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	<title>Apogeonline &#187; Pacchetto Telecom</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Neutralità della rete, la svolta moderata di Fcc</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2010 07:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[La Federal Communications Commission, per voce del suo presidente, apre clamorosamente alle posizioni di Google e Verizon, che l'estate scorsa si epressero in favore della possibilità per i gestori di discriminare il traffico sulle proprie reti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prepariamoci a un futuro, tra il 2011 e il 2012, in cui i nostri operatori bloccheranno a loro piacimento qualsiasi tipo di traffico illegale. E quelli mobili manipoleranno anche il traffico legale dannoso per il proprio business. Un futuro in cui ci saranno servizi con qualità gestita dall’alto separati dalla normale internet. Facile previsione: gli indizi in questo senso ormai sono chiarissimi. L’ultima più importante conferma è arrivata qualche giorno fa, dagli Stati Uniti, che su questi temi della “neutralità della rete” hanno sempre fatto avanguardia. L’Fcc (l’authority delle telecomunicazioni americane) che finora è stata al mondo <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/tag/net-neutrality">il più strenuo difensore</a> della neutralità della rete ha appena anticipato i punti cardine della sua proposta di normativa, che sarà votata il 21 dicembre. Ricalcano in modo quasi pedissequo la proposta Google-Verizon, che <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/16/google-verizon-perche-la-proposta-fa-discutere">tanto fece discutere</a> ad agosto<a href="../webzine/2010/08/16/google-verizon-perche-la-proposta-fa-discutere"></a>.<span id="more-4351"></span></p>
<p>Non aspettiamoci alzate di scudi dall’Europa, contro questo destino. La commissione europea, il principale baluardo contro pratiche scorrette degli operatori, ha detto a novembre che <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/11/12/Policy/net_neutrality_commissione_europea_pacchetto_telecom_neelie_kroes_isp_skype_p2p.html">non c’è bisogno di norme specifiche</a> sulla neutralità della rete. Quindi, il percorso sembra tracciato: si andrà verso una neutralità della rete <em>light</em>, nella migliore delle ipotesi; nessuna neutralità, nella peggiore. Gli operatori e la loro visione di internet futura hanno prevalso nel cuore delle istituzioni internazionali. Come si è arrivati a questo punto? Il motivo di fondo è che a vincere è il mercato, le sue regole. Prevale la necessità di non dissuadere gli operatori dal fare i futuri investimenti miliardari nelle nuove reti a banda larghissima fissa e mobile.</p>
<h5>Valori</h5>
<p>Julius Genachowski, chairman di Fcc, nel suo discorso (<a href="http://hraunfoss.fcc.gov/edocs_public/attachmatch/DOC-303136A1.pdf">qui integralmente</a>) non cita nemmeno una volta la neutralità della rete. Ma parla comunque di valori che la ricordano: il bisogno di mantenere internet «libera e aperta». Affinché resti «una potente piattaforma per l’innovazione e la creazione di posti di lavoro». Lo scopo è anche di «proteggere la libera espressione», «aumentare la certezza (normativa) nel mercato» e «stimolare gli investimenti alle estremità e nel centro dei network banda larga». Genachowski tiene insieme due istanze che finora hanno fatto a pugni. Il nuovo framework normativo che sarà proposto il 21 dicembre serve a «difendere contro i rischi (di perdita di apertura e trasparenza di internet), mentre riconosce i bisogni e gli interessi legittimi dei provider banda larga».</p>
<p>È questo il punto cardine. Si va verso un compromesso. È fallito il piano di imporre agli operatori una neutralità della rete radicale, in cui non avrebbero potuto bloccare nessun tipo di traffico &#8211; a questo miravano le prime richieste di Fcc, anni fa. No, il nuovo framework è più moderato, «riconosce che i provider banda larga devono avere la capacità e gli incentivi a investire per costruire e gestire i propri network. L’accesso internet veloce universale è un obiettivo nazionale necessario che richiederà enormi (<em>very substantial</em>) investimenti privati nella nostra infrastruttura digitale del 21esimo secolo».</p>
<h5>Quattro principi</h5>
<p>Ecco quindi che il framework può essere riassunto in quattro principi, dice Genachowski. Il primo è la trasparenza. Consumatori e innovatori (termine con cui intende aziende fornitrici/ideatrici di servizi internet) hanno il diritto di conoscere «basic information» sul servizio banda larga, su come i network sono gestiti dagli operatori. Secondo, quei due soggetti «hanno il diritto di mandare e ricevere traffico internet legale, di andare dove vogliono e dire quello che vogliono online e di usare i device di propria scelta». La normativa proibirà quindi «il blocco di contenuti, applicazioni, servizi legali e la connessione, al network, di device non dannosi». Si noti che tutta la querelle sulla neutralità della rete è nata perché Fcc aveva proibito a Comcast di bloccare il traffico peer to peer degli utenti. Il quale è illegale, com’è noto, per la stragrande maggioranza dei byte trasmessi. Terzo: gli operatori non devono fare «discriminazioni irragionevoli» sul traffico. Fcc descriverà nei prossimi giorni che cosa sia «irragionevole», ma è probabile si riferisca a pratiche anti competitive quali rallentare i servizi di alcune aziende internet per favorire i propri o quelli dei propri partner. Prima si opponeva a qualsiasi tipo di discriminazione del traffico. Quarto: permette all’operatore il «network management», spiegando che è la possibilità di gestire la propria rete in modo intelligente, per evitarne la congestione e per bloccare il traffico dannoso.</p>
<h5>Servizi mobili</h5>
<p>Non è finita: Fcc aggiunge che la regolamentazione per i servizi mobili sarà più leggera (anche se ancora non dice in che modo), rispetto a quella per la rete fissa. Il motivo è che è a «uno stato meno avanzato di sviluppo». È lo stesso argomento utilizzato da Google e Verizon nella propria proposta a Fcc, quando chiedevano di esentare gli operatori mobili da regole sulla neutralità della rete. Certo, la rete mobile è più giovane di quella fissa, ma &#8211; si potrebbe obiettare &#8211; ha fatturati ormai maggiori e ha più utenti. La banda larga mobile sta rapidamente raggiungendo quella fissa, in numeri e copertura. Comunque, nessuna sorpresa che stavolta Fcc abbia ricevuto gli applausi da AT&amp;T e Verizon.</p>
<p>La Commissione europea invece non farà leggi ad hoc sulla neutralità della rete; bastano quelle presenti nel <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Telecoms_Package">telecoms package</a> di futura applicazione, ha detto il commissario Neelie Kroes. Aggiunge che si limiterà a osservare il mercato, per evitare che gli operatori cadano in pratiche dannose per la concorrenza e l’innovazione. L’effetto pratico di questo osservare senza azioni preventive sarà probabilmente lo stesso del nuovo framework Fcc (se sarà approvato). E cioè consentirà agli operatori di ispezionare il traffico degli utenti &#8211; altrimenti come fanno a sapere quale è legale o dannoso al nework &#8211; e quindi bloccare quello che rientra in queste due categorie. I mobili potranno bloccare anche il VoIP (già lo fanno, in effetti), con tutta probabilità. Infine si apre la porta ai <em>managed services</em> richiesti da Google e Verizon: servizi innovativi, gestiti con qualità garantita end-to-end (dal fornitore all’utente, da un capo all’altro della rete), «distinti da internet» (come si legge nella proposta delle due aziende).</p>
<h5>Dilemma</h5>
<p>Anche i managed services rientrano nel bisogno di giustificare i forti investimenti richiesti dagli operatori. Il dilemma è lo stesso che abbiamo descritto <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/16/google-verizon-perche-la-proposta-fa-discutere%29">ad agosto</a><a href="../webzine/2010/08/16/google-verizon-perche-la-proposta-fa-discutere%29"></a>, cioè bisognerà scoprire se e quanto è rischioso questo nuovo modo gestito di fare innovazione. Così diverso da quello caotico, conosciuto (e apprezzato) finora su internet. La differenza, da agosto, è che le aziende come Google e Verizon stanno riuscendo a imporre la propria idea, nei piani delle istituzioni. Forse finirà il 21 dicembre la vecchia internet.</p>
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		<title>Audiovisivi e provider, è l&#8217;anno dell&#8217;accordo?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/03/01/audiovisivi-e-provider-e-lanno-dellaccordo</link>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 08:43:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Benché finora abbiano cercato di restare fuori dalla partita, molti segnali indicano un prossimo coinvolgimento dei fornitori di accesso e di servizi nel tentativo di arginare la pirateria e far crescere il settore anche in Italia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2010 sarà forse l’anno della svolta per i rapporti tra provider italiani e l’industria dell’audiovisivo. Molte cose infatti bollono in pentola. I segnali più importanti, appena affiorati, vengono da due rapporti: di Ifpi, <a href="http://www.fimi.it/pdfddm/Digital-music-report-leggero.pdf">sul mercato della musica digitale</a> e dell&#8217;Autorità garante delle comunicazioni, <a href="http://www.agcom.it/Default.aspx?message=visualizzadocument&amp;DocID=3790">sul diritto d’autore</a> sulle reti di comunicazione elettronica. Il primo racconta come in Italia il mercato della musica digitale sta crescendo, ma ancora non abbastanza rispetto ad altri Paesi. E che nel 2010 l’industria affronterà la questione pirateria con la collaborazione dei provider: volontaria o estorta a colpi di leggi. Nel secondo rapporto c’è invece la prima presa di posizione da parte dell’Autorità, nel ruolo di arbitro tra i litiganti. Ma anche Agcom batte sullo stesso tasto: che l’industria debba accordarsi con i provider.<span id="more-2287"></span></p>
<p>Esito inevitabile, a quanto pare: i provider saranno chiamati in causa, anche se finora hanno fatto il possibile per restarne fuori. Ma il diavolo è nei dettagli: a seconda di come alla fine penderà la bilancia, nei rapporti di forza tra le parti, dipenderà il futuro della internet italiana e dei suoi contenuti. Situazione delicata, quindi, perché ambivalente: il mercato della musica digitale italiana (download, streaming) dà segni di crescita, ma ancora non soddisfacente, si legge nel rapporto Ifpi. Valeva 20,4 milioni di euro, nel 2009, con una crescita del 27% in un anno; ma è solo il 15% del fatturato della musica totale (che continua a calare). Il digitale nel mondo vale il 27% del mercato; addirittura il 40%, negli Usa, dove l’offerta è più ricca e matura. Secondo la Federazione dell’industria musicale italiana, pesa la scarsa collaborazione dei provider italiani, che a differenza di quelli esteri non hanno lanciato offerte per la musica. Altrove (Danimarca, Brasile) ci sono flat per il download integrate nel canone Adsl.</p>
<h5>Lo streaming che non arriva</h5>
<p>L’immaturità del nostro mercato è esemplificata dal caso Spotify, piattaforma per lo streaming: è un successo planetario, ma in Italia ancora non sbarca ancora. Anche questo è da imputare alla mancanza di accordi con operatori internet, secondo Fimi. Tutti gli sguardi convergono sui provider. «Anche nel nostro Paese appare sempre di più evidente che il contrasto alla pirateria non possa essere realizzato senza un’attiva cooperazione degli Isp e tale argomento diverrà centrale nel corso del 2010», si legge nel rapporto. Suona come una minaccia e in effetti altrove nel rapporto si lodano leggi come l’Hadopi francese e si prevede che si estenderanno ad altri Paesi, perché secondo l’industria discografica i provider non collaborano volentieri e devono essere costretti dai governi. Facile previsione, viste le notizie che arrivano da <a href="http://punto-informatico.it/2818553/PI/News/uk-sospendere-disconnettere.aspx">Regno Unito</a> e <a href="http://punto-informatico.it/2819189/PI/News/nuova-zelanda-disconnessioni-salsa-kiwi.aspx">Nuova Zelanda</a>.</p>
<p>Allargando lo sguardo, però, si scopre una realtà più variegata. Che molto può essere fatto ancora per migliorare l’offerta di contenuti legali, soprattutto di film, in Italia. I principali servizi mondiali di film on demand (iTunes, Amazon) non sono ancora operativi nel nostro Paese. Qualcosa sta cambiando, ma molto lentamente. Un buon segnale viene dal cinema indipendente: per la prima volta, un film  (<em>La bocca del lupo</em>) è stato trasmesso online <a href="http://www.cittadigenova.com/Cultura-e-Spettacolo/Genova/Il-film-La-bocca-del-lupo-al-Festival-19699.aspx">prima che nelle sale</a>, su MyMovies.it. «Altre case di distribuzione italiane ci stanno contattando per fare analoghi esperimenti», dicono dal sito.</p>
<h5>Diritto all&#8217;accesso</h5>
<p>Un ruolo positivo potrebbe venire non solo da queste avanguardie ma anche da Agcom. La sua presa di posizione, con l’indagine sul diritto d’autore, ha stupito gli addetti ai lavori. Da una parte infatti ricorda il proprio ruolo di «organo deputato a svolgere la attività di vigilanza a tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica». Dall’altra dice, per la prima volta così chiaramente, che deve anche tutelare il diritto degli utenti all’accesso a internet e alla privacy. Due concetti che stridono con leggi come l’Hadopi, con cui si autorizzano disconnessioni e si apre la porta all’analisi del traffico degli utenti. Qui il punto d’appoggio è nel nuovo Telecoms Package della Comunità Europea, dove alla fine è prevalsa <a href="http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=4212">la protezione dei diritti degli utenti</a><a href="http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=4212"></a>.</p>
<p>Agcom si propone quindi nel ruolo di intermediario tra le parti. Avvierà un protocollo d’intesa tra provider e industria del copyright. Non è la prima volta che si tenta un accordo simile, ma mai finora Agcom era scesa in campo. Stavolta c’è tutto l’interesse da parte dei provider a collaborare: varie spade di Damocle pendono sulle loro teste. Il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/25/decreto-romani-tanti-dubbi-interpretativi">decreto Romani</a>, nelle bozze finora divulgate, chiama Agcom e i provider a un ruolo più attivo contro la pirateria. Non solo. «I ministeri degli Interni, Sviluppo Economico e Gioventù sono al lavoro a un codice di autodisciplina per i servizi internet da proporre agli operatori», dice <a href="http://www.guidoscorza.it/">Guido Scorza</a>, avvocato esperto di diritto in internet.</p>
<p>Leggi severe in bozza, accordi inediti, nuovi contenuti legali: tutto è nell’aria, ma sta per posarsi sulla terra, probabilmente già da quest’anno, per modificare i rapporti tra i soggetti di internet e il diritto d’autore. Gli utenti hanno davanti un orizzonte incerto, con possibili rischi ma anche qualcosa da guadagnare. Il rischio che gli operatori vengano investiti di un ruolo da sceriffi è ancora presente, ma è mitigato dalle posizioni di Agcom e della Comunità Europea. Da guadagnare c’è una nuova offerta di contenuti legali, soprattutto film (che adesso scarseggiano). La scelta migliorerà man mano che si definiranno meglio i rapporti tra l’industria e gli operatori.</p>
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		<title>Addio ai processi equi per i reati sul web</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/11/02/addio-agli-equi-processi-per-i-reati-sul-web</link>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 07:45:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'autore]]></category>
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		<category><![CDATA[Unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Col Pacchetto Telecom in via di approvazione a Bruxelles sta per passare una linea allarmante: su internet i diritti delle persone valgono meno]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come l’influenza A, si diffonde in Europa il virus della linea dura per i reati sul web. A cominciare dalla tutela del copyright, ma non solo. I virus sono fatti così: si sa da come cominciano, non si sa dove finiscono. In Francia sono caduti gli ultimi dubbi (<a href="http://www.guidoscorza.it/?p=1116">e speranze</a>) ed è passata l’Hadopi 2, accettata anche dal Consiglio Costituzionale. Le ultime notizie dicono che anche il Regno Unito si sta orientando <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/10/28/Policy/download_illegale_Hadopi_pirateria_Gordon_Brown_copyright_Lily_Allen_James_Blunt.html?utm_source=infomail&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=Dailyletter+n.1508+del+28+ottobre+2009">a fare una legge simile</a>. Ma la sorpresa più grande è che questa linea dura è approdata anche in un ambiente che siamo abituati a considerare imbevuto di ideali di democrazia e di rispetto dei diritti degli utenti: le istituzioni europee.<span id="more-1194"></span></p>
<p>A Buxelles si stanno infatti mettendo d’accordo su un testo, che sarà il nuovo pacchetto di regole comunitarie per le telecomunicazioni e nel quale non ci sono più le tutele fondamentali agli utenti internet volute con l’emendamento 138. A favore del quale <a href="http://punto-informatico.it/2607172/PI/News/pacchetto-telecom-sventate-disconnessioni.aspx">avevano fatto battaglia</a> molti gruppi per la libertà in internet (come Scambio Etico, la Quadrature du Net, ma anche Altroconsumo). C’è un tema di fondo, comune a tutte queste svolte: si sta imponendo l’idea che i cittadini, quando commettono un reato sul web invece che nel mondo offline, abbiano diritto a una tutela minore. E ha ragione Anna Masera a parlare di <a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&amp;ID_articolo=924&amp;ID_sezione=3&amp;sezione=">deriva anti-democratica dell’Europa</a>.</p>
<h5>Equa procedura</h5>
<p>Questo è il concetto di fondo nell’Hadopi 2, nonostante qualche concessione agli utenti internet rispetto all’Hadopi 1, <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=1116">come spiega Guido Scorza</a>. È vero che adesso, con la nuova Hadopi, a disconnettere l’utente non è più un’autorità amministrativa, ma un giudice; il punto fondamentale però è che il giudice può decidere dopo una «procedura sommaria e senza contraddittorio», dice Scorza. «Non riesco a comprendere perché un ladro di cd abbia diritto ad un giusto processo mentre un pirata no!», aggiunge. Forse perché (il reato su) internet fa più paura?</p>
<p>Le decisioni che stanno per essere prese presso l’Unione Europea avranno un impatto più esteso. L’obiettivo è infatti di trasformare il testo del Telecom Package in direttiva europea entro il 30 dicembre. Se il testo passasse così com’è potrebbe aprire la porta a leggi nazionali anche più severe dell’Hadopi 2. È sparito infatti il diritto a un equo processo (indicato dall’emendamento 138, eliminato) ed è stato sostituito dal diritto a «un’equa procedura». Basterà quest’ultima (che non necessità un’autorità giudiziaria) per perseguire i reati sul web, in caso d’urgenza, secondo il nuovo testo. La materia implicita del contendere è la tutela del copyright e la possibilità di disconnettere/perseguire in modo più o meno sbrigativo gli utenti che lo violano. La regola però si applicherebbe a tutti i reati.</p>
<h5>Complice la stanchezza</h5>
<p>È probabile che il testo resti com’è e che le tutele dell’emendamento 138 non verranno più recuperate. Lo si vedrà nel corso della conciliazione (prossima seduta il 4 novembre), quando Consiglio, Parlamento e Commissione europei dovranno mettersi d’accordo sul testo definitivo (quello attuale, in bozza, è già il frutto di un accordo di base). Come si è giunti a questo punto? Lo spiega Innocenzo Genna, esperto di policy tlc a Bruxelles: «Hanno giocato varie motivazioni. La prima è istituzionale. Il Consiglio, cioè i governi nazionali, erano fortemente irritati per il fatto che il Parlamento Europeo, re-introducendo a sorpresa l&#8217;emendamento 138, avesse violato gli accordi interistituzionali precedentemente presi. Se fosse passato l&#8217;emendamento 138 così com&#8217;era, sarebbe invalsa l&#8217;idea che il Parlamento Europeo avesse una sorta di ultima parola, ponendosi come una istituzione &#8220;suprema&#8221; rispetto al Consiglio. I governi hanno voluto negare questo ruolo, ricordando al Parlamento che deve rispettare i patti stipulati dai suoi rappresentanti».</p>
<p>Secondo motivo, «C’è una certa stanchezza per il lungo lavoro intorno al Telecom Package: va avanti dal 2006. Molti soggetti, in particolare le istituzioni, hanno ritenuto che il risultato complessivo del pacchetto fosse  buono e che il 138, per quanto materia rilevante, non giustificasse di per sé la perdita di questi risultati. Bisognava chiudere in qualche modo, e uscire dall&#8217;impasse». Il package era stato rinviato, infatti, solo per via dell’emendamento 138.  Non è del tutto certo che andrà così: «Da alcune indiscrezioni che mi giungono, risulta che non c’è ancora un vero accordo sul testo», spiega Genna. Le possibilità sembrano però poche.</p>
<h5>Disparità</h5>
<p>Da un punto di vista concettuale, l’aspetto notevole è che, sotto il profilo dei diritti, internet stia diventando come un mondo di serie B. I reati online diventerebbero più gravi e puniti in modo più sbrigativo di quelli offline. La novità è che quest’orientamento si sia esteso anche alle istituzioni europee, ma già da molto tempo è sostenuto dalla politica italiana. Molti in Italia hanno chiesto <a href="http://www.apogeonline.com/filirossi/leggi-internet">leggi ad hoc per internet</a>, come se non bastassero quelle che ci sono già, le stesse che si applicano fuori da internet. Significa che per internet vorrebbero leggi più severe di quelle del mondo offline. Secondo alcuni filosofi, è lo scenario dello <a href="http://isole.ecn.org/filiarmonici/persichetti-040527.html">stato di eccezione</a>, terminologia coniata <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carl_Schmitt">da un giurista in odore di nazismo</a>. Internet, divenuta “stato di eccezione”, sarebbe una zona a sé, dove sono sospesi (o depotenziati) i diritti fondamentali dei cittadini. Sarebbe un laboratorio di anti democrazia. Il diritto d’autore è solo la punta dell’iceberg: “eque procedure” si applicherebbero anche a reati d’opinione sul web, per esempio.</p>
<p>E poiché tutte le principali attività pubbliche sono destinate a passare sul web, nel lungo periodo, lo stato d’eccezione estenderebbe il proprio raggio. Quello che adesso è solo un seme di diritti depotenziati potrebbe riguardare in futuro l’intera società.</p>
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