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	<title>Apogeonline &#187; netbook</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Barche leggere per i nostri sogni portatili</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jul 2009 06:03:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalle promesse dei primi notebook ai tweet degli smartphone. Così, in una deriva costante, evolve la nostra idea di mobilità e di libertà ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Conservo in un vecchio notes dalla copertina nera un depliant del computer del cuore. È un piccolo computer portatile, compatto, quadrato e solido come una mattonella di maiolica. Un design essenziale, quasi spartano (ad opera di Mario Bellini e Hagai Shvadron). Un piccolo monitor. Tutto compreso non è più grande di un libro tascabile. Il computer che mi ha rubato il cuore si chiama <a href="http://museum.dyne.org/index.php/Olivetti_Quaderno">Olivetti Quaderno 33</a> e costa il corrispondente di circa 1.800 euro. È il 1993. Sebbene siano oramai quindici anni che smanetto su computer non sono mai riuscito a diventare un <em>geek</em>. Dei computer mi affascina la loro promessa. E la promessa del lontano progenitore di quello con cui sto scrivendo questo articolo sulla riva del fiume della mia città, era una certa forma di libertà.<span id="more-712"></span></p>
<p>Ho cominciato a desiderare di lavorare in questo mondo quando mi imbattei in un annuncio pubblicitario di IBM, qualche anno prima dell&#8217;uscita del Quaderno. Una grande fotografia in bianco e nero a tutta pagina sulla stampa periodica, rappresentava un giovane ingegnere asiatico-americano seduto a terra, in un piccolo bosco di betulle. Grandi occhiali e vestito da <em>casual friday</em>.  Con tutta probabilità l&#8217;immagine stava rappresentando un pomeriggio nella Bay area di San Francisco o nella Silicon Valley ma io ho subito immaginato un autunno incipiente. Forse per le betulle. Il claim dell&#8217;annuncio, che non so citare a memoria, diceva più o meno: ecco il nostro capo ricercatore al lavoro nel suo ufficio. Sulle gambe dell&#8217;ingegnere un laptop.</p>
<p>Il sogno di libertà, l&#8217;affrancamento da un luogo fisico per la quotidiana lotta per la pagnotta è un sogno decisamente seducente. Una sorta di premessa razionale e responsabile del “mollo tutto e vado via” che si traduce nella ricerca di un mondo vivibile senza per forza dover rinunciare ai privilegi della vita contemporanea. E il sogno tecnologizzato dei figli dei fiori di ritornare ad un rapporto migliore con l&#8217;ambiente nel quale si esiste, rinunciando però a quella sorta di luddismo antimoderno, caro a riformisti del calibro di Pol Pot. Un sogno che si realizza rendendo portatile quella che <a title="turoing" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alan_Turing">Alan Turing</a> ha chiamato la macchina universale. Laptop e smartphone in testa. Un ragionamento che giustificherebbe il successo dei dispositivi mobili se non fosse che il nostro paese rimane comunque un fanalino di cosa per quanto riguarda il telelavoro. In Europa, a fronte del 26% di Finlandia Olanda e Svezia e quasi il 19% per Regno Unito, Germania e Francia il nostro paese si attesta, come altri paesi dell&#8217;area mediterranea sotto al 7%.</p>
<h5>Wireless-Homeless</h5>
<p>Qualche anno fa un&#8217;agenzia pubblicitaria americana decise di provare una piccola rivoluzione mobile, scardinando l&#8217;idea stessa di stanzialità del lavoro, quell&#8217;idea che prende la forma dell&#8217;ufficio, del cubicolo e soprattutto di quei simboli gerarchici che diventano la mobilia o il metro quadro. Nel mondo impiegatizio di Fantozzi persino la pianta di ficus assume un valore simbolico. La compagnia decide di dotare tutti i suoi impiegati di un portatile, dai creativi, agli account, agli executive e di disseminare la sede di tavoli comuni. Nelle intenzioni dei riformatori i gruppi di lavoro avrebbero potuto crearsi e sciogliersi con maggiore agilità, senza il vincolo della propria scrivania, migliorando il passaggio di competenze, la condivisione e l&#8217;organizzazione.</p>
<p>L&#8217;esperimento fallisce. Forse perché in questo modo lo spazio nel quale si trascorre la maggior parte della vita attiva è determinato solamente dalla necessità professionali senza il minimo rispetto per le relazioni umane. È vero che nella maggior parte delle aziende non ci si può scegliere il compagno di banco, ma cancellando l&#8217;idea del banco si cancella anche la speranza di un posto migliore. E forse perché nei tavoli comuni non c&#8217;era un posto nel quale poggiare la foto dei bambini, un angolo di mondo da organizzare secondo il proprio personale principio di ordine. Non c&#8217;era modo di lasciare il proprio segno distinguibile e solido della propria presenza, un sedimento concerto del proprio progresso.</p>
<h5>Essere mobili</h5>
<p>Lasciare il segno è una necessità ineluttabile. Scrive il reporter <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kapuscinski">Ryszard Kapuściński</a>: «Quando sto in albergo (e succede abbastanza spesso) amo le stanze disordinate perché creano l&#8217;illusione di un ambiente vitale, un surrogato di intimità e calore, la prova (illusoria) che quel luogo inospitale e strano (&#8230;) sia stato parzialmente conquistato e addomesticato». Lasciare il segno come le civiltà hanno lasciato le pietre miliari, i monumenti funebri, le lapidi. Pietre che parlano del nostro passaggio, come la colonna Traiana, o delle persone che siamo state come presidenti americani sul Monte Rushmore. Quello stesso spirito che ha spinto a modificare la geografia, rendendola contemporanea: drizzando i fiumi, traforano le montagne, bonificando paludi.</p>
<p>Un segno che via via si è andato alleggerendo e diffondendo. Se un tempo una minoranza di privilegiati aveva la concreta possibilità di lasciare un segno per lungo tempo, ora una massa sempre più grande è in grado di lasciare il proprio segno di passaggio per tempi sempre più brevi. Come i tag, le firme a pennarello dei writer. Un segno comprensibile solo all&#8217;autore, labile, nascosto, parassita, spesso incolore.<br />
Nel tempo digitale più che scavare le fondamenta si tratta di mantenere vivo un flusso continuo di segnali che determina la nostra esistenza. Non ci si immortala più in tomi immutabili, congelati per sempre in una versione definitiva, ma ci si tiene a galla con un post al giorno, con il <a href="http://twitter.com/liviux">tweet</a>, le micro informazioni continue sul nostro stato, la nostra posizione, la nostra opinione. Per questo è necessaria la mobilità. Non posso più aspettare di tornare a casa per mantenere vivo il flusso. Lo devo nutrire in continuazione con qualunque cosa incroci la mia attenzione. Solo trasformando, traducendo continuamente la realtà, anche la più banale nel punto di vista personale si può sperare che il piccolo mondo che ci circonda possa sopravvivere anche dopo l&#8217;ultimo post.</p>
<h5>Una nuova idea di portatile</h5>
<p>Nasce la necessità di un nuovo tipo di <em>device </em>elettronico. Portatile, certamente. Connesso. Ma anche leggero e piccolo da metter in borse non propriamente professionali. Nella valigia delle vacanze, nello zaino, nella borsetta. Non è più (solo) uno strumento di lavoro ma un modo per lanciare segnali. Il <em>tweet</em> (il messaggio di Twitter) ne è il paradigma più vicino. Più piccolo del blog, più semplice del sito, il tweet è il messaggio di esistenza in vita. l tweet, riflette la funzione etologica del suo omonimo, il cinguettìo, ovvero la definizione di un confine, labile e dinamico. Lo spazio viene trasformato dal commento, ridescritto diventa proprietà di chi lo descrive. Cinguetto dunque sono. La nuova idea di portatile muta come è mutata la presenza sulla rete: il vecchio desktop computer si rende mobile e dinamico. Ubiquo e onnipresente.</p>
<p>Su queste basi il netbook è stato progettato e in certa misura anche gli smartphone. La nuova tecnologia portatile è lo strumento che mi aiuta a contenere il mondo nel mio personale punto di vista. Un mezzo autoreferenziale. No al lettore cd-dvd che introduce informazioni <em>read-only</em> generate da altri. Sì invece all&#8217;occhio della webcam costantemente puntata su di me. La batteria è il carburante della vita. Più dura, più si possono inviare messaggi, meno il mondo riuscirà a sfuggire al commento e al controllo. Il nuovo modello di computer deve essere anche economico: non più protetto dalla fortezza della casa, dello studio si può perdere, può essere rubato, subire le conseguenze degli eventi naturali: deve poter essere sostituito rapidamente.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal;" align="justify">Ma non è la convenienza economica  (che per gli smartphone non è ancora così evidente) a determinarne il successo. Il successo è la promessa: ovunque il mondo deve poter essere ridotto nella stretta inquadratura del nostro sguardo e quello stesso mondo può essere nutrito, in qualunque momento con il nostro piccolo, continuo contributo.</p>
<p>La nuova idea di portatile è una barca leggera e inaffondabile in grado di affrontare il mondo liquido come lo ha descritto <a href="http://www.ibs.it/libri/Bauman+Zygmunt/libri.html">Zygmunt Bauman</a>. Un mondo simile a quello del bistrattato <a href="http://www.youtube.com/watch?v=oEp382HIisE"><em>Waterworld</em></a> di Kevin Kostner (o per i più fini di palato a quello di <em><a href="http://www.amazon.com/High-Rise-Flamingo-Modern-Classic/dp/0586044566/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1248634783&amp;sr=8-1">High Rise</a> </em>del Ballard millenarista) nel quale del mondo del passato emerge ben poco da un mare che ha allagato tutto, sconvolto qualunque sistema di valori e reso tutto quanto mobile, galleggiante, in una lenta deriva. “Andare alla deriva” smette di essere una notazione negativa e diventa uno stato dell&#8217;essere. In quelle finzioni ognuno ha la sua barca, il suo piccolo pezzo di tecnologia per dominare e riscrivere all&#8217;infinito il proprio piccolo pezzo di oceano. Fino all&#8217;esaurimento del carburante.</p>
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		<title>Tlc, Agcom fa luce sul fondo del barile</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 09:03:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Resiste la telefonia, crescono (meno) gli utenti in banda larga, ma crollano gli investimenti. Se non guardiamo al futuro rischiamo di rimanere indietro, dice Calabrò]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È arrivata la <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?message=viewdocument&amp;DocID=3239">relazione annuale 2009</a> dell’Autorità Garante delle Comunicazioni. Sommata al nuovo rapporto dell’<a href="http://www.osservatoriobandalarga.it/pubblico/attach/4937_OBL_ComunicatoIncontroSponsor_25giu09.pdf">Osservatorio banda larga</a>, può suscitare alcune riflessioni su come stia andando il nostro mercato, sul fisso e sul mobile. Il succo è che le buone notizie &#8211; che pure ci sono &#8211; non bastano a cancellare la sovrastante sensazione di incertezza per il futuro. Gli operatori sembrano non avere un disegno di ampio respiro, per arrivare a una nuova fase del mercato tlc. Remi in barca, denti stretti e attesa che la burrasca passi. È un mercato che vive di rendita. Si giova della crescita del numero di utenti, soprattutto sulla banda larga mobile, ma ci stiamo avvicinando al fondo del barile.<span id="more-682"></span></p>
<p>La relazione quest’anno è particolarmente ricca di dati sul mercato &#8211; tanto che Aduc fa ironia e dice che Agcom lavora meglio come osservatorio che come autorità di regolazione del mercato. La buona notizia è che il settore telefonico resiste meglio alla crisi, rispetto al mercato complessivo, ma gli operatori sono comunque prudenti. Se la spesa degli utenti è calata del 2% circa, gli investimenti sono andati ancora di più a picco: -8,9% sul fisso e -6,8% sul mobile. Eccesso di prudenza? Forse, ma è uno degli indizi che il futuro della telefonia italiana ha per ora le gambe corte. E l’invito del presidente Agcom Corrado Calabrò, agli operatori, a investire in nuove infrastrutture in fibra ottica, ha adesso scarse possibilità di essere ascoltato dalle singole aziende.</p>
<p>Gli utenti banda larga, invece, continuano a crescere: a marzo erano 11,7 milioni su rete fissa, mentre l’Osservatorio ci dice che a giugno erano 12 milioni. Da luglio 2008 la crescita degli abbonamenti ha avuto un tracollo (+2% ogni tre mesi, contro il +6% trimestrale nel 2006 e il +4% dei primi mesi del 2008). Il secondo trimestre del 2009 ha portato però 300.000 utenti e secondo l’Osservatorio è segno che la crescita potrebbe essere tornata a buoni livelli, dopo lo shock dei primi mesi della crisi. Gli utenti flat Adsl sono circa l’82% a giugno, mentre erano il 63% nel 2008.</p>
<p>Resta un 18% di utenti a consumo che sono un punto interrogativo: alcuni di questi certo sono “silenti”, cioè non utilizzano la connessione (e forse nemmeno sanno di averla, con tante grazie al telemarketing selvaggio). La quota reale di popolazione con banda larga &#8211; ora al 40% &#8211; potrebbe essere quindi anche di qualche punto inferiore alle stime ufficiali. Sull’altro piatto della bilancia, c’è anche il fatto che la banda larga sempre meno s’identifica con l’Adsl. Secondo l’Osservatorio ci sono 2,5 milioni di utenti banda larga mobile, di cui un milione naviga solo così e il resto ha anche l’Adsl.</p>
<p>Questo milione, probabilmente, ha scelto la banda larga mobile come prima connessione a internet &#8211; per evitare il canone Telecom e perché il marketing degli operatori mobili, con il fascino delle chiavette, è più forte di quello dei provider. Può avere avuto un ruolo, nella crescita della banda larga, anche il successo di Facebook, non a caso citato nel nuovo rapporto dell’Osservatorio. Ne sono utenti il 68% degli abbonati banda larga in Italia.</p>
<p>La banda larga, per crescere, sta insomma pescando da una terra vergine di pubblico, che le offerte tradizionali non erano riuscite ad attrarre. Ma la pacchia durerà poco. L’Osservatorio nota che l’utenza potenziale, sfruttata finora &#8211; famiglie con pc ma senza internet &#8211; si è ridotta a 1,6 milioni. Restano 12 milioni di famiglie senza nemmeno pc, ma sarà dura convincerle, perché significa combattere resistenze di tipo culturale. Anziani senza un giovane nel nucleo familiare. Famiglie con basso livello d’istruzione.</p>
<p>Gli operatori principale cercano di rimediare offrendo, con la banda larga, computer low cost (netbook), che pure stanno avendo successo internazionale. L’efficacia di queste strategia sarà nota nei prossimi mesi, ma l’eventuale successo non potrà che essere parziale. A tenere lontani dall’informatica non è tanto il prezzo dei pc quanto motivi culturali. Calabrò confida che nei prossimi anni la digitalizzazione della pubblica amministrazione e gli sviluppi del sistema scolastico avvicineranno gli italiani all’informatica. Forse un ruolo avranno anche gli smartphone, che stanno riducendo le distanze con i pc, e diventano una migliore porta d’ingresso nel mondo di internet. Ma non bisogna attendere che il processo di istruzione informatica si compia, secondo Calabrò: bisogna investire subito nel futuro delle telecomunicazioni. Altrimenti rischiamo di diventare un Paese (ancora più) arretrato al confronto con il resto d’Europa.</p>
<p>Adesso è il momento delle scommesse sul futuro. Il piano Telecom Italia, che prevede investimenti in fibra <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/07/08/Tecnologie/Telecom_Italia_Franco_Bernabe_Gabriele_Galateri_NGN_fibra_ottica.html?utm_source=infomail&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=Dailyletter+n.1447+del+08+luglio+2009">soprattutto nel lungo periodo</a>, può essere accelerato solo con interventi di sistema. Così afferma lo stesso presidente di Telecom, Gabriele Galateri. E quindi creare una società dove confluiscano investimenti di più soggetti e che si possa avvalere dei finanziamenti della Cassa depositi e prestiti &#8211; così suggerisce Calabrò, e Telecom Italia approva. Adesso nessun soggetto però vuole fare il primo passo. Nemmeno lo Stato, che al momento <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/06/banda-larga-l%e2%80%99italia-sceglie-il-passato">ha rinunciato</a> a un piano per la rete di nuova generazione. Possono tanti indugi, messi insieme, trasformarsi in azione? È il grande enigma che ci accompagnerà nei prossimi mesi.</p>
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		<title>Brunetta, il JumPC e la scuola in rete</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 07:28:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo la positiva sperimentazione in Lazio, Piemonte e Sicilia, i ministri dell'innovazione e dell'istruzione intendono estendere la sperimentazione del computer in classe a «centinaia di migliaia di bambini», dalle elementari alle superiori]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco <a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&amp;cod=10127&amp;numero=999">una</a> <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2009/04/scuole-JumPc-intel-olidata.shtml?uuid=4391fd20-2d8c-11de-bf43-2ea9a6202a14&amp;DocRulesView=Libero">notizia</a> che dovrebbe rallegrare, chi genitore o professionista della formazione, ha a cuore la modernità dell&#8217;insegnamento e la promozione di tecnologie educative aggiornate in àmbito scolastico. Mi riferisco alle dichiarazioni del ministro Renato Brunetta sulla futura diffusione di netbook ai giovanissimi studenti delle scuole primarie, dichiarazioni espresse in occasione della conferenza stampa tenutasi a Roma presso il circolo didattico Walt Disney per illustrare gli esiti di una sperimentazione condotta in questi mesi dalla <a href="http://www.mondodigitale.org/">Fondazione Mondo Digitale</a> (presieduta da Tullio De Mauro), insieme a Intel e Olidata, in diverse regioni italiane, riguardante la distribuzione gratuita a circa 150 bambini e a 15 docenti di un computer personale denominato <a href="http://www.olidata-jumpc.com/">JumPC</a>.<span id="more-565"></span></p>
<p>Si tratta in ogni caso di prendere atto dei risultati concreti di un cambiamento strategico peraltro lungamente atteso da chi si occupa del &#8220;fare scuola&#8221; odierno, in linea con l&#8217;espressa volontà ministeriale di svecchiare la Scuola italiana grazie a dotazioni tecnologiche quali la presenza di connettività veloce e di lavagne interattive multimediali. Le domande certo sarebbero molte, a partire dalle implicazioni &#8220;etiche&#8221; del progetto nella scelta dei partner commerciali, alla preferenza per software proprietario, fino alle modalità di funzionamento dei filtri alla navigazione installati da Olidata sul JumPC mediante l&#8217;applicativo <a href="http://magicdesktop.easybits.com/it/">Magic Desktop</a>, ma le informazioni sono ancora troppo lapidarie per poter comprendere i piani di utilizzo e i risvolti sociali dell&#8217;introduzione dei pc in classe, ovvero le modificazioni effettive della pratica d&#8217;insegnamento nel contesto di attuazione del progetto. Perché un insegnante che vede dinanzi a sé quindici o venti &#8220;coperchi&#8221; alzati a nascondere il viso degli studenti, che convive cinque ore con il ronzìo soffuso ma penetrante delle ventole, che abita con gli allievi dentro reti relazionali sostenute da collegamenti wifi e ha sotto la freccina del mouse tutto lo scibile umano non può continuare a concepire i processi dell&#8217;apprendimento come prima che tutto questo accadesse, come se nulla fosse successo.</p>
<p>Mi rallegro dell&#8217;introduzione capillare del pc a scuola, perché modificherà l&#8217;ambiente cognitivo ed emozionale dentro cui avviene oggi l&#8217;apprendimento formale; forzerà positivamente la mano a quelli che lodano i bei tempi andati perché non capiscono la Società della Conoscenza attuale, costringendoli almeno a mantenere una dignità nel loro sproloquiare; riuscirà col tempo a promuovere pratiche significative di utilizzo didattico adeguate alle nuove potenzialità offerte dallo strumento tecnologico, magari evitando che venti computer vengano contemporaneamente accesi dentro la stessa stanza per fare il dettato su un programma di videoscrittura &#8211; altrimenti la dotazione di pannelli fotovoltaici sul tetto delle scuole diventa oltremodo impellente, moltiplicando anche solo poche decine di watt per il milione di netbook che i ministri Brunetta e Gelmini intendono introdurre nelle scuole.</p>
<p>Ma esperienza e pragmaticità già mi dicono che inesorabilmente i primi anni di questa Scuola 2.0 saranno connotati da utilizzi bassamente strumentali delle ex-nuove tecnologie &#8211; come già abbiamo visto, tranne poche coraggiose iniziative, accadere ieri con la famigerata aula multimediale e oggi con le lavagne interattive, utilizzate appunto quali mere succedanee dell&#8217;ardesia senza prendere in considerazione le innovazioni didattiche che questi ritrovati tecnologici potrebbero apportare all&#8217;insegnamento in quanto supporti interattivi e connessi, in grado di lasciar emergere quelle dimensioni gruppali di condivisione di informazioni e scambio dialogico importantissime in una concezione sociale e socializzata dell&#8217;apprendimento.</p>
<p>Non si tratta qui di fare facili previsioni su un iniziale &#8220;fallimento&#8221; dei pc in classe, anzi sono consapevole del fatto che storicamente sia necessaria in ogni piccola o grande rivoluzione di certe pratiche sociali &#8211; per giunta in grado di coinvolgere le istituzioni stesse, come in questo caso &#8211; una certa &#8220;rottura&#8221; rispetto a pensieri linguaggi e prassi sedimentati nella mente dei docenti e nella struttura stessa dell&#8217;organizzazione scolastica ormai non più adeguati alla modernità. Proprio questa potrebbe essere la strada per innescare fattivamente cambiamenti nel fare scuola.</p>
<p>Si tratta di qualcosa che doveva succedere, e che stavamo aspettando. Qui in Occidente molti di noi utilizzano i computer per lavoro, per produrre quel bene economico intangibile che è informazione e distribuzione delle conoscenze, mentre i ragazzini a scuola, <em>knowledge worker</em> per eccellenza, sono ancora lì a ricopiare il problema di matematica dalla lavagna sul quaderno. Molti insegnanti rimarranno favorevolmente sorpresi dai concreti risultati scolastici che otterranno dalle pratiche didattiche &#8220;aumentate&#8221;, rese più potenti dai pc personali e dalla spinta motivazionale e dal &#8220;peer-to-peer&#8221; delle conoscenze nel gruppo-classe. Questo non si può certo chiamare fallimento, né dal loro punto di vista (seppur ancora legato alla percezione di risultati valutati secondo ottiche da mondo analogico) né dal mio, che in questo rito di passaggio epocale noto comunque una opportunità per una educazione informale della classe insegnante nazionale, che si troverà di qui a qualche anno a riconoscersi cambiata senza accorgersene, e in molti casi senza neppure volerlo.</p>
<p>In ogni caso punto fermo e finalità del fare scuola deve essere l&#8217;apprendimento, e sulla scorta di questa considerazione è bene non confondere l&#8217;hardware della Scuola con il relativo software, la disponibiltà fisica dei computer e di altre nuove tecnologie in classe con l&#8217;automatico miglioramento della qualità dell&#8217;offerta formativa, misurata nella sua capacità di promuovere competenze personali (non solo abilità) e di suscitare nei giovanissimi consapevolezza e senso critico rispetto al proprio essere futuri cittadini connessi e interconnessi (su <a href="http://aggiornamento.splinder.com/post/20299282/Nessuno+nasce+imparato#/post/20299282/Nessuno+nasce+imparato">Il blog nella didattica</a> potete trovare tracce di alcune recentissime discussioni su questi argomenti riguardanti le tecnologie didattiche in classe, tra lavagne Lim e stili di apprendimento dei nativi digitali). Per questo confido e auspico che qualche milione di euro venga nell&#8217;immediato futuro destinato alla promozione ministeriale di corsi intelligenti di aggiornamento per gli insegnanti e per i dirigenti scolastici: usando la metafora dell&#8217;automobile, ora che le macchine quattoruote vengono distribuite a tutti sarebbe il caso di provvedere una seria educazione al comportamento su strada, magari concentrandosi un po&#8217; meno sulla tecnica del carburatore e della frizione e un po&#8217; di più sul rispetto della segnaletica (guidare l&#8217;auto è azione sociale) e sulla scelta qualitativa degli itinerari da percorrere.</p>
<p>La pensabilità delle nuove potenzialità didattiche offerte dalle tecnologie prima di diventare prassi quotidiana strutturata è qualcosa che vive dentro la testa degli insegnanti, e nuovi criteri per la progettazione e la valutazione della formazione possono e devono essere sapientemente comunicati dentro i programmi di aggiornamento professionale per i docenti, dove poter finalmente affrontare le tematiche dell&#8217;acquisizione di competenze di abitanza digitale specifiche. Competenze non limitate a infarinature sull&#8217;utilizzo di applicativi tipo ufficio, non affogate dentro denominazioni tecniche che con l&#8217;informatica come scienza nulla hanno a che fare, ma schiettamente orientate a fornire degli orizzonti di operatività concreta, da subito sociale e glocale come può essere a esempio una mappa satellitare da noi stessi arricchita con segnalazioni multimediali originali, rispetto alle suggestioni di questa tutta nostra Cultura Digitale in cui viviamo, a cui noi stessi abbiamo faticosamente contribuito abitando in Rete senza declinare responsabilità, consapevoli della tecnosocialità quale ambiente di crescita e di vita delle nuove generazioni.</p>
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