elezioni e ventri molli di destra e sinistra, il punto anche su internet e politica in Italia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/06/034_newqdc_05062009.mp3">Download audio file (034_newqdc_05062009.mp3)</a></p>
<p>Trentaquattro <a href="http://www.youtube.com/user/diegobianchi">video pubblicati su YouTube</a>: girati, recitati e montati più o meno in solitaria da Diego Bianchi, blogger noto in Rete dal 2003 come <a href="http://zoro.blog.excite.it">Zoro</a>, già content manager di Excite, che nella stagione televisiva appena conclusa ha partecipato a <a href="http://www.parlaconme.rai.it/R2_HPprogramma/0,,1067014,00.html">Parla Con Me</a>, storica trasmissione di RaiTre condotta da Serena Dandini. In tv sono andati in onda 25 video della serie <a href="http://www.youtube.com/diegobianchi">Tolleranza Zoro</a>, legata alla politica e all&#8217;attualità: è di fatto il primo e finora unico caso di un prodotto video nato sul web e finito in tv mantenendo praticamente inalterato il format iniziale: «<em>Una delle condizioni che ho posto per fare questo esperimento in tv era di non cambiare nulla: volevo continuare con i miei mezzi precari, il mio montaggio amatoriale ma almeno riconoscibile, i temi a me cari, che ho scelto in libertà di volta in volta seppur condivisi con la redazione e nonostante alla fine l&#8217;agenda della settimana la decideva sempre Berlusconi. Quanto al passaggio dal web alla tv, il lavoro più faticoso è stato riuscire ogni volta a condensare 10-15 minuti di sbrodolamenti che magari erano perfetti sul web a 6-7 minuti, che era il minutaggio sopportabile dalla televisione</em>». <span id="more-640"></span></p>
<h5>La logica produttiva 100% web</h5>
<p>Tolleranza Zoro ha una logica produttiva legata alla densità dei contenuti tipica dei prodotti multimediali sul web (che è possibile cioè vedere e rivedere più volte), alla ricerca del dibattito a margine, ad una dotazione tecnica e tecnologica &#8220;casalinga&#8221; – e che forse anche grazie a questo ha trovato il modo di distinguersi dal resto della produzione televisiva: «<em>Tendo a fare tutto io, a fare – come dire – di necessità virtù, dai testi alle riprese, dal montaggio fino alla colonna sonora che guai a chi me la tocca: se vogliamo, la particolarità del mio prodotto è che di fatto sintetizzo il lavoro di quattro o cinque persone. Questo forse è un vantaggio e ti differenzia dagli altri, ma anche uno svantaggio, perché il confronto con altre capocce e professionalità spesso aiuta a migliorare il prodotto finale</em>».</p>
<h5>Dentro e fuori il ventre molle</h5>
<p>Molto ha giocato il posizionamento &#8220;politico&#8221; del progetto Tolleranza Zoro, legato giocoforza ad una relazione di amore/odio con il Partito Democratico, e che soprattutto all&#8217;inizio si è fatto interprete dei dissensi e dei mal di pancia di molti elettori di sinistra alle prese con due campagne elettorali (nazionale e ora europee e amministrative) – e anche se alla fine, dopo le dimissioni di Veltroni, ha trovato spazio per confrontarsi con i problemi e le vicende di altri partiti, o tematiche più sociali e di costume. Un pezzo di sinistra, appassionata, tecnologica e delusa, si è incontrata online intorno ai video di Diego Bianchi: «<em>I miei video sono stati un osservatorio privilegiato ma non troppo: non è che abbia visto una sinistra diversa da quella che hanno visto tutti. Tolleranza Zoro da una parte ha permesso a me di verificare che quelli che pensavo fossero solo miei personalissimi sfoghi erano invece condivisi da altri, dall&#8217;altra di dar voce, seppur dal mio piccolo, a queste contraddizioni e questi scontenti facendo parlare anche i militanti, la fantomatica base dei circoli e delle sezioni</em>». Quale il futuro della serie? «<em>Ancora è troppo presto per dire cosa accadrà il prossimo anno. C&#8217;è la possibilità di continuare con la trasmissione, ma nessuna garanzia o sicurezza. Ciò non toglie che se qualcosa mi andrà di fare nei prossimi mesi, posso sempre farli e metterli online, che problema c&#8217;è?</em>».</p>
<ul> Sull&#8217;argomento politica e web, in varie salse e aspetti e punti di vista, in precedenza abbiamo pubblicato le interviste a <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/06/scaldiamo-la-politica-con-il-web">Giuseppe Civati</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/13/affinita-e-divergenze-tra-obama-e-noi">Paolo Guarino</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/20/il-web-per-sentire-lopinione-pubblica">Edoardo Colombo</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/27/il-canale-che-non-puoi-delegare">Lucia De Siervo</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/03/la-politica-aggregata-che-decide">Stefano Peppucci</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/10/facebook-la-politica-e-il-passaparola">Dino Amenduni</a> e <a href="http://blog.stefanoepifani.it">Stefano Epifani</a>.</ul>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li><a href="http://zoro.blog.excite.it/">Zoro</a>, saltuario d&#8217;informazione e opinionistica estremamente personale, a cura di Diego Bianchi; il sito della <a href="http://www.fondazionedaje.com">Fondazione Daje</a></li>
<li>Il sito di <a href="http://www.parlaconme.rai.it/R2_HPprogramma/0,,1067014,00.html">Parla Con Me</a>; il portale <a href="http://www.excite.it">Excite</a> Italia:</li>
<li>Il canale <a href="http://www.youtube.com/user/diegobianchi">Diego Bianchi su YouTube</a>: tutti i 34 video di Tolleranza Zoro, più i precedenti esperimenti di videoblogging come quelli sul Grande Fratello</li>
</ul>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/05/i-video-di-zoro-dal-web-alla-tv-e-ritorno/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>5</slash:comments>
<enclosure url="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/06/034_newqdc_05062009.mp3" length="9335224" type="audio/mpeg" />
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;evoluzione del giornalismo</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/10/levoluzione-del-giornalismo</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/10/levoluzione-del-giornalismo#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 15:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[antitrust]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Darwin]]></category>
		<category><![CDATA[Clay Shirky]]></category>
		<category><![CDATA[David Carr]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriel Sherman]]></category>
		<category><![CDATA[giornali online]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[iTunes]]></category>
		<category><![CDATA[Jeff Jarvis]]></category>
		<category><![CDATA[Ken Paulson]]></category>
		<category><![CDATA[Los Angeles Times]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Tedeschini Lalli]]></category>
		<category><![CDATA[Mark Hamilton]]></category>
		<category><![CDATA[Mark Potts]]></category>
		<category><![CDATA[micropagamenti]]></category>
		<category><![CDATA[New York Times]]></category>
		<category><![CDATA[Pew Internet & American Life Project]]></category>
		<category><![CDATA[RaiTre]]></category>
		<category><![CDATA[Slate]]></category>
		<category><![CDATA[stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Stephen J. Gould]]></category>
		<category><![CDATA[televisione generalista]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Isaacson]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=410</guid>
		<description><![CDATA[Cala la domanda di mercato, cambia la tecnologia, cambia il pubblico: l'industria delle produzione e della distribuzione delle notizie attraversa un momento di evoluzione drammatico, da un lato sospinto dalla crisi economica e dall'altro rallentato dall'incertezza riguardo ai nuovi modelli commerciali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste settimane di celebrazioni darwiniane si parla molto di evoluzione. Ma la metafora biologica è spesso utile per descrivere situazioni complesse, perchè rende molto intuitive alcune relazioni tra le parti di un sistema e permette di individuare le mutazioni nei rapporti tra le diverse componenti. Io la trovo molto utile per farmi uno schema di quella che comunemente chiamiamo &#8220;la crisi dei giornali&#8221; e che, in realtà, è un &#8220;momento di evoluzione&#8221; di tutto il giornalismo, da cui non sarà esente nemmeno il giornalismo televisivo nè qualsiasi altra forma di informazione professionale. Negli ultimi decenni non c&#8217;erano stati cambiamenti molto rilevanti, perchè (in termini evoluzionistici) si era raggiunto un buon grado di adattamento e si lavorava e viveva in un ambiente stabile. Ma, per citare Gould (e la sua <a href="http://www.anobii.com/books/Lequilibrio_punteggiato/9788875781026/01893514c8126d3849/">teoria dell&#8217;equilibrio punteggiato</a>), il cambiamento si innesca quando la stabilità di un ambiente o di qualsiasi procedura vitale viene messa a rischio da un fatto nuovo.<span id="more-410"></span></p>
<p>Consentiamoci una semplificazione analitica molto forte (e un po&#8217; autoironica) e proviamo a immaginare la situazione. C&#8217;era una popolazione di giornalisti che viveva grazie a un sistema molto costoso in termini di risorse: la produzione, il confezionamento e la distribuzione di informazione. In questo modello i costi di produzione sono elevati (reporting, inviati, copertura delle notizie nel mondo ecc.), come quelli di distribuzione (stampare e distribuire periodici costa, mantenere una televisione costa ancora di più). Ma il lavoro di confezionamento produceva un bene in cui altri riconoscevano un valore economico diretto (acquisto dei giornali, abbonamenti) o indiretto (raccolta pubblicitaria). Con alcune modifiche, soprattutto nel peso del recupero di risorse (ripartito sempre più verso la raccolta pubblicitaria), il modello ha tenuto senza scossoni negli ultimi 50 anni del secolo scorso.</p>
<p>Nel frattempo succedevano cose, di natura diversa. Il progresso tecnologico ha messo a punto una forma di distribuzione molto più economica e sostanzialmente differente (i network digitali). Il pubblico è cresciuto culturalmente, ha avuto accesso alla rete di distribuzione delle informazioni e a molte delle fonti tradizionali del giornalismo. Una popolazione di nuovi &#8220;operatori del settore&#8221; ha cominciato ad abitare il territorio tradizionalmente occupato dai giornalisti, ma senza essere legata a un sistema produttivo. La disponibilità di informazione gratuita ha cominciato a mettere in crisi il concetto di valore economico (non di valore assoluto) dell&#8217;informazione. Ma, come sempre succede, l&#8217;ecosistema si stava lentamente riequilibrando. Le grandi testate stavano abbracciando la nuova situazione e stavano provando a riorganizzarsi.</p>
<p>Fino a ieri tutto pareva seguire il suo corso, finchè la crisi economica mondiale ha accentuato ed accelerato la crisi. Oggi la transizione non è più morbida e graduale. Il sistema produttivo, molto costoso,<br />
non è più in grado di far vivere la popolazione di giornalisti, il cui numero è molto cresciuto nel tempo. Perchè il giornalismo (inteso come professione) funzioni, è necessario infatti che vi siano e che funzionino i costosi sistemi che lavorano su approvvigionamento, confezionamento e distribuzione delle informazioni. Se questi sistemi cessano di produrre valore, non si potranno avere le risorse per mantenere i giornalisti (confezionamento) e per garantire una buona informazione (approvvigionamento). La popolazione dei giornalisti, allo stato, è prevedibilmente in via di drastica diminuzione. Come sono diminuite le popolazioni di molte specie animali quando il loro ecosistema si è modificato troppo in fretta per dar loro il tempo di reazione.</p>
<h5>Lo scenario</h5>
<p>Uscendo dalla semplificazione, che ci ha chiarito in maniera persino banale quanto una professione per restare tale debba contare su un sistema che produca valore, la situazione può essere descritta con maggior precisione. Quello che sta succedendo è riassumibile in una serie di considerazioni:</p>
<ul>
<li>I costi di distribuzione tradizionale sono troppo elevati rispetto alla domanda di mercato: il numero di copie vendute comincia a non giustificare la stampa e la distribuzione in moltissimi casi (anche includendo i proventi da allegati e optional di acquisto vari: libri, cd eccetera). Questo può anche essere vero, con i dovuti distinguo e in fase meno avanzata, per la televisione generalista che sta riscontrando un forte calo di ascolti e di raccolta pubblicitaria. E una televisione generalista costa tanto: la cenerentola italiana, RaiTre costa oltre 300 milioni di euro l&#8217;anno.</li>
<li>È cambiato il pubblico. Ci sono fin troppi segnali: la lettura del quotidiano non è più adatta ai ritmi vitali della vita di oggi, non sulla scala grande che serve a stamparlo. Il ciclo veloce di disponibilità di informazione, in tempo reale, ha abituato gli individui a consumare le notizie e le opinioni in maniera molto più mirata e rapida rispetto ai tempi di circolazione e senescenza di un quotidiano. E, come dice <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">Mark Hamilton</a>, è cambiato il consumo di media: nessuno legge più solo un quotidiano e per l&#8217;individuo non ha più troppo importanza la fonte, poichè ne ha tante a disposizione e le usa. Questo non vuol dire che si sia ridotta l&#8217;autorevolezza delle grandi testate, ma piuttosto che non dovendo più pagare per informarsi, l&#8217;aumento dell&#8217;offerta ci consente di saltare da una fonte all&#8217;altra con evidenete facilità, limitando l&#8217;affezione a una data testata (non più necessaria).</li>
<li>Il processo di informazione e di distribuzione non si esaurisce più nella linearità del processo giornalistico. Gli individui mediano le diverse fonti, le rielaborano, le rimettono in circolazione<br />
nei diversi network e nella blogosfera. È quanto Shirky chiama <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">superdistribuzione</a>.</li>
</ul>
<h5>Il sistema produttivo</h5>
<p>Molti analisti si concentrano su come debba cambiare la professione e su come debba cambiare il contenuto giornalistico per far fronte alla crisi. Probabilmente questo assomiglia a concentrarsi su uno dei sintomi (il più evidente, è chiaro) ma non sulla causa. Se avessimo il miglior giornalismo possibile, il più affascinante che riusciamo a immaginare, dovremmo dare per scontato che averlo basti a ritornare allo <em>status quo</em>. Ovvero: la gente ricomincia a comprare i giornali, gli inserzionisti ricominciano a investire pesantemente e tutto torna all&#8217;età dell&#8217;oro grazie a una o più innovazioni nel confezionamento dell&#8217;informazione. Ma io non sarei così sicuro: in genere una buona soluzione parte da una buona descrizione del problema. E il problema alla fine è semplice: se non si fa fatturato, non c&#8217;è professione. Se si dimezza il fatturato, si dimezza la popolazione che riesce a viverci facendo quel lavoro.</p>
<p>E per fare fatturato, per mantenere i costi (alti) di approvvigionamento e di confezionamento (se non paghiamo il confezionamento il giornalismo cessa di essere una professione), serve un modello che tenga conto della realtà e non che viva sulle speranze di un ritorno al passato. È abbastanza fatale che gli acquirenti di giornali (già in piena senescenza) non smettano di diminuire e che il pubblico televisivo (negli anni) tenda a non consumare la televisione come la conosciamo oggi. E ne consegue che se diminuisce il pubblico e diminuisce la capacità dei mass media di fare cornice sociale, si ridimensioni l&#8217;appeal della (costosa) pubblicità su questi strumenti. E se dimuiscono i soldi in ingresso, diminuiscono i soldi per coprire quanto accade nel mondo e per pagare i giornalisti a livello professionale. E diminuisce l&#8217;informazione organizzata, che non può essere (per evidenti ragioni di approvvigionamento) sostituita in maniera autorganizzata dall&#8217;informazione dal basso (che ne è un complemento importante, ma non un sostituto).</p>
<p>Secondo il Pew Research Center, già nel 2008 negli Stati Uniti i lettori dei giornali online hanno superato per la prima volta quelli delle edizioni cartacee. E l&#8217;informazione si consuma in maniera sempre più prevelente attraverso i network. Ma persino la pubblicazione dei <em>legal ads</em> ormai <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/02/04/one-more-kick-in-the-kidneys-for-papers-the-end-of-legal-ads/">viene fatta online</a> perchè i giornali non garantiscono più la sufficiente distibuzione per rendere le informazioni <em>informazioni di tutti</em>.</p>
<h5>La transizione</h5>
<p>Prima dell&#8217;accelerazione dovuta alla crisi, si contava molto sulla raccolta pubblicitaria perchè non si riesce a vendere il contenuto online. Ma diverse ragioni, oggi, rendono questa strada molto difficoltosa. Prima di tutto per via della concorrenza, perchè i canali non sono più solo quelli dell&#8217;informazione canonica e, anzi, <a href="http://www.niemanlab.org/2009/01/why-its-so-hard-to-move-revenue-from-print-to-online/comment-page-1/">spesso sono meno competitivi</a>. Poi perchè la pubblicità online risulta meno efficace: gli utenti la percepiscono meno, ha meno capacità di emozionare e colpire, perde il senso di &#8220;massa&#8221; che aveva sui media (appunto) di massa. Certo, è più facile da costruire in modo mirato e intelligente, ma costa infintamente meno. Nonostante i lettori online aumentino, le pubblicità sulla carta vengono (ancora) pagate infinitamente di più. Non durerà a lungo. Ma i prezzi bassi e forzatamente concorrenziali dell&#8217;online non potranno certo supplire allo stesso modo. E tenderanno a scendere.</p>
<p>Anche se la raccolta pubblicitaria online migliorasse, potrebbe non bastare. Il tradizionale sistema di finanziamento dei news media posava su tre fattori, <a href="http://www.time.com/time/business/article/0,8599,1877191,00.html">nota Walter Isaacson</a>: vendita in edicola, abbonamenti e pubblicità. E aggiunge: basato solo sulla pubblicità è come se una sedia a tre gambe dovesse stare in piedi solo su una.</p>
<p>Le soluzioni su cui si sta discutendo hanno dell&#8217;avventuroso, ma fanno parte di un ragionamento che deve per forza avvenire a 360 gradi. Lo stesso Isaacson ha recentemente rilanciato l&#8217;<a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/12/business/media/12carr.html&amp;OQ=_rQ3D3Q26scpQ3D1Q26sqQ3DitunesQ2520newsQ26stQ3Dcse&amp;OP=306f9a34Q2FQ26td0Q26GlNQ7Esll.vQ26vQ5EQ5EEQ26Q5EIQ26IvQ260-Q7E!7dQ7EQ7EQ26xdG!Q5BQ26IvNQ5BsspQ3F.xk">idea</a> di David Carr dei <a href="http://www.aspeninstitute.org/site/c.huLWJeMRKpH/b.4959311/k.49F5/A_Bold_Old_Idea_for_Saving_Journalism_2009_HaysPress_Enterprise_Lecture_by_Walter_Isaacson.htm">micropagamenti</a>: il modello è semplice, si paga qualche centesimo per articolo. E, citando un vecchio pezzo di Shirky che ricordava come in realtà il costo mentale della transazione rende i <a href="http://www.shirky.com/writings/fame_vs_fortune.html">micropagamenti quasi fallimentari</a>, ha proposto di raccogliere l&#8217;insegnamento di iTunes. In rete se ne sta dicutendo molto, ma prevalgono le obiezioni. Shirky stesso <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">ha replicato</a>, sostenendo che il paragone con iTunes non regge perchè iTunes rappresenta l&#8217;unica alternativa legale a un prodotto, a differenza dell&#8217;informazione. Quindi, i micropagamenti funzionano solo in assenza di un mercato con altre opzioni legali. Inoltre, <a href="http://www.thebigmoney.com/articles/impressions/2009/02/09/micro-economics?page=0,0">aggiunge</a> Gabriel Sherman su Slate, la musica è un contenuto con un ciclo di vita molto più lungo delle news.</p>
<p><a href="http://recoveringjournalist.typepad.com/recovering_journalist/2009/02/asking-people-to-pay-for-news-what-he-said.html">Secondo Mark Potts</a> la cosa può funzionare solo per alcune nicchie mirate. Ma, come <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">sostiene Mark Hamilton</a>, si deve anche tenere conto del fatto che se si può scegliere tra gratis e a pagamento è più probabile che si escluda quanto bisogna pagare dalle proprie letture, anche considerando le attuali abitudini di consumo dell&#8217;informazione tra moltissime fonti.</p>
<h5>Non si può non stampare</h5>
<p>Le alternative paiono poche. Sul <a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/28/opinion/28swensen.html&amp;OQ=_rQ3D1Q26pagewantedQ3Dprint&amp;OP=5c3e4797Q2FQ3CcKpQ3C@PGjQ5EPPwQ2AQ3CQ2AQ3DQ3D3Q3CQ3DfQ3CQ2AIQ3CPyQ60Q5BQ60PQ5BQ3CQ2AIjcKQ5BjKQ5BQ25-w1Q7C">New York Times</a> si è lanciata l&#8217;ipotesi di fare dei <em>news media</em> fondazioni o enti no profit. Ma, al di là dell&#8217;effettiva praticabilità (quante testate potrebbero resistere?) è stato subito notato il rischio, sul fronte democratico e della qualità, del <a href="http://www.slate.com/id/2210333/pagenum/all/">distacco tra le testate e la pressione del mercato</a>. Altrove si è suggerita l&#8217;<a href="http://www.latimes.com/news/opinion/sunday/la-oe-rutten4-2009feb04,1,4979706.column">esenzione dalle norme antitrust e la formazione di un cartello</a>. La tesi è facile. Se tutti i giornali tranne qualcuno regalano i contenuti (puntando sulla raccolta pubblicitaria) nessun giornale da solo potrà mettere a pagamento i contenuti e avere qualche speranza. Invece devono sedersi, formare un cartello e negoziare una strategia comune di pagamento per i contenuti. Ma anche questa strada appare poco praticabile.</p>
<p>Jarvis, tempo fa, <a href="http://www.buzzmachine.com/2008/12/20/can-the-la-times-turn-off-its-presses/">sostenne</a> che il Los Angeles Times poteva pagare gli stipendi di tutti i giornalisti solo con le entrate dell&#8217;online. Ma gli stipendi non sono gli unici costi, anzi. Il punto vero, per la sopravvivenza del sistema come lo conosciamo, è che non <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2009/02/why-newspapers-cant-stop-presses.html">si possono fermare le macchine di stampa</a>, perchè dalla carta viene una percentuale considerevole degli introiti. Quindi, se diamo per scontata l&#8217;insostenibilità economica della stampa (almeno nei numeri cui siamo abituati oggi) il sistema non può restare come lo conosciamo. Cambierà inesorabilmente e non sappiamo come. La &#8220;specie&#8221; dei giornalisti cambierà con il sistema che non è più apparantemente in grado di sostenerla. E non è detto che siano tutte rose e fiori.</p>
<p>In attesa di vederlo e di capirlo, il cambiamento, non mancano gli esercizi: Steve Outing (segnalato anche da <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/02/06/oltre-la-carta-come-dovrebbe-essere-una-redazione-digital-only/">Tedeschini</a> qui da noi) <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003936131">immagina una redazione all digital</a> e dà <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003918050">anche qualche consiglio</a>. E Ken Paulson ci racconta come sarebbero stati i giornali se fossero stati <a href="http://www.poynter.org/column.asp?id=45&amp;aid=158153">inventati dopo il modem</a>. Due letture utili<br />
per capire cosa (forse) succederà.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/10/levoluzione-del-giornalismo/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>20</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

