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	<title>Apogeonline &#187; New York Times</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>iPad in giallo e nero</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 13:05:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il New York Times attacca il tablet più famoso per contestare le condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi. Arrivano risposte non sempre concordi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha iniziato la polemica il <em>New York Times</em>, con un lungo articolo intitolato <a href="http://www.nytimes.com/2012/01/26/business/ieconomy-apples-ipad-and-the-human-costs-for-workers-in-china.html">In China, Human Costs Are Built Into an iPad</a>. Argomento: Apple è diventata una delle aziende di maggior successo al mondo ma gli operai delle fabbriche cinesi che sfornano smartphone e tablet a getto continuo spesso lavorano in condizioni disumane. A fianco dell&#8217;<em>incipit</em> dell&#8217;articolo, un&#8217;immagine relativa a un incidente dello scorso maggio che è costato la vita a quattro operai.<span id="more-8493"></span></p>
<p>Per quanto lo stesso articolo precisi da subito che le stesse problematiche si applichino ad aziende cinesi al lavoro per Hewlett-Packard, Ibm, Lenovo, Motorola, Nokia, Sony, Toshiba e altri, le sue sette pagine si riferiscono soprattutto ad Apple ed è comparso esattamente il giorno la pubblicazione dei (lusinghieri) risultati finanziari trimestrali dell&#8217;azienda, suscitando le ire dell&#8217;amministratore delegato di Apple Tim Cook che ha subito inviato una <a href="http://9to5mac.com/2012/01/26/tim-cook-responds-to-claims-of-factory-worker-mistreatment-we-care-about-every-worker-in-our-supply-chain/">lunga mail ai dipendenti</a> riaffermando una visione aziendale positiva del problema:</p>
<blockquote><p>We care about every worker in our worldwide supply chain. Any accident is deeply troubling, and any issue with working conditions is cause for concern. Any suggestion that we don’t care is patently false and offensive to us. As you know better than anyone, accusations like these are contrary to our values. It’s not who we are.</p></blockquote>
<p>Scontata la reazione di Cook a nome di Apple, che ospita sul proprio sito <a href="http://www.apple.com/supplierresponsibility/">una sezione apposita</a> sugli standard delle condizioni di produzione esterna e pubblica annualmente un rapporto a tema, non lo era probabilmente quella di Bsr, organizzazione impegnata in tutto il mondo per promuovere condizioni sostenibili di business e trattamento ragionevole dei lavoratori. Aron Cramer, President e amministratore delegato Bsr, ha contestato al Times in una <a href="https://www.bsr.org/en/our-insights/blog-view/letter-to-the-new-york-times-from-bsr">lettera aperta</a> la pubblicazione di informazioni non veritiere rispetto ai fatti menzionati, il tutto relativamente al coinvolgimento di Bsr ma a raggio abbastanza vasto da portare al sospetto che il quotidiano statunitense abbia forzato la narrazione dei fatti rispetto a quanto effettivamente accaduto.</p>
<p>Ovviamente la questione non è Apple, né iPad, né qualunque altra azienda o prodotto specifici, ma investe in modo ben più globale i nostri stili di vita e i conseguenti modelli di produzione. Sembra adeguato invitare al dialogo e alla riflessione sulla sostenibilità del lavoro attraverso le parole di Bsr:</p>
<blockquote><p>While the story focuses on Apple, the question of conditions in global supply chains is of immense importance to all companies, in all sectors. There is no doubt that, while more and more companies are committed to ensuring good working conditions in their supply chains, additional steps should be taken. The key to progress is a combination of renewed commitments by the private sector, better enforcement of laws by governments, collaboration between businesses and NGOs, and worker empowerment. Global companies who are active in this space know that long-term, sustainable change takes time and requires many players working together.</p></blockquote>
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		<title>New York Times, più sei fedele e più paghi</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/03/22/new-york-times-piu-sei-fedele-e-piu-paghi</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Mar 2011 07:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Augusta Chronicle]]></category>
		<category><![CDATA[Felix Salmon]]></category>
		<category><![CDATA[iPad]]></category>
		<category><![CDATA[New York Times]]></category>

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		<description><![CDATA[A un anno dall'annuncio della proprietà, il New York Times passa come previsto a un nuovo regime tariffario. Libero accesso ai visitatori di passaggio, ma dopo una ventina di consultazioni tocca pagare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il sito del New York Times, uno dei più importanti quotidiani al mondo, è ufficialmente passato alla versione a pagamento. Un cambiamento molto forte, per l&#8217;importanza del sito, e per le conseguenze che potrebbe avere sui modelli di business futuri dell&#8217;intero giornalismo, non solo online, in Occidente. I primi a passare alla versione a pagamento sono i lettori canadesi, ma entro la fine del mese tutto il mondo sarà soggetto allo stesso tipo di regime. Finora sapevamo che gli utenti erano disposti a pagare solo per servizi giornalistici settoriali e ad alto valore aggiunto: banche dati, quotidiani economici con grandi moli di dati finanziari come il Financial Times. Il New York Times è un giornale generalista e la mossa, annunciata da più di un anno e dunque lungamente ponderata, incuriosisce un po&#8217; tutti.<span id="more-5222"></span></p>
<h5>Il tariffario</h5>
<p>A suscitare un surplus di curiosità è anche lo specifico schema di pagamento adottato, ben diverso dalle versioni tutto-o-niente cui si era abituati. Sarà infatti garantita a tutti la lettura di 20 articoli al mese (non pagine: anche in caso di slideshow o di articoli su più pagine, questi conteranno come uno), e la home rimarrà sempre visibile a tutti, assieme alle home di sezione, alle home dei blog e agli annunci, nonché tutte le top news fruite dalle applicazioni mobili. L&#8217;abbonamento avrà diverse formule. Per 15 dollari si potrà liberamente leggere il sito per quattro settimane, sia via web che via applicazione mobile. Tranne nel caso dell&#8217;iPad: per usare l&#8217;applicazione sul tablet della mela (e accedere pure via web liberamente al sito) si dovranno pagare 20 dollari. In sostanza, viene alzato un chiaro disincentivo all&#8217;uso della tavoletta Apple. Anche perché se uno vuole leggere liberamente il suo sito sia con l&#8217;app del proprio smartphone che con l&#8217;app dell&#8217;iPad, dovrà cumulare i due abbonamenti e pagare ben 35 dollari.</p>
<p><a href="http://blogs.reuters.com/felix-salmon/2011/03/17/the-nyt-paywall-arrives/?WT.tsrc=Social%2BMedia&amp;WT.z_smid_dest=Twitter&amp;WT.z_smid=twtr-FelixReuters">Felix Salmon nota</a> che, se si vive nell&#8217;area di New York, addirittura conviene abbonarsi alla versione domenicale cartacea (che è ben diversa dalla versione domenicale dei nostri quotidiani: lì è come comprare una bibbia pesantissima composta da fascicoli su fascicoli divisi nei più disparati argomenti, un modello di quotidiano domenicale che da noi non è mai esistito) e buttarla: perché il costo di quell&#8217;abbonamento sarebbe di 19,60 dollari, ma includerebbe anche l&#8217;accesso illimitato, per le canoniche quattro settimane, via web e via tablet. Come largamente annunciato, rimane tuttavia attiva la possibilità di accedere agli articoli, anche se superano i 20 mensili, via referrer &#8220;autorizzati&#8221;. In pratica, le pagine linkate da Facebook e da Twitter potranno sempre essere viste da chi segue quei link (<strong>update:</strong> pare che questo riguardi anche i link dai blog in genere, il che apre parecchi &#8220;buchi&#8221; nel modello di pagamento&#8230;). Conteranno sempre per far salire il contatore dei 20 articoli mensili, ma non faranno mai scattare il blocco. Se si segue un link a un articolo del New York Times da Google, invece, si avrà sempre la possibilità, di leggerlo, ma fino a un limite di 5 articoli al giorno. Il prezzo annuale dell&#8217;abbonamento annuale  è di 195 dollari.</p>
<h5>I conti in tasca</h5>
<p>Ha senso questa strategia? Dal punto di vista commerciale, c&#8217;è chi ne dubita. Di fatto, attualmente il New York Times ha revenue pubblicitarie dal digitale per oltre 300 milioni di dollari. È lecito attendersi che il numero delle visite, per effetto di questo paywall, diminuirà, e con esso queste revenue. Si tratta di capire se il calo di queste entrate sarà compensato dai guadagni dagli abbonamenti. Il già citato Salmon prova a fare qualche stima e ottimisticamente conclude che all&#8217;anno questo sistema potrà far guadagnare 24 milioni di dollari. Poiché il suo sviluppo è già costato 40 milioni di dollari, per due anni non ci sarà praticamente guadagno. Dopo di che diventerà marginale, soprattutto perché è ragionevole pensare che la perdita sul budget pubblicitario sarà ben maggiore. Certo, non sembra un sistema costruito per portare grandi vantaggi economici: magari le stime potranno essere sbagliate, ma difficilmente possiamo immaginare una grande massa di paganti.</p>
<p>Anzi: qualcuno nota che la strategia commerciale è in realtà quella di far pagare solo i clienti migliori. I &#8220;core-reader&#8221;, gli affezionati, una evidente minoranza, rispetto ai lettori &#8220;mordi e fuggi&#8221;, che magari arrivano solo da link su Facebook e Twitter e non sono affezionati. E in tal caso la scommessa è evidentemente sul mancato abbassamento degli introiti pubblicitari. In pratica, a pagare saranno solo quelli che hanno il difetto di essere molto affezionati al giornale, di essere utenza professionale o di fascia alta. Per di più, diventeranno anche migliori target commerciali: facile cioè vendere a prezzi più alti le reclame che riguardano un gruppo piccolo ma molto caratterizzato di lettori.</p>
<h5>Non tutti i pagamenti sono uguali</h5>
<p>Che però quello che accadrà non sia facilmente prevedibile lo dimostrano due storie agli antipodi. Quella del Times di Londra, che obbliga a pagare per leggere anche solo un articolo, e che ha visto, assieme al gemello Sunday Times, i visitatori unici mensili passare da 20 milioni a 100.000. E quello dell&#8217;americano <a href="http://www.lsdi.it/2011/03/16/miracolo-ad-augusta-usa-quotidiano-online-passa-al-sistema-a-pagamento-e-i-lettori-aumentano/">Augusta Chronicle</a>, un giornale molto più piccolo che, in maniera più simile al New York Times, ha proposto un modello di pagamento abbastanza tollerante, lasciando 25 articoli premium al mese gratuiti, più un&#8217;infinità di altro materiale liberamente consultabile, con aggiornamenti che in home page si sono fortemente intensificati, stimolando i lettori alla visita, e fissando una tariffa di 6,95 dollari al mese per il solo digitale e di 2,95 se si è già abbonati anche al cartaceo. Ebbene, dopo tre mesi le visite al sito sono aumentate del 5%. È presto per dire come andrà. Pare che molto del valore del modello stia nell&#8217;ampia selezione di contenuti gratuiti consultabili comunque, e in un prezzo basso. Il numero degli abbonati non è noto, ma non è altissimo: fra i due e gli otto abbonamenti giornalieri. Se si mantenesse un andamento costante, all&#8217;anno potrebbe fruttare fra i 43.000 e i 173.000 dollari, stima Lsdi.it. Abbastanza per una redazione da una a quattro persone.</p>
<p>Conclusioni non ne possiamo trarre. Appare certo però che il successo del modello a pagamento dipende da un mix di fattori, che probabilmente richiederà tempo per essere messo a punto. Se per un giornale generalista probabilmente chiudere le pagine alla possibilità di essere linkate da motori e social network (il cosiddetto &#8220;open web&#8221;, da cui il New York Times dichiara e dimostra di non voler uscire) non pare mai una grande soluzione, il mix può essere fatto fra un tetto di pagine free al mese (che consente di non perdere troppi lettori, dato che la maggior parte non riesce nemmeno ad arrivare a consumarle tutte e a essere interessata quindi alla possibilità di abbonarsi), una serie di pagine comunque gratuite di consultazione (cosa che sia l&#8217;Agusta che il New York Times stanno proponendo) e un corretto prezzo per l&#8217;abbonamento.</p>
<h5>Chi vince?</h5>
<p>E qui il New York Times forse qualcosa dovrà correggere, anche per evitare di suscitare le proteste possibili dei lettori più fedeli, gli unici a sostenere costi aggiuntivi per la loro &#8220;passione&#8221;. Il rapporto fra lettori e giornali negli Stati Uniti sembra abbastanza diverso da quello che c&#8217;è con i lettori italiani e i propri quotidiani, troppo spesso poco indipendenti e, anzi, molto legati alla politica. Ma proprio per questo, se funzionerà il modello per cui a pagare devono essere i più appassionati, quali giornali credete abbiano più chance di ottenere entrate dai propri fan: un giornale d&#8217;equilibri come il Corriere o la Stampa, o un giornale di &#8220;nicchia orientata&#8221; come Libero o il Fatto Quotidiano?</p>
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		<title>I nostri like della settimana (3/2011)</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/21/i-nostri-like-della-settimana-32011</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 07:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Apogeonline</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli articoli che ci sarebbe piaciuto pubblicare e le segnalazioni meritevoli di visibilità. Questa settimana: i ritratti di Steve Jobs, l'ultima copia del New York Times, MySpace in crisi, una scuola per imprenditori, l'arrivo di Peter Brantley, le case editrici su Twitter]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ul>
<li><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-01-19/capitano-capitano-team-vincente-084048.shtml?uuid=AaN2x10C">Capitano mio capitano, il team vincente e la leadership culturale di Jobs</a>. Luca De Biase affida al Sole 24 Ore un ritratto di gran spessore sul ruolo di Steve Jobs e su come a volte un uomo possa fare davvero la differenza.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://antoniodini.blogspot.com/2011/01/steve-jobs-apple-e-tutto-il-resto.html">Steve Jobs e lo sfogo di un giornalista specializzato</a>. Tra tante reazioni a caldo sulla malattia di Jobs, quella di Antonio Dini colpisce per schiettezza nel raccontare le emozioni di un addetto ai lavori.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2011/01/17/i-giornali-di-carta-e-le-presunte-profezie-delleditore-del-nyt/">L&#8217;ultima copia del New York Time non è mai stata l&#8217;ultima</a>. Che cosa ha detto veramente Arthur Sulzberger jr, l’editore del New York Times, nel 2007? Mario Tedeschini Lalli smonta luoghi comuni e leggende.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com/2011/01/imparando-da-myspace.html">Imparando da MySpace</a>. Perché MySpace ha perso con Facebook, al punto da arrivare a serie ristrutturazioni degli organici? Luca De Biase ha qualche idea in proposito</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://blog.nicolamattina.it/2011/01/startup-school-unipotesi-di-lavoro/">La scuola delle start up, un&#8217;ipotesi di lavoro</a>. Nicola Mattina racconta di voler aprire una scuola per aspiranti imprenditori e  in poche ore raccoglie <a href="http://blog.nicolamattina.it/2011/01/startup-school-le-prime-reazioni/">molti stimoli interessanti</a>.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://www.intranetmanagement.it/2011/01/10-principi-per-crear-una-vera-community/">Dieci principi per creare una vera community</a>. Giacomo Mason riporta e sintetizza i criteri di Bill Ives per distinguere community e team virtuali.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://www.pianetaebook.com/2011/01/ebook-gratis-basta-pagarli-con-un-tweet-4769">Libro contro reputazione, pagare l&#8217;ebook con un tweet</a>. Tu mi dai il libro gratis, io lo twitto e lo faccio conoscere ai miei amici. Pianeta ebook spiega l&#8217;idea &#8220;free for reputation&#8221; di Innovative Thunder.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://librisulibri.it/2010/10/20/perche-per-le-case-editrici-e-importante-essere-su-twitter/">Perché per le case editrici è importante essere su Twitter</a>. Sette opportunità per un editore alle prese con i tweet secondo Camilla di Libri su libri.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://giornalaio.wordpress.com/2011/01/20/media-digitali-a-nudo/">Media Digitali a nudo</a>. Pier Luca Santoro segnala Wirify, un bookmarklet che permette di visualizzare la struttura del sito web che si sta guardando.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://www.socialmedianews.it/oltre-il-libro-peter-brantley-e-i-nuovi-luoghi-del-sapere">Oltre il libro: Peter Brantley e i nuovi luoghi del sapere</a>. Il 4 febbraio comincia un nuovo ciclo di <a href="http://www.meetthemediaguru.org/">Meet the Media Guru</a> e il primo appuntamento è dedicato agli ebook e all&#8217;editoria digitale.</li>
</ul>
<p><br style="clear: both;" /><br />
<em><strong>A proposito di questa rubrica: </strong>la selezione di link della redazione di Apogeonline viene distillata giorno per giorno nella sezione </em>Idee in Rete<em> (in cima alla colonna centrale del sito), è dotata di un <a href="http://feeds.delicious.com/v2/rss/apogeonline">feed</a>, ha il suo repertorio su <a href="http://www.delicious.com/apogeonline">Delicious</a>, può essere consultata anche su <a href="http://www.facebook.com/apogeonline">Facebook</a> e <a href="http://twitter.com/apogeonline">Twitter</a>. Questa è la sintesi dell&#8217;intera settimana, per tenere una traccia strutturata di quanto ha colpito la nostra attenzione nei sette giorni precedenti. Se pensi che potrebbe esserci sfuggito qualche contenuto rilevante, contattaci via <a href="mailto:webzine(AT)apogeonline.com">email</a>, <a href="http://www.facebook.com/apogeonline">sulla nostra pagina Facebook</a> o <a href="http://twitter.com/apogeonline">via Twitter</a>.</em></p>
<p><em>L&#8217;immagine in apertura è tratta da un prototipo di <a href="http://www.wearenation.co.uk/">Nation</a>.<br />
</em></p>
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		<title>Pagare i giornali, ma non uno per uno</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/03/12/pagare-i-giornali-ma-non-uno-per-uno</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 08:27:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
		<category><![CDATA[La Repubblica]]></category>
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		<category><![CDATA[Sky]]></category>

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		<description><![CDATA[Le testate italiane sono sempre più orientati al pay per content. Ma se gli editori pensano di tornare a modelli pre internet e fare i soldi, rischiano di avere qualche sorpresa. C'è da imparare da Sky?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Me lo aspettavo, sapevo sarebbe arrivato ma è stata comunque una sorpresina sgradevole. Accedo dall&#8217;iPhone al Corriere della Sera versione mobile. Mi compare il temuto annuncio dalla grafica stile necrologio: «stai per entrare in un&#8217;area riservata». Se vuoi vedere il cammello, caccia la lira. <a href="http://www.businessonline.it/news/9927/News-a-pagamento-su-cellulari-Corriere-della-Sera-e-Repubblica-a-9-centesimi-di-euro-a-pagina.html" target="_blank">9 centesimi a pagina</a> che, con la fruizione che faccio io abitualmente del Corriere, significa mi conviene di gran lunga prendermi il mal di pancia di comprare la carta, che spendo la metà.<span id="more-2377"></span> Potrei passare a Repubblica sul mobile, non fosse che il contenuto di notizie &#8220;free&#8221; è stato seriamente depauperato. Quattro notizie in croce, poca roba. L&#8217;alternativa è l&#8217;applicazione &#8211; anch&#8217;essa paywallata, poco poco siamo sui 4 euro al mese, così come per il Corriere. Il mio amato New York Times tra un po&#8217; si farà pagare anch&#8217;esso e non sarà l&#8217;ultimo. Lo dicevo io, che <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/29/pay-per-content-e-se-si-mettessero-daccordo" target="_blank">stava arrivando</a>.</p>
<h5>Una questione di soldi, tanti soldi</h5>
<p>Certo, non mi fa piacere. L&#8217;animale economico che è in me rimpiange la perdita di contenuto gratuito. Ma quello che più di tutto mi disturba non è il dover pagare. Al di là delle inevitabili reazioni emotive ed ideologiche, sta di fatto che se la pubblicità non regge più il modello dei quotidiani online, i soldi con cui pagarsi il servizio è lecito che li facciano saltare fuori da qualche altra parte &#8211; e il modello del pay per content è sempre lì in agguato. Quello che però mi disturba è che questo sistema riporta molto indietro il mio orologio del confronto delle fonti. Mi inibisce la possibilità di sentire diverse campane, di accedere a più testate, di consumare abbondanti quantità di informazione. Questo modello, sorry, mi sa che non funzionerà.</p>
<p>Se l&#8217;abbonamento di Repubblica potrebbe essere anche conveniente, il Corriere mi sta dicendo che se voglio leggere anche loro devo raddoppiare la posta. Riportando l&#8217;orologio ai tempi pre Internet. Dunque se vorrò leggere più di una testata con un minimo di approfondimento dal mio iPhone, dovrei cacciare dei soldi francamente importanti. In alternativa legarmi a un solo carro e con tutta onestà oggi non so a quale giornale potrei mai dare l&#8217;esclusiva della mia informazione.</p>
<p>Capisco di più far pagare un abbonamento a <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2009/09/il-mondo-9000-euroanno-per-il-content.html" target="_blank">9000 euro l&#8217;anno</a> per una rivista che uno a 44 e rotti per un solo quotidiano. Da persona di business dico che il modello &#8220;ognuno per sé e Dio per tutti&#8221;, è corretto dal punto di vista della concorrenza. Dal punto di vista dell&#8217;uomo di marketing (e consumatore &#8220;heavy&#8221;) dico che rischia di dare una botta al mercato. E forse, lo sappiamo, è meglio avere una fetta un po&#8217; più piccola di un mercato grosso che una bella fettona di un mercato ridicolmente piccolo. Insomma, se nel mondo del content e di internet le idee non sono generalmente chiare, qui proprio le idee sono confuse. E senza una via di uscita, applicare piani tariffari che mirino alla &#8220;ne resterà uno solo&#8221; rischiano di rompere il giocattolo.</p>
<h5>Una bella tassa o Sky?</h5>
<p>Una possibile soluzione etico/ideologica potrebbe essere una bella legge di intervento pubblico a sostegno dell&#8217;editoria digitale. Diamo a tutte le testate un contributo annuale dallo stato e loro in cambio liberalizzano l&#8217;accesso al contenuto su Internet e mobile. Chiamiamola &#8220;diritto all&#8217;informazione digitale&#8221;. A parte il fatto che, di questi tempi e col deficit pubblico che abbiamo, sarebbe divertente capire da quale parte del bilancio statale potremmo far saltare fuori quei soldi. E comunque l&#8217;approccio assistenzialistico, l&#8217;ombra del carrozzone, il potenziale di ricatto (diamo i soldi sì, ma solo a quelle testate che&#8230;) non sarebbe per niente 2.0</p>
<p>Io mi sto veramente domandando se il modello giusto non ce l&#8217;abbia Sky. Onestamente: non avrei mai fatto un abbonamento a Nat Geo, uno a Fox, uno a MTV, uno a Discovery, pezzo per pezzo, euro per euro, costi che si sommano, complicazioni che crescono. Una bella flat fee mensile che combina più fornitori di content, invece, l&#8217;ho sottoscritta con piacere. E poi sono cavoli loro come si suddividono le revenue, io intanto navigo (pardon, guardo la tv) libero e sereno, galoppo per le verdi praterie del contenuto televisivo (in media per 20 minuti al giorno). Forse quella è la strada che si potrebbe prendere per il Pay per content. O si può chiedere di fare una scelta monodirezionale, monotestata a pagamento. In quel caso, mi dispiace, sarò ancora tanto 1.0 ma in modalità mobile c&#8217;è sempre il sano quotidiano sul tavolino del bar.</p>
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		<title>Editori, siete pronti? L&#8217;onda è in arrivo</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 07:45:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[Quel che è stato per la musica molto presto sarà anche per il libro. Dietro alla diffusione degli ebook, giunti alla soglia della maturità, c'è un mercato in rapida e irrimediabile evoluzione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sin dai primi tempi della diffusione del web siamo sempre stati accompagnati da una certezza, un punto di riferimento solido tra le mille cose destinate a cambiare con l&#8217;arrivo di Internet nelle nostre società. «I libri», ci dicevamo, «non saranno mai attaccati da questa trasformazione dei media». A nostro reciproco conforto vantavamo gli argomenti più vari: dalla comodità del supporto (un amico mi ripeteva sempre che il libro puoi portartelo a letto e persino in bagno, il computer no), all&#8217;affetto romantico per l&#8217;oggetto, alle sue virtà di arredo, alle tante pratiche sociali che un libro accompagna. C&#8217;è tutta una ritualità intorno al libro rilegato, importantissima per ogni bibliofilo. Una ritualità che assomiglia molto a quella che un tempo, con modi e forme diverse, si associava alla lettura del quotidiano di carta. Attività che pure oggi ci pare già un po&#8217; vintage, superata dai tempi di un&#8217;informazione più ricca e veloce.<span id="more-1696"></span></p>
<h5>Evoluzione lenta</h5>
<p>Sono passati quasi tre lustri e oggi cominciamo a vedere segnali molto diversi. Segnali che abbiamo incominciato a riconoscere perchè li abbiamo già visti in passato. Prima li abbiamo decodificati <em>a posteriori</em> con il cambiamento del mercato musicale, travolto da una profonda mutazione che nessuno ha avuto tempo di diagnisticare prima che avvenisse. Poi li abbiamo rivisti, fin troppo simili nel dare indicazioni, con l&#8217;editoria di informazione. Per anni si sono lette, più in rete che fuori (com&#8217;è ovvio), analisi e previsioni che indicavano quanto stava per accadere. Analisi che l&#8217;<em>establishment</em> dei grandi news media considerava incompetenti e <em>naïf</em>, salvo poi cominciare da un annetto a rifare dall&#8217;interno le stesse analisi dopo aver subito i primo duri colpi della crisi.</p>
<p>Oggi tocca all&#8217;editoria libraria. In uno sguardo di breve periodo non sta succedendo nulla di particolarmente allarmante. È la lenta evoluzione delle cose che si combatte come tutte le lente evoluzioni combattute dalle organizzazioni difensive: si cerca di difendere il consolidato senza farsi troppe domande. In quest&#8217;ottica non predittiva ci sono degli aggeggi nuovi, i cosiddetti <em>ebook reader</em>, che hanno una piccola porzione del mercato. Negli Stati Uniti tra il 5 e il 10%, e qui da noi cifre risibili e non pervenute all&#8217;attenzione della cronaca. Ci sono librai online che si fanno la guerra al ribasso dei prezzi, ma nulla che esuli particolarmente dalla norma.</p>
<p>Tutto più o meno come sempre, le solite schermaglie di mercato. Eppure, se in Italia nessuno sembra percepire nulla (se ne parlerà come al solito con due anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti), oltreoceno il mercato viene definito nervoso, gli operatori sono tesi e si parla apertamente di guerra anche su testate <em>mainstream</em> come il New York Times. Per capire cosa sta succedendo occorre ampliare lo sguardo e ragionare sul medio periodo.</p>
<h5>Segnali deboli</h5>
<p>Ci sono diversi segnali deboli all&#8217;orizzonte. Un insieme di fattori convergenti che, se individualmente significano poco, messi insieme annunciano un grande problema in arrivo. Il primo di questi filoni di preoccupazione è lo sviluppo dei dispositivi elettronici che consentono di leggere libri. Questi <em>device</em> hanno ormai superato la fase di protostoria e sono diventati competitivi, offrendo un&#8217;esperienza di lettura diversa ma affatto inferiore al libro di carta. Hanno inoltre alcuni vantaggi funzionali non trascurabili: possono immagazzinare centinaia di titoli in pochi grammi, consentono di operare sul testo e di fare ricerche, si arricchiscono di nuovi titoli acquistati in pochissimi secondi. C&#8217;è ancora qualche problema, come in tutte le tecnologie giovani, ma fa parte del gioco: il catalogo non è onnicomprensivo, si lotta per affermare standard diversi. C&#8217;è potanzialmente anche una grande capacità di farli dialogare con il computer e con un altro fronte di dispositivi in forte crescita: gli <em>smartphone</em> (che hanno una crescita media annuale del 200% su diversi mercati nazionali e sono già una realtà negli <em>States</em>). E presto comunicheranno anche con i <em>tablet</em>.</p>
<p>Roba per <em>geek</em>, apparentemente. E in effetti i primi dati disponibili raccontano che sono proprio i lettori forti, in America, i <em>geek</em> che sostengono un costo iniziale alto per dotarsi di questi lettori. Ovvero: i maggiori acquirenti di libri sono quelli che guidano la transizione. L&#8217;esperienza dice che, quando una tecnologia arriva a questo punto, il passo successivo è facile da predire: i prezzi scendono e la diffusione aumenta. C&#8217;è sempre un momento in cui una cosa che abbiamo fatto per tutta la vita in un certo modo ci sembra di colpo vecchia rispetto al modo in cui possiamo farla oggi.</p>
<h5>Prezzi al ribasso</h5>
<p>Il secondo segnale arriva da lontano. Le grandi librerie online, in particolare Amazon e Barnes&amp;Noble, hanno aumentato la spinta verso il basso dei prezzi. Questa competizione al ribasso ha portato anche distribuzioni tradizionali e grande distribuzione (come Wal-Mart) a cercare di essere competitive. Molte novità, che prima erano vendute anche a 30 dollari, oggi sono prezzate a meno di 10. Da questa battaglia non si torna indietro, ed è una battaglia che erode profondamente il sistema di ricavi e quindi tutta la logica tradizionale del business e di sostegno ai costi. A questo, tuttavia, va aggiunto il contributo degli ebook, che si innestano nella concorrenza tra i prezzi a un livello più basso e che per molti lettori rappresentano una scelta già valida. Solo a settembre gli ebook negli Stati Uniti valevano già una quindicina di milioni di dollari di fatturato. E se alcuni editori provano a giocare di rimessa ritardando l&#8217;uscita della versione ebook, il New York Times li bacchetta dicendo che <a href="http://bits.blogs.nytimes.com/2009/12/15/wary-book-publishers-are-fighting-the-future/?src=sch&amp;pagewanted=all" target="_blank">giocano contro il loro futuro</a>.</p>
<p>Ma lo scenario è ancora più complesso, perchè la crescita degli ebook porta con sé significati molto più dirompenti. Se Amazon ha vinto la battaglia per gli ebook reader (<a href="http://www.marketwatch.com/story/still-no-Kindle-killer-on-the-horizon-2009-12-14?reflink=MW_news_stmp" target="_blank">il Kindle non ha rivali</a> e <a href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1121" target="_blank">tenderà a consolidare la sua posizione</a> perchè da questo dominio deriverà una maggiore offerta di contenuti), gli editori hanno perso quella per il controllo delle piattaforme di distribuzione e di vendita, che per la natura digitale del prodotto possono facilmente diventare piattaforme anche di edizione. Dovranno sempre più venire a patti con Amazon, se vorranno vendere, e corrono anche il rischio di essere saltati allegramente. L&#8217;ultimo dei segnali deboli, infatti, riguarda il primo caso di autore di bestseller che <a href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1118" target="_blank">si accorda direttamente con Amazon</a>. Un precedente assai significativo, che potrebbe aprire una strada molto redditizia<br />
per gli autori. E per Amazon.</p>
<h5>Fattori di cambiamento</h5>
<p>Cosa succederà dunque? Difficile da dire con previsione certa. Le certezze sono poco confortanti. I primi a soffrire probabilmente saranno i librai e i distributori. Gli editori dovranno reagire con molta prontezza, perchè i cambiamenti nelle organizzazioni sono cosa lunga e conviene farli per tempo. I libri, quelli di carta (ma la distinzione sfumerà e anche il ricordo), resisteranno, se è vero che ci sono ancora appassionati musicofili che comprano il vinile. Ma, <a href="http://blog.paperogiallo.net/2009/12/viaggiatore_e_gourmet_del_xxi_secolo.html" target="_blank">come dice Stefano Bonilli</a>, che nel settore ci sta da una vita, difficilmente saranno ancora il business principale. Il vero fattore di cambiamento, infatti, non è il confronto tra libro digitale e libro rilegato, che è persino un finto problema. Il dato con cui bisogna scendere a patti è il cambiamento del sistema, in cui se cambiano le relazioni tra alcuni elementi cambiano le relazioni tra tutti.</p>
<p>Quale potrà essere il ruolo dell&#8217;editore se il 90% dei ricavi passerà per le piattaforme digitali che l&#8217;editore non controlla? Gli autori avranno ancora bisogno di un editore se potranno accordarsi direttamente con l&#8217;Amazon di turno per vendere i loro testi? Come si riconfigurerà <a href="http://www.fictionmatters.com/2009/12/09/the-economics-of-ebook-abundance/">l&#8217;economia dell&#8217;abbondanza nel mercato editoriale</a>? Secondo alcuni sarà <a href="http://www.idealog.com/blog/the-big-guys-dont-see-the-fundamental-problem">la fine della professione dell&#8217;editore</a>. Secondo altri questo è <a href="http://www.latimes.com/entertainment/news/arts/la-ca-decade-books20-2009dec20,0,6874483.story">il decennio in cui tutto può venire giù</a>, ma c&#8217;è anche molto spazio per inventare strade nuove. Per il momento, Amazon rischia di diventare per gli editori quello che è Google oggi per i <em>news media</em>: il nemico che ruba loro potere e ricavi. Il Kindle ha vinto la sua battaglia più difficile, grazie <a href="http://www.nytimes.com/2009/12/10/technology/personaltech/10pogue.html">al ritardo del Nook</a> dei rivali di Barnes&amp;Noble. Più il Kindle si diffonderà, più richiamerà contenuti, più continuerà a diffondersi mentre gli altri perderanno terreno. Inoltre l&#8217;azienda di Bezos sta lottando duramente, vendendo gli ebook sottoprezzo (e perdendo circa due dollari a titolo a favore del margine degli editori), per rafforzare la sua forza sul mercato. E la battaglia è anche tecnologica, perchè comprare un lettore di ebook da un fornitore o dall&#8217;altro significa <a href="http://www.pcworld.com/businesscenter/article/184705/stephen_coveys_new_habit_hurts_his_ereaders.html">poter leggere solo i titoli venduti sul sistema di chi te lo ha venduto</a>. Quindi, ancora una volta, se il Kindle avrà maggior offerta, sarà sempre il più appetibile sul mercato. E gli editori (e i lettori) dovranno adeguarsi.</p>
<p>In uno scenario simile, se continua su questa linea, far emergere un nuovo <em>competitor</em> assomiglierà più o meno a cercare di creare l&#8217;anti-Google (cosa che hanno provato in tanti). Non è dunque più una questione di preferenze: possiamo amare i libri quanto vogliamo, ma sono cambiate le regole del gioco. Come è stato per la musica e per i giornali di carta. E, per chi fa del settore un&#8217;attività imprenditoriale, è più urgente che mai correre ai ripari. Anche in Italia, perchè &#8211; sebbene ancora non si vedano i segnali &#8211; l&#8217;onda arriverà.</p>
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		<title>Sono morto, ma non per sempre</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 07:45:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Asheron's Call 2]]></category>
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		<category><![CDATA[Stanford University]]></category>
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		<category><![CDATA[World of Warcraft]]></category>

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		<description><![CDATA[Grazie alle personalità virtuali alle quali diamo vita in rete possiamo sperimentare senza troppi problemi la sofferenza della dipartita]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giusto un annetto fa la prestigiosa agenzia di stampa Associated Press titolava: <a title="killer" href="http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?f=/n/a/2008/10/23/international/i063235D45.DTL&amp;tsp=1">Divorziata on line arrestata per l&#8217;omicidio del marito virtuale</a>. Detta così la notizia potrà far rabbrividire più d&#8217;uno tra i migliaia di videogiocatori, e <em>genitori</em> di avatar sui social network che ogni giorno fanno strage di amici nelle arene di Tekken, <a title="wow" href="http://www.worldofwarcraft.com/index.xml">World of Warcraft</a> o ci litigano nel più mite <a title="petsociety" href="http://www.playfish.com/?page=game_pets">PetSociey</a>. La storia riportata da AP è quella di una quarantenne giapponese il cui <span style="font-style: normal">personaggio su Maple Story, un MMORPG con più di 100 milioni di giocatori, si era visto scaricare senza preavviso dal  marito virtuale. La donna, per vendicarsi del brutale divorzio, ha pensato bene di uccidere il marito. O meglio l&#8217;<em>avatar</em>-marito.<span id="more-1327"></span></span></p>
<p>Ciò che il titolo sensazionale non dice, infatti, è che la donna è stata arrestata per aver violato il computer dell&#8217;uomo che gestiva il personaggio fedifrago. Niente omicidio dunque, solo un furto di identità degno di un hacker di provincia. Ciò che colpisce è il fatto che nel titolo di AP è la morte a essere protagonista. Un tipo di morte inconsistente, raccontata, virtuale che circonda la nostra esistenza quotidiana.</p>
<h5>Stragi del sabato pomeriggio</h5>
<p>Quello che chiamiamo un tranquillo sabato pomeriggio farebbe rabbrividire chiunque avesse avuto la sfortuna di vivere durante la Guerra del Trent&#8217;anni, uno dei conflitti più sanguinosi della storia d&#8217;Europa. Si comincia con il dopopranzo: una sbirciata al giornale ci racconta la morte di sedici persone. Giorno fortunato perché Iraq e Afghanistan se ne sono stati tranquilli. Una passeggiata in centro e si incrocia una mostra fotografica sulla repressione in Tibet e in Birmania. A casa Twitter racconta della violenza in Iran. I giornali online discutono l&#8217;opportunità di mostrare le foto del caso Cucchi o dell&#8217;esecuzione dei Quartieri Spagnoli. Intanto gli si dà un&#8217;altra occhiata. E poi, dalla prima serata fino a notte fonda, ci si sciorina una lunga teoria di cadaveri a partire dalla giustizia sommaria di Chuck Norris, fino agli 865 morti accertati dell&#8217;episodio il Ritorno dei Re della saga del Signore degli Anelli di Peter Jackson; i cadaveri sezionati di CSI e Dexter e giù giù fino alle livide riprese di un Giorno in Pretura. Circondati di cadaveri inconsistenti il cui sangue non sporca, non macchia, non ha odore ci godiamo la morte come spettacolo da raccontare. E attraverso gli <em>avatar </em>la possiamo persino provare.</p>
<h5>Morire per finta</h5>
<p>La vita virtuale assomiglia sempre di più alla vita reale. Il <a title="NYT" href="http://www.nytimes.com/2009/11/07/technology/internet/07virtual.html?_r=1">New York Times</a> riporta che quest&#8217;anno il giro d&#8217;affari dei cosiddetti beni virtuali sia di almeno 5 miliardi di dollari. Una economia che comprende l&#8217;acquisto di denaro su Pet Society o un costume di Halloween su Sorority Life, giochi di ruolo che ospitano milioni di vite immaginate. Non è  più solo un gioco: quando le persone cominciano a investire giorno per giorno in piccoli e grandi miglioramenti della condizione del proprio rappresentante è il segno tangibile di un coinvolgimento emotivo. E dunque la fine non potrà che assomigliare sempre di più a una morte vera. Digitale o biologica che sia fa comunque paura. C&#8217;è bisogno di elaborare. E soprattutto c&#8217;è bisogno di capire come si muore.</p>
<p>Il pericolo più angosciante è la fine del mondo. L&#8217;apocalisse da queste parti è provocata da un management sbagliato, dal rapido decadimento del modello di gioco o dall&#8217;arrivo di un nuovo gioco o una nuova piattaforma che risucchia via gli utenti fino all&#8217;implosione della struttura. E una mattina ci si ritrova con la parola magica che invece di dare l&#8217;accesso ad una vita alternativa, ci restituisce un paio di righe di commiato da parte dell&#8217;azienda che ne gestiva la piattaforma. Come è successo ad Asheron&#8217;s Call 2 (che vide scendere la sua popolazione dai 50.000 ai 10.000 membri), Shadowbane (che una petizione dei suoi giocatori salvò dalla fine per oltre un mese) entrambi catalogati come <em>defunct</em> nella lista dei MMPORG di Wikipedia. Può anche capitare che l&#8217;apocalisse si sia limitato al solo nostro rappresentante virtuale, ucciso o meglio “bannato” per qualche violazione. E allora comincia la penosa odissea kafkiana degli help center, gli appelli accorati per la restituzione alla vita da parte di fiancheggiatori e amici. Molti rinunciano e preferiscono ricominciare.</p>
<h5>Gesti estremi</h5>
<p>E poi ci sono i suicidi. Qualche tempo fa il <a title="timesonline" href="http://women.timesonline.co.uk/tol/life_and_style/women/body_and_soul/article2452928.ece">TimesOnline</a> raccolse le storie di alcuni “suicidi” di Facebook. Erano ancora tempi non sospetti, lontani dai <em>rumors </em>sulla sofferenza del social network ai quali stiamo assistendo in questi giorni. Per nessuno era stata una scelta facile. Avevano investito nel loro profilo tempo ed energia emotiva. Avevano avuto bisogno di una motivazione forte per compiere il gesto estremo. Motivazioni che sono ancora valide per gli aspiranti suicidi attuali. E così si scopre che c&#8217;è chi lo fa perché l&#8217;estrema esposizione (soprattutto agli ex partner non rassegnati) mette in pericolo la vita sentimentale reale e con un messaggio pieno di tristezza passa a miglior vita, quella reale. C&#8217;è invece che lo fa per riconquistare la preziosa protezione della privacy e c&#8217;è chi, avendo costruito una vetrina di sé ha potuto toccare con mano la banalità della propria esistenza e l&#8217;ha trovata insopportabile. C&#8217;è anche chi ha dovuto rinunciare per “forza maggiore”, per le numerose azioni di contrasto che alcune aziende e organizzazioni hanno posto in essere contro l&#8217;esposizione e il tempo perso sulla propria bacheca personale. Ma per tutti il problema maggiore è che ciò che è troppo personale rende vulnerabili. Il suicidio però, rimane una soluzione drastica. Letteralmente dolorosa.</p>
<p><a title="seppukkoo" href="http://www.seppukoo.com/">Seppukkoo</a> è solo una provocazione. Seppukoo è un servizio 2.0 che accompagna la morte del proprio account Facebook, ed è ispirato al seppukku, il suicidio rituale giapponese. Alla semplicissima (e troppo razionale) cessazione dell&#8217;account, Seppukoo ricostruisce l&#8217;intera sovrastruttura rituale del lutto: aiuta a costruire un monumento funebre e ad avvertire gli amici della dipartita (con un invito virale a seguire l&#8217;esempio). Ma Seppukkoo è solo una provocazione perché la morte sarà solo apparente: basterà loggarsi nuovamente in Facebook e tutto sarà tornato come prima.</p>
<p>Finché non succede il disastro, finché non si presentino motivazioni forti, le personalità <em>on</em> <em>line</em> fanno fatica a morire. Si lasciano agonizzare inutilizzate, il polso appena percettibile ma tuttavia presente e vivo. Quasi nessuno si prende la briga di “uccidere” il proprio <em>avatar</em>. Le liste di amici sono popolate di profili mezzo abbandonati, mai completati, la cui attività si limita a qualche flebile lamento. Indistinguibili dai morti veri. Alcuni social network si stanno ponendo il problema degli <em>user</em> abbandonati causa della morte biologica del proprietario. Continuano a dare segni di vita a causa delle interazioni automatizzate ma dietro non c&#8217;è più nessuno. Per i parenti non è facile accedere mettere fine a quella estensione vitale. E così continuano a riceve inviti, richieste di amicizia, poke. Senza sapere che si sta toccando un cadavere.</p>
<p><strong>Una parte di noi</strong></p>
<p>Sebbene sia facile morire e rinascere da queste parti è comunque una scelta difficile. Quei piccoli agglomerati di pixel, esseri simbolici nei quali ci si riconosce, sono comunque un pezzo di noi stessi. Li abbiamo curati, protetti, cresciuti, gli abbiamo regalato funzionalità e gadget. Li abbiamo chiamati per nome. Un coinvolgimento emotivo sottolineato dai ricercatori <a title="media equation" href="http://csli-publications.stanford.edu/site/1575860538.shtml">Byron Reeves e Clifford Nass</a> della Stanford University in un testo del 1996, <em>The Media Equation</em>, secondo il quale le persone reagiscono ai media, computer compreso, come fossero reali:</p>
<blockquote><p>Le risposte delle persone mostrano che i media non sono solo degli strumenti. I media sono trattati con gentilezza, possono invadere il nostro spazio fisico, possono avere personalità che corrispondono alla nostra, possono essere compagni di lavoro, possono incarnare stereotipi di genere; i media possono evocare risposte emotive, richiedere attenzioni, minacciarci, influenzare ricordi, e cambiare l&#8217;idea di ciò che è naturale. I media sono protagonisti del nostro mondo sociale e naturale.</p></blockquote>
<p>È un impulso naturale e incontrollabile: creare relazioni emotive con le cose è il nostro modo per comprenderle a fondo, per farle entrare nella nostra vita. È un modo per dare loro valore. Affezionarcisi per poi, quando le si perde, soffrirne. Una sofferenza della quale non sappiamo fare a meno. Perché esiste un destino peggiore della morte.</p>
<h5>Sparire è più che morire</h5>
<p>Racconta la Storia che durante la Guerra Suicia, la “guerra sporca” che la dittatura militare argentina condusse contro il proprio stesso popolo la gente sparisse senza una ragione. Soprattutto giovani che, si seppe in seguito, venivano caricati su aerei da trasporto e buttati al largo, nell&#8217;oceano. Una perversione che portava ai massimi livelli una delle paure più profonde dell&#8217;essere umano:quella di scomparire. Una fine contro la quale non c&#8217;è difesa, lutto o superamento. Per questa ragione non esiste nessuna civiltà che sia indifferente ai cadaveri. Agli esseri umani è necessario elaborare un rituale per comprendere e riportare sotto controllo quel tipo di abbandono, creare un sistema simbolico per segnare il passaggio, che lo immunizzi. Una necessità tanto più sentita in un&#8217;epoca nella quale la morte è così presente e nello stesso tempo inconsistente come il nostro.</p>
<p>E così piuttosto che scomparire milioni di utenti di Facebook, Maple Story, Word of Warcraft e tanti altri ambienti sociali vivacchiano, si sopravvivono stancamente, come in quella vita reale che il mondo virtuale ci avrebbe dovuto aiutare a sfuggire. Si cerca di condurre una vita virtuale controllata da un continuo dosaggio di discrezione ed esibizionismo, con la stessa preoccupazione di cosa dire e come dirlo che ci perseguita nella vita reale. Mal che vada c&#8217;è sempre il riposo eterno. Doloroso, certo. Seccante in molti casi, per via del tempo perduto ad arricchire quella vita di pixel. L&#8217;importante è che sia ben presente la consapevolezza che malgrado funerali commiati e rimpianti nel mondo virtuale nulla è mai davvero eterno. E che se si scompare da una parte si possa sempre ricomparire da un&#8217;altra parte con una vita tutta nuova.</p>
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		<title>«Al racconto della rete ora servono eresie»</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 08:07:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due giornalisti storicamente a cavallo tra industria tradizionale dell'informazione e rete lanciano una conversazione per ripensare la transizione digitale. Un manifesto in dieci tesi che diventerà un libro. Intervista a Massimo Russo e Vittorio Zambardino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è la storia di un libro che parla di eresie e tradimenti. Il libro in realtà non esiste ancora, ma nascerà da una conversazione. La conversazione parte da un blog appena inaugurato, <a href="http://www.ereticidigitali.it/">Eretici digitali</a>, e da un <a href="http://www.ereticidigitali.it/wp-content/uploads/2009/05/eretici_digitali_def.pdf">manifesto a tesi</a>. Il manifesto a tesi racchiude il pensiero di due giornalisti, <a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/">Massimo Russo</a> e <a href="http://vittoriozambardino.repubblica.it/">Vittorio Zambardino</a>, che da quindici anni si sporcano le mani con la rete e con la transizione del giornalismo verso la rete. Non è tuttavia un manifesto sul giornalismo, quanto meno non solo: parla dei media in crisi, della rete in pericolo, di una politica ignorante e ossessionata, di diritti ancora da affermare, di nuove rendite di potere e dei limiti della retorica dell’innovazione. Propone di dare vita a un nuovo racconto dei media, adeguato al passaggio decisivo che rete, giornalismo e politica stanno vivendo. Eretici digitali, aggiungo per trasparenza, è un progetto che la casa editrice Apogeo ha deciso di supportare in tutte le sue fasi, dal blog al libro (che sarà pubblicato con licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/">Creative Commons</a>). Apogeonline ha il piacere di presentarlo oggi per la prima volta, facendo parlare chi l’ha ideato e lo condurrà.<span id="more-599"></span></p>
<p><strong>Massimo, Vittorio, avete scelto parole drammatiche per introdurre le vostre provocazioni: eresia, tradimento, rottura. Perché vi definite eretici digitali?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Massimo Russo:</strong> In questo momento è come se ci fossero alcune rette parallele che non si incontrano mai. Ognuno va per la sua strada e se così continuerà a essere, si avvereranno le peggiori profezie a cui noi facciamo riferimento nel nostro manifesto. Da una parte c’è un <em>establishment</em> dell’informazione che fa grande fatica a capire che deve cambiare registro, strumenti e metodo nel fare il suo lavoro. Dall’altra c’è difficoltà da parte di chi invece è nativo della rete nel comprendere i conflitti e i rapporti di potere che si stanno formando dentro la rete, con rendite di posizione nuove e già molto forti. Sullo sfondo di tutto questo c’è la politica, che non capisce o fa finta di non capire, e che quando interviene sui temi della rete o dell’informazione lo fa in modo censorio e comunque poco tutelante della pluralità e delle libertà. Sopra tutti questi livelli ci sono le piattaforme, ovvero i nuovi mediatori del potere economico in rete. Se tutte queste parallele continuano a non intersecarsi è difficile produrre cambiamento. Il loro incontro, secondo noi, è possibile ed è possibile soltanto attraverso l’eresia.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Il vostro progetto prende spunto dalla crisi che attraversa il giornalismo. Non ne fate però una questione di carta o di contratti, ma di evoluzione antropologica: si è rotto un rapporto di fiducia, è stata ritirata una delega a informare. Sarebbe potuta andare diversamente? I media potevano arrivare al 2009 in posizione di guida nella transizione digitale e nell&#8217;<em>empowerment</em> dei lettori/cittadini della rete?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Vittorio Zambardino:</strong> Ci sono tre ambiti da tenere distinti: gli editori, il giornale come insieme di pratiche industriali e redazionali, e il giornalismo. Anche dove gli editori e l’industria dei giornali sono stati motivati a guidare il processo, e penso ad alcuni giornali americani come il New York Times o Usa Today e a giornali europei come il Guardian o come alcuni giornali scandinavi, comunque si è fallito. Dico fallito assumendo come criterio di misura l’essere sfuggiti alla crisi. Parlo della crisi preesistente a quella dei derivati e di Fanny Mae, quella che attanaglia le aziende giornalistiche, la vendita dei giornali e il mercato pubblicitario dei giornali da almeno cinque anni. Poi, al di là di alcune isole virtuose, c’è il problema della passività della comunità professionale rispetto a questa crisi. Stiamo parlando dell’Italia, ma è altrettanto vero nel mondo anglosassone: la comunità professionale ha vissuto l’avvento del digitale come un pericolo, come una minaccia. È un problema che avvertiamo in modo particolare, perché noi ci siamo sporcati le mani, abbiamo vissuto le bolle, abbiamo sempre scelto di stare in cucina, abbiamo tentato la strada della digitalizzazione del media tradizionale e della creazione di nuove forme e contenuti; crediamo insomma di aver capito come funziona questo campo. Il rischio che noi vediamo è che la crisi e il digitale facciano maturare nuove forme di comunicazione e informazione, travolgendo però la funzione della vigilanza democratica propria del giornalismo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Non è solo questione di avere qualcuno a Bagdad o a Kabul, stiamo parlando della capacità di raccontare gli intrecci del potere economico, di saper interpretare un bilancio, di fare domande e tentare di avere delle risposte in virtù della necessità di ricostruire il senso. Se mi guardo in giro vedo, in Italia ancor meno che altrove, tentativi dal basso di fare informazione che non riescono ad arrivare a compimento. C’è ovviamente una questione di industria, di imprese, di editori, ma io la sento soprattutto come una questione di tipo professionale, rispetto alla quale siamo ancora molto lontani dal veder fiorire qualcosa di nuovo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Riprendo allora la domanda da un’altra angolazione. Forse se giornali e televisione avessero affrontato per tempo i temi della transizione, raccontando ai propri lettori e telespettatori una rete che non fosse soltanto finanza, cronaca nera e gossip, oggi molti più lettori, molti più giornalisti, molti più politici sarebbero in grado di comprendere ciò che sta avvenendo. Lo dico anche e soprattutto in virtù di presenze significative come le vostre nelle redazioni dei maggiori giornali. Come mai è stato ed è ancora così difficile far entrare questi temi nel racconto mainstream?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> La rete è stata percepita a lungo come <em>altro</em>. Per molto tempo si è negato a questa transizione e a tutto ciò che ci girava intorno la dignità di cultura. Poi, anche quando è stata riconosciuta come tale, è stata percepita comunque come uno spazio altro, una <em>second life</em>. Invece è completamente e pienamente <em>first life</em>: questo passaggio manca ancora al nostro mestiere, così come l’appropriarsi di tutto ciò che questa first life potenziata oggi consente.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> È il nocciolo del tema che ci siamo dati. Peraltro noi falliremo il nostro scopo se il libro sarà definito solo “un altro libro sulla crisi del giornalismo”. In effetti l’avevamo pensato così, poi ci siamo resi conto che sarebbe stato un errore. Perché la frattura non è soltanto tra tra il mondo dei giornali e la cultura digitale, è tutta la società che conta, quella che dirige, l’<em>establishment</em> ad aver operato la grande rimozione. Da questo punto di osservazione tutto è illuminato, tutto va al suo posto: i giornali che conoscono solo la categoria dell’allarme, del moralismo, dello “strano ma vero”; la politica che oscilla tra il <em>laissez-faire</em> e il normare come se fosse carta; gli psicologi, la Chiesa… È l’establishment, è la società che non ha voluto riconoscere la crescita di questa alterità. Allora il tentativo che noi stiamo facendo è di descrivere insieme questi processi di rifiuto sociale del digitale.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Non siete teneri nemmeno con i cittadini della rete, mi pare.</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Il popolo della rete non ha saputo fare il salto verso una cultura, uso una parolaccia, <em>egemone</em>. Se leggo i blog americani sento che sto leggendo la voce dei vincitori, gente che nella propria società ha determinato l’elezione del nuovo presidente. Da noi, invece, siamo ancora degli sconfitti, dei residuali. Noi questo processo virtuoso che per conto proprio giunge a crescita e maturazione e produce innovazione nella società non lo vediamo, vediamo solo una strada tremendamente accidentata. Nel momento in cui passano i fatidici dieci anni dall’uscita dell’innovazione, si impongono forme di business lontane dall’ideale prateria dove l’erba e la terra e l’acqua erano di tutti. Oggi la terra, l’acqua e l’erba sono di alcuni: di Google, di Facebook, dei grandi aggregatori di conoscenza.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> C’è una specificità tutta italiana in questo. Se tu vedi il panorama della blogosfera americana, tu hai molto spesso l’impressione di trovarti di fronte a un dibattito che nelle nicchie di pertinenza è molto elevato. Puoi non essere d’accordo, ma di qualsiasi cosa si parli hai comunque la percezione di un dibattito elevato da parte di persone che stanno portando valore nelle rispettive nicchie. Questo, leggendo i blog italiani, capita molto molto di rado. Più spesso trovi semplicemente ecolalia dei media tradizionali, ciangottio allo sciocchezzaio dell’agenda setting decisa dai media mainstream in quel giorno. Non è, questo, lo spreco di una grande occasione per portare in primo piano, anche nell’agenda dei media, questioni che solitamente non vengono trattate o vengono trattate soltanto da angolazioni scontate?<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>L’altro nodo cruciale che emerge nella vostra provocazione è il ruolo delle piattaforme, che definite non neutre, non neutrali. Potete spiegarmi meglio questo passaggio?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Tu pensi che oggi sarebbe facile per un motore di ricerca riprodurre lo stesso tipo di innovazione che ha prodotto Google? Pensi che sarebbe possibile per le telecom e gli operatori di connettività entrare nell’arena e produrre innovazione? È possibile per chi fa produzione culturale avere pieno accesso e piena visibilità senza in qualche modo dover fare i conti con gli operatori fissi e mobili, che si trattengono una parte sempre più ampia di ricavi potenziali oppure che decidono in maniera del tutto insindacabile e a volte opinabile se puoi accedere o no alle loro piattaforme? Perché Apple deve decidere che cosa può o non può andare sul mio iPhone? Perché una volta che io ho consegnato i miei dati a Facebook o a un qualsiasi social network ho una vita difficilissima a scaricarli, riprenderli, capire quale uso ne è stato fatto? Queste secondo me sono domande centrali, che bisognerebbe che ci cominciassimo a fare. Laddove c’è una forte asimmetria di potere si rischia di rendere vane le potenzialità della transizione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Nel 1995, quando Altavista era il miglior motore di ricerca al mondo, ci immaginavamo forse Google e la sua ascesa strepitosa? Allo stesso modo non potrebbero arrivare domani, nonostante le posizioni dominanti consolidate, pratiche che ancora non immaginiamo e che stravolgerebbero non le regole del mercato ma il mercato stesso? È davvero così drammatico il potere delle piattaforme in questo momento?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Secondo me sì, perché c’è stato un salto di qualità. La superiorità di Google non sta più sull’algoritmo e sulla straordinaria capacità di mettere in connessione server farm e potenza di calcolo, ovvero i due fattori all’origine del decollo del motore di ricerca. Google è riuscita, così come stanno riuscendo altri nelle rispettive aree, a consolidare questa superiorità iniziale di prodotto con una superiorità economica in aree da cui è molto più difficile essere scalzati: la metà di tutti gli annunci economici che oggi passano attraverso la rete è intermediata da Google. Inoltre il divario rispetto a ogni possibile concorrente si allarga ogni giorno: Google è stata la prima azienda a capitalizzare il lavoro degli utenti sul proprio prodotto; ogni ricerca fornisce informazioni di navigazione, informazioni sulle preferenze, informazioni sulla conoscenza umana. Google è il primo vero strumento semantico. Per questo si permette di lanciare iniziative come la <em>speech recognition</em>, che non rientreranno assolutamente negli investimenti, ma che servono per immagazzinare il linguaggio umano. A meno di interventi di altro tipo, tipo antitrust, difficilmente altri operatori avranno la possibilità di avere la stessa carica dirompente.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Sia chiaro che tutto il nostro discorso non avviene sulla base di una reazione neoluddista. Nasce invece da una passione sfrenata e da straordinaria ammirazione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Quello che è successo nei giorni scorsi a Vittorio su Facebook &#8211; la <a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/04/oggi-denuncio-facebook/">sospensione immotivata</a> del profilo e la <a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/06/risposte-sul-caso-facebook-ovvero-in-rete-non-esiste-la-liberta/">battaglia di principio</a> che ne è conseguita &#8211; è un buon esempio della vostra tesi sull&#8217;<em>habeas data</em> (l&#8217;habeas corpus esteso alle informazioni personali). Evidentemente la tesi è stata scritta prima di questo episodio, tuttavia ne è una dimostrazione lampante.</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> L’aspetto più interessante di questa vicenda è che ho avuto molti commenti: una buona metà di questi erano ostili. L’argomento principale usato contro le mie posizioni è che se entri in un sistema e ne sottoscrivi i termini d’uso, il padrone fa quello che vuole. Siamo consapevoli dell’abisso antropologico e di civiltà che c’è in questa posizione? Sto parlando di cose vecchie e non digitali, come la politica, la civiltà, la Costituzione, la libertà di espressione. Ce le dobbiamo portare dietro queste cose o no? Quell’episodio mi ha interrotto il piacere della comunicazione con le persone. Tornare su Facebook mi dà la stessa sensazione di quando i figli sono cresciuti e tu passi davanti al luna park dicendoti: come ho potuto passare qui tante domeniche della mia vita? Però l’hai fatto. La mia battaglia culturale certamente continua.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Dovremmo pensare a un codice condiviso da far sottoscrivere ai provider e agli operatori. Non misure cogenti, ma scelte volontarie, una carta dei diritti digitali all’interno della quale si dica che il cittadino ha il diritto di sapere in qualsiasi momento che cosa viene fatto dei propri dati, come fare a esportarli, ritirarli, riprendersi il valore che lui stesso ha portato ai social network. Se l’adesione dei provider, dei fornitori di connettività, dei social network, dei motori di ricerca avviene su base spontanea, altrettanto spontanea è poi la possibilità per gli utenti di decidere se va loro bene utilizzare chi aderisce a un set di regole condivise, chi riconosce questi diritti minimi di base, oppure se a proprio rischio e pericolo desiderano avventurarsi in zone che non li riconoscono. È un rapporto adulto, ognuno fa le proprie scelte. L’aspetto insopportabile in questo momento è l’asimmetria tra chi detiene tutta la conoscenza e chi è totalmente al buio.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Ora che avete presentato il manifesto e aperto il blog, come intendete proseguire? </strong></p>
<p><strong>MR:</strong> L’idea su cui si basa tutta l’iniziativa è far nascere una conversazione attorno a questi argomenti, prima ancora che nasca il libro. Il libro è un pretesto per riportare al centro questa discussione. Abbiamo intenzione di usare tutta la strumentazione metodologica della conversazione digitale: in qualsiasi manifestazione il libro sarà disponibile e riproducibile secondo licenze Creative Commons. Vogliamo rendere il pesce pienamente compatibile con l’acquario di cui parla, nella speranza di trovare altri pesci che vogliano partecipare a questa conversazione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Siamo poi intenzionati a destinare ogni eventuale utile che deriverà dal libro a un’iniziativa di sviluppo del giornalismo e della cultura digitale in Italia. Non abbiamo ancora deciso forma e destinatari, potrebbe essere una borsa di studio per studenti, ma questa è la direzione che seguiremo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Onestamente, che cosa vi aspettate da questa esperienza?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Vorremmo contribuire a un cambiamento del discorso, portare la conversazione su un terreno sul quale ancora non è arrivata, con spirito sereno. Non dobbiamo regolare conti in sospeso: Massimo non ce l’ha con nessuno, io i miei me li tolgo cammin facendo quando mi pare. Il libro è uno sforzo in positivo: dopo aver lavorato tanto negli ultimi quindici anni, un racconto che parta dal <em>been there done that</em> è già una buona cosa.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Io mi aspetto molto, anche se temo che alla fine si finisca per accostarsi a questi argomenti secondo paradigmi prefissati. Noi in qualche modo siamo in una terra di nessuno, lo diciamo nella parte dedicata all’<a href="http://www.ereticidigitali.it/about/">io narrante</a>: la nostra corporazione non ci riconosce più; la rete tende a espungere il conflitto e qualsiasi ragionamento sul senso, nel migliore ci dice che siamo dinosauri morenti. La nostra speranza è che si possa fare come una volta nei saloon, lasciare le pistole fuori ed entrare disposti a discutere e a mettersi in gioco. La grande eresia che noi chiediamo è proprio questa: mettersi in gioco.</p>
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		<title>Paure e speranze nel futuro delle news</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 09:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fallimenti, perdite millionarie, licenziamenti e chiusure: la stampa americana vive un momento drammatico, possibile preludio a un profondo rinnovamento sul web. Spunti dal rapporto annuale sullo stato dei news media e dalle proposte di Clay Shirky e Steven Johnson]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sull&#8217;onda di una super-crisi economica stavolta originata dall&#8217;interno, sembra procedere inarrestabile anche la caduta della stampa statunitense. Dal 1 gennaio 2008 si sono avuti circa 15.000 licenziamenti nelle redazioni, con ampia flessione di vendite, pubblicità e valori borsistici. Oltre alla <a href="http://news.google.com/news?hl=en&amp;ned=us&amp;q=tribune+co.&amp;btnG=Search+News">dichiarazione di bancarotta per Tribune Co.</a>, che vanta testate quali Chicago Tribune, Los Angeles Times, Baltimore Sun, c&#8217;è il New York Times che ipoteca la propria sede, il palazzo realizzato da Renzo Piano a due passi da Times Square acquistato appena lo scorso anno, per rastrellare 225 milioni e far fronte a una parte dei propri debiti. Né se la passano meglio i quotidiani minori, con <a href="http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5iEpRuIdvKFqStgE9OPbUYDedBdFA">il Miami Herald tuttora in cerca di acquirenti</a> e il San Francisco Chronicle <a href="http://www.cnn.com/2009/US/02/27/rocky.mountain/index.html?iref=mpstoryview">in rosso per 50 milioni di dollari</a> nel 2008, con rischio concreto di una prossima messa all’asta. Un paio di settimane fa, infine, hanno chiuso definitivamente battenti due testate locali in Pennsylvania e soprattutto <a href="http://www.lsdi.it/2009/03/06/il-canto-del-cigno-della-stampa-usa/">l&#8217;indipendente Rocky Mountain News</a>, quotidiano di Denver con quasi 150 anni e quattro premi Pulitzer alle spalle.<span id="more-500"></span></p>
<p>Tendenza confermata dal fresco <a href="http://www.stateofthemedia.org/2009/narrative_overview_intro.php?media=1">The State of the News Media 2009</a>, sesto rapporto annuale sullo stato dell&#8217;informazione americana, il cui sommario si apre con «alcune cifre da brivido: le entrate dalle inserzioni dei quotidiani sono calate del 23% negli ultimi due anni, uno su cinque giornalisti nelle redazioni oggi è stato licenziato, e il 2009 potrebbe rivelarsi un&#8217;annata ancora peggiore. Perfino nelle Tv locali lo staff giornalistico viene drasticamente ridotto e nel 2008, anno elettorale, si è avuto un meno 7% nelle entrate pubblicitarie, cosa mai sentita prima, mentre i rating sono in caduta o statici per l&#8217;intero pailinsesto».</p>
<h5>Fame di informazione</h5>
<p>Si tratta forse del canto del cigno? Non proprio, intanto perché in realtà la <a href="http://www.upi.com/Business_News/2009/03/16/Newspaper_woes_continue_in_US/UPI-89811237238938/">gente continua ad aver fame d&#8217;informazione confezionata professionalmente</a> e, come conferma lo stesso rapporto di cui sopra, il pubblico <a href="http://www.stateofthemedia.org/2009/narrative_online_audience.php?media=5&amp;cat=2#88">consuma notizie in modi nuovi</a>, soprattutto online, dunque l&#8217;industria tradizionale ha tuttora molte frecce al proprio arco. Il punto è semmai che il settore non ha fatto granché per (imparare al meglio come) convertire quest&#8217;interesse più attivo e dinamico in soldoni, letteralmente. Conversione che non potrà avvenire se non sperimentando variamente con le potenzialità del digitale, dei social media, del giornalismo partecipativo. Fatto di cui, al di là dei piagnistei sulla presunta morte dei giornali, oggi sembrano finalmente convinti sia i piccoli che i grandi nomi &#8211; a partire dallo stesso New York Times.</p>
<p>Prima con l&#8217;avvio sperimentale della versione <a href="http://www.nytimes.com/">&#8220;Extra&#8221; della propria homepage</a>, che propone numerosi link ad articoli di diretti concorrenti quali Wall Street Journal, Boston Globe, BBC News, oltre che a una varietà di blog e testate (Huffington Post, Politico, Drudge Report ecc.). Chi volesse poi ulteriori approfondimenti, può saltare al volo su  <a href="http://www.blogrunner.com">Blogrunner</a>, news aggregator che fornisce la tecnologia per l&#8217;iniziativa e che dal 2005 fa parte della scuderia dello stesso New York Times. E poi con il fresco <a href="http://nytimes.com/marketing/thelocal/?hp">The Local</a>, una partnership tra cittadini-reporter e i redattori della cronaca che ha lo scopo di investire sull&#8217;ambito iper-locale (due aree del quartiere di Brooklyn e tre zone residenziali del New Jersey, per cominciare), in collaborazione con la <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/02/28/the-times-cuny-and-others-go-hyperlocal/">scuola di giornalismo di Jeff Jarvis</a>.</p>
<h5>Verso l&#8217;iperlocale</h5>
<p>In quest&#8217;ambito va segnalata la battaglia per <a href="http://www.niemanlab.org/2009/03/google-exec-nyt-go-hyper-local/">occupare lo spazio dell&#8217;iperlocale nelle metropoli della East Coast</a>, in primis proprio nell&#8217;affollato New Jersey, poi a Boston, con il concomitante lancio di <a href="http://www.patch.com/">Patch</a>, progetto in cui è coinvolto addirittura Google. Oltre agli scetticismi e ai primi fallimenti, sono partire anche delle denunce, poi appianate, a riprova delle alte speranze risposte nei network di giornalismo locale &#8211; dove si spera di recuperare quegli introiti legati ai piccoli annunci &#8220;rubati&#8221; alle grandi testate dalla valanga delle <a href="http://www.craigslist.org">Craigslist localizzate</a>. Perché è chiaro che, comunque vada, inserzionisti e imprenditori dispositi a investire in aree o progetti così ristretti non sono certo molti.</p>
<p>C&#8217;è poi chi si affida definitivamente al web, percorso compiuto nei giorni scorsi da un&#8217;altra testata storica, il <a href="http://www.seattlepi.com/">Seattle Post-Intelligencer</a> della Hearst Corp., in vita da 146 anni e maggior quotidiano dell&#8217;intero Paese ad aver abbandonato la carta stampata. Il giornale tirava 117.000 copie quotidiane, rispetto alle 198.000 del suo rivale cittadino, The Seattle Times: com&#8217;è capitato al Rocky Mountain News di Denver, se lo spazio si restringe per due testate cartacee, l&#8217;online offre qualche soluzione. Tant&#8217;è che anche quest&#8217;ultimo s&#8217;appresta al rilancio solo in digitale, con 30 ex-redattori che stanno per dar vita a <a href="http://www.indenvertimes.com/">InDenver Times</a> &#8211; purché entro il 23 aprile arrivino 50.000 abbonamenti a 4,99 dollari al mese, per un totale di 250.000 dollari a garanzia di stipendi e costi gestioniali, a cui si aggiugeranno gli investimenti di alcuni imprenditori locali.</p>
<p>Il fatto che la proposta decolli dipende prima di tutto dai cittadini: non solo per l’<a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/03/16/facciamo-pagare-linformazione-digitale-a-chi-gia-ne-ricava-utili/">obolo obbligatorio</a>, ma anche in virtù del loro diretto coinvolgimento nella produzione e condivisione di un’informazione variegata, diversificata, al passo con i tempi. Quei contenuti prodotti dagli utenti di cui le grandi testate non dovrebbero solo appropriarsi in modo gratuito, ma rispetto ai quali al contrario hanno l&#8217;opportunità di avviare un circolo virtuoso della compartecipazione e della disintermediazione a più levelli. Proprio come ribadiva un <a href="http://socialblog.yurait.com/index/?p=302">recente intervento di Jay Rosen</a>: «Sistemi editoriali chiusi e aperti, la stampa e la sfera connessa, non sono entità separate ma altamente interattive l’una con l’altra nel mercato dell’informazione».</p>
<h5>Shirky e Johnson</h5>
<p>Un quadro complessivo ripreso dai concomitanti interventi di due critici culturali americani, Steven Johnson e Clay Shirky. Il primo, <a href="http://www.stevenberlinjohnson.com/2009/03/the-following-is-a-speech-i-gave-yesterday-at-the-south-by-southwest-interactive-festival-in-austiniif-you-happened-to-being.html"> durante il South By Southwest Interactive Festival in corso in Texas</a>, si concentra sul futuro dei media partendo da un passato neppure troppo lontano, quando per avere notizie e indiscrezioni ci si affidava ai colossi dell’editoria tradizionale (perfino nel campo high-tech, da MacWorld fino a Wired). Alla metà degli anni ’90 il boom di Internet ha stravolto tutto: «Il mondo dei media odierno è ben più vario e interconnesso, un sistema di flussi e rilanci completamente diverso da una catena di montaggio. Assai più vicino all’ecosistema del mondo reale nella cirolazione delle informazioni, al contrario dei vecchi modelli industriali dei mass media top-down».</p>
<p>Questo è vero anche in campi come l’informazione politica in rete: originale, autosufficiente e spesso in netto anticipo sui media tradizionali. Anziché versare lacrime di coccodrillo per l’attuale sorte dei quotidiani, suggerice Johnson, dobbiamo aprire gli occhi sul fatto che «il vecchio e il nuovo si integreranno in modi che per prima cosa taglieranno fuori quel potere che credevamo di avere nelle nostre mani, applicando quel darwinismo sociale che pensavamo potesse accadere solo agli altri e mai a noi stessi». E mentre il web non potrà mai sostituire il Village Voice (storico settimanale gratuito di New York City), un&#8217;iniziativa come <a href="http://newassignment.net/">New Assignment</a> non ha più molto di simile a un tradizionale quotidiano. Ben più che del <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/03/16/dategli-tempo/">parassitismo di un settore sull’altro</a>, dovremo aspettarci «più contenuti, non meno: più informazione, analisi, precisione, un’ampia gamma di nicchie emergenti».</p>
<p>Clay Shirky spiega che <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">la crisi economica dei giornali</a> deriva soprattutto dalle enormi spese per le rotative e per la gestione del cartaceo, e ancor più che il «business dei media è stato stravolto dai nostri nuovi ruoli e libertà. Non siamo più lettori, né ascoltatori o telespettatori. Non siamo clienti e sicuramente neppure consumatori. Siamo utenti». Di conseguenza, quel che conta è pensare a modalità innovative per fare informazione, non alla sopravvivenza o meno di giornali e riviste cartacee. «Dovremmo occuparci di nuovi modelli per rivitalizzare i reporter  piuttosto che risuscitare vecchi modelli per foraggiare gli editori; più tempo perdiamo a fantasticare su soluzioni magiche per quest’ultimo problema, meno tempo abbiamo per trovare soluzioni concrete al primo». Ha senso, allora, preoccuparsi per il futuro dei quotidiani e, soprattutto, per come andremo a sostituirli? Meglio non mentire, <a href="http://www.boingboing.net/2009/03/14/shirky-what-will-rep.html">insiste ancora Shirky</a>, facendo finta di non trovarci nel mezzo di una rivoluzione oppure affermando che «il vecchio sistema non possa frantumarsi prima che ne nascano di nuovi e che gli antichi contratti sociali non siano in pericolo».</p>
<p>Non resta dunque che salvare il salvabile, come stanno facendo diversi attori mainstream statunitensi. Oppure buttarsi nella sperimentazione, come provano a fare altri. In un caso e nell&#8217;altro, nulla di buono potrà uscirne fuori senza la partecipazione diretta, fattiva, costruttiva di ciascuno di noi. Questo è poco, ma sicuro.</p>
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		<title>L&#8217;evoluzione del giornalismo</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 15:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cala la domanda di mercato, cambia la tecnologia, cambia il pubblico: l'industria delle produzione e della distribuzione delle notizie attraversa un momento di evoluzione drammatico, da un lato sospinto dalla crisi economica e dall'altro rallentato dall'incertezza riguardo ai nuovi modelli commerciali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste settimane di celebrazioni darwiniane si parla molto di evoluzione. Ma la metafora biologica è spesso utile per descrivere situazioni complesse, perchè rende molto intuitive alcune relazioni tra le parti di un sistema e permette di individuare le mutazioni nei rapporti tra le diverse componenti. Io la trovo molto utile per farmi uno schema di quella che comunemente chiamiamo &#8220;la crisi dei giornali&#8221; e che, in realtà, è un &#8220;momento di evoluzione&#8221; di tutto il giornalismo, da cui non sarà esente nemmeno il giornalismo televisivo nè qualsiasi altra forma di informazione professionale. Negli ultimi decenni non c&#8217;erano stati cambiamenti molto rilevanti, perchè (in termini evoluzionistici) si era raggiunto un buon grado di adattamento e si lavorava e viveva in un ambiente stabile. Ma, per citare Gould (e la sua <a href="http://www.anobii.com/books/Lequilibrio_punteggiato/9788875781026/01893514c8126d3849/">teoria dell&#8217;equilibrio punteggiato</a>), il cambiamento si innesca quando la stabilità di un ambiente o di qualsiasi procedura vitale viene messa a rischio da un fatto nuovo.<span id="more-410"></span></p>
<p>Consentiamoci una semplificazione analitica molto forte (e un po&#8217; autoironica) e proviamo a immaginare la situazione. C&#8217;era una popolazione di giornalisti che viveva grazie a un sistema molto costoso in termini di risorse: la produzione, il confezionamento e la distribuzione di informazione. In questo modello i costi di produzione sono elevati (reporting, inviati, copertura delle notizie nel mondo ecc.), come quelli di distribuzione (stampare e distribuire periodici costa, mantenere una televisione costa ancora di più). Ma il lavoro di confezionamento produceva un bene in cui altri riconoscevano un valore economico diretto (acquisto dei giornali, abbonamenti) o indiretto (raccolta pubblicitaria). Con alcune modifiche, soprattutto nel peso del recupero di risorse (ripartito sempre più verso la raccolta pubblicitaria), il modello ha tenuto senza scossoni negli ultimi 50 anni del secolo scorso.</p>
<p>Nel frattempo succedevano cose, di natura diversa. Il progresso tecnologico ha messo a punto una forma di distribuzione molto più economica e sostanzialmente differente (i network digitali). Il pubblico è cresciuto culturalmente, ha avuto accesso alla rete di distribuzione delle informazioni e a molte delle fonti tradizionali del giornalismo. Una popolazione di nuovi &#8220;operatori del settore&#8221; ha cominciato ad abitare il territorio tradizionalmente occupato dai giornalisti, ma senza essere legata a un sistema produttivo. La disponibilità di informazione gratuita ha cominciato a mettere in crisi il concetto di valore economico (non di valore assoluto) dell&#8217;informazione. Ma, come sempre succede, l&#8217;ecosistema si stava lentamente riequilibrando. Le grandi testate stavano abbracciando la nuova situazione e stavano provando a riorganizzarsi.</p>
<p>Fino a ieri tutto pareva seguire il suo corso, finchè la crisi economica mondiale ha accentuato ed accelerato la crisi. Oggi la transizione non è più morbida e graduale. Il sistema produttivo, molto costoso,<br />
non è più in grado di far vivere la popolazione di giornalisti, il cui numero è molto cresciuto nel tempo. Perchè il giornalismo (inteso come professione) funzioni, è necessario infatti che vi siano e che funzionino i costosi sistemi che lavorano su approvvigionamento, confezionamento e distribuzione delle informazioni. Se questi sistemi cessano di produrre valore, non si potranno avere le risorse per mantenere i giornalisti (confezionamento) e per garantire una buona informazione (approvvigionamento). La popolazione dei giornalisti, allo stato, è prevedibilmente in via di drastica diminuzione. Come sono diminuite le popolazioni di molte specie animali quando il loro ecosistema si è modificato troppo in fretta per dar loro il tempo di reazione.</p>
<h5>Lo scenario</h5>
<p>Uscendo dalla semplificazione, che ci ha chiarito in maniera persino banale quanto una professione per restare tale debba contare su un sistema che produca valore, la situazione può essere descritta con maggior precisione. Quello che sta succedendo è riassumibile in una serie di considerazioni:</p>
<ul>
<li>I costi di distribuzione tradizionale sono troppo elevati rispetto alla domanda di mercato: il numero di copie vendute comincia a non giustificare la stampa e la distribuzione in moltissimi casi (anche includendo i proventi da allegati e optional di acquisto vari: libri, cd eccetera). Questo può anche essere vero, con i dovuti distinguo e in fase meno avanzata, per la televisione generalista che sta riscontrando un forte calo di ascolti e di raccolta pubblicitaria. E una televisione generalista costa tanto: la cenerentola italiana, RaiTre costa oltre 300 milioni di euro l&#8217;anno.</li>
<li>È cambiato il pubblico. Ci sono fin troppi segnali: la lettura del quotidiano non è più adatta ai ritmi vitali della vita di oggi, non sulla scala grande che serve a stamparlo. Il ciclo veloce di disponibilità di informazione, in tempo reale, ha abituato gli individui a consumare le notizie e le opinioni in maniera molto più mirata e rapida rispetto ai tempi di circolazione e senescenza di un quotidiano. E, come dice <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">Mark Hamilton</a>, è cambiato il consumo di media: nessuno legge più solo un quotidiano e per l&#8217;individuo non ha più troppo importanza la fonte, poichè ne ha tante a disposizione e le usa. Questo non vuol dire che si sia ridotta l&#8217;autorevolezza delle grandi testate, ma piuttosto che non dovendo più pagare per informarsi, l&#8217;aumento dell&#8217;offerta ci consente di saltare da una fonte all&#8217;altra con evidenete facilità, limitando l&#8217;affezione a una data testata (non più necessaria).</li>
<li>Il processo di informazione e di distribuzione non si esaurisce più nella linearità del processo giornalistico. Gli individui mediano le diverse fonti, le rielaborano, le rimettono in circolazione<br />
nei diversi network e nella blogosfera. È quanto Shirky chiama <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">superdistribuzione</a>.</li>
</ul>
<h5>Il sistema produttivo</h5>
<p>Molti analisti si concentrano su come debba cambiare la professione e su come debba cambiare il contenuto giornalistico per far fronte alla crisi. Probabilmente questo assomiglia a concentrarsi su uno dei sintomi (il più evidente, è chiaro) ma non sulla causa. Se avessimo il miglior giornalismo possibile, il più affascinante che riusciamo a immaginare, dovremmo dare per scontato che averlo basti a ritornare allo <em>status quo</em>. Ovvero: la gente ricomincia a comprare i giornali, gli inserzionisti ricominciano a investire pesantemente e tutto torna all&#8217;età dell&#8217;oro grazie a una o più innovazioni nel confezionamento dell&#8217;informazione. Ma io non sarei così sicuro: in genere una buona soluzione parte da una buona descrizione del problema. E il problema alla fine è semplice: se non si fa fatturato, non c&#8217;è professione. Se si dimezza il fatturato, si dimezza la popolazione che riesce a viverci facendo quel lavoro.</p>
<p>E per fare fatturato, per mantenere i costi (alti) di approvvigionamento e di confezionamento (se non paghiamo il confezionamento il giornalismo cessa di essere una professione), serve un modello che tenga conto della realtà e non che viva sulle speranze di un ritorno al passato. È abbastanza fatale che gli acquirenti di giornali (già in piena senescenza) non smettano di diminuire e che il pubblico televisivo (negli anni) tenda a non consumare la televisione come la conosciamo oggi. E ne consegue che se diminuisce il pubblico e diminuisce la capacità dei mass media di fare cornice sociale, si ridimensioni l&#8217;appeal della (costosa) pubblicità su questi strumenti. E se dimuiscono i soldi in ingresso, diminuiscono i soldi per coprire quanto accade nel mondo e per pagare i giornalisti a livello professionale. E diminuisce l&#8217;informazione organizzata, che non può essere (per evidenti ragioni di approvvigionamento) sostituita in maniera autorganizzata dall&#8217;informazione dal basso (che ne è un complemento importante, ma non un sostituto).</p>
<p>Secondo il Pew Research Center, già nel 2008 negli Stati Uniti i lettori dei giornali online hanno superato per la prima volta quelli delle edizioni cartacee. E l&#8217;informazione si consuma in maniera sempre più prevelente attraverso i network. Ma persino la pubblicazione dei <em>legal ads</em> ormai <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/02/04/one-more-kick-in-the-kidneys-for-papers-the-end-of-legal-ads/">viene fatta online</a> perchè i giornali non garantiscono più la sufficiente distibuzione per rendere le informazioni <em>informazioni di tutti</em>.</p>
<h5>La transizione</h5>
<p>Prima dell&#8217;accelerazione dovuta alla crisi, si contava molto sulla raccolta pubblicitaria perchè non si riesce a vendere il contenuto online. Ma diverse ragioni, oggi, rendono questa strada molto difficoltosa. Prima di tutto per via della concorrenza, perchè i canali non sono più solo quelli dell&#8217;informazione canonica e, anzi, <a href="http://www.niemanlab.org/2009/01/why-its-so-hard-to-move-revenue-from-print-to-online/comment-page-1/">spesso sono meno competitivi</a>. Poi perchè la pubblicità online risulta meno efficace: gli utenti la percepiscono meno, ha meno capacità di emozionare e colpire, perde il senso di &#8220;massa&#8221; che aveva sui media (appunto) di massa. Certo, è più facile da costruire in modo mirato e intelligente, ma costa infintamente meno. Nonostante i lettori online aumentino, le pubblicità sulla carta vengono (ancora) pagate infinitamente di più. Non durerà a lungo. Ma i prezzi bassi e forzatamente concorrenziali dell&#8217;online non potranno certo supplire allo stesso modo. E tenderanno a scendere.</p>
<p>Anche se la raccolta pubblicitaria online migliorasse, potrebbe non bastare. Il tradizionale sistema di finanziamento dei news media posava su tre fattori, <a href="http://www.time.com/time/business/article/0,8599,1877191,00.html">nota Walter Isaacson</a>: vendita in edicola, abbonamenti e pubblicità. E aggiunge: basato solo sulla pubblicità è come se una sedia a tre gambe dovesse stare in piedi solo su una.</p>
<p>Le soluzioni su cui si sta discutendo hanno dell&#8217;avventuroso, ma fanno parte di un ragionamento che deve per forza avvenire a 360 gradi. Lo stesso Isaacson ha recentemente rilanciato l&#8217;<a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/12/business/media/12carr.html&amp;OQ=_rQ3D3Q26scpQ3D1Q26sqQ3DitunesQ2520newsQ26stQ3Dcse&amp;OP=306f9a34Q2FQ26td0Q26GlNQ7Esll.vQ26vQ5EQ5EEQ26Q5EIQ26IvQ260-Q7E!7dQ7EQ7EQ26xdG!Q5BQ26IvNQ5BsspQ3F.xk">idea</a> di David Carr dei <a href="http://www.aspeninstitute.org/site/c.huLWJeMRKpH/b.4959311/k.49F5/A_Bold_Old_Idea_for_Saving_Journalism_2009_HaysPress_Enterprise_Lecture_by_Walter_Isaacson.htm">micropagamenti</a>: il modello è semplice, si paga qualche centesimo per articolo. E, citando un vecchio pezzo di Shirky che ricordava come in realtà il costo mentale della transazione rende i <a href="http://www.shirky.com/writings/fame_vs_fortune.html">micropagamenti quasi fallimentari</a>, ha proposto di raccogliere l&#8217;insegnamento di iTunes. In rete se ne sta dicutendo molto, ma prevalgono le obiezioni. Shirky stesso <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">ha replicato</a>, sostenendo che il paragone con iTunes non regge perchè iTunes rappresenta l&#8217;unica alternativa legale a un prodotto, a differenza dell&#8217;informazione. Quindi, i micropagamenti funzionano solo in assenza di un mercato con altre opzioni legali. Inoltre, <a href="http://www.thebigmoney.com/articles/impressions/2009/02/09/micro-economics?page=0,0">aggiunge</a> Gabriel Sherman su Slate, la musica è un contenuto con un ciclo di vita molto più lungo delle news.</p>
<p><a href="http://recoveringjournalist.typepad.com/recovering_journalist/2009/02/asking-people-to-pay-for-news-what-he-said.html">Secondo Mark Potts</a> la cosa può funzionare solo per alcune nicchie mirate. Ma, come <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">sostiene Mark Hamilton</a>, si deve anche tenere conto del fatto che se si può scegliere tra gratis e a pagamento è più probabile che si escluda quanto bisogna pagare dalle proprie letture, anche considerando le attuali abitudini di consumo dell&#8217;informazione tra moltissime fonti.</p>
<h5>Non si può non stampare</h5>
<p>Le alternative paiono poche. Sul <a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/28/opinion/28swensen.html&amp;OQ=_rQ3D1Q26pagewantedQ3Dprint&amp;OP=5c3e4797Q2FQ3CcKpQ3C@PGjQ5EPPwQ2AQ3CQ2AQ3DQ3D3Q3CQ3DfQ3CQ2AIQ3CPyQ60Q5BQ60PQ5BQ3CQ2AIjcKQ5BjKQ5BQ25-w1Q7C">New York Times</a> si è lanciata l&#8217;ipotesi di fare dei <em>news media</em> fondazioni o enti no profit. Ma, al di là dell&#8217;effettiva praticabilità (quante testate potrebbero resistere?) è stato subito notato il rischio, sul fronte democratico e della qualità, del <a href="http://www.slate.com/id/2210333/pagenum/all/">distacco tra le testate e la pressione del mercato</a>. Altrove si è suggerita l&#8217;<a href="http://www.latimes.com/news/opinion/sunday/la-oe-rutten4-2009feb04,1,4979706.column">esenzione dalle norme antitrust e la formazione di un cartello</a>. La tesi è facile. Se tutti i giornali tranne qualcuno regalano i contenuti (puntando sulla raccolta pubblicitaria) nessun giornale da solo potrà mettere a pagamento i contenuti e avere qualche speranza. Invece devono sedersi, formare un cartello e negoziare una strategia comune di pagamento per i contenuti. Ma anche questa strada appare poco praticabile.</p>
<p>Jarvis, tempo fa, <a href="http://www.buzzmachine.com/2008/12/20/can-the-la-times-turn-off-its-presses/">sostenne</a> che il Los Angeles Times poteva pagare gli stipendi di tutti i giornalisti solo con le entrate dell&#8217;online. Ma gli stipendi non sono gli unici costi, anzi. Il punto vero, per la sopravvivenza del sistema come lo conosciamo, è che non <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2009/02/why-newspapers-cant-stop-presses.html">si possono fermare le macchine di stampa</a>, perchè dalla carta viene una percentuale considerevole degli introiti. Quindi, se diamo per scontata l&#8217;insostenibilità economica della stampa (almeno nei numeri cui siamo abituati oggi) il sistema non può restare come lo conosciamo. Cambierà inesorabilmente e non sappiamo come. La &#8220;specie&#8221; dei giornalisti cambierà con il sistema che non è più apparantemente in grado di sostenerla. E non è detto che siano tutte rose e fiori.</p>
<p>In attesa di vederlo e di capirlo, il cambiamento, non mancano gli esercizi: Steve Outing (segnalato anche da <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/02/06/oltre-la-carta-come-dovrebbe-essere-una-redazione-digital-only/">Tedeschini</a> qui da noi) <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003936131">immagina una redazione all digital</a> e dà <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003918050">anche qualche consiglio</a>. E Ken Paulson ci racconta come sarebbero stati i giornali se fossero stati <a href="http://www.poynter.org/column.asp?id=45&amp;aid=158153">inventati dopo il modem</a>. Due letture utili<br />
per capire cosa (forse) succederà.</p>
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		<title>La tempesta perfetta del giornalismo online</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 13:25:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quinta di copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Bill Keller]]></category>
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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con il responsabile ricerca e sviluppo di Elemedia/Kataweb, Mario Tedeschini Lalli. All'ordine del giorno gaffe presidenziali, ritorni ai contenuti a pagamento e redazioni integrate che forse non sono la soluzione al problema – e forse nemmeno l'ebook]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/02/020_newqdc_20080206.mp3">Download audio file (020_newqdc_20080206.mp3)</a></p>
<p>La crisi del giornalismo più o meno tradizionale è solo un epifenomeno della crisi più generale che investe vari settori – o è la conclusione di un periodo di transizione e di cambiamento per il campo giornalistico nel suo complesso, che ha portato tutti gli attori interessati a ripensare modelli produttivi, format, tempi, e spesso perfino campo da gioco. È la tempesta perfetta, o il classico bicchier d&#8217;acqua? Alla disperata ricerca del modello (di business ma non solo) perduto con la rivoluzione digitale, il giornalismo oggi si trova di fronte a molteplici sfide: come sfruttare al meglio le potenzialità pienamente multimediali o crossmediali del mondo digitale, per esempio. Ma anche come ripensare i rapporti di forza tra lettori, professionisti, fonti, istituzioni: un equilibrio non facile come racconta il caso delle prime foto alla Casa Bianca del presidente Obama, che ha deciso di rompere con la tradizione – più o meno alla ricerca della disintermediazione – e di tenere fuori i reporter di agenzia così aprendo un piccolo caso giornalistico-diplomatico.<span id="more-399"></span></p>
<p>Al centro dell&#8217;attenzione di molti anche il New York Times, che ha annunciato di voler ripensare alla scelta di qualche anno fa, molto discussa, di rinunciare a far pagare i contenuti online; che continua a sperimentare modelli integrali di redazione, al pari di molti altri player internazionali, e che viene preso ad esempio per una affascinante idea per ora solo teorica: sostituire la carta e la distribuzione con un ebook reader come Kindle. Questi burrascosi cambiamenti possono anche essere una opportunità per la professione? Ne parliamo con <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/">Mario Tedeschini Lalli</a>, giornalista e responsabile ricerca e sviluppo di Elemedia Kataweb, che da tempo si occupa delle nuove forme di giornalismo più o meno digitale: «Il modello redazionale non è il punto fondamentale e non è detto che tutti devono sapere fare tutto: bisogna prima cambiare l&#8217;idea stessa di prodotto giornalistico, da concepire in maniera altra rispetto a quanto fatto finora».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li>La <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/news/article_display.jsp?vnu_content_id=1003933318">gaffe di Obama alla prese con le prime foto</a> alla Casa Bianca e i reporter tenuti fuori (Editor &amp; Publisher; analisi: <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/01/23/immagini-ufficiali-e-immagini-giornalistiche-prima-gaffe-di-obama/">Immagini ufficiali e immagini giornalistiche, prima gaffe di Obama</a>, <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/01/27/trasparenza-e-propaganda-il-ruolo-del-giornalismo-in-un-governo-web20/">Trasparenza e propaganda: il ruolo del giornalismo in un governo web2.0</a>)</li>
<li>Bill Keller <a href="http://www.nytimes.com/2009/01/30/business/media/02askthetimes.html?_r=1">risponde alle domande sul futuro del New York Times</a> (NYT; analisi: <a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/02/04/il-new-york-times-in-cerca-di-un-modello-online-a-pagamento/">Il New York Times in cerca di un modello online a pagamento</a> (Massimo Russo)</li>
<li><a href="http://www.alleyinsider.com/2009/1/printing-the-nyt-costs-twice-as-much-as-sending-every-subscriber-a-free-kindle">Printing The NYT Costs Twice As Much As Sending Every Subscriber A Free Kindle</a> (Nicholas Carlson, Silicon Alley Insider)</li>
</ul>
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