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	<title>Apogeonline &#187; Marshall McLuhan</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>L&#8217;umanità ritrovata al festival della scienza</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 06:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Calia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Derrick de Kerckhove]]></category>
		<category><![CDATA[Marshall McLuhan]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Chorost]]></category>
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		<category><![CDATA[World Wide Mind]]></category>

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		<description><![CDATA[L'intelligenza globale, la coscienza della rete, l'estensione dell'intelligenza e della memoria, nell'incontro con Michael Chorost e Derrick De Kerckhove a Genova]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il <a href="http://www.festivalscienzalive.it/site/home.html">Festival della scienza di Genova</a> arriva alla sua nona edizione e continua a raccogliere e presentare all’Italia le testimonianze e i racconti di scienziati, filosofi e divulgatori scientifici di tutto il mondo. Come spesso accade a chi segue eventi come questo per tutto il loro corso (quest’anno dodici giorni), ci si ritrova la sera a unire i puntini e a ottenere una visione più ampia di quello che accade durante il giorno. Ci si trova a stretto contatto con chi l’innovazione la immagina, la racconta o la realizza, con persone straordinarie che con le loro visioni e il loro lavoro stanno disegnando il nostro futuro. Sono tanti coloro che, passando di qui, quel futuro lo hanno descritto presentandolo come un futuro ormai prossimo e in fase di realizzazione. Ma ci sono anche persone per cui quel futuro è già arrivato.<span id="more-7056"></span></p>
<h5>L&#8217;uomo bionico</h5>
<p>È il caso di <a href="http://www.festivalscienzalive.it/site/home/interviste/articolo10542.html">Michael Chorost</a>, un ometto magro, disponibile e con una storia incredibilmente affascinante. La sua storia parte da una fine. Michael Chorost <a href="http://www.festivalscienzalive.it/site/home/conferenze/articolo10536.html">ci ha raccontato</a> con semplicità di quando è diventato completamente sordo a 37 anni e di quando, poco dopo, è diventato bionico. L’impianto, come lo definisce lui, è composto da due piccoli dischi neri e magnetici da indossare dietro l’orecchio. «Nel mio cervello ci sono due chip come questi», e mostra due dischi bianchi grandi come una noce, «che ricevono le informazioni che arrivano dall’esterno. Nel mio cervello sono impiantati alcuni elettrodi che trasmettono i segnali ai miei nervi uditivi. Per far si che questo accada, ovviamente, hanno dovuto inserire centinaia di migliaia di transistor nella mia testa. All’inizio è stato molto difficile. Ascoltavo la radio ed erano rumori completamente non-sense. Era come ascoltare una lingua che non conosci. Devi esercitarti, fare pratica.<br />
Ma piano piano ho imparato ad ascoltare qualcosa che prima non ero mai riuscito a sentire. L’anima delle persone».</p>
<p>L’udito di Michael Chorost può essere  migliorato con nuovi software che apportano modifiche al suo impianto e questo ci porta a un interrogativo: dove finisce la macchina e inizia l’uomo? Chorost sorride: «Tutti amano la tecnologia, e io anche. Ma nel mio caso è diverso perché io ho la tecnologia dentro di me. Però, la macchina è solo una cosa. Non ha una mente. Un po’ come il violino nelle mani del musicista: è solo uno strumento, perché è il musicista a suonarlo. Il mio impianto è solo un arnese, mi manda informazioni che io devo imparare a capire. Non è magico, non mi fa capire, sono io che so cosa succede». Quando il mondo è così difficile da sentire, capita che ci si alleni a tendere l’orecchio. Ad ascoltare più a fondo. Credo di aver sviluppato una maggiore empatia nei confronti delle persone», riflette.</p>
<h5>L&#8217;intelligenza di internet</h5>
<p>Nel suo secondo libro, <em>World Wide Mind</em>, Chorost cerca di indagare su un’idea, un concetto che rappresenta un’imminente intelligenza globale con un’intenzionalità e una coscienza propria, tenendosi lontano dall’idea fantascientifica che internet, di per sé, stia per diventare intelligente. «Questa è un’idea assurda», dice. Piuttosto, il «<a href="http://www.amazon.it/World-Wide-Mind-Integration-Humanity/dp/1439119147/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1319811000&amp;sr=8-1">World Wide Mind</a> è l’agire in concerto di esseri umani e Web. La combinazione di questi due elementi può dare origine a un germe di intelligenza superiore a quello delle singole parti. Perché non si può fermare quella fame di restare connessi, il desiderio di guardare lo schermo, ma è possibile incorporare quel bisogno in un fondersi effettivo della tecnologia con il corpo, per fare di quella connessione tramite la tecnologia un collegamento fisico».</p>
<p>Lui questo collegamento lo incarna. Letteralmente. E, nell&#8217;era della tecnologia, apre a numerosi interrogativi: quando i sensi diventano programmabili, possiamo credere a quello che ci dicono del mondo? Una domanda che abbiamo posto a uno psico-tecnologo, ospite anche lui del Festival: il sociologo belga <a href="http://www.festivalscienzalive.it/site/home/interviste/articolo10530.html">Derrick De Kerckhove</a><strong>. «</strong>Stiamo vivendo un cambiamento epocale», <a href="http://www.festivalscienzalive.it/site/home/conferenze/articolo10525.html">spiega De Kerckhove</a>. «Una rivoluzione che il sociologo dei media Marshall McLuhan, del quale ricorre il centenario dalla nascita, aveva già previsto nel ’62. Il decalogo di McLuahn<strong> </strong>è sorprendente per la sua lungimiranza: diceva, infatti, che il prossimo medium sarebbe stato l’estensione della coscienza, e infatti internet è un’estensione enorme che contiene memoria e intelligenza. Che la tv sarebbe diventata una forma d’arte: e che cos’è YouTube se non la televisione messa a disposizione di ciascuno di noi, trasformata in arte e in emozione globale? Il sogno di Marx realizzato: l’appropriazione di uno strumento a disposizione di tutti».</p>
<h5>Terza età del linguaggio</h5>
<p>McLuhan non si era fermato qui: il grande sociologo, infatti, aveva definito il computer come il prossimo «sistema di ricerca e di comunicazione», in grado di «migliorare il recupero dell’informazione e rendere obsoleta l’organizzazione della biblioteca», di svolgere una «funzione enciclopedica» e di trasformarsi in una «linea privata per trasmettere dati». Oggi infatti, continua De Kerckhove, «ci troviamo nella terza età del linguaggio. La prima rappresentata dal regno dell’oralità, basata sui rapporti faccia a faccia e sulla socialità. La seconda, l’era della scrittura<strong>,</strong> crea una situazione nuova: il linguaggio viene esternalizzato, messo sotto il controllo del lettore in modo da generare un rovesciamento tra comunità e individuo, che prende il potere sul linguaggio e scrive il suo destino. Con il passaggio all’elettronica invece, nella terza era, il linguaggio si mischia al nostro essere. Grazie alla digitalizzazione diventiamo creatori e attori del linguaggio, ma siamo anche condizionati dalla tracciabilità e dalla profilizzazione. Infine l’iPad, che ci riporta al tatto, ribaltando il pensiero del secolo di Freud, nel quale l’ uomo ha paura del suo corpo e l’occhio ha la meglio sul tatto».</p>
<p>«Il mondo di oggi, invece, è più tattile che visivo», continua De Kerckhove, «dobbiamo toccare, scorrere, nuotare nell’informazione. E la conseguenza di tutto questo non può che non essere una moderna magia. Poi c’è Twitter, che amo molto: rappresenta la maturazione estrema della rete. Il sistema nervoso esteso al pianeta, perché arriva ovunque e dovunque. Al Cairo si può twittare quello che succede e, così facendo, si possono cambiare i rapporti di potere di quel paese». Twitter è quindi ciò che meglio rappresenta il polso della rete, diventando una sorta di contenitore e termometro del sentimento collettivo. Un’antenna globale perennemente in ascolto. Una sorta di inconscio globale digitalizzato, moderna versione di quell’inconscio collettivo di junghiana memoria. Eppure anche nel “mondo magico” contemporaneo c’è il rovescio della medaglia, perché questo “inconscio digitale” è violabile da chiunque, portandoci allo stesso interrogativo che ci siamo posti dopo aver conosciuto Chorost:  possiamo credere a quello che questo inconscio digitale ci dice del mondo?</p>
<h5>Garantire l&#8217;umanità</h5>
<p>De Kerckhove ci racconta che questo inconscio è «profilabile e a disposizione. È conservato nelle banche dati. Quando facciamo una ricerca su Google, per esempio, veniamo profilati, tracciati in ogni movimento. E questo è un problema: quello di un Pinocchio 2.0 che, come Charlie Chaplin in Tempi Moderni, è l’estensione della macchina con cui lavora. Per questo, la prossima sfida tecnologica sarà tornare a essere umani, e non solo macchine». L’incontro tra chi il futuro lo immagina cercando di anticiparlo e chi lo incarna dentro di se, ci conduce ad un punto di vista più antico di quello che immaginavamo. Un punto di vista in cui, nonostante l’affermarsi della bio-tecnologia, della psico-tecnologia e delle emozioni globali veicolate attraverso i bit, la sfida più grande rimane quella di continuare a garantire all’uomo l’umanità che lo rende tale, magari ispirandoci a chi, pur essendo bionico, per capire la macchina che aveva dentro di se ha dovuto imparare prima ad ascoltare l’anima delle persone che aveva di fronte.</p>
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		<title>Paolo Nespoli e quei tweet italiani nello spazio</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2010 07:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Marshall McLuhan]]></category>
		<category><![CDATA[Nasa]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Nespoli]]></category>
		<category><![CDATA[Stazione Spaziale Internazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[L'astronauta italiano è arrivato alla stazione spaziale internazionale, dove passerà i prossimi due mesi. Il racconto della sua avventura via Twitter]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando i primi uomini andarono in orbita attorno alla luna, Marshall McLuhan fu colpito dal fatto che, mentre tutti noi ci aspettavamo fotografie dei crateri lunari, il simbolo di questa avventura spaziale diventò l’immagine della Terra ripresa da un oblò della navicella spaziale. «Tutti noi che stavamo guardando abbiamo avuto un’enorme risposta riflessiva. Eravamo allo stesso tempo <em>outered</em> e <em>innered</em>. Eravamo sulla Terra e sulla luna simultaneamente». E avere fatto un’esperienza di massa di quel tipo ha indubbiamente relativizzato il nostro punto di vista: ci siamo per la prima volta visti, come specie umana, contenuti da un oblò in un’immagine televisiva o in una fotografia su un quotidiano.<span id="more-4460"></span></p>
<h5>Dal cielo</h5>
<p>Questo momento è stato descritto come un «intervallo di risonanza» perché «la vera azione non era sulla Terra o sulla luna, ma piuttosto nel vuoto senz&#8217;aria tra&#8230;». Un’esperienza inedita che ha dato forma all’immaginario di una società dell’immagine che si è costruita attorno ai media di massa. Oggi è invece la realtà conversazionale del web a portare nello spazio il microblogging, con l’astronauta dell&#8217;Agenzia Spaziale Europea <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Nespoli">Paolo Nespoli</a> che passerà i prossimi due mesi sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) e che dal suo canale Twitter <a href="http://twitter.com/#%21/astro_paolo">@astro_paolo</a> si prepara a raccontare la sua esperienza direttamente dal cielo dopo avere accompagnato le ore precedenti il lancio:</p>
<blockquote><p>14 dicembre: Commissione di Stato: fatto; Conferenza stampa: fatto; Film: fatto; Incontro con famiglie: fatto. Letto: quasi&#8230; Meno di 24 ore al lancio!</p>
<p>15 dicembre: Ho salutato mia moglie e finito le valige (che pero&#8217; restano a terra&#8230; ) Cominciano i preparativi finali!</p>
<p>Completate operazioni di preparazione. Chiudo il computer per il prossimo paio di giorni. Ci risentiamo dall&#8217;orbita bassa terrestre!</p></blockquote>
<p>E poi, a pochi minuti dalla partenza:</p>
<blockquote><p>Volare, oh, oh, cantaree, oh, oh, oh, oh. Inseguiamo assieme i sogni! A presto&#8230;</p></blockquote>
<h5>Rapporto diretto</h5>
<p>Ogni giorno un tweet e una foto. Una forma mista fra <em>self branding</em> e marketing spaziale. Un modo per costruire un rapporto diretto con l’opinione pubblica, che può servire a dare concretezza e visibilità e ri-alimentare l’immaginario di un settore in calo di finanziamenti. Lo ha capito bene la Nasa, <a href="http://twitter.com/#%21/nasa_astronauts">che usa Twitter</a> per comunicarsi e rilanciare i frammenti conversazionali dei suoi astronauti. E che per il periodo natalizio lancia l’iniziativa di spedire una cartolina di auguri alla ciurma <a href="http://www.nasa.gov/externalflash/postcard/">attraverso il sito</a>. Potete scegliere fra <em>Views from above</em> che mostra una mappa del mondo ripresa dalla stazione spaziale, <em>Greetings from Mars</em> con il robottino esploratore, un’immagine di un’astronauta nello spazio con la scritta «Wish you were here» e la foto dell’Iis con <em>Hello from 220 miles up!</em>. Un modo di mettere in contatto la distratta realtà dei terrestri con le ragioni della sperimentazione spaziale, attraverso la comunicazione.</p>
<h5>Narrazioni</h5>
<p>Sono tutte forme capaci di dare corpo, di rendere prossime e tangibili le esperienze di donne e uomini che hanno scelto di fare dello spazio la loro ragione di vita. E la concretezza di queste vite distanti passa per le narrazioni che saranno capaci di costruire. E tanto più saranno credibili e non dettate da un reparto di pubbliche relazioni, tanto più sapranno ricostruire il racconto dello spazio dopo che le narrazioni della conquista ci hanno abbandonato dopo la guerra fredda. Per questo anche un «Volare, oh, oh, cantaree, oh, oh, oh, oh», nella sua banalità stereotipica, nel saper rappresentare in modo internazionale l’italianità di chi sta scrivendo, può valere di più di frasi a effetto. E il racconto micro quotidiano delle vite dall’alto potrebbe fare molto di più per alimentare il nostro immaginario dei macro racconti costruiti dai media attorno alle missioni spaziali.</p>
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		<title>Giù le mani dal profeta, sensibilità a confronto</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/06/03/giu-le-mani-dal-profeta-sensibilita-a-confronto</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 06:55:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Bangladesh]]></category>
		<category><![CDATA[Cheikh Hassina]]></category>
		<category><![CDATA[Cheikh Mujibur Rahman]]></category>
		<category><![CDATA[Citizens Against Citizens Against Humor]]></category>
		<category><![CDATA[Everybody Draw Muhammad Day]]></category>
		<category><![CDATA[Mahmud Delwar]]></category>
		<category><![CDATA[Maometto]]></category>
		<category><![CDATA[Marshall McLuhan]]></category>
		<category><![CDATA[Matt Stone]]></category>
		<category><![CDATA[Molly Norris]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
		<category><![CDATA[South Park]]></category>
		<category><![CDATA[Trey Parker]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la censura di un episodio di South Park irriguardoso verso Maometto, botta e risposta su Facebook tra cristiani e musulmani. Il confronto interreligioso cambia campo di gioco. E forse anche le regole]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mollynorris.com/">Molly Norris</a> si è pentita – e pubblicamente – in poco tempo di aver lanciato una falsa campagna dal titolo &#8220;Everybody Draw Muhammad Day&#8221;. L’idea le era venuta sentendo della decisione della Comedy Central di censurare una episodio di <a href="http://www.southparkstudios.com/">South Park</a> che conteneva immagini satiriche del Profeta Maometto vestito da orso, così ha reagito lanciando una finta iniziativa per il 20 maggio a difesa del primo emendamento in cui ognuno potesse disegnare Maometto.<span id="more-2955"></span> Lo ha fatto producendo un finto manifesto promosso da un gruppo fake, <a href="http://www.radicalislam.org/blog/freedom-of-speech/citizens-against-citizens-against-humor-stand-up-for-south-park-creators/">Citizens Against Citizens Against Humor</a>, che alcuni hanno preso per una vera organizzazione. Ha disegnato <a href="http://slog.thestranger.com/slog/archives/2010/04/22/everybody-draw-mohammed-day">diversi oggetti</a> (una tazzina di caffè, una tessera del domino, un rocchetto di filo rosa ecc.) che si vantano di essere l’autentica immagine del Profeta. L’illustrazione è dedicata ai creatori di South Park, Matt Stone e Trey Parker. Ora, il confine fra la satira e la blasfemia è sottile:  esistono diverse <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hadith"><em>hadith</em></a> nella tradizione coranica che proibiscono di creare immagini del Profeta e il richiamo al primo emendamento non sembra essere sufficiente alla comunità musulmana nel mondo per tollerare un uso delle immagini di Maometto, tanto più caricaturali.</p>
<h5>Fenomeno virale</h5>
<p>L’esplosione del problema, quello che ha portato la quasi anonima artista di Seattle a essere sommersa dalle mail di musulmani indignati, è però emerso nel momento in cui la sua idea, con un inside virale evidente, ha preso realmente corpo approdando su Facebook con la costituzione di un gruppo “Everybody Draw Mohammed Day”, che ha visto moltiplicarsi giorno dopo giorno l’invio di immagini. Come scrive la Norris per prendere le distanze e, probabilmente, con una certa preoccupazione:</p>
<blockquote><p>I did not &#8216;declare&#8217; an &#8220;Everybody Draw Mohammed Day.&#8221; I made a cartoon of a satirical poster with a fake group behind it (Citizens Against Citizens Against Humor). It was solely a concept about Comedy Central&#8217;s over reaction to a threat from revolutionmuslim.com, and their consequent decision to censor the television show South Park. My cartoon was taken seriously &amp; hijacked by people who used it to make facebook pages. I never started a facebook page. I never set up any place for people to send drawings to and I never received any drawings. I apologize to people of Muslim faith, and I thank all of the Muslims who have sent me such kind email messages &#8212; they mean the world to me! I pray we can all turn this into an opportunity for better understanding.</p></blockquote>
<p>È il passaggio dall’idea di un fake – per quanto raccontata in un luogo pubblico come un blog, segnalata ad alcuni amici blogger e <a href="http://www.mynorthwest.com/resources/audio_headlines/audio_player.php?a=16801&amp;f=/kiro/2010/04/04232010140224.mp3">commentata in radio</a> – alla realizzazione da parte di pubblici connessi su Facebook che rende tangibile l’iniziativa e porta a una scalata esponenziale della sua notorietà: da friend a friend, da segnalazione di adesione sulla propria pagina a lettura dell’EDMD nel flusso dei propri status update. È qui che troviamo la forza di <em>mainstreamizzazione</em> della Rete, in questo percorso sottile che divide l’esposizione in pubblico del contenuto di un singolo, per quanto abbastanza connesso, e le possibilità di diffusione esponenziale dei pubblici connessi su Facebook, dove a ogni connessione aumenta in modo geometrico le possibilità di pubblicizzazione e la grammatica della friendship espande le probabilità di adesione.</p>
<h5>Caso diplomatico</h5>
<p>Le conseguenze le abbiamo avute sotto gli occhi negli scorsi giorni: <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/world/south_asia/10170899.stm">prima il Pakistan</a> poi il <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/world/south_asia/10192755.stm">Bangladesh</a> bloccano Facebook e anche YouTube, dove continuavano a circolare le immagini postate online. Il tema si impone all’agenda mediale e politica in modo forte e le reazioni sono praticamente immediate. La strategia di risposta, come <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2010/05/30/news/anche_il_bangladesh_blocca_facebook-4436168/">possiamo leggere</a>, è chiara:</p>
<blockquote><p>La decisione è stata presa dopo che il sito ha “ferito la sensibilità religiosa della maggioranza musulmana della popolazione” pubblicando caricature di Maometto, ha dichiarato il presidente provvisorio del Btrc, Mahmud Delwar. “Alcuni link del sito contenevano anche immagini odiose dei nostri dirigenti, compreso il padre della nazione, Cheikh Mujibur Rahman, l&#8217;attuale primo ministro Cheikh Hassina e il leader dell&#8217;opposizione”, ha aggiunto il responsabile. Le autorità “non possono tollerare queste immagini offensive”, ha aggiunto Delwar, precisando tuttavia che il blocco sarà “temporaneo”. “Facebook sarà riaperto nel momento in cui saranno cancellate tutte le pagine che contengono queste immagini odiose”.</p></blockquote>
<p>È come se il mezzo fosse il messaggio: chiudendo il mezzo il messaggio è come se non esistesse. Come se avessimo preso letteralmente McLuhan quando, intervistato nel 1978 in Italia a proposito del terrorismo, suggerì di “staccare la spina”.  Ma questa gestione di potere degli Stati nei confronti della piattaforma di social network è fondata su soglie bassissime di tolleranza, su un atteggiamento censorio regolato da una logica on/off dettato dall’impossibilità di controllare il mezzo o, più verosimilmente, si tratta di una strategia che mira a far sì che il gestore della piattaforma “interiorizzi” il controllo, in modo che diventi auto-controllo, auto-disciplinamento? In fondo il vero potere sulla comunicazione oggi si esercita al di là di ogni forma di coercizione, quando il controllato si controlla da solo, quando la disciplina diventa auto-disciplina: Foucault insegna.</p>
<h5>Reazioni creative</h5>
<p>Infatti la pagina di EDMD viene cancellata. Ma in un social network come Facebook le forme di regolazione dall’alto si miscelano con quelle dal basso. Mentre la <em>fan page</em> veniva chiusa altre venivano aperte e il messaggio principale <a href="http://www.facebook.com/pages/Everybody-Draw-Mohammad-Day-May-20th-2010/120352401315688?v=wall&amp;ref=search&amp;_fb_noscript=1">riemerge</a> in poche ore, in una tensione continua fra volontà “centrale” e “mente alveare”. Ma anche quest’ultima lettura dello stato delle cose rischia di cadere nella facile contrapposizione tra una strategia esercitata dal potere e delle tattiche sviluppate dagli individui nel loro potere connesso. Questo stesso “potere connesso” va invece visto anche dall’altro punto di vista, quello di quelle persone in interconnessione che non sono d’accordo con il messaggio che viene lanciato dall’ EDMD. Infatti la risposta più interessante la troviamo proprio dentro le maglie del social network, là dove la cultura musulmana è connessa e usa lo stesso linguaggio per contrastare l’offesa che risiede in Rete.</p>
<p>Andatevi a vedere la pagina “<a href="http://www.facebook.com/pages/AGAINST-Everybody-Draw-Mohammed-Day/113267462046186?v=info#%21/pages/AGAINST-Everybody-Draw-Mohammed-Day/113267462046186?v=info">AGAINST &#8220;Everybody Draw Mohammed Day!</a>” con oltre 200.000 adesioni oppure “<a href="http://www.facebook.com/search/?post_form_id=bf468c08f86b6a7c96b759e3531a52ec&amp;q=Everybody+Draw+Muhammad+Day&amp;init=quick&amp;ref=search_preload#%21/pages/help-me-in-removing-the-pageEVERYBODY-DRAW-MUHAMMADS-DAY/123963214287350?v=wall&amp;story_fbid=119125124776649">help me in removing the page&#8221;EVERYBODY DRAW MUHAMMAD&#8217;S DAY&#8221;</a> che ne ha quasi 50.000. Adesioni di molti musulmani, ma non solo, che si sentono offesi: “WE ALL MUSLIMS STRONGLY REJECT THAT PAGES &amp; WE HATE THAT PEOPLE WHO DID THIS &amp; PLACED ON FACEBOOK.” La loro arma di contrasto è stata una campagna che invitava a segnalare a Facebook la pagina incriminata come una pagina razzista e di odio: «If everyone could please report this page that would be great […] Go to the bottom left and click report, then for reason choose &#8220;Racist/HateSpeech&#8221;&#8230;». Sarà stato l’oscuramento della piattaforma in alcuni paesi o le migliaia di segnalazioni a portare a rimuovere la pagina dell’EDMD? Spesso però il contrasto culturale o l’odio religioso ne richiama altro. Così troviamo anche la pagina <a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=115086235201479#%21/group.php?gid=115086235201479&amp;v=wall">DRAW CHRISTIANS DAY</a>, che prende pesantemente in giro la cultura cristiana con immagini forti, anche se non ha quasi nessun iscritto e molti musulmani si dissociano. Eppure anche questa è online.</p>
<p>Ci troviamo di fronte alla complessità di un ecosistema mediale in cui media mainstream e conversazioni dal basso si miscelano oggi in modi inediti e in cui le forme di potere e di regolazione sviluppano modi nuovi per affermarsi e, dall’altra parte, si esplicitano logiche complementari per sottrarsi al controllo. La sensazione è che dietro a battaglie culturali e di dominio come quelle che si giocano a partire da un cartoon ci sia un terreno di gioco che sta mutando le proprie regole.</p>
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		<title>L&#8217;esperienza del mondo in forma di gioco</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jul 2009 06:06:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Fasce</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fenomeni e fatti complessi raccontati sotto forma di gioco da tavolo. È un'idea di Brenda Brathwaite, che vede nei network digitale un insostituibile canale di diffusione e interazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Esiste una serie di giochi da tavolo molto particolari. Prima di tutto non sono pubblicati attraverso i canali tradizionali. Poche persone fino ad oggi hanno avuto la possibilità di giocarci. La creatrice, <a href="http://brendabrathwaite.com/">Brenda Brathwaite</a>, li sta mostrando durante conferenze a tema ludico sulla costa est degli Stati Uniti. La Brathwaite, ventidue titoli attivi nel mondo dei videogame dagli anni Novanta ad oggi, sta attualmente esplorando il fronte ludico non digitale, per studiare più da vicino le meccaniche (ovvero gli &#8220;atomi&#8221; funzionali di un gioco) e come queste siano in grado di veicolare messaggi e di avere ripercussioni sulla cultura delle persone.<span id="more-694"></span></p>
<p>Brenda ha iniziato questo percorso quando la figlia le ha chiesto di spiegarle con un gioco il cosiddetto <em>Middle Passage</em>, ovvero il meccanismo di scambio delle merci tra l&#8217;Europa e il Nuovo Mondo che coinvolgeva la tratta di schiavi dall&#8217;Africa. Questo gioco, racconta la Brathwaite, è riuscito a spiegare il complesso fenomeno molto meglio di quanto avessero fatto le lezioni seguite a scuola. L&#8217;esperienza ha spinto la game designer ad approfondire il modo in cui le meccaniche ludiche sono in grado di comunicare e di mettere il giocatore di fronte a decisioni difficili e alle loro conseguenze. Per questo ha deciso di sviluppare una serie di sei giochi da tavolo, che ha intitolato, parafrasando McLuhan, &#8220;The mechanic is the message&#8221;. La serie ad oggi comprende il già citato Middle Passage, Siochan Leat, un gioco sulle origini irlandesi della sua stessa famiglia, e Train.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="450" height="330" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="FlashVars" value="videoGUID=EA433B7B-E8D2-44CF-ABA0-93191F886BC8&amp;playerid=1000&amp;plyMediaEnabled=1&amp;configURL=http://wsj.vo.llnwd.net/o28/players/&amp;autoStart=false" /><param name="src" value="http://s.wsj.net/media/swf/main.swf" /><param name="name" value="main" /><param name="bgcolor" value="#FFFFFF" /><param name="flashvars" value="videoGUID=EA433B7B-E8D2-44CF-ABA0-93191F886BC8&amp;playerid=1000&amp;plyMediaEnabled=1&amp;configURL=http://wsj.vo.llnwd.net/o28/players/&amp;autoStart=false" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="450" height="330" src="http://s.wsj.net/media/swf/main.swf" bgcolor="#FFFFFF" name="main" flashvars="videoGUID=EA433B7B-E8D2-44CF-ABA0-93191F886BC8&amp;playerid=1000&amp;plyMediaEnabled=1&amp;configURL=http://wsj.vo.llnwd.net/o28/players/&amp;autoStart=false" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Train si presenta come un classico gioco del genere &#8220;race to the limit&#8221;, cioè una variante del gioco dell&#8217;Oca, nel quale vince chi per primo raggiunge un traguardo definito. Ogni giocatore ha a disposizione una rotaia e il vagone di un treno. Lo scopo? Caricare quante più pedine possibili all&#8217;interno del vagone e successivamente scaricarle al termine del viaggio, dove l&#8217;estrazione di una carta &#8220;Terminus&#8221; sancirà la destinazione finale del convoglio. Durante il viaggio non mancano gli imprevisti sotto forma di carte azione che i giocatori possono utilizzare per influenzare l&#8217;esito della gara, scambiando per esempio la posizione del treno con quella di un altro giocatore, costringendolo a scaricare tutti i suoi passeggeri e così via. Quello che colpisce in modo indelebile le persone che per la prima volta giocano a Train è la scritta che si trova sulla carta “Terminus” estratta dal vincitore. Ognuna di queste carte, infatti, reca il nome di un campo di concentramento nazista. Auschwitz, Mauthausen, Dachau sono parole che con forza conferiscono significato agli elementi di gioco. Quelle pedine gialle, dalla forma umana stilizzata, ora sono i deportati ebrei sulla via verso un campo di concentramento. La finestra sulla quale poggia la plancia di gioco, con uno dei vetri ritualmente rotto prima di cominciare la partita, richiama <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Notte_dei_cristalli">la notte dei cristalli</a>. Ma ancora di più la macchina da scrivere sulla quale si trovano le regole del gioco, un originale modello delle SS che la Brathwaite stessa ha acquistato, getta un’ombra sinistra sull’approccio stesso del giocatore, pronto a seguire ciecamente quelli che ora sembrano ordini perentori.</p>
<p>L’emergere di una situazione simile può forse fare pensare a un gioco tutto sommato ordinario che conta su quell’unico gesto finale per generare l’effetto scioccante. In realtà non è così. Come la stessa Brathwaite osserva, l’esperienza di Train non è meno forte se provata da chi già conosce l’esito del gioco. Il messaggio sta nelle meccaniche, anche negli stessi gesti che il giocatore deve eseguire per poter portare a termine la sua missione: le pedine entrano con difficoltà attraverso la stretta apertura del vagone, devono essere stipate con fatica, e altrettanto difficilmente possono essere tirate fuori. Ogni gesto nel gioco è pensato per avere un preciso significato, e conoscere l’epilogo del gioco non basta a rendere questo significato meno incisivo, tutt&#8217;altro.</p>
<p>Train è un’esperienza al contempo fisica e sociale. Il che porta immediatamente a pensare alle recenti evoluzioni del medium ludico, che attraverso le interfacce come Natal o WiiMote sembra conferire un’importanza sempre maggiore all’interazione di tutto il corpo e attraverso la connessione con i social network ne ripropone, potenziandole, le caratteristiche sociali. Secondo Brenda Brathwaite le interfacce gesturali sono molto importanti per offrire al giocatore un’esperienza completamente nuova, ma non sono fondamentali da parte di chi il gioco lo progetta. Il game designer ha dalla sua strumenti molto più sottili per creare esperienze anche più coinvolgenti. Per quanto riguarda i social network, invece, lì l’esperienza è più interessante. Facebook rimane una piattaforma ludica alla quale fare attenzione, molto più di Twitter, i cui esperimenti, fino ad oggi, non si sono rivelati così soddisfacenti.</p>
<p>La facilità con cui, attraverso i social network, è possibile diffondere un gioco e generare una discussione intorno ad esso aggiunge un tassello a un mosaico che rivela ogni giorno di più come i giochi, con la loro interattività e con i messaggi che nascondono dietro le meccaniche, possano diventare (e in qualche modo già siano) il medium più importante di questo millennio. O quantomeno una forma d’arte a tutti gli effetti, in grado di coinvolgere ed emozionare anche senza necessariamente divertire.</p>
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		<title>Giro, faccio cose, vedo gente</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 10:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Umberto Santucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[La famosa frase del film di Nanni Moretti sintetizza bene un'alternativa emergente rispetto alla fruizione passiva e caotico-puntuativa della tv broadcast, un mix di comportamenti mediatici completamente diversi, che dal modello grande fratello (orwelliano) va verso il modello villaggio globale/locale anticipato da Mc Luhan]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per fortuna emerge un comportamento mediatico diverso, se non addirittura opposto, rispetto a quello caotico-puntuativo che ho descritto in un <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/12/22/il-filtro-caotico-puntuativo-sulla-realta">precedente articolo</a>. Accanto o in antitesi con la tv che si accende in salotto o in cucina e si lascia lì continuando a fare le proprie faccende, c’è un mondo articolato e variopinto di altri media: tv satellitare e digitale terrestre, pay tv, business tv, streaming video local e web, tv <em>prosumer</em> di <a href="http://www.youtube.com">YouTube</a> e simili, i podcast, l’universo dei blog, wiki e social network, l’iPod e i telefoni Mms, i passaparola virali. Quali sono le modalità di comunicazione di questo mondo? Come si emettono i messaggi? Come si ricevono? Che cosa succederà quando queste modalità avranno preso il sopravvento sulla televisione così come la conosciamo ora?<span id="more-392"></span></p>
<p>Nel <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1984_(romanzo)">Grande Fratello</a> di Orwell c’è un solo emittente che parla a tutti da una sola rete, e impone lingua, opinioni, modo di pensare e di agire. Tutti devono uniformarsi, perché il Grande Fratello può spiare e controllare ogni persona. Per fortuna, con la liberalizzazione delle emittenti le cose non sono andate proprio così, anche se in Italia ci sono i due blocchi dominanti Rai/Mediaset con tutti gli altri dietro. La fusione fra tv, telefonia e informatica, prevista da Negroponte già <a href="http://www.anobii.com/books/0187ffaffaa05b9a64/">nei primi anni ’90</a>, è ormai avvenuta, creando un insieme di linguaggi e di media completamente diversi da quelli precedenti.</p>
<p>La tv induce a una fruizione piuttosto stupida perché agisce in modalità stupida: usa un solo canale per volta, è lineare, verticistica, rigida, un palco da cui gridare, non un ambiente a risorse illimitate in cui interagire. E se c’è una sola persona che parla senza ascoltarmi, io posso solo distrarmi, far finta di ascoltare ma pensare ai fatti miei, o cambiare canale dove c’è un altro che parla senza ascoltarmi. Per accontentare tutti, chi parla deve livellarsi verso il basso – aprire un pacco per vedere che cosa c’è dentro – e ripetere sempre le stesse cose, in modo che i distratti prima o poi ne colgano qualcuna.</p>
<p>La rete, un termine con cui vogliamo significare l’insieme mediatico di internet, web, telefonia multimediale, home, pay e cable tv, televisione e localizzazione satellitare, si serve di canali illimitati e tutti condivisi. In rete avvengono scambi di dati bidirezionali, senza orari, inizio, svolgimento e fine. È topologica e ipertestuale, non temporale e sequenziale. Tutto quello che sta al di fuori della rete si legge in sequenza ed è venduto in un pacchetto con inizio e fine, quello che funziona in rete è non confezionato, non lineare, senza inizio, senza fine, senza svolgimento. Ognuno si fa la sua sequenza personale, si impacchetta da sé il prodotto o il pezzetto di informazione che gli interessa al momento, lo fruisce in tempo reale o lo scarica e lo conserva, se lo tiene per sé o lo condivide con colleghi, amici, perfino con sconosciuti.</p>
<p>Don Tapscott, autore di <a href="http://www.anobii.com/books/01285dbd337087a36d/">Wikinomics</a>, dice che per i giovani la tv sta andando sempre più nello sfondo di fronte agli altri media, perché i giovani si orientano verso la scelta e la personalizzazione (<em>choice&amp;customization</em>), e si muovono in un ambiente unico e interattivo di <em>fun/working/learning/playing</em>, ossia divertimento, lavoro, studio, gioco, in cui amano prendere e dare, conoscere e farsi conoscere, sapere e far sapere. Le mie nipotine (11-13 anni) hanno il loro blog personale che condividono con le amiche e gli amici. Ciò significa che quello che per una ragazza era lo strumento più segreto e più intimo, che neanche la mamma poteva guardare, e cioè il proprio diario, ora diventa un blog praticamente pubblico, che si scosta dal diario segreto per diventare lo scambio di confidenze fra amichetti.</p>
<p>In uno sceneggiato tv una ragazza un po’ timida è corteggiata dal bello della scuola. Lei stenta a credere a questa sua fortuna, finché lui la bacia e durante il bacio tira fuori il telefonino e fa una foto. «Che fai?», dice lei. E lui: «Faccio una foto e te la mando, così finalmente ci credi». Per rendere veramente credibile la situazione non basta averla vissuta, va verificata e rivissuta come informazione Mms. Niente di male; anche il diario era (o è ancora?) un modo per rivivere un momento vissuto attraverso informazioni verbali, visive e simboliche.</p>
<p>La tv multimodale dunque non è più broadcast, ma conversazione. Non più rapporto unidirezionale fra un emittente e un ricevente che non si conoscono, ma rapporti pluridirezionali fra soggetti che si conoscono e si scelgono. Ora, se scelgo qualcuno o qualcosa, poi lo sto a sentire, anche perché devo rispondergli, interagire con esso. Ecco dunque un’alternativa molto significativa a quella fruizione della “vecchia” tv distratta e casuale, passiva e “ignorante” (nel senso che ascolto qua e là senza sapere chi parla, che cosa dice e perché). E per fortuna è un comportamento mediatico molto diffuso fra i giovani.</p>
<p>Sempre Tapscott dice che John Fitzgerald Kennedy fu il primo presidente della tv e che Barack Obama è il primo presidente del web. Che sia la vittoria dell’atteggiamento selettivo/personalizzato rispetto a quello caotico/puntuativo della baby boom generation? Che le elezioni dei tempi che verranno ci diano risultati migliori di quelli attuali? Da qualche anno frequento social network come <a href="http://www.linkedin.com">LinkedIn</a>, <a href="http://www.xing.com/">Neurona&gt;Xing</a> e ora <a href="http://www.facebook.com">Facebook</a>, che sta vampirizzando tutti gli altri, perché presenta insieme l’aspetto professionale e personale di qualcuno, i suoi orientamenti politici e ideologici, le sue preferenze culturali e ludiche, ed è l’immenso paese globale e locale in cui possiamo incontrare tutti e andare dovunque, ma frequentare le nostre piazzette e i nostri circoli preferiti. È probabile che in futuro Facebook diventi l’unico ambiente di navigazione, eliminando gestore di posta e browser? O ci saranno diversi strumenti ancor più specializzati, come vorrebbe Don Norman?</p>
<p>Quando da ragazzo vivevo a Lanciano, una cittadina abruzzese, nel tardo pomeriggio si usciva a spasso per il corso, e lì si incontravano conoscenti e amici, ragazze da corteggiare, persone con cui parlare della critica della ragion pura o fare un po’ di gossip. In tutti i centri abitati c’era una piazza, una strada, un portico in cui ci si incontrava, si andava al bar e si facevano due chiacchiere. Si potevano fare nuovi incontri, o rivedere vecchi amici che tornavano dopo tanto tempo. Con le grandi città, l’automobile e la televisione tutto questo è finito. Oggi per incontrarsi bisogna prendere appuntamento, e non sempre ciò è possibile con persone che si conoscono appena. Oppure bisogna frequentare ambienti dedicati a un hobby, uno sport, un interesse culturale o sociale, ma anche lì si incontrano solo persone che praticano quello stesso interesse, e si rischia una comunicazione autoreferenziale.</p>
<p>Un ambiente virtuale come Facebook (o anche Linkedin, con i relativi gruppi come <a href="http://www.linkedin.com/groups?gid=38486&amp;trk=anetsrch_name&amp;goback=.gdr_1233570840906_1">Professional People in Urbe</a> o <a href="http://www.linkedin.com/groups?gid=1526&amp;trk=anetsrch_name&amp;goback=.gdr_1233570840910_1">Milan-In</a>) ripropone un corso, una piazza, un bar di paese, o una libreria, un negozio, un circolo culturale, in cui ci si incontra, si fa amicizia, si scambiano opinioni, consigli di acquisto e di lettura, foto, video. In tal modo l’interazione mediatica è tutta diversa da quella della tv broadcast. Io posso guardare la Littizzetto in diretta a <em>Che tempo che fa </em>nell’orario previsto dal palinsesto, oppure posso andare sul <a href="http://www.chetempochefa.rai.it/">sito Rai.it</a> e guardare la clip in streaming, o scaricarmela con un tv-catcher, o ancora guardare il link che mi ha mandato la mia amica Patrizia. Sono modalità differenti, dove l’ultima non solo è la mia scelta di guardare la clip, ma è una mia conversazione con Patrizia, con cui posso commentare la clip. Ma anche tutti gli altri miei amici di Facebook possono partecipare, quindi quella diventa una nostra clip, che abbiamo tolto dal suo contesto broadcast e inserito in un contesto narrowcast personalizzato.</p>
<p>Per ora mi fermo qui. Ci sarebbe ancora tanto da dire. Ma come al solito ne parliamo in un prossimo incontro, nel bar virtuale di Apogeonline.</p>
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