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	<title>Apogeonline &#187; partecipazione</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Wikileaks fa bene o male all&#8217;open government?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/13/wikileaks-fa-bene-o-male-allopen-government</link>
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		<pubDate>Thu, 13 Jan 2011 07:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ernesto Belisario</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[La semplice pubblicità delle informazioni non è trasparenza, se non c'è partecipazione e collaborazione da parte delle opinioni pubbliche. Ma questa vicenda fa riflettere profondamente sulle anacronistiche strategie di riservatezza degli Stati contemporanei]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’8 dicembre 2010 è stata una data molto particolare: negli Stati Uniti si è celebrato un anno dalla <a href="http://www.whitehouse.gov/sites/default/files/omb/assets/memoranda_2010/m10-06.pdf">Direttiva Obama</a> in materia di open government, atto importantissimo non solo perché costituisce il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/23/open-government-non-perdiamo-altro-tempo">manifesto</a> di questa nuova prassi amministrativa, ma perché ha fornito un impulso decisivo alla diffusione in numerosi altri Paesi del mondo di modelli amministrativi improntati alla trasparenza, partecipazione e collaborazione con i cittadini. L’anniversario è stato celebrato con una <a href="http://www.whitehouse.gov/photos-and-video/video/2010/12/08/open-questions-first-anniversary-open-government-directive?v=accessibility">live chat</a> in cui il <em>team</em> della Casa Bianca ha rivendicato i <a href="http://www.whitehouse.gov/open/around">risultati ottenuti</a> in termini di apertura dell’Amministrazione, di risparmi conseguiti e  di impulso all’economia dell’immateriale (con più di mille applicazioni  create grazie alla liberazione dei dati pubblici), riconoscendo che se molto è stato fatto, la strada da percorrere verso la  trasparenza totale è ancora lunga.<span id="more-4620"></span></p>
<p>Per uno strano caso, la ricorrenza è caduta proprio nel periodo del massimo clamore destato dalle rivelazioni di <a href="http://wikileaks.nl/">Wikileaks</a><em> </em>e dalla pubblicazione di documenti (i cosiddetti <a href="http://blog.terminologiaetc.it/2010/12/02/significato-diplomatic-cable/">cablogrammi</a>) contenenti informazioni riservate della diplomazia statunitense. Il <a href="http://www.stilografico.com/2010/12/09/wikileaks-raccolta-di-domande-e-risposte/">fenomeno Wikileaks</a> è stato ritenuto da molti un evento epocale nella storia delle<a href="http://edip.diplomacy.edu/node/118"> relazioni diplomatiche</a> e del <a href="http://www.internazionale.it/?p=24266">giornalismo</a>, e nell’opinione pubblica si è aperto un vivace e partecipato dibattito intorno alla domanda <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/12/13/wikileaks-e-un-bene-o-un-male-punti-di-vista">se Wikileaks sia un bene o un male</a>. Nelle ultime settimane sono in tanti a chiedersi anche se l’operato dell’organizzazione guidata da Assange possa danneggiare l’open government, rallentandone la marcia.</p>
<h5>Un boomerang per l’open gov?</h5>
<p>Di primo acchito, potrebbe sembrare che le rivelazioni di Wikileaks possano nuocere alla causa del movimento open. Innanzitutto, a essere colpito è proprio il Paese che più di tutti si era fin qui impegnato in strategie di open gov<em>,</em> utilizzando le nuove tecnologie e gli strumenti del <a href="http://www.govtech.com/security/Pentagon-Embraces-Web-20-in-Social.html">Web 2.0</a> per la gestione della conoscenza e la comunicazione con i cittadini, anche nel settore diplomatico e della difesa. Ora, a causa del <em>Cablogate</em>, tali strategie potrebbero essere gravemente compromesse: come noto, il materiale pubblicato da Wikileaks proviene da un network della difesa americana chiamato <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/SIPRNet">Siprnet</a> (ironicamente, <em>Secret Internet Protocol Router Network</em>) nato negli anni ’90 e rivitalizzato dopo l’11 settembre 2001 in modo da consentire la trasmissione di documenti riservati nell’ambito dell’amministrazione statunitense. Vi avevano accesso circa <a href="http://www.bbc.co.uk/news/world-us-canada-11863618">2 milioni e mezzo di dipendenti federali</a>.</p>
<p>Questa fuga di notizie ha sicuramente incrinato la fiducia delle altre diplomazie, ma anche quella dei cittadini, sia in relazione alle scelte effettuate dal Governo sia in relazione all’incapacità di proteggere la riservatezza dei propri dati. La prima risposta dell’Amministrazione americana, ed è comprensibile, è stata quella di avviare un processo che dovrebbe portare alla revisione delle regole di segretezza delle informazioni. Il rischio è che vi sia una marcia indietro, che gli Stati Uniti si chiudano. Non solo: il fenomeno Wikileaks potrebbe rappresentare una facile scusa per tutti coloro che già non vedevano di buon occhio la liberazione dei dati, rafforzando l’inclinazione tipicamente burocratica al controllo delle informazioni.</p>
<h5>Wikileaks non è open gov</h5>
<p>E invece, a un esame più approfondito, il caso Wikileaks può essere positivo per l’affermazione dell’open government. Sia chiaro: al contrario di quanto <a href="http://twitter.com/%23%21/dominiccampbell/status/8966937564422144">ha sostenuto qualcuno</a>, Wikileaks non ha nulla a che vedere con l’<em>open data</em>. Recentemente <a href="http://www.huffingtonpost.com/alexander-howard/tim-bernerslee-on-wikilea_b_798671.html">lo ha spiegato</a> lo stesso Tim Berners-Lee affermando che open government non significa solo pubblicità delle informazioni pubbliche, ma anche partecipazione e collaborazione. Berners-Lee ha poi chiarito che non può parlarsi di trasparenza per Wikileaks, poiché in questo caso si è trattato soltanto di rivelazione di informazioni riservate. La fuga di notizie riservate è fonte del giornalismo investigativo, ma non dell’open government; infatti, un’amministrazione davvero aperta è quella che pubblica spontaneamente i propri dati, intavolando una costante discussione con i cittadini, in modo da sentire quello che hanno da dire per prendere le decisioni più adeguate.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/VU85CudL2GM?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/VU85CudL2GM?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<h5>Il cittadino non è un bambino</h5>
<p>Tuttavia, quanto accaduto deve indurre i governi, invece che a chiudersi, a essere ancora più trasparenti, adottando proprio strategie di open government. La questione non è tanto se la fuga di informazioni segrete possa mettere in crisi le relazioni tra i Paesi (non sembra essere successo); al contrario, il rischio che si corre nascondendo ai cittadini la realtà sulle situazioni diplomatiche e sulle guerre (che pure pagano e subiscono) è di determinare un’asimmetria informativa, inaccettabile per i regimi democratici. A bene vedere, non è in gioco nemmeno la sicurezza degli Stati (a giudizio dei più, nessuna delle informazioni rivelate ha messo in pericolo la pace mondiale), ma è in discussione il diritto dei cittadini di sapere cosa fa chi li governa, se esista &#8211; cioè &#8211; un diritto all’accesso anche all’informazione diplomatica.</p>
<p>In queste settimane sono stati forniti pareri contrastanti in merito all’eticità e alla legittimità dell’operato di Assange e della sua organizzazione. Ebbene &#8211; a prescindere dalla circostanza per cui non risultano azioni giudiziarie intraprese nei confronti di Wikileaks per la pubblicazione dei cablogrammi &#8211; la domanda che va posta è la seguente: è legale e eticamente corretto, da parte dei Governi, tenere riservate queste informazioni all’opinione pubblica? Il diritto di accesso all’informazione è ormai riconosciuto dal diritto internazionale e dalle legislazioni di circa 80 Paesi (Stati Uniti inclusi) che &#8211; sia pure con diverse gradazioni &#8211; attribuiscono ai cittadini il diritto di conoscere cosa fanno i loro governi; questo principio si applica non solo agli affari interni degli Stati, ma anche a quello che fanno a livello internazionale (con le ovvie e limitate esclusioni in materia di sicurezza nazionale).</p>
<h5>Vecchia diplomazia</h5>
<p>Per questo motivo <a href="http://www.elpais.com/articulo/internacional/derecho/informacion/diplomatica/elpepuint/20101206elpepuint_21/Tes%23%253Fctn%253DvotosD%2526aP%253Dmodulo%25253DEVN%252526params%25253Did%2525253D20101206elpepuint_21.Tes%25252526fp%2525253D20101206%25252526to%2525253Dnoticia%25252526te%2525253D%25252526a%2525253D5%25252526ov%2525253D25">c’è chi sostiene</a> che sono innanzitutto i Governi che si sono comportati illegalmente (o comunque in modo eticamente non condivisibile), nascondendo non agli altri Stati, ma – soprattutto &#8211; alla propria opinione pubblica le informazioni relative alle attività diplomatiche. Il principio cardine di molte legislazioni, che l’open government dovrebbe contribuire a consolidare, è che per le attività di governo la trasparenza è la regola e il segreto l’eccezione. Il feticcio della confidenzialità delle informazioni diplomatiche rappresenta uno degli ultimi fortini burocratici da espugnare; in tanti (tra i sostenitori della segretezza delle informazioni del settore pubblico) ritengono che i cittadini vadano trattati &#8220;come bambini” che è meglio non sappiano nulla (come ha scritto <a href="http://blogs.lexpress.fr/attali/2010/12/06/verbatim/">Jacques Attali</a>).</p>
<p>Al contrario, uno dei principali meriti di Wikileaks consiste nell’aver dimostrato che lo schema delle relazioni internazionali basato sul segreto è nato in un contesto ormai superato (gli Stati del diciannovesimo secolo) e non è più adatto alle nazioni democratiche del ventunesimo secolo in cui la sovranità appartiene ai cittadini, che hanno il diritto di sapere cosa fanno i loro Governi, per loro conto, e di misurarli su questo. È quindi auspicabile che Wikileaks rappresenti la fine della diplomazia, della vecchia diplomazia, a vantaggio di un nuovo modello di relazioni basato sulla trasparenza e sulla fiducia. Infatti è fondato ritenere che se molte informazioni non fossero state occultate, Wikileaks non sarebbe esistito; il <em>Cablogate</em> non rappresenta una patologia, ma al contrario un sintomo del fallimento delle politiche governative di negazione del diritto dei cittadini di essere informati, una risposta creativa alla mancanza di trasparenza.</p>
<h5>Trasparenti e sicuri</h5>
<p>Il cammino verso la trasparenza totale appare inarrestabile, basti pensare all’evoluzione che le normative in materia hanno avuto nel mondo negli ultimi cinquant’anni; l’esperienza degli ultimi anni, inoltre, ha dimostrato come le nuove tecnologie e la loro sempre maggiore diffusione abbiano determinato una crescita della domanda di trasparenza da parte dei cittadini, domanda che attacchi terroristici e crisi economiche non sono riuscite a fiaccare. Di conseguenza, se i Governi continueranno a custodire gelosamente le informazioni relative al proprio operato, fenomeni come quello di <em>Wikileaks</em> non rimarranno isolati; al contrario, se le Amministrazioni si apriranno realmente, consentendo ai cittadini di verificare quello che fanno è verosimile che saranno apprezzate per quello che di buono hanno fatto e che saranno giustificate per gli errori, accrescendo fiducia e credibilità nelle istituzioni.</p>
<p>Un altro aspetto positivo della vicenda Wikileaks è quello di concentrare la riflessione sugli aspetti relativi alla privacy e sicurezza nell’ambito delle strategie di open government; infatti, sostenere la trasparenza non significa che non debbano più esistere informazioni segrete o riservate, come quelle relative ai singoli e alla loro vita privata,  alcuni segreti circa le operazioni militari in corso e le attività di sicurezza, le informazioni relative alle trattative con altre diplomazie. Al di fuori di queste ipotesi, però, non devono esservi eccezioni rispetto alla regola generale di trasparenza, anche perché le regole già adottate (anche <a href="http://radar.oreilly.com/2010/11/samantha-power-on-transparency.html">negli Stati Uniti</a>) pongono molta attenzione sulle cautele da adottare per ridurre al minimo i rischi di diffusione delle informazioni riservate. Perché tutti hanno diritto ad avere qualche segreto, anche gli Stati, ma i Governi non hanno più il diritto di tenere tutto segreto.</p>
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		<title>Connessi e trasparenti gli uni agli altri, un caso</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/11/connessi-e-trasparenti-gli-uni-agli-altri-un-caso</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 07:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[adozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Comitato Diritto Origini Biologiche]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia Emiliani]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[La punizione dei 100 anni]]></category>
		<category><![CDATA[partecipazione]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla ricerca delle proprie radici e dei familiari sconosciuti: grazie a Facebook un gruppo di figli adottivi condivide esperienze e fa fronte comune contro i norme troppo restrittive]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando pensiamo alle forme diffuse di aggregazione e di partecipazione in Rete,  come i gruppi di Facebook, spesso ci vengono in mente modalità di adesione superficiale a tematiche vaghe e generiche quando addirittura non banali. L’adesione sembra ridursi, talvolta, a un semplice gesto de-responsabilizzato mosso dal piacere relazionale (chi mi ha invitato al gruppo) o di intrattenimento (la tematica proposta è divertente) più che essere la manifestazione di una <em>causa</em> sposata con alta vocazione capace, poi, di tradursi in qualche forma di <em>azione</em>.<span id="more-3395"></span></p>
<h5>Partecipazione</h5>
<p>D’altra parte se il 54,6% degli utenti Italiani (<a href="http://www.censis.it/20?resource_144=93099&amp;relational_resource_146=93099&amp;relational_resource_400=93099&amp;relational_resource_404=93099&amp;relational_resource_147=93099&amp;relational_resource_406=93099&amp;relational_resource_407=93099&amp;relational_resource_408=93099&amp;rel">dati dell’ottavo rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione</a>) fa parte di gruppi di interesse o ha preso parte a sottoscrizioni apparse su Facebook solo il 10% ha effettivamente partecipato a eventi sociali (di informazione o intrattenimento) e manifestazioni politiche di cui è venuto a conoscenza tramite questo sito di social network. Come dire: ci sono <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2010/08/03/fuori-dalla-piazza-la-consistenza-della-mobilitazione-in-rete/">molti dubbi sulla “consistenza” delle forme di adesione su Facebook</a>, forme che raramente hanno la capacità di “andare in piazza”, di tradursi in un modo di rappresentare concretamente problematiche o di suscitare conseguenze nella realtà politica, giuridica eccetera.</p>
<p>Eppure le potenzialità dei gruppi su Facebook vanno oltre la pura dimensione espressiva o ludica. Le possibilità di auto-organizzazione di un gruppo, di raccordo e messa in connessione tra  cittadini portatori di interessi particolari, di <a href="../webzine/2010/08/05/il-dibattito-sul-bavaglio-e-la-rete-sullo-sfondo">prendere la parola in pubblico</a> affermando il diritto a un modo di auto-rappresentarsi, sono elementi che stanno sullo sfondo di una capacità di poter agire concretamente sulla realtà che ci circonda. Per questo, accanto al racconto della Rete fatto di forme dedite all’intrattenimento e al disimpegno, alla superficie e alla gratificazione istantanea, vale la pena accostare quello di micro realtà che hanno una loro “densità” e che spesso proprio in luoghi come Facebook  trovano il loro terreno fertile.</p>
<h5>100 anni</h5>
<p>Penso al racconto rappresentato dal gruppo Facebook “<a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=47338406753#%21/group.php?gid=47338406753&amp;v=wall">La punizione dei 100 anni. Sostegno ai figli adottivi non riconosciuti</a>” e dalle 1.200 persone iscritte. A quello di <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=767508241#%21/emilia.emiliani?ref=ts">Emilia Emiliani</a>, che scrive sul suo profilo: «Mi sono iscritta su Facebook per ricercare la mia madre naturale e mio fratello/sorella», lei, fondatrice del gruppo e appartenente al <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=100000094650269&amp;ref=ts#%21/profile.php?id=100000094650269&amp;v=wall&amp;ref=ts">Comitato Diritto Origini Biologiche</a>, che mi ha raccontato il senso di questa forma di partecipazione:</p>
<blockquote><p>Questo gruppo è servito a far uscire dall&#8217;ombra tante persone che, non essendo state riconosciute alla nascita dalla madre biologica, non possono, per la legge italiana, conoscere le proprie origini se non dopo 100 anni, un periodo superiore a quello previsto per i segreti di Stato. Contro questa iniquità ci stiamo battendo, e, proprio grazie a Facebook siamo riusciti a rendere nota la nostra causa e a portare tre proposte di legge in Parlamento, sperando di veder così riconosciuto un nostro fondamentale Diritto, come esseri umani. Senza il web non ci saremmo mai esposti, né conosciuti, né tantomeno avremmo potuto contattare giornalisti e politici, portando al nostro attivo le odierne conquiste, e, forse, un domani, un importante risultato per migliaia e migliaia di persone, intimidite da un antico e enorme tabù.</p></blockquote>
<h5>Trasparenti</h5>
<p>Emilia spiega chiaramente come, attraverso questo modo di connettersi, persone che sono portatori individuali di una problematica hanno avuto la possibilità di rendere il loro tema trasparente e rendersi trasparenti gli uni agli altri. Facendo sì che una condizione come la loro non venisse vissuta solo come una realtà personale e insegnando ad altri a riconoscere come legittimo il loro desiderio di “sapere”. Una volontà di sapere che spesso fa superare il digital divide: «Tra i più attivi del comitato per il diritto alle origini ci sono persone over 50, che si sono convertite a Facebook proprio quando hanno capito quanto le potesse aiutare», racconta Emilia.</p>
<blockquote><p>Alcuni siti si erano interessati al problema, in particolare <a href="http://www.faegn.it/">Figli adottivi e genitori naturali</a>, ma la quantità di persone presenti era molto inferiore a quello che si è potuto raggiungere su Facebook dove non bisognava andarci apposta, ma magari si capitava per puro caso, tramite contatti amicizie e gruppi, e soprattutto senza bisogno di registrarsi entrando a far parte di una comunità-ghetto. Facebook dà invece la possibilità di parlare dei problemi di chi cerca le proprie origini, anche <em>en passant</em>, sentendosi più liberi e meno schedati. Tramite Facebook ci si scambia opinioni ed emozioni, che in questo caso sono tante, a volte dal sapore tragico e comunque sempre caratterizzate da una grande sofferenza interiore. Molte persone hanno preso coraggio e non si sono sentite più sole, hanno avuto modo di scambiarsi anche utili informazioni su come condurre le ricerche tramite le istituzioni e riuscire a ottenere quanto meno la cartella clinica personale, dove, pur non essendoci i dati anagrafici dei genitori, è scritto quanto pesavi alla nascita e che malattie hai avuto. Per chi non sa niente di sé è già tanto!</p></blockquote>
<p>Nella bacheca sono inanellati racconti carichi di emotività e richiesta di legittimazione e riconoscimento: «Anche io sono figlia adottiva, purtroppo ho perso prematuramente la mia mamma adottiva e mio papà si è rifatto una vita scegliendo di non vedermi più, ho 32 anni adesso,ma la voglia di cercare la mia vera famiglia e&#8217; diventata più grande di me perché non ho più nessuno, purtroppo non so nulla se non il mio cognome alla nascita». «Ho urgenza di ritrovare le mie origini, perché affetta da una seria patologia genetica, che purtroppo ha intaccato ancora più gravemente mio figlio di soli 2 anni, costretto a subire esami sempre più invasivi».</p>
<h5>Senza filtri</h5>
<p>Sono racconti attraverso i quali le persone si riappropriano della possibilità di rappresentare da soli questa tematica, senza filtri e mediazioni istituzionali, in un luogo, un gruppo sulla Rete, che può essere sia un punto di ascolto e conversazione che un modo di sollecitare, poi, forme di rappresentazione più istituzionale. Nella sezione discussioni del gruppo troviamo, ad esempio, il testo delle audizioni tenute alla commissione giustizia della camera da magistrati psicologi e professori di diritto comparato che li seguono e li sostengono. Perché la finalità della partecipazione attraverso Facebook ha a che fare non solo con dinamiche di supporto tra persone ma con le possibilità di sensibilizzare l’opinione pubblica e creare una cultura diffusa di questa tematica:</p>
<blockquote><p>Noi del comitato non desideriamo che si continui a usare Facebook per le ricerche personali. Non intendo certo censurare queste ricerche ma sono convinta che il gruppo, come anche la pagina del comitato, debbano essere riservati a documentazioni sociologiche, bioetiche e del diritto, magari meno attraenti nell&#8217;immediato ma che rispondono al vero spirito per cui siamo nati.</p></blockquote>
<p>Il gruppo Facebook di Emilia e degli altri figli adottivi mostra come portatori di particolari interessi possano connettersi in pubblico e rendere la loro connessione una trasparente forza di pressione verso i media e le istituzioni e che la barriera che distingue online e offline è solo una membrana sempre più porosa.</p>
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		<title>Crescono le sinergie tra socialità e rete</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 08:42:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Youth Project]]></category>
		<category><![CDATA[partecipazione]]></category>
		<category><![CDATA[Pew Internet and American Life Project]]></category>
		<category><![CDATA[Sherry Turkle]]></category>
		<category><![CDATA[social ne]]></category>
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		<category><![CDATA[socialità]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno studio del Pew Internet and American Life Project ribalta il luogo comune del navigatore isolato e solitario: maggiore coinvolgimento della media in luoghi pubblici e attività sociali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;utilizzo diffuso di internet e delle nuove tecnologie di comunicazione non riduce affatto il livello di partecipazione degli utenti all&#8217;interno delle comunità locali, ma ne lega anzi le attività. E spesso chi viaggia sul web, i blogger e gli utenti di telefoni cellulari, sono coinvolti in attività di volontariato e di aiuto sociale. Questo, in estrema sintesi, il succo della più recente indagine condotta sul territorio statunitense dal <a href="http://www.pewinternet.org">Pew Internet and American Life Project</a>, intitolata <em>Social Isolation and New Technology. How the Internet and mobile phones impact Americans&#8217; social network</em>.<span id="more-1264"></span></p>
<p>La ricerca è basata su interviste telefoniche condotte con 2.512 adulti nel periodo luglio-agosto 2008. Emerge, fra l&#8217;altro, che «le attività sui social network sono legate a una serie di benefiche attività sociali, comprese le reti di confronto che comprendono generalmente persone provenienti da differenti background sociali». L&#8217;uso di internet «non isola la gente dai luoghi pubblici. Semmai, è associato a un maggior coinvolgimento in luoghi come i parchi, i bar e i ristoranti, ovvero in quei luoghi dove le persone hanno maggiori probabilità di incontrare un&#8217;ampia gamma di individui con punti di vista diversi».</p>
<p>Lo <a href="http://www.pewinternet.org/Reports/2009/18--Social-Isolation-and-New-Technology.aspx">studio</a> del Pew Internet and American Life Project è quindi in linea con quanto va emergendo da altre recenti indagini e contrasto con le prime ricerche, sostanzialmente viziate da una scarsa compresione della socialità online, dalle quali emergeva che dal 1985 la tecnologia aveva reso gli statunitensi più isolati e più poveri di contatti sociali. Oltre alle conferme della comune quotidianità, crescono insomma anche i dati scientifici secondo cui le nuove tecnologie online vengono utilizzate principalmente dagli utenti per rimanere in contatto soprattutto con la propria rete sociale in senso lato, e quando si raggiungono persone sconosciute o che vivono lontano ciò comporta una variegata gamma di opinioni.</p>
<p>Tra i dati specifici, si nota come in media la gamma di persone con cui si interagisce normalmente è il 12% più ampia in quanti usano la telefonia mobile, il 15% più vasta per chi usa anche poco internet e il 9% più grande tra chi condivide foto online e ricorre all&#8217;instant messaging. E pur se i contatti faccia a faccia sono ancora cruciali per la famiglia e gli amici stretti, i cellulari vanno eclissando i telefoni fissi in fatto di simili conversazioni personali. Secondo Keith Hampton, uno dei ricercatori, tali risultanze «fanno parte di un trend storico negli Stati Uniti: lo stesso è successo con l&#8217;introduzione del telefono, quando improvvisamente le persone hanno compreso di poter avere immediato accesso a validi rapporti sociali oltre quelli con il vicino di casa».</p>
<p><a href="http://www.cnn.com/2009/TECH/11/02/kids.social.networks/index.html">Tendenza confermata</a> finanche tra giovani e giovanissimi: un sondaggio realizzato nel 2006 sempre dal Pew Internet evidenziava come, a fronte del 38% degli interpellati tra i 12 e i 14 anni che avevano un qualche tipo di profilo personale online (percentuale ovviamente cresciuta oggi), il 61% spiegava di usare i siti di social network per inviare messaggi e dialogare con gli amici, e il 42% lo faceva ogni giorno.</p>
<p>D&#8217;altronde quasi 15 anni fa <a href="http://www.apogeonline.com/libri/88-503-2233-X/scheda">Sherry Turkle</a> ci anticipava le positive istanze delle nuove tecnologie e degli ambienti interattivi, senza nasconderne ovviamente rischi e problemi, nello storico volume <em>La vita sullo schermo</em>, tuttora ristampato. E pur non volendo andare così lontano, giusto un anno fa il <em>Digital Youth Project</em> metteva a fuoco le <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/11/26/19/200811261901">potenzialità sociali, umane e didattiche</a> del rapporto tra media digitali e giovani. Uno studio in cui si stabiliva come gli adolescenti continuassero a sviluppare online importanti competenze sociali e tecniche, grazie a un uso della Rete spesso finalizzato a intensificare rapporti quotidiani con persone che già conoscono. «Cellulari, messaggistica istantanea e siti di social network contribuiscono ad approfondire le relazioni con amici e compagni di scuola, aprendosi al contempo in un inedito ma stimolante spazio pubblico di rete», <a href="http://digitalyouth.ischool.berkeley.edu/report">spiegava l&#8217;indagine</a> dopo aver seguito 800 giovani e giovani adulti intervistati tramite un team di 28 ricercatori in sparsi nel Paese e coordinati dalla University of Southern California a Irvine e dalla University of California a Berkeley.</p>
<p>Certo, nessuna campionatura dei miliardi di persone che oggi usano le nuove tecnologie può esser presa per oro colato. Ma è evidente come i dati della ricerca Social Isolation and New Technology siano in sintonia con il trend in atto un po&#8217; ovunque. Non a caso l&#8217;indagine ha ricevuto <a href="http://news.google.com/news/search?aq=f&amp;pz=1&amp;cf=all&amp;ned=us&amp;hl=en&amp;q=Social+Isolation+and+New+Technology">vasta attenzione sulle testate internazionali</a> ben oltre l&#8217;ambito online. Tra queste, la conclusione di un <a href="http://timesofindia.indiatimes.com/home/opinion/edit-page/Net-Result-Friends/articleshow/5209236.cms">articolo su The Times of India</a> offre un quadro azzeccato e colorito: «Internet ha rivoluzionato la condivisione di conoscenza e democratizzato l&#8217;accesso all&#8217;informazione a un livello senza precedenti nella storia umana. Certo, come per ogni tecnologia, non mancano dei lati negativi. E le pressioni della vita moderna sono senza dubbio numerose e variate. Ma una cosa che internet non ha ottenuto è stato far rimanere la gente in pigiama e farli diventare dei moderni reclusi, come neppure ci erano riuscite le tecnologie del passato».</p>
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		<title>Facebook, la politica e il passaparola</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/10/facebook-la-politica-e-il-passaparola</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 19:48:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Dino Amenduni, responsabile di Emilab, network giovane per la campagna online di Michele Emiliano a Bari. Un progetto innovativo, a metà tra comunicazione e organizzazione sul territorio, che fa un ampio e innovativo uso di Facebook]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/04/028_newqdc_20090410.mp3">Download audio file (028_newqdc_20090410.mp3)</a></p>
<p>Continuiamo la serie di conversazioni intorno alla politica e al web: dai blog a Facebook, fino all&#8217;idea della necessità del ritorno al territorio &#8211; o quantomeno di un cortocircuito più virtuoso tra on- e offline. Dopo le interviste a <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/06/scaldiamo-la-politica-con-il-web">Giuseppe Civati</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/13/affinita-e-divergenze-tra-obama-e-noi">Paolo Guarino</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/20/il-web-per-sentire-lopinione-pubblica">Edoardo Colombo</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/27/il-canale-che-non-puoi-delegare">Lucia De Siervo</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/03/la-politica-aggregata-che-decide">Stefano Peppucci</a>, questa settimana è la volta di <a href="http://dinoamenduni.wordpress.com/">Dino Amenduni</a>, giovane consulente dell&#8217;agenzia Proforma che coordina <a href="http://www2.micheleemiliano.it/emilab/">Emilab</a>, un network di giovani sotto i 30 anni che di fatto è la spina dorsale – insieme organizzativa e comunicativa – della campagna di <a href="http://www.micheleemiliano.it/">Michele Emiliano</a> a sindaco di Bari.<span id="more-551"></span></p>
<p>Una campagna locale ma intensamente giocata sui nuovi media, che vede un intenso uso di Facebook: «<em>La logica è quella di &#8220;un passaparola qualificato&#8221;, e le parole d&#8217;ordine sono fiducia e competenza. Emilab non è partito con un appello pubblico, proveniente dall&#8217;alto della campagna: anche se sarebbe stato più facile e efficace, quantomeno nel breve periodo. E&#8217; partito da sei persone, che hanno portato dentro gente di cui si fidavano, per competenza e prossimità. E così via, in un passaparola politico che è arrivato a coinvolgere attivamente 150 ragazzi sotto i 30 anni, che lavorano concretamente dentro il territorio, quartiere per quartiere, su progetti sociali e comunicativi &#8211; con l&#8217;ambizione di rimanere nel tempo e durare e sopravvivere alle elezioni, anche eventualmente ad una sconfitta di Emiliano</em>». Intenso e originale il modo attraverso il quale la campagna di Emiliano sta usando Facebook, finora rimasto solo una centro di gravità comunicativo personalissimo, o una bacheca più o meno ingovernata: «<em>Utilizziamo Facebook più che per la comunicazione come strumento e quartier generale organizzativo. Facebook ha un vantaggio competitivo: formalizza le reti di relazioni interpersonali, mescolando l&#8217;agilità dell&#8217;informale e la solidità del formale. In un progetto come Emilab è più facile seguire tutti i lavori dei gruppi attraverso Facebook. Ogni quartiere ha il suo gruppo, un coordinatore, e in ogni gruppo si sviluppa una discussione su come portare avanti i singoli progetti. Questi ultimi non sono necessariamente dedicati a come risolvere i singoli problemi, ma riguardano anche la generazione di relazioni sociali e di attività dentro il quartiere. Poi ci sono anche dei gruppi di contest di creatività &#8211; dalla musica all&#8217;arte alle azioni di comunicazione, trasversali ai quartieri; e altri gruppi dedicati agli eventi. In tutto sono 23 gruppi correlati</em>».</p>
<p>Usatissimo lo strumento dei video, come strumento di raccolta della domanda politica, e di successiva sintesi: «Siamo partiti con un progetto di raccolta e ascolto del territorio, con il progetto 1.000 domande, raccolte dai volontari tra i cittadini &#8211; e che sono la base delle successive attività, anche con il sindaco». E i blog, che fine hanno fatto: «I blog sono forse i dinosauri della Rete e della comunicazione politica: per progetti di questo tipo, misto comunicazione e organizzazione, social network come Facebook funzionano molto meglio».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li>Il sito di <a href="http://www2.micheleemiliano.it/emilab">Emilab</a>, il network under 30 pro Emiliano</li>
<li>il gruppo su <a href="http://www.facebook.com/photo.php?pid=404266&amp;id=595334206#/group.php?gid=66567782036&amp;ref=ts">Facebook</a>; <a href="http://www2.micheleemiliano.it/barisiko">Barisiko</a>, i gruppi di lavoro quartiere per quartiere</li>
<li>il sito di <a href="http://www.micheleemiliano.it/">Michele Emiliano</a>; Il sito di <a href="http://www.simeonesindaco.it/">Simeone Di Cagno Abbrescia</a></li>
<li><a href="http://www.spindoc.it/2009/02/23/metti-a-cassano-20-la-sfida-a-bari/">Metti a Cassano 2.0. La sfida a Bari </a> (Paola Borracci e Roberto Zarriello, Spindoc); <a href="http://www.spindoc.it/2009/03/16/bari-mille-video-domande-in-giro-per-i-quartieri/">Bari, mille video-domande in giro per i quartieri</a> (Paola Borracci su Spindoc)</li>
</ul>
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		<title>La politica aggregata, che decide</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Apr 2009 06:52:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Stefano Peppucci, fondatore di Dol e del network di blog Il Cannocchiale. Politica e web, tra personalizzazione e aggregazione, e elettori che vogliono partecipare – anche forse al momento decisionale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/03/027_newqdc_20090403.mp3">Download audio file (027_newqdc_20090403.mp3)</a></p>
<p>Continuiamo la serie di conversazioni intorno alla politica e al web: dai blog a Facebook, fino all&#8217;idea della necessità del ritorno al territorio &#8211; o quantomeno di un cortocircuito più virtuoso tra on- e offline. Dopo le interviste a <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/06/scaldiamo-la-politica-con-il-web">Giuseppe Civati</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/13/affinita-e-divergenze-tra-obama-e-noi">Paolo Guarino</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/20/il-web-per-sentire-lopinione-pubblica">Edoardo Colombo</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/27/il-canale-che-non-puoi-delegare">Lucia De Siervo</a> questa settimana è la volta di Stefano Peppucci, uno dei soci fondatori di <a href="http://www.dol.it">Dol</a> e del network di blog <a href="http://www.ilcannocchiale.it/">Il Cannocchiale</a>, che si è spesso occupato di campagne politiche online, e dei politici: «Avere un blog non può essere l&#8217;impiego, l&#8217;occupazione principale del politico durante la giornata: non credo sia corretto aspettarsi che il politico stia tutto il tempo connesso a curare il proprio blog. La rete però non è un luogo automatico, non basta accendere un faro nella Rete e tutto avviene quasi magicamente: bisogna starci, e starci di persona, e utilizzarlo come gli utenti sono abituati a farlo».<span id="more-534"></span></p>
<p>Gli strumenti della comunicazione politica si sono allargati anche ai social network come Facebook: «Facebook è un cugino del blogging in Rete, anche se ha un approccio alla rete più semplice: è un luogo in cui in qualche modo si può passare del tempo, in connessione con altre persone – senza dover necessariamente produrre qualcosa, mantenere un blog è una attività più impegnativa. Facebook ha aiutato l&#8217;avvicinamento delle persone alla Rete, ma anche dei politici agli elettori, in un contesto più ameno e meno ingessato dei classici blog». La comunicazione politica ha bisogno di aggregazione, di luoghi di aggregazione: «Luoghi ufficiali come il PdNetwork danno innanzitutto un problema di dignità di contenuti che appaiono, non una questione di tematiche o di contenuti – ma non ci sono stati pensieri soppressi per scomodità o perché contrari alla linea del partito. Alla qualità della discussione si contrappone lo svantaggio di questo modello, ovvero che diventa un luogo più lento, ingessato, e questo può rallentare la vivacità della discussione. Un elemento di distinzione per il futuro potrebbe essere: cercare di coinvolgere gli utenti, gli elettori, nella vera e propria decisione politica».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li>Il sito di <a href="http://www.dol.it">Dol</a></li>
<li>Il blog network de <a href="http://www.ilcannocchiale.it/">Il Cannocchiale</a>; il <a href="http://partitodemocratico.gruppi.ilcannocchiale.it/">Pdnetwork</a></li>
</ul>
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		<title>Affinità e differenze tra Obama e noi</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Mar 2009 18:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Paolo Guarino, analista e consulente politico, che ha seguito da vicino la campagna elettorale di Obama. Anche con lui parliamo di politica e web, e delle italiche mancanze]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/03/024_newqdc_20090313.mp3">Download audio file (024_newqdc_20090313.mp3)</a></p>
<p>La politica sul web, e sui blog? O la politica nei circoli, sul territorio? Le ultime vicende politiche &#8211; soprattutto legate al Pd, che in dieci giorni è passato attraverso una assemblea costituente e un nuovo segretario &#8211; hanno rimesso al centro dell&#8217;attenzione il complicato e ancora poco risolto rapporto tra web e politica, e provocato un certo dibattito sul senso della Rete nella politica e sulla partecipazione online. Dopo l&#8217;intervista della scorsa settimana a <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/06/scaldiamo-la-politica-con-il-web">Giuseppe Civati</a>, continuiamo a stare dentro il dibattito con <a href="http://opslab.wordpress.com/">Paolo Guarino</a>, consulente politico e docente all&#8217;Università di Firenze: «Il problema principale della politica italiana nell&#8217;uso dei nuovi media non sono le tecnologie che bene o male ci sono, ma la cultura e l&#8217;apertura che permette di capirne velocemente il senso e usarle al meglio. La politica italiana continua a voler giudicare gli strumenti, invece e prima di semplicemente provare ad usarli»<span id="more-493"></span> La campagna di Obama è ormai quasi un fantasma alla finestra, che però nonostante sia stato mille volte evocato continua a raccontare piccole pratiche di successo, una è meramente anagrafica: «Una cosa che colpisce nelle campagne elettorali americane è l&#8217;età delle persone: in generale l&#8217;età media degli staff dei candidati era sotto i 30. Nel quartier generale di Obama l&#8217;età media dello staff era sotto i 25. Questo sicuramente ha facilitato l&#8217;efficacia dell&#8217;azione sui nuovi media, chi ci lavorava aveva più abitudine e familiarità con gli strumenti più innovativi &#8211; e maggiore credibilità generale quando andava sul web».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li>Il sito di <a href="http://opslab.wordpress.com/">Paolo Guarino</a></li>
<li>Il sito ufficiale della <a href="http://www.barackobama.com/index.php">campagna di Barack Obama</a></li>
<li>Il blog del viaggio dentro la campagna elettorale di Barack Obama: <a href="http://15daysinamerica.wordpress.com/">15 days in America</a></li>
<li>Curzio Maltese, I Giovani del Pd, una serie di interviste di Curzio Maltese su Repubblica (<a href="http://civati.splinder.com/">Giuseppe Civati</a>, <a href="http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/politica/partito-democratico-27/giovani-pd-2/giovani-pd-2.html" target="_blank">Sandro Gozi</a>, <a href="http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/politica/partito-democratico-27/giovani-pd-3/giovani-pd-3.html" target="_blank">Maurizio Martina</a>, <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/03/02/io-una-persona-normale-nella-casta-se.html" target="_blank">Elisa Meloni</a>, <a href="http://www.associazione360.it/contenuti/la_sfida_sui_nomi_ha_stufato_al_congresso_gara_di_idee" target="_blank">Francesco Boccia</a> e <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/03/04/basta-autogol-nel-nord-est-ora-di-parlare.html" target="_blank">Marta Meo</a>). L&#8217;<a href="http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/partito-democratico-28/maltese-parole/maltese-parole.html" target="_blank">articolo riassuntivo</a> di Maltese.</li>
</ul>
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		<title>La Casa Bianca alla prova della trasparenza</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/22/la-casa-bianca-alla-prova-della-trasparenza</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2009 09:15:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Barack Obama non aveva ancora terminato il suo giuramento da presidente quando il nuovo sito istituzionale è andato online, prima testimonianza visibile della politica di apertura e partecipazione a lungo predicata dal nuovo capo di stato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In qualche modo si tratta del primo dato tangibile dell&#8217;amministrazione Obama, qualcosa che è possibile confrontare con le promesse della lunghissima campagna elettorale. I precedenti, inoltre, sono di livello altissimo: il lavoro innovativo svolto dallo staff di Obama farà scuola sia per quanto riguarda la campagna elettorale che nel periodo di passaggio di consegne tra elezione e insediamento. In quasi due anni di campagna <a href="http://my.barackobama.com/">MyBarackObama.com</a> è riuscito a dare vita a un social network che  ha aggregato, motivato e mobilitato un numero di persone senza precedenti.<span id="more-353"></span></p>
<p>In soli due mesi e mezzo <a href="http://change.gov/">Change.gov</a> &#8211; il sito che lo staff di Obama ha realizzato tra l&#8217;elezione e l&#8217;insediamento per comunicare coi cittadini &#8211; è forse andato anche oltre, con una piattaforma di comunicazione e di confronto aperto, costantemente aggiornato sull&#8217;operato del gruppo al lavoro impegnato nelle operazioni di transizione. Le aspettative, insomma, sono elevatissime e le analisi del nuovo sito istituzionale non si sono fatte attendere, tra entusiasmo iniziale e critiche nemmeno troppo velate per l&#8217;approccio non così innovativo come sperato.</p>
<h5>Il sito obamizzato</h5>
<p>La prima considerazione è di impatto: il sito della Casa Bianca si è «obamizzato», <a href="http://www.engagedc.com/2009/01/21/the-new-whitehousegov/">sostiene il consulente repubblicano Patrick Ruffini</a> facendo riferimento alla grafica del sito della campagna elettorale del neo-presidente e di Change.gov. A eccezione del logo della Casa Bianca e di un analogo schema di colori di fondo, in effetti il nuovo sito non somiglia a quello precedente. Al centro c&#8217;è un banner di immagini e messaggi e, subito sotto, tre colonne con gli ultimi post del blog, i temi più importanti del momento e, almeno per ora, il video del <a href="http://www.whitehouse.gov/blog/the_whistle_stop_tour/">Train Tour</a>, il viaggio verso la capitale che il presidente ha fatto in treno in occasione delle cerimonie di insediamento.</p>
<p>Oltre alle sezioni più classiche sul governo e la sua agenda, è in evidenza la cosiddetta <a href="http://www.whitehouse.gov/briefing_room/">Briefing Room</a>, un&#8217;area dedicata alla comunicazione che comprende un blog, la presentazione dei 43 presidenti precedenti, i messaggi settimanali alla nazione sotto forma di video (<a href="http://www.youtube.com/view_play_list?p=15511AD488EE8A38">Obama aveva già cominciato</a> nel periodo del passaggio di consegne) e altre pagine che conterranno atti e documenti ufficiali della presidenza Obama.</p>
<p>C&#8217;è ancora qualche bug e Ruffini fa qualche lieve critica, ma in generale apprezza l&#8217;organizzazione del sito, efficace nel veicolare messaggi di rilievo, e il metodo con cui il tutto viene portato avanti. L&#8217;ex-consulente della campagna elettorale di Bush nel 2004 non risparmia però una frecciata nel finale: WhiteHouse.gov è un sito costruito utilizzando un formato proprietario di Microsoft, che cosa ne penseranno gli entusiasti di Obama appartenenti alla community dell&#8217;open source?</p>
<h5>Il nuovo rapporto con i cittadini</h5>
<p>«Questo è solo l&#8217;inizio del nostro impegno per dare a tutti gli americani una finestra sull&#8217;operato del governo». La promessa non potrebbe essere più chiara e impegnativa, specie perché viene ribadita nel post inaugurale del primo blog presidenziale. Questa sembra essere la grande novità, sia per lo strumento che per l&#8217;approccio al rapporto con i cittadini. Il blog verrà gestito da varie persone e <a href="http://www.whitehouse.gov/blog/change_has_come_to_whitehouse-gov/">il primo post</a> è affidato a Macon Phillips, direttore della sezione New Media della Casa Bianca. Secondo Philips, l&#8217;azione del governo Obama su internet si articola secondo tre aspetti: comunicazione, trasparenza e partecipazione.</p>
<p>Il  blog promette di comunicare tempestivamente le novità di rilievo. Phillips segnala la disponibilità di un feed Rss per il blog e invita a iscriversi agli aggiornamenti che saranno inoltrati via email da parte del presidente e dell&#8217;amministrazione. I primi contenuti riguardano il discorso dell&#8217;insediamento con la pubblicazione del testo e del video (proveniente dal <a href="http://www.youtube.com/user/whitehouse">canale ufficiale della Casa Bianca</a> su YouTube) e quello in ricordo di Martin Luther King risalente al 19 gennaio scorso. In questo momento, però, i post non sembrano essere ordinati nel consueto ordine cronologico inverso: resta da vedere se si tratti di una scelta definitiva o provvisoria, forse dettata dal voler mettere in evidenza il primo post di spiegazione.</p>
<p>Durante la campagna elettorale e nei mesi di transizione si è puntato moltissimo sulla trasparenza amministrativa, promettendo la disponibilità di documenti online, organizzati in modo semplice. L&#8217;impegno è anche quello di esporre con chiarezza le decisioni e priorità governative, grazie alla pubblicazione delle decisioni presidenziali. Fino ad ora le decisioni sono andate nella giusta direzione, ma questa politica verrà messa alla prova molto presto, sostengono i commentatori.</p>
<p>Quanto alla partecipazione: nel primo post viene anche segnalata la decisione di pubblicare tutti i provvedimenti non urgenti e di consentire per cinque giorni la possibilità di controllarli e commentarli: una sfida significativa in termine di gestione delle informazioni, probabilmente senza precedenti. Questo tipo di azione riprende in realtà diversi tentativi di progetti collaborativi indipendenti per la revisione delle leggi e l&#8217;apertura al contributo dei cittadini: il più importante è <a href="http://publicmarkup.org/">PublicMarkup</a>, creato dalla Sunlight Foundation, una fondazione molto attiva sul fronte della trasparenza dell&#8217;apparato pubblico.</p>
<p>Ad ogni modo le dichiarazioni sul primo post e da parte dello staff fanno però pensare che questo sia davvero solo un inizio e che ancora altro verrà fatto in termini di apertura alla partecipazione dei cittadini.</p>
<h5>Le critiche</h5>
<p>«La Casa Bianca dovrebbe rimandare a posti dove le nostre menti possano essere nutrite con nuove idee, prospettive, luoghi, punti di vista, cose da fare, modi in cui possiamo fare la differenza. Dovrebbe prendere rischi perché questa è la realtà: siamo tutti enormemente a rischio». <a href="http://www.scripting.com/stories/2009/01/21/theWhiteHouseWebsite.html">L&#8217;osservazione viene</a> proprio dal padre dei blog, Dave Winer, certamente non impressionato nel vedere questo strumento usato all&#8217;interno del sito del governo del suo paese. Lo scetticismo di Winer è motivato dal suo desiderio che il sito del governo americano diventi uno spazio pubblico, un luogo di dialogo tra governo e cittadini, un punto di incontro tra gente proveniente da diversi settori affinchè possa entrare in contatto. Certo, conclude Winer, «non deve essere necessariamente su whitehouse.gov ma perché no? Perché aspettare?».</p>
<p>La prima e più evidente critica è la mancanza di commenti: come si può parlare di comunicazione innovativa se non c&#8217;è dialogo? Il dibattito avviene già nei commenti allo stesso post di Winer e riprende varie posizioni presenti in Rete. Un sito come Whitehouse.gov creerebbe moltissimi problemi nella gestione dei commenti, sia per la quantità che per il tipo di commenti che potrebbero arrivare: in molti notano come sul blog della Casa Bianca questa gestione richiederebbe un enorme dispendio di tempo e attenzione, oltre a una precisa policy sui commenti con numerose implicazioni legali.</p>
<p>La fondamentale differenza con la presenza di un candidato, o anche di un presidente, su varie piattaforme è che queste non sono siti del governo e, quindi, non sotto la sua diretta responsabilità. Senza entrare in interpretazioni del Primo Emendamento, che garantisce la libertà di espressione ai cittadini, basti considerare, per contro, il fatto che generalmente non ci si aspetta che lo staff di Obama risponda ai commentatori su piattaforme esterne come YouTube: l&#8217;account ufficiale è stato in effetti aperto tre giorni fa lasciando i commenti aperti ai video inseriti.</p>
<p>Altri fanno notare che Obama non usa questi nuovi strumenti per dialogare con i cittadini, ma utilizza canali innovativi per comunicare con loro. Secondo queste voci il cambiamento dell&#8217;amministrazione si misurerà quando ci saranno leggi e temi importanti in discussione e il governo dovrà davvero dare seguito alle promesse di trasparenza: la sfida più grossa, dicono in molti, sarà rendere altrettanto trasparenti anche i siti delle altre agenzie governative.</p>
<h5>Le novità e le opportunità</h5>
<p>Sul versante copyright il cambiamento è rilevante e già molto celebrato: la policy del sito stabilisce che i contenuti di terze parti siano sotto licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/">Creative Commons 3.0</a>, che consente di distribuire e adattare contenuti, purché ne sia citata la fonte. Si tratta della licenza più ampia a disposizione, <a href="http://creativecommons.org/weblog/entry/12267">si fa notare</a> con comprensibile orgoglio dal blog di Creative Commons. Non va dimenticato, inoltre, che i contenuti prodotti dal governo statunitense sono – per legge federale – già di pubblico dominio e non soggetti a copyright.</p>
<p>Ma i pionieri del web guardano ancora oltre: <a href="http://radar.oreilly.com/2009/01/change-gov-becomes-whitehouse-gov.html">Tim O&#8217;Reilly considera</a>, ad esempio, il potenziale di innovazione dal punto di vista delle piccole aziende che si occupano di tecnologia. Tutto il lavoro dietro lo sviluppo di questo sito non è stato affidato alle solite agenzie con grossi contratti col governo ma da piccole società che hanno curato i vari aspetti. Secondo O&#8217;Reilly è la dimostrazione delle effettive possibilità di raggiungimento di risultati con il lavoro di piccoli gruppi, purchè abili e ben coordinati: «Penso che nei prossimi anni per chi si occupa di tecnologia ci saranno molte opportunità per fare la differenza e aiutare la nostra pubblica amministrazione a raggiungere i suoi ambiziosi obiettivi».</p>
<p>L&#8217;amministrazione Obama avrà un ruolo importante nel determinare le prossime mosse ma il contributo di tutti sarà di grande importanza, <a href="http://broadcast.oreilly.com/2009/01/government-transparency-is-our.html">spiega Timothy O&#8217;Brien</a> in uno dei blog della community O&#8217;Reilly, facendo appello agli sviluppatori di applicazioni. Molto lavoro di questo tipo viene già utilizzato in progetti indipendenti per incrementare la trasparenza sulla spesa pubblica e sui finanziamenti ai membri del Congresso. Rendere l&#8217;informazione accessibile è un obiettivo ambizioso e non lo si raggiunge in un giorno, conclude O&#8217;Brien, portando come metro di paragone il più celebre esempio in ambito tecnologico: Google, un motore di ricerca nato dal lavoro di due studenti e diventato il leader nel settore.</p>
<p>Una storia per certi versi simile a quella di Barack Obama, il candidato outsider che diventò presidente degli Stati Uniti.</p>
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