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	<title>Apogeonline &#187; Paolo Romani</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>L&#8217;occasione mancata del pluralismo digitale</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 06:30:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le frequenze date gratis a Rai e Mediaset e l'asta in corso per gli operatori mobili raccontano la solita storia italiana del potere concentrato nelle mani dei soliti noti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che record, l’Italia: è riuscita a trasformare il passaggio al digitale terrestre in un&#8217;occasione di accentramento di potere nelle mani dei soliti noti, invece che in opportunità di pluralismo. Che sarebbe stato l’esito più naturale, visto che il digitale moltiplica i canali disponibili a parità di frequenze. È un bilancio che si può già fare, su due fronti ora incandescenti: quello delle emittenti tv e quello della banda larga mobile. Partirà il 6 settembre, tra le polemiche, il beauty contest che darà gratis frequenze tv alle emittenti, mentre è in pieno svolgimento l’asta che assegnerà agli operatori mobili frequenze di vario tipo, tra cui le più pregiate sono quelle dello spettro 800 MHz, finora usato solo dalle tv.<span id="more-6577"></span></p>
<h5>Beauty contest televisivo</h5>
<p>Quanto deciso dal governo ha scontentato tutti eccetto Rai e Mediaset. Tutte le minoranze, quindi. Contro alcuni aspetti del beauty contest Telecom Italia e Sky <a href="http://www.newslinet.it/notizie/dtt-beauty-contest-al-tar-lazio-dopo-sky-anche-telecom-italia-ricorre-ai-giudici-amministrat">sono andati al Tar del Lazio</a>. Le emittenti locali sono da tempo <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/07/per-azzoppare-le-tv-locali-il-governo-elimina-il-tar/143607/">sul piede di guerra</a> temendo di scomparire con il passaggio al digitale. L’opposizione (PD, con appoggio di Idv e Terzo Polo) ha contestato l’opportunità di regalare le frequenze alle emittenti, in questa contingenza economica, e ha chiesto di trasformare il beauty contest in un’asta. Il PD stima che lo Stato ne avrebbe ricavato 1-2 miliardi di euro, dalle emittenti. La richiesta era contenuta in un emendamento alla manovra finanziaria, bocciato però sabato scorso per un solo voto di scarto.</p>
<p>In questo, il governo (nella persona di Paolo Romani, ministro allo Sviluppo Economico) ha buon gioco a ricordarci che nessun Paese europeo ha fatto aste competitive per le frequenze tv. Secondo il PD, l’Italia poteva fare eccezione visto che si chiedono ora sacrifici straordinari per rintuzzare il debito pubblico. Ma in fondo la questione non era tanto se assegnare le frequenze gratis o a pagamento. Non si dice che la cosa grave è un’altra, segnalata da esperti come Antonio Sassano, docente alla Sapienza e consulente dell’Autorità garante delle comunicazioni per i temi delle frequenze: il governo ha fatto in modo che a Rai e Mediaset andassero un surplus di frequenze e anche <a href="http://www.digiterrestre.com/digitale-terrestre-a-sky-le-frequenze-piu-sfortunate/811/">quelle più pregiate</a>.</p>
<h5>Banda larga mobile</h5>
<p>Sassano aveva proposto, con Paolo Gentiloni (PD), invece di evitare di assegnare due canali (55 e 58) al beauty contest e così avere uno spettro più libero, per risolvere interferenze e contenziosi con le emittenti locali. Risultato delle scelte del governo: sfavorite le emittenti nazionali diverse da Rai e Mediaset, perché finiranno su frequenze più soggette a interferenze; esigenza di risarcire le emittenti locali con 240 milioni di euro sottratti alle già sofferenti casse dello Stato. C’è il rischio infine che alcune locali scompaiano, con danno per il pluralismo, come denunciato nei giorni scorsi da numerosi consigli regionali (Puglia, Toscana, Liguria, tra gli altri). Le locali che perderanno le frequenze saranno costrette a liberarle entro dicembre 2012; possono poi trasformarsi in fornitori di contenuti (su reti altrui), come stabilito dal governo. Ma molte di loro affermano che i tempi sono troppo stretti per riuscirci.</p>
<p>Come Sassano ha detto più volte, il governo non sarebbe stato costretto a togliere tante frequenze alle locali &#8211; per assegnarle agli operatori mobili con l’asta &#8211; se avesse evitato di dare quel surplus di frequenze alle tv nazionali. Il potere si concentra, quindi. Lo si vede anche nell’asta degli operatori mobili. Le frequenze liberate con il passaggio al digitale terrestre (800 MHz) finiranno certo a Telecom Italia, Wind e Vodafone. È incerto persino che 3 Italia si riesca ad aggiudicare qualcosa. È il solo operatore infatti che sta gareggiando solo per un lotto a 800 MHz, dei sei disponibili, come risulta dalle offerte e dai rilanci che ha fatto finora. Gli altri tre mirano invece a ottenere due lotti ciascuno. Serve avere infatti avere due lotti contigui a 800 MHz per ottimizzare la copertura. Se quei tre riusciranno nell’intento, però, non resterà più nessun lotto per 3 Italia.</p>
<h5>Concorrenza vs. qualità</h5>
<p>Peggio ancora per i nuovi entranti: hanno dato forfait. Poste Mobile (operatore mobile virtuale) e Linkem (Wi-Fi e Wimax) erano considerati possibili partecipanti all’asta, ma poi non l’hanno fatto, probabilmente scoraggiati dagli alti prezzi: siamo già intorno ai 2,5 miliardi di euro, calcolate le offerte per tutti i tipi di frequenze. Niente da fare, le reti mobili voce e internet continueranno a svilupparsi intorno ai vecchi nomi. Quale scenario ci aspetta? Per gli utenti di banda larga mobile, le notizie sono tutto sommato positive. Non ci sarà un boom di pluralismo e concorrenza, ma almeno la qualità del servizio migliorerà. Le nuove frequenze consentiranno di migliorare la copertura e la velocità banda larga; daranno risorse opportune a a sviluppare la tecnologia 4G.</p>
<p>Andiamo verso reti mobili multilayer, in cui gli operatori useranno tipi di frequenze diverse a seconda delle varie esigenze del territorio e dei singoli utenti. Sfrutteranno anche quelle a 2.6 GHz, per cui all’asta stanno dimostrando grande interesse: probabilmente intendono utilizzarle per reti indoor (case, uffici) con apparati <em>femtocell</em>. In verità le nuove frequenze avrebbero potuto dare alle reti una qualità anche maggiore, ma pesa di nuovo la scelta del governo di intasare lo spettro per dare tante risorse alle emittenti nazionali. Il risultato è così che il lotto a 800 MHz su canale 61 è a grosso rischio di interferenze (sul 60 ci sarà la tv di Telecom Italia Media, a livello nazionale). Ecco perché è il solo lotto per cui, quando scriviamo, nessun operatore ha ancora fatto offerte, aspettando che il suo prezzo scenda.</p>
<h5>Occasione perduta</h5>
<p>Infine, perché i servizi siano veloci davvero e non solo in teoria, non servono solo frequenze ma anche collegamenti di backhauling tra le antenne e il resto della rete. E il backhauling migliore è in fibra ottica. Peccato allora che ristagnino i progetti per dare all’Italia una rete in fibra estesa a livello nazionale: la società del tavolo Romani <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/02/16/prove-tecniche-di-ngn-forse-ora-si-parte">non è più partita</a> e ora restano solo i piani di Telecom Italia per una rete di nuova generazione. Ennesimo esempio di occasione perduta per vivacizzare il mercato.</p>
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		<title>Prove tecniche di Ngn, forse ora si parte</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 07:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con l'autorizzazione di Telecom Italia da parte di Agcom, comincia di fatto l'era delle offerte a 100 Megabit. Ma ci vorranno anni per coprire anche solo le città principali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mettiamoci comodi ad aspettare, perché non ci vorrà molto per scoprire le carte di governo, authority e operatori. Sapremo in primavera, molto probabilmente, se si farà l&#8217;Italia dell&#8217;Ngn, e come. Il Paese infatti ha appena imboccato una direzione che si chiarirà nelle prossime settimane. È quanto si evince da una pioggia di notizie e annunci riguardanti la <em>Next generation network</em>, che hanno investito il mercato banda larga negli ultimi giorni. Agcom <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/02/09/news/arriva_internet_a_100_megabit_via_libera_all_offerta_telecom-12254559/">ha autorizzato l&#8217;offerta Ngn</a> (fibra ottica nelle case, fino a 100 Megabit) di Telecom Italia, che negli stessi giorni ha stretto <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/trentino/2011/02/08/visualizza_new.html_1590518064.html">un accordo di massima</a> con la Provincia di Trento per accelerare la copertura delle case di quella zona.<span id="more-4957"></span></p>
<p>Il ministro Paolo Romani, allo Sviluppo Economico, ha fatto nel contempo <a href="http://it.reuters.com/article/italianNews/idITLDE71811620110209">due annunci</a>, riguardanti la società veicolo, pubblico-privata, che dovrebbe diffondere l&#8217;Ngn anche nelle zone a cui gli operatori non sono interessati. Ha detto che la società partirà «entro marzo» (cioè ne saranno definiti il business plan, la governance e gli aspetti finanziari) e che il maggiore azionista sarà la Cassa depositi e prestiti (azienda pubblica). Da un anno, il settore corteggiava la Cassa perché s&#8217;imbarcasse in quest&#8217;avventura e quindi quello di Romani era un annuncio molto atteso. Certo, ancora non si può cantar vittoria, su nessuno di questi tre fronti. L&#8217;offerta Telecom deve ancora partire, l&#8217;accordo con la Provincia deve confermarsi e, soprattutto, la società a cui lavora Romani deve dimostrarsi qualcosa di più concreto di un proclama politico in tempi pre-elettorali.</p>
<h5>Compromesso</h5>
<p>È già un bene però che il settore si sia mosso, visto che per mesi sembrava di essere sprofondati nella nebbia. Già, mentre il resto d&#8217;Europa continuava a sviluppare le reti a banda larghissima, da noi la partita <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/09/banda-larga-in-italia-fa-rima-ancora-con-impasse">era in stallo</a>, a causa delle posizioni divergenti degli operatori. Ed erano in stallo, per lo stesso motivo, sia la rete Ngn di Telecom Italia (su cui nasceranno offerte 100 Megabit di vari operatori) sia i lavori su una società comune. In particolare, si contrapponevano gli interessi di Telecom Italia a quelli degli altri operatori e i soggetti pubblici-istituzionali non riuscivano a raggiungere la giusta mediazione. Adesso la situazione sembra almeno in parte sbloccata.</p>
<p>L&#8217;Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) ha dato un&#8217;autorizzazione con il sapore del compromesso, a Telecom. Doveva cercare di evitare che gli altri operatori ricorressero al Tar del Lazio e potessero bloccare così di nuovo la partita. L&#8217;autorizzazione lancia infatti una fase sperimentale, finché Telecom non creerà una corrispondente offerta all&#8217;ingrosso evoluta (<em>bitstream</em>), utile agli altri operatori per concorrere appieno nel mercato 100 Megabit. Durante la sperimentazione, sono molto limitati sia il numero di utenti attivabili (40.000) sia la copertura dei servizi (solo nelle città dov&#8217;è presente anche Fastweb). Agcom richiede l&#8217;arrivo del bitstream entro un anno. L&#8217;offerta al dettaglio invece potrebbe arrivare in primavera. Agcom ha imposto infatti a Telecom di migliorare l&#8217;offerta all&#8217;ingrosso già disponibile (di pura rivendita e non certo evoluta come il bitstream). L&#8217;ex monopolista può farlo in pochi giorni e poi «deve aspettarne dai 30 ai 60 prima di lanciare l&#8217;offerta al dettaglio corrispondente», spiegano da Agcom. «Questo range di tempo dipende dalla velocità con cui i canali di Telecom riusciranno a fornire l&#8217;offerta all&#8217;ingrosso ai concorrenti».</p>
<h5>Tra i più cari in Europa</h5>
<p>Il prezzo delle prime connessioni banda larga (di Telecom e degli altri) sulla nuova rete Ngn sarà intorno ai 60 euro, com&#8217;è possibile stimare in base all&#8217;offerta all&#8217;ingrosso già disponibile. Si noti che Fastweb ora chiede invece un sovrapprezzo di 10 euro al mese per i 100 megabit (scontato rispetto ai 15 euro di poche settimane fa), sui normali canoni delle sue offerte. Si parte quindi da 45 euro al mese. I nostri 100 megabit si pongono ora tra i più cari in Europa, ma sono pochi i Paesi che li offrono al momento (in Francia e in Svezia si parte da meno di 30 euro). La rete di Telecom sarà il pilastro fondamentale dell&#8217;Ngn italiana, si noti bene. Sarà la sola grande rete 100 Megabit infatti a coprire le città più importanti (nove nel 2011), pari al 50% della popolazione entro il 2018. È improbabile tuttavia che le città raggiunte siano coperte totalmente da fibra ottica nelle case.</p>
<p>La futura società pubblico-privata, a cui lavorano il governo e i principali operatori, ha obiettivi complementari a quelli di Telecom. L&#8217;obiettivo complessivo è dare all&#8217;Italia una Ngn che copra almeno il 50% di popolazione entro il 2020, come richiesto dall&#8217;Unione europa. Alcune zone viaggeranno più veloci con la copertura. È il caso della Provincia di Trento, che entro marzo (ritorna questa data) dovrà finalizzare l&#8217;accordo di massima appena siglato con Telecom. La Provincia vuole coprire il 100% delle case entro dieci anni. Ambizioso è anche il progetto della Regione Lombardia, che però ancora non è riuscita a mettere in tasca un&#8217;alleanza, da tempo cercata, con gli operatori per fare investimenti condivisi. La Regione intende lanciare entro il 2011 la società per realizzare questa rete. Ultima partita, Tiscali progetta di coprire Cagliari in fibra (e poi forse altre parti della Sardegna), in partnership con Zte. Al momento non bolle altro in pentola. Fastweb non intende ampliare la propria rete da sola. Il progetto Fibra per l&#8217;Italia (di Fastweb, Vodafone, Wind e Tiscali) è confluito in quello della società pubblico-privata voluto da Romani, a cui si è unito anche un progetto degli operatori minori.</p>
<h5>Agenda digitale</h5>
<p>Sembra proprio che, per le resistenze di Telecom, non ci sarà mai, su scala nazionale, una Ngn frutto di una società comune. Eventuali alleanze riguarderanno solo regioni limitate o faranno da tappa buchi per le zone non profittevoli. Possiamo accontentarci? Sì, purché si concretizzino davvero le promesse fatte a raffica nei giorni scorsi. Qualche dissidio tra i soggetti è ancora possibile e andrà superato con ulteriori mediazioni da parte dell&#8217;Authority e della politica. Gli ultimi scogli saranno affrontati quest&#8217;anno, sui vari tavoli dove si gioca questa difficilissima partita. Che comunque è solo metà del lavoro necessario per accompagnare l&#8217;Italia verso il futuro, dove stanno andando i principali Paesi mondiali: verso una società compenetrata davvero dal digitale.</p>
<p>Per questo fine, non basta occuparsi di infrastrutture Ngn ma serve anche un progetto di alfabetizzazione informatica della società e di migrazione al digitale di vari settori. Come richiesto da un&#8217;Agenda Digitale che si rispetti. Anche su questo fronte, c&#8217;è attesa: spetta al governo ora fare la propria mossa, come richiesto <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/02/01/litalia-ritardataria-cerca-la-sua-agenda-digitale">a gran voce da tanti</a>. E si cominciano a vedere <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/CyberNews/Pa-Brunetta-su-agenda-digitale-tra-i-primi-in-Europa_311668442068.html">i primi effetti</a>.</p>
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		<title>Banda larga, ci aspetta un altro anno di passione</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 07:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il broadband italiano procede a strappi, tra sporadiche buone notizie, scarse certezze (soprattutto sul fronte governativo) e qualche novità. Il 2011, intanto, cominicia con la riapertura dei termini per gli operatori WiMax]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il nuovo anno si apre con qualche buona prospettiva e anche varie incognite, per chi vive nel digital divide (nel settore ormai s’intende, con questo termine, coloro che non sono coperti da banda larga almeno a 2 Megabit). Le buone notizie sono che le tecnologie wireless intensificheranno le coperture, grazie soprattutto all’iniziativa <a href="http://www.1000comuni.vodafone.it">1000Comuni</a> di Vodafone e al rilancio del WiMax. Nel frattempo, le connessioni satellitari diventeranno un’alternativa più valida. Le cattive sono che la banda larga tradizionale e più veloce &#8211; basata su fibra ottica fino alla centrale Adsl o alle antenne degli operatori mobili &#8211; farà solo piccoli passi avanti. Perché è stata semi-dimenticata dai finanziamenti pubblici. Facciamo un quadro di quello che ci aspetta nel 2011, in base agli indizi che già abbiamo in mano.<span id="more-4576"></span></p>
<h5>Wimax</h5>
<p>Per prima cosa, una notizia che ancora non si è diffusa: il ministero dello Sviluppo Economico ha dato altri due anni di tempo agli operatori WiMax italiani per rispettare gli obblighi di copertura minima (pena, la perdita della licenza). Scadevano a novembre 2010 e quindi sono stati prorogati a fine 2012. Il governo ha riconosciuto che la durezza della crisi aveva posto difficoltà oggettive agli operatori. A quanto risulta, solo Linkem e Mandarin erano riusciti a rispettare già a novembre i termini della licenza. L’impatto positivo è che adesso altri possono serenamente ritornare in gioco: la lista dei vincitori dell’asta WiMax <a href="http://www.oneadsl.it/28/02/2008/finita-lasta-per-il-wimax-ecco-i-vincitori">è lunga</a>, infatti, ma tra questi solo Retelit, Linkem (Aft), Mandarin (Tourist Ferry Boat) e Aria si erano mossi con copertura e offerte; da qualche giorno anche Wavemax è entrato nell’arena. Telecom Italia si appoggerà alla rete di Linkem e quindi non dovrà farne una propria. Mancano all’appello molti altri, tra cui uno del calibro di Infracom, ma l’ossigeno dato dalla proroga ministeriale riapre i giochi. Al limite, chi non vuole più investire in WiMax potrebbe vendere ad altri l’uso delle proprie frequenze, il che migliorerebbe copertura e prestazioni del loro servizio.</p>
<p>Non illudiamoci però che il ritardo di copertura sia senza conseguenze per il mercato WiMax. Nel frattempo, infatti, la concorrenza si è irrobustita. Il progetto di Vodafone è appena partito ed è un investimento da un miliardo di euro per coprire mille comuni entro il 2013 tramite banda larga mobile Hspa (standard 14.4 Megabit; ma la promessa dell’operatore è di dare in quelle zone almeno 2 megabit reali). Ad oggi le segnalazioni, di comuni in digital divide mandate a Vodafone dagli utenti, sono quasi 1.400. A conferma che il problema è molto sentito dalla popolazione.</p>
<h5>Hspa e satellite</h5>
<p>Certo, probabilmente le connessioni WiMax danno un servizio più simile all’Adsl, nelle case, rispetto all’Umts/Hspa. La potenza di marketing di Vodafone potrebbe però avere la meglio, in alcune zone coperte sia da Hspa sia da WiMax. Vedremo: sarà una battaglia. Dove si rafforza anche un altro combattente: le connessioni satellitari. Passeranno a 10/2 Mbps, nel 2011, con offerte che partiranno a febbraio e giugno (su satelliti Hylas ed Eutelsat, rispettivamente, appena lanciati). E prezzi da 25 euro al mese. Beninteso, è improbabile che già nel 2011 le connessioni satellitari diano un servizi pari a quello delle altre tecnologie, per costi/qualità. Ma ci sono quasi. L’idea comunque è che l’utente non coperto da Adsl dovrà scegliere tra WiMax e Umts/Hspa. Se non è coperto da nessuna di queste tecnologie, potrà sperare nell’Hiperlan (il cui rapporto canoni/velocità è ora tendenzialmente peggiore rispetto al WiMax, standard di cui è il predecessore). Alla fine, ultima spiaggia, si rivolgerà al satellite.</p>
<p>Insomma, nel giro di pochi mesi si è scaldato il mercato del digital divide. Segno che tecnologia e domanda di offerte banda larga sono maturate, in Italia, al punto da rendere profittevole investire nelle zone che fino a poco tempo prima erano a fallimento di mercato.</p>
<h5>Copertura e strategie</h5>
<p>Questo è vero, ma solo in parte, anche per l’Adsl. Telecom Italia ha progetti di espanderne la copertura nel 2011, ma con interventi mirati e circoscritti. Lo possiamo vedere con un giretto sul <a href="www.wholesale-telecomitalia.it">portale Wholesale di Telecom</a>, nel percorso Accesso/Bitstream/Coperture geografiche. Qui Telecom comunica, agli altri operatori, la situazione e i piani della rete. In una piccola parte di comuni sta ancora mettendo apparecchi miniDslam o Dslam da armadio a 640 Kbps (che non sarebbe a rigore “banda larga”). In altri, posiziona Dslam da armadio a 2, 4 o 7 Megabit. Ci sono poi rari casi in cui fa l’upgrade, da una situazione con Dslam da armadio a quella, più normale, di Dslam in centrale (a 7 o 20 Megabit).</p>
<p>Le scelte non dipendono solo dalla volontà di mettere questo o quell’apparato; ma anche dalla disponibilità di banda sufficiente in backhauling (cioè nel collegamento fino al resto della rete). Il problema si pone dove il backhauling non è in fibra ottica. E qui mettiamo il dito nella piaga: il governo ha di recente dimezzato i fondi previsti contro il digital divide (da 800 a 400 milioni), che servono appunto per estendere la fibra ottica. La società di scopo Infratel continua a farlo con i fondi che le restano, circa 300 milioni, che se li centellinerà fino al 2013. Obiettivo, per allora, portare il digital divide a quota 6% (sulla popolazione), dall’attuale 12%. Il piano Romani (dell’attuale ministro allo Sviluppo Economico, Paolo Romani) contava invece di scendere allo 0,5% nel 2012. Forse ci si riuscirà lo stesso, ma grazie soprattutto alle tecnologie wireless. E quello 0,5% rimanente potrà contare su connessioni satellitari migliori delle attuali. Non andrà troppo male. Ma poteva andare meglio e prima.</p>
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		<title>Le prospettive del WiFi in Italia dopo la Pisanu</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2010 07:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mettiamo anche che, se il Governo regge, nei prossimi giorni venga finalmente superata la famigerata legge Pisanu che tiene sotto chiave le connessioni wireless in contesti pubblici, che cosa cambia davvero? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa farà mai il WiFi, uscito dal carcere italiano dopo cinque anni, in giro per la città, finalmente libero e bello? In altre parole, quale impatto avrà la nuova vita del WiFi, sullo sviluppo di internet in Italia, e quali sono i nodi principali da sciogliere? La risposta a questa domanda coincide con i motivi che hanno giustificato una lunga battaglia, mediatica e politica, che in questi giorni ha raggiunto il picco. <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/10/27/news/wi-fi_maroni_nuova_legge_per_superare_decreto_pisanu-8487229/?ref=HREC1-4">Questa settimana</a> il ministro dell’Interno Roberto Maroni porterà al Consiglio dei Ministri la sua proposta per riformare le norme che, nella legge Pisanu, hanno posto limiti eccessivi allo sviluppo del WiFi in Italia. Limiti &#8211; ricordiamolo- che non hanno pari nel resto del mondo democratico.<span id="more-4137"></span></p>
<h5>Ostacolo politico</h5>
<p>Il passo del ministro è una svolta perché questi era il principale (se non il solo) ostacolo politico a cambiare la Pisanu. Anche Renato Brunetta e Paolo Romani erano più intenzionati di Maroni a cambiare le cose. Maroni però è stato convinto dai suoi consiglieri che il Pisanu è ancora utile alla sicurezza, contro il «terrorismo, la pedofilia online, la criminalità organizzata», come ha detto alla Camera. Ma davvero mafiosi, terroristi e pedofili aspettano di andare al WiFi del bar sotto casa per organizzare i propri intenti criminosi? Gli Stati Uniti, la Spagna e il Regno Unito, che di attentati se ne intendono, la pensano in altro modo, come si può giudicare dalle loro norme.</p>
<p>Così, il ministro spinge verso un compromesso, tra l’attuale Pisanu e la totale abrogazione dell’articolo 7, <a href="http://daily.wired.it/aconfronto/wi-fi-libero-cassinelli-contro-gentiloni.html">richiesta da politici di vari schieramenti</a>. Beninteso: il compromesso, tra sicurezza e libertà, potrebbe non essere sufficiente a cambiare le cose. Se si limitasse ad autorizzare ufficialmente l’autenticazione via Sim, per esempio, non faremmo un passo avanti. Almeno bisognerebbe seguire la <a href="http://www.apogeonline.com/filirossi/leggi-internet#cassinelli3">proposta Cassinelli</a>, che vorrebbe limitare l’autenticazione solo ad alcuni casi.</p>
<h5>Non risolve</h5>
<p>Premessa necessaria: siamo a un passo dal cambiare le norme WiFi, ma meglio non eccedere con l’ottimismo. Ciò detto, secondo alcuni la liberazione del WiFi avrebbe un impatto limitato comunque, sul nostro mercato. Si sostiene che da noi internet nei luoghi pubblici è poco diffusa non tanto per la Pisanu quanto per la scarsa alfabetizzazione informatica di utenti e di esercenti. I primi peccano per scarso numero di pc: solo il 40% di italiani ha un laptop e il 6% ha un netbook, contro il 50% e il 6% della media europea EU-7 (dati Forrester Research, al secondo trimestre 2010). I laptop e i netbook sarebbero appunto gli strumenti deputati per navigare in WiFi da luoghi pubblici.</p>
<p>Quest’obiezione non tiene conto della rivoluzione smartphone, che è molto forte in Italia. A gennaio 2010, secondo Forrester, ci sono state 4,09 milioni di connessioni in mobilità (smartphone e computer), in Italia. Solo il Regno Unito ha fatto meglio, di poco (4,10). È ovvio che se questi utenti potessero connettersi gratis a una rete più veloce, WiFi, la preferirebbero a quella Umts. Un quarto dei cellulari venduti nel 2012 <a href="https://instat.com/press.asp?ID=2763&amp;sku=IN0904627WS">avrà il WiFi</a>. Le potenzialità ci sono, quindi. Gli esercenti sono poco propensi a installare il WiFi? Chi afferma questo fa notare che già ora è possibile dotare il proprio negozio, bar, pizzeria di un access point WiFi chiavi in mano adempiente alle norme Pisanu affidandosi ai servizi di aziende come Guglielmo o Trampoline. Ad esempio, con Guglielmo: in un canone di alcune decine di euro al mese, comprende l’hotspot, la piattaforma tecnica e gli Sms di identificazione. Il prezzo dipende dall’operatore banda larga scelto dall’esercente. Se questi non vuole pagare canoni, può iscrivere l’hotspot alla rete WiFi gratuita di Guglielmo; in questo caso il solo svantaggio è che per accedervi i clienti devono avere un account speciale. Possono ottenerlo dal proprio Comune (se è tra quelli che ha fatto accordi con Guglielmo) oppure acquistarlo al prezzo di sette euro l’anno da questa stessa azienda.</p>
<h5>Barriere</h5>
<p>Come si vede però anche in questo modo, a causa della Pisanu, c’è una barriera per l’esercente: deve per prima cosa sapere di Guglielmo o di aziende simili; poi pagare un costo extra per affidargli il proprio WiFi. A meno che l’esercente non sia molto motivato, a questo punto può rinunciare. La normativa non rende impossibile offrire WiFi in un bar, ma certo lo scoraggia. Quella barriera chiamata Pisanu può essere &#8211; soprattutto in questa fase di boom degli smartphone e dei tablet &#8211; il fattore che frena le potenzialità italiane nella diffusione  di internet nei luoghi pubblici. Il fattore che impedisce un circolo virtuoso. Mettere il WiFi nei luoghi pubblici infatti significa portare internet tra la gente. Farla conoscere anche agli utenti che finora hanno evitato di accedervi. L’esempio di chi si connette a internet in un bar o da una panchina può essere contagioso: se a vista c’è chi verifica così le condizioni meteo e del traffico, altri capiranno l’utilità di internet, che finora hanno snobbato.</p>
<p>Ci sono anche altre considerazioni. «Abolire l’articolo 7 darebbe una spinta alle applicazioni WiFi connesse al turismo. Che consentano di studiare itinerari e forniscono informazioni sul luogo: il turista seleziona il mezzo di trasporto, tempo disponibile, e riceve una guida», spiega Giovanni Guerri, general manager di Guglielmo. Già, WiFi pubblico non è solo puro e semplice accesso internet. Il problema è che «i sistemi di autenticazione via cellulare hanno problemi con sim straniere», continua. È un motivo in più per chiedere una riforma profonda delle norme WiFi italiane e non solo in superficie. Infine, <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2010/10/la-pisanu-stanca-%C3%A8-ancora-con-noi-il-consiglio-dei-ministri-non-ha-deciso-nulla-al-riguardo.html">ha ragione Quintarelli</a> a ricordare che cambiare la Pisanu impatterebbe molto solo sugli esercizi commerciali. Nei luoghi aperti al pubblico (strade, piazze, panchine), offrire il WiFi è un lavoro da provider, sottoposti a numerosi obblighi di legge, alcuni dei quali tipicamente italiani. Se gli esercenti volessero estendere il proprio WiFi a un quartiere, all’esterno dei negozi, come avvenuto a Madrid con Fon, da noi non potrebbero farlo direttamente. Ma di questi limiti ci occuperemo dopo aver archiviato la pratica Pisanu.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Senza sinergia le reti stentano a crescere</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/10/13/senza-sinergia-le-reti-stentano-a-crescere</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Oct 2010 06:30:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vodafone movimenta il settore con il suo piano per portare rete in mille comuni in digital divide, ma per il resto il problema è sempre lo stesso: manca una visione di sistema e gli sforzi dei singoli non risolvono il problema strutturale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa hanno in comune la lotta al digital divide e lo sforzo verso una rete di nuova generazione? L’incapacità dell’Italia di fare sistema. Da questo scoglio deriva l’eterno carosello che abbiamo visto negli ultimi anni e ora di nuovo riproposto, con notizie dei giorni scorsi: da una parte, il governo che continua a temporeggiare e non stanzia fondi; dall’altra, gli operatori che proseguono ognuno (o quasi) per conto proprio con iniziative e coperture.<span id="more-3988"></span></p>
<h5>I mille comuni di Vodafone</h5>
<p>Consideriamo qui soprattutto un grande dimenticato: il digital divide. Circa 1.800 comuni e il 12% della popolazione italiana non possono navigare nemmeno a 2 Megabit al secondo con Adsl. La quota percentuale reale è forse anche più alta (secondo Between è pari al 15%, se calcoliamo solo quelli che effettivamente raggiungono i 2 Megabit quando si connettono). Comunque, l’ultima notizia che ha cambiato le carte sul tavolo da gioco è venuta non dal governo ma da un operatore, nei giorni scorsi: il <a href="http://1000comuni.vodafone.it/">piano mille comuni</a> di Vodafone. In breve: un investimento da un miliardo di euro per coprire mille comuni entro il 2013 tramite banda larga mobile Hspa (standard 14.4 Megabit).</p>
<p>La promessa è una velocità media per utente di almeno 2 Megabit. Spesso nelle zone del digital divide le pareti sono più spesse, a danno delle prestazioni di banda larga mobile; d’altro canto, anche i doppini di rame sono più lunghi, il che rende l’Adsl difficile o impossibile anche se si facesse arrivare la fibra ottica fino alla centrale. Di per sé la mossa di Vodafone è una buona notizia e, tra l’altro, la dice lunga su come cambi il concetto di digital divide con il passare degli anni. «Se l’operatore investe lì significa che quelle zone non sono più a fallimento di mercato», spiega Stefano Quintarelli, tra i massimi esperti di tlc in Europa. I costi della tecnologia si riducono: Vodafone sfrutta per quel piano nuovi apparati Huawei- e così cambia la soglia di redditività di un investimento.</p>
<h5>Reazioni sorprese</h5>
<p>Che quello di Vodafone sia stato un annuncio sorprendente lo confermano anche le polemiche che sono seguite. Stefano Mannoni, consigliere di Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) ha detto che questo piano non deve essere «argomento per rivendicare tariffe di terminazione più alte» (secondo Mannoni, quindi, Vodafone promette copertura nel digital divide per ottenere in cambio regole più favorevoli sul mercato cellulare). Telecom Italia ha ribattuto che <a href="http://www.webnews.it/2010/10/08/bernabe-a-vodafone-noi-investiamo-di-piu/">non sarà da meno</a> rispetto a Vodafone<a href="http://www.webnews.it/2010/10/08/bernabe-a-vodafone-noi-investiamo-di-piu/"></a>. Ha un piano a 27 mesi,  il cui impatto nel digital divide deve essere però ancora dettagliato.</p>
<p>C’è da chiedersi infine quale conseguenza avrà il piano Vodafone sugli investimenti pubblici, dal momento che riduce le aree effettivamente a “fallimento di mercato”. Le norme comunitarie consentono infatti finanziamenti pubblici solo in quelle zone. In realtà, la popolazione in digital divide è già inferiore a quello che dicono le statistiche basate sull’Adsl. L’Hiperlan e, in misura minore, il WiMax coprono già migliaia di comuni (<a href="http://www.ngi.it/eolo/">3.136 quelli di Eolo</a>, uno dei pochi operatori a dichiarare questo dato). Già questo aspetto conferma che l’Italia non fa sistema: basterebbe poco, al ministero dello Sviluppo Economico o alle associazioni provider, fare un censimento delle zone raggiunte da Hiperlan e Wimax.</p>
<p>Il vantaggio sarebbe duplice: si scoprirebbero i comuni che davvero richiedono l’intervento dello Stato o di privati operatori; gli utenti sarebbero meglio informati sulle offerte disponibili. In questa nebbia di informazioni, sono certo tanti gli utenti che credono di essere in digital divide mentre sono raggiunti da un operatore wireless. E si noti che le offerte Hiperlan e Wimax sarebbero sì vere e proprie alternative paritarie all’Adsl, a differenza della banda larga degli operatori mobili: <a href="http://www.oneadsl.it/06/07/2009/umts-vs-wimax-il-confronto-di-altroconsumo">hanno più banda reale</a> e sono flat-rate. Il paradosso è acuito dal fatto che la mano destra non sa quello che fa la sinistra: alcune delle prime coperture Hiperlan sono state fatte con fondi pubblici di Regioni o Province (in Toscana, per esempio).</p>
<h5>Il piano Romani</h5>
<p>Non c’è azione di sistema, infine, perché mancano ancora all’appello gli 800 milioni del <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/04/06/la-banda-lenta-aspetta-gli-investimenti-promessi">piano Romani da 1,47 miliardi</a>. Infratel continua a portare la fibra nei pozzetti comunali (vicino alle centrali telefoniche), con i 383 milioni di euro che le restano in pancia. I quali dureranno fino al 2013 e permetteranno di dimezzare il digital divide (al 6% della popolazione). Peccato che il piano Romani prevedeva di portarlo allo 0,5% entro il 2012; ma per quest’obiettivo servono anche gli 800 milioni, appunto. Ci si dimentica spesso che dal governo è attesa un’altra azione contro il digital divide: bandire l’asta per assegnare alla banda larga <a href="http://mytech.it/web/2010/07/21/nuove-frequenze-alla-banda-larga-mobile-nuove-sper/">le frequenze del dividendo digitale</a>, ora controllate dalla tivù. Consentirebbero di coprire un territorio più vasto con tecnologie Hspa e Lte (fino a 100 Megabit) e di aumentare la banda reale disponibile agli utenti.</p>
<p>Sulla rete di nuova generazione (Ngn), l’incapacità di fare sistema è lampante, come abbiamo ribadito <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/27/ngn-a-100-megabit-un-miraggio-ancora-lontano">di recente</a>. Le ultime notizie confermano le previsioni, purtroppo: Corrado Calabrò, presidente di Agcom al convegno <em>Giochiamoci il futuro</em> organizzato da Between ha detto che la “società della rete” non ha al momento i presupposti per partire. Era l’idea di costruire l’Ngn tramite una società partecipata dai principali operatori e da Cassa depositi e prestiti. Le posizioni di Telecom, da una parte, e di Fastweb, Wind, Vodafone e Tiscali sono al momento inconciliabili, sul come e dove investire assieme.</p>
<p>Il problema di fondo è che, senza sinergie, l’Ngn rischia di essere fattibile solo sul 50% degli italiani (come <a href="http://www.sostariffe.it/news/2010/06/12/telecom-italia-ngn-nel-2018-senza-laiuto-di-nessuno/">previsto</a> da Telecom entro il 2018, con il suo piano). Le sinergie riducono infatti i costi di creazione dell’Ngn, aumentano gli attori disposti a investire ed eliminano alcune variabili che ne possono minare la redditività (per esempio, la concorrenza tra rame di Telecom e fibra ottica di altri operatori). L’incognita dei prossimi mesi sarà quindi se gli attori si riusciranno a mettere d’accordo, e in che modo (con o senza società della rete). Per il bene della banda larga futura, che gli utenti e le imprese vorrebbero più veloce e più estesa.</p>
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		<title>Banda larga, in Italia fa rima ancora con impasse</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 06:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I tavoli di concertazione al ministero delle Comunicazioni sono in stallo: difficile comporre gli interessi di Telecom Italia da un lato e quelli del blocco Fastweb-Vodafone-Wind-Tiscali dall'altro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bisogna arrendersi all’evidenza. Mettere da parte gli ultimi ottimismi. La banda larga italiana è nel pieno di un&#8217;impasse: è tutta ruotata verso un passato che ammuffisce a vista d’occhio. Il sistema Paese ha mancato anche un ultimo appuntamento: nemmeno prima della pausa estiva riuscirà a mettere un punto fermo sulle grande questioni che impediscono alla nostra banda larga di fare un passo verso il futuro. Il digital divide, la rete di nuova generazione, le risorse degli operatori mobili. I tre nodi sono sempre gli stessi, immobili, da almeno un anno. Anche il motivo di fondo dell’impasse è lo stesso: opposti interessi che si annullano a vicenda.<span id="more-3377"></span></p>
<h5>Il tavolo del ministero</h5>
<p>Vediamo l’ultimo caso: il tavolo dove il sottosegretario alle Comunicazioni Paolo Romani sta cercando di mettere d’accordo Telecom Italia, da una parte, e Fastweb-Vodafone-Wind-Tiscali dall’altra. I due gruppi hanno ancora <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/05/17/dalla-palude-al-caos-parte-la-corsa-alle-ngn">altrettanti progetti </a>di Next generation network paralleli; il problema è che quasi ovunque in Italia è sostenibile soltanto una rete di nuova generazione (fibra ottica nelle case). Ebbene, una riunione decisiva del tavolo Romani sarebbe dovuta esserci a fine luglio, ma è stata saltata. Era ipotizzata per i primi d’agosto, ma ormai fonti vicine al ministero danno per probabile il rinvio a settembre.</p>
<p>Telecom non accetta di fare fronte comune con i concorrenti nelle zone redditizie della rete italiana, ma solo in quelle a fallimento di mercato. Una posizione inconciliabile con quella dei concorrenti («opposti interessi che si annullano a vicenda») e che contrasta anche con le norme del settore. Al momento, in Italia valgono le stesse regole ovunque, per la rete fissa e la banda larga: l’Autorità garante delle comunicazioni ha individuato un mercato unico, senza differenziazioni geografiche. Telecom Italia le chiede a gran voce da anni, per ottenere un alleggerimento dei propri obblighi nelle zone più redditizie.</p>
<h5>Arrivano i &#8220;medi&#8221;</h5>
<p>Altro tavolo, stesso impasse: Agcom sta dialogando con i vari soggetti per formulare le prime regole dettagliate alla base dell’Ngn. Gli operatori alternativi a Telecom però stanno partecipando poco. Non riconoscono l’imparzialità del Comitato Ngn, l’organismo che sta lavorando a una prima proposta di regole. Se n’è lamentato <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/78781/mannoni_basta_melina_ora_si_collabori_sulle_ngn">di recente</a> Stefano Mannoni, commissario Agcom. Il che la dice lunga sul clima di sospetti che regna. Nell’impresa con cui si vorrebbe assicurare un futuro alla banda larga italiana &#8211; e quindi in generale alle nostre infrastrutture &#8211; è necessaria un&#8217;intesa del sistema Paese: l’hanno detto tutti gli esperti, oltre al presidente di Agcom e allo stesso Romani. Ma alla prova dei fatti l’intesa sembra lontanissima.</p>
<p>La sola novità che è arrivata, su questo fronte, è la scesa in campo <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2010/07/anche-gli-operatori-minori-vogliono-la-one-network.html">degli operatori medi</a>. Un gruppo di provider storici di internet (MC-Link, Kpn-Qwest, Panservice, Enter, Metrolink, Infracom, E4A,Unidata, Clio, Cd Lan, Flynet) a settembre fonderà una società per azioni per partecipare alla nuova rete, al fianco di quelli che ora litigano al tavolo Romani. Altri attori nel mucchio, insomma. E viste le premesse non è detto che trovino un’intesa con almeno i concorrenti maggiori di Telecom.</p>
<h5>Il dividendo</h5>
<p>Un altro esempio di interessi contrapposti, a danno dell’innovazione, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/02/22/long-term-evolution-cosi-vicino-cosi-lontano">è ormai noto</a>: le frequenze del dividendo digitale sono ancora saldamente in mano alle emittenti tv. All’orizzonte non c’è ancora un’asta per assegnarle alla banda larga. Un’asta invece c’è già stata in Germania ed è stata fissata in Francia, Svizzera e Irlanda (nel 2011). Per ora da noi c’è solo l’ultima promessa di Romani: <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/index.php?section=news&amp;idNotizia=79018">asta prima del 2015</a>. Secondo esperti come Maurizio Decina e Antonio Sassano, però, bisognerebbe farla entro il 2012, pena gravissimi ritardi dell’Italia sull’avvento del 4G (quarta generazione di rete mobili). Le conseguenze di questo stato dei fatti già però affiorano evidenti, non bisogna attendere il 2012.</p>
<p>Le offerte dei principali operatori italiani sembrano una foto in bianco e nero: nessun reale progresso negli ultimi anni. E anzi alcune offerte hanno anche subito piccoli rincari (di Wind e Tiscali, di recente). Sono lontani i tempi in cui le velocità massime Adsl raddoppiavano di colpo, per tutti gli utenti, nel giro di pochi mesi. Del resto, si è raggiunto il limite: più di 20 Megabit sull’Adsl non si può dare. Ma anche le velocità reali non migliorano, sono sempre bloccate a 3-4 Mbps per le Adsl 7 Megabit. La conferma è ancora in un <a href="http://www.sostariffe.it/news/2010/08/02/test-velocita-adsl-rilevazioni/">recente test</a> basato su 50.000 rilevazioni. La via d’uscita, per superare l’impasse, è forse solo una: Agcom e il ministero dovranno spingere per imporre una posizione comune. Per far prevalere, tra gli opposti, gli interessi che più sono vicini a quelli del sistema Paese.</p>
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		<title>Sulle microtv online arriva l&#8217;uragano Romani</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 08:56:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le nuove regole per le web tv rischiano di compromettere un settore ancora giovane: autorizzazioni, attese, tante carte e 3.000 euro solo per iniziare. Per non parlare delle multe, che non fanno differenze tra grandi e piccoli. Scarso il margine di trattativa all'Agcom]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scade il 30 luglio la consultazione pubblica Agcom su <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=1972">nuove regole</a> destinate a cambiare il mondo delle web tv italiane. In peggio, dicono gli interessati: l’ultima <a href="http://www.femitv.tv/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=106:la-femi-risponde-alle-delibere-dellagcom&amp;catid=34:news&amp;Itemid=78">protesta formale</a> viene dalla Femi, federazione italiana delle micro web tv presieduta da Gianpaolo Colletti, già fondatore dell’osservatorio <a href="http://www.altratv.tv">AltraTv</a>. Significa che fino al 30 luglio Agcom raccoglierà i pareri di vari soggetti: «Ne stanno già arrivando, a fine settembre avremo le prime audizioni con loro», spiega Stefano Mannoni, consigliere Agcom. Dopo, l’Autorità potrebbe modificare almeno gli aspetti più criticati del nuovo regolamento, ma ci sono poche speranze che questo cambi radicalmente.<span id="more-3285"></span></p>
<h5>Il nodo della polemica</h5>
<p>Riassumiamo i termini della questione. L&#8217;Autorità garante delle comunicazioni era tenuta a trasformare in regolamento il decreto Romani che, tra le altre cose, <a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&amp;cod=11662">ha equiparato</a> le tivù sul web a quelle normali. Il decreto lasciava ad Agcom un po’ di margine di intervento, soprattutto per le norme che <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/25/decreto-romani-tanti-dubbi-interpretativi">restavano ambigue</a>. «Agcom avrebbe potuto smussare gli aspetti che nel decreto erano troppo rigidi e sfavorevoli alle web tv. Invece ha deciso diversamente», spiega Nicola D’Angelo, consigliere Agcom e uno dei due relatori della delibera che introduce le nuove regole sulla scorta del decreto (l’altro relatore è Mannoni). D’Angelo è una delle poche voci critiche all’interno dell’Autorità. Come spiega anche Giovanni Parrillo, dello studio Baker&amp;McKenzie, «nel regolamento Agcom ci sono aspetti che non erano espliciti nel Romani». In sostanza, viene accentuata l’equiparazione tra web tv e tv normali, quanto a obblighi e regole. Agcom distingue tra web tv lineari (con palinsesto) e on demand. Le prime devono chiedere un’autorizzazione e aspettare 60 giorni la risposta di Agcom, prima di partire. Le seconde invece possono limitarsi a una dichiarazione di inizio attività. Tutte sono tenute a versare 3.000 euro per iniziare e a presentare una gran mole di documenti cartacei; inoltre devono sottostare agli stessi obblighi delle tv tradizionali quanto a rettifiche e tutela dei minori. Per la rettifica subiscono insomma lo stesso destino verso cui <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/bavaglio-si-torna-in-piazza/2131430">rischiano di andare i blog</a>.</p>
<p>Che cosa sia o non sia una web tv lo dice il decreto: basta che sia a scopo di lucro oppure che faccia concorrenza alla tv tradizionale. È sufficiente che una sola di queste due condizioni sia soddisfatta, per rientrare negli obblighi previsti dal decreto. Vale quindi per le web tv con anche solo un banner. Oppure per quelle che a giudizio del ministero fanno concorrenza alla tv tradizionale. È un ventaglio molto ampio, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/18/audiovisivo-le-regole-che-scordano-le-specificita">a cui solo pochi possono sfuggire</a>. Tra gli esclusi, ci sono i siti con contenuti creati dagli utenti (tipo <a href="http://www.youtube.com">YouTube</a> e <a href="http://www.youreporter.it">YouReporter</a>). Come abbiamo potuto appurare ascoltando i pareri di numerose web tv italiane, a essere spaventate davvero sono soltanto quelle minori. Che sono anche la maggior parte, però, visto che in Italia è un fenomeno molto frammentato, con circa 5.000 web tv attive (secondo la stima Bruno Pellegrini, fondatore di <a href="http://www.theblogtv.it">TheBlogTv</a>, che fornisce piattaforme tecnologiche a molte di loro).</p>
<h5>I timori</h5>
<p>I 3.000 euro possono essere una barriera per le web tv piccolissime, quelle affidate all’entusiasmo dei volontari (come <a href="http://www.telestrada.it/">Telestrada.it</a>) o gestite da singoli nel tempo libero. Con questa norma forse non sarebbe mai nata <a href="http://www.pierodasaronno.eu">Saronno.tv</a>, ideata da un pensionato di 72 anni nel proprio condominio e ora punto di riferimento per le notizie cittadine. Il rischio di sbagliare qualcosa nel rispettare norme pensate per aziende molto più grandi scoraggia tv piccole e medio piccole. Anche le sanzioni sono infatti equiparate a quelle delle tv normali, da 15.000 a 2 milioni di euro per chi trasmette senza autorizzazione. <a href="http://www.viareggiointv.com/">Versiliaintv</a>, con 1.200 utenti al giorno, non è tra le più piccole (che ne hanno 200-300), eppure dichiara di essere in rosso e di lottare per il pareggio. Una multa anche piccola potrebbe mandare ko una tv come questa, che fa giornalismo d’inchiesta. È quanto teme anche <a href="http://www.fuori.tv/">FuoriTv</a> di Modena.</p>
<p>In alcuni casi sono spauracchio anche gli obblighi sulla tutela dei minori: «Stiamo pensando come fare. Credo che dovremo programmare un sistema automatico per mettere offline certi programmi nelle fasce orarie protette, come richiesto dal decreto», spiega Nicola Burgay, fondatore di <a href="http://www.popcorntv.it/">Popcorntv</a>, una delle maggiori web tv indipendenti (cioè non legate a emittenti tradizionali). Ha 860.000 visitatori al mese. «Dovremo assumere una persona in più solo per stare dietro alle nuove regole», aggiunge. È uno degli indizi di quanto sia anacronistico il decreto: stabilisce anche su internet, fasce orarie in cui non devono essere trasmessi alcuni programmi. Quali fasce orarie, poi? In base al fuso orario italiano?</p>
<h5>Barriera all’ingresso</h5>
<p>Si dicono più tranquilli i soggetti già consolidati, come <a href="http://www.c6.tv">C6</a> (5.000 utenti, 500.000 euro di fatturato previsto nel 2010) e <a href="http://ilfatto.tv">ilFatto.tv</a>, entrambi con notizie e inchieste. L’idea insomma è che il decreto creerebbe subito una barriera all’ingresso in un fenomeno appena nato e che sta già producendo creatività e fonti d’informazioni alternative. Molti potenziali autori di web tv si scoraggerebbero prima ancora di partire, visti i costi e i rischi; altre, già avviate ma ancora implumi, dovranno chiudere. Nessuna sorpresa: è un mercato ancora agli albori, che &#8211; tenuto conto solo dei soggetti indipendenti &#8211; potrebbe valere intorno ai 10 milioni di euro quest’anno. I soggetti italiani che indipendenti non sono, tra l’altro, finora hanno scommesso a piccoli passi sulle web tv. A differenza delle emittenti anglosassoni. <a href="http://www.rai.tv">Rai.tv</a>, <a href="http://www.la7.it">La7</a> e <a href="http://video.mediaset.it">Mediaset</a> hanno appunto intensificato la battaglia su questo mercato, offrendo però quasi soltanto video di programmi già usciti sulla tv tradizionale. Rai ha anche programmi in diretta simultanea su web e tv normale.</p>
<p>«Rai.tv a giugno ha avuto 4,3 milioni di utenti, più192% rispetto a giugno 2009. Nel 2010 la pubblicità porterà 6 milioni di euro. Non un gran numero, ma è il triplo di due anni fa», spiega Piero Gaffuri, amministratore delegato di RaiNet. «La7 tocca i 250.000 utenti al mese, quadruplicati da inizio anno», dice Gianluca Visalli, responsabile multimedia di La7. Video.mediaset.it ha avuto 3,5 milioni di utenti mensili (media gennaio-maggio). Rai.tv per ora ha fatto solo timidi test di programmi autonomi. «In autunno lanceremo Outdoor, il primo programma creato apposta per la web tv, dedicato ad attività sportive fatte dalla gente comune», ribatte Gaffuri. C’è anche <a href="http://www.floptv.tv">TheFlopTv</a> (150 mila utenti al mese), in una posizione particolare: è di Fox ma va avanti come un battitore libero, con una propria piccola struttura, trasmettento programmi con umorismo creativo. «Siamo pronti a soddisfare i requisiti del Romani, ma ci sembra l’ennesimo oltraggio alla libertà di espressione», dice Michele Ferrarese, direttore creativo di FlopTv.</p>
<p>La sensazione di fondo è che, in Italia, quelle che veramente scommettono sulla web tv e che forse, messe insieme, potrebbero essere davvero una minaccia alle emittenti tradizionali, sono le indipendenti. Cioè proprio le realtà che meno potrebbero reggere il colpo del decreto.</p>
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		<title>Banda larga, manca una visione di sistema</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 06:40:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Agcom]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sassano]]></category>
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		<category><![CDATA[Paolo Romani]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel suo intervento annuale il presidente dell'Autorità garante per le comunicazioni alza il livello d'allarme per la visione strategica italiana. Perfino la politica ne sembra ora più consapevole]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Manca una visione di sistema, che possa sorreggere il futuro della banda larga italiana. È questo il messaggio più forte che Corrado Calabrò <a href="http://tlc.aduc.it/generale/files/file/allegati/Testo_Presidente.pdf">ha dato martedì</a> al Parlamento, nell’esporre la <a href="http://www.agcom.it/Default.aspx?message=viewrelazioneannuale&amp;idRelazione=19">relazione annuale</a> dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, di cui è presidente. E quest’anno è stato un Calabrò più agguerrito del solito: l’idea è che l’Autorità si è decisa a scendere in campo, per superare l’immobilismo che ha afflitto la banda larga italiana nel 2009. Complice (o alibi) la crisi economica, negli ultimi mesi si è fatto <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/05/24/banda-larga-un-anno-perso-in-chiacchiere">pochissimo</a> per assicurare un futuro agli accessi internet veloci.<span id="more-3148"></span></p>
<h5>L’allarme arriva in politica</h5>
<p>La novità di questo luglio 2010 è che vari personaggi istituzionali si sono resi conto del problema: non si può più attendere, servono accordi tra soggetti pubblici e privati e un intervento del governo, per risolvere l’impasse. A Calabrò infatti ha fatto coro <a href="http://corrierecomunicazioni.it/news/78818/newsletter/259/romani_ngn_progetto_paese_fini_non_ci_sono_soldi_e_vision">Gianfranco Fini</a>: «Mancano i più volte annunciati investimenti pubblici sulla banda larga, ma soprattutto non emerge ancora, sul tema della rete di nuova generazione, un Progetto Paese. Lo sviluppo delle reti di nuova generazione e le politiche di investimento a sostegno dei relativi progetti costituiscono un vincolo programmatico per tutte le economie più avanzate del Continente». Persino Paolo Romani, vice ministro allo Sviluppo Economico, da qualche giorno <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/giugno/14/Dividendo_digitale_ora_cambia_ce_0_100614019.shtml">sta lanciando messaggi</a> sull’importanza della banda larga in contrapposizione alla tivù. Fino a ieri invece <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/28/internet-mobile-verso-la-quarta-generazione">difendeva sempre</a> il diritto delle emittenti a tenersi tutte le frequenze liberate dal passaggio al digitale terrestre. Il vento sta cambiando, insomma. Resta da vedere se non sia troppo tardi e se sia davvero forte la volontà politica e degli operatori a imboccare una nuova strada per il Paese.</p>
<p>Per il resto, i problemi segnalati da Calabrò non sono nuovi agli esperti e ai nostri lettori. Sono due, essenzialmente: banda larga mobile che rischia la saturazione e banda larga fissa senza un piano per il futuro. In entrambi i casi, l’Italia si sta muovendo con grande lentezza rispetto a quanto già stabilito da altri Paesi europei e non, che hanno piani nazionali per la Next generation network e hanno fatto (o annunciato) aste con cui assegnare altre frequenze alla banda larga mobile. Sulla Ngn, nulla di nuovo: Calabrò aveva già detto che in Italia bisogna fare una Ngn unica, laddove adesso c’è un caso di <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/05/17/dalla-palude-al-caos-parte-la-corsa-alle-ngn">progetti sovrapposti</a>. Il 19 luglio Romani farà <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/07/06/Policy/Paolo_Romani_advisor_governance_Tlc.html">un altro incontro</a> per mettere d’accordo i vari soggetti.</p>
<h5>La rete satura</h5>
<p>La novità maggiore è un’altra: per la prima volta, l’Agcom lancia l’allarme rete mobile satura. Non solo gli esperti, ma anche gli utenti se n’erano accorti <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/e-tu-navigherai-con-dolore/2129762/15">da tempo</a>, ma pazienza. Si sa che già ora la velocità reale in mobilità è un quinto di quanto pubblicizzato dagli operatori e in assenza di interventi non potrà che peggiorare. «Io l’avevo detto. Ma non è una grande soddisfazione», dice <a href="http://www.key4biz.it/Who_is_who/2007/05/Sassano_Antonio.html">Antonio Sassano</a>, “padre” del piano frequenze del passaggio al digitale terrestre e docente a La Sapienza. «Almeno però c’è un aspetto importante: abbiamo portato a casa <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?message=viewdocument&amp;DocID=4532">il nuovo piano frequenze</a>, dove per la prima volta Agcom dice che bisogna assegnare spettro del dividendo digitale alla banda larga mobile». In precedenza, nessuna istituzione italiana aveva mai affermato questo principio. Lo spettro va liberato in due modi, si legge nel piano: subito, togliendo alle tivù le frequenze inutilizzate; poi, entro il 2015, facendo un’asta con cui assegnare 300 MHz alla banda larga.</p>
<p>Adesso la palla passa al governo, perché il piano dell’Agcom fissa principi, non norme. Spetta al governo fissare leggi e un’asta con cui dare frequenze alla banda larga, togliendole alle tivù. E non sarà un passaggio facile, perché serve un salto culturale: «Bisogna ridurre lo spazio delle tivù e aumentare quello per la banda larga, nelle risorse assegnate», afferma Sassano. «Romani dice: assegno le frequenze alle emittenti e poi controllo se le usano bene. Ma io non credo a questo meccanismo. Primo perché in Italia non si riprende mai nulla e poi perché le emittenti possono dimostrare facilmente che le stanno utilizzando. Basta che le riempiano con televendite o vecchi film di Totò. Nessuna legge lo vieta», dice Sassano. «Bisogna invece arrendersi all’idea che la tecnologia avanza e la capacità trasmissiva aumenta. Non è più come nell’era dell’analogico. Adesso vanno cinque canali per frequenza, nel 2011 si passerà a 10, nel 2012-2013 si arriverà a 14-15, grazie al Dvb-t2 (nuovo standard del digitale terrestre)», continua. «È impensabile immaginare tutti questi canali riempiti da contenuti delle emittenti, mentre la banda larga mobile soffre per mancanza di risorse». L’Italia deve decidere ora, insomma, se vuole un futuro con centinaia di televendite o uno in cui c’è, per tutti, internet veloce ovunque, in mobilità, e a basso costo.</p>
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		<title>Banda larga, un anno perso in chiacchiere</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 07:02:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Adsl]]></category>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi dodici mesi la situazione non è praticamente cambiata. La pubblica amministrazione non investe, gli operatori cominciano a muoversi indipendentemente. Ma siamo ben lontani dal fare sistema]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La pubblica amministrazione locale e il governo tornano a stringersi le mani, con gli operatori, contro il digital divide. Questi sono giorni di piani, progetti e accordi sbandierati, allo scopo di agevolare le coperture banda larga. Peccato che gli ultimi dodici mesi siano stati sprecati in chiacchiere e poco più: la copertura Adsl italiana ha fatto pochi passi avanti, basta confrontare <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/20/la-foto-di-caio-sui-ritardi-delle-tlc">i dati del rapporto Caio</a> con quelli appena usciti <a href="http://www.osservatoriobandalarga.it/community/attach/5027_BTW_OBL_NotaIncontroSponsor_14apr_27apr10.pdf">da Between</a>: stessi dati, pari problemi (se non peggiorati, visto che passato un anno la rete è più vecchia e più satura).<span id="more-2900"></span> L’Adsl è ancora sul 96% della popolazione, in teoria; in pratica è sull’87%. Bisogna infatti togliere, dal novero della banda larga, le connessioni a meno di 2 Mbps (640 Kbps offerte da centrali senza fibra) e quelle zone dove, a causa del doppino troppo lungo, l’Adsl non è attivabile pur essendo disponibile nella centrale di zona. Nessuna sorpresa: anche <a href="http://www.mrwebmaster.it/news/cipe-nuovo-stop-soldi-banda-larga_3974.html">nell’ultima riunione di maggio</a>, il Cipe non ha sbloccato <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/11/16/banda-larga-riparte-il-piano-governativo">gli 800 milioni promessi</a> per il piano governativo contro il digital divide da 1,47 miliardi. Anche se già da dicembre è stato detto che “per ora” arriverà dal Cipe solo una tranche (200-300 milioni) di quegli 800.</p>
<h5>Tocca agli operatori</h5>
<p>È su questo sfondo che bisogna leggere le ultime promesse, che hanno campeggiato in un <a href="http://www.upinet.it/upinet/docs/contenuti/2010/5/invito catania + info organizzative.pdf">evento di Catania</a>, la settimana scorsa con massimi esponenti istituzionali e degli operatori. A Catania ci sono stati numerosi annunci di battaglie contro il digital divide. Di fondo, la pubblica amministrazione centrale e locale ha presentato piani in sintonia. La società di scopo Infratel <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/78157/infratel_entro_giugno_aggiudicazione_dei_lavori_per_la_fibra">ha detto</a> che a giugno parte la terza fase del piano con cui sta portando fibra ottica nelle zone che ne sono sprovviste. In tutto, tra la prima fase (completata), la seconda (in corso) e la terza (in avvio) coprirà 3,3 milioni di utenti. Nella quarta invece si occuperà dei distretti industriali. Ricordiamo che la prima fase è andata molto a rilento, quindi Infratel sta accelerando notevolmente. Romani ha così annunciato la morte del digital divide <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/CyberNews/?id=3.0.3409051137">entro il 2012</a>. Non vuol dire Adsl per tutti. Nella migliore delle ipotesi, resterà un 2-3% di italiani raggiunto da banda larga (almeno 2 Mbps) solo wireless e uno 0,5-1% di italiani coperti solo da satellite.</p>
<p>Un altro annuncio è dell’Unione province italiane (Upi), organizzatrici dell’evento catanese, ed <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/78146/le_province_il_broadband_facciamolo_sulle_nostre_strade">è duplice</a>. Da una parte, hanno firmato con il ministero dello sviluppo economico (Romani) un protocollo, come già fatto dalle Regioni. Per la prima volta, tutti i soggetti istituzionali che hanno piani contro il digital divide si impegnano a lavorare all’unisono, ognuno con propri piani e risorse, ma cercando di fare sinergia (evitando sovrapposizioni, ottimizzando le infrastrutture esistenti). La seconda parte dell’annuncio coinvolge gli operatori. Le Province si impegnano a unificare e semplificare la normativa per gli scavi in fibra, per agevolare gli operatori che vogliono cablarla. Telecom ha già firmato un’intesa con Upi per poter usare le mini trincee, tecniche di scavo più rapide ed economiche. Il che torna utile sia contro il digital divide sia per le reti di nuova generazione (quindi per la fibra nelle centrali e nell’ultimo miglio, rispettivamente). Il “fare sistema” è proprio ciò che manca, in Italia, per lo sviluppo della banda larga: alcune Province (Lucca, Roma, Milano) si sono mosse in autonomia, infatti, con altrettanti progetti contro il digital divide.</p>
<h5>Dividendo digitale</h5>
<p>Fare sistema però non deve limitarsi a strette di mano. È questo il dubbio più profondo, per il futuro: che la pubblica amministrazione centrale voglia restare, ancora per molti mesi, nel ruolo del regista soltanto e che non intenda fare le mosse più importanti per risolvere il problema. Mosse dirompenti sono quelle che muovono milioni di euro. Ricordiamo ancora una volta che i soli fondi pubblici stanziati finora da questa legislatura, per la banda larga, sono i 20 milioni di euro di incentivi agli abbonamenti. È sfuggito ai più che Romani ha fatto un passo indietro, nel suo piano da 1,47 miliardi: ha appena detto che per la metà <a href="http://www.primaonline.it/2010/05/21/80829/tlc-romani-chiudiamo-digital-divide-entro-2012/">verranno dagli operatori</a>. Nel piano originario la stragrande maggioranza dei fondi dovevano invece essere pubblici. E a proposito di veri impegni istituzionali: servirebbe assegnare alla banda larga frequenze del dividendo digitale, come già fatto dalla Germania. L’Italia è il solo Paese a volerle dare tutte alla tv, come ricordato da un <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/04/28/Radio/Radio_Days_Guglielmo_Marconi_radio_wireless_divario_digitale_Bice_Biagi_Stefano_Mazzetti.html">altro recente convegno</a>. Stanziare fondi e frequenze per la banda larga farebbe la differenza, molto più di protocolli e intese di massima. Ma pare che per il momento utenti e aziende italiani dovranno accontentarsi di questi.</p>
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		<title>Romani bis, altrettanti problemi interpretativi</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/03/03/romani-bis-altrettanti-problemi-interpretativi</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 07:52:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elvira Berlingieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[commercio elettronico]]></category>
		<category><![CDATA[decreto legislativo 79/2003]]></category>
		<category><![CDATA[Decreto Romani]]></category>
		<category><![CDATA[direttiva 2000/31CE]]></category>
		<category><![CDATA[direttiva 2007/65 CE]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Romani]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo le polemiche delle settimane scorse, il provvedimento che recepisce una direttiva comunitaria in materia di audiovisivi è stato modificato e approvato. Esclusi dal provvedimento gli "utenti privati", ma restano ancora dubbi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il <a href="http://download.repubblica.it/pdf/2010/dlgs-romani.pdf">decreto Romani</a> che recepisce la <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2007:332:0027:01:IT:HTML">direttiva 2007/65 CE</a> in materia di audiovisivi è stato approvato dal Consiglio dei Ministri in questi giorni. Lo schema di decreto legislativo era stato accompagnato <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/25/decreto-romani-tanti-dubbi-interpretativi">da numerose perplessità</a> ed è stato, ora, modificato. In modo particolare, per quanto riguarda la disciplina degli audiovisivi sul web, le novità sostanziali snelliscono la procedura di autorizzazione (che si risolve in una mera dichiarazione di inizio attività). Si escludono, inoltre, dalla definizione di media audiovisivi i contenuti generati da «utenti privati nell’ambito di comunità di interesse». Non sembra, invece, esserci la chiarezza auspicata in merito alle categorie di soggetti che dovranno rispondere agli obblighi previsti dalla nuova normativa, in modo particolare per il mancato raccordo con la disciplina in materia di commercio elettronico. La disciplina, comunque, deve ancora essere completata sul piano regolamentare dall’Agcom e il giudice eventualmente chiamato ad applicarla dovrà comunque interpretarla secondo i principi del diritto comunitario. Cerchiamo di capire quali possono essere, quindi, le aspettative per la nuova regolamentazione per gli audiovisivi in campo internet.<span id="more-2300"></span></p>
<h5>Conflitto con la direttiva</h5>
<p>Il raccordo con la <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=:IT:">direttiva in materia di commercio elettronico</a> (recepita in Italia con il <a href="http://www.parlamento.it/parlam/leggi/deleghe/03070dl.htm">decreto legislativo 70/03</a> è cruciale poiché la direttiva audiovisivi si propone di regolamentare anche i contenuti veicolati tramite web. Per questa ragione quest’ultima stabilisce espressamente regole di conflitto che dovrebbero essere osservate dagli stati in sede di recezione e che vale la pena menzionare. Le regole sono espresse dai <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2007:332:0027:01:IT:HTML">consideranda 8, 23 e 35</a>. Il <em>considerando</em> 8 stabilisce una prevalenza delle disposizioni della direttiva audiovisivi su quelle della direttiva sul commercio elettronico, a meno che la prima non faccia espressamente salve disposizioni della seconda. Ciò avviene con il <em>considerando</em> 23 che in materia di responsabilità editoriale stabilisce che devono preservarsi le deroghe di responsabilità della direttiva sul commercio elettronico, con conseguente esclusione della responsabilità del fornitore dei servizi della società dell’informazione per i contenuti veicolati dagli utenti dei suoi servizi.</p>
<p>Il <em>considerando</em> 35, ancora, stabilisce che le restrizioni alla libera fornitura dei servizi a richiesta (che secondo la direttiva sono tutti i servizi non lineari, on demand) dovrebbero essere possibili solo conformemente a condizioni e procedure che riprendano quelle già stabilite dall’articolo 3, paragrafi 4, 5 e 6, della direttiva 2000/31/CE. La disciplina cui si riferisce il <em>considerando</em> in esame riguarda la possibilità di limitare la circolazione dei servizi della società dell’informazione e individua motivi quale la prevenzione dei reati, la lesione della dignità umana, la difesa nazionale, la difesa dei consumatori purché la misura sia necessaria, giustificata da un pregiudizio, proporzionata. Limitazioni per motivi diverse possono essere adottate solo col parere favorevole della Commissione.</p>
<p>La direttiva sul commercio elettronico al fine di tutelare la libera circolazione dei servizi e la libertà di stabilimento stabilisce, ancora, l’assenza di autorizzazioni preventive o altri requisiti a effetto equivalente, disposizione ripresa dal considerando 15 della direttiva audiovisivi che stabilisce che «nessuna disposizione della presente direttiva dovrebbe obbligare o incoraggiare gli Stati membri a imporre nuovi sistemi di concessione di licenze o di autorizzazioni amministrative per alcun tipo di servizi di media audiovisivi». Il decreto, nonostante tutti questi puntuali richiami, cita la direttiva sul commercio elettronico solo per definire il «fornitore di servizi interattivi associati» individuandolo in chi «fornisce servizi della società dell&#8217;informazione ai sensi dall&#8217;articolo 2 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n . 70». Tale decreto, lo ricordiamo, è quello che in Italia ha recepito la direttiva sul commercio elettronico, e non è richiamato nel decreto ad altri fini. Quello che sarà necessario capire, quindi, è il tipo di responsabilità a cui potrebbe andare incontro il fornitore di servizi della società dell’informazione che fornisce hosting video (o affitta server streaming, ad esempio) e se e in quali modi, alla luce del decreto Romani, la può condividere o attribuire ai propri utenti.</p>
<h5>Responsabilità editoriale, a chi spetta?</h5>
<p>L’analisi del concetto di responsabilità editoriale espresso dal decreto può, quindi, aiutare a sbrogliare la matassa. Nelle definizioni dell’articolo 4 del decreto la responsabilità editoriale è l&#8217;esercizio di un controllo effettivo sia sulla selezione dei programmi, sia sulla loro organizzazione in un  catalogo, nel caso dei servizi di media audiovisivi a richiesta. In materia di responsabilità editoriale, la direttiva si occupa di prevedere un’ipotesi particolare. Il considerando 19, infatti, stabilisce che: «Ai fini della presente direttiva, la definizione di fornitore di servizi di media dovrebbe escludere le persone fisiche o giuridiche che si occupano solo della trasmissione di programmi per i quali la responsabilità editoriale incombe a terzi».</p>
<p>Nel decreto il disposto del considerando è effettivamente recepito stabilendo che sono escluse dalla definizione di «fornitore di servizi» le persone «fisiche o giuridiche che si occupano unicamente della trasmissione di programmi per i quali la responsabilità editoriale incombe a terzi». A chi spetta, quindi, nel caso di un fornitore di hosting come YouTube o di una offerta di server streaming che permette a terzi di diffondere contenuti audiovisivi, la qualifica di fornitore di servizi?  L’attività ermeneutica è ardua e si richiede che debba escludersi dall’applicazione della direttiva il fornitore di servizi che non fa altro che trasmettere programmi. Basta questo? Non ancora.</p>
<h5>Se la cui comunità di interesse è il mondo</h5>
<p>Sappiamo che i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell&#8217;ambito di comunità di interesse non rientrano nella disciplina. Rimane il legittimo dubbio se la diffusione nel web ad un pubblico indiscriminato (come accade immettendo video su YouTube e Vimeo ad esempio) possa essere ritenuta rientrante nell’ipotesi di comunità di interesse o meno. Rimane, ancora, il dubbio, di come interpretare la selezione dei programmi e l’organizzazione in catalogo individuata dall’art. 4 richiamato. L’indicizzazione dei contenuti è una selezione? I video del giorno o i video più popolari sono una selezione? E l’organizzazione può essere la visualizzazione, ad esempio, in una playlist di video? O il criterio tematico? E, ancora, cos’è un catalogo? I video più guardati nella settimana, i video preferiti dai tuoi contatti, i video più popolari nella tua nazione, ancora, sono cataloghi oppure no?</p>
<p>La conseguenza di una risposta affermativa o negativa a tutte queste domande potrebbe, nella peggiore delle ipotesi, comportare l’esclusione o l’inclusione tra i soggetti cui la disciplina del decreto si riferisce, con un eventuale coinvolgimento di utenti o di fornitori di hosting o streaming che eseguano una qualsiasi attività di organizzazione dei contenuti. Se il contenuto caricato da un utente su una piattaforma come YouTube, quindi, è diffuso su internet, la responsabilità dell’utente dipenderà dalla possibilità o meno di limitare la circolazione del video a una comunità di interesse. Al tempo stesso, la responsabilità del gestore della piattaforma può dipendere da attività semplici come l’indicizzazione dei contenuti, la loro organizzazione in qualsiasi forma. Un’ardua sentenza, insomma, aspetta i posteri.</p>
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