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	<title>Apogeonline &#187; Marketing</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Quando ROI significa Realization Of Influence</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 10:18:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Brian Solis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Brian Solis]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[ROI]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media ROI]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Cosenza]]></category>
		<category><![CDATA[Vincos]]></category>
		<category><![CDATA[Web-Marketing]]></category>

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		<description><![CDATA[«Le opportunità che vi offrono i social media sono più grandi della tecnologia o delle mode» racconta Brian Solis a margine del libro di Vincenzo Cosenza, «più grandi del ROI. Riguardano uno slittamento fondamentale nel comportamento dei consumatori»]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una delle domande che viene posta più di frequente, parlando di social media, è: qual è il ROI? Sorprendentemente, questa domanda è espressa senza una reale comprensione del motivo per cui è necessario farla. Una risposta del tipo «non lo so» conduce quasi immediatamente alla semplice e fondata decisione di minimizzare gli investimenti in attività sui social media o addirittura di non investire su nessuno dei nuovi media. Al contrario una risposta del tipo «questo è il ROI che possiamo aspettarci dalle seguenti attività» trasforma in modo straordinario i dubbi o lo scetticismo in curiosità ed entusiasmo.</p>
<p>Effettivamente i nuovi media sono un cambiamento necessario sulla strada per migliorare le relazioni con il consumatore e la sua esperienza, sviluppare prodotti e servizi di migliore qualità e aumentare la quota di mercato. Ma ricordate, quello che voi sapete e quello che hanno bisogno di sapere i decisori aziendali sono due facce della stessa medaglia. Entrambe sono rilevanti per condurre al successo un’organizzazione, ma solo una tenterà di creare aggregazione attorno a una visione comune del futuro.<span id="more-7947"></span></p>
<p>In questo libro Vincenzo Cosenza vi aiuterà a dare una risposta a una delle domande che più ostacolano l’evoluzione del business verso uno scenario moderno: che cos’è il ROI?</p>
<p>La realtà è che non importa quanto creativa sia l’idea o brillante la strategia, è responsabilità dei decisori aziendali valutare le proposte in base al merito, alla delicatezza e all’impatto per l’organizzazione. Persone, tempo, capitale e tecnologia sono risorse finite. Si tratta di valutare costi e opportunità. Se l’organizzazione investe in nuovi media, inizialmente deve “creare” oppure ottenere in prestito nuove risorse e fondi. Per realizzare la vostra visione e dare vita al vostro piano è necessario legare tutto ciò agli obiettivi e alle priorità di business o comunque dimostrare in che modo la vostra strategia farà evolvere l’organizzazione.</p>
<p>Si tratta di numeri e valori fondamentali. Le vostre idee sapranno reggere il confronto con le metriche di business e i KPI esistenti? E sapranno allinearsi o migliorare i valori dell’organizzazione nella costruzione delle relazioni con i clienti? Le metriche di performance sono un tassello chiave per la misurazione dei progressi e per la comunicazione degli avanzamenti secondo il piano tracciato. Inoltre, costringono a riflettere sulle strategie all’inizio del processo, in modo che le iniziative si svolgano come previsto.</p>
<p>In molti modi, le metriche di performance sono un sottoinsieme del più ampio concetto di influenza, un obiettivo di business spesso sottovalutato o frainteso. L’influenza è la capacità di provocare effetti o cambiare i comportamenti. E così quando pensate al ROI, pensate al di là dei numeri. Diventate “architetti della rilevanza”, dove causa ed effetto diventano le basi per la costruzione del business del futuro. Sviluppate strategie in cui causa ed effetto siano i catalizzatori di performance che ispirano strategie intrise di significato, mentre le metriche e i KPI documentano le trasformazioni reali. Mi piace pensare al ROI in questo modo: come <em>Realization Of Influence</em>.</p>
<p>Quindi presentare e confezionare numeri grezzi richiede una riflessione profonda volta a dimostrare i progressi verso gli obiettivi di business e le priorità che possono includere:</p>
<ul>
<li> Brand lift/Awareness;</li>
<li> Brand Resonance;</li>
<li> Advocacy;</li>
<li> Sale/Referral;</li>
<li> Endorsement;</li>
<li> Sentiment/Perception Shift;</li>
<li> Thought Leadership;</li>
<li> Demand;</li>
<li> Trend;</li>
<li> Audience/Community;</li>
<li> Behavior;</li>
<li> Influence.</li>
</ul>
<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2012/01/1396_prefazione-1.jpg"><img class="alignnone" title="Social Media ROI" src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2012/01/1396_prefazione-1.jpg" alt="Social Media ROI" width="450" height="338" /></a></p>
<p>Ottenere l’approvazione e il sostengo è una specie di danza. Ma è un processo importante affinché il risultato finale non sia solo l’accettazione, ma anche l’allineamento dell’organizzazione.</p>
<ol>
<li> Iniziate con passione.</li>
<li> Verificate gli obiettivi di business e le priorità.</li>
<li> Indagate su chi sono i vostri consumatori, dove creano legami, cosa cercano, cosa condividono e osservate tendenze e aspettative.</li>
<li> Traducete queste informazioni in insight che possano essere traslati in azioni.</li>
<li> Documentate i casi di successo di competitor o altre organizzazioni le cui attività siano volte a raggiungere segmenti di consumatori simili ai vostri.</li>
<li> Sviluppate le idee. Siate creativi e pensate oltre gli obiettivi e le priorità&#8230; mission e vision centrano il punto? Riescono ad andare oltre l’ovvio?</li>
<li> Definite le aree della vostra influenza: cosa volete cambiare, quali effetti volete provocare?</li>
<li> Guardate ad altri aspetti e prestazioni della vostra azienda per imparare il modo in cui attualmente viene misurato il successo e come si sta cercando di migliorare strategie e modalità di misurazione per il futuro.</li>
<li> Documentate il modo in cui misurerete i progressi e come metterete in relazione le prestazioni agli obiettivi di business, le priorità e la visione globale.</li>
<li> Pensate al di là del marketing. In che modo le vostre idee e il ROI possono avere effetti sulle linee di business e le funzioni aziendali? Formate una squadra di stakeholder che vi aiuti a unire i puntini.</li>
</ol>
<p>Se seguirete questi passi, potrete far seguire la domanda sul ROI a un’altra domanda, del tipo «quanto in fretta potrò ricevere budget e risorse?».</p>
<p>Ricordate, le opportunità che vi offrono i social media e i media mobile sono più grandi della tecnologia o delle mode. Più grandi del ROI. Riguardano uno slittamento fondamentale nel comportamento dei consumatori. Oggi con il vostro lavoro iniziate un lungo e duraturo viaggio verso una trasformazione in cui il ROI, in definitiva, è la rilevanza e la pertinenza per il cliente all’interno del mercato. Senza di questo, l’organizzazione rischia di diventare una vittima del “darwinismo digitale”, un fenomeno già in corso in cui società e tecnologia si evolvono più velocemente della possibilità per l’organizzazione di adattarsi.</p>
<p>Nel momento in cui iniziate a costruire piani e ingranare, non smettete mai di cercare il ROI. Non solo vi permetterà di sopravvivere al darwinismo digitale ma, focalizzando l’attenzione sull’influenza, aiuterà ad avere effetto sul comportamento del consumatore e conquistare la posizione di leader.</p>
<p>Se il vostro management insiste nel vedere casi aziendali prima di considerare le vostre idee, vi consiglio di dare un’occhiata ai 101 esempi di ROI del social business preparati da Peter Kim, all’indirizzo <a title="101 Examples of Social Business ROI" href="http://bit.ly/101ROI" target="_blank">http://bit.ly/101ROI</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a title="Brian Solis" href="http://www.briansolis.com/" target="_blank">Brian Solis</a><br />
principal analyst di Altimeter Group<br />
autore di <em><a title="The End of Business as Usual" href="http://www.endofbusiness.com/" target="_blank">The End of Business as Usual</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Pubblicato originariamente come prefazione a <a title="Social Media ROI - Edizione ebook" href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850313969/scheda" target="_blank">Social Media ROI</a> di Vincenzo Cosenza, in libreria il 22 febbraio, ma già disponibile in edizione ebook.</em></p>
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		<title>Il potere delle community con le idee</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/12/30/il-potere-delle-community-con-le-idee</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 07:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampaolo Colletti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Dave Balter]]></category>
		<category><![CDATA[Don Tapscott]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Henry Jenkins]]></category>
		<category><![CDATA[Kevin Kelly]]></category>
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		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[New Paradigm]]></category>
		<category><![CDATA[Pauline Dalamèa]]></category>
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		<category><![CDATA[social network]]></category>
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		<category><![CDATA[Tokio Hotel]]></category>
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		<category><![CDATA[Universal Music]]></category>
		<category><![CDATA[Volkswagen]]></category>

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		<description><![CDATA[La community rappresenta una rivoluzione copernicana per il dialogo sul web tra aziende e clienti e s’inserisce prepotentemente anche nel business delle imprese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marie Argence e Pauline Dalamèa sono le giovani (e notissime) amministratrici di una community online che aggrega i fan del gruppo pop <a href="http://www.tokiohotel.com/it/">Tokio Hotel</a>. Nel 2006 le ragazze si proposero per gestire e moderare la community, ma alla Universal non vollero dar loro credito, ipotizzando di poter internalizzare la gestione di questa attività. In realtà la forza delle due ragazze americane era dettata proprio dal legame viscerale con il general manager dei Tokio Hotel, che passava loro informazioni in anteprima scavalcando l’ufficio stampa del gruppo. La Universal Music fu presa in contropiede nell’organizzazione di una community così complessa. Oggi Marie e Pauline – che nel frattempo si sono messe in proprio e hanno aperto una loro azienda, la Stern Music – gestiscono in rete decine di brand musicali con blog e forum.<span id="more-7743"></span></p>
<h5>Identikit delle community</h5>
<p>Come dimostra la storia di Marie e Pauline, la community rappresenta una rivoluzione copernicana, che parte da un nuovo dialogo sul web tra aziende e clienti, reali o prospect, ma s’inserisce prepotentemente anche nel business. Perché oggi più che mai una comunità in rete influenza le preferenze e condiziona le politiche. È difficile stabilire il numero esatto di community che oggi si annidano sul web, anche se ogni azienda potenzialmente potrebbe essere dotata di una propria community nascosta tra le pieghe della rete: magari non la conosce ancora, ma c’è! Ciò che si può invece calcolare è il crescente numero di agorà digitali dove si ritrovano: in questo specifico caso i social network, Facebook e Twitter in testa, hanno fornito a queste comunità un acceleratore strategico, e permesso un aumento esponenziale dei lavoratori della rete sempre più specializzati nella gestione di queste comunità.</p>
<p>Le community, a torto o a ragione, sono divenute in questi ultimi tempi l’aspetto del digitale più affascinante ma ancora sconosciuto ai più, potenziale alcova del business ma ancora forziere blindato per i canali di vendita. Le community – da quelle di prodotto o aziendali a quelle puramente valoriali – si sono moltiplicate affermandosi nel sottobosco dei social network. Anche per Don Tapscott, ceo di New Paradigm, «le imprese devono smettere di pensare a siti internet o intranet e costruire comunità». Con il moltiplicarsi delle community le aziende iniziano a comprendere come sia strategico intercettarle e quasi impossibile crearle ex novo assoggettandole al brand. Le community sono comunità online fatte da persone, consumatori, dipendenti, cittadini associati o membri di gruppi di interesse; persone che si autoaggregano, anche se poi l’organizzazione ha una notevole responsabilità nel favorire tali assembramenti digitali.</p>
<h5>Micro-community</h5>
<p>Nel 1959 una nota casa automobilistica tedesca stupì l’universo economico con una inserzione a caratteri cubitali sui principali quotidiani europei: <em>Pensa piccolo</em>, recitava il claim di lancio del Maggiolino Volkswagen. Impercettibili fenomeni generano macro-trend di portata globale, e “pensa piccolo” è un concept adattabile alle community sparse in rete. Non è più un problema di numeri, ma di intensità della relazione, lontano dalla cultura mass market: l’obiettivo fondamentale non si misura in termini di quantità, ma di qualità. Il pubblico è circoscritto, interessato, fuori delle consumate logiche generaliste delle micro-community, perfino con una indicazione di soglia. Ogni tribù di buoni clienti dovrebbe essere contenuta entro un numero di centocinquanta unità: in questo modo si riuscirebbe a soddisfare le singole esigenze, mostrando quell’attenzione che è indispensabile in una relazione di stampo industriale.</p>
<p>Il numero centocinquanta per <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kevin_Kelly">Kevin Kelly</a> diventa mille. In un articolo pubblicato sul sito <a href="http://technium.com">Technium.com</a>, Kelly ha descritto il mondo dei “mille veri fan”. Secondo Kelly, un vero fan è un membro che ha davvero a cuore il lavoro della community, sarà perciò disposto a fare sacrifici per acquistare nel negozio di fiducia e spingerà amici e parenti verso quel “credo”: «A un artista basta avere una tribù di mille veri fan; sono sufficienti, perché mille veri fan gli dedicheranno abbastanza attenzione, sostegno, affinché possa godere di un buon tenore di vita, contattare altri sostenitori e compiere un lavoro fantastico. Mille fan, mille autentici fan costituiscono una tribù». Ecco perché le micro-community, di contro e per paradosso, implicano delle macro-attenzioni da parte degli animatori: le macro-attenzioni hanno a che fare prepotentemente con quel cambio di paradigma tipico di una cultura mainstream e generalista verso un rapporto one-to-one. In questo la comunicazione diventa essenziale, nevralgica, la vera killer application del successo del business.</p>
<h5>Tutto si intercetta</h5>
<p>Lo ha scritto senza possibilità di equivoci Seth Godin: «La folla non è una tribù, la folla è una tribù senza un leader, è una tribù senza possibilità di comunicazione; la maggior parte delle organizzazioni dedica il proprio tempo a vendere a una folla, mentre le aziende più accorte riuniscono tribù». Prima regola chiave: nelle community nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si intercetta. Il postulato di Lavoisier è stato rivisitato e corretto per trattare la prima regola aurea di una buona community: quella dell&#8217;esistenza a prescindere da un brand (o dai tentativi “magici” di creazione in vitro). Questa regola è il mantra di ogni logica di community. D&#8217;altronde così ha dichiarato il padre delle social community Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook: «Non si crea una comunità. Le comunità esistono già, e fanno ciò che vogliono».  Secondo Henry Jenkins, MIT di Boston, le aziende in rete stanno perdendo il controllo e i consumatori remixano i contenuti digitali in modo più efficace e veloce dei media broadcaster.</p>
<p>Seconda regola chiave: dialoga e dai il feedback. Per chi opera a stretto contatto con le community diventa parte essenziale della propria attività la gestione del feedback. Tale aspetto può essere letto su due piani distinti: da un lato la risposta a un commento o a una domanda che parte dalla propria tribù, dall&#8217;altro il feedback verso il top-management dell&#8217;azienda, ovvero l&#8217;efficia dell&#8217;azione del community manager o specialist. Iniziamo dal primo fronte, quello della risposta, una delle note peculiari della comunicazione 2.0 rispetto alle vecchie modalità interpretative appartenere alla cultura “generalista”. D&#8217;altronde ascolto e servizio al cliente passano per l&#8217;ascolto ma anche per la risposta alle problematiche espresse. Tacere quando si è chiamati in causa non è mai positivo. E la risposta deve essere celere e al contempo ragionata, perchè i tempi della rete non consentono di tergiversare ma al tempo stesso è importante intervenire con precisione e correttezza. Quindi occorre rispondere ai post, ai messaggi, alle e-mail ricevute. Se il numero non lo consente occorre impostare una comunicazione di servizio o un messaggio automatico e “processare” le richieste più delicate nelle ore successive, facendo uno screening dei messaggi con una gradualità dal più complesso (codice rosso) al meno delicato (codice verde).</p>
<h5>Social e multicanale</h5>
<p>Un discorso a parte merita la gestione dei commenti sui social network, che – soprattutto nelle fanpage e nei gruppi su Facebook – implica una replica allargata e “plurale”: occorre presidiare il social network, rispondendo in modo personale, asciutto e diretto, con rispetto e determinazione. Nelle situazioni più complesse occorre allertare l&#8217;azienda (la struttura responsabile della comunicazione interna digital o l&#8217;ufficio stampa). Ai membri della community – i veri ambasciatori del brand – occorre dare stimoli e ringraziamenti, senza esagerare però: non deve mai sembrare che l&#8217;azienda voglia ingraziarsi la propria comunità. D&#8217;altronde il rispetto lo si misura sul campo.</p>
<p>E veniamo alla terza regola: moltiplica il valore della community in logica social e multicanale. Ovvero non far vivere la community in ambienti chiusi, ma moltipli l&#8217;efficiacia del confronto grazie ai social network sempre più performanti. La multicanalità implica anche un rapporto più stretto e sinergico con il sito istituzionale dell&#8217;azienda: per un&#8217;organizzazione o un gruppo di interesse che è predisposto nella sua missione verso il servizio al cliente la community può diventare una leva strategica. Le nuove tecnologie – sempre più malleabili e incisive anche rispetto a progetti più performanti – consentono oggi di offrire un servizio completo e quindi realizzare una user experience vincente. D&#8217;altronde per un&#8217;azienda l&#8217;esperienza del prodotto diventa brand solo in una logica di autentico servizio.</p>
<h5>Affetti speciali</h5>
<p>Uno degli esempi di multicanalità maggiormente vincenti nel mercato americano è offerto da Domino&#8217;s Pizza. Negli Stati Uniti questa azienda ha integrato la visione di un film on demand su Tivo con la possibilità di ordinare una pizza direttamente dal divano di casa propria. In questo senso la community si apre verso una diffusione del geotagging e verso la possibilità di integrare l&#8217;offerta con vere e proprie applicazioni pubblicitarie sugli smartphone. Questo ci porta alla regola fuori le regole: dagli “effetti speciali” agli “affetti speciali”. In parole semplici: non ricercare piattaforme ad elevate prestazioni ma distanti dalle capacità comprensive della community. Persegui invece un legame emozionale, puntando al cuore della comunità. Altrimenti rischi la «schizophrenia». L&#8217;ha dichiarato anche Dave Balter di <a href="http://www.bzzagent.com/">BzzAgent</a>: «Keep it simple».</p>
<p>Solo per il fatto che è possibile integrare qualsiasi funzionalità online, non è detto che questa complessità venga percepita come una buona ragione per partecipare alla vita della community. Nello stesso post  Balter così prosegue: «Offering the hodgepodge of polls-messageboards-blogpost-videoplaylist-statusfeeds-avatars can lead to brand – and avocate – schizophrenia». Come scrive Seth Godin, «Le tribù non hanno a che fare con le cose, ma riguardano i legami».</p>
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		<title>Collettività che danno nuovi nomi alle cose</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 07:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[iperlocalità]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>

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		<description><![CDATA[I territori devono imparare a presentarsi degnamente in rete. Dalle brochure ai social network, è in corso una colossale opera di traghettamento culturale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bene, sono almeno cinque anni che sappiamo che abitiamo nel social web. Non è che prima parlassero tra loro solo i computer, con lunghe stringhe di zero e uno, di argomenti che riguardano solo loro. Eravamo sempre noi umani lì a scrivere cose e a far girare informazioni opinioni e punti di vista e decisioni. Narrazioni, conversazioni, così chiamiamo oggi i flussi di informazioni non più “puntuali” e frammentati come lo erano dentro pagine web statiche, ma anzi veloci nel sapersi autonomamente propagare in Rete. Una volta le cose erano più lente, tutto qui. E si è anche capito che il web serve per parlare di tutto, compreso quello che mi sta vicino, i luoghi dove abito fisicamente. «Il territorio fa emergere narrazioni», sento dire, e mi viene in mente la nebbiolina che sale sopra i campi nelle mattine d’inverno.<span id="more-7652"></span></p>
<h5>Iperlocali</h5>
<p>Oppure vedo che molte web agency offrono tra i loro servizi professionali la progettazione e la realizzazione di campagne informative o videoproduzioni su tematiche iperlocali, avendo poi magari come committenti le stesse Agenzie del Turismo interessate (finalmente) a popolare i loro asettici siti web, pensati magari ancora come portali, con contenuti ben disegnati e tagliati sul turista-viaggiatore, oppure disposte a ascoltare e riproporre nella loro comunicazione quanto viene appreso dai feedback che le iniziative innescano sulla Rete. Stanno emergendo, diciamo così, dei microformat digitali di narrazioni territoriali. Pacchetti strutturati capaci di raccontare le peculiarità geografiche antropiche o emozionali di un territorio, al punto che già potrebbe essere possibile organizzarli secondo una stilistica. Tutti quelli che negli anni scorsi si sono concentrati nell’ideare le Vie del Vino o dell’Amore, oppure “Gli itinerari segreti della zona collinare”, o i percorsi di archeologia industriale ora devono rapidamente adeguare i materiali e lo stile della narrazione alle nuove esigenze mediatiche del social web.</p>
<p>Oggidì qualsiasi campagna mediatica di un evento territoriale pubblico o privato deve sapersi presentare degnamente in rete, avere un sito leggero e funzionale, deve saper attivare e mantenere luoghi di conversazione e reti sociali, promuoversi con stile per poter piacere (“like”) alle persone e trovare nuovi modi di far conoscere se stessa. Sul lungo termine, vediamo una colossale opera di traghettamento, come al solito, dove tutta la cultura a esempio dell’offerta turistica tipica di un territorio, stratificata in decenni di brochure e convegni del settore va ricodificata nelle nuove forme espressive, nel bottone “like” e nei flussi degli aggregatori, nei manufatti architettonici e nei totem elettronici con appiccicato sopra il QR code, negli audiovisivi che vanno reimpacchettati per poter essere fruiti in mobilità con i cellulari, e tutto questo nell’orizzontalità del passaparola (che però richiede la progettazione di contenuti dall’alta <em>spreadability</em>, ovvero resi disponibili in un formato tale che con facilità one-click possano essere ri-pubblicati e re-immessi nel flusso imperterrito della comunicazione online, nei propri lifestraming).</p>
<h5>Lo spirito del luogo</h5>
<p>Non si tratta mica solo di comunicazione istituzionale, calata dall’alto, progettata e realizzata con tanti soldi. Dicevamo del web 2.0, quello partecipativo, che con graziosi software Ajax e soprattutto tramite smartphone permette con facilità a tutti di pubblicare ogni tipo di documento multimediale, quel social web dove i commenti di tutti costruiscono le conversazioni: gli apporti spontanei fluiscono nel calderone della socialità digitale, lì trovando a loro volta viralità e diffusione nella pratica della condivisione. Come la panna che affiora dal latte, i motori di ricerca e gli aggregatori più o meno automatici per la curation dei contenuti faranno auspicabilmente emergere quelle narrazioni georeferenziate maggiormente adeguate a descrivere il contesto territoriale, a restituire lo spirito di quel Luogo e le esperienze che può offrire. Quell’adeguatezza al momento appare oscura e casuale, nessuno capisce ancora bene come funzioni questo progressivo mettersi in scena delle identità locali nelle rappresentazioni mediatiche, su base geografica locale o iperlocale. Quel che è certo è che sempre di più ci rendiamo conto di abitare linguaggi, non territori. Allora la conclusione è semplice: dobbiamo sperimentare molto, perché ci servono nuovi nomi da dare a cose sempre esistite, tanto quanto a cose mai viste prima da essere umano.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>La pubblicità diventerà un “trailer” dell’online?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/11/25/la-pubblicita-diventera-un-%e2%80%9ctrailer%e2%80%9d-dell%e2%80%99online</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/11/25/la-pubblicita-diventera-un-%e2%80%9ctrailer%e2%80%9d-dell%e2%80%99online#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 07:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[direct marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Heineken]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[The Entrance]]></category>
		<category><![CDATA[trailer]]></category>

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		<description><![CDATA[Cambiano i target e l’uso dei media. Anche la comunicazione evolve ed è sempre più “drive to web”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non voglio fare generalizzazioni, anche perché non se ne possono fare, ma solo un cieco non si è accorto che è in corso una profonda riflessione sul rapporto tra advertising classico e internet. Non si possono trarre conclusioni massimalistiche tipo «l&#8217;advertising è morto» dato che, tra l&#8217;altro, la maggioranza gli italiani <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2011/11/audiweb-27-milioni-di-italiani-online.html" target="_blank">non è ancora</a> su Internet e che le audience televisive, numeri alla mano, sono <a href="http://nielsen.mag-news.it/nl/l.jsp?Wd.3g.A.A.EI.A" target="_blank">in crescita</a>. Certo, in modi e con distribuzioni sulle reti ben diverse da quelle che erano ai tempi d&#8217;oro della pubblicitaria Milano da bere. Facciamo una riflessione, dal lato della comunicazione.<span id="more-7481"></span></p>
<h5>Marche e prodotti</h5>
<p>Buona parte della comunicazione pubblicitaria delle aziende racconta storie di prodotti oppure storie di marca. Poi ci sono altre storielle che si raccontano &#8211; ad esempio che un certo prodotto è in promozione. Ma lì è più semplice: vedo in tv o sul giornale che i prodotti della Acme sono in offerta al 50% di sconto, vado e compro, easy. Ora, sempre più, quando si lavora con le aziende e nelle agenzia, il mantra ricorrente è il &#8220;drive to web&#8221;. Il che significa fare della comunicazioni il cui compito primario sia di portare le gente ad approfondire il messaggio online. La cosa ha molto senso. I limiti di tempo spazio e costi imposti dalla pubblicità tradizionale pongono limitazioni altrettanto severe alle pubblicità e alle narrazioni che si possono fare.</p>
<p>Chi ha lavorato in pubblicità sicuramente ha più di un caso in testa, in cui i creativi hanno tirato fuori una bellissima storia, emotiva e coinvolgente, brand building e memorabile&#8230; ma che funzionava solo tagliata in un filmato di un minuto e mezzo, quando il limite televisivo è ormai invalicabilmente di 30 secondi, meglio 20. Idealmente 5. E quella storia, a trenta secondi sapeva di poco. Guardate l&#8217;esempio di Heineken “The Entrance”. <a href="http://youtu.be/gVMhvpwlqJ0" target="_blank">Confrontate il 30</a>” andato in TV con la <a href="http://youtu.be/TLgetLmlggA" target="_blank">versione integrale</a> andata su YouTube e che in tv non ci sarebbe mai potuta andare.</p>
<h5>Director&#8217;s cut</h5>
<p>L&#8217;arrivo di Internet (almeno quando è stato capito e metabolizzato) ha dato ai comunicatori la possibilità di avere un luogo dove mettere in onda la versione lunga, quella giusta, il <em>director&#8217;s cut</em>. Bastava solo trovare un modo di farlo sapere ai teleutenti. E di qui, il <em>drive to web</em>, il <em>drive to youtube</em>. E la tv come trailer della versione bella. Ma la comunicazione non è solo filmati emozionanti, è informazione, è engagement, è tante altre cose che nella <em><a href="http://dictionary.reverso.net/spanish-english/caja" target="_blank">caja tonta</a> </em>si trovano troppo strette. Mentre la <em>non scatola</em> ha uno spazio infinito per parlare, per discutere e dialogare, per fare informazione, fare servizio, permettere l&#8217;acquisto.</p>
<p>Quello che una volta era il mal digerito internet, quello che “e poi mettiamo nell&#8217;annuncio anche l&#8217;indirizzo del sito”, si è trasformato: l&#8217;online che era accessorio in molti casi si è trasformato nell&#8217;obiettivo, nella spiaggia su cui far sbarcare le truppe dei potenziali clienti. Sia esso un sito o minisito, un blog o un attività social. Di qui una rivoluzione copernicana: se per anni abbiamo fatto attività online che facevano letteralmente schifo, in quanto impossibili &#8220;adattamenti&#8221; al web di campagne televisive intraducibili, ora come minimo andiamo verso concetti <em>media neutral, media agnostic</em> o chiamateli come volete; concetti che partono da un idea, non da un mezzo, e che per essere approvati devono anzi dimostrare di essere capaci di funzionare su tutti i mezzi, in primis l&#8217;online.</p>
<h5>E se mi misurano?</h5>
<p>A complicare la faccenda, alza rabbiosamente la testa la vecchia bestia, l&#8217;arcinemico dei pubblicitari: la misurazione dei risultati. Con la notevole eccezione dei comunicatori del direct marketing, pronti persino a farsi pagare a <em>success fee </em>(mi paghi sulla base dei risultati concreti che ti porto), il pubblicitario puro si è per anni trincerato dietro il fatto che tali e tanti erano i fattori che influenzavano il successo del prodotto&#8230; che anche la pubblicità migliore del mondo ( di certo la sua) poteva floppare a causa di errori marchiani fatti dal cliente su altri fronti. Di qui una sorta di deresponsabilizzazione, visto anche che l&#8217;efficacia della pubblicità sulle vendite è sempre stata molto mal misurabile. E il parametro del successo erano i premi vinti, assegnati a creativi da altri creativi &#8211; e non il temutissimo Roi.</p>
<p>Ora, pur con tutte le distorsioni del caso, l&#8217;online è molto più misurabile (non parliamo di quello che porta all&#8217;ecommerce) e specialmente in tempi i di crisi, le aziende si sono fatte molto più schizzinose rispetto al tema di pagare sulla fiducia, senza poter misurare. C&#8217;è quindi chi sostiene che in un futuro tutto l&#8217;advertising non sarà che un trailer (magari molto bello ma un trailer) di un&#8217;attività online. Leggiamo <a href="http://blogs.hbr.org/cs/2011/11/the_new_role_of_television_adv.html" target="_blank">questo articolo</a> e riflettiamo, specialmente perché è scritto da una persona di peso all&#8217;interno di un&#8217;azienda pubblicitariamente di peso come Pepsi Cola. Che fa considerazioni di buon senso e intelligenza. Magari non applicabili all’universo dei consumatori. Ma a molti (e a quelli che contano) sì.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Quelli che fanno affari con Facebook e Twitter</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampaolo Colletti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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		<category><![CDATA[Università Bocconi]]></category>
		<category><![CDATA[Vodafone]]></category>

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		<description><![CDATA[Una ricerca della Bocconi traccia un quadro aggiornato rispetto all'uso dei social network in azienda. Alcuni casi di successo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Walled garden, giardino chiuso. Qualche anno fa gli analisti di nuovi media ci abituarono a questa terminologia riferita alle prime esperienze di internet sui dispositivi mobili. Il termine fu adottato, ad esempio, per il rilascio delle prime sperimentazioni in Italia del <em>Vodafone Live!</em>, piattaforma che dai cellulari Vodafone permetteva di accedere ai servizi a valore aggiunto. Ci si collegava alla Rete, ma non troppo, perché non si navigava se non in un numero chiuso di piattaforme predefinite. Dal giardino chiuso del passato (ma forse ancora attuale, per alcuni è tale anche l&#8217;iPad) agli ambienti <em>social</em> degli ultimi anni il passo è stato straordinariamente decisivo: un&#8217;era geologica, che sui social network scorre con un tempo molto rapido. I dati e gli entusiasmi sulla cultura digitale in rete fanno comprendere quanto i media sociali oggi siano strategici per aziende multinazionali, per le piccole e medie imprese, per organizzazioni o gruppi di interesse di ogni sorta e anche per i vecchi media editoriali ricovertiti in nuovi media grazie al digitale.<span id="more-7382"></span></p>
<h5>Social media e imprese</h5>
<p>Partiamo dall&#8217;<a href="http://contactsda.sdabocconi.it/it/mq/index.htm?utm_source=google&amp;utm_medium=link_sponsorizzati&amp;utm_content=MQ&amp;utm_campaign=programmi_2011">ultima ricerca</a> dell&#8217;Università Bocconi, elaborata dall&#8217;osservatorio business intelligence. I dati sono stati analizzati un paio di mesi fa e arrivano a coprire il mese di settembre 2011: non è banale considerare questo aspetto perché le istantanee in rete faticano a stare al passo coi tempi e diventano difficili da effettuare: troppo sfocate, se aggiornate al brevissimo termine, oppure troppo definite, ma datate e quindi non realistiche. Non è così per questa ricerca, che fotografa il ruolo dei media sociali per le imprese nostrane. All&#8217;inizio guardati con diffidenza e poco conosciuti, oggi i social network vengono considerati alleati preziosi anche per ingrossare il portfolio clienti: non servono più soltanto per attuare un dialogo coerente con la propria comunità di clienti, ma anche per vendere a nuovi potenziali compratori.</p>
<p>Così per il 76% delle oltre mille realtà intervistate, i social network sono ritenuti strategici per ricevere feedback e gestire le lamentele. C&#8217;è un rilevante 4% che si spinge oltre, affermando come sia disposto a cambiare strategia commerciale a seguito di commenti postati su Facebook. Dalla stessa ricerca emerge come il 39% delle aziende sia già posizionata online, mentre il 32% sia pronta a scendere nell&#8217;agone digitale investendo sui social network. C&#8217;è anche un 6% che ritiene inutile buttarsi sui media sociali e che Facebook, Twitter, LinkedIn non siano il modo giusto per interagire con la customer based. Ma è una percentuale minima, quasi irrisoria rispetto al 54% vede questi ambienti aperti e integrabili con le attività del customer care (call center in primis).</p>
<h5>Consapevolezza (molta) e visione (poca)</h5>
<p>Tra il dire e il fare c&#8217;è di mezzo una rete ancora poco conosciuta: quasi uno su cinque delle aziende intervistate (17%) non sa valutare l&#8217;efficacia di una campagna di viral marketing, il 24% delle imprese non sempre risponde ai commenti, il 43% non fa un accurato screening di ciò che si dice sui social network della propria azienda (il monitoraggio noto ai più come <em>buzz marketing</em>) e addirittura il 35% monitorizza i dati ancora manualmente. Due sono gli aspetti da evidenziare: la costante analfabetizzazione alle nuove tecnologie della classe dirigente, che non conosce gli strumenti da adottare per potenziare l&#8217;efficacia e in qualche modo per avere un buon ritorno d&#8217;investimento. E poi la mancanza di coraggio nell&#8217;ingaggiare figure specializzate (e anche iperspecializzate) che possano entrare in azienda, internalizzando le professionalità, o che possano collaborare con l&#8217;azienda in un&#8217;ottica di consulenza esterna.</p>
<p>Così afferma Andrea Albanese, ricercatore dell&#8217;Università Bocconi e autore del monitoraggio: «Nelle aziende italiane c&#8217;è una sottovalutazione delle attività di business intelligence con relativa reportistica online. Ciò significa che concretamente spesso il call center non sa dialogare con i clienti sul web. Inoltre l&#8217;impresa ha bisogno di rimodulare il proprio budget in questo settore: spesso mancano figure competenti su tecniche di web e social marketing e ci si affida ad agenzie tradizionali che annaspano su questi nuovi mercati». Ci troviamo di fronte all&#8217;annoso problema di mancanza di visione: si gestisce l&#8217;ordinario e mancano strategie a medio-lungo termine. «L&#8217;azienda, non avendo ancora una reale fiducia oltre che budget allocato, decide di ingaggiare risorse molto <em>junior</em>, specialisti della materia non ancora formati a tutto tondo per presidiare questi campi», precisa Albanese. Ecco, torniamo alle difficoltà di far comprendere alle imprese nostrane che un nativo digitale non è necessariamente una risorsa che possa presidiare con efficiacia lo spazio social dell&#8217;azienda.</p>
<h5>Cultura social</h5>
<p>Ciò che serve è un nuovo approccio social. Albanese è molto chiaro: «Non perché un cliente entra nella community dell&#8217;azienda o sulla fan page diventa necessariamente un amico. Attenzione: la logica amicale disorienta nel rapporto azienda/fornitore, che non deve essere sottovalutato». Rincara la dose anche un altro esperto, Andrea Boscaro, fondatore di <a href="http://www.key4biz.it/Mappamondo/2011/02/The_Vortex_Media_Digitali_Societa_Formazione_Nicola_Mauri_Andrea_Boscaro_Massimiliano_Sossella.html">The Vortex</a>: società di formazione al marketing digitale. «Innanzitutto credo che in Italia ci sia stato un fagocitamento da parte di Facebook sugli altri social network: è stato tale il suo boom che, ad esempio, ha offuscato il ruolo e il potenziale di Twitter e questo vale tanto per le persone che per le aziende. È importante comprendere come Twitter non sia un sostituto di Facebook, ma un suo possibile complemento: Twitter non è un <em>social network</em> ma un <em>information network</em>».</p>
<p>D&#8217;altronde, restando su Twitter, in Italia i venticinque brand più popolari per numero di followers (Dolce &amp; Gabbana, Ferrari, Gucci, Cavalli, Feltrinelli, Emergency) inviano meno di quattro tweet al giorno. E stiamo parlando delle eccellenze. Prima di aprire un account Twitter &#8211; l&#8217;ultimo passaggio che un&#8217;azienda dovrebbe effettuare &#8211; occorre mappare le possibilità di entrare in conversazione con una potenziale community e quindi con persone che già esistono sulla piattaforma di microblogging. «Prima c&#8217;è il monitoraggio di ciò che si dice di noi e anche su ciò che si dice sui temi affini: occorre fotografare la situzione per ingaggiare l&#8217;utente. Se crei un tuo account, devi avere un tuo palinsesto, un tuo piano editoriale. Quindi all&#8217;inizio l&#8217;attività è più reattiva che non attiva», conclude Boscaro. La differenza è sostanziale: Twitter genera flussi di comunicazione aperti tanto che, numeri alla mano, se 350.000 sono le persone in Italia che “cinguettano” con regolarità, a leggere i loro tweet ci sono oltre un milione e trecentomila navigatori.</p>
<h5>Successi in azienda</h5>
<p>Alcuni casi emblematici: uno che arriva dall&#8217;America e gli altri italianissimi. Oltreoceano uno degli esempi di multicanalità maggiormente vincenti nel mercato americano è offerto da <a href="http://www.dominos.com/">Domino&#8217;s Pizza</a>. In America questa azienda ha integrato la visione di un film on demand su <a href="http://www.tivo.com/">Tivo</a> con la possibilità di ordinare una pizza direttamente dal divano di casa propria. In questo senso la community si apre verso una diffusione del geotagging e verso la possibilità di integrare l&#8217;offerta con vere e proprie applicazioni pubblicitarie sugli smartphone. Dagli Stati Uniti all&#8217;Italia: <a href="http://www.tuaassicurazioni.it/">Tua Assicurazioni</a> è un bell&#8217;esempio di cultura social. «L&#8217;obiettivo è diventare la prima compagnia di assicurazioni &#8220;social&#8221; in Italia entro il 2012», così precisa Marco Paleari, responsabile marketing di Tua Assicurazioni, compagnia del gruppo Cattolica nata nel 2004 e che oggi conta su oltre 350 agenzie che gestiscono 200.000 clienti.</p>
<p>Da qualche settimana Tua Assicurazioni è presente con una pagina su Facebook e con specifiche linee guida trasferite alla rete delle agenzie ai fini di creare pagine locali. «Con la pagina istituzionale inviamo un voucher che consente – esclusivamente ai fan su Facebook &#8211; di usufruire di uno sconto su alcuni prodotti: nel concreto è possibile avere migliori polizze recandosi poi con quel voicher in una della nostre agenzie», afferma Paleari. <a href="http://www.alcatel-lucent.com/wps/portal?COUNTRY_CODE=US&amp;COOKIE_SET=false">Alcatel-Lucent</a>, la multinazionale nata nel 2006 a seguito della fusione di Alcatel e Lucent Technology e oggi operante in 130 Paesi con 78.000 dipendenti, è oggetto d’indagine dell&#8217;Università Bocconi e al tempo stesso finanziatrice dell&#8217;osservatorio. Secondo Paola Pernigotti di Alcatel-Lucent soprattutto per un player leader di mercato nell&#8217;ambito del contact-center è fondamentale attivare un confronto in Rete. «I quesiti della community sono già in Rete e possono essere posti twittando, chattando e collegandosi al blog. I colleghi del nostro customer care sono consapevoli di questo aspetto», precisa Pernigotti.</p>
<h5>Anche i vecchi media</h5>
<p>Ma non solo le aziende guardano con interesse ai social media per fare business, anche certa editoria ha imparato a reinventarsi sui media sociali, pur arrivando da un background tradizionale, come può essere quello di una televisione locale. La storia di successo riguarda <a href="http://www.romauno.tv/">Roma Uno</a>, emittente della capitale attiva dal dicembre 2003, con una programmazione autoprodotta del 91/92%  del palinsesto e un team di 32 risorse. «La multicanalità è una scelta obbligata, non soltanto coraggiosa. Occorre essere vicini al proprio pubblico in ogni canale di comunicazione». Così ha affermato Fabio Esposito, Amministratore Delegato di Roma Uno. L&#8217;applicativo i-Phone della tv locale è stato scaricato da 20.000 utenti. E c&#8217;è tutto: è possibile vedere i servizi, leggere i testi, fruire dello streaming video. L&#8217;idea è stata sviluppata dalla community di telespettatori: «Un nostro fedele telespettatore ci ha fatto un regalo: ha realizzato l&#8217;applicativo per i-phone e i-pad. Attualmente il dispositivo interagisce con tutte le componenti del web», precisa Esposito.</p>
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		<title>Analytics e la schiavitù del sito in real time</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 06:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Auditel]]></category>
		<category><![CDATA[E-commerce]]></category>
		<category><![CDATA[Eugene F. Krantz]]></category>
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		<category><![CDATA[Marketing]]></category>

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		<description><![CDATA[Google lancia le statistiche in diretta. Cambierà il modo in cui facciamo e gestiamo i siti?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E infine, inevitabile, è arrivata anche l’analisi delle performance dei siti in tempo reale. Google ha infatti <a href="http://analytics.blogspot.com/2011/09/whats-happening-on-your-site-right-now.html">annunciato</a> il lancio di Google Analytics in <em>real time</em>. Analisi in tempo reale erano già disponibili attraverso altri sistemi di analisi e monitoraggio aziendale, ma se si muove Google il riflettore si sposta e d’improvviso un nuovo concetto, un nuovo servizio assume una diversa rilevanza ed il fatto che si integrino i monitoraggi del traffico sul sito con metriche sociali lancia un messaggio che non può essere equivocato, sulla sempre più inestricabile connessione tra i due fronti (sito/social) quando si guarda al digitale come strumento di business, di branding, di relazione, di engagement.<span id="more-6796"></span></p>
<h5>Controllo Missione</h5>
<p>Da un certo punto di vista possiamo dire che si tratta di un altro punto sulla curva: una curva che descrive un marketing e un business sempre più frenetico. Se una volta i piani erano a lungo periodo, ora si guarda (complice la crisi) sempre più a breve periodo. Anzi, sembra quasi che qualcuno teorizzi la rinuncia a qualsiasi forma di pianificazione, per concentrarsi esclusivamente sul tempo reale. Vivi l’attimo, goditi il momento, monitora il risultato di questo secondo. C’è chi lo fa come forma avanzata di business, c’è chi lo fa perché è strutturalmente incapace di guardare al di là delle vendite della prossima settimana… e poi si vedrà. Il modello in fondo è quello della televisione: è da tempo che si ipotizza un mondo in cui i dati Auditel saranno rilasciati in tempo reale agli operatori, secondo per secondo.</p>
<p>A questo punto è ovvio cosa succede. La regia televisiva si trasforma fisicamente, assumendo l’aspetto del centro di controllo della Nasa durante i lanci lunari. Il Regista in gilè bianco, come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eugene_F._Kranz">Eugene F. Krantz</a> (ricordate <a href="http://youtu.be/W6y3dKNL8FI">Apollo 13</a>?) sovrintende al viaggio all’interno dell’audience. Freneticamente lavorano i tecnici televisivi che badano alla produzione, le solite cose, ma in più ora abbiamo i tecnici delle statistiche. Monitorando su una batteria di monitor il responso del pubblico. Houston, abbiamo un problema, stiamo perdendo lo 0.8% di share. E il regista, in diretta, ordina al soggettista una svolta nella trama. Un omicidio, una rissa in studio, e se proprio non funziona un bel bacio lesbico che fa polemica, audience e spara l’interazione su Twitter a mille.</p>
<h5>Tecnico e artista</h5>
<p>In maniera analoga, il rischio degli Analytics in Real Time è proprio quello di concentrarsi sull’attimo fuggente e perdere di vista la big picture. È chiaro che se facciamo e-commerce, ogni singolo secondo che il sito è fuori squadra rispetto alle aspettative del pubblico sono soldi veri che evaporano. E che la possibilità di una sperimentazione continua con risultati immediati è fantastica in termini di ottimizzazione &#8211; e quindi di vendite &#8211; con le conseguenti evoluzione in termini di job description e ruoli. Ve l&#8217;immaginate il real-time web-laqualunque-developer? Un superuomo/wonder woman capace di lavorare ancora più in fretta di quanto si faccia oggi, sviluppando pagine e banner senza pensare. Una via di mezzo tra il tecnico e l’artista, come quei musicisti che danno il meglio di sé quando improvvisano senza spartito, che ovviamente lavorerà 24/7, su tre turni, per non lasciare mai da solo il sito e la sua ottimizzazione. Non-stop.</p>
<p>Fantascienza? Possibile, specialmente se consideriamo quanta resistenza ci sia ancora in molte aziende anche verso le forme più basilari di marketing digitale, per non parlare dei social media o della misurazione e ottimizzazione. D’altra parte io continuo a immaginarmi un gap che si allarga progressivamente tra le aziende che pensano che fare il sito sia la fine del lavoro e quelle che pensano che il processo non finisca mai. Se per queste ultime la necessità è la madre delle invenzioni, per le prime la necessità è giocare in difesa e lasciare player più smart portarsi via il mercato. Fanta-mercatistica a parte, vedremo cosa sarà in grado di portarci Analytics in Real Time, che sarà disponibile a breve per tutti gratuitamente.</p>
<h5>Robin Hood</h5>
<p>Quello che invece gratuito non è per niente è <a href="http://analytics.blogspot.com/2011/09/introducing-google-analytics-premium.html">Google Analytics Premium</a>. Inevitabilmente Google sembra aver preso la strada di monetizzare il suo notevolissimo servizio, andando con un modello Robin Hood &#8211; prendendo soldi dai ricchi per dare il servizio ai poveri (così restano fedeli e portano anche loro revenue attraverso la pubblicità). Analytics Premium offre delle cosette interessanti: più potenza, più dati, più variabili customizzabili. Meccanismi e opzioni di analisi dei dati più avanzati, più servizio, più supporto. Insomma, tutta una serie di cose di cui la blogger di Voghera non sa che cosa farsene, ma che sono molto attraenti per l’azienda che gioca sul serio,  che sa che basta spostare una virgola per vedere significativi cambi nel traffico, nelle reveue, nelle vendite. Anche questo, tutto sommato me l’aspettavo. Quello che non mi aspettavo è il prezzo: a <a href="http://uncrunched.com/2011/10/02/google-analytics-premium-premiums-the-right-word/">quanto riportato</a> si parla di cifre attorno ai 150.000 dollari/anno per il servizio.</p>
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		<title>Social media e influenza, un po&#8217; di numeri italiani</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/06/23/social-media-e-influenza-un-po-di-numeri-italiani</link>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 06:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Barabino&Partners]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>

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		<description><![CDATA[Da una ricerca appena pubblicata arrivano indicazioni aggiornate e molto interessanti sul rapporto tra utenti dei social network e decisioni d'acquisto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di social media parliamo tutti tanto, tantissimo, anche a sproposito. Per chi deve prendere le decisioni in azienda, però, la domanda più scottante &#8211; sicuramente quella che mi rivolgono di più &#8211; è: quanto e come i social media impattano sul mio business? Posso usarli per investimenti misurabili a breve o lungo termine sui fatturati? Al di là di affermazioni affascinanti e un po’ ideologiche come «il <a href="http://fanappz.com/2011/03/roadmap-to-social-media-roi/">Roi dei social media</a> è che la tua azienda tra qualche anno sarà ancora viva» o domande tipo «ma qual è il <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2011/05/ma-quale-il-roi-di-tua-mamma.html" target="_blank">Roi di tua mamma</a>?», qualche informazione di più serve, anche per chiarire le idee a tutte quelle persone che non sono immerse quotidianamente come noi in questo mondo, ma ne decidono le sorti attraverso gli investimenti. In questo contesto, un po’ di numeri stanno uscendo, sopratutto numeri specifici per il mercato italiano (che gli Stati Uniti, si sa, sono un’altra cosa).<span id="more-5972"></span></p>
<h5>Utenti e consumatori</h5>
<p>Torno quindi sull’argomento e condivido alcuni highlights di una ricerca fresca fresca intitolata <em>Le decisioni di acquisto degli utenti Facebook</em> &#8211; prodotta da <a href="http://www.ispo.it/">Ispo</a> e commissionata da <a href="http://www.barabino.it/web/">Barabino&amp;Partners</a>, che gentilmente me l’ha messa a disposizione. La ricerca non è pubblica, almeno non ancora. Visto che è articolata, tento una sintesi dei dati più interessanti.</p>
<p><strong>1) Il 32% degli utenti Facebook consulta i social media prima dei propri acquisti. </strong>Che si tratti di acquisti online o in negozi tradizionali, a circa un terzo degli intervistati capita di cercare informazioni sui social media come Facebook, Twitter eccetera. Chiaro che si tratta di una minoranza degli italiani, pari a circa 6 milioni. Ma coi tempi che corrono, su 6 milioni di consumatori non si sputa di certo. E senza stare lì a fare tante discussioni sul fatto che siano target ad alto potenziale economico e via dicendo, ricordiamo per dare un ordine di grandezza, che il quotidiano più letto in Italia è la Gazzetta dello Sport, che fa “solo” 4 milioni abbondanti di lettori.</p>
<p><strong>2) Le categorie merceologiche su cui si cercano più informazioni sui social media sono: </strong>intrattenimento (musica, libri, cinema, dvd), viaggi e vacanze, tecnologia, abbigliamento e telefonia. Più staccati prodotti per bellezza, auto, moto, cibo e bevande. Non sorprende troppo che per le donne siano più i prodotti di abbigliamento e cura di sé a guidare la classifica, mentre gli uomini hanno una maggiore propensione verso la tecnologia. E i giovani (18-24) hanno una forte propensione verso l’intrattenimento, ma anche l’abbigliamento e la tecnologia. A questo punto è lecito domandarsi, però, se le persone sono pronte, disponibili a relazionarsi con le aziende sui social media, dato che esistono molte opinioni differenti sull’argomento.</p>
<p><strong>3) Il 55% degli utenti Facebook è entrato in una pagina aziendale. </strong>Circa 11 milioni di persone hanno interagito almeno una volta con una qualche pagina aziendale, come minimo hanno letto un contenuto, si sono esposti (se l’azienda ha fatto le cose per bene) a un messaggio di marketing, di marca, di prodotto. Quindi non possiamo proprio dire che esistano forme di rifiuto aprioristiche allargate nei confronti delle marche sui social media (la mia opinione è che ci siano rifiuti fortissimi verso le marche che si <em>muovono male</em>, piuttosto).</p>
<p><strong>4) L’11% degli utenti Facebook italiani ha partecipato a una discussione in una pagina aziendale. </strong>Significa oltre due milioni di persone, che non è un numero da buttare via, anzi. Per confronto, in una giornata a caso SkySport 24 ha avuto <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/06/01/Contenuti/Sky_spettatori_share_tv_satellitare_pay_tv_audience_satellite_203690.html">1.8 milioni di spettatori</a> unici.</p>
<p><strong>5) In ambito &#8220;social&#8221;, gli utenti Facebook si fidano maggiormente delle comunità sociali. </strong>Ma anche dei forum e, in misura minore, dei siti di domande come Yahoo! Answers, Quora eccetera. Mi sorprende un po’ che ci si fidi molto meno dei blog, così come gli utenti Facebook si fidano pochissimo di Twitter, ma c’è da capire se per esempio sia perché non lo conoscono bene. Solo un 20% di loro ritiene che nessun social media sia attendibile. E sempre un 20% (probabilmente diverso dal precedente) reputa molto o abbastanza influenti le opinioni dei propri contatti in materia di decisioni d’acquisto. Qui mi sembra evidente che riconferma ciò che ci si dice da tempo: avere un’opinione da qualcuno che si conosce pesa di più che vedere una comunicazione inevitabilmente di parte. E quindi mi sento riconfermato nel pensare che la maniera migliore di dire una cosa sul nostro prodotto sia farlo dire a qualcun altro.</p>
<h5>Progetti seri</h5>
<p>Emergono dunque significative indicazioni che riconfermano quello che già sospettavamo con forza: i social media hanno assunto un potenziale significativo nel processo di decisione e di scelta d’acquisto. Nella possibilità di dialogare e quindi orientare anche gli acquisti. Nel lavorare sulla reputazione, sull’immagine aziendale, sui valori percepiti di marca, sulla costruzione di empatia. Adesso resta solo, specialmente in Italia, la necessità di realizzare progetti seri, ben impostati e orientati (anche) alla misurabilità dei risultati. Se vogliamo dei numeri, dobbiamo darci da fare per sfruttare le opportunità del mercato, ma sopratutto fare in modo che l’approccio al progetto sia analitico e di business, e non semplicemente un volo emotivo, un buttare il cuore oltre l’ostacolo.</p>
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		<title>Walmart si porta a casa l&#8217;agenzia &#8220;social&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 06:30:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
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		<category><![CDATA[Walmart]]></category>
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		<category><![CDATA[Web-Marketing]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre da noi si giocherella con progettini di social networking poco impegnativi, il più grande retailer del mondo acquisisce un’unità specializzata e prova a recuperare il terreno perduto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Walmart">Walmart</a> è il gigante della distribuzione commerciale statunitense, la più grande catena del mondo con 8.500 punti vendita e due milioni di dipendenti. Una catena che molti amano odiare e criticare aspramente per le sue pratiche: per provocare la morte dei negozietti locali là dove arriva col suo tocco da medusa, per il modo di trattare in modo dittatoriale i dipendenti, per presunte discriminazioni. L’elenco è lungo. Ma, visto il successo di vendite e di crescita, evidentemente c’è anche molta gente che ci va a comprare, qualcuno perché non ha altra scelta nel raggio di chissà quanti chilometri, qualcuno perché se ne strafrega. Insomma, una gloriosa macchina da guerra per far ruotare i prodotti negli Stati Uniti e non solo.<strong> </strong>Ora è interessante (o forse inquietante?) scoprire che il gigante del retail si è comprato <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Kosmix">Kosmix</a>, agenzia specialista nell’analisi in tempo reale dei social media e del mobile, per integrarla in una nuova entità, dal sinistro nome di Walmart Labs.<span id="more-5631"></span></p>
<h5>La strategia</h5>
<p>La logica dietro questo acquisto, molto probabilmente, sta nel fatto che se Walmart domina lo spazio fisico (420 miliardi di dollari l’anno di revenue), nello spazio digitale è un po’ una briciola rispetto ad Amazon, che dovrebbe vendere on line dieci volte tanto Walmart. Per qualche opinionista questa è la prova della superiorità dei <em>pure player</em> sui <em>retailer </em>tradizionali, la superiorità dell’online sull’offline, eccetera eccetera. Per Walmart, probabilmente è solo la prova che Amazon ha fatto meglio e che loro devono recuperare il tempo perso. Facendo le cose come si deve e come funzionano. Visto che i soldi non gli mancano, quelli di Walmart sembrano aver deciso di aggiungere un’altra potente arma strategica al loro arsenale per la conquista del mondo (del retail). Ma qual&#8217;è la versione ufficiale? Che cosa ne dice Walmart?</p>
<blockquote><p>«We are expanding our capabilities in today’s rapidly growing social commerce environment», said Eduardo Castro-Wright, Walmart’s vice chairman. «Social networking and mobile applications are increasingly becoming a part of our customers’ day-to-day lives globally, influencing how they think about shopping, both online and in retail stores. We are excited to have the Kosmix team join us to accelerate the development of our social and mobile commerce offerings».</p></blockquote>
<p>Cioè i social media e il mobile stanno diventando una parte fondamentale di come le persone decidono di spendere i loro soldi. Presidiarli strategicamente, quindi, significa essere meglio in grado di intercettarli, quei soldi spesi. D’altra parte ha senso: se un americano su due entra da Walmart, fanno 150 milioni di clienti a spanne. Il che significa, statisticamente, un volume molto corposo di commenti, interazioni, conversazioni sui Social, che val la pena di ascoltare, interpretare, sfruttare. Certo, non è che ci si possa aspettare più di tanto dai social media, ma se per ipotesi Walmart riuscisse a incrementare il suo business anche solo dello zerovirgolapoco per cento, farebbero sempre 400, 500 milioni di dollari all’anno, che mi sembra molto di più di quanto possano spendere per l’acquisizione e la gestione del loro laboratorio.</p>
<h5>Succederà mai in Italia?</h5>
<p>Da noi invece, si fanno i giochini e la fan page. Si conta il numero di quanti amici abbiamo, come se lì ci fosse il valore per il business (ma d’altra parte il problema delle metriche è ancora del tutto irrisolto). Si strizzano per i cosiddetti le agenzie e i fornitori per fargli fare progettini tendenzialmente del cavolo, pagandoli due lire e schiacciando verso il basso creatività, intelligenza, coraggio. Walmart, invece, le agenzie <em>se le compra</em>. Come sempre, possiamo solo sperare che aziende di quel calibro e di quella determinazione non sbarchino in Italia, perché altrimenti ci spazzano via tutti in un attimo e ci colonizzano sul serio. È anche vero che ci sono tanti mercati più seri del nostro dove vendere i prodotti e spazzar via la concorrenza. In fondo la differenza tra noi e nazioni più serie è che da loro, quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Da noi, quando il gioco si fa duro, si inizia a cercare un colpevole e a lamentarsi, a sopratutto a dare la priorità al risparmio. Non importa cosa si ha in cambio.</p>
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		<title>Facebook studia la pubblicità in tempo reale</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 07:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Google AdSense]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[profilazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Sapere che cosa desideriamo in ogni dato momento e proporcelo. Ci prova Facebook. Terminator non sarà un killer, ma un agente commerciale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono almeno dieci anni che se ne parla. E continuiamo periodicamente a parlarne, come uno dei grandi sogni del web &#8211; in realtà (forse per fortuna?) non mantenuti. Parliamo della profilazione degli utenti, a cui ho già più volte <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2009/10/adv-btb-un-esempio-di-profilazione_27.html">accennato</a>, ovvero quell’approccio filosofico-markettaro che prevede di studiarci, anzi di capirci. Per poi rifilarci le pubblicità e/o i messaggi di marketing che si ritengono più adeguati per noi.<span id="more-5300"></span></p>
<p>Lo possiamo vedere male, come un’invasione della privacy, un peggioramento della nostra relazione con la pubblicità. Lo possiamo vedere bene, rassegnandoci al fatto che la pubblicità su internet resterà (almeno fino a quando lo avremo gratis e non dovremo pagare per accedere ad ogni singolo sito), perché questa è la linfa economica vitale che permette ai siti di restare in piedi e pagare gli stipendi di chi li realizza, chi ci lavora eccetera. Rassegnati a questa ineluttabilità, possiamo fare buon viso al fatto che &#8211; almeno in teoria &#8211; dovrebbe essere meglio essere esposti a messaggi pubblicitari che c’entrino qualcosa con noi piuttosto che a proposte di prodotti o servizi che non useremo mai, che detestiamo, che sono lontanissimi dal nostro stile di vita.</p>
<h5>Adesso ci prova Facebook</h5>
<p>Su scala macroscopica quella della pubblicità profilata è una promessa, come dicevamo, abbastanza poco mantenuta. A livello micro qualche esempio interessante c’è, proveniente dai soliti noti. Da Amazon, che ti suggerisce sul sito o nelle mail quali prodotti comprare. Da Google, che non perde tempo &#8211; una volta identificata una parola chiave interessante in una tua mail (e in chissà quali altre interazioni) per iniziare a focalizzare messaggi attinenti (e nella mia esperienza ci becca abbastanza). Mancava ovviamente il grande terzo incomodo, il solito Facebook, che sta alacremente (così <a href="http://adage.com/article/digital/facebook-test-mines-real-time-conversations-ad-targeting/149531/">si dice</a>) testando un nuovo meccanismo: gli annunci pubblicitari in tempo reale. Sottoposto a test (inconsapevole) su un 1 % della popolazione degli utenti, il sistema cambia il meccanismo di target attualmente adoperato dal social network.</p>
<p>È basato su un’analisi dei post, degli status, dei like: fa uno sforzo per capire chi siamo o come siamo, che cosa ci potrebbe piacere, che cosa potremmo comprare, soprattutto che cosa potremmo cliccare e come potremmo far diventare ancora un po’ più florido il business di Facebook. Lo scopo è lavorare in real-time, senza darci il tempo di raffreddare gli interessi e le propensioni all’acquisto. Un genietto a molla, nella sua scatoletta, sempre in ascolto, pronto a scattare fuori nel momento stesso in cui ci viene voglia di pizza, per proporci sconti, occasioni, tranci e pizzerie. Magari accuratamente geolocalizzati in base al nostro esistere del momento.</p>
<h5>Marketing scientifico</h5>
<p>Da un certo punto di vista è servizio, è customer service. Dall’altro forse è un pedinarci passo a passo per non perdere l’occasione di <em>markettarci</em>, cercando di risolvere con uno scientifico cecchinaggio quelle capacità di conversione che la pubblicità di massa fa sempre più fatica a mantenere su target evoluti e mantenendo aperto un canale di comunicazione per ora poco intrusivo, come i bannerini, ma con straordinarie potenzialità di diventare più intrusivo e quindi convincente (in termini di vendite concluse).</p>
<p>Di esperimenti del genere si era parlato anche rispetto al <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2007/10/il-computer-ascolta-le-telefonate-per.html">telefonino</a> &#8211; con una vocetta pronta ad intervenire nelle conversazioni (offerte gratuitamente) con amici e parenti, ogni qualvolta identificava un’opportunità di vendita dall’analisi dei nostri discorsi. Un’analisi, questo è il punto focale, e non un semplice riconoscimento delle keyword. Un analisi per capirci e leggerci nella mente, in fondo. Per assicurarci che mai più un atto di acquisto sfugga o sia lasciato orfano di un appropriato orientamento commerciale. Giocato sul filo dei secondi. In un mondo dove il marketing sta diventando una cosa troppo veloce per lasciarlo fare agli umani, lasciandolo quindi gestire ai computer. Sbagliavano gli autori di Terminator. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Skynet">Skynet</a> non ucciderà gli uomini. Li pubblicizzerà a morte.</p>
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		<title>Vince chi conserva la passione per i contenuti</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 07:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Dardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[L'editoria digitale è un ecosistema che abbina tecnologie nuove a eredità tradizionali. Gli spunti emersi a Bologna, durante la tappa italiana della conferenza O'Reilly dedicata al mondo editoriale in cambiamento]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La tappa italiana del <a href="http://www.toccon.com/">TOC</a>, la conferenza di <a href="http://oreilly.com/">O’Reilly</a> sui Tools of Change for Publishing, chiude questa primavera ricca di spunti per l’editoria elettronica, anticipando la <a href="http://www.bookfair.bolognafiere.it/">Fiera del libro per ragazzi</a> che si apre oggi a Bologna. Se l’evoluzione verso il digitale non è una fase, ma una trasformazione inarrestabile non è possibile prescindere dalla comprensione e dall’immersione in quello potrebbe essere definito un <em>ecosistema digitale</em>. Un ambiente familiare a chi abita la rete, fatto di prodotti immateriali, consumatori che si aiutano reciprocamente, collaborazione e modelli di business ancora in discussione. L’esperienza di questo ambiente e le sue implicazioni sui diversi ambiti del mercato editoriale è il filo rosso che lega i contributi dei tanti relatori internazionali di questa giornata.<span id="more-5284"></span></p>
<h5>Come cambia il processo d&#8217;acquisto</h5>
<p>Il primo discorso, quello di Kate Wilson di <a href="http://twitter.com/NosyCrowApps">Nosy Crow</a>, indica la strada. La crescente importanza dell’e-commerce tra le modalità di acquisto (in Gran Bretagna su quattro libri uno è acquistato online) e la diffusione di prodotti digitali evidenzia che gli editori devono prestare maggiore attenzione alle nuove modalità di vendita dei libri, dal punto di vista del <em>social publishing</em>. Abbracciare l’ecosistema digitale in quest’ambito significa non fermarsi al momento in cui la transazione è stata eseguita e il prodotto venduto, ma interrogarsi su quali fattori hanno influenzato la decisione di acquisto, qual è stato il ruolo dei consigli che i lettori si sono scambiati sulle reti sociali online, che cosa succede al libro dopo che è stato venduto.</p>
<p>Il digitale amplifica il potere di scelta dei consumatori. Questo è più complesso nel mercato del libro per ragazzi in cui esistono due ruoli diversi: i bambini che leggono i libri e i genitori che li acquistano. Ascoltare di più quello che i ragazzi hanno da dire sulle proprie letture è fondamentale per passare da un modello <em>push</em> a uno <em>pull</em>, che incoraggi, valorizzi ed educhi al piacere di leggere in un’ottica <em>consumer-centric</em>, come hanno evidenziato, tra gli altri, Anna Belle Abraham di <a href="http://www.touchybooks.com/en/">Touchy Books</a> e Kevin O&#8217;Connor di <a href="http://www.barnesandnoble.com/">Barnes and Noble</a>. In questo quadro il prezzo è un elemento su cui sperimentare. L’editoria si avvicina al paradigma dei media e utilizza trailer, campioni omaggio e altri contenuti gratuiti per fornire un assaggio dell’esperienza del prodotto, aumentando la possibilità di creare audience fidelizzate e educando all’acquisto online non solo i ragazzi, quella che è stata definita la “generazione Angry Birds”, quanto i genitori.</p>
<h5>Come cambia il prodotto</h5>
<p>Sempre più digitali sono anche i prodotti editoriali. Debora Forte di <a href="http://www2.scholastic.com/browse/index.jsp">Scholastic Media</a> è chiara: il libro cartaceo è un oggetto perfetto, che i bambini amano manipolare. Per essere competitivi occorre proporre un’alternativa di maggior valore. Entrano allora in gioco i contenuti multimediali, l’interattività e tutte le possibilità offerte dalle applicazioni. Applicazioni e libri si mescolano e, nel difficile tentativo di tracciare una labile linea di confine, Joe Schick (<a href="http://www.btol.com/">Baker and Taylor</a>) formula la frase che diventa il mantra della giornata<em> «if a book is a product, an app is a service»</em>. Anche in questo caso il modello viene dalla rete: a differenza del libro un’applicazione è un oggetto in costante evoluzione, la sua pubblicazione su uno <em>store</em> è solo l’inizio di un ciclo di vita che deve essere alimentato. Ma un messaggio molto forte attraversa la maggior parte degli interventi, risolvendo l’ambiguità tra applicazione e libro: <em>«content is still the king»</em>. La tecnologia, con i suoi limiti e le sue potenzialità, assume il ruolo di fattore abilitante, ma non detta le regole del gioco. Lo conferma la testimonianza di un artista, David Maybury, che mette in evidenza la necessità di riflettere sulle ragioni profonde del cambiamento che stiamo attraversando, in questa fase in cui tutti parlano del medium piuttosto che del contenuto.</p>
<p>Qualità è la parola d’ordine per quanto riguarda i prodotti, valore da prediligere al di sopra della quantità, come insegna Neal Hoskins di <a href="http://www.wingedchariot.com/">Winged Chariot</a> che descrive la sua azienda come l’artigiano italiano che produce pochi ma magnifici prodotti. Applicazioni semplici, intuitive, creative. La missione: rendere la fruizione semplice e immediata, «a prova di nonna» per citare Lisa van den Herik di <a href="http://www.piccolopicturebooks.com/">Piccolo Picture Books</a>.Sistemi operativi e dispositivi, devono essere necessariamente tenuti presenti nella pianificazione della produzione, ma la forza delle storie che vengono narrate ciò che conta. La tecnologia deve diventare quasi trasparente, la distribuzione avvenire su quante più piattaforme possibili, preferendo soluzioni open source, come sostiene Josh Koppel (<a href="http://www.scrollmotion.com/">Scroll Motion</a>). Ragionamento analogo deve guidare la distribuzione: «pensate in maniera globale», esorta gli editori <a href="http://twitter.com/#%21/brianoleary">Brian O’Leary</a>, fate in modo che i vostri contenuti siano disponibili ovunque, abbattete le barriere all’ingresso, muovetevi rapidamente e preparatevi a vendere i vostri prodotti in modo frammentato, <em>in </em><em>chunks</em>.</p>
<h5>Come cambia la produzione</h5>
<p>Interattività è una parola chiave che non riguarda solamente l’oggetto libro e le sue possibilità multimediali. Deb Gaffin (<a href="http://twitter.com/NosyCrowApps">Nosy Crow</a>) evidenzia come l’interattività implichi anche il coinvolgimento dei reparti che lavorano sui contenuti e delle figure professionali più orientate agli aspetti tecnici. Significa dialogo e sinergia tra creativi a tutti i livelli e anche gli autori dovrebbero essere stimolati e coinvolti, piuttosto che spaventati in questo nuovo modo di progettare la narrazione. Infine, interazione implica ascolto e coinvolgimento del pubblico che utilizzerà i prodotti. Gli attori in gioco non cambiano: lettori, autori, librai, editori. Si trasforma però la forma delle loro relazioni che, grazie alla rete, si fluidificano. Abbandonare il modello di comunicazione unidirezionale, in cui la lettura è un’attività meramente passiva, aumenta la complessità delle conversazioni in corso, ma fornisce nuove interessanti possibilità.</p>
<p>Immersi nell’ecosistema digitale i prodotti rischiano di non raggiungere il loro pubblico di riferimento. Come avviene online, assume un ruolo importante il tema della <em>discoverability</em>, della necessità di rendere visibili i contenuti, semplificando il modo in cui gli utenti possono avervi accesso. L’importanza della comunicazione aumenta, ma si trasforma perché non può prescindere dall’ambiente in cui il prodotto si colloca. Gli strumenti tipici del marketing tradizionale in questo caso servono a poco perché le audience con cui si sta cercando di stabilire un rapporto sono completamente diverse da quelle a cui si è abituati, questo il messaggio di <a href="http://www.activrightbrain.com/">Dean Johnson</a> (Brandwidth). Inutile sprecare investimenti in pubblicità tradizionale, occorre focalizzare l’attenzione sugli strumenti di comunicazione che la rete offre e che utilizzano gli stessi lettori, parlare con i blogger, scegliere i social media per aprire un dialogo con i consumatori, offrire assistenza e servizi domandandosi costantemente quali piattaforme rispondono meglio all’esigenza di entrare in relazione con la propria audience, così si chiude la giornata attraverso il contributo di Laura Donnini (Mondadori).</p>
<p>Un invito che deve fare i conti con la consapevolezza che le comunità online appartengono a chi le abita quotidianamente ed è perciò necessario entrarvi in punta di piedi, con grande rispetto, cercando sempre di portare valore. Due esempi da seguire in questo senso? Le esperienze di <a href="http://www.bookfutures.blogspot.com/">Chris Meade</a> di if:book e la community di scrittura collaborativa di Jacob Lewis, <a href="http://figment.com/">Figment</a>, perché solo tenendo ben presenti le proprie origini e la passione per i contenuti e la loro condivisione l’editoria può confrontarsi con l’ecosistema digitale e guardare avanti.</p>
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