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	<title>Apogeonline &#187; MySpace</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Che cosa abbiamo capito fin qui di Google+</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/07/04/che-cosa-abbiamo-capito-fin-qui-di-google</link>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 06:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nuova gestione delle reti di prossimità con i propri conoscenti e contatti e maggiore attenzione alla privacy. Uno sguardo approfondito al nuovo social network lanciato a Mountain Views la settimana scorsa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da pochi giorni è attivo <a href="http://plus.google.com/">Google+</a> il nuovo social network di Google. Dopo i fallimenti di <a href="http://www.google.com/buzz">Google Buzz</a> e <a href="https://wave.google.com/wave/">Google Wave</a> questo tentativo viene visto in Rete posizionarsi come antitesi a Facebook o superamento possibile di Twitter. Ma le cose mi sembrano essere più complesse di così. Inutile dire che il punto di vista che posso qui raccontare tiene conto delle poche giornate italiane dedicate ad aggregare amici (ma qui il concetto di <em>friend</em> non è centrale, come vedremo), a sperimentare la condivisione di contenuti e a osservare le prime riflessioni online. Immaginate quindi queste mie considerazioni come un primo tassello su una realtà che crescerà enormemente nei prossimi giorni dal punto di vista degli utenti e di ciò che produrranno all’interno e dal punto di vista dello sviluppo tecnologico che è in fieri. Ma alcune caratteristiche di fondo forse le possiamo osservare in relazione alle dinamiche socio-tecniche che costruiscono il modello Google+.<span id="more-6112"></span></p>
<h5>Cerchie sociali</h5>
<p>Una prima distinzione da fare è che su Google+ non ci relazioniamo con i <em>friend</em> ma con cerchie sociali. La metafora di riferimento cambia rispetto, ad esempio a Facebook. Possiamo anche pensare che le “liste” di Facebook siano omologhe, ma lo scarso utilizzo da parte degli utenti e il fatto che non rappresentino il presupposto base su cui costruire la relazione mi fa pensare altrimenti. Google+ propone un modo di pensarci in modo connesso in Rete che esplicita più strettamente il rapporto che online esiste fra relazioni sociali e contenuti. Le cerchie base proposte (ma potete costruirne a volontà)  sono “Amici”, “Famiglia”, “Conoscenti”, “Persone che seguo”.  Apparentemente l’obiettivo è creare distinzioni di base del tipo pubblico/privato in relazione ai rapporti sociali che abbiamo offline e che impattano online (amici, famiglia ecc.). Ma la vera distinzione chiave è costituita dalla categoria “Persone che seguo” e sottolinea l’interesse che abbiamo per i contenuti prodotti in sé e per il fatto che tali contenuti creino per noi forme di relazione tra profili. Cerchie create come: “Guru”, “quelli che la pubblicità” eccetera lo testimoniano.</p>
<p>Questa caratteristiche nella <em>socialsfera</em> è un attributo sviluppato come pratica principalmente su FirendFeed, social network comprato da Facebook che ne ha vampirizzato il meglio (avete presente il bottone “like”, tanto per dirne una?) e lo ha congelato impedendogli di crescere. In pratica ci impone di pensare la distinzione fra pubblico e privato come una realtà sfumata che sintetizza rapporti sociali e interessi per i contenuti: non sono tutti <em>friend</em> indistintamente, ma parti delle nostre cerchie sociali più prossime o più allargate, concentriche o tangenziali (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Georg_Simmel">Geroge Simmel</a> insegna). Dovremo abituarci a definire gli “altri online” come attribuzione di cerchia, considerando che alcune persone apparterranno a più cerchie. Un’operazione che risulta certamente non naturale nella nostra vita quotidiana dove i rapporti li viviamo e sperimentiamo ma non sempre li dobbiamo definire con questo livello di chiarezza organizzativa.</p>
<h5>Un modello misto</h5>
<p>Se vogliamo essere più precisi Google+ rappresenta un modello misto nella tipologia dei siti di social network. <a href="http://mariosundar.com/2011/07/02/googleplus-friendfeed/">Ci sono</a> siti come Facebook e LinkedIn che costruiscono la rete sulla connessione reciproca e altri, come Twitter, che sposano un modello in cui esiste una centralità del Follower, con orientamento, se volete, maggiore al contenuto informativo (posso seguire qualcuno anche senza essere suo amico). FriendFeed e Google+ utilizzano invece una modalità mista friend/follower. Google+ la risolve abilmente attraverso il concetto di cerchie e propone, quindi, un cambiamento di paradigma rispetto a come la maggioranza degli abitanti dei social network è abituato seguendo il modello Facebook. Ne conseguono alcuni principi che al momento mi sembrano essere tematizzati nelle diverse conversazioni su Google+.</p>
<ul>
<li><strong>Principio di non reciprocità.</strong> Il presupposto su cui si fonda Google+ è di creare significative sfumature nella dimensione pubblico/privato. Per questo motivo, la realtà delle cerchie sociali online permette livelli diversi di condivisione di contenuti. Ma garantisce anche la possibilità di distinguere nettamente la friendship dalla possibilità di seguire ciò che qualcuno che riteniamo interessante mette in pubblico. Non occorre essere friend di un guru della Rete per leggere quello che lui posta come contenuto pubblico. Né serve che qualcuno accetti una nostra amicizia per leggerlo: di lui vedremo tutto quello che condivide in pubblico.</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>Principio di selezione continua dei rapporti. </strong>Google+ sembra invitarci a esplorare cerchie/contenuti in modi diversi. Così, magari, se cominciamo a trovare interessanti i contenuti di qualcuno messo in una cerchia marginale che leggiamo poco possiamo spostarlo con un semplice passaggio di mouse. È in questo modo che esplicitiamo il rapporto fra contenuti e relazioni: ad esempio spostando qualcuno da un gruppo generico a un gruppo di affinità ed interesse.</li>
</ul>
<h5>Early adopter</h5>
<p>Una seconda considerazione di ordine sempre generale ha a che fare con il fatto che Google + è in <em>beta test</em>, il che significa che al momento stanno partecipando al social network principalmente <em>early adopetr</em> dello stampo di guru della Rete, giornalisti, <em>insider</em> di diversa natura eccetera. Come <a href="http://scobleizer.com/2011/07/01/why-yo-momma-wont-use-google-and-why-that-thrills-me-to-no-end/">sostiene Robert Scoble</a>, sintetizzando con la frase «perché tua mamma non userà Google+»: «Google ha confermato stanotte di aver accettato solo persone con forti grafi sociali così da assicurarsi sia che ognuno abbia una buona prima esperienza sia per poter testare alcune tecnologie prima di aprirsi ad un audience allargata». Ci vorrà un po’, quindi, affinché le persone “normali” sentano parlare di Google+ dai propri amici. Ma non si tratta solo di un problema generico di conoscenza, che nelle prossime settimane porterà probabilmente Google+, se le cose andranno come devono, a entrare nell’agenda dei media e quindi in quella delle persone.</p>
<p>La vera differenza circa l’adozione lo farà l’effetto network, che, raccontato <a href="http://www.danah.org/papers/talks/MSRTechFest2009.html">con le parole di Danah Boyd</a>, afferma che: «esistono meccanismi che conducono gli early adopter su un determinato sito, ma il fattore cruciale nel determinare se una persona diventerà o meno un utente del sito stesso è se questo è il luogo dove i propri amici si incontrano [...] Molti dei nuovi social media, infatti, sono come giardini chiusi che richiedono, per essere di una qualche utilità, di essere usati anche dai tuoi amici». Se dovessi pensare in termini di effetto network, mi sembra che al momento in Italia Google+ potrebbe desertificare FriendFeed. Non a caso alcuni hanno creato cerchie del tipo “friendfeeder”.</p>
<h5>Integrazione</h5>
<p>È evidente, poi, che al momento le possibilità gestionali e organizzative di Google+ rappresentano un’utilità forte per chi vive intensamente in rete. Sempre Scoble dice: «È per noi! Andiamo su, è per noi geek e early adopter e social media guru, noi che abbiamo bisogno di un luogo per parlare liberi dalla gente che pensa che Justin Bieber venga subito dopo Gesù». Ipotesi elitaria, ma precisa in questo momento di sperimentazione, soprattutto se pensiamo alle connessione con l’ambiente di BigG: Google Docs, Gmail, Gtalk eccetera. E in tal senso non sottovaluterei le sperimentazioni fatte e che si faranno su Google +, a partire da un <a href="http://venturebeat.com/2011/06/30/google-service-adding-games-and-questions/">possibile arrivo di Google Games e Google Questions</a> e dalla vera novità che è rappresentata dalla possibilità di videoconferenza multipla, la funzione di <em>Hanghouts</em>, in italiano “videoritrovo” webcam live con una propria cerchia. Novità che non è tanto relativa alla possibilità, con caos annesso, di videoconferenza di gruppo, ma che ha a che fare con la tecnologia di <a href="http://gigaom.com/video/google-hangouts-technology/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+newteevee+%28GigaOM%3A+Video%29&amp;utm_content=Twitter">supporto a un servizio di cloud computing</a>:</p>
<blockquote><p>The real kicker is the technology that powers the service. Even in its infancy, Hangouts is an interesting cloud service. But in the not-so-distant future, it could evolve into a standards-based video conferencing solution that runs natively in many browsers and on a whole range of devices.</p></blockquote>
<h5>Privacy</h5>
<p>Un ultimo punto, ben <a href="http://blog.ernestobelisario.eu/2011/07/02/google-plus-e-la-privacy-prime-impressioni/">affrontato da Ernesto Belisario</a>, ha a che fare con la privacy: a differenza di Facebook, Google+ sembra aver impostato la costruzione del suo social network ex ante sul concetto di privacy e la collocazione nelle cerchie dei contatti rimandano strettamente ai contenuti che si vogliono mostrare. Ma la trasparenza, come nota Belisario, non è ancora ai livelli più alti, il che significa che, ancora una volta, la responsabilità è sulle spalle di noi utenti che dobbiamo affrontare il social network senza dare per scontato quello che facciamo, ma facendoci domande e leggendo suggerimenti su come gestire profili e contenuti. In definitiva ci troviamo di fronte ad un ambiente capace di assorbire la totalità di esperienze gestionali, informative e relazionali. Molti bug potranno essere sanati, il resto potrà farlo il comportamento degli utenti e le loro segnalazioni, lamentele e richieste. Lo scoglio rispetto all’adozione è al momento rappresentato dalle domande «perché dovrei faticare a ricostruire la mia rete di contatti di Facebook lì dentro?», «perché dovrei buttare i contenuti prodotti fino adesso?», «perché devo ripartire da capo?». A questi quesiti non c’è risposta razionale: solo l’effetto network può rispondere, così come ha fatto per Friendster e MySpace.</p>
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		<title>I social network spiegati a Caparezza &#8211; 2</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/05/26/i-social-network-spiegati-a-caparezza-2</link>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 06:30:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che cosa sono i social network? Come sono nati? A che cosa servono?  Resta molta confusione, confusione nella quale soprattutto le celebrità del mondo analogico non mancano di sguazzare. E allora Apogeonline, in un nuovo afflato da servizio pubblico, prova a rispiegare tutto da capo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-5686"></span><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2011/05/social2.png"><img class="alignnone size-full wp-image-5688" title="social2" src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2011/05/social2.png" alt="" width="485" /></a></p>
<p>La <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/05/19/i-social-network-spiegati-a-caparezza">prima parte</a>, pubblicata il 19 maggio 2011</p>
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		<title>I nostri like della settimana (3/2011)</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/21/i-nostri-like-della-settimana-32011</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 07:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Apogeonline</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli articoli che ci sarebbe piaciuto pubblicare e le segnalazioni meritevoli di visibilità. Questa settimana: i ritratti di Steve Jobs, l'ultima copia del New York Times, MySpace in crisi, una scuola per imprenditori, l'arrivo di Peter Brantley, le case editrici su Twitter]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ul>
<li><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-01-19/capitano-capitano-team-vincente-084048.shtml?uuid=AaN2x10C">Capitano mio capitano, il team vincente e la leadership culturale di Jobs</a>. Luca De Biase affida al Sole 24 Ore un ritratto di gran spessore sul ruolo di Steve Jobs e su come a volte un uomo possa fare davvero la differenza.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://antoniodini.blogspot.com/2011/01/steve-jobs-apple-e-tutto-il-resto.html">Steve Jobs e lo sfogo di un giornalista specializzato</a>. Tra tante reazioni a caldo sulla malattia di Jobs, quella di Antonio Dini colpisce per schiettezza nel raccontare le emozioni di un addetto ai lavori.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2011/01/17/i-giornali-di-carta-e-le-presunte-profezie-delleditore-del-nyt/">L&#8217;ultima copia del New York Time non è mai stata l&#8217;ultima</a>. Che cosa ha detto veramente Arthur Sulzberger jr, l’editore del New York Times, nel 2007? Mario Tedeschini Lalli smonta luoghi comuni e leggende.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com/2011/01/imparando-da-myspace.html">Imparando da MySpace</a>. Perché MySpace ha perso con Facebook, al punto da arrivare a serie ristrutturazioni degli organici? Luca De Biase ha qualche idea in proposito</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://blog.nicolamattina.it/2011/01/startup-school-unipotesi-di-lavoro/">La scuola delle start up, un&#8217;ipotesi di lavoro</a>. Nicola Mattina racconta di voler aprire una scuola per aspiranti imprenditori e  in poche ore raccoglie <a href="http://blog.nicolamattina.it/2011/01/startup-school-le-prime-reazioni/">molti stimoli interessanti</a>.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://www.intranetmanagement.it/2011/01/10-principi-per-crear-una-vera-community/">Dieci principi per creare una vera community</a>. Giacomo Mason riporta e sintetizza i criteri di Bill Ives per distinguere community e team virtuali.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://www.pianetaebook.com/2011/01/ebook-gratis-basta-pagarli-con-un-tweet-4769">Libro contro reputazione, pagare l&#8217;ebook con un tweet</a>. Tu mi dai il libro gratis, io lo twitto e lo faccio conoscere ai miei amici. Pianeta ebook spiega l&#8217;idea &#8220;free for reputation&#8221; di Innovative Thunder.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://librisulibri.it/2010/10/20/perche-per-le-case-editrici-e-importante-essere-su-twitter/">Perché per le case editrici è importante essere su Twitter</a>. Sette opportunità per un editore alle prese con i tweet secondo Camilla di Libri su libri.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://giornalaio.wordpress.com/2011/01/20/media-digitali-a-nudo/">Media Digitali a nudo</a>. Pier Luca Santoro segnala Wirify, un bookmarklet che permette di visualizzare la struttura del sito web che si sta guardando.</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://www.socialmedianews.it/oltre-il-libro-peter-brantley-e-i-nuovi-luoghi-del-sapere">Oltre il libro: Peter Brantley e i nuovi luoghi del sapere</a>. Il 4 febbraio comincia un nuovo ciclo di <a href="http://www.meetthemediaguru.org/">Meet the Media Guru</a> e il primo appuntamento è dedicato agli ebook e all&#8217;editoria digitale.</li>
</ul>
<p><br style="clear: both;" /><br />
<em><strong>A proposito di questa rubrica: </strong>la selezione di link della redazione di Apogeonline viene distillata giorno per giorno nella sezione </em>Idee in Rete<em> (in cima alla colonna centrale del sito), è dotata di un <a href="http://feeds.delicious.com/v2/rss/apogeonline">feed</a>, ha il suo repertorio su <a href="http://www.delicious.com/apogeonline">Delicious</a>, può essere consultata anche su <a href="http://www.facebook.com/apogeonline">Facebook</a> e <a href="http://twitter.com/apogeonline">Twitter</a>. Questa è la sintesi dell&#8217;intera settimana, per tenere una traccia strutturata di quanto ha colpito la nostra attenzione nei sette giorni precedenti. Se pensi che potrebbe esserci sfuggito qualche contenuto rilevante, contattaci via <a href="mailto:webzine(AT)apogeonline.com">email</a>, <a href="http://www.facebook.com/apogeonline">sulla nostra pagina Facebook</a> o <a href="http://twitter.com/apogeonline">via Twitter</a>.</em></p>
<p><em>L&#8217;immagine in apertura è tratta da un prototipo di <a href="http://www.wearenation.co.uk/">Nation</a>.<br />
</em></p>
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		<title>Farmville e gli altri, il fenomeno social game</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/18/farmville-e-gli-altri-il-fenomeno-social-game</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 06:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Divertimento a misura di rete sociale e spesso di telefonino, quello dei giochi per social network sta diventando una nicchia da milioni di appassionati in tutto il mondo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un po’ per curiosità, un po’ perché provoca assuefazione<em>, </em>l’utilizzo dei <em>social game</em>, quei giochi online disponibili sui social network e sempre più spesso anche sui dispositivi mobili, sta aumentando progressivamente. Analizzando una <a href="http://adage.com/digital/article?article_id=145207">recente indagine</a> di Nielsen, in un contesto di generale aumento di attenzione (l’uso dei social media è incrementato del 43% in un anno) ci sono due dati interessanti: da un lato aumenta la quota dei social network nel complesso del tempo trascorso su Internet (22,7% nel mese di giugno 2010); dall’altro, il consumo di giochi online continua a crescere (10,2% contro 9,3% dell’anno scorso).<span id="more-3436"></span></p>
<p>Inoltre, da una <a href="http://popcap.mediaroom.com/index.php?s=43&amp;item=149">ricerca</a> condotta qualche mese fa dall’Information Services Group per conto della Popcap Games emerge un altro motivo di riflessione: su un campione di oltre 1.200 utenti, il profilo del <em>social gamer </em>medio è una donna di 43 anni. La piattaforma più utilizzata per giocare è Facebook (83%), seguita da MySpace (24%), Bebo (7%) e Friendster (5%). La maggior parte dei giocatori si dedica a questa attività più volte alla settimana, soprattutto per divertimento e, in percentuali inferiori, per rilassarsi o per competizione e – altro dato interessante &#8211; circa la metà delle volte in cui utilizza un social network accede a un gioco.</p>
<h5>Passatempo maturo</h5>
<p>Il social game più popolare e più utilizzato è <em>Farmville</em>, seguito da <em>Bejeweled Blitz</em>, <em>Texas Hold&#8217;em Poker</em> e <em>Mafia Wars</em>. «Questo studio mostra come i social game rappresentino per gran parte della popolazione un passatempo sempre più maturo», afferma Robin Boyar, fondatore e responsabile di Thinktank Research, società di consulenza specializzata nel <em>gaming</em> e nei consumatori digitali. Inoltre «più dell’80% dei social gamer ha dichiarato che giocare rafforza i rapporti con gli amici, la famiglia e i colleghi».</p>
<p>Ma perché i giochi sociali appassionano tanto? In questo genere di videogame, uno dei punti di forza risiede nella partecipazione attiva degli utenti, affiancata dal desiderio di condividere il gioco con i propri amici. E, soprattutto, di cooperare per progredire. Prendiamo il caso di <a href="http://www.farmville.com/">Farmville</a>, gioco gestionale che simula la vita in fattoria, dalla cura delle piante all’allevamento degli animali. Per avanzare in fretta di livello può essere necessario collaborare con i propri amici per scambiare delle risorse. Si innesca così un meccanismo di mutuo accordo tra i giocatori per possedere più oggetti senza pagarli. In quest’ottica, quindi, un numero sempre maggiore di amici può tornare utile, oltre a favorire il senso di comunità. Il progresso nel gioco, poi, può essere accelerato comprando beni <em>in game</em> con denaro vero. E qui veniamo al secondo punto. Perché dovremmo acquistare degli oggetti virtuali in un videogioco? Eppure, <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704532204575397352625100756.html">secondo il Wall Street Journal</a>, solo Farmville conta 60 milioni di giocatori ogni mese che comprano bestiame e semi per far crescere il raccolto.</p>
<h5>Come al bar coi gettoni</h5>
<p>John Davison in <a href="http://www.gamepro.com/article/news/214955/social-games-are-the-new-coin-ops/">Social Games are the new Coin-Ops</a> paragona, in modo ironico, i giochi sociali alle <em>arcade machines</em> degli anni ‘90 (in giro ancora oggi) che andavano a gettoni. Il più delle volte la partita durava pochissimo, perché per i meno allenati la difficoltà era alta, ma non abbastanza da scoraggiarli. Per i più competenti poi, quelli che riuscivano a resistere a lungo, subentrava l’eccitazione di inserire le prime tre lettere del proprio nome nell’<em>high score </em>e di vedere la propria posizione in classifica. Ciò, solitamente, significava ritrovarsi con le tasche vuote. Eppure, spiega Davison, quel modello di pagamento ci faceva sentire a nostro agio.</p>
<p>E i social game hanno pressoché ereditato la logica delle macchine per sala giochi. Sono, infatti, progettati per spingere l’utente a pagare in modo che specifiche azioni nel gioco si verifichino subito.  A ciò poi si associano la competizione e la vergogna: in altre parole, non si vuole sfigurare davanti agli amici, poiché la performance è visibile a tutti. Dunque, banalizzando, per salvare le apparenze, si è disposti a spendere soldi veri. E, intanto, cresce il numero di aziende che punta ai giochi sociali. Oltre all’investimento di Google in Zynga (di cui <a href="../webzine/2010/07/19/tutto-quello-che-sappiamo-di-google-me">si era già discusso</a>), ci sono in ballo altre due recenti acquisizioni: MTV Networks con Social Express, un’azienda specializzata nel social gaming, e Disney con <a href="http://www.playdom.com/signup">Playdom</a>, uno dei maggiori sviluppatori di giochi sociali, che ha prodotto titoli come <em>Social City</em>, <em>Bola</em>, <em>Fanglies </em>e <em>Tiki Resort</em>. <a href="http://techcrunch.com/2010/07/27/gamestop-kongregate/">In arrivo</a> anche l’acquisto di Kongregate, popolare sito di <em>free online games</em>, da parte di Gamestop, uno dei più grandi rivenditori di videogiochi nel mondo.</p>
<h5>Il secolo dei giochi</h5>
<p>«Attualmente i social games<em> </em>rappresentano il più alto tasso di crescita nell’industria dei videogame» <a href="http://www.marketwatch.com/story/disney-gamestop-buy-social-gaming-companies-2010-07-27?dist=afterbell">ha dichiarato</a> Colin Sebastian, del <em>Lazard Capital Markets</em>. «Molte aziende sono attratte da questo particolare settore». Perché, nonostante si tratti di piccoli pagamenti, le opportunità di business per le aziende sono tante: gli analisti prevedono per quest’anno più di 835 milioni di dollari in transazioni. «Credo che questo sia il modello di business più ragionevole per i social network, molto più efficace della pubblicità», <a href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/08/02/AR2010080203336.html">sostiene</a> Jon Radoff, sviluppatore e studioso di videogames. «Mentre il XIX secolo sarà ricordato per la creazione del romanzo moderno e il XX secolo è stato dominato dai film e dalle immagini sugli schermi, ora constatiamo che i videogiochi saranno la forma dominante di intrattenimento di questo secolo», dichiara lo studioso.</p>
<p><a href="http://www.next-gen.biz/features/gdc-playfish-social-games-are-games%E2%80%99-biggest-growth-opportunity">Secondo Kristian Segerstrale</a>, amministratore delegato di Playfish, i social game possono accrescere l’audience di tutti i videogiochi e il modello <em>free-to-play</em> è la più grande opportunità di crescita per l’industria ludica. Nel prossimo futuro «tutto avrà caratteristiche sociali. Aggiungere l’aggettivo “sociale” sarà come specificare “elettrica” parlando della televisione. Il sociale sarà un dato di fatto evidente di per sé».</p>
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		<title>Conversazione sì, ma soprattutto promozioni</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/11/13/conversazione-si-ma-soprattutto-promozioni</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 10:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Prendendo come spunto una recente ricerca di Razorfish, facciamo qualche riflessione markettara sul ruolo e l’uso dei social media nel business aziendale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo una recente ricerca di <a href="http://www.razorfish.com/#/home/">Razorfish</a>, rispettabilissima agenzia internazionale di new media, i social media &#8211; almeno negli Stati Uniti &#8211; funzionerebbero in termini  di business non solo per la relazione con la marca ma anche, e molto, per le promozioni. Il report (liberamente <a href="http://feed.razorfish.com/">scaricabile</a>) credo sia destinato ad accendere qualche discussione nel mondo del marketing online, gettando nuove luci su uno degli assunti blindati del social media. Gran parte della conversazione online sulla novità e le potenzialità dei social media si è svolta su basi molto ideologiche (e lo dico in senso altamente positivo), ovvero sulla capacità di questi strumenti di attivare quel tipo di conversazione tra persone e marche che il consumatore moderno più o meno disperatamente cercava e che gli era sempre stata negata.<span id="more-1287"></span></p>
<p>L&#8217;arrivo di Internet, del web prima e di tutte le varie strumentazioni conversazionali poi, ha permesso l&#8217;instaurarsi di una conversazione orizzontale, spesso centrata su marche e prodotti, spesso vertente sulla scarsa capacità di dialogo delle aziende con il mercato, ovvero con persone che le marche dicono di amare, che sostengono essere al centro del proprio destino, il focus della propria ragione d&#8217;esistere. E il consumatore allora ha detto: se mi ami tanto, perché non vuoi mai parlare con me? Di qui l&#8217;aspettativa di uno scenario rivoluzionario: passare dall&#8217;esclusivo ricorso a mezzi top down (pubblicità, direct marketing: si veda <a href="http://www.youtube.com/watch?v=heSudg-tfIk">questo filmato</a> sulla relazione tra advertiser e consumatore) all&#8217;utilizzo di Facebook, Twitter e tutto il resto per parlare, con voce più umana, di cose rilevanti, coinvolgendo la gente nel discorso. E di buoni esempi, anche in Italia non ne sono mancati.</p>
<h5>Mai sottovalutare l’avidità</h5>
<p>Ora, la suddetta ricerca (made in Usa, quindi da prendere sempre con le molle) mostrerebbe che in realtà almeno per un certo aspetto le persone saranno più &#8220;social&#8221;, ma sono sempre egualmente avide, se mi passate il termine. E che l&#8217;engagement ottenuto online dai mezzi sociali si attiverebbe più facilmente facendo ricorso ai buoni, vecchi sconti, promozioni e offerte speciali. Già lo si era in parte capito: basta guardare il successo di Dell, azienda che ha una trentina  di attività su <a href="http://www.dell.com/twitter">Twitter</a>, prendendo un paio esempi a caso. Digital Nomads, il tweet di Dell dedicato al nomadismo digitale, ha circa 4.700 followers, IdeaStorm poco più di mille; il suo outlet (occasioni, refurbished eccetera) è attorno al milione e quattro. Una bella differenza.</p>
<p>La ricerca cita specificamente il caso di <a href="http://twitter.com/WHOLEFOODS">WholeFoods</a> con un milione e mezzo di followers, come alimentato da offerte speciali e suggerimenti utili (se però lo andiamo a vedere risulta che si parla di prodotti e si risponde alla gente: da quel che vedo c&#8217;è molta più conversazione che promozione). E si parla di <a href="http://twitter.com/StarBucks">StarBucks</a> che con oltre 483.000 utenti usa sì il canale per parlare di prodotti (e ci mancherebbe altro), ma senza pregiudicare l&#8217;aspetto conversazionale, mentre su Facebook raccoglie 5 milioni di utenti su Facebook, stimolati da coupon per prodotti gratis. D&#8217;altra parte dalla ricerca emerge che il 44% segue una marca su Twitter principalmente per offerte e iniziative simili, percentuale che scende al 37% per Facebook e MySpace. Sono numeri che fanno dire ai ricercatori: «Non è tanto una questione di passione condivisa per un marchio: più spesso è un puro e semplice fatto di buone occasioni»<em>.</em></p>
<h5>Fiato ai conservatori</h5>
<p>C’è di che dare fiato alle schiere più conservatrici del marketing online. È evidente a tutti che, spesso in perfetta buona fede e a volte avendo perfettamente ragione rispetto al proprio mercato, molte aziende fanno sforzi eroici per ricondurre la comunicazione digitale ai paradigmi della comunicazione tradizionale, a quell’advertising che ha molti decenni di storia e teoria alle spalle. Un carico di conoscenze e competenze che per molti è difficile e sbagliato gettarsi alle spalle: più giusto (e semplice) applicare modelli consueti a mezzi inconsueti, mettendo talvolta in dubbio le analisi che vorrebbero i consumatori profondamente cambiati (e in realtà, ne abbiamo parlato spesso, è cambiata solo una parte di essi: resta da vedere se è quella che oggi interessa a noi o meno).</p>
<p>C&#8217;è la tentazione o la scelta di rifare le stesse cose in modi nuovi, di riproporre il concetto che in fondo se il cliente propone è sempre l’azienda che dispone, magari dandosi una verniciata più social ma perseguendo le stesse pratiche. Per certi cluster di consumatori questo comportamento si più rivelare perfettamente valido, dal momento che solo una metà degli italiani è su internet, molti meno utilizzano i social network e ancora meno provano un impellente bisogno di parlare con le marche. Spesso ci si accontenta di sapere che cosa dicono gli altri consumatori, senza prendere in conto la legittima voce dell’azienda stessa e sentire che cosa ha da dire. E di conversazione dal basso ce n’è tanta, se il  73% degli intervistati dichiara di aver postato una recensione su una marca su Amazon, Twitter, Facebook.</p>
<h5>Questione di target</h5>
<p>Il problema è sempre quello: capire chi è il nostro target, il target di oggi e dell’anno prossimo, con la progressiva calata sul mercato di nativi sempre più digitali e acculturati. Se parliamo alla massa che compra in modo acritico (e che però magari sta passando, complice la crisi, agli hard discount o alle marche dei supermercati, meno care e percepite altrettanto buone, marche da cui non ci si aspetta più di tanto una conversazione, sospetto) tanti discorsi social hanno poco senso o sono soldi buttati, almeno in quel breve periodo che domina di questi tempi tanti piani di business orientati a passare la nottata. Il potere dei social media, comunque, si tratti di relazione o promozione, non pare essere in discussione, se il 65% degli intervistati dichiara di essere stato influenzato (in bene o in male) da una interazione digitale con una marca. E se il 64% ha effettuato il suo primo acquisto di un prodotto come risultato di una di queste interazioni digitali.</p>
<p>Resta ancora da capire, dunque, quale sia il ruolo che le promozioni devono giocare (a noi tutti fa piacere lo sconto, ammettiamolo) e quale quello del branding e della relazione. Dato che da decenni sappiamo che troppa promozione fa male alla marca perché la svaluta, ma che nessuna promozione fa male alle vendite a breve quando c’è da raggiungere gli obiettivi del piano, ci si ripropone il solito, vecchio pasticcio: la verità che porta al successo il business è la fuori, solo che è difficile da vedere, non è uguale per tutti i casi e richiede necessariamente la fatica di riflettere ed esaminare la novità, anche solo per poi decidere che nel nostro caso il business è come prima e nulla è cambiato. Almeno per ora. Almeno per riconoscere il momento in cui quell’ora non è più valida perché il mondo è cambiato tanto, al punto di coinvolgere anche i nostri clienti.</p>
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		<title>Viaggio emotivo nel pop contaminato</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Oct 2009 10:08:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Molaschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Lory Iezzi]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
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		<category><![CDATA[Paola Iezzi]]></category>
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		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal mainstream alla rete: cambia un'epoca, cambia la cultura, cambia l'arte, cambiano le emozioni popolari. Cinque illustri osservatori ci racconteranno come]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per chi di tecnologia vive, e ragiona, tutto ciò che è pop appartiene spesso a una dimensione troppo poco virtuale per essere contemplato. Eppure negli ultimi anni il pop, come tradizionalmente viene concepito, è cambiato. Tanto. Grazie soprattutto alla tecnologia.<span id="more-1061"></span></p>
<p><a href="http://www.myspace.com/thebloodybeetroots"> Gruppi musicali</a> che fino al decennio scorso avrebbero impiegato anni per potersi differenziare in un mercato sempre più spacciato per critico, e in crisi, grazie ad esempio a MySpace sono riusciti ad arrivare in vetta alle classifiche senza l’obbligata <a href="http://images.google.it/images?hl=it&amp;q=the%20gossip&amp;lr=lang_it&amp;cts=1255506784816&amp;um=1&amp;ie=UTF-8&amp;sa=N&amp;tab=wi">santificazione dei network radiofonici</a>.</p>
<p>Radio che come altri media, il più delle volte, non sono riuscite a reinventarsi malgrado le occasioni. L’ultima risale allo scorso 25 giugno quando Michael Jackson abbandona il palco salutando i fan a soli 50 anni. Tutti in internet ne parlano. Tutti in internet piangono. Tutti in internet lo ricordano. C’è chi, come le <a href="http://www.youtube.com/watch?v=yotH48MNXGQ">sorelle Iezzi</a>, inizia a cantare davanti ad una webcam le canzoni del re del pop. Questi video verranno poi pubblicati sulle proprie pagine facebook.</p>
<p>Di questo i media pop per definizione non parlano. Trascurando il racconto delle emozioni, dimostrano per l’ennesima volta quanto la tecnologia, negli ultimi anni, abbia sopperito alle lacune che progressivamente il mainstream ha lasciato qua e là.</p>
<p>Per capire a che punto sia questa miscelazione abbiamo deciso di incontrare cinque persone, ognuna delle quali racconterà ad <em>Apogeonline</em> come la tecnologia ha cambiato il loro modo di essere pop.</p>
<p>Inaugura domani la serie <a href="http://www.matteobb.com/">Matteo B. Bianchi</a>. Appuntamento su <em>aPOPgeonline</em>.</p>
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		<title>Indie e consapevole, è la musica sul web</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2009 15:41:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quinta di copertina]]></category>
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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Michele Orvieti, tastiere dei Mariposa e mente della casa discografica Trovarobato. Parliamo di musica e web, tra promozione di canzoni, community network sperimentali e download "illegali" che però aiutano i gruppi indipendenti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/05/033_newqdc_23052009.mp3">Download audio file (033_newqdc_23052009.mp3)</a></p>
<p>Interrompiamo per un giro le conversazioni intorno alla politica e al web, e riprendiamo un altro filo rosso delle nostre interviste settimanali: la musica. Come sta cambiando la promozione della musica, e il circolo virtuoso che parte dal download &#8220;illegale&#8221; e arriva ad un pubblico consapevole che paga gli spettacoli live e chiude il cerchio comprando il disco. E&#8217; il passaggio (ancora non del tutto stabile o formalizzato, non privo di inghippi) del mercato musicale come compravendita del bene canzone, ad un sistema più complesso in cui c&#8217;entra l&#8217;appartenenza, il concetto di fanship, il senso di comunità. Ne parliamo con <a href="http://www.naufragati.com/">Michele Orvieti</a>, mente e tastiere dei Mariposa e dell&#8217;etichetta indipendente <a href="http://www.trovarobato.com/">Trovarobato</a>, che da anni sperimenta varie modalità di comunicazione, condivisione e promozione della musica online (dal sito tradizionale fino ai social network più sperimentali come il nuovo Muxtape).<span id="more-620"></span></p>
<h5>Muxtape e i social network musicali</h5>
<p> Partiamo dal caso di <a href="http://www.muxtape.com">Muxtape.com</a>. Nel marzo 2008 Justin Ouellette fonda Muxtape con l&#8217;idea di offrire un servizio online che provasse a riprodurre la logica (e il piacere) delle famigerate &#8220;cassettine&#8221;, permettendo a tutti di condividere con la classica buddy list dei social network la selezione delle proprie canzoni preferite. Dopo pochi mesi, e dopo aver fatto molto parlare di sé, viene chiusa a seguito dalle varie rimostranze della RIIA. Quindi riapre, ma ad inviti e con nuove regole. Michele racconta l&#8217;esperienza del <a href="http://mariposa.muxtape.com/">canale dei Mariposa</a>: «I Mariposa sono di fatto il primo gruppo italiano ad essere stato invitato a partecipare alla nuova versione, che è di fatto un servizio specifico per band che vogliono condividere le proprie canzoni. Ci fa molto piacere: troppo spesso capita di arrivare nei social network quando sono già in fase calante, senza possibilità di influire sul modo in cui si strutturano. Nel caso di Muxtape abbiamo l&#8217;opportunità di vivere un social network appena nato, di tipo sperimentale». </p>
<h5>Essere cittadini musicali su Internet</h5>
<p> Per i Mariposa la cittadinanza musicale sul web e sui social network non è solo promozione: «Non si può ridurre la presenza nei social network ad una mera funzione di promozione, anche se la funzione promozionale è in qualche modo ineliminabile: per esempio con il nuovo album la presenza e l&#8217;attività sulla rete del gruppo aumenta sensibilmente. Il punto è un altro: quando usi davvero questi strumenti (per esempio anche MySpace) ti rendi conto di avere una comunità di &#8220;fan&#8221; che è desiderosa di contenuti nuovi, di informazioni parallele e aggiuntive rispetto al singolo contenuto promozionale, o alle sole canzoni del disco. Per esempio nuove foto, nuovi video, nuovi contenuti strani, video di backstage, inediti dalla sala prove, ecc: è una sorta di pubblico parallelo, anzi complementare, che di fatto definisce profondamente il proprio pubblico di riferimento e in qualche modo fa parte integrante del gruppo». Peraltro l&#8217;oggetto canzone è ormai quasi priva di valore, si trova in giro dovunque: «E&#8217; meraviglioso vedere proliferare lo &#8220;zip&#8221; dei nostri album sui vari torrent, sui circuiti peer-to-peer o sui siti di storage online: per noi è un indicatore estremamente importante del fatto che la nostra musica si diffonde e viene apprezzata. E il fatto che questa musica circoli senza essere pagata non lede la nostra attività come gruppo, non ci danneggia. E&#8217; difficile avere una opinione conclusiva in proposito, stiamo cercando di capire strada facendo, ma ci è capitato più volte di avere gente che ci viene a vedere live, compra il disco al banchetto alla fine del concerto e ci dice di aver scoperto la nostra musica dopo averla scaricata &#8220;illegalmente&#8221;». Un cerchio che si chiude, secondo Michele: «Per il nostro mondo di riferimento, ovvero la musica indipendente, questo meccanismo di diffusione più o meno lecita della nostra musica è comunque a nostro vantaggio, è una fantastica chiusura del cerchio. Ci permette di far girare il nostro lavoro e al contempo di concentrarci sull&#8217;attività live: alimenta un pubblico consapevole, che consapevolmente viene ai nostri concerti e che spesso alla fine decide anche di comprare l&#8217;oggetto fisico – il cd che comunque continuiamo a produrre come biglietto da visita che rimane nel tempo».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.naufragati.com/">Naufragati</a>, i sito dei Mariposa, e il <a href="http://www.myspace.com/mariposamusicagruppo">MySpace</a>, <a href="http://www.trovarobato.com/2008/index.php">la famosa etichetta Trovarobato</a>, casa di produzione</li>
<li>Il <a href="http://mariposa.muxtape.com/">canale sperimentare dei Mariposa</a> sul nuovo Muxtape.com, riaperto a inviti dopo la chiusura; <a href="http://www.naufragati.com/index.php/2009/04/mariposa-prima-band-italiana-del-nuovo-muxtapecom/">Mariposa: prima band italiana del nuovo Muxtape.com</a>, e il <a href="http://www.flickr.com/people/mariposaband/">flickr ufficiale</a></li>
<li>Maps, programma crossmediale alla radio: <a href="http://radio.rcdc.it/programmi/maps/">sito</a> e <a href="http://maps.rcdc.it/">blog</a></li>
</ul>
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		<title>Se Facebook allarga il digital divide</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2009 07:09:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
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		<description><![CDATA[Soddisfare l'utente contemporaneo per un grande social network significa investire su connettività e tecnologia. Ma che cosa succede in quelle parti del mondo in cui (economicamente) il gioco non vale la candela?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto l&#8217;altro giorno <a href="http://www.nytimes.com/2009/04/27/technology/start-ups/27global.html">un articolo</a> pubblicato dal New York Times. Un pezzo che lancia con forza un tema importante, apre uno spiraglio su uno scenario che potrebbe avere conseguenze profonde sullo sviluppo dell&#8217;Internet e di conseguenza della società in quei paesi che non sono proprio all&#8217;avanguardia dello sviluppo economico. Lo scenario è molto semplice, perfettamente logico nella sua logica di business che non può guardare in faccia nessuno e portatore di sviluppi preoccupanti. In estrema sintesi, la storia è questa: per i grandi siti che si basano sulla diffusione di grandi moli di contenuti e interazioni, la clientela dei paesi in via di sviluppo è più un problema che un&#8217;opportunità.<span id="more-602"></span></p>
<p>Certo, in molti di questi paesi il traffico verso questi siti (da Facebook a YouTube a MySpace, tanto per fare qualche nome) è decisamente importante. E d&#8217;altra parte spesso questo tipo di siti offrono delle significative alternative ai media classici locali, aprono scenari di interazione, di socializzazione, di crescita personale attraverso l&#8217;esposizione a contenuti e concetti, una piattaforma di scambio di idee. Insomma dal punto di vista sociale credo proprio che svolgano un ruolo importante per la crescita della cultura. Ma questo traffico non è certo un successo. Anzi.</p>
<p>Quello che succede è che portare queste moli di contenuti in questi posti non proprio sviluppatissimi dal punto di vista delle infrastrutture tecnologiche è molto costoso, richiede investimenti corposi da parte di queste aziende. Abbiamo letto infinite volte in questi ultimi tempi discussioni sul modello di business di Facebook, di come farà a far tornare i conti a fronte di una quantità enorme di foto, video, post caricati dagli utenti, volumi di dati che vanno gestiti, archiviati, distribuiti. Sappiamo quanti fantastilioni di video vengono caricati ogni secondo da una massa di utenti mondiali assatanati nella creazione e distribuzione di contenuti.</p>
<p>Ma quel che è peggio è che ci si è ormai abituati troppo bene, ci si attende una rapidità e qualità di trasmissione di video e immagini di alto livello. E tutto questo non avviene da solo, e richiede mettere sotto il cofano dei pezzi molto costosi di tecnologia, da piazzare specialmente in quei luoghi dove le infrastrutture esistenti non consentono di dare quel livello di servizio che è ormai uno standard per noialtri fortunati abitanti del primo mondo. Purtroppo, in questi posti un po&#8217; marginali del mondo, il gioco rischia proprio di non valere la candela. Nei paesi in via di sviluppo il modello di business basato sulla pubblicità rischia di essere ancora meno sostenibile che in luoghi più economicamente sviluppati.</p>
<p>Morale della favola: all&#8217;interno di un trend che vede profilarsi all&#8217;orizzonte in modo preoccupante un trend di <em>pay per content</em> (ne parlavamo <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/23/tira-un%E2%80%99aria-di-pay-per-content%E2%80%A6-salta-il-mercato-e-la-societa">poco tempo fa</a>) - secondo il quale ad esempio il gruppo Murdoch <a href="http://www.google.com/hostednews/ukpress/article/ALeqM5jKWMUJa2z7qiGge1vTlGiKqHpPdQ">parla apertamente</a> di mettere a pagamento la versione online non solo del Wall Street Journal (che avrebbe un senso) ma anche di testate meno verticali quali il Sun, il Times eccetera &#8211; si sta pensando seriamente a un modello <span style="small;"><span style="normal;">geolocalizzato di restrizione dell&#8217;accesso. </span></span>La spietata logica di business non fa una grinza: se portare il mio servizio nella tua nazione mi porta dei costi e non mi porta dei profitti, io questo servizio non te lo dò più. Oppure te lo metto a pagamento. Oppure te lo dò in una versione fortemente ribassata, in modo da togliermi costi e tu ti devi far piacere una qualità che per il resto del mondo sarebbe inaccettabile.</p>
<p>Il modello &#8220;paga se vuoi vedere&#8221;, pay per content, pay per access sembrerebbe essere quello che ha più senso - seguendo ad esempio la strada di Flickr: non fosse che i 24.95 dollari che il sito di condivisione chiede per passare alla versione <em>Pro</em> per noi sono spiccioli, mentre in altri paesi possono essere un bel mucchio di soldi. Quindi uno scenario di acceso fortemente discriminante che solo classi agiate possono permettersi. E qui mi viene un parallelo o un contrasto con iniziative di democratizzazione, di stimolo di crescita delle classi disagiate come quella dell&#8217;<a href="http://laptop.org/en/">One Laptop Per Child</a>. Insomma, da un lato si cerca di aiutare società depresse a evolvere, ma dall&#8217;altro gli si tolgono strumenti. Nulla contro le aziende, di certo non si può chiedere loro di fare forzatamente beneficenza e di accollarsi forti perdite. D&#8217;altra parte la restrizione alle idee, alla condivisione non è certo un grosso aiuto per portare avanti una società.</p>
<p>Da un certo punto di vista dobbiamo considerare forse anche l&#8217;Italia nel novero dei paesi &#8220;sottosviluppati&#8221;? Questo è quello che apparentemente sembra pensare <a href="http://last.fm">Last.fm</a>, che fino a poco tempo fa distribuiva musica gratis per tutti, ma che con la nuova release aveva provato a mettere a pagamento il servizio per una serie di nazioni (anche se il progetto, di fronte alle vocalissime reazioni del mercato, è stato al momento <a href="http://web20.excite.it/news/17523/Ancora-musica-gratis-su-Lastfm" target="_self">rimandato</a> a data da destinarsi). Per altre aziende nemmeno la strada del pay per content sembra essere sufficientemente interessante: siti come quello di <a href="http://www.veoh.com/">Veoh</a> (un servizio di video sharing) hanno semplicemente chiuso i rubinetti e inibito l&#8217;accesso all&#8217;Africa, Asia, America Latina ed Europa dell&#8217;Est. E non per questioni di diritti, come <a href="http://www.webtvwire.com/hulu-adds-international-television-content-but-not-international-viewers-yet/">ad esempio Hulu</a>, ma proprio perché la lira non girava. E ti saluto il modello della globalità/mondialità/accesso universale.</p>
<p>Ricompariranno dunque <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Walled_garden_(media)">walled garden</a> riservati a quelli che economicamente &#8220;fanno senso&#8221;. E, come dice il New York Times, se è vero che ci sono circa 1,6 miliardi di utenti Internet nel mondo, solo il 50% di questi hanno redditi sufficientemente alti da costituire un potenziale mercato. Quindi nel mondo un internet user su due deve prepararsi a stringere un po&#8217; i denti e vedersi tagliato fuori all&#8217;accesso non solo di beni, ma anche di servizi made in the First World. Altri proveranno a perseguire il downgrading &#8211; come MySpace, che introdurrà una versione &#8220;leggera&#8221; meno ghiotta di banda, per paesi come l&#8217;India. Forse YouTube, accanto alla versione HD che ci stiamo godendo, introdurrà una versione <em>low quality, </em>che si ciucceranno i meno abbienti, quelli meno potenziali in termini di utenza pubblicitaria e quindi di revenue. Stessa solfa pare si ascolterà dalle trombe di Facebook e, con un effetto domino, probabilmente per tutti gli altri operatori con problemi comparabili.</p>
<p>Si aggraverà dunque, invece di alleviarsi, il digital divide. Che, in un mondo connesso significa avere un globo a due velocità, e differenze culturali che invece di amalgamarsi si differenzieranno ulteriormente. Non si può nemmeno pensare che i governi o le organizzazioni in qualche modo benefiche si mobilitino in massa per garantire l&#8217;accesso al videosharing o al social networking in paesi che devono affrontare emergenze ben più primarie come quelle dell&#8217;alimentazione, della casa o della salute. Voglio però essere un po&#8217; ottimista: se c&#8217;è una cosa che ci ha insegnato la storia di Internet e delle persone, sopratutto delle persone che compongono la rete, è che il sistema ci ha sempre stupito, inventando soluzioni e opportunità nuove, dallo user generated al wiki. E forse, ancora una volta, da quello che sembra un problema irrisolvibile nascerà lo spunto per qualcosa di talmente nuovo che oggi non siamo in grado di immaginare. O almeno speriamolo.</p>
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		<title>Il web, il territorio e la risacca delle idee</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2009 11:21:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quinta di copertina]]></category>
		<category><![CDATA[campagna sociale]]></category>
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		<category><![CDATA[virale]]></category>
		<category><![CDATA[Web-Marketing]]></category>

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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Giorgio Gianotto di Codice Edizioni. Che insieme a Torino Sistema Solare ha lanciato in questi giorni una campagna sociale crossmediale, Mafia Spa. È il pretesto per parlare di come sta cambiando la comunicazione culturale (e non solo)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/04/giannotto.mp3">Download audio file (giannotto.mp3)</a></p>
<p>Sospendiamo per qualche giro le conversazioni intorno alla politica e il web delle scorse settimane &#8211; ma in un certo senso continuiamo a parte dell&#8217;ambito e sperato (da molti se non da tutti) cortocircuito virtuoso tra web e territorio, tra on- e offline. Come trasferire forze, energie, competenze, contenuti dall&#8217;uno all&#8217;altro, e viceversa: il ritorno, o l&#8217;arrivo, al territorio passando appunto per il web. Questa settimana ne parliamo con un operatore multiforme della campo della cultura e della comunicazione della cultura,  <a href="http://www.destynova.org/">Giorgio Gianotto</a>, che lavora a Codice edizioni e Codice/idee per la cultura (eventi) e che insieme ad altri ha messo in piedi <a href="http://www.torinosistemasolare.it">Torino Sistema Solare</a>, un progetto a metà tra campagna sociale ed esperimento di comunicazione crossmediale, decisamente familiare con la rimediazione di stili, linguaggi, contenuti, pubblici tipica del web.<span id="more-558"></span></p>
<p>Una campagna giocata in modo integrato e mimetico tra internet e strumenti tradizionali, che prova a innovare anche nel metodo portando a lavorare insieme professionalità di vario tipo, estrazione e finalità (da Libera, ai Subsonica a quasi tutti i gestori dei locali): «<em>Poi non bisogna essere ostaggi delle parole. Ultimamente il web ha promosso la parola &#8220;virale&#8221; nel campo della comunicazione: bisogna essere virali nella comunicazione. Si dice: bisogna essere virali; si dice: bisogna costruire una comunità. Entrambi elementi però sono di fatto costitutivi della comunicazione tout court, e che si può tradurre con l&#8217;obiettivo di un radicamento sul territorio. Di una relazione con il terrritorio. Le nuove tecnologie possono aiutare un certo tipo di progetti a diventare &#8220;risacca&#8221;, a guardare vicino dopo aver guardato lontano e altrove, a restituire al territorio gli sforzi comunicativi e culturali che vengono fatti.</em>».</p>
<p>Pensare e proporre progetti culturali oggi, con le opportunità offerte dal web,  comporta anche un cambiamento molto forte delle logiche organizzative, e dei metodi di lavoro, ma non solo: «<em>Il gap è tra le infinite possibilità che abbiamo e la testa che è girata da un&#8217;altra parte &#8211; dopo decine di anni di esperienza strutturata in un certo modo, cambiare, voltarsi di 180 gradi non è facile. È facilissimo usare le cose, iniziare a usare le nuove tecnologie, il modo si trova &#8211; ma è molto più difficile e importante dare una spinta culturale al motivo per cui si fanno le cose, per cui si usa uno strumento piuttosto che un altro. Il perché, prima ancora che il come.</em>».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li>Il sito di <a href="http://www.torinosistemasolare.it">Torino Sistema Solare</a></li>
<li>Il video <a href="http://www.youtube.com/watch?v=IDp5mWBloZI">Mafia Spa</a>; <a href="http://www.youtube.com/watch?v=cn-UyJdPgUU&amp;feature=related">Intervista a Davide Mattiello</a></li>
<li>il blog di Giorgio Gianotto, <a href="http://www.destynova.org/">Destynova</a></li>
</ul>
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		<title>I veri amici sono solo venti (sul cellulare)</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2009 09:06:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Blinko]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[First Mover Advantage]]></category>
		<category><![CDATA[LinkedIn]]></category>
		<category><![CDATA[MySpace]]></category>
		<category><![CDATA[Netlog]]></category>
		<category><![CDATA[Second Mover Advantage]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>

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		<description><![CDATA[In un momento in cui Facebook abbatte le barriere e ci lascia avere più di 5000 "amici", un social network per dispositivi mobili made in Italy batte la strada opposta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Detto fuori dai denti, in questo momento l&#8217;idea di aprire un nuovo social network sa un po&#8217; di follia. Vero è che, se agli albori della Rete si parlava di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/First-mover_advantage">First Mover Advantage</a>,   dopo pochi anni si già parlava di <a href="http://money.cnn.com/magazines/fortune/fortune_archive/2006/03/20/8371782/index.htm">Second Mover Advantage</a>, ovvero del vantaggio di chi arrivava dopo per imparare dagli errori degli innovatori. È certo comunque che tra Facebook, MySpace, Netlog, ASW, LinkedIn e chi ne ha più ne metta, sembra che la probabilità che ci venga voglia di iscriverci a un Yasn (<em>Yet Another Social Network</em>) siano teoricamente scarsine, considerato l&#8217;emergere di chiari sintomi da stanchezza.<span id="more-484"></span></p>
<p>Anche in ambito mobile il presidio dei social network &#8220;established&#8221; si fa sentire, con il lancio di applicazioni su misura, di siti ottimizzati quando non addirittura di terminali telefonici (come quelli di Sony Ericsson) che si configurano come dei veri e propri <em>social phone</em>.</p>
<h5>Controcorrente</h5>
<p>Se la spinta dei social network, e i per ora vaghi tentativi di monetizzazione, si basa sulla moltiplicazione dei contatti, sull&#8217;allargamento oceanico-virale delle nostre amicizie, ha senso ritagliarsi un posizionamento differente e provare un approccio divergente a 180 gradi. Questa è la scommessa di <a href="http://www.blinko.com" target="_self">Blinko</a>, una rete sociale per dispositivi mobili made in Italy ma con ambizioni internazionali. Su Blinko non si possono invitare più di 20 amici. Punto. Implorate, pregate, fate quel che volete ma quello è il limite.</p>
<p>Apparentemente un controsenso, considerando che chiunque di noi ha facilmente decine o centinaia di &#8220;amici&#8221; su Facebook o su MySpace. Ma, questo è il punto, qui si tratta di togliere le virgolette dalla parola amici &#8211; e posizionare il servizio come il social network dove tiri dentro solo gli amici veri &#8211; con tutte le conseguenze del caso. Senza entrare nei dettagli di che cosa fa e che cosa offre Blinko, vedo uno scenario particolarmente interessante, Blinko come il primo social network autenticamente italiano, rifacendosi alle tradizioni più pure dei Borgia.</p>
<p>Intrighi, congiure di palazzo per entrare nel magico numero dei Venti. Amicizie e alleanze infrante allo scoprire che per me tu non sei nei miei venti migliori. Litigate, amicizie &#8220;reali&#8221; (ma erano reali amicizie?) che si infrangono su questo scoglio virtuale, fino ad arrivare all&#8217;eliminazione fisica (suggerimento di gadget: <a href="http://www.blackhart.co.uk/poisonring.html">anello con veleno</a>) per farsi posto nella ventina attraverso la rimozione fisica.</p>
<h5>Non per pavidi</h5>
<p>Tremo già al pensiero di che cosa succederebbe con certi miei conoscenti, dovessi ammetterli nei magici Venti per poi rimuoverli successivamente, per fare spazio ad amicizie onestamente più importanti, attraenti o biecamente utili. Roba che se ti tolgono il saluto è poco, questi sono sgarri che si possono pagare cari, con tremendi giuramenti di vendetta compiuti in una notte senza luna sotto una quercia spaccata dal fulmine. Sono affronti che si ricordano &#8211; e meno male che da un po&#8217; di anni il nostro ordinamento ha abolito il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Delitto_d'onore">delitto d&#8217;onore</a>, sennò qui ci cadremmo in pieno e le attenuanti all&#8217;espulso sarebbero umanamente impossibili da negare. Come metterla poi quando un cliente importante ti fa pressioni perché gli trovi un posto nel tuoi happy few? Chi sacrificare, fra le relazioni personali, in nome della salvaguardia di quelli professionali?</p>
<p>Ma potrei, personalmente, pensare anche di mettere all&#8217;asta quei venti posti, marciando sfacciatamente sulla mia reputazione da non-guru (tra l&#8217;altro la cosa si integrerebbe bene con la possibilità, offerta da Blinko, di aprire dei propri canali di contenuto premium a pagamento per gli utenti, in aggiuta a quelli &#8220;free&#8221; &#8211; al momento largamente centrati sul tema &#8220;celebrità, stelline e stellone&#8221;). Devo però ammettere che mi ci vorrà del tempo prima che mi ritrovi con questo problema. Se non altro, questa applicazione mi ha costretto a pormi una domanda: chi sono i miei amici veri? E chi sono quelli che comunque più di Facebook non si meritano? In fondo, una riflessione che mi fa piacere qualcuno mi costringa a fare.</p>
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