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	<title>Apogeonline &#187; Ngn</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Banda larga, manca una visione di sistema</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 06:40:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Agcom]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel suo intervento annuale il presidente dell'Autorità garante per le comunicazioni alza il livello d'allarme per la visione strategica italiana. Perfino la politica ne sembra ora più consapevole]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Manca una visione di sistema, che possa sorreggere il futuro della banda larga italiana. È questo il messaggio più forte che Corrado Calabrò <a href="http://tlc.aduc.it/generale/files/file/allegati/Testo_Presidente.pdf">ha dato martedì</a> al Parlamento, nell’esporre la <a href="http://www.agcom.it/Default.aspx?message=viewrelazioneannuale&amp;idRelazione=19">relazione annuale</a> dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, di cui è presidente. E quest’anno è stato un Calabrò più agguerrito del solito: l’idea è che l’Autorità si è decisa a scendere in campo, per superare l’immobilismo che ha afflitto la banda larga italiana nel 2009. Complice (o alibi) la crisi economica, negli ultimi mesi si è fatto <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/05/24/banda-larga-un-anno-perso-in-chiacchiere">pochissimo</a> per assicurare un futuro agli accessi internet veloci.<span id="more-3148"></span></p>
<h5>L’allarme arriva in politica</h5>
<p>La novità di questo luglio 2010 è che vari personaggi istituzionali si sono resi conto del problema: non si può più attendere, servono accordi tra soggetti pubblici e privati e un intervento del governo, per risolvere l’impasse. A Calabrò infatti ha fatto coro <a href="http://corrierecomunicazioni.it/news/78818/newsletter/259/romani_ngn_progetto_paese_fini_non_ci_sono_soldi_e_vision">Gianfranco Fini</a>: «Mancano i più volte annunciati investimenti pubblici sulla banda larga, ma soprattutto non emerge ancora, sul tema della rete di nuova generazione, un Progetto Paese. Lo sviluppo delle reti di nuova generazione e le politiche di investimento a sostegno dei relativi progetti costituiscono un vincolo programmatico per tutte le economie più avanzate del Continente». Persino Paolo Romani, vice ministro allo Sviluppo Economico, da qualche giorno <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/giugno/14/Dividendo_digitale_ora_cambia_ce_0_100614019.shtml">sta lanciando messaggi</a> sull’importanza della banda larga in contrapposizione alla tivù. Fino a ieri invece <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/28/internet-mobile-verso-la-quarta-generazione">difendeva sempre</a> il diritto delle emittenti a tenersi tutte le frequenze liberate dal passaggio al digitale terrestre. Il vento sta cambiando, insomma. Resta da vedere se non sia troppo tardi e se sia davvero forte la volontà politica e degli operatori a imboccare una nuova strada per il Paese.</p>
<p>Per il resto, i problemi segnalati da Calabrò non sono nuovi agli esperti e ai nostri lettori. Sono due, essenzialmente: banda larga mobile che rischia la saturazione e banda larga fissa senza un piano per il futuro. In entrambi i casi, l’Italia si sta muovendo con grande lentezza rispetto a quanto già stabilito da altri Paesi europei e non, che hanno piani nazionali per la Next generation network e hanno fatto (o annunciato) aste con cui assegnare altre frequenze alla banda larga mobile. Sulla Ngn, nulla di nuovo: Calabrò aveva già detto che in Italia bisogna fare una Ngn unica, laddove adesso c’è un caso di <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/05/17/dalla-palude-al-caos-parte-la-corsa-alle-ngn">progetti sovrapposti</a>. Il 19 luglio Romani farà <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/07/06/Policy/Paolo_Romani_advisor_governance_Tlc.html">un altro incontro</a> per mettere d’accordo i vari soggetti.</p>
<h5>La rete satura</h5>
<p>La novità maggiore è un’altra: per la prima volta, l’Agcom lancia l’allarme rete mobile satura. Non solo gli esperti, ma anche gli utenti se n’erano accorti <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/e-tu-navigherai-con-dolore/2129762/15">da tempo</a>, ma pazienza. Si sa che già ora la velocità reale in mobilità è un quinto di quanto pubblicizzato dagli operatori e in assenza di interventi non potrà che peggiorare. «Io l’avevo detto. Ma non è una grande soddisfazione», dice <a href="http://www.key4biz.it/Who_is_who/2007/05/Sassano_Antonio.html">Antonio Sassano</a>, “padre” del piano frequenze del passaggio al digitale terrestre e docente a La Sapienza. «Almeno però c’è un aspetto importante: abbiamo portato a casa <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?message=viewdocument&amp;DocID=4532">il nuovo piano frequenze</a>, dove per la prima volta Agcom dice che bisogna assegnare spettro del dividendo digitale alla banda larga mobile». In precedenza, nessuna istituzione italiana aveva mai affermato questo principio. Lo spettro va liberato in due modi, si legge nel piano: subito, togliendo alle tivù le frequenze inutilizzate; poi, entro il 2015, facendo un’asta con cui assegnare 300 MHz alla banda larga.</p>
<p>Adesso la palla passa al governo, perché il piano dell’Agcom fissa principi, non norme. Spetta al governo fissare leggi e un’asta con cui dare frequenze alla banda larga, togliendole alle tivù. E non sarà un passaggio facile, perché serve un salto culturale: «Bisogna ridurre lo spazio delle tivù e aumentare quello per la banda larga, nelle risorse assegnate», afferma Sassano. «Romani dice: assegno le frequenze alle emittenti e poi controllo se le usano bene. Ma io non credo a questo meccanismo. Primo perché in Italia non si riprende mai nulla e poi perché le emittenti possono dimostrare facilmente che le stanno utilizzando. Basta che le riempiano con televendite o vecchi film di Totò. Nessuna legge lo vieta», dice Sassano. «Bisogna invece arrendersi all’idea che la tecnologia avanza e la capacità trasmissiva aumenta. Non è più come nell’era dell’analogico. Adesso vanno cinque canali per frequenza, nel 2011 si passerà a 10, nel 2012-2013 si arriverà a 14-15, grazie al Dvb-t2 (nuovo standard del digitale terrestre)», continua. «È impensabile immaginare tutti questi canali riempiti da contenuti delle emittenti, mentre la banda larga mobile soffre per mancanza di risorse». L’Italia deve decidere ora, insomma, se vuole un futuro con centinaia di televendite o uno in cui c’è, per tutti, internet veloce ovunque, in mobilità, e a basso costo.</p>
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		<title>Banda larga, l’Italia sceglie il passato</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 08:23:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Le linee d'azione del viceministro per le comunicazioni si accontentano di abbattere il digital divide sui 2 Mbps, appiattendosi sui limiti e sulle potenzialità dell'ex monopolista. Un'altra occasione persa per rilanciare la rete italiana e favorire l'apertura del mercato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sta per partire il piano banda larga del viceministro per le comunicazioni Paolo Romani e, per chi non se ne fosse accorto, è ancora più prudente di quello che ci si aspettava. Il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/20/la-foto-di-caio-sui-ritardi-delle-tlc">rapporto Caio</a> presentava tre alternative per portare la rete di nuova generazione nelle case delle italiani? Ebbene, il governo ha scelto una quarta via: nessuna rete di nuova generazione, per ora. Con un piano presentato comunque con i toni della grande impresa: 1,47 miliardi di euro di fondi promessi per la banda larga in Italia. Quale banda larga? Quella del passato: 2 megabit a (quasi) tutta la popolazione, quando ora è il 13% a non poter raggiungere questa velocità, su rete Telecom. Vediamo nei dettagli.<span id="more-680"></span></p>
<p>Negli anni scorsi, Telecom Italia ha continuato ad aumentare le stime della popolazione coperta da Adsl &#8211; ora al 97% &#8211; sebbene da più parti (associazioni dei consumatori e associazione antidigital divide) si denunciava che il valore vero è più basso. Adesso, per la prima volta, la verità. Da questo 97% dobbiamo togliere un 3% che non può avere l’Adsl a causa di apparati Mux e Ucr presenti sulla linea. Un altro 2% è causato da linee troppo lunghe per supportare la banda larga. Un 4% può inoltre avere l’Adsl solo in versione “lite”, a 640 Kbps o, più di rado, 1 Mbps. L’8% degli italiani non può quindi avere affatto un’Adsl; mentre il 4% può arrivare a una velocità giudicata inadeguata per le attuali applicazioni internet. A dire che servano almeno 2 Mbps non è solo Caio ma anche il rapporto del governo britannico <a href="http://www.culture.gov.uk/reference_library/media_releases/5548.aspx/">Digital Britain</a>. Come risolvere? Il 6% della popolazione è in digital divide di lungo periodo e necessita di nuove infrastrutture in fibra che raggiungano le centrali Telecom. Contro i Mux e gli Ucr ora Telecom installa apparati zainetto, che comunque hanno capacità limitate e quindi la soluzione definitiva sarebbe fare interventi consistenti in centrale. Nel caso di doppini troppo lunghi, non c’è che il wireless: Telecom Italia userà a tal proposito l’<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2009/06/telecom-aria.shtml?uuid=39983526-51e7-11de-b058-2b08ce28b1b8&amp;DocRulesView=Libero">offerta all’ingrosso WiMax di Aria</a>. Peccato che quest’ultima sarà disponibile solo da fine 2010.</p>
<p>Il piano di Romani, a vederlo nel dettaglio, è la falsariga dei limiti dell’attuale rete Telecom. Da qui i timori che questi soldi possano diventare un aiuto al business di Telecom (quello al dettaglio e quello all’ingrosso: è vero che se la rete migliora se ne avvantaggiano tutti gli operatori, che però accedono a quella di Telecom non certo gratis…).   Il nocciolo duro di quegli 1,47 miliardi è anch’esso un fantasma del passato: 800 milioni di fondi Cipe, pre-stanziati nel 2008 contro il digital divide <a href="http://mytech.it/flash/2009/04/16/banda-larga-vimercati-pd-a-rischio-gli-800-mln-nel/">e poi persi per strada</a>. A giorni dovrebbe esserci lo stanziamento definitivo. Vi si sommano 264 milioni di fondi ministeriali, che serviranno a completare la rete in fibra nelle centrali (<em>backhauling</em>). Altri 188 milioni sono fondi pubblici per lo sviluppo di aree rurali. I restanti 219 milioni &#8211; scommette il governo &#8211; verranno da privati con il progetto di project financing, spronati da gare pubbliche a livello territoriale. Il 95,6% avrà così i 2 Mbps tramite dsl, dice Romani. Il 3,9% con il wireless. Già: anche se Romani ha annunciato banda larga a tutti, tecnicamente non sarà così, perché resterà fuori comunque lo 0,5% della popolazione italiana.</p>
<p>Un primo appunto: il piano sembra ritagliato apposta per coprire i buchi della rete Telecom senza porsi il problema delle aree già raggiunte da banda larga alternativa. Quel 13% di popolazione dichiarata in digital divide è infatti solo la quota di persone che si trovano in zone dove la rete Telecom non può dare i 2 Megabit. Migliaia di utenti sono però <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/29/il-wimax-arriva-destate-nuove-offerte">già abbonati a servizi Hiperlan e WiMax</a> nelle zone del cosiddetto digital divide; e bisogna tener conto anche di progetti Umts/Hspa come quello di Vodafone, che <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/07/02/Tecnologie/Vodafone_Italia_Calabria_Hsdpa_broadband_mobile.html">continua a espandersi</a>. Il piano Romani non si pone il problema di fare un censimento delle reti alternative. Il rischio è di sprechi di denaro pubblico e sovrapposizioni, a danno di quei provider, spesso piccoli, che hanno investito con il wireless in aree di territorio dimenticate da Telecom.</p>
<p>Il piano, peraltro, rimanda a giorni migliori l’investimento sulla vera innovazione: la fibra nelle case, per avere banda larga da 100 Mbps. Per questa non ci sono programmi: Romani si limita a dire che per ora fanno un primo passo combattendo il digital divide. Anche il Regno Unito (dove a non avere i 2 Mbps è solo il 7% della popolazione) si è trovato costretto, nella congiuntura economica, a ridimensionare il piano per la rete di nuova generazione: nel rapporto Digital Britain si parla così di una nuova tassa per diffondere i 50 Mbps entro il 2017. «Povertà di ambizione», si lamentano <a href="http://www.ovum.com/news/euronews.asp?id=7960">gli analisti di Ovum</a>.</p>
<p>Eppure, sul tappeto verde del futuro resterebbe ancora qualche carta da giocare. A giugno uno studio Anfov (associazione di aziende del settore, tra cui i principali operatori)  ha evidenziato che tecniche di posa, scavo e cablaggio alternative a quelle tradizionali permetterebbero di ridurre del 50% i costi per fare nuove infrastrutture in fibra ottica. Non sono ancora diffuse a causa di limiti normativi che solo di recente (e solo in parte) sono stati alleviati. Per esempio, un decreto di fine maggio ha dato il via libera a fare scavi, per la fibra ottica, a una profondità inferiore a un metro. Abilita così l’uso delle minitrincee, finora utilizzate solo in via sperimentale. «Per ridurre ancora i costi, l’ideale sarebbe posare la fibra in infrastrutture esistenti e il soggetto che può meglio farlo è la pubblica amministrazione», dice Franco Morganti, presidente di IT Media consulting. «Propongo quindi di istituire società del cavo locali, in partenza pubbliche, che creino la rete sfruttando quanto più possibile le infrastrutture che già hanno. E poi affittino la rete a provider privati», continua. Un’idea simile a quella che Caio indicava come la terza soluzione per la Ngn.</p>
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		<title>La foto di Caio sui ritardi delle tlc</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 05:41:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La consulenza richiesta dal governo italiano parla di un'impasse allarmante. Servono almeno 5 miliardi di euro per restare in corsa, 10 per tornare ai vertici europei. Eravamo pionieri, ora temporeggiamo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Senza soldi, il futuro delle telecomunicazioni italiane è un muro bianco che chiude un vicolo in discesa, dove restano solo il ricordo dei pionieri che eravamo. E soldi non ce ne sono, da investire sulla rete: non sono previsti dai privati e non è prevedibile arrivino a breve dallo Stato, il cui intervento, tuttavia sarebbe risolutore. Un deus ex machina che si fa e si farà attendere chissà per quanto. È la storia di un impasse, quella che emerge dal rapporto Caio, ora a sorpresa <a href="http://www.wikileaks.com/wiki/Comparing_broadband_in_Italy_with_other_countries:_Francesco_Caio_report:_Portare_l%27Italia_verso_la_leadership_europea_nella_banda_larga:_Considerazioni_sulle_opzioni_di_politica_industriale%2C_12_Mar_2009">sottoposto al giudizio</a> di tutti gli utenti internet, prima ancora che venisse presentato ufficialmente dal governo.<span id="more-615"></span></p>
<p>Il piano Caio lo dice chiaro e tondo: Telecom Italia ha rivisto al ribasso gli investimenti in fibra ottica e ora sono insufficienti per guardare al futuro; non ha nemmeno motivo (oltre che, forse, possibilità) di aumentarli, visto che pure i concorrenti sono fermi. A differenza di quanto avviene in Francia, dove, caso più unico che raro in Europa, c’è una gara tra operatori diversi a portare fibra nelle case. Caio, inoltre, segnala la fibra attiva (peer to peer) come la soluzione migliore, per un piano <em>fiber to the home</em>; ma Telecom si è orientato da tempo verso una soluzione di fibra passiva (Gpon), <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/11/27/01/200811270101">come comunicato all’Agcom</a>, perché appunto è la via più economica. Soldi dallo Stato? È quanto propone Caio, ma è sotto gli occhi di tutti che la banda larga non è una priorità e forse nemmeno nell’agenda del governo, che ancora non ha stanziato nemmeno quegli 800 milioni di euro previsti dalla Finanziaria <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2009/05/banda-larga-nodo-nuove-reti.shtml?uuid=12b43524-3651-11de-b0ea-cb14daee45aa&amp;DocRulesView=Libero">per la lotta al digital divide</a>.</p>
<p>A qualcuno a questo punto verrà il dubbio che l’impasse non sia grave. Che governo e privati abbiano ragione a non investire con forza sulla rete. E che, dopo tutto, così facendo solo si asseconda una domanda asfittica. Caio risponde, implicitamente, anche a questa obiezione. Dice che non c’è un volano migliore della banda larga per inaugurare un nuovo ciclo economico. Una teoria che si basa su supposizioni, certo, perché non c’è dato di vedere il futuro; ma è sempre stato così per ogni passo avanti delle infrastrutture di un Paese: è una scommessa. Ulteriore argomento: non può essere un caso che tutti i principali Paesi abbiano un piano statale per lo sviluppo della banda larga, nelle due direzioni: aumento della copertura fino al 100% della popolazione e avvicinamento della fibra all’utente (<em>next generation network</em>).</p>
<p>L’Italia vive un paradosso, che del resto si è ripetuto identico in altri settori dell’innovazione: siamo stati pionieri anzi tempo, con reti come quella di Fastweb e il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_Socrate">piano Socrate</a>. Ma poi abbiamo rallentato, come il maratoneta che non sa dosare le energie e va troppo forte nei primi chilometri. Fastweb, com’è noto, anche se è ancora famoso come “l’operatore in fibra ottica”, da anni è focalizzato sull’Adsl e non cabla più nuove case con fibra. Gli altri Paesi invece hanno accelerato quando era il momento giusto. Solo l’Italia ha ragione a temporeggiare, tutti gli altri Paesi sono stati abbagliati dalle generiche promesse della banda larga? È il dubbio tipico che colpisce quando tutti corrono e noi restiamo fermi: e se avessero ragione gli altri? E se fosse più pericoloso restare fermi, invece di levare le ancore e salpare?</p>
<p>È anche una semplice questione di sopravvivenza, infatti. Caio aggiunge che l’attuale rete è come malata di “osteoporosi”: va aggiornata, almeno nelle principali città, perché tra il 2010 e il 2015 è prevista la sua saturazione. Anche questa è una scommessa: che cosa facciamo, corriamo il rischio? Il governo si troverà insomma di fronte a un bivio. Dare retta a Caio significa spostare risorse ora allocate ai servizi del presente, per non perdere l’appuntamento con un futuro che nessuno ha mai guardato in volto. Caio è realista, sposta al 2015-2016 la partenza dei piani proposti e nel frattempo dice che bisogna concertarli (come se in Italia non ci fossero già stati abbastanza piani programmatici e “cabine di regia” sulla banda larga). Servono 10 miliardi in cinque anni per la prima proposta (50% delle case coperte da fibra, «per la leadership europea») o 5,4 miliardi in quattro anni per la seconda (25% delle case, «per non arretrare in Europa»).</p>
<p>C’è poi una terza, chiamata «flessibilità sul territorio» (coinvolge le pubbliche amministrazioni e le utility locali), dove l’intervento pubblico sarebbe più limitato: Caio non lo quantifica, ma sembra essere una proposta del tipo “meglio che niente”. Nell’immediato invece bisognerebbe investire 1,2-1,3 miliardi di euro almeno per portare una banda larga “politica”, 2 megabit al secondo, al 99% della popolazione entro il 2011. Obiezione tipica: non è il digital divide che frena la diffusione della banda larga in Italia, ma la scarsa cultura informatica della popolazione. Caio prevede però che bisogna investire ora in vista di un futuro prossimo dove gli italiani andranno in massa in rete: attraverso vari dispositivi, cellulari e computer più economici, o persino tv; e per utilizzare i servizi digitali della pubblica amministrazione che, sebbene in ritardo, è solo questione di tempo perché approdino.</p>
<p>Caio ha detto la sua. Adesso, la palla è al governo.</p>
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		<title>I nodi della nuova rete veloce</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 09:43:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Si è appena chiuso un ciclo, durato un anno, fatto di intense contrattazioni. Da gennaio l’Italia è pronta a entrare in una nuova stagione di dibattito, da cui dipende il futuro delle nostre telecomunicazioni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/11/27/banda-larghissima-in-fibra-l%e2%80%99italia-si-muove">Come previsto</a>, Telecom Italia ha accettato le modifiche agli impegni, chieste da Agcom, la quale poi ha convalidato il tutto. Il nuovo corso comincia da gennaio, quindi, e andrà avanti su due binari paralleli. Da una parte, ci saranno incontri, tavoli tecnici per applicare gli impegni presi da Telecom sulla rete (Open Access). Dall’altra, Agcom comincerà le nuove analisi di mercato, che dureranno sei mesi, per determinare quali obblighi imporre a Telecom in quanto operatore dominante. S’intende, saranno obblighi che eventualmente andranno oltre quanto Telecom già dovrà fare in virtù degli impegni che ha liberamente sottoscritto con l’Autorità.<span id="more-243"></span></p>
<p>Impegni che, nella versione 2.0 voluta dall&#8217;Autorità, sono stati accolti senza eccessive polemiche, anche dai testimoni più scettici: «noi volevamo la separazione societaria (<em>che adesso sembra ormai un’ipotesi tramontata, ndr</em>)», dice Marco Pierani, responsabile rapporti istituzionali per Altroconsumo, «ma riconosciamo che i nuovi impegni sono un grosso passo avanti rispetto alla prima versione scritta da Telecom e che non davano alcun vantaggio reale alla concorrenza rispetto a quanto già prima offerto». I progressi sono nel senso di mettere i concorrenti su un livello più paritario, rispetto alla stessa Telecom, quando accedono alla rete fissa nazionale e la usano per le proprie offerte. Ancora è un passo indietro rispetto al Regno Unito, che ha fatto scuola in Europa separando la rete di British Telecom. Telecom Italia infatti (a differenza di BT) si è rifiutata di mettere negli impegni un punto molto richiesto dai concorrenti, cioè l’obbligo per la sua divisione retail di passare da quella wholesale, per accedere alla rete, come fanno gli altri operatori. Resta insomma quest’asimmetria, «ma aspettiamo di vedere come saranno applicati gli impegni prima di polemizzare», dice Pierani.</p>
<p>L’Italia però, con gli impegni 2.0, fa scuola per un altro aspetto: le regole sul network di nuova generazione. Sono già comprese negli impegni e quindi l’Ngn sarà messo in Open Access. Significa che gli operatori alternativi potranno accedere a condizioni regolamentate da Agcom alla nuova rete in fibra Telecom. La Commissione europea del resto è orientata a chiedere ai Paesi membri di fare regole anche sull’Ngn (lo scrive nella bozza del nuovo quadro regolamentare); Agcom non ha fatto altro che accelerare una tendenza inevitabile, sfruttando l’occasione degli impegni Telecom. Restano però nodi da affrontare, per l’accesso Ngn, e ci terranno compagnia per tutto il 2009.</p>
<p>Con gli impegni, Telecom concede l’uso dei propri cavidotti, delle canaline e della fibra passiva &#8211; quest’ultimo aspetto è una conquista fatta in extremis dagli operatori alternativi. Che cosa vuol dire? Gli operatori possono mettere la propria fibra nelle infrastrutture passive di Telecom, cavidotti, canaline, e poi i propri apparati nel sub local loop (negli scatolotti nodi della rete, alla base dei palazzi raggiunti con la fibra). Così possono creare una propria Ngn indipendente, risparmiando circa il 50% dei costi perché, potendo usare le infrastrutture passive di Telecom, non devono duplicare i lavori di scavo. Tutti gli esperti concordano, però, che una seconda Ngn è possibile solo nelle principali metropoli, circa per il 17% della popolazione. Altrove, non è remunerativa. Ma anche nelle metropoli c’è comunque il problema che nei cavidotti e negli scatolotti lo spazio può esaurirsi; come fanno allora gli altri operatori a competere sulle offerte a banda larghissima? Certo non facendo altri scavi e scatolotti: questo sarebbe non remunerativo ovunque.</p>
<p>La soluzione è già negli impegni ed è appunto l’affitto della fibra passiva, che è un po’ l’analogo dell’attuale unbundling. L’operatore mette i propri apparati nella centrale urbana (a circa 10 chilometri dall’utente) e può così usare la fibra posata da Telecom. Ovviamente deve raggiungere con propria fibra la centrale Telecom, come già avviene con l’attuale unbundling. A differenza del rame, però, lo stesso cavo in fibra dalla centrale all’utente può essere usato da più operatori: si dividono le lunghezze d’onda.</p>
<p>Gli operatori alternativi sostengono però che nemmeno questa soluzione è sufficiente, ci sono casi in cui può essere remunerativo solo il bitstream, cioè un accesso solo logico alla rete Telecom (senza mettere apparati in centrale, né doverla raggiungere con la propria fibra). Del resto, l’attuale unbundling copre solo il 50% della popolazione appunto perché gli operatori alternativi non lo reputano remunerativo nella restante metà, dove ricorrono al bitstream. Il bitstream sarà il principale nodo da affrontare nei prossimi mesi: Telecom vuole concederlo, a condizioni regolamentate da Agcom, solo nelle zone dove sarà considerato (dalle analisi di mercato) operatore dominante. Altrove potrà darlo ai propri prezzi e condizioni, in piena libertà. Il responso verrà solo dopo le analisi di mercato. Telecom non potrebbe lanciare le offerte a 50-100 Mbps prima? «Sì, ma gliele bloccheremmo subito, perché non sarebbero replicabili», spiegano da Agcom. Non dovremmo vederle quindi prima di fine 2009, nella migliore delle ipotesi.</p>
<p>Telecom nel frattempo continuerà le sperimentazioni, per ora concentrate a Milano e con tecnologia Vdsl. C’è già un’offerta gratuita, nome in codice Alice Phibra, a 50/7 Mbps. Gli operatori sono in campana, dopo l’uscita di quest’offerta: Wind teme comunque un colpo di coda da parte di Telecom, con un lancio al pubblico prima che gli altri siano messi in condizione di replicare.</p>
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		<title>Banda larghissima in fibra, l’Italia si muove</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Nov 2008 09:43:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Agcom]]></category>
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		<description><![CDATA[Agcom impone per la prima volta a Telecom Italia di condividere il suo Next Generation Network in fibra ottica in tutte le zone della penisola in cui l'ex monopolista è dominante nel mercato della fibra. Una decisione che potrebbe avere un impatto decisivo sul mercato delle comunicazioni del nostro paese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia procede il dibattito da cui dipende il futuro della banda larga, in fibra ottica: siamo al punto in cui l’Autorità garante delle comunicazioni <a href="http://notizie.alice.it/notizie/economia/2008/11_novembre/26/tlc_agcom_chiede_modifiche_a_telecom_su_riassetto_rete_-2-,17003910.html">ha appena chiesto</a> a Telecom Italia di modificare gli impegni e tra le altre cose di includervi anche l’Ngn (Next Generation Network). Quella rete in fibra ottica che, costruita da Telecom, porterà, nel 2009, banda larga fino a 100 Mbps nelle principali città italiane. In sostanza, per la prima volta Agcom chiede (impone) a Telecom di consentire ai concorrenti di accedere all’Ngn futura e a tariffe regolate dalla stessa Autorità. Telecom dovrà inoltre condividere con gli altri le proprie infrastrutture passive (cavi, cavidotti), dove può passare la fibra. Questi obblighi però varranno solo nelle zone dove Telecom è dominante nel mercato della fibra. È un dibattito da seguire con attenzione e non riguarda solo l’Italia, ma tutti i Paesi europei. Ne dipende il futuro delle telecomunicazioni in banda larga.<span id="more-155"></span></p>
<h5>Due opposte fazioni</h5>
<p>In sintesi, in Europa ora si scontrano due filosofie. La prima è quella che vorrebbe regole e norme, a tutela della concorrenza, anche sulla rete di nuova generazione. La seconda invece non vuole regole sull’Ngn e quindi nessun obbligo di apertura ai concorrenti. Se questi ultimi vogliono usare la nuova rete, devono farlo a prezzi di mercato, mettendosi d’accordo con l’operatore che la costruisce. Senza poter contare su Autorità come angeli custodi che vigilino su modalità, tempistica e tariffe di accesso.</p>
<p>In Italia ancora non è certo quale posizione prevarrà, ma l’ultima mossa di Agcom spiana la strada verso l’apertura dell’Ngn. Fa pendere un po’ più la bilancia a favore degli operatori alternativi, che battagliano da tempo per un accesso regolamentato all’Ngn, mentre Telecom lo vorrebbe negare. Gli operatori alternativi, italiani ed europei (nell’associazione <a href="http://www.ectaportal.com/">Ecta</a>), gridano infatti l’allarme: senza regole, l’Ngn farà tornare il monopolio nelle telecomunicazioni. Telecom Italia e altri operatori dominanti europei (non tutti) invece sostengono che l’Ngn richiede forti investimenti (almeno 10 miliardi di euro). Perché siano sostenibili e portino quindi a profitti, l’operatore che fa la rete deve essere esonerato dalle regole e trattare con i concorrenti a prezzi di mercato.</p>
<h5>Il quadro in Europa</h5>
<p>Per ora la Commissione Europea non è riuscita a imporre una linea comune, ai vari Paesi, per l’approccio all’Ngn. Ci sono varie vie nazionali, quindi. Quella open si sta affermando in Olanda e nel Regno Unito (sebbene anche qui manchi una posizione definitiva, l’orientamento è favorevole all’apertura dell’Ngn alle regole e ai concorrenti). La via pro-chiusura sembra invece imporsi in Spagna e Germania, dove gli ex monopolisti (Telefonica e Deutsche Telekom) sono riusciti a convincere governo e regolatori ad avere norme a loro favorevoli. La Commissione Europea si è schierata contro questa posizione presa in Germania e, pochi giorni fa, in Spagna. Per ora però questi due Paesi vanno avanti sulla propria strada, che obbliga i concorrenti a chiedere di volta in volta all’ex monopolista il permesso di accedere alla rete Ngn, quando la vogliono usare per offrire servizi agli utenti finali. La Commissione si è opposta a queste posizioni spagnole e tedesche, ma finora senza effetto pratico.</p>
<p>La Francia è una via di mezzo, anche perché è una situazione eccezionale: l’Ngn è già disponibile, è fatta di tante reti e soprattutto di operatori alternativi. France Telecom si è mossa in un secondo momento. Una legge di agosto, in Francia, impone a tutti gli operatori di dare un punto di accesso ai concorrenti, ogni volta che portano la fibra a un palazzo. L’idea è che è poco praticabile e sicuramente troppo dispendioso mettere due fibre in uno stesso palazzo, quindi chi arriva per primo faccia spazio agli altri.</p>
<h5>Duplicare o no l’investimento Ngn?</h5>
<p>Dal punto di vista tecnico, è certo impensabile moltiplicare l’ultimo miglio in fibra, quello interno al palazzo. È però possibile, in teoria, che alcuni operatori (due o più), ciascuno con la propria rete Ngn, arrivino vicino al palazzo fino a un punto di interconnessione (l’armadio in strada, per esempio). Da lì, fino all’utente, utilizzano invece la stessa rete. Da più parti però si sta facendo strada l’idea che non abbia senso avere molteplici Ngn, se non in rare zone metropolitane di altissimo interesse. Il problema è remunerare gli investimenti. Il Giappone fa scuola: lì, nonostante la nuova sia stata fatta anche con i soldi dello Stato, non c’è stata grande abbondanza di Ngn multiple e parallele. Solo nel centro di Tokio ce ne sono tre. Altrove invece ce n’è una. Negli ultimi mesi sono stati pubblicati numerosi studi a conforto di questa tesi. Da parte di Analysys (studi per i regolatori olandese, francese e belga), Wik (per Ecta), AT Kearney (per il governo greco), JP Morgan, Oecd (studi per il governo olandese e report istituzionali). Un buon punto di riferimento per seguire gli sviluppi della discussione è il blog di <a href="http://quinta.typepad.com/">Stefano Quintarelli</a>, che sta facendo una campagna a favore di una rete unica e condivisa.</p>
<p>Agcom, con l’ultima decisione, si è avvicinata appunto a questa tesi, che del resto è anche quella appoggiata anche dalla Commissione Europea. Agcom ha bocciato di fatto la tesi di Telecom secondo cui l’Ngn è un nuovo mercato, che non richieda quindi regole a tutela della concorrenza. In realtà non è un mercato del tutto nuovo, ma è la prosecuzione di quello dell’Adsl. Gli utenti cioè saranno portati a passare dall’Adsl alla fibra, come naturale evoluzione tecnologica, come quando hanno abbandonato il dial-up. E se la rete di nuova generazione nazionale sarà di fatto una, solo l’ex monopolista è in condizione di farla. A differenza degli altri operatori, può ottenere sinergie ed efficienze dalle infrastrutture che già ha sul territorio, in fibra e non. Caso emblematico è quello olandese, dove Kpn ha fatto l’Ngn con i soldi ottenuti dalla vendita elle centrali, utilizzate solo sulla vecchia rete. Ha inoltre una quota di mercato elevata sul mercato banda larga (in media 70%, mai sotto il 40% in nessuna città), il che dà economie di scala per il passaggio alla nuova banda larga.</p>
<h5>Il ruolo dello Stato?</h5>
<p>L’ultimo tassello politico è il ruolo dello Stato in tutta questa vicenda. Tutti gli operatori chiedono l’intervento del settore pubblico, per l’Ngn. Avverrebbe in due modi: da un lato fondi pubblici per le zone dove il mercato non ha le forze da solo di portare la banda larghissima (ora c’è in ballo un miliardo di euro, che potranno servire anche per le aree dove non c’è affatto fibra e quindi nemmeno i 20 Mbps); dall’altro il coordinamento istituzionale di diversi soggetti, che potranno collaborare per costruire insieme la nuova rete, come <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/10/27/01/200810270101">già analizzato</a> in un precedente articolo.</p>
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