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	<title>Apogeonline &#187; Netflix</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Combattere la crisi col consumo collaborativo</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 07:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marta Mainieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Italia è ancora un fenomeno di nicchia, ma negli Stati Uniti ha subito un forte impulso dopo il crollo economico del 2008 e vede ogni giorno migliaia di persone condividere, scambiare, rimettere in circolo beni e competenze]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri  ho dato via il mio passeggino doppio. L’ho venduto su <a href="http://www.subito.it/">Subito</a> a ben 35 euro. Una grande soddisfazione; non tanto per il guadagno, direi poco significativo, quanto perché ho rimesso in circolo un passeggino pieno di ricordi invece di buttarlo, e perché l’ho consegnato direttamente al nuovo proprietario, invece di portarlo in discarica. Un’amica, qualche ora dopo l’affarone, mi ha scritto invitandomi a un bookcrossing che si terrà tra qualche giorno in un parco di Milano: si scambiano libri ed è un’occasione per rivedere lei e altri vecchi amici. Andrò. Invece la mia amica Giovanna oggi mi ha comunicato con soddisfazione di aver trovato un appartamento dove alloggiare con la sua famiglia il prossimo week end a Barcellona: un quadrilocale a 120 euro al giorni prestato da un utente su <a href="http://www.istopover.com/">istopover</a>. Forse il mio punto di osservazione è un po’ di parte, ma questi tre episodi, avvenuti in meno di 24 ore, mi sembrano segnali che anche in Italia si stia cominciando a sperimentare un diverso comportamento d’acquisto, basato sulla condivisione e il riciclo dei beni piuttosto che sulla loro proprietà.<span id="more-7084"></span></p>
<h5>Modelli di consumo</h5>
<p>Il recente lancio di <a href="http://reoose.com/">reoose.com</a>, ecostore del riutilizzo e del baratto,  i più di 3 milioni annunci su Subito.it, e i 22.000 membri della community di <a href="http://www.zerorelativo.it/">zero relativo</a>, fino alla <a href="http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/10/18/foto/chair_sharing_milano_si_inventa_le_sedie_a_noleggio_come_le_bici-23421371/1/">sedia-bici a noleggio di Snark,</a> sembrano avallare le mie sensazioni e le abitudini delle mie amiche. Ma se, in Italia, rimane sicuramente ancora un fenomeno di nicchia, non così negli Stati Uniti, dove migliaia di persone attraverso internet condividono, scambiano, rimettono in circolo beni e competenze. <em>Consumo collaborativo</em> l’hanno chiamato da Rachel Botsman e Roo Rogers nel loro libro <a href="http://www.anobii.com/books/Whats_Mine_Is_Yours/9780061963544/014645316cd2ca2c7b/">What’s mine is yours</a> e, secondo il Time, è una delle <a href="http://www.time.com/time/specials/packages/article/0,28804,2059521_2059717,00.html">10 idee che cambierà il mondo</a>. «Si sta reinventando», afferma Botsman, «non solo ciò che consumiamo ma anche il modo in cui consumiamo». In America oggi tutto può essere prestato, noleggiato, scambiato o condiviso: dal trapano alla falciatrice (presi in prestito dal vicino di casa su <a href="http://www.sharesomesugar.com/">sharesomesugar</a> o da un amico su <a href="http://neighborgoods.net/">neighborGoods</a>), all’orto (<a href="http://www.landshare.net/">Landshare</a>), ai giocattoli (<a href="http://www.toygaroo.com/guest/welcome">Toygaroo</a>), al garage (<a href="http://www.parkatmyhouse.com/">parkatmyhouse</a>), fino alle competenze (<a href="http://brooklynskillshare.org/">Brookiling Skillshare</a>), al tempo (<a href="http://www.taskrabbit.com/">taskrabbit</a>), e­­­­­­ persino al denaro (<a href="http://www.zopa.com/">Zopa</a>).</p>
<p>Alcuni modelli si sono già affermati, come <a href="http://www.zipcar.com/">Zipcar</a>, car-sharing più smart dei tradizionali, che in un anno dal lancio aveva già raggiunto 130 milioni di dollari di ricavi; oppure <a href="https://signup.netflix.com/global">Netflix</a>, sistema di noleggio di Dvd e video giochi tramite streaming con più di 10 milioni di iscritti e oltre 10.000 titoli; e <a href="http://www.airbnb.com/">Airbnb</a>, dove è possibile affittare appartamenti direttamente dalle persone scegliendo tra più di 15.000 città sparse in 192 paesi. Ma al di là dei singoli casi è tutto il mercato della condivisione che sembra avere un futuro promettente. Secondo Gartner, riporta <a href="http://www.fastcompany.com/magazine/155/the-sharing-economy.html?page=0%2C1">Fastcompany</a>, i prestiti fra pari (<em>financial-lending</em>) raggiungeranno i 5 miliardi di dollari entro il 2013; Frost &amp; Sullivan sostiene che i progetti di car-sharing solo in Nord America raggiungeranno più di 3 miliardi dollari di ricavi entro il 2016. E, infine, la stessa Botsman stima che l&#8217;intero ecosistema della condivisione è un mercato da più di 110 miliardi di dollari.</p>
<h5>Dopo il 2008</h5>
<p>Un movimento che trae origine dalla crisi economica del 2008 e trova in internet la piattaforma ideale per esprimersi. «Abbiamo vissuto per più di 50 anni in una società che ci ha incoraggiati a vivere al di sopra delle nostre possibilità finanziarie ed ecologiche», scrive Botsman. «Il 2008 è stato l’anno in cui Madre Natura e i mercati hanno detto basta». E mentre il mondo attendeva un segnale o un’idea per far riprendere l’economia, i consumatori, grazie soprattutto a internet e ai social media, sperimentavano e prendevano familiarità con un nuovo modo di esprimersi, partecipare, essere protagonisti e fare comunità. «Il consumo collaborativo nasce  online, condividendo file, codice, foto, video e conoscenza», scrive ancora Botsman, «ora cerchiamo di applicare gli stessi principi e comportamenti alla vita di tutti i giorni». È il potere di organizzare senza organizzazioni, come scriveva in quegli anni Shirky, che perde la sua dimensione meramente virtuale e impatta, in maniera significativa, nella vita di tutti i giorni. I benefici che le persone traggono dal consumo collaborativo sono infatti del tutto reali: il riuso e il riciclo riducono l’impatto dei consumi sull’ambiente e inducono al risparmio economico, favorendo addirittura il guadagno attraverso l’affitto o la vendita di beni; la condivisione delle risorse incoraggia l’incontro e il formarsi di comunità.</p>
<p>La sostenibilità, in generale, è la prima conseguenza dei comportamenti collaborativi anche se, spesso, chi inizia a sperimentarli ha un obiettivo meno ideologico e più personalistico (risparmiare tempo, denaro, trovare un alloggio o un servizio migliore ecc.). Un esperimento condotto da Zipcar nel 2009 aveva chiesto a 250 persone di non usare la propria macchina per un mese, ma di utilizzare mezzi di trasporto alternativi. Alla fine del periodo i partecipanti avevano aumentato l’uso dei mezzi di trasporto del 98% e quello della bicicletta del 132%, e avevano camminato per il 93% di miglia in più. Il 47% dei partecipanti aveva dichiarato anche di aver perso peso. Ma il risultato più straordinario fu che il 61% delle persone che aveva partecipato all’esperimento stava pensando di continuare a vivere senza macchina, a riprova del fatto che chi inizia a consumare in maniera collaborativa, che sia per condividere una macchina o scambiare vestiti, anche se non spinto da particolari convinzioni ambientali, sociali o politiche difficilmente riprende le vecchie abitudini di consumo.</p>
<h5>Fidarsi</h5>
<p>Nessuna ideologia, dunque, dietro al consumo collaborativo, nessun dogma, nessuna tardiva rivoluzione comunista. Piuttosto un movimento trasversale composto da uomini e donne che si muovono con una certa dimestichezza su internet e sui social media e da giovani che trovano in queste piattaforme il loro modo naturale di consumare. Ma come fidarsi di chi ti offre un passaggio o di uno sconosciuto che dorme nel tuo appartamento? Come condividere senza timori il tuo giardino, la tua macchina, il tuo garage se non conosci personalmente chi ci entra? Come provano gli <a href="http://techcrunch.com/2011/07/27/the-moment-of-truth-for-airbnb-as-users-home-is-utterly-trashed/">incidenti</a> denunciati dagli utenti di Airbnb, la condivisione non è priva di rischi, anzi, è forse la sfida più importante che deve affrontare chi gestisce piattaforme di collaborazione.</p>
<p>eBay è stata la prima a porsi il problema, creando un sistema di rating che permettesse di conoscere l’affidabilità di un determinato venditore. Si ispirano a questo sistema, per esempio, CouchSurfing, <a href="http://www.airbnb.com/safety" target="_blank">Airbnb</a>, <a href="http://www.taskrabbit.com/main/taskrabbits" target="_blank">TaskRabbits</a> mentre Zimride e NeighborGoods consentono di creare reti chiuse a cui possono accedere solamente amici e conoscenti. E se è vero che in rete sei quello scrivi e che fai, molte piattaforme offrono un meccanismo di reputazione aggiuntivo, collegando i profili degli utenti con quelli presenti sui principali social network. Proprio su questi lavora anche <a href="http://trustcloud.com/">TrustCloud</a>, una start up che ha l’ambizione di costruire un sistema di reputazione on line attraverso un algoritmo che raccoglie i movimenti delle persone sui principali social media e ne calcola affidabilità, coerenza, e reattività, dando origine a un badge che ognuno di noi può portarsi dietro su qualsiasi sito web. Una sorta di carta d’identità virtuale che giudica e monitora come ci muoviamo in rete, evocando memorie forse un po’ troppo orwelliane.</p>
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		<title>Apple e la partita del carrello mobile</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 07:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Cupertino vogliono tenere ben saldo il controllo sugli acquisti sviluppati da un'applicazione, penalizzando le sperimentazioni degli editori più inclini alla personalizzazione dei processi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La bomba è esplosa quando Apple ha respinto un&#8217;applicazione, sviluppata da <a href="http://ebookstore.sony.com/rme/%20">Sony</a>, che permette di acquistare ebook direttamente dallo store dell&#8217;azienda giapponese. <a href="http://www.apple.com/pr/library/2011/02/15appstore.html">A detta</a> della casa di Cupertino, tutte le applicazioni che consentono la vendita di contenuti simili a quelli della Sony devono passare necessariamente attraverso il circuito Apple. In altre parole, tutte le transazioni devono avvenire <em>in app</em>, cioè dentro l&#8217;applicazione, e non separatamente in una pagina del browser. Ciò significa, per esempio, che un&#8217;app come Kindle, che permette di accedere ai libri in vendita sul sito di Amazon, deve consentire l&#8217;acquisto solo all&#8217;interno dello store di Apple.<span id="more-5128"></span></p>
<h5>Il controllo dei clienti</h5>
<p>A  breve, quindi, da alcune applicazioni potrebbe <a href="http://go-to-hellman.blogspot.com/2011/02/how-apple-may-inadvertently-boost-ebook.html">scomparire il link</a> a siti esterni, a partire dal pulsante “Shop in the Kindle Store”, che rimanda a transazioni fuori dalle app. In più, le nuove regole impedirebbero alle aziende di offrire altrove abbonamenti più vantaggiosi rispetto a quelli proposti agli utenti Apple. Obbligando l&#8217;utente a utilizzare il meccanismo di pagamento in app, Apple riceve il 30% del valore di ogni transazione. «Non abbiamo cambiato le nostre condizioni di sviluppo o linee guida», <a href="file:///C:/Users/Sergio/Desktop/%20http://digitaldaily.allthingsd.com/20110201/apple-on-sony-reader-we-have-not-changed-our-guidelines/%3Fmod=ATD_rss%20">ha dichiarato</a> Trudy Muller, portavoce dell&#8217;azienda, ad <em>All Things Digital</em>. Pare, insomma, che stiano semplicemente rafforzando una regola preesistente, secondo cui le app che consentono all&#8217;utente di acquistare i contenuti, funzioni o servizi devono utilizzare il sistema Api (<em>In App Purchase</em>). Tale meccanismo è rivolto a tutti i produttori di applicazioni basate su contenuti, come la musica, i giornali e le riviste, e i video.</p>
<p>Ad ogni modo, questa decisione potrebbe avere forti ripercussioni sugli editori (che, evidentemente, non incasserebbero più il 100% delle vendite), sugli sviluppatori, e, di conseguenza, su applicazioni come Kindle, Netflix, Pandora e altre. «Questo cambiamento improvviso», <a href="http://www.nytimes.com/2011/02/01/technology/01apple.html">spiega</a> James L. McQuivey di Forrester Research, «ci suggerisce che Apple ha probabilmente capito il valore della sua piattaforma» e non solo dei dispositivi. Su questa questione, l&#8217;European Newspaper Publishers&#8217; Association appare molto preoccupata: «Se Apple ha il pieno controllo delle vendite, gli editori perdono l&#8217;accesso alle informazioni personali dei sottoscrittori», dati utili nella vendita pubblicitaria. In linea più generale, <a href="http://www.enpa.be/en/news/publishers-call-for-access-to-newspapers-on-tablets-for-subscribers-without-restrictive-conditions_56.aspx">secondo l&#8217;associazione a tutela dei giornali</a>, «gli editori dovrebbero essere liberi di scegliere i sistemi di pagamento per i loro lettori e avere la possibilità di negoziare i livelli di prezzo per le loro pubblicazioni digitali».</p>
<h5>Le regole di Apple</h5>
<p>«Tutto quello che chiediamo è che, se un editore sta facendo un&#8217;offerta di abbonamento al di fuori dell&#8217;app, un&#8217;offerta simile (o migliore) può essere fatta all&#8217;interno, in modo che i clienti possano facilmente sottoscriversi con un solo clic», ha spiegato Steve Jobs. «Crediamo che questo servizio innovativo di abbonamento offrirà agli editori una nuova opportunità per estendere l&#8217;accesso digitale ai loro contenuti tramite iPad, iPod Touch e iPhone, per il piacere sia dei nuovi che dei vecchi abbonati». In altre parole, Apple costruisce la competizione sull&#8217;esperienza utente e sull&#8217;accesso immediato, terreno forte della piattaforma.</p>
<p>Rhapsody, uno dei principali servizi di abbonamento alla musica digitale, <a href="http://news.cnet.com/8301-17938_105-20032119-1.html?tag=mncol;1n">ha dichiarato</a> di non volersi conformare alle regole e che continuerà a permettere ai propri clienti di registrarsi al sito web da uno smartphone o tramite qualsiasi dispositivo che permette l&#8217;accesso a Internet. Nel frattempo l&#8217;azienda si sta muovendo per avviare un&#8217;adeguata risposta legale alla nuova politica di Apple.  Sul fronte editori, Amazon, una delle aziende che potenzialmente potrebbe risentire in misura maggiore delle nuove regole, <a href="http://www.businessinsider.com/amazon-kindle-for-web-2011-2?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed:+typepad/alleyinsider/silicon_alley_insider+(Silicon+Alley+Insider)">potrebbe</a> non essere poi così preoccupata delle eventuali implicazioni. L&#8217;azienda di Jeff Bezos sta infatti lavorando alla versione beta di Kindle per il web che emula la user experience dell&#8217;app. Per ora è possibile solo accedere all&#8217;anteprima del primo capitolo di alcuni titoli selezionati, ma a breve sarà disponibile l&#8217;intero testo.</p>
<h5>Antitrust</h5>
<p>In linea più generale, nonostante le preoccupazioni iniziali, sembra che molti editori in fondo si sentano quasi sollevati: temevano che le nuove regole sarebbero state molto più restrittive e dannose. Tigerspike, responsabile della creazione delle app per più di una ventina di pubblicazioni, ha rivelato <a href="file:///C:/Users/Sergio/Desktop/Amazon,%20which%20wants%20to%20get%20Kindle%20on%20every%20platform,%20has%20been%20working%20on%20Kindle%20for%20the%20web%20for%20some%20time.%20Right%20now%20it's%20in%20beta,%20but%20it%20ought%20to%20come%20out%20soon.%20And%20for%20something%20like%20e-books,%20with%20HTML5,%20Kindle%20on%20the%20web%20could%20potentially%20be%20just%20as%20good%20a%20user%20experience%20as%20the%20Kindle%20app.%20On%20iOS%20devices,%20you%20can%20bookmark%20web%20sites%20as%20a%20button%20on%20your%20screen,%20indistinguishable%20from%20apps.%20And%20then%20iPad%20users%20could%20still%20get%20their%20Kindle%20books%20the%20same%20way%20they%20do%20now,%20but%20through%20a%20web%20app%20and%20not%20an%20iOS%20app.Read%20more:%20http://www.businessinsider.com/amazon-kindle-for-web-2011-2%3Futm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+typepad%2Falleyinsider%2Fsilicon_alley_insider+%28Silicon+Alley+Insider%29#ixzz1FI8XG0ZE">a  paidContent</a> che i suoi editori erano pronti al peggio e temevano che la Apple potesse impedire qualsiasi sottoscrizione al di fuori dello store. Invece, possono anche realizzare un abbonamento personale fuori dall&#8217;applicazione e, allo stesso tempo, avere qualcosa anche all&#8217;interno della piattaforma: «Stanno dando loro flessibilità», aggiunge Tigerspike. Da un punto di vista degli utenti, le reazioni sembrano più che positive: a loro interessa solo la semplicità del meccanismo e una buona esperienza utente, come <a href="http://arstechnica.com/apple/news/2011/02/some-publishers-relieved-others-irate-over-apple-subscription-plan.ars">ha dichiarato</a> l&#8217;analista Michael Gartenberg ad Ars technica.</p>
<p>Se da una parte sembra che il sistema possa non essere poi così male come alcuni si aspettavano, dall&#8217;altra ha inevitabilmente attirato l&#8217;attenzione dell&#8217;antitrust. Una fonte delle autorità federali -che vuole mantenere l&#8217;anonimato- <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704657704576150350669475800.html">ha rivelato</a> che La Federal Trade Commission e il Dipartimento di Giustizia statunitense stanno indagando, in maniera informale, sulla potenziale violazione delle regole antitrust da parte della Apple. Al momento è ancora presto per parlare di una reale inchiesta in atto: prima si dovrà dimostrare che l&#8217;azienda di Cupertino ha una posizione dominante sul mercato  e se sta esercitando una pressione anticompetitiva sul prezzo. Ma, intanto, dicono i federali, è meglio monitorare attentamente la situazione.</p>
<p><strong>L&#8217;impatto</strong></p>
<p>Herbert Hovenkamp, docente che si occupa di leggi antitrust alla University of Iowa College of Law, <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704409004576146613997208194.html">dubita</a> che Apple abbia acquisito una posizione sufficientemente dominante per assicurarsi il controllo dell&#8217;antitrust. Ma se si dovesse arrivare al punto in cui il 60% delle vendite di tutti gli abbonamenti digitali passa attraverso l&#8217;App Store allora ci muoveremmo in un territorio in cui «un intervento dell&#8217;antitrust sembrerebbe plausibile».   Di fronte ad alcuni termini di sottoscrizione abbastanza restrittivi, Apple potrebbe venirne fuori con una giustificazione aziendale, sostiene Shubha Ghosh, docente di legge alla University of Wisconsin Law School. In fondo «loro hanno investito in una piattaforma, quindi hanno bisogno di creare degli incentivi per stimolarne l&#8217;utilizzo»</p>
<p>Come sostiene Gartenberg, è ancora troppo presto per determinare l&#8217;impatto che questa nuova policy avrà sulle aziende e soprattutto capire quale sarà la loro prossima mossa.  Gli editori, <a href="http://digitaldaily.allthingsd.com/20110215/june-30-deadline-for-apple-subscriptions/%20">secondo quanto riferisce</a> Apple, hanno tempo fino al 30 giugno per aggiornare le proprie applicazioni, adeguandole al sistema API per la vendita dei contenuti. Se non rispettano le regole, allora non sarà concessa loro la possibilità di offrire materiale digitale all&#8217;interno dell&#8217;App Store. Gli sviluppi nel tempo possono essere tanti e forse qualcuno potrebbe decidere di uscire completamente dal meccanismo di Apple, magari a favore di altre piattaforme, come <a href="http://www.google.com/landing/onepass/">Google One Pass</a>, una sorta di edicola elettronica dall&#8217;approccio più aperto, che promette di trattenere solo il 10% di ogni transazione. Di certo, si prospetta uno scenario in continuo fermento. E la sfida è aperta.</p>
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		<title>Serve davvero un pc per vivere nelle nuvole?</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 07:45:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo spostamento in rete di applicazioni e contenuti ci permette di immaginare nuove tipologie di dispositivi mobili. L'esperienza di Sony]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa nuvolaccia nera (se siete fuori dal mondo del &#8220;cloud&#8221;) o questa nuvoletta rosa (se siete Google etc) ci dà da pensare. È un nuovo paradigma (ma alzi la mano chi davvero sa cosa vuol dire paradigma, io lo uso solo perché fa bella impressione): quello di buttare tutto in qualche posto remoto; di svuotare gli hard disk di applicazioni e di dati residenti; di vivere connessi da un invisibile cordone ombelicale ad un tutto &#8220;lassù&#8221;. È un tema su cui le polemiche in termini di sicurezza, di accessibilità, di privacy si sprecano. L&#8217;idea di vivere <a href="http://blogs.zdnet.com/virtualization/?p=686">su questa nuvola</a> ha comunque i suoi meriti, se affrontiamo il tema dal punto di vista consumer e non corporate.<span id="more-1420"></span></p>
<p>Tendenzialmente sono uno di quelli che usano (o provano) qualsiasi prodotto Google appena esce. Adoro la loro applicazione di posta elettronica. Trovo fantastico Google Documents, che uso spesso come text editor per potermi poi ritrovare i documenti consultabili anche dall&#8217;iPhone (lo so, ci sono alternative anche migliori: dite pure la vostra nei commenti). E qui ho detto forse una parola magica: iPhone. Ovvero un device che non è un computer, un pc nel senso stretto del termine.</p>
<h5>Tutta la nuvola, niente PC</h5>
<p>Ecco un&#8217;idea balzana, ma affascinante: se palmari, Pda e smartphone sono la prima naturale evoluzione del concetto del disaccoppiamento tra rete e il solito pc, ben più radicale potrebbe essere l&#8217;ulteriore semplificazione  dell&#8217;idea. In fondo che ci serve? Uno schermo e una connessione. E allora dal cloud computing potrebbe ritornarci fra capo e collo quella web tv che non è mai  decollata e che anzi si è schiantata al suolo come le più miserevoli macchine volanti degli inizi di un paio di secoli fa. Pensateci, forse ora i pezzi ci sarebbero tutti. E c&#8217;è anche chi ci sta provando, anche se si guarda bene dal riesumare questo termine che puzza di fallimento. Sony, per esempio, offre servizi online per i propri televisori: è <a href="http://news.cnet.com/8301-17938_105-9672957-1.html">dal 2007</a> che ne parlano, ma nel frattempo hanno fatto tanta strada, tanto da portare il <a href="http://www.pcmag.com/article2/0,2817,2356110,00.asp">download in streaming</a> di film sulla tv e sul lettore Blue-Ray, ad esempio in collaborazione con Netflix.</p>
<p>Ma questo sarebbe ancora poco, troppo poco. Come poco (ma già interessante) è lo <a href="http://www.tomshw.it/cont/news/firefox-su-playstation-3-mozilla-e-sony-si-parlano/22884/1.html">sbarco</a> probabile di Firefox sulla Playstation. Il disegno di Sony è però più grande: offrire un ecosistema di <a href="http://www.sonyinsider.com/2009/11/21/the-sony-online-service-is-not-an-itunes-competitor-it-aspires-to-be-far-bigger/">contenuti online</a> fruibili non soltanto dalla tv o dalla Playstation, ma da tutti i prodotti digitali. Videocamere, apparecchi fotografici, lettori di ebook, e chissà un giorno anche frullatori e spazzolini. Un mondo in cui da qualunque dispositivo potremo fare upload in questa nuvolona dei nostri contenuti digitali, condividere, frullarceli socialmente. E, ovviamente avere accesso a contenuti premium cacciando la solita lira e bypassando tutti i possibili modelli di &#8220;free content&#8221;.</p>
<p>Il nome dato al progetto (<em>Sony Online Service</em>) è francamente quanto di meno immaginifico si possa immaginare, ma l&#8217;idea di avere con noi la potenza della rete, dei social media e di tutto l&#8217;ambaradan prescindendo da net-, note- o vari <em>book</em> o <em>desktop </em>è intrigante. Per lo meno fintanto che qualcuno non troverà il modo di trasformarci in esseri bionici col WiMax incorporato con un chip sottocutaneo e con Facebook <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2008/11/e-se-facebook-convergesse-con-gli.html">integrato</a> nelle lenti a contatto. Ovviamente non c&#8217;è solo Sony a guardare &#8211; e sopratutto a sperimentare &#8211; il divorzio tra rete e computer.</p>
<h5>Piedi in terra, ma…</h5>
<p>Stiamo allora andando verso un mondo sempre più connesso, sempre più nella nuvola, ma con sempre meno pc? Autorevoli opinionisti l&#8217;hanno detto da tempo. Altrettanto autorevoli istituti prevedono che nel 2020 (dopodomani) la maggior parte delle persone useranno <a href="http://gadgets.softpedia.com/news/Mobile-Multimedia-Devices-Will-Replace-PCs-430-01.html">esclusivamente</a> dispositivi mobili per accedere alla rete. Già si straparla dei Mid (<a href="http://www.techradar.com/news/internet/the-future-of-mobile-internet-devices-472205">Mobile Internet Devices</a>), ebook reader che faranno il botto diventando libri multimediali, multimodali, passando da contenitori di contenuto testuale a contenitori di contenuto e basta. Ce ne aspettano delle belle, e possiamo sognare. In fondo, non è proprio scritto da nessuna parte che per stare con la testa fra le nuvole ci serva un personal computer.</p>
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