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	<title>Apogeonline &#187; Partito Democratico</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>L&#8217;occasione mancata del pluralismo digitale</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 06:30:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le frequenze date gratis a Rai e Mediaset e l'asta in corso per gli operatori mobili raccontano la solita storia italiana del potere concentrato nelle mani dei soliti noti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che record, l’Italia: è riuscita a trasformare il passaggio al digitale terrestre in un&#8217;occasione di accentramento di potere nelle mani dei soliti noti, invece che in opportunità di pluralismo. Che sarebbe stato l’esito più naturale, visto che il digitale moltiplica i canali disponibili a parità di frequenze. È un bilancio che si può già fare, su due fronti ora incandescenti: quello delle emittenti tv e quello della banda larga mobile. Partirà il 6 settembre, tra le polemiche, il beauty contest che darà gratis frequenze tv alle emittenti, mentre è in pieno svolgimento l’asta che assegnerà agli operatori mobili frequenze di vario tipo, tra cui le più pregiate sono quelle dello spettro 800 MHz, finora usato solo dalle tv.<span id="more-6577"></span></p>
<h5>Beauty contest televisivo</h5>
<p>Quanto deciso dal governo ha scontentato tutti eccetto Rai e Mediaset. Tutte le minoranze, quindi. Contro alcuni aspetti del beauty contest Telecom Italia e Sky <a href="http://www.newslinet.it/notizie/dtt-beauty-contest-al-tar-lazio-dopo-sky-anche-telecom-italia-ricorre-ai-giudici-amministrat">sono andati al Tar del Lazio</a>. Le emittenti locali sono da tempo <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/07/per-azzoppare-le-tv-locali-il-governo-elimina-il-tar/143607/">sul piede di guerra</a> temendo di scomparire con il passaggio al digitale. L’opposizione (PD, con appoggio di Idv e Terzo Polo) ha contestato l’opportunità di regalare le frequenze alle emittenti, in questa contingenza economica, e ha chiesto di trasformare il beauty contest in un’asta. Il PD stima che lo Stato ne avrebbe ricavato 1-2 miliardi di euro, dalle emittenti. La richiesta era contenuta in un emendamento alla manovra finanziaria, bocciato però sabato scorso per un solo voto di scarto.</p>
<p>In questo, il governo (nella persona di Paolo Romani, ministro allo Sviluppo Economico) ha buon gioco a ricordarci che nessun Paese europeo ha fatto aste competitive per le frequenze tv. Secondo il PD, l’Italia poteva fare eccezione visto che si chiedono ora sacrifici straordinari per rintuzzare il debito pubblico. Ma in fondo la questione non era tanto se assegnare le frequenze gratis o a pagamento. Non si dice che la cosa grave è un’altra, segnalata da esperti come Antonio Sassano, docente alla Sapienza e consulente dell’Autorità garante delle comunicazioni per i temi delle frequenze: il governo ha fatto in modo che a Rai e Mediaset andassero un surplus di frequenze e anche <a href="http://www.digiterrestre.com/digitale-terrestre-a-sky-le-frequenze-piu-sfortunate/811/">quelle più pregiate</a>.</p>
<h5>Banda larga mobile</h5>
<p>Sassano aveva proposto, con Paolo Gentiloni (PD), invece di evitare di assegnare due canali (55 e 58) al beauty contest e così avere uno spettro più libero, per risolvere interferenze e contenziosi con le emittenti locali. Risultato delle scelte del governo: sfavorite le emittenti nazionali diverse da Rai e Mediaset, perché finiranno su frequenze più soggette a interferenze; esigenza di risarcire le emittenti locali con 240 milioni di euro sottratti alle già sofferenti casse dello Stato. C’è il rischio infine che alcune locali scompaiano, con danno per il pluralismo, come denunciato nei giorni scorsi da numerosi consigli regionali (Puglia, Toscana, Liguria, tra gli altri). Le locali che perderanno le frequenze saranno costrette a liberarle entro dicembre 2012; possono poi trasformarsi in fornitori di contenuti (su reti altrui), come stabilito dal governo. Ma molte di loro affermano che i tempi sono troppo stretti per riuscirci.</p>
<p>Come Sassano ha detto più volte, il governo non sarebbe stato costretto a togliere tante frequenze alle locali &#8211; per assegnarle agli operatori mobili con l’asta &#8211; se avesse evitato di dare quel surplus di frequenze alle tv nazionali. Il potere si concentra, quindi. Lo si vede anche nell’asta degli operatori mobili. Le frequenze liberate con il passaggio al digitale terrestre (800 MHz) finiranno certo a Telecom Italia, Wind e Vodafone. È incerto persino che 3 Italia si riesca ad aggiudicare qualcosa. È il solo operatore infatti che sta gareggiando solo per un lotto a 800 MHz, dei sei disponibili, come risulta dalle offerte e dai rilanci che ha fatto finora. Gli altri tre mirano invece a ottenere due lotti ciascuno. Serve avere infatti avere due lotti contigui a 800 MHz per ottimizzare la copertura. Se quei tre riusciranno nell’intento, però, non resterà più nessun lotto per 3 Italia.</p>
<h5>Concorrenza vs. qualità</h5>
<p>Peggio ancora per i nuovi entranti: hanno dato forfait. Poste Mobile (operatore mobile virtuale) e Linkem (Wi-Fi e Wimax) erano considerati possibili partecipanti all’asta, ma poi non l’hanno fatto, probabilmente scoraggiati dagli alti prezzi: siamo già intorno ai 2,5 miliardi di euro, calcolate le offerte per tutti i tipi di frequenze. Niente da fare, le reti mobili voce e internet continueranno a svilupparsi intorno ai vecchi nomi. Quale scenario ci aspetta? Per gli utenti di banda larga mobile, le notizie sono tutto sommato positive. Non ci sarà un boom di pluralismo e concorrenza, ma almeno la qualità del servizio migliorerà. Le nuove frequenze consentiranno di migliorare la copertura e la velocità banda larga; daranno risorse opportune a a sviluppare la tecnologia 4G.</p>
<p>Andiamo verso reti mobili multilayer, in cui gli operatori useranno tipi di frequenze diverse a seconda delle varie esigenze del territorio e dei singoli utenti. Sfrutteranno anche quelle a 2.6 GHz, per cui all’asta stanno dimostrando grande interesse: probabilmente intendono utilizzarle per reti indoor (case, uffici) con apparati <em>femtocell</em>. In verità le nuove frequenze avrebbero potuto dare alle reti una qualità anche maggiore, ma pesa di nuovo la scelta del governo di intasare lo spettro per dare tante risorse alle emittenti nazionali. Il risultato è così che il lotto a 800 MHz su canale 61 è a grosso rischio di interferenze (sul 60 ci sarà la tv di Telecom Italia Media, a livello nazionale). Ecco perché è il solo lotto per cui, quando scriviamo, nessun operatore ha ancora fatto offerte, aspettando che il suo prezzo scenda.</p>
<h5>Occasione perduta</h5>
<p>Infine, perché i servizi siano veloci davvero e non solo in teoria, non servono solo frequenze ma anche collegamenti di backhauling tra le antenne e il resto della rete. E il backhauling migliore è in fibra ottica. Peccato allora che ristagnino i progetti per dare all’Italia una rete in fibra estesa a livello nazionale: la società del tavolo Romani <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/02/16/prove-tecniche-di-ngn-forse-ora-si-parte">non è più partita</a> e ora restano solo i piani di Telecom Italia per una rete di nuova generazione. Ennesimo esempio di occasione perduta per vivacizzare il mercato.</p>
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		<title>Un Paese lo riconosci dalle sue frequenze</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/05/03/un-paese-lo-riconosci-dalle-sue-frequenze</link>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2011 06:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I tavoli su cui si giocano le preziose e ambite frequenze nazionali sono almeno cinque, con un governo ancora arroccato a difesa della televisione e qualche nuovo movimento a favore degli investimenti nella rete mobile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Frequenze, specchio dell’anima di un Paese. Specchio che rivela il volto di un vecchio, che chiude gli occhi all’innovazione e preferisce tenerli fissi puntati sulla tivu. Il modo con cui uno Stato assegna le proprie, sempre più preziose, risorse di radiofrequenza dice tantissimo di quali siano le sue priorità. È quindi su questo binario che l’Italia si gioca, nei prossimi mesi del 2011, una parte consistente del proprio futuro di tecnologia e innovazione. È una partita che al momento si gioca su almeno cinque tavoli. Non solo su quello, più noto, del dividendo digitale, lo spettro a 800 MHz liberato con il passaggio alla tivù digitale terrestre. La cattiva notizia è che il governo, nei ministeri direttamente interessati, continua a fare scelte che mettono a rischio l’innovazione. La buona è che forze di segno opposto stanno imparando a gridare, più forte, e a organizzarsi. L’esempio viene in particolare dal movimento <a href="http://www.agendadigitale.org/">Agenda Digitale</a>, da cui stanno sgorgando le prime proposte politiche, per una svolta dell’Italia. Il difficile è imporsi sugli interessi di chi rema in direzione opposta. Il caso frequenze è illuminante perché mai prima d’ora forze di segno diverso, rappresentative del vecchio e del nuovo mondo, si erano affrontate faccia a faccia, contendendosi le stesse risorse.<span id="more-5513"></span></p>
<h5>Il primo tavolo</h5>
<p>Per la guerra degli 800 MHz i due avversari sono, com’è noto, la banda larga e le tivu. Quest’estate è il momento della verità, a proposito. Il governo intende fare il beauty contest, per assegnare nuove frequenze alle tivu entro giugno. Qui ha già fatto scelte che, se confermate, pregiudicherebbero i passi ulteriori della banda larga. Ha stabilito di assegnare due multiplex aggiuntivi alle emittenti nazionali (probabilmente finiranno a Rai e Mediaset). Problema: sono risorse che, se finiscono ora alle tivu, bloccano un tassello importante nel puzzle delle frequenze, rendendo difficile, se non impossibile, un buon esito della partita per lo sviluppo della banda larga. «Per assegnare alle tv quei due multiplex, il governo si trova poi con la coperta troppo corta nell’asta che sarà dopo il beauty contest: quella che, come imposto dall’Europa, servirà a dare dividendo digitale agli operatori banda larga», spiega Antonio Sassano, docente de La Sapienza e padre dell’attuale piano frequenze (redatto da Agcom). Visto che impegnerebbe quei due multiplex a favore delle tivu nazionali, come potrà ricavare le frequenze da assegnare alla banda larga? Togliendole tutte alle emittenti locali, come stabilito. Queste non ci stanno e minacciano ricorsi al Tar; il governo al momento si è chiuso a qualsiasi contrattazione economica con loro.</p>
<p>Si va quindi verso uno scontro. Nessuna sorpresa che già il governo metta in conto <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/04/20/TV_digitale/frequenze_Mediaset_Fedele_Confalonieri_beauty_contest_multiplex_Paolo_Romani_giulio_tremonti_Sky_Italia.html">di rimandare l’asta a fine anno</a>. Asta importante per tanti versi, si noti bene: il ministero dell’Economia prevede di ricavarne 2,4 miliardi di euro. Quelle frequenze sono di supporto inoltre alla banda larga wireless: per potenziare non solo l’Umts/Hspa (verso la <em>Long term evolution</em>) ma anche il Wi-Fi (<a href="http://www.laquadrature.net/wiki/Spectrum_Policy_Programme_Amendments#Amendment_44_.2B.2B">come previsto dalla Commissione europea</a>). E non solo per aumentare la velocità, ma anche per ridurre il digital divide. Ma il governo è disposto a mettere a rischio tutto questo pur di far contente le tivu nazionali con il beauty contest di giugno. Si aspetta a proposito, a giorni, il parere di Bruxelles sul piano dell’Italia: forse l’ultima speranza per evitare pasticci. Specchio dell’innovatività di un Paese, si diceva. Gli Stati Uniti, come la Germania, hanno già fatto l’asta con il dividendo digitale. In questi giorni sta lottando con le emittenti tv per togliere da loro ulteriori frequenze e darle in pasto alla banda larga. Lo sviluppo di internet è la massima priorità, per i Paesi innovativi. Il resto passa in secondo piano. Quel resto che da noi occupa il posto centrale nei salotti.</p>
<h5>Non c&#8217;è solo la televisione</h5>
<p>Sono anche altre le forze del passato, padrone dello status quo, che in Italia rallentano l’innovazione. La Difesa detiene le frequenze 2.6 GHz, che gli organismi internazionali già da tempo attribuiscono alla banda larga. Anche se le tiene di fatto inutilizzate e ora sta contrattando con il Ministero dello Sviluppo economico per cederle. «Ha in mano anche le frequenze intorno ai 60 MHz, che in mano alla banda larga permetteremmo di coprire l’Itlaia con poche antenne. Anche queste sono sottoutilizzate», dice Sassano. Un altro caso sono le frequenze intorno ai 400 MHz, ora destinate in Italia a usi molto particolari («reti private wireless»). «Per esempio, reti private di grossi enti, come le Ferrovie. Che però non le usano. Comincia a circolare, presso organismi come l’Itu (agenzia Onu) l’ipotesi di assegnarle alla banda larga», aggiunge. Risorse preziose sprecate anche le frequenze 1.400 MHz: in questo caso a remare contro la banda larga sono le radio. Sono risorse attribuite a loro, infatti, per fare la radio digitale; ma anche queste sono inutilizzate, in Italia.</p>
<p>Bisognerà vedere come le forze intorno a Agenda Digitale potranno smuovere questo status quo, pesante fardello che l’Italia si porta appresso. Nelle settimane scorse, su sollecitazione di Agenda Digitale, il Partito Democratico ha formulato <a href="http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/113910/le_proposte_del_pd_per_unagenda_digitale_italiana">alcune proposte normative</a>, tra cui si prende di petto anche la questione frequenze. «Per far fronte all’aumento degli accessi a internet da reti radiomobili e realizzare le reti wireless LTE, occorre assegnare con un’asta entro il 2011 le frequenze della banda 800 Mhz liberate dalla transizione della tv dall’analogico al digitale. Questo obiettivo, indicato dal Pd nel 2009 e fino a pochi mesi fa osteggiato dal Governo, si è fatto finalmente strada nella legge di stabilità», si legge nella proposta. «Noi poniamo due condizioni: La prima: a pagare questo “dividendo di spettro” in termini di capacità trasmissiva dovranno essere innanzitutto gli incumbent Rai e Mediaset, la cui posizione dominante non può aumentare ulteriormente grazie al digitale. Non è possibile che mentre si organizza l’asta per le frequenze della banda 800 momentaneamente assegnate a emittenti locali, con il beauty contest sulle frequenze tv si regalino altri due multiplex a Rai e Mediaset. Si tratta di una capacità trasmissiva superflua per gli incumbent della Tv e preziosa per mettere a disposizione frequenze per le emittenti chiamate a liberare la banda 800. La seconda condizione: una parte significativa dei proventi dell’asta dovranno essere usati per investimenti nell’innovazione e nel digitale, come ha chiesto di recente anche la Commissaria Kroes».</p>
<h5>Innovazione</h5>
<p>Non cadiamo in equivoco: il dilemma delle frequenze sono solo un tassello dell’agenda di innovazione che l’Italia dovrà affrontare. Altre proposte sollecitate da Agenda Digitale, che saranno presentate il 10 maggio <a href="http://portal.forumpa.it/">al Forum Pa</a> e che provengono da vari partiti, associazioni e cittadini, si occupano anche di infrastrutture, di alfabetizzazione, di incentivi ai servizi digitali in genere. Ma la storiaccia delle frequenze è esemplare. Ha il pregio di mostrarci limpido il volto del Paese.</p>
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		<title>La creatività autarchica della Fondazione Daje</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 08:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Curioso esempio di satira di sinistra che sbeffeggia esclusivamente la sinistra, s'è formata intorno ai video di Diego "Zoro" Bianchi e ha dato vita a diversi esperimenti di comunicazione tra politica e rete]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nata un paio d’anni fa, in coincidenza con la campagna elettorale di Walter Veltroni, la <a href="http://www.fondazionedaje.com/">Fondazione Daje</a> è un’iniziativa online che mescola molte cose: dai video di Diego “Zoro” Bianchi, già noto in rete e ora da diversi mesi protagonista anche a <em>Parla con me</em> di Serena Dandini su RaiTre, fino alla copertura in streaming di eventi elettorali, alle serate di simpatizzanti del Pd, ma anche alla satira “fuocoamichista” di <a href="http://www.fondazionedaje.com/pattuja/">Pattuja</a>: un foglio in pdf, che richiama nell’impostazione e nella qualità le prime pagine di precedenti fogli satirici. Un’iniziativa, quella della Fondazione Daje, anomala, perché perennemente in bilico fra satira e sentimento di affettuosa – anche se critica – partecipazione politica; di professionismo e di amatorialità. Di citazionismo e di sperimentazione in rete. Proprio per queste sue anomale caratteristiche ne abbiamo parlato con due fondatori, <a href="http://www.webgol.it">Antonio Sofi</a> e <a href="http://zoro.blog.excite.it/">Diego Bianchi</a>, il Zoro televisivo.<span id="more-2209"></span></p>
<p><strong>Che cos’è e com&#8217;è nata la Fondazione Daje?</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> La Fondazione Daje è nata in un momento preciso: Diego Bianchi aveva fatto questa serie di video, <a href="http://www.youtube.com/results?search_query=Tolleranza%20Zoro&amp;search=tag">Tolleranza Zoro</a>, che preesisteva e che era giunta alla <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Ub_LE6f8AcQ">nona puntata</a>. Era una puntata particolare, perché raccontava la fine della campagna elettorale di Veltroni. Lui era sotto il palco di Piazza del Popolo al comizio conclusivo, e a un certo punto, nel tentativo disperato di darsi una spinta almeno alla fine di una campagna un po’ moscetta, tirò fuori questo “daje!”, da sotto, insieme alla gente. Si rivolgeva a Veltroni e gli faceva “Daje, daje, de più, più forte”, anche perché Veltroni era un po’ moscio in quella situazione. Ed era un “daje” per Veltroni, ma era un “daje” di autoconvincimento. Era voglia di esaltarsi, di prendersi un po’ in giro, di convincersi che quello era un vero leader. Ci piacque molto, a me e ad altri che fummo i primi fondatori. Pensammo di crearci intorno un piccolo movimento, ma un movimento solo fra virgolette, perché non ha mai ambito a essere niente se non un momento di “cazzeggio”, per intercettare un sentimento che sentivamo diffuso nella base del Pd.</p>
<p><strong>Le vostre iniziative, infatti, prendono di mira proprio il Pd e le sue contraddizioni. Dal di dentro, visto che siete simpatizzanti. Voi stessi avete usato l’espressione di foglio “fuoco amichista” per Pattuja. Può funzionare una satira dal di dentro, che prende di mira la propria parte? A memoria non me ne vengono in mente altre…<br />
</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Veramente a me ne vengono in mente diverse. In realtà tutta la satira della sinistra ha sempre preso ampiamente in giro la sinistra. Penso a <em>Cuore</em>, penso a <em>Tango</em>.</p>
<p><strong>Certo, ma non nascevano con l’intento di prendersela con la sinistra. L’ironia a sinistra era a complemento. “Hanno la faccia come il culo”, uno degli storici titoli di Cuore non era riferito alla propria parte, per dire. Qui invece, voi non fate proprio satira su Berlusconi, sul centrodestra, e vi concentrate esclusivamente sulla vostra parte politica, quella che sentite più vicina. Con affetto, ma chiaramente. Mi sembra una spinta in avanti di una tendenza autoironica che c’era, è vero, ma che non era mai arrivata a “escludere” dal proprio campo visivo la controparte politica.</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Sì, anche se qui il concetto di “militanza” è un pochino lasco, nella Fondazione. Negli anni abbiamo fatto dei piccoli sondaggi e nessuno aveva la tessera. Non è una vera e propria militanza. È un’appartenenza ideologica, di pensiero, di animo, di cuore, che si esplica in una presa in giro ovviamente affettuosa e vuol essere di pungolo.</p>
<p><strong>DB:</strong> Il prendere in giro soprattutto il Pd è venuto automatico a tutti. Era un periodo particolare. Il partito democratico era talmente paradossale, la situazione talmente confusa. Non ci siamo mai messi con l’intenzione “adesso famo satira”: noi facciamo quello che ci viene e il nostro è il tentativo di essere  costruttivi, seppure con un riso amaro. Ciò che viene apprezzato, anche dalla base, dagli elettori, è comunque il fatto che lo si faccia in maniera autentica e nel tentativo di far passare anche qualche messaggio, qualche contenuto. Con un sorriso, una battuta e cercando di essere meno seriosi, il tentativo è quello di riflettere sulle scelte fatte, sulle strade prese.</p>
<p><strong>AS:</strong> Considera anche che al tempo l&#8217;identità del Pd si stava appena costruendo. C’era confusione su che cosa potesse essere, sul rapporto con i partiti che lo componevano all’inizio. Insomma, era una specie di magma molto divertente di animi, di pensieri, di idee che confliggevano spesso. Dentro c’era una miniera di spunti per riflettere. E poi non ci dimentichiamo il momento di Veltroni,  che è stato un po’ il catalizzatore di molti malumori. All’epoca si diceva spesso che se si fosse fatta una manifestazione con gli elettori del Pd contro il Pd sarebbe stata un successo. Un momento bizzarro, però ci è sembrato di rappresentare un pezzettino del popolo Pd, un po’ digitale, connesso, che non si riconosceva del tutto nel partito.</p>
<p><strong>Anche l’idea di chiamarla Fondazione, credo, rimandi alla moda delle fondazioni politiche che sono spuntate a sinistra (e poi anche a destra) negli ultimi anni…<br />
</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Esatto. All’inizio nell’idea di partito “moscio”, leggero, veltroniano, che si doveva attivare solo per le elezioni, ma che poi sul territorio non c’era, una roba leggera all’americana spuntavano come funghi fondazioni, gruppi di lavoro. Quelle che prima erano le correnti, ora erano la fondazioni. Noi ci siamo chiamati Fondazione per prendere in giro questo fenomeno. La cosa curiosa è che siamo finiti in articoli di giornali e libri sui think-tank della sinistra. C’erano articoli di giornale che ci inserivano davvero nella “galassia” delle fondazioni di sinistra.</p>
<p><strong>I giornali quindi ci son cascati. E i dirigenti hanno avuto qualche reazione?</strong></p>
<p><strong>DB:</strong> Mah, in quando Fondazione Daje, direi di no. Ma considera che anch&#8217; io, che poi son finito su giornali, in televisione, ho fatto fatica a farmi considerare dai dirigenti. Alla fine, visto che poi c’era la telecamera, sono passati ai baci e agli abbracci, ma all’inizio, quando mi son presentato con questo strano oggetto che erano i video, m&#8217;hanno proprio ignorato. Poi questo embargo è finito, anche perché poi davo voce a cose che molti pensavano.</p>
<p><strong>Quanto conta la romanità? Penso a “Daje”, “Pattuja”, altre scelte linguistiche. È anche una satira della romanità che secondo alcuni (penso alle polemiche sul “partito del nord”) è troppo presente nel Pd?</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Noi glielo diciamo a Diego di non parlare romano, però lui non ne vuole sapere. Per la verità, per un periodo, quando abbiamo pensato di darci un po’ di stabilità e di struttura di associazione, avevamo pensato di mettere la sede dell’associazione a Bassano del Grappa. Presso la sede del Pd di Bassano, che era un Pd sfigatissimo assediato dalla destra, dalla Lega. Erano pochi e per questo ci piaceva l’idea di comunicare che avevamo la sede a Bassano del Grappa. Poi non se ne fece niente, anche perché la maggior parte delle persone che ruotano attorno alla fondazione sono di Roma e si nutrono delle cose della politica romana. Però devo dire che sia a livello web sia nell’accoglienza di alcune cose fatte fino a qualche tempo fa, avevamo riscontri da tutta Italia: da Trieste, da Napoli, da Aosta. E anche nell’intenzione erano cose che avevano a che fare con il Pd di tutt’italia.</p>
<p><strong>Ci sono differenze nella libertà di espressione in rete e fuori dalla rete, nei cosiddetti media tradizionali?<br />
</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Mah, noi abbiamo sempre scritto quello che ci pareva, e ci mancherebbe altro che non fosse così. Non so se abbiamo mai fatto della satira offensiva. Non era questo il nostro registro. L’affetto, la costruttività di un&#8217;iniziativa che cercava di trovare un senso al progetto, e che cercava di migliorarla, erano evidenti. Con questa logica da amici che si ritrovano al bar per trovare poi l&#8217;aspetto più divertente, la rete era il modo migliore per pubblicare il progetto. Abbiamo fatto anche degli esperimenti innovativi: ad esempio le dirette web dalle manifestazioni del Pd, io al telefono in streaming con Diego che era lì con la telecamera e faceva da cronista. Eravamo le uniche fonti a raccontare in diretta quello che succedeva, perché non c’erano nemmeno le televisioni e le radio di partito, come YouDem. Ci sono stati eventi che abbiamo coperto solo noi.</p>
<p><strong>A questo proposito: le iniziative vengono create, organizzate più attraverso strumenti di rete (chat, mail) o attraverso incontri di persona?<br />
</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Noi ci riuniamo di persona, nel pub sotto casa di Diego, il Killer Beer. Quello è il nostro quartier generale. E poi ci sono state le <em>Daje Night</em>, a Roma e a Firenze. Un momento dove la piccola comunità attorno al “dajismo” si è incontrata. Sono state serate di una bellezza emotiva che veramente ci è rimasta nel cuore. Dalle prime cento persone che riempivano in piedi una saletta di San Lorenzo per vedere i video di Diego e parlare di politica fino alla notte delle elezioni in cui telefonavamo a Franceschini, Serracchiani, Renzi per avere i risultati in diretta e condividerli con le centinaia di persone che erano lì. Poi non abbiamo più avuto la forza, la voglia di continuare, ma se questo progetto dovesse riprendere vita, ripartirà da questi momenti. Poi le cose online sono fatte soprattutto attraverso strumenti di rete: c’è un basecamp interno dove discutiamo, presentiamo le cose. Abbiamo fatto il sito web, i video (beh, quelli li ha fatti Diego). Poi ci è presa l’idea del giornalino, che riprendeva un po’ l’idea del vecchio ciclostile, anche nel nome, che è una citazione di un vecchio giornale comunista degli anni ’50.</p>
<p><strong>Qual è il futuro della fondazione, se c’è?</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Diego è il leader e deve dare la linea.</p>
<p><strong>DB:</strong> La Fondazione Daje ora come ora è un po&#8217; moscia, ma può resuscitare da un momento all’altro. È vero che con Veltroni chiunque avesse voluto cimentarsi con la satira si sarebbe esaltato. E noi l’abbiamo fatto, effettivamente. In questo momento non ci attira, ma non è perché non ci sia da fare satira. Io per lavoro, perché mi pagano e perché mi va, credo di aver dimostrato che con Veltroni non sono certo finite le occasioni di fare satira o di pungolare il partito democratico. Anche con l&#8217;attuale gestione ci sono stati episodi poco comprensibili, che potevano essere oggetto di satira. Basti pensare al caso Vendola in Puglia o al dopofestival di Sanremo.</p>
<p><strong>C’è stata una fioritura di iniziative satiriche online. Perché?<br />
</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Io penso che ci sia stato negli anni un restringimento dell’offerta di satira nell’editoria tradizionale. Mentre è curiosamente aumenta nella rete. Perché c’è una domanda, evidentemente. La rete non è un mondo altro, la rete fa parte della società. Il bisogno di satira persiste, il re è nudo, raccontare la reazione da parte delle persone a ciò che non ti piace, una risata che sberleffa il potere, è una domanda che esiste a prescindere da chi è al potere. Negli anni scorsi era ampiamente soddisfatta da una produzione che veniva dai media tradizionali: giornali, riviste, molte trasmissioni televisive. Questa sorgente si è seccata ed è difficile oggi trovare dei luoghi dove esprimere questa necessità. E allora, in modo naturale, sono nati spontaneamente luoghi in cui abbeverarsi di satira online.</p>
<p><strong>Perché si è essiccata questa fonte editoriale?<br />
</strong></p>
<p><strong>AS:</strong> Ci ha avvolto una cappa culturale.</p>
<p><strong>DB:</strong> Intanto i giornali adesso fanno fatica a stare in piedi. Lo dico perché alcune esperienze cartacee di satira hanno chiuso perché non erano proprio giustificate. Non perché non funzionassero, ma perché la satira è sempre considerata un po’ minore all’interno di un giornale. Bene o male <em>Emme</em> era un inserto dell’Unità, e dovendo chiudere qualcosa, non è che chiudevano l’Unità. Andando in quella direzione, è chiaro che chiude prima l’inserto satirico.<br />
Non è un caso che adesso l’Unità faccia un tentativo con <em>Virus</em>, e che il Fatto lanci un suo inserto satirico (<em>il Misfatto</em>, ndr): è un giornale in espansione che ha un rapporto forte con la sua comunità, e, a prescindere da quel che uno possa pensare di quel giornale, sta creando un po’ un caso, totalmente in controtendenza nell’editoria italiana. Poi dipende da quanto ci crede chi ci mette i soldi.</p>
<p><strong>Diego, qual è la tua esperienza con la Rai?</strong></p>
<p><strong>DB:</strong> Ormai è un anno e mezzo che sto con loro, mi trovo bene. Fin dall’impatto iniziale, ho sempre fatto le cose che volevo, la satira che volevo. A parte questioni sui tempi televisivi, che sono un po’ più brevi. Il mio proposito era di tenere un livello qualitativo medio-alto. E devo dire, anche in maniera presuntuosa, che ci sono riuscito. Del resto non avevo nulla da perdere, perché di fatto io un lavoro ce l’avevo. Lavoravo in Excite, non è che sono andato io da loro a chiedergli “per favore, fatemi fare i video”. Questo mi dava un po’ di potere contrattuale. Ho chiesto loro di poter fare le stesse cose che facevo per il web. Con lo stesso format, dicendo le cose che dicevo online, senza particolari censure e continuando a metterle anche online, anche in versione un po’ più lunga di quello che andava in onda. Queste condizioni sono state tutte accettate. E quindi ha funzionato.</p>
<p><strong>È interessante che un contenuto pensato per la rete, dove si ritiene che il pubblico sia di nicchia, abbia funzionato anche in televisione, non trovi?</strong></p>
<p><strong>DB:</strong> Sì, e non solo. Ultimamente sto facendo video sempre più lunghi. Non perché l’abbia deciso io, ma perché me lo fanno fare. Nel senso che all’inizio uno rimane più nei tempi televisivi, 5-6 minuti, e io sacrificavo materiale. Il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=coNJ4Jpreog">video</a> che ho fatto in Puglia è durato 11&#8217;40&#8243; ed è andato tutto in onda. Poi online ne ho messi 13&#8242;, perché avevo sette ore e mezza di girato, però va benissimo, vuol dire che funziona. Tieni conto che non è che su queste cose si possa essere molto permissivi. Se ci si rende conto che una cosa non va, non va, non è che te la fanno fare. Quindi sono contento.</p>
<p><strong>AS:</strong> Questo è un aspetto interessante, perché i video di Zoro su YouTube erano di 10 minuti e questa caratteristica ha influenzato la televisione, dove un video di tre minuti è già lungo. Sono una cosa enorme. Però di fatto il web ci ha insegnato che il tempo può essere più lasco, e che 10 minuti, se li riempi di contenuti, vanno via benissimo. Anche nelle recenti campagne elettorali i candidati mettono online video più lunghi di quelli che vanno in tv, c’è una fame di contenuti. Il web ha un po’ insegnato a prendersi i tempi che non sono più quelli della battuta veloce, ma sono i tempi del reportage, 11-12 minuti. Le cose dell’elezione in Puglia, per esempio, non son immagini che vedi tutti i giorni in televisione. Prima le vedevi solo online, adesso sono passate anche in tv. Anche su Fondazione Daje abbiamo fatto qualcosa che richiama la logica autarchica di cui è un esempio Diego, perché alla fine i podcast ce li siamo fatti a casa, lo streaming web ce lo facevamo da casa, Pattuja ce lo facciamo in casa. È una logica che ti permette di provare a restare in quel territorio di margine tra professionismo e amatorialità, dove hai il calore della comunicazione e il piacere di fare le cose per divertimento, ma offrendo un livello alto di qualità. Quando mi chiedo cosa faremo con Fondazione Daje, beh, qualsiasi cosa decideremo di fare cercheremo senz’altro di stare in quel territorio. Senza diventare professionisti né cercando modelli di business che non ci interessano, ma tenendo alta alta la barra della qualità nelle cose che facciamo.</p>
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		<title>Web e voto d&#8217;opinione, da soli non bastano</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 16:37:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Francesco Costa, blogger ed esperto di comunicazione politica, che ha collaborato alla campagna di Scalfarotto. Con lui parliamo dei risultati delle ultime elezioni, e dell'impatto di internet (e dei blog) sulla politica italiana]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/06/035_newqdc_12062009.mp3">Download audio file (035_newqdc_12062009.mp3)</a></p>
<p>Conclusa da pochi giorni la tornata elettorale delle europee e amministrative, in attesa dei ballottaggi e del referendum delle prossime settimane, torniamo sul tema politica e internet, tra blog, sperabili cortocircuiti dentro il territorio e strategie di campagna elettorale dentro e fuori la rete. Ne abbiamo già parlato sotto vari aspetti e punti di vista nelle scorse puntate, pubblicando le interviste a <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/06/scaldiamo-la-politica-con-il-web">Giuseppe Civati</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/13/affinita-e-divergenze-tra-obama-e-noi">Paolo Guarino</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/20/il-web-per-sentire-lopinione-pubblica">Edoardo Colombo</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/27/il-canale-che-non-puoi-delegare">Lucia De Siervo</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/03/la-politica-aggregata-che-decide">Stefano Peppucci</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/10/facebook-la-politica-e-il-passaparola">Dino Amenduni</a>, <a href="http://blog.stefanoepifani.it">Stefano Epifani</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/05/i-video-di-zoro-dal-web-alla-tv-e-ritorno">Diego Bianchi</a>. A partire proprio dai risultati delle elezioni, ne parliamo con <a href="http://www.francescocosta.net/">Francesco Costa</a>, blogger e esperto di comunicazione politica, collaboratore de L&#8217;Unità e Internazionale, che ha collaborato alle campagne comunicative e politiche di <a href="http://www.ivanscalfarotto.it">Ivan Scalfarotto</a> – che hanno puntato su alcuni strumenti web, dal blog di lunga data a YouTube, nel tentativo di intercettare (anche) un certo tipo di voto d&#8217;opinione fuori dalle logiche di partito.<span id="more-652"></span> «<em>Due cose si sono verificate, una ce l&#8217;aspettavamo, una ci ha sorpreso. Quella che ci aspettavamo è che il voto di opinione cui puntavamo – ovvero il voto della persona che legge i giornali e i blog, e che alla fine di un lungo percorso si informa e decide per chi votare – era un voto molto arrabbiato con il Pd, difficile da strappare ad altre scelte di voto. Quella che non ci aspettavamo è la percentuale bassa degli elettori del Pd che hanno espresso una preferenza: la preferenza è andata soprattutto a candidature molto legate al territorio o portate dal partito. Il web poco ha potuto, da solo: ci voleva anche l&#8217;appoggio dei media tradizionali, che permettono alla candidatura &#8220;d&#8217;opinione&#8221; di farsi conoscere dal più ampio numero di persone</em>».</p>
<h5>Questione di aspettative</h5>
<p>Più in generale. In queste elezioni, le aspettative (alte) del Popolo delle Libertà hanno fatto gridare alla sconfitta, e quelle (basse) del Partito Democratico alla vittoria, ma non è così: «<em>Non sono sollevato dal bagno di sangue che non c&#8217;è stato. Il Pdl non è arrivato al 40% dei proclami della vigilia, Il Pd ha avuto un collasso tremendo ma eravamo pronti ad un risultato anche peggiore: lo sbaglio è pensare di potersi cullare su questi risultati, non dobbiamo farci ingannare dal fatto che non c&#8217;è stata l&#8217;apocalisse che temevamo. Anche alla luce della vittoria della Lega, del raddoppio dei risultati del partito di Di Pietro e della avanzata della destra nelle amministrazioni locali, che sono state in passato il fiore all&#8217;occhiello della sinistra sul territorio. Poi, il Pd locale ha sofferto dell&#8217;effetto degli errori e dei problemi del Pd nazionale: c&#8217;è una disaffezione notevole anche tra gli elettori stessi, che è un problema che prima o poi verrà a galla anche con risultati peggiori del 26% se non si pone rimedio in qualche modo</em>».</p>
<h5>Internet a braccetto del territorio</h5>
<p>Internet potrebbe essere una soluzione, a patto che non si dimentichi quanto è ancora importante stare sul territorio: «<em>Ancora adesso Internet non ha la massa critica per cambiare le sorti di una elezione politica, in Italia. Almeno per quanto riguarda blog, blogger e varie nicche di avanguardia online. Mentre invece qualcosa sta cambiando da quando esiste Facebook e una grande quantità di persone che prima più o meno ignoravano gli strumenti partecipativi della rete si è riversata online sui social network: ora c&#8217;è qualche margine di manovra comunicativa in più rispetto al passato. E comunque, a prescindere dall&#8217;efficacia attuale, la tendenza verso i nuovi media sembra inesorabile: partiti e i candidati farebbe bene posizionarsi per tempo sui nuovi media, capirli e usarli. Cercando di evitare di arrivare alla macchietta di chi pensa che, con internet, non è più necessario andare sul territorio: questo non lo crede nessuno</em>».</p>
<h5>Due campagne: Scalfarotto e Serracchiani</h5>
<p>Tra territorio, media tradizionali e web, ecco come è andata la campagna di <a href="http://www.ivanscalfarotto.it">Ivan Scalfarotto</a>, candidato/blogger per il Pd nella circoscrizione Nord-ovest: «<em>La campagna non è andata bene: Ivan ha preso 22 mila e passa voti, meno di quanto ci aspettavamo, e non è risultato tra gli eletti. La campagna però è stata divertente: con le preferenze, il candidato decide autonomamente cosa fare, c&#8217;è molto più spazio all&#8217;inventiva e alla creatività. Su internet abbiamo utilizzato innanzitutto il blog, attivo da più di quattro anni: il miglior programma politico che potevamo scrivere, un plusvalore di contenuti messo a disposizione di chi volesse informarsi sulle idee del candidato, peraltro stratificate negli anni. Poi abbiamo usato i social network, prodotto e messo online dei video più o meno divertenti che ambivano a diventare viral, e così via: tutte cose che accompagnano il lavoro sul territorio che però non deve mai mancare. Lo dimostra il caso della campagna di <a href="http://www.serracchiani.eu/">Debora Serracchiani</a>, candidata eletta nella circoscrizione nord-est, che è riuscita a &#8220;saldare&#8221; voto d&#8217;opinione, &#8220;sensibilità&#8221; della rete (che ha fatto emergere il famoso discorso), talento del candidato e l&#8217;appoggio del partito e del territorio</em>».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li>Il blog di <a href="http://www.francescocosta.net">Francesco Costa</a>; il sito de <a href="http://www.imille.org">I Mille</a></li>
<li>Il sito di <a href="http://www.ivanscalfarotto.it/">Ivan Scalfarotto</a>; il sito di <a href="http://www.serracchiani.eu/">Debora Serracchiani</a></li>
</ul>
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		<title>La politica aggregata, che decide</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Apr 2009 06:52:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Stefano Peppucci, fondatore di Dol e del network di blog Il Cannocchiale. Politica e web, tra personalizzazione e aggregazione, e elettori che vogliono partecipare – anche forse al momento decisionale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/03/027_newqdc_20090403.mp3">Download audio file (027_newqdc_20090403.mp3)</a></p>
<p>Continuiamo la serie di conversazioni intorno alla politica e al web: dai blog a Facebook, fino all&#8217;idea della necessità del ritorno al territorio &#8211; o quantomeno di un cortocircuito più virtuoso tra on- e offline. Dopo le interviste a <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/06/scaldiamo-la-politica-con-il-web">Giuseppe Civati</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/13/affinita-e-divergenze-tra-obama-e-noi">Paolo Guarino</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/20/il-web-per-sentire-lopinione-pubblica">Edoardo Colombo</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/27/il-canale-che-non-puoi-delegare">Lucia De Siervo</a> questa settimana è la volta di Stefano Peppucci, uno dei soci fondatori di <a href="http://www.dol.it">Dol</a> e del network di blog <a href="http://www.ilcannocchiale.it/">Il Cannocchiale</a>, che si è spesso occupato di campagne politiche online, e dei politici: «Avere un blog non può essere l&#8217;impiego, l&#8217;occupazione principale del politico durante la giornata: non credo sia corretto aspettarsi che il politico stia tutto il tempo connesso a curare il proprio blog. La rete però non è un luogo automatico, non basta accendere un faro nella Rete e tutto avviene quasi magicamente: bisogna starci, e starci di persona, e utilizzarlo come gli utenti sono abituati a farlo».<span id="more-534"></span></p>
<p>Gli strumenti della comunicazione politica si sono allargati anche ai social network come Facebook: «Facebook è un cugino del blogging in Rete, anche se ha un approccio alla rete più semplice: è un luogo in cui in qualche modo si può passare del tempo, in connessione con altre persone – senza dover necessariamente produrre qualcosa, mantenere un blog è una attività più impegnativa. Facebook ha aiutato l&#8217;avvicinamento delle persone alla Rete, ma anche dei politici agli elettori, in un contesto più ameno e meno ingessato dei classici blog». La comunicazione politica ha bisogno di aggregazione, di luoghi di aggregazione: «Luoghi ufficiali come il PdNetwork danno innanzitutto un problema di dignità di contenuti che appaiono, non una questione di tematiche o di contenuti – ma non ci sono stati pensieri soppressi per scomodità o perché contrari alla linea del partito. Alla qualità della discussione si contrappone lo svantaggio di questo modello, ovvero che diventa un luogo più lento, ingessato, e questo può rallentare la vivacità della discussione. Un elemento di distinzione per il futuro potrebbe essere: cercare di coinvolgere gli utenti, gli elettori, nella vera e propria decisione politica».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li>Il sito di <a href="http://www.dol.it">Dol</a></li>
<li>Il blog network de <a href="http://www.ilcannocchiale.it/">Il Cannocchiale</a>; il <a href="http://partitodemocratico.gruppi.ilcannocchiale.it/">Pdnetwork</a></li>
</ul>
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		<title>Neutralità della rete, la resa dei conti</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 08:05:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Contro il fiorire di disegni di legge repressivi, l'opposizione propone un testo in difesa dei pilastri della internet e di stimolo alla diffusione della connettività in Italia. Due schieramenti opposti e spesso inconciliabili, sempre più vicini al confronto decisivo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È come poco prima dei calci di rigore, in una finale: la tensione dai palchi è al massimo e la contrapposizione tra opposti gruppi che rumoreggiano si fa nettissima. Siamo alla resa dei conti, infatti, su un tema che è balzato di colpo dalle private stanze degli addetti ai lavori ai fari della politica. Anche in Italia. Perché di <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/05/neutralita-della-rete-la-trasparenza-e-fai-da-te">neutralità della rete</a> non si è mai parlato così tanto, da noi, come in questo periodo. Nel giro di pochi giorni abbiamo avuto una <a href="http://unaleggeperlarete.wordpress.com/">proposta di legge</a> dal Partito Democratico, che è la prima in Italia (e forse anche nel mondo, a detta degli esperti) a parlare esplicitamente di difesa della neutralità della rete. Si contrappone esplicitamente alle <a href="http://www.apogeonline.com/filirossi/leggi-internet">tante proposte</a> che sono arrivate dal Popolo delle Libertà, a raffica nei giorni scorsi. E anche il loro rapido succedersi rivela la crescente attenzione della politica (nel bene o nel male) per internet, sebbene senza rinunciare alle solite incomprensioni e agli equivoci (come quello di definire internet luogo di anarchia, senza regole, dove scorazzano liberi pirati e pedofili, come <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/03/27/Policy/luca_barbareschi_pedofilia_Domenico_Vulpiani_facebook_Gigi_Tagliaferri_Ernesto_Caffo.html?utm_source=infomail&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=Dailyletter+n.1381+del+27+marzo+2009">ribadito nei giorni scorsi</a> ancora una volta da Barbareschi.<span id="more-531"></span></p>
<p>Forse hanno ragione <a href="come Massimo Mantellini http://www.mantellini.it/?p=6555">quei commentatori</a> che vedono, nella proposta del PD, il gioco facile di chi scrive belle parole nella certezza che mai si trasformeranno in legge. D’altro canto, però, è una proposta che arriva sull’onda di un fenomeno, e che è quindi figlia del proprio tempo: magari di per sé sarà poco efficace, sul piano pratico, ma risponde all’esigenza di creare una coalizione più netta intorno alla difesa dei principi della rete. E così che nei giorni scorsi è nato anche <a href="http://www.amointernet.it/about">Amointernet.it</a>, che «riassume le idee e le posizioni di un gruppo di persone, professionisti, appassionati, cittadini che ritengono che Internet e l’innovazione in generale facciano parte del futuro dell’Italia». Molti di questi principi sono in linea anche con le posizioni di <a href="http://nnsquad.it/">NNsquad Italia</a>, neo nata organizzazione che sta venendo sempre più allo scoperto e che nei prossimi mesi si presenterà ufficialmente al pubblico. Si sa che la gente sente il bisogno di alzare gli scudi solo quando sente scoccare dall’altra parte le frecce. Questo grande movimento di idee e di persone è quindi il risultato del fatto che si stanno consolidando due lobby politiche e di addetti ai lavori. Una a favore di nuove regole per internet, l’altra per la tutela e la riaffermazione delle attuali. Questa seconda fazione mira a mettere le regole nero su bianco, sancite nelle norme dello stato. Finora invece principi fondanti come la neutralità della rete sono stati tutelati soprattutto dalla consuetudine.</p>
<p>L’agitarsi di parole e di proposte in terra italiana fa da sostegno a qualcosa che però sarà probabilmente deciso in sede istituzionale europea. La neutralità della rete è del resto un tema troppo vasto, con ricadute sull’economia internet mondiale, per poter essere affidato a legislatori di un singolo Paese. Il 31 marzo Bruxelles voterà emendamenti che vorrebbero dare agli operatori la possibilità di intervenire sul traffico dei propri utenti con libertà e poteri mai esercitati finora. Anche in Europa si assiste al balletto di opposte fazioni: Google, Yahoo!, Skype e eBay <a href="http://punto-informatico.it/2585021/PI/News/non-lasciare-che-rete-diventi-tv.aspx">hanno scritto</a> a Bruxelles contro questi emendamenti, osteggiati anche da Scambio Etico, come <a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/hrubrica.asp?ID_blog=2">segnala</a> Anna Masera su La Stampa. Guido Scorza <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=677">nota invece</a> che il parlamento europeo ha approvato una raccomandazione contro censure e minacce fatte dai governi contro la libertà di espressione in internet. A conferma che la partita si gioca soprattutto a livelli europei. Ciò non toglie che serva anche l’apporto dei gruppi d’opinione dei singoli Paesi per decidere le sorti della battaglia finale. Un po’ come fanno i supporter che seguono la propria squadra, sostenendola, nei derby giocati in stadi internazionali.</p>
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		<title>Scaldiamo la politica con il web</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2009 10:18:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quinta di copertina]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[discussione]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Civati]]></category>
		<category><![CDATA[organizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[Pd]]></category>
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		<category><![CDATA[relazione]]></category>
		<category><![CDATA[sezioni]]></category>
		<category><![CDATA[testamento biologico]]></category>

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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Giuseppe Civati, blogger, consigliere regionale del Pd in Lombardia, co-autore di un libro su Facebook. Parliamo dell'uso del web in politica: chi lo teme, chi lo nega e chi cerca di tirarne fuori il meglio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/03/023bis_newqdc_20090306.mp3">Download audio file (023bis_newqdc_20090306.mp3)</a></p>
<p>La politica sul web, e sui blog? O la politica nei circoli, sul territorio? Le ultime vicende politiche &#8211; soprattutto legate agli ultimi giorni di fuoco del Pd, che in dieci giorni è passato attraverso una assemblea costituente e un nuovo segretario (Franceschini) &#8211; hanno rimesso al centro dell&#8217;attenzione il complicato e ancora poco risolto rapporto tra web e politica. I blog, il web sociale, i social network: servono o non servono? Sono troppo polemici e distruttivi, una politica da poltrona che non cambia le cose e rappresenta solo se stessa &#8211; come hanno affermato tra le righe alcuni politici recentemente? O possono servire per riportare una politica tropo fredda e distante vicino a chi, sempre di più, usa internet per lavorare, informarsi, stringere relazione e fare politica &#8211; appunto? Ne parliamo con <a href="http://civati.splinder.com">Giuseppe Civati</a>, consigliere regionale del Pd in Lombardia e blogger di lunga data, negli ultimi giorni al centro dell&#8217;attenzione per un sondaggio online che lo dava tra i leader Pd preferiti dopo le dimissioni di Veltroni (insieme ad un emblematico &#8220;uomo nuovo&#8221;). <span id="more-478"></span>Secondo Civati la contrapposizione tra politica sul web e politica tradizionale è un falso problema: «Bisogna portare fuori dal web le cose politiche, fare in modo che una mobilitazione su Internet possa diventare una occasione di confronto nella società. I blog possono scaldare la comunicazione della politica: renderla un po&#8217; più semplice, più immediata, con un linguaggio più familiare. E dobbiamo anche abbandonare il clichè secondo cui su internet ci vanno solo quelli che hanno un dottorato di ricerca: il web sociale è sempre più di tutti&#8230; del resto quando cerchiamo un ristorante andiamo su internet, non vedo perché non possiamo farlo per la politica». Sul web si fa politica, ci sono coordinatori di circoli, amministratori, eletti, semplici militanti: «C&#8217;è un bisogno di comunicazione e coinvolgimento politico che non è rappresentato dalle strutture convenzionali del partito. La Rete in questo senso sopperisce spesso a una mancanza di coinvolgimento ufficiale: quando un territorio non viene mai consultato o coinvolto, allora va in Rete a parlarne, a discuterne – in maniera netta, decisa, qualche volta rabbiosa. Questo spaventa, ma è anche una risorsa e una ricchezza».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li>Curzio Maltese, I Giovani del Pd, una serie di interviste di Curzio Maltese su Repubblica (<a href="http://civati.splinder.com/">Giuseppe Civati</a>, <a href="http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/politica/partito-democratico-27/giovani-pd-2/giovani-pd-2.html" target="_blank">Sandro Gozi</a>, <a href="http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/politica/partito-democratico-27/giovani-pd-3/giovani-pd-3.html" target="_blank">Maurizio Martina</a>, <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/03/02/io-una-persona-normale-nella-casta-se.html" target="_blank">Elisa Meloni</a>, <a href="http://www.associazione360.it/contenuti/la_sfida_sui_nomi_ha_stufato_al_congresso_gara_di_idee" target="_blank">Francesco Boccia</a> e <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/03/04/basta-autogol-nel-nord-est-ora-di-parlare.html" target="_blank">Marta Meo</a>). L&#8217;<a href="http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/partito-democratico-28/maltese-parole/maltese-parole.html" target="_blank">articolo conclusivo</a> di Maltese che riassume.</li>
<li><a href="http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/politica/partito-democratico-27/diamanti-1mar/diamanti-1mar.html">Gli ex-voto del Pd esuli in Italia</a>, una mappa di Ilvo Diamanti, e <a href="http://www.repubblica.it/2007/02/rubriche/bussole/esuli/esuli.html">Gli esuli a volte ritornano</a></li>
<li>Il blog di <a href="http://civati.splinder.com/">Giuseppe Civati</a>, e <a href="http://www.civati.it">sito</a></li>
<li>&#8220;<a href="http://bcdeditore.it/product.php?productid=16419&amp;cat=0&amp;page=1&amp;featured">L&#8217;amore ai tempi di Facebook</a>&#8220;, il libro scritto con <a href="http://mattiacarzaniga.wordpress.com/">Mattia Carzaniga</a>, Baldini e Castoldi</li>
</ul>
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