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	<title>Apogeonline &#187; privacy</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Una benvenuta battaglia di opinioni</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 04:59:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[battle for the internet]]></category>
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		<category><![CDATA[The Guardian]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutta da leggere, per capirne tanto di più, la settimana dedicata allo stato di Internet da un grande quotidiano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si tratterà della tipica serie scandalistica alla ricerca di ascolti facili, come certe gallerie fotografiche tra prurigine e cinismo dei nostri maggiori quotidiani in versione digitale, oppure di una valida rassegna di fatti e notizie a fare il punto sul grado di apertura e di libertà di Internet?<span id="more-10675"></span></p>
<p>La <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/series/battle-for-the-internet">Battle for the Internet</a>, battaglia per la Rete riassunta dal quotidiano britannico <i>The Guardian</i>, copre sette giornate:</p>
<blockquote><p>
The new cold war, The militarisation of cyberspace, The new walled gardens, IP wars, ‘civilising’ the web, The open resistance, The end of privacy.
</p></blockquote>
<p>Per ciascun tema si possono leggere articoli lunghi, densi, pieni di link e di riferimenti, molto commentati e legati ad altri pezzi correlati, corredati da dichiarazioni audio, video in tema, una <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/datablog/interactive/2012/apr/16/web-filtering-censorship">mappa interattiva</a> sull’interferenza a vario titolo dei governi nella Rete e perfino un <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/quiz/2012/apr/17/web-wars-quiz-piracy-censorship">quiz test</a> di formula balneare, che invita a scoprire se siamo più tipi alla Chris Dodd (padre di <a href="http://thomas.loc.gov/cgi-bin/query/z?c112:H.R.3261:">SOPA</a>) o alla Kim Dotcom (proprietario di <a href="http://www.megaupload.com">Megaupload</a>, sequestrato dall’FBI mentre scrivo) e nel frattempo aggiunge anche un sapore pratico alla riflessione.</p>
<p>È una lettura – lunga e impegnativa che merita molto, perché va controcorrente. Nell’epoca dove il cittadino medio salva il mondo con un un <i>tweet</i> e su Facebook segue l’onda di marea del momento, contestataria od osannante che sia, ricordarsi che certi temi sono di ampia complessità, che abbondano i confini incerti, che la propria ideologia e l’aver ragione non sono affatto collegati, fa solo bene alla coscienza collettiva. Esiste ancora qualcuno per cui i fatti sono non negoziabili e la documentazione allarga la consapevolezza. Va coltivato.</p>
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		<title>Il Graal della privacy</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 06:03:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[iPod]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli scenari creati dall'utilizzo di massa di reti, tecnologia e servizi non può assicurare sicurezza e apertura al tempo stesso. Cosa ben nota ai tecnici e che gli individui scoprono invece a proprie spese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si invocano regole di privacy e sicurezza adeguate ai nuovi tempi del digitale e della rete. L’intrico tra virtuale e fisico potrebbe tuttavia essere ingovernabile per chiunque, fosse pure il governo di Singapore o Facebook.<span id="more-9542"></span></p>
<p>Proprio via Facebook <a href="http://www.wmtw.com/r/30446033/detail.html">un allenatore di liceali ha perso il posto di lavoro</a>. Ha pubblicato un autoscatto senza vestiti pensando che lo vedesse solo la fidanzata. Invece lo hanno visto tutti gli amici, compreso un suo studente e i relativi genitori. Prima di cancellare la foto sono passati dieci minuti, troppi per evitare lo scandalo.</p>
<p>Nel frattempo un militare statunitense spediva il proprio iPod dal Medio Oriente alla Louisiana e lo perdeva causa disservizio postale. Il soldato si è comprato un altro iPod mentre un quattordicenne del North Carolina trovava quello precedente, infossato nel divano di una sala d’attesa di un ospedale.</p>
<p>Il quattordicenne <a href="http://www.digtriad.com/news/article/214285/57/A-Soldiers-IPod-Is-Lost-Found-And-Returned">è risalito al militare dall’esame dei media presenti nell’apparecchio e gli ha rispedito l’iPod</a>, con una lettera di ringraziamento per il servizio reso alla patria. C’è pure il lieto fine:</p>
<blockquote><p>
Turns out, after Williams shipped it to Sgt. Curtis, another iPod, a new one found its way under William’s Christmas tree.
</p></blockquote>
<p>Immaginare le varianti possibili è un bel gioco: se l’iPod fosse stato pieno di foto scioccanti o segreti militari? Se l’allenatore avesse avuto almeno un costume da bagno? Se le impostazioni di privacy di Facebook funzionassero nell’interesse degli iscritti più che per quelli di Facebook? Se l’iPod fosse stato protetto con una password inviolabile sarebbe mai tornato al proprietario? Se il soldato fosse stato un pedofilo?</p>
<p>Rapidamente il gioco confonde e viene da pensare che la condivisione nel rispetto della sicurezza resterà per sempre un Graal del web, con danni collaterali e regali inaspettati sparsi ovunque ai lati della strada.</p>
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		<title>C&#8217;è vita oltre Google</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 08:28:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>

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		<description><![CDATA[Più strumenti vengono messi a disposizione della privacy individuale, più quella privacy sta correndo rischi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’email di Google sulle <a href="http://www.google.it/policies/">modifiche alla propria gestione della privacy</a>, in vigore dal primo marzo, si è depositata nelle caselle di centinaia di milioni di persone non necessariamente interessate a riceverla.</p>
<p><span id="more-8995"></span></p>
<p>È l’ennesima conferma della regola aurea non scritta della privacy su Internet. Più strumenti di controllo individuale compaiono, più si fa complicata una gestione serena dei propri dati sensibili.</p>
<p>Andrà peggio. Per aziende come Facebook, Google, Amazon, la stessa Microsoft che accetta da anni di <a href="http://money.cnn.com/2011/09/20/technology/microsoft_bing/index.htm?source=cnn_bin">perdere miliardi su Bing</a> pur di guadagnare posizioni, conoscere abitudini e inclinazioni dei clienti è parte integrante del business.</p>
<p>In compenso sta prendendo piede tra gli addetti ai lavori un motore di ricerca alternativo, <a href="http://duckduckgo.com">DuckDuckGo</a>. Una goccia nell’oceano del mercato della ricerca (<a href="http://www.thedaily.com/page/2012/01/30/013012-tech-features-duckduckgo-1-2/">si avvicina lentamente al milione di richieste giornaliere</a> su quasi 600 milioni nei soli Stati Uniti), con l’accento su una ricerca rispettosa della privacy di chi lo visita, come afferma il fondatore Gabriel Weinberg:</p>
<blockquote><p>
Over time, we got questions about our privacy policy. That wasn’t something I had thought about as much, but as I started researching it, it dawned on me that the privacy mentality we’ve taken is the right approach for users. Fundamentally, it just seems very creepy to know so much about users based on their search queries, which are very personal.
</p></blockquote>
<p>Potremmo ritrovarcelo da qui a qualche anno come motore di ricerca (più) fidato. O almeno disporre di un’alternativa in più.</p>
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		<title>L&#8217;insostenibile relatività della privacy</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2012/01/27/linsostenibile-relativita-della-privacy</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:12:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Amazon]]></category>
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		<category><![CDATA[Paolo Attivissimo]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[silk]]></category>

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		<description><![CDATA[Le definizioni di privacy e di dato sensibile, nonché di minaccia alla riservatezza individuale, hanno superato i confini della ragionevole soggettività.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il giornalista Paolo Attivissimo <a href="http://attivissimo.blogspot.com/2012/01/screenshot-automatici-con-safari.html">scopre</a> nel suo computer l’esistenza di una cartella di istantanee delle pagine web da lui visitate, usate dal sistema operativo per le anteprime visive della cronologia e dei siti più visitati, e ne fa anche una questione di privacy.<span id="more-7977"></span></p>
<p>Nel frattempo la Electronic Frontier Foundation (EFF) <a href="https://www.eff.org/2011/october/amazon-fire’s-new-browser-puts-spotlight-privacy-trade-offs">ha analizzato</a> il comportamento di <a href="http://amazonsilk.wordpress.com/">Silk</a>, il browser di serie di Kindle Fire, la cui modalità di funzionamento standard fa passare il traffico dell’utente sui server cloud di Amazon allo scopo di aumentare le prestazioni:</p>
<blockquote><p>Cloud acceleration mode is the default setting, but Amazon has assured us it will be easy to turn off on the first page of the browser settings menu. When turned off, Silk operates as a normal web browser, sending the requests directly to the web sites you are visiting.</p></blockquote>
<p>Vien fuori che Silk è rispettoso della <em>privacy</em> in quanto può essere fatto funzionare come Safari, che per Attivissimo è a rischio confidenzialità.<br />
Il concetto di privacy trattato a colpi di relativismo consente di filtrare evangelicamente il moscerino e ingoiare il cammello. Chiunque può lanciare un allarme indipendentemente dalla sua fondatezza. Il <em>dato sensibile</em> è un bersaglio mobile ostaggio di sensibilità arbitrarie.</p>
<p>Urgono definizioni stringenti, una codificazione ragionevole che compensi la tendenza della soglia di allarme verso il livello zero. Da dove cominciamo?</p>
<p><object width="460" height="300"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/_u7F_56WhHk?version=3&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/_u7F_56WhHk?version=3&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" width="460" height="300" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p class="wp-caption-text">La videopresentazione di Silk da parte di Amazon.</p>
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		<title>Dati personali, il petrolio dell&#8217;economia digitale</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 06:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Jacona</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Benzina per il web sociale, ricchezza per chi ci mette le mani sopra. Tra privacy e publicy, il dibattito sulle posture sociali dei cittadini digitali non è mai stato così movimentato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vogliono le nostre identità, sapere cosa pensiamo, sogniamo, desideriamo. Chi sono i nostri amici, quali i nemici, e che genere di relazioni ci legano a loro. Hanno bisogno di seguire ogni nostro movimento, documentarlo, catalogarlo e analizzarlo. Come nello splendido <em>The Matrix</em>, dove software senzienti sottomettono e sfruttano esseri umani trasformati in batterie viventi, così i giganti della rete (quelli con la G maiuscola, per intenderci) ci intrappolano con ogni genere di servizio “gratuito” e si nutrono dello “storytelling” delle nostre vite. O meglio, della sua puntuale rappresentazione digitale in forma di dati personali, mietuti e raccolti come fossero messi con strumenti sempre nuovi e imprevedibili.<span id="more-6888"></span></p>
<h5>Prezzo da pagare</h5>
<p>Un incubo? Non necessariamente. Forse è il prezzo da pagare per vivere nella società dell’informazione e forse viviamo davvero nell’era di quella che Stowe Boyd ha definito <a href="http://www.stoweboyd.com/post/797752290/the-decade-of-publicy">Publicy</a>, dove contrariamente al passato tutto è pubblico di default e semmai bisogna decidere cosa debba essere privato. Del resto Mark Zuckerberg, giovane fondatore di Facebook, lo va dicendo ormai da anni che «il costume è cambiato e oggi le persone che si connettono online per interagire tra loro preferiscono condividere piuttosto che nascondere». Peccato che il ragazzo pontifichi sull’argomento mentre siede comodamente su un colossale conflitto di interessi.</p>
<p>La verità, infatti, è che meno viene nascosto, protetto, “lucchettato” in rete e più c’è da analizzare, indicizzare, associare a pubblicità mirate, profilare, rivendere a terzi. Le applicazioni sono infinite e molto remunerative. E sempre di più sono gli strumenti per raccogliere questa preziosa materia prima. Prendiamo l’ultima creatura di Amazon, il Kindle Fire: come fa notare Marshal Sponder, data analyst autore del blog <a href="http://www.webmetricsguru.com/">WebMetricsGuru</a> e ora del bel libro <em>Social Media Analytics</em>, «grazie al Silk Browser Amazon avrà accesso a una quantità di dati che non ha paragoni nel mercato». Ciò dipende dal fatto che, per funzionare, il browser del Kindle Fire si appoggia sul cloud computing dell’azienda americana di fatto filtrando (seppur in maniera anonima) ogni movimento online dei suoi utenti. Dove vanno, per quanto tempo, quante volte e così via. «La privacy di questi tempi è un concetto che sta lentamente svanendo», aggiunge Sponder. E ha ragione.</p>
<h5>Motore</h5>
<p>Per alcuni è una straordinaria opportunità di inventare nuovi servizi, di studiare soluzioni a problemi complessi, di creare valore. Per altri è l’alba di una nuova schiavitù:  «L’enorme massa di dati personali che ogni giorno gli utenti riversano in Rete è il nuovo petrolio, il motore della nuova economia». A parlare è <a href="http://andrewkeen.typepad.com/">Andrew Keen</a>, imprenditore e scrittore noto per le sue posizioni fortemente critiche (per usare un eufemismo) nei confronti della rete. E che aggiunge: «Ogni singola startup o azienda affermata in questa new economy, da LinkedIn a Facebook, da Foursquare a Twitter, dipende direttamente da noi, e dai dati che decidiamo volontariamente di condividere. Dati su intorno a cui si costruiscono servizi, ma che vengono anche e soprattutto venduti agli advertiser».</p>
<p>Secondo Keen, insomma, siamo in un nuovo «Wild West tecnologico», dove la nostra privacy &#8211; e con essa le nostre vite – è in vendita al miglior offerente. Per questo è necessario che la massa crescente di utenti della Rete acquisisca consapevolezza rispetto al valore dei propri dati, ne recuperi il controllo con l’aiuto dei «governi, che devono farsi avanti e iniziare a regolare il business, a imporre dei limiti». Un compito non semplice &#8211; specie considerando che le persone condividono i propri dati personali volontariamente &#8211; e per il quale lo scrittore anglo-americano propone una sua personale (e controversa) soluzione: «La tecnologia dovrà aiutarci a dimenticare». sostiene, «dandoci modo di rendere alcuni dati deperibili, perché ricordare tutto è disumano. In questo mondo di visibilità e trasparenza radicale, la risorsa che scarseggia è la privacy. Per questo abbiamo bisogno di regole e di servizi, anche commerciali, che consentano di difenderla».</p>
<h5>Aggregazioni</h5>
<p>Euro Beinat, italiano, è ingegnere elettronico e professore presso l’Università di Salisburgo. Beinat si occupa di <em>Internet of things</em> e di <em>Collective Sensing</em>.  In parole semplici, si occupa di «studiare e comprendere come l’enorme quantità di tracce digitali che ci lasciamo alle spalle in rete possano essere aggregate in maniera anonima, analizzate e strutturate per ricostruire, comprendere e infine prevedere le dinamiche di vasti sistemi complessi». Sistemi come intere città, tanto per capirci. Un uso virtuoso dei dati personali focalizzato sul «misurare quante persone sono in un luogo e come si muovono. Simili rilevazioni», spiega infatti Beinat, «consentono ad esempio di garantire la sicurezza della gente prevedendone i movimenti durante grandi assembramenti e organizzando di conseguenza assistenza, servizi, vie d’acceso e di fuga». Lo stesso tipo di rilevazione ha interessanti applicazioni in ambito business, come ad esempio quando si deve stimare il ritorno d’investimento nel turismo: «Se noi aggreghiamo informazioni pubbliche e anonime, tipo il numero di persone che vanno a Roma e i luoghi che frequentano, seguendo quali percorsi in una dato lasso di tempo, allora abbiamo criteri di giudizio completamente diversi per definire il valore degli investimenti fatti, e tutto senza bisogno di violare la privacy del singolo».</p>
<p>Meno ottimistica a riguardo è invece la visione di <a href="http://johansvh.blogspot.com/">Johan Staël von Holstein</a>. Secondo l’imprenditore e internet guru svedese, l&#8217;enorme valutazione economica di Facebook è la prova provata di quale reale valore abbiano i dati personali degli utenti in rete per le aziende. Il problema, spiega,  è «che il business punta a sfruttare questi dati in modi che a noi non portano nessun beneficio, ad esempio bombardandoci con advertising che non vogliamo ricevere, generando sempre più information overload». Non possiamo fidarci di queste aziende, ammonisce von Holstein, «così come non ti puoi fidare ciecamente di tua moglie, del tuo migliore amico e a volte persino di te stesso. Ecco perché ognuno di noi nasconde e deve nascondere dei segreti, a volte persino a se stesso. Ed ecco infine perché, conclude, abbiamo bisogno di poter controllare le informazioni che ci riguardano ed uscire da questa nuova “schiavitù digitale” della quale siamo preda».</p>
<h5>Ecosistemi</h5>
<p>Qualcuno in realtà ci ha già pensato. Come racconta <a href="http://www.freegorifero.com/">Fabio Sergio</a>, design and user experience strategist per Frog, già da un anno e mezzo il World Economic Forum sta lavorando ad un programma chiamato <em>Rethinking Personal Data</em>, il cui obiettivo è proprio capire come sia possibile raccogliere, aggregare e mettere a frutto i dati personali delle persone senza violarne la privacy e anzi dando a governi, aziende e ai cittadini stessi  l&#8217;opportunità di creare valore. «Oggi la vera sfida», sostiene Sergio, «è creare ecosistemi aperti basati su regole di condotta (o «trust networks», come li definisce il WEF) cui le aziende devono aderire per garantire il trattamento dei dati personali nel rispetto delle necessità degli utenti».</p>
<p>Insomma, il compito che ci si para di fronte è imponente: è necessario creare oggi il terreno fertile dove coltivare domani la nuova economia costruita intorno ai dati, anche perché «nei prossimi anni», spiega ancora Sergio, «vedremo un’esplosione di servizi e device come gli smartphone. Strumenti che, grazie ad appositi sensori, produrranno e immetteranno in Rete ancora più informazioni che ci riguardano, dalla semplice geolocalizzazione ai dati biometrici con cui tenere sotto controllo la salute dei soggetti a rischio».  Quello che vediamo emergere oggi e un mondo dove ogni cosa si appresta a essere connessa, dove oggetti “stupidi” messi in relazione attraverso un network producono dati che consentono di prendere decisioni intelligenti.</p>
<h5>Automaticamente</h5>
<p>Dobbiamo quindi essere pronti a gestire la nostra identità in un ambiente dove, come profetizzato da Tim O’Reilly già nel 2008, «la maggior parte dei dati che ci riguardano non sarà inserita in Rete attraverso una tastiera». Un mondo iperconnesso nel quale una parte importante della nostra storia personale sarà raccontata online e quasi automaticamente, attraverso device che ci seguono ovunque. E ovunque, la scommessa del futuro sarà rinunciare alla privacy riuscendo a controllare saldamente la propria publicy.</p>
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		<title>Facebook impara a dire privacy in tedesco</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 06:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Germania scoppia un caso politico che sembra sempre più uno scontro tra due visioni del mondo: quella delle reti sociali e della condivisione delle reti sociali e quella ipergarantista dello Stato ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Smettere di usare Facebook è essenziale per il diritto alla privacy dei cittadini». L&#8217;ultimo atto del controverso rapporto tra Facebook e il governo tedesco è arrivato lo scorso 12 settembre quando Ilse Aigner, ministro per la tutela dei consumatori, ha inviato una lettera ufficiale ai suoi colleghi <a href="http://www.spiegel.de/international/germany/0,1518,785712,00.html">invitandoli a smettere di usare Facebook</a> come strumento di comunicazione con i cittadini. Si tratta di un atto dovuto per dare il buon esempio, sostiene il ministro (che ha cancellato il suo account lo scorso anno in segno di protesta): Facebook non rispetterebbe, infatti, le rigide leggi sulla privacy dello stato tedesco.<span id="more-6667"></span></p>
<h5>Non mi piace</h5>
<p>Un precedente c&#8217;è e risale al mese scorso: ad agosto lo stato dello Schleswig-Holstein, il più a nord della Germania, ha reso illegale il tasto “Mi piace” di Facebook, vietando a tutti gli uffici pubblici di essere presenti sul social network (con multe fino a 50.000 euro). La decisione è stata <a href="https://www.datenschutzzentrum.de/presse/20110819-facebook-en.htm">resa pubblica da Thilo Weichert</a>, a capo dell&#8217;ufficio per la protezione dei dati personali dello Stato: <a href="http://personaldemocracy.com/node/20521">Weichert sostiene </a>che il tasto permetta a Facebook  di acquisire informazioni sugli utenti conservandole per due anni, in contrasto con le leggi tedesche. Carl Sjogren, direttore della piattaforma, si è affrettato a precisare che Facebook cancella tutti i dati associati al tasto “Mi piace” dopo 90 giorni e che certamente l&#8217;azienda non usa quelle informazioni per profilare i suoi utenti. Ha inoltre annunciato novità nella possibilità di rendere anonime alcune delle interazioni sul social network.</p>
<p>Ma i problemi di Facebook (e di altre aziende che entrano in possesso di dati personali dei propri utenti) sono destinati a continuare: la legge sulla protezione dei dati personali in Germania – dall&#8217;impronunciabile nome di <em>Bundesdatenschutzgesetz</em> &#8211; è infatti tra le più restrittive al mondo. Alcuni studiosi ed esperti di privacy sostengono che la diffidenza teutonica sia da imputarsi alla storia degli ultimi decenni: tra il regime nazista prima e l&#8217;operato della Stasi (la temuta polizia segreta) poi, i tedeschi avrebbero sviluppato una forte reticenza all&#8217;idea che le proprie informazioni personali siano nelle mani di organismi esterni di qualunque tipo, sostiene Carsten Casper, analista di Gartner, <a href="http://www.bbc.co.uk/news/technology-14859813">in un&#8217;intervista alla BBC</a>.</p>
<h5>Rispettare le leggi</h5>
<p>L&#8217;ipotesi è confermata dallo stesso Weichert, che rincara: «Le aziende americane vogliono fare profitti, ma devono rispettare le leggi europee e la cultura europea in termini di privacy». Ma se è vero che Europa e Stati Uniti hanno effettivamente una cultura molto differente quando si parla di privacy, diventa più difficile capire come questo si possa tradurre in termini legali. Sulla questione esiste infatti una direttiva europea del 2006, la <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:105:0054:0063:EN:PDF">Data Retention Directive</a>: come tutte le direttive europee, però, anche questa offre delle linee guida che ogni stato implementa in una legge nazionale. Che cosa può fare un&#8217;azienda come Facebook, quindi? Intanto trovare un modo di collaborare, sembra essere la risposta.</p>
<p>Nelle scorse settimane, infatti, Richard Allan, responsabile di Facebook in Europa, ha incontrato il ministro dell&#8217;interno tedesco Hans-Peter Friedrich e insieme hanno <a href="http://thenextweb.com/facebook/2011/09/08/facebook-agrees-to-sign-a-voluntary-privacy-code-in-germany/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed:+TheNextWeb+%28The+Next+Web+All+Stories%29">firmato un accordo per la creazione di un codice di condotta</a> sulla privacy che aderisca maggiormente alle leggi tedesche in materia. La decisione non ha mancato di creare dibattito nella classe politica tedesca e vivaci botta e risposta tra i ministri più disposti al dialogo e quelli più rigidi. Intanto domenica scorsa, nello stato di Berlino, le elezioni hanno visto l&#8217;ingresso del Partito Pirata tedesco nel Parlamento regionale, con quasi il 9% dei voti. Certo, Berlino non è la Germania, ma <a href="http://www.nytimes.com/2011/09/20/world/europe/in-berlin-pirates-win-8-9-percent-of-vote-in-regional-races.html?smid=fb-nytimes&amp;WT.mc_id=WO-SM-E-FB-SM-LIN-IBP-092011-NYT-NA&amp;WT.mc_ev=click">i “pirati” promettono di far sentire la propria voce</a> in particolare sui temi della rete, che li contraddistinguono sin dalla nascita (avvenuta in Svezia nel 2006). Che direzione prenderà la politica tedesca sul tema della privacy?</p>
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		<title>Apple, Google e il caso del telefono spione</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 06:30:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mobile]]></category>
		<category><![CDATA[Android]]></category>
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		<category><![CDATA[wireless]]></category>

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		<description><![CDATA[Si scopre che i  dispositivi Apple e Google, seppure con caratteristiche differenti, registrano i movimenti degli utenti. Come vengono usati? A chi servono? Quanto siamo consapevoli delle informazioni che condividiamo? Il nostro dottor Boscarol indaga]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-5443"></span><br />
<a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2011/04/spione_600.png"><img class="alignnone size-full wp-image-5444" title="spione_600" src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2011/04/spione_600.png" alt="" width="485" /></a></p>
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		<title>Facebook studia la pubblicità in tempo reale</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 07:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Google AdSense]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[profilazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Sapere che cosa desideriamo in ogni dato momento e proporcelo. Ci prova Facebook. Terminator non sarà un killer, ma un agente commerciale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono almeno dieci anni che se ne parla. E continuiamo periodicamente a parlarne, come uno dei grandi sogni del web &#8211; in realtà (forse per fortuna?) non mantenuti. Parliamo della profilazione degli utenti, a cui ho già più volte <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2009/10/adv-btb-un-esempio-di-profilazione_27.html">accennato</a>, ovvero quell’approccio filosofico-markettaro che prevede di studiarci, anzi di capirci. Per poi rifilarci le pubblicità e/o i messaggi di marketing che si ritengono più adeguati per noi.<span id="more-5300"></span></p>
<p>Lo possiamo vedere male, come un’invasione della privacy, un peggioramento della nostra relazione con la pubblicità. Lo possiamo vedere bene, rassegnandoci al fatto che la pubblicità su internet resterà (almeno fino a quando lo avremo gratis e non dovremo pagare per accedere ad ogni singolo sito), perché questa è la linfa economica vitale che permette ai siti di restare in piedi e pagare gli stipendi di chi li realizza, chi ci lavora eccetera. Rassegnati a questa ineluttabilità, possiamo fare buon viso al fatto che &#8211; almeno in teoria &#8211; dovrebbe essere meglio essere esposti a messaggi pubblicitari che c’entrino qualcosa con noi piuttosto che a proposte di prodotti o servizi che non useremo mai, che detestiamo, che sono lontanissimi dal nostro stile di vita.</p>
<h5>Adesso ci prova Facebook</h5>
<p>Su scala macroscopica quella della pubblicità profilata è una promessa, come dicevamo, abbastanza poco mantenuta. A livello micro qualche esempio interessante c’è, proveniente dai soliti noti. Da Amazon, che ti suggerisce sul sito o nelle mail quali prodotti comprare. Da Google, che non perde tempo &#8211; una volta identificata una parola chiave interessante in una tua mail (e in chissà quali altre interazioni) per iniziare a focalizzare messaggi attinenti (e nella mia esperienza ci becca abbastanza). Mancava ovviamente il grande terzo incomodo, il solito Facebook, che sta alacremente (così <a href="http://adage.com/article/digital/facebook-test-mines-real-time-conversations-ad-targeting/149531/">si dice</a>) testando un nuovo meccanismo: gli annunci pubblicitari in tempo reale. Sottoposto a test (inconsapevole) su un 1 % della popolazione degli utenti, il sistema cambia il meccanismo di target attualmente adoperato dal social network.</p>
<p>È basato su un’analisi dei post, degli status, dei like: fa uno sforzo per capire chi siamo o come siamo, che cosa ci potrebbe piacere, che cosa potremmo comprare, soprattutto che cosa potremmo cliccare e come potremmo far diventare ancora un po’ più florido il business di Facebook. Lo scopo è lavorare in real-time, senza darci il tempo di raffreddare gli interessi e le propensioni all’acquisto. Un genietto a molla, nella sua scatoletta, sempre in ascolto, pronto a scattare fuori nel momento stesso in cui ci viene voglia di pizza, per proporci sconti, occasioni, tranci e pizzerie. Magari accuratamente geolocalizzati in base al nostro esistere del momento.</p>
<h5>Marketing scientifico</h5>
<p>Da un certo punto di vista è servizio, è customer service. Dall’altro forse è un pedinarci passo a passo per non perdere l’occasione di <em>markettarci</em>, cercando di risolvere con uno scientifico cecchinaggio quelle capacità di conversione che la pubblicità di massa fa sempre più fatica a mantenere su target evoluti e mantenendo aperto un canale di comunicazione per ora poco intrusivo, come i bannerini, ma con straordinarie potenzialità di diventare più intrusivo e quindi convincente (in termini di vendite concluse).</p>
<p>Di esperimenti del genere si era parlato anche rispetto al <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2007/10/il-computer-ascolta-le-telefonate-per.html">telefonino</a> &#8211; con una vocetta pronta ad intervenire nelle conversazioni (offerte gratuitamente) con amici e parenti, ogni qualvolta identificava un’opportunità di vendita dall’analisi dei nostri discorsi. Un’analisi, questo è il punto focale, e non un semplice riconoscimento delle keyword. Un analisi per capirci e leggerci nella mente, in fondo. Per assicurarci che mai più un atto di acquisto sfugga o sia lasciato orfano di un appropriato orientamento commerciale. Giocato sul filo dei secondi. In un mondo dove il marketing sta diventando una cosa troppo veloce per lasciarlo fare agli umani, lasciandolo quindi gestire ai computer. Sbagliavano gli autori di Terminator. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Skynet">Skynet</a> non ucciderà gli uomini. Li pubblicizzerà a morte.</p>
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		<title>L&#8217;internet del 2011</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/10/linternet-del-2011</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 07:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Bruce Sterling]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Finlandia]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Wikileaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Avremo la rete che ci meriteremo, diceva Sterling. Siamo al punto in cui molte cose, nel mondo, non funzionerebbero più senza questa infrastruttura. Ora abbiamo di fronte un cambiamento di scala e la necessità di fare riflessioni più strutturate]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parlare di internet è ormai un po&#8217; come parlare del mondo, almeno di quello occidentale (ma non solo). La retorica che usiamo per divulgare funziona abbastanza bene, ma non rende merito al cambiamento. É costruita sui numeri e sulla comparazione a cosa nota: Facebook ha superato da tempo il mezzo miliardo di utenti, diventando il terzo Stato del mondo. Internet ha raggiunto il miliardo di utilizzatori in poco più di 10 anni, mentre la televisione ha impiegato decenni e la stampa secoli. Eccetera eccetera. Il punto vero, però, è che l&#8217;influenza di internet sulle nostre vite, ormai, è totalmente pervasiva. Dai piccoli gesti quotidiani che compiamo, al modo in cui organizziamo la nostre scelte, al modo in cui ci raccontiamo il mondo in cui viviamo attraverso l&#8217;informazione.<span id="more-4553"></span></p>
<h5>Internet disegna la società</h5>
<p>Questo «sistema operativo» che abbiamo innestato nelle nostre società, oggi, è importante anche per chi non ha un computer, per chi è tecnologicamente refrattario, per chi fa dell&#8217;essere <em>laggard</em> una professione filosofica. Perchè internet disegna la società anche intorno ai non connessi. Se abrogassimo le tecnologie digitali poche cose continuerebbero a funzionare così come siamo abituati. Questo livello di «impatto» sul modo in cui stiamo riorganizzando le nostre culture è probabilmente l&#8217;aspetto più importante da analizzare e da comprendere. La <em>reductio ad social network</em>,  se mi passate l&#8217;espressione, non ci aiuta a comprendere bene lo scenario. Abbiamo un&#8217;infrastruttura potente, che connette milioni di persone e ci abilita a cose che prima non potevamo nemmeno pensare.</p>
<p>I relativamente pochi bit di Wikileaks non sono stati così cruciali in quanto dati o tecnologia. Sono diventati dirompenti perchè sono stati immessi in un sistema distribuito, reticolare, impossibile da bloccare, capace di costruire nuove impensate relazioni con il Potere. Ma, ancora di più, lo sono stati perchè ci hanno obbligato a pensare un rapporto diverso tra informazione, trasparenza e azioni di Stato. E non a caso il paragone più forte è stato quello con Napster, che nell&#8217;industria musicale ha provocato una rottura cui ancora non si sono prese le misure. In questa prospettiva allargata, uno dei temi cruciali da considerare nel 2011 è l&#8217;assetto di questo sistema. Da un lato l&#8217;assetto tecnologico, perchè chi controlla l&#8217;infrastruttura ha maggiori probabilità di influenzare i risultati. Dall&#8217;altro l&#8217;assetto culturale, che è cruciale perchè non siamo ancora pronti a governarlo con le giuste categorie interpretative e con gli strumenti adeguati.</p>
<h5>Assetto tecnologico e culturale</h5>
<p>Personalmente sono poco preoccupato dalle questioni infrastrutturali perchè l&#8217;interesse comune è la diffusione delle tecnologie digitali. Tutto passa per l&#8217;accesso che, dal punto di vista di chi investe, significa soprattutto nuove carte di credito e nuova capacità di spesa immessa nel sistema. Le grandi corporation tecnologiche tenteranno, è evidente, di guadagnare posizioni favorevoli. Ma credo che l&#8217;interesse generale (e anche le dialettiche della competizione) non saranno in grado di fare molti danni. Il sistema deve restare aperto per definizione: se lo si chiude, perdono tutti. E comunque, nel modello che osserviamo oggi, le innovazioni che sopravvivono sono quelle che piacciono a una massa critica sufficiente di persone. Quindi difficilmente passerà qualche scelta impopolare. L&#8217;assetto culturale che saremo in grado di costruire, invece, può toccare molto da vicino le nostre vite personali. Le nostre società «fisiche» hanno impiegato diversi anni a gestire in modo efficace i servizi fondamentali: la rete viaria, la sanità, la fornitura elettrica, le tecnologie che usiamo senza quasi vederle più (gli ascensori, le carte di credito), la sicurezza. Sono tutte infrastrutture critiche che, cessando di funzionare, paralizzerebbero o quasi la nostra vita civile e produttiva.</p>
<p>Nel digitale, che è uno spazio culturale in cui non ci muoviamo fisicamente ma che abitiamo con pari importanza, tutti noi produciamo valore. Usiamo i bit per lavoro, per informarci, per far funzionare il nostro quotidiano. Produciamo valore economico, sociale, relazionale, affettivo. Una parte importante della nostra vita passa (e passerà sempre di più) attraverso i pezzetti di digitale che ci scambiamo e che ci abilitano a fare cose che prima non potevamo fare. Ed è un sistema che, come nella società fisica, si regge su servizi fondamentali che deleghiamo ad altri. La connettività, l&#8217;email, la sicurezza dei dati, le piattaforme che utilizziamo, gli strumenti di pagamento. Tutti questi fattori critici sono gestiti da aziende private, spesso potentissime multinazionali. É normale che sia così perchè, anche se l&#8217;inovazione parte sempre dal piccolo, per standardizzare un servizio e renderlo stabile ed efficiente per milioni di persone servono i capitali e la forza di una grande organizzazione.</p>
<h5>La scala delle cose</h5>
<p>Ma nella società fisica noi abbiamo decenni (in qualche caso secoli) di dialettica politica che hanno portato a dare una configurazione di garanzia al modo in cui i servizi fondamentali vengono gestiti. Nel digitale invece va inventata &#8211; forse prima di tutto immaginata &#8211; una nuova forma di partecipazione politica, un aggiornamento dei diritti del cittadino coerente con il mondo cambiato. In forma emergente questo già accade, basta ricordare la spinta popolare che si è registrata quando Facebook ha cambiato le impostazioni della privacy. Ma è necessario costruire una nuova consapevolezza più diffusa, anche e soprattutto fuori dal digitale. Se i nostri governi cominciassero a capire che il Sistema Paese si regge su questa infrastruttura &#8211; anche solo facendo un inventario di cosa non funzionerebbe più <em>senza </em>- probabilmente si farebbe un passo avanti.</p>
<p>L&#8217;accesso alle informazioni, il modo in cui vengono trattati i nostri dati, i contratti con chi ci fornisce i servizi, la connettività, ma anche l&#8217;educazione al digitale, sono variabili che possono cambiare molto la nostra vita. Aziende come Google e Facebook gestiscono la nostra memoria, la nostra rete sociale, influenzano la nostra visione del mondo. Hanno livelli di conoscenza su di noi che possono far rabbrividire se solo pensiamo a uno scenario che preveda scelte non etiche. Cosa accadrebbe se, a fronte della paura (che è sempre l&#8217;altra faccia della libertà personale) l&#8217;azienda X desse accesso ai nostri dati a un governo per ragioni di sicurezza nazionale? O come reagiremmo se, dopo aver investito denaro e tempo in una piattaforma, i proprietari cambiassero le regole del gioco, penalizzandoci, o ci inibissero l&#8217;accesso?</p>
<h5>Comprensione</h5>
<p>Sono solo esempi. Ma forse nel 2011 la scala delle cose che avvengono via internet e l&#8217;importanza della parte di vita che passa per il digitale ci porteranno a fare riflessioni più strutturate. Alcuni Paesi, come la Finlandia (in cui Internet è diventato <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=7817&amp;ID_sezione=&amp;sezione=" target="_blank">un diritto civile</a>) hanno già avviato un percorso. Ma il primo passo resta la consapevolezza da costruire, perchè probabilmente queste nostre interazioni non saranno mai completamente regolate dalle leggi: una parte importantissima di queste dialettiche sarà costruita sul rapporto tra consenso degli utenti e potere dei proprietari. Saranno vere e proprie forme di partecipazione politica, strutturate in un modo nuovo ma simili nel processo a quelle che definiamo con gli altri «luoghi» in cui costruiamo valore: le città, le regioni, lo Stato.</p>
<p>Io non so bene quale possa essere la via per gestire queste nuove complessità. Ma ricordo sempre una cosa che mi disse Bruce Sterling tanti anni fa: «Avremo l&#8217;Internet che ci meritiamo». E se fossi io a dover compiere una scelta, a dover scommettere su una strategia, direi che qualsiasi strada passa per una comprensione più ampia di quanto sta accadendo. Una comprensione in grado di informare le scelte politiche dei governi centrali e locali (perchè internet ha effetto soprattutto fuori dai suoi bit). Ma anche una comprensione in grado di farci progettare, usare e costruire gli strumenti di oggi e di domani tenendo ben presente che hanno molto a che fare con la nostra vita e poco a che vedere con la tecnologia di cui sono composti.</p>
<p><br style="clear: both;" /></p>
<p><em>Questo articolo di Giuseppe Granieri rispetta una tradizione ormai quinquennale per Apogeonline: rileggi nel nostro archivio i suoi scenari di inizio anno sulla rete pubblicati nel <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/04/linternet-del-2010">2010</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009">2009</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/01/14/19/200801141901">2008</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2007/01/03/19/200701031901">2007</a></em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Stiamo cablando una casa di vetro?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/02/stiamo-cablando-una-casa-di-vetro</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 06:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Saremo obbligati dalla pressione sociale a essere trasparenti, sempre e comunque? E questo non ci porterà, sui social media, a recitare sofisticate commedie per nascondere la nostra (talvolta discutibile) realtà?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anni fa, quando abitavo in Lussemburgo (il primo del paio di giri da emigrante che ho fatto), ero rimasto molto colpito dalle tendine olandesi. O meglio, dalla mancanza generalizzata delle tendine alle finestre. Il mio compagno di birre autoctono aveva razionalizzato il costume in termini sociologici. La mancanza di tende e la perfetta visibilità dall’esterno era una garanzia, diceva, una dimostrazione della moralità degli abitanti. Probabilmente un retaggio calvinista, comunque un modo di dimostrare che non si aveva nulla da nascondere. Vivendo quindi in modo assolutamente trasparente. Con l’arrivo di Internet, e in particolare dei social media, anche noi abbiamo tolto un sacco di tendine dalle finestre. Anzi abbiamo fatto di più: invece di lasciar guardare chi è interessato, ci diamo da fare per diffondere proattivamente i fatti nostri al nostro network.<span id="more-3502"></span></p>
<h5>Perché avevi il telefono staccato?</h5>
<p>Ora, la questione secondo me (e l’ho già detto) ha sicuramente degli aspetti positivi &#8211; grazie a Facebook e agli altri social network posso sapere che cosa fanno gli amici a cui tengo, restare aggiornato anche quando non ho il tempo di telefonare, rivederci a distanza di tempo scoprendoci sintonizzati. Ha degli aspetti interessanti anche dal punto di vista professionale, a volte anche per il tramite di messaggi un po’ obliqui e criptati, specialmente per quello che riguarda le geolocalizzazioni: tracciando i tuoi spostamenti, il tuo mondo e il tuo mercato possono ricevere messaggi che non potrebbero essere passati esplicitamente in precedenza, per esempio in termini di  nuovi affari in corso. Insomma, come in tutte le faccende di Internet, c’è molto di buono. Ma ci sono anche dei rischi.</p>
<p>Un esempio classico del potenziale di rischio ce lo dà già il telefonino. Provate a lasciare spento il cellulare: amici e clienti vi fanno il terzo grado, se non siete rintracciabili. Ancor di più mogli o fidanzati, che in casi limite vanno a controllare se davvero la batteria è al limite o il credito è esaurito. Abituando il mondo a un’assoluta trasparenza, l’opacità diventa sospetta. Non comunicare, non dire dove siamo e che cosa facciamo (e con chi, facile attraverso l’incrocio degli status o dei posizionamenti su Foursquare) potrebbe presto significare che ciò che non comunichiamo non è comunicabile. Il sospetto. Un po’ come la faccenda delle intercettazioni telefoniche, anche se ci siamo arrivati attraverso un percorso diverso: ora si sostiene perfino che tutti dovrebbero essere intercettati,e i verbali resi pubblici. Chi si oppone ha sicuramente qualcosa da nascondere. Il rifiuto,l’appello alla privacy potrebbe assurgere alla confessione di non essere persona retta, proba, al di sopra di ogni sospetto. Del resto si dice <em>non avere nulla da nascondere</em>, che significa non mettere tendine alle proprie finestre, digitali o reali che siano.</p>
<h5>Amico cliente</h5>
<p>A me, non avendo ovviamente nulla da nascondere, può andare anche bene un regime orwelliano di mancanza di privacy. (Sto mentendo spudoratamente, ma se dicessi il contrario so che instillerei il sospetto di oscuri retroscena e doppie vita censurabili.) Però la questione si fa complicata. Il caso tipico: un cliente o un datore di lavoro ti chiede l’amicizia su Facebook. Ergo l’accesso alla tua vita privata, per cominciare &#8211; qualcosa che non necessariamente ti va di fare. Se gli dici che domani proprio non puoi andare in riunione e dobbiamo trovare un’altra data, può diventare imbarazzante se scopre che gli hai scombinato l’agenda per una cosa così meschina come prenderti un giorno per riordinare la cantina. E non è solo una questione di livelli di privacy, di selezione di quali informazioni rendere visibili a chi, vedi <a href="http://www.joindiaspora.com/">Diaspora</a> e compagni. Se a un cliente attivassi una amicizia di “livello cliente” e quindi gli togliessi la visibilità sulle mie cose private, c’è anche chi potrebbe risentirsi, sulla base che “ormai siamo amici no?”. O peggio: “credevo fossimo amici e ci si potesse fidare l’uno dell’altro”. O ancora peggio: “va bene la privacy, ma se mi nascondi delle informazioni allora vuol dire che hai qualcosa da nascondere?”.</p>
<p>E così, in maniera più allargata, l’impossibilità di celare senza conseguenze informazioni a tutta la rete personale: possono essere i possibili clienti, il mercato, i conoscenti superficiali, i parenti o le persone importanti che è interessante tenersi buone, ma che amici amici non sono. Persone che magari non si prendono il mal di pancia di buttare l’occhio dentro casa nostra, di sbirciare dalla finestra &#8211; a meno che non ci sia una tenda oscurante, nel qual caso diventano immediatamente interessatissimi.</p>
<h5>Personaggi</h5>
<p>Conclusione: se finora i social media sono (anche) stati un modo di raccontare al mondo come siamo davvero, forse domani diventeranno la rappresentazione del nostro personaggio per tenere celata la nostra vera natura; il teatro di una commedia giocata su un palcoscenico digitale dove tutti potrebbero osservarci (e, come sostiene mia madre, già lo fanno, ragion per cui occhio ad avere sempre la biancheria pulita e i calzini senza buchi, che non si sa mai e la gente parla). Dovremo allora gestire la nostra immagine, il nostro personal brand, il nostro percepito sulla base di raffinati script che metteremo in scena online (o commissioneremo a sceneggiatori digitali), per fare la giusta figura con il nostro network. Togliendo sì le tendine dalle finestre, ma sostituendole con un telone su cui proietteremo il film di come dovrebbe essere &#8211; in modo socialmente accettabile ed encomiabile &#8211; la nostra vita.</p>
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