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	<title>Apogeonline &#187; Mark Zuckerberg</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>E per un giorno Salman Rushdie perse il nome</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 09:12:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[La gestione della nostra identità su Facebook è un tema spesso dibattuto: l’arbitrarietà con cui vengono gestiti i problemi causa spesso frustrazione, ma il più delle volte il singolo utente può far poco. Un famoso scrittore inverte il tiro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Davanti ai social network siamo però tutti uguali (o quasi): e così l’ultima vittima delle politiche di Facebook finisce per diventare nientemeno che il famoso scrittore Ahmed Rushdie. Non lo avete mai sentito nominare? Molto probabile. Quasi sicuramente lo conoscete con il suo secondo nome, Salman. Nelle ultime 24 ore però anche lui ha avuto una spiacevole esperienza con la gestione della sua identità su Facebook, proprio a causa del suo nome.<span id="more-7331"></span></p>
<h5>Ahmed</h5>
<p>Certo, nella vita Rushdie ha a che fare con ben altre persecuzioni: dal 1988, anno in cui ha scritto <a href="http://www.anobii.com/books/I_versi_satanici/9788804391470/01e8b6f796e11966ab/">I versi satanici</a>, la sua vita è cambiata definitivamente con la fatwa, la condanna morte dell’ayatollah Khomeini, che lo ha costretto a vivere in Inghilterra sotto protezione. Questo non gli ha però impedito di continuare la sua vita da scrittore e intellettuale. E di impegnarsi con foga quando pensa che una cosa sia sbagliata. Sì, anche quando si tratta del suo nome su Facebook. Nel tardo pomeriggio di ieri Rushdie racconta <a href="http://twitter.com/salmanrushdie">sul suo account Twitter</a> che due giorni prima Facebook ha cancellato il suo account personale perché non credeva si trattasse di lui. Rushdie aveva inviato una foto con passaporto come prova. Per tutta risposta, Facebook riattiva l’account ma col nome “Ahmed Rushdie”, il primo nome dello scrittore, da lui mai usato.</p>
<p>A quel punto Rushdie fa una cosa che molti geek farebbero: va su Twitter. E dal suo account (verificato!) prima racconta, poi cerca di indirizzare la protesta direttamente a Mark Zuckerberg, inoltrando la domanda a quello che crede essere il profilo del fondatore di Facebook. Purtroppo, nessuno degli account segnalati appartiene effettivamente a Zuckerberg e Rushdie, frustrato, inizia a prendersi gioco della politica sui nomi iniziando a chiedere a Facebook (ma in realtà ai suoi follower) che cosa succederebbe se altre personalità che usano il loro secondo nome venissero costretti a usare il primo: riconoscereste James McCartney come uno dei Beatles? E gli attori Thomas Connery e William Pitt non sono conosciuti con il loro secondo nome, rispettivamente Sean e Brad?</p>
<h5>Chi decide</h5>
<p>A quel punto il passo verso il meme &#8211; con hashtag <a href="https://twitter.com/%23!/search?q=%23MiddleNameUsers" target="_blank">#MiddleNameUsers</a> &#8211; è breve e gli esempi si moltiplicano. Un’ora dopo circa, Rushdie annuncia che il problema è risolto con tante scuse &#8211; ufficiali &#8211; di Facebook. Mashable, che pubblica la sequenza dei tweet, sottolinea come questo episodio <a href="http://mashable.com/2011/11/14/salman-rushdie-facebook/%2334511The-hero-overcomes-his-nemesis" target="_blank">renda esplicita una delle oscure politiche di Facebook</a> sulla gestione dell’identità: se mostri il tuo documento d’identità sarai comunque obbligato a usare il tuo nome, anche se non lo usi. Nel suo <a href="http://www.facebook.com/rushdie?sk=wall" target="_blank">profilo Facebook di Rushdie</a>: chiude la vicenda annunciando «Victory!» e pubblicando un link a <a href="http://www.nytimes.com/2011/11/15/technology/hiding-or-using-your-name-online-and-who-decides.html?pagewanted=all?src=tp&amp;smid=fb-share" target="_blank">un articolo del New York Times</a>, dedicato ovviamente all’episodio, dall’eloquente titolo «Chi decide chi sei online?».</p>
<p>Nell’articolo si confrontano le politiche di Google con quelle di Twitter e Facebook: nonostante una posizione molto ferma in merito, Google+ darà la possibilità di usare nomi diversi da quello proprio in alcuni casi. Twitter, invece, non ha regole così restrittive, consentendo persino l’uso esplicito di account falsi. Facebook, infine, resta uno dei contesti più problematici data l’assenza di regole chiare ed esplicite. Forse, contrariamente a una frase latina, il nostro destino non è nel nome. Ma saranno i social network a deciderlo?</p>
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		<title>Dati personali, il petrolio dell&#8217;economia digitale</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/12/dati-personali-il-petrolio-delleconomia-digitale</link>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 06:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Jacona</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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		<description><![CDATA[Benzina per il web sociale, ricchezza per chi ci mette le mani sopra. Tra privacy e publicy, il dibattito sulle posture sociali dei cittadini digitali non è mai stato così movimentato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vogliono le nostre identità, sapere cosa pensiamo, sogniamo, desideriamo. Chi sono i nostri amici, quali i nemici, e che genere di relazioni ci legano a loro. Hanno bisogno di seguire ogni nostro movimento, documentarlo, catalogarlo e analizzarlo. Come nello splendido <em>The Matrix</em>, dove software senzienti sottomettono e sfruttano esseri umani trasformati in batterie viventi, così i giganti della rete (quelli con la G maiuscola, per intenderci) ci intrappolano con ogni genere di servizio “gratuito” e si nutrono dello “storytelling” delle nostre vite. O meglio, della sua puntuale rappresentazione digitale in forma di dati personali, mietuti e raccolti come fossero messi con strumenti sempre nuovi e imprevedibili.<span id="more-6888"></span></p>
<h5>Prezzo da pagare</h5>
<p>Un incubo? Non necessariamente. Forse è il prezzo da pagare per vivere nella società dell’informazione e forse viviamo davvero nell’era di quella che Stowe Boyd ha definito <a href="http://www.stoweboyd.com/post/797752290/the-decade-of-publicy">Publicy</a>, dove contrariamente al passato tutto è pubblico di default e semmai bisogna decidere cosa debba essere privato. Del resto Mark Zuckerberg, giovane fondatore di Facebook, lo va dicendo ormai da anni che «il costume è cambiato e oggi le persone che si connettono online per interagire tra loro preferiscono condividere piuttosto che nascondere». Peccato che il ragazzo pontifichi sull’argomento mentre siede comodamente su un colossale conflitto di interessi.</p>
<p>La verità, infatti, è che meno viene nascosto, protetto, “lucchettato” in rete e più c’è da analizzare, indicizzare, associare a pubblicità mirate, profilare, rivendere a terzi. Le applicazioni sono infinite e molto remunerative. E sempre di più sono gli strumenti per raccogliere questa preziosa materia prima. Prendiamo l’ultima creatura di Amazon, il Kindle Fire: come fa notare Marshal Sponder, data analyst autore del blog <a href="http://www.webmetricsguru.com/">WebMetricsGuru</a> e ora del bel libro <em>Social Media Analytics</em>, «grazie al Silk Browser Amazon avrà accesso a una quantità di dati che non ha paragoni nel mercato». Ciò dipende dal fatto che, per funzionare, il browser del Kindle Fire si appoggia sul cloud computing dell’azienda americana di fatto filtrando (seppur in maniera anonima) ogni movimento online dei suoi utenti. Dove vanno, per quanto tempo, quante volte e così via. «La privacy di questi tempi è un concetto che sta lentamente svanendo», aggiunge Sponder. E ha ragione.</p>
<h5>Motore</h5>
<p>Per alcuni è una straordinaria opportunità di inventare nuovi servizi, di studiare soluzioni a problemi complessi, di creare valore. Per altri è l’alba di una nuova schiavitù:  «L’enorme massa di dati personali che ogni giorno gli utenti riversano in Rete è il nuovo petrolio, il motore della nuova economia». A parlare è <a href="http://andrewkeen.typepad.com/">Andrew Keen</a>, imprenditore e scrittore noto per le sue posizioni fortemente critiche (per usare un eufemismo) nei confronti della rete. E che aggiunge: «Ogni singola startup o azienda affermata in questa new economy, da LinkedIn a Facebook, da Foursquare a Twitter, dipende direttamente da noi, e dai dati che decidiamo volontariamente di condividere. Dati su intorno a cui si costruiscono servizi, ma che vengono anche e soprattutto venduti agli advertiser».</p>
<p>Secondo Keen, insomma, siamo in un nuovo «Wild West tecnologico», dove la nostra privacy &#8211; e con essa le nostre vite – è in vendita al miglior offerente. Per questo è necessario che la massa crescente di utenti della Rete acquisisca consapevolezza rispetto al valore dei propri dati, ne recuperi il controllo con l’aiuto dei «governi, che devono farsi avanti e iniziare a regolare il business, a imporre dei limiti». Un compito non semplice &#8211; specie considerando che le persone condividono i propri dati personali volontariamente &#8211; e per il quale lo scrittore anglo-americano propone una sua personale (e controversa) soluzione: «La tecnologia dovrà aiutarci a dimenticare». sostiene, «dandoci modo di rendere alcuni dati deperibili, perché ricordare tutto è disumano. In questo mondo di visibilità e trasparenza radicale, la risorsa che scarseggia è la privacy. Per questo abbiamo bisogno di regole e di servizi, anche commerciali, che consentano di difenderla».</p>
<h5>Aggregazioni</h5>
<p>Euro Beinat, italiano, è ingegnere elettronico e professore presso l’Università di Salisburgo. Beinat si occupa di <em>Internet of things</em> e di <em>Collective Sensing</em>.  In parole semplici, si occupa di «studiare e comprendere come l’enorme quantità di tracce digitali che ci lasciamo alle spalle in rete possano essere aggregate in maniera anonima, analizzate e strutturate per ricostruire, comprendere e infine prevedere le dinamiche di vasti sistemi complessi». Sistemi come intere città, tanto per capirci. Un uso virtuoso dei dati personali focalizzato sul «misurare quante persone sono in un luogo e come si muovono. Simili rilevazioni», spiega infatti Beinat, «consentono ad esempio di garantire la sicurezza della gente prevedendone i movimenti durante grandi assembramenti e organizzando di conseguenza assistenza, servizi, vie d’acceso e di fuga». Lo stesso tipo di rilevazione ha interessanti applicazioni in ambito business, come ad esempio quando si deve stimare il ritorno d’investimento nel turismo: «Se noi aggreghiamo informazioni pubbliche e anonime, tipo il numero di persone che vanno a Roma e i luoghi che frequentano, seguendo quali percorsi in una dato lasso di tempo, allora abbiamo criteri di giudizio completamente diversi per definire il valore degli investimenti fatti, e tutto senza bisogno di violare la privacy del singolo».</p>
<p>Meno ottimistica a riguardo è invece la visione di <a href="http://johansvh.blogspot.com/">Johan Staël von Holstein</a>. Secondo l’imprenditore e internet guru svedese, l&#8217;enorme valutazione economica di Facebook è la prova provata di quale reale valore abbiano i dati personali degli utenti in rete per le aziende. Il problema, spiega,  è «che il business punta a sfruttare questi dati in modi che a noi non portano nessun beneficio, ad esempio bombardandoci con advertising che non vogliamo ricevere, generando sempre più information overload». Non possiamo fidarci di queste aziende, ammonisce von Holstein, «così come non ti puoi fidare ciecamente di tua moglie, del tuo migliore amico e a volte persino di te stesso. Ecco perché ognuno di noi nasconde e deve nascondere dei segreti, a volte persino a se stesso. Ed ecco infine perché, conclude, abbiamo bisogno di poter controllare le informazioni che ci riguardano ed uscire da questa nuova “schiavitù digitale” della quale siamo preda».</p>
<h5>Ecosistemi</h5>
<p>Qualcuno in realtà ci ha già pensato. Come racconta <a href="http://www.freegorifero.com/">Fabio Sergio</a>, design and user experience strategist per Frog, già da un anno e mezzo il World Economic Forum sta lavorando ad un programma chiamato <em>Rethinking Personal Data</em>, il cui obiettivo è proprio capire come sia possibile raccogliere, aggregare e mettere a frutto i dati personali delle persone senza violarne la privacy e anzi dando a governi, aziende e ai cittadini stessi  l&#8217;opportunità di creare valore. «Oggi la vera sfida», sostiene Sergio, «è creare ecosistemi aperti basati su regole di condotta (o «trust networks», come li definisce il WEF) cui le aziende devono aderire per garantire il trattamento dei dati personali nel rispetto delle necessità degli utenti».</p>
<p>Insomma, il compito che ci si para di fronte è imponente: è necessario creare oggi il terreno fertile dove coltivare domani la nuova economia costruita intorno ai dati, anche perché «nei prossimi anni», spiega ancora Sergio, «vedremo un’esplosione di servizi e device come gli smartphone. Strumenti che, grazie ad appositi sensori, produrranno e immetteranno in Rete ancora più informazioni che ci riguardano, dalla semplice geolocalizzazione ai dati biometrici con cui tenere sotto controllo la salute dei soggetti a rischio».  Quello che vediamo emergere oggi e un mondo dove ogni cosa si appresta a essere connessa, dove oggetti “stupidi” messi in relazione attraverso un network producono dati che consentono di prendere decisioni intelligenti.</p>
<h5>Automaticamente</h5>
<p>Dobbiamo quindi essere pronti a gestire la nostra identità in un ambiente dove, come profetizzato da Tim O’Reilly già nel 2008, «la maggior parte dei dati che ci riguardano non sarà inserita in Rete attraverso una tastiera». Un mondo iperconnesso nel quale una parte importante della nostra storia personale sarà raccontata online e quasi automaticamente, attraverso device che ci seguono ovunque. E ovunque, la scommessa del futuro sarà rinunciare alla privacy riuscendo a controllare saldamente la propria publicy.</p>
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		<title>L&#8217;invenzione dell&#8217;invenzione della rete</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Feb 2011 07:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La rete internet è figlia della visione che abbiamo del mondo e di come ci relazioniamo con la nostra quotidianità. Ma visioni e comportamenti che ci sembrano in noi da sempre hanno in realtà una data di nascita]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa sarebbe stata la rete Internet senza una delle tante invenzioni che tra  la fine del diciannovesimo secolo e l&#8217;inizio del ventesimo hanno rivoluzionato il modo quotidiano di relazionarci con il mondo che ci circonda? Un periodo che ha rappresentato uno straordinario momento di cambiamento che ha determinato una visone dell&#8217;esistenza senza la quale  la rete sarebbe stata molto diversa. E forse peggiore.<span id="more-4799"></span></p>
<h5>Off the shelf</h5>
<p>Memphis nel Tennessee è una città da mezzo milione di abitanti, situata nel Sud Est degli Stati Uniti, che può vantare luoghi celebri. Il più conosciuto è residenza di <a title="graceland" href="http://www.elvis.com/graceland/" target="_blank">Graceland</a>, al 3764 di Elvis Presley Boulevard, dove il bacino (inteso come anca) più celebre rock abitò i suoi ultimi giorni e vi è tuttora sepolto. L&#8217;altro luogo memorabile ha il nome, meno altisonante, di Piggy Wiggly. Il 6 settembre del 1917, al 79 di Jefferson Street, venne inaugurato il primo supermercato della storia, su iniziativa di Clarence Saunders. Venne chiamato <a title="piggy" href="http://en.wikipedia.org/wiki/File:Piggly-wiggly.jpg" target="_blank">Piggy Wiggly</a>. Gli abitanti della città poterono provare un&#8217;esperienza di shopping del tutto nuova. Fino a quel momento in qualunque negozio della nazione ogni acquisto era mediato da un commesso, a volte lo stesso titolare dell&#8217;esercizio, che serviva, consigliava, influenzava, impacchettava e consegnava la merce. In molti casi i clienti facevano recapitare la lista della spesa, lasciando che il commesso si occupasse della scelta tra le poche opzioni. L&#8217;idea di Saunders è semplice e rivoluzionaria. Perché non lasciar scegliere direttamente al cliente il prodotto, la marca e la quantità? Al commesso non resterà che incartare e incassare. Questo sistema permette di servire molti più clienti, di offrire una maggiore scelta e di utilizzare personale meno competente (e dunque meno caro).</p>
<p>Per le aziende che forniscono i prodotti le cose si complicano: non si tratta più di blandire un certo numero di commercianti con incentivi, regali e sconti ma si tratta di sedurre migliaia di clienti il cui comportamento è spesso oscuro e istintivo. I  produttori  comprendono ben presto il valore del posizionamento delle loro merci sugli scaffali, l&#8217;appeal del design e del packaging, il “vestito” diventa cruciale. I designer vengono arruolati come  elemento cruciale di ogni agenzia di comunicazione. Piggy Wiggly rivoluzionerà anche la comunicazione di prodotto. La pubblicità diventa l&#8217;anima del commercio, il fulcro intorno a cui ruota la vita e la fortuna di ogni prodotto da scaffale. È <a title="joyce" href="http://it.wikipedia.org/wiki/James_Joyce" target="_blank">James Joyce</a> nell&#8217;Ulisse, composto nello stesso periodo della nascita della catena Piggy Wiggly, a dare una descrizione di come si progetta la pubblicità in un&#8217;epoca pre-supermercato. Il protagonista Leopold Bloom, agente pubblicitario, si affida al tipografo del giornale per creare, un annuncio per un cliente.</p>
<blockquote><p>Mi scusi, consigliere, disse. Quest&#8217;inserzione, vede. Keyes, si ricorda? (…) Il proto avvicinò la matita al foglio. Un attimo, disse Mr Bloom. Lo vuol cambiare. Keyes, vede. Ci vuole due chiavi in cima. (…) Così, disse Mr Bloom, incrociando gli indici in cima al ritaglio. Prima facciamogli capite questo. Mr Bloom, alzando lo sguardo di sbieco dalla croce che aveva fatta, vide il viso giallastro del proto, mi pare che abbia un po ditterizia, e laggiù i rotoli obbedienti che alimentavano vaste tele cartacee. Sferraglia, sferraglia. Chilometri di carta srotolata. E poi dove va a finire? Oh, a incartare carne, pacchi: vari usi, mille e una cosa. Infilando abilmente le parole nelle pause dello sferragliamento disegnò svelto sul legno tagliuzzato.<br />
DITTA KEY(E)S<br />
Così, guardi. Due chiavi incrociate qui. Un cerchio. Poi qui il nome Alexander Keyes, tè, vino, alcoolici. Eccetera. Meglio non insegnargli il mestiere. Lei lo sa da sé, consigliere, quello che vuole. Poi intorno sopra in neretto: la casa delle chiavi. Vede? Non le sembra una buona idea?</p></blockquote>
<p>La &#8220;progettazione&#8221; avviene direttamente sul tavolo del compositore. Nessun designer, nessuno stratega, solo un po&#8217; di buon senso. In futuro la comunicazione di prodotto diventerà sempre di più una scienza, legata agli studi della sociologia, del comportamento umano, della politica e della psicologia. La necessità di “capire” i meccanismi dello shopping, la creazione della domanda, la cattura dell&#8217;attenzione, il valore del brand fanno un salto in avanti epocale.<br />
Con il supermercato il cliente assapora la (relativa) libertà di scegliere in completa autonomia, senza mediazioni, esercita il diritto di confrontare e apprende il valore di tenersi informati sulle qualità dei prodotti e si gode il fascino di rimanerne sedotti. Sarà  <a title="ebay" href="http://www.djmick.co.uk/images/2010/08/ebay-infograph.jpg" target="_blank">eBay</a>, dal 1995, a portare a livello planetario il modello di totale libertà di trattare le merci, trasformandoci in tanti piccoli Piggy Wiggly.</p>
<h5>Music of my heart</h5>
<p>Quando si pensa al bottino tecnologico che gli Alleati raccolsero alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il pensiero corre subito all&#8217;ingegnere missilistico Werner Von Braun. Le sue scoperte aprirono la strada che nel 1969 condusse il primo uomo sulla <a title="luna" href="http://www.nasa.gov/mission_pages/apollo/index.html" target="_blank">Luna</a>. Ma la Germania nazista aveva in serbo per i conquistatori molte altre ricchezze. Lo sapeva bene John Mullin, che aveva fatto a tempo a vedere come la tecnologia da lui ritrovata nella Germania occupata avesse contribuito a costruire un business miliardario e onnipresente. La musica è sempre stata una passione condivisa da gran parte del genere umano. Nel passato la si poteva ascoltare assistendo a concerti e se non se ne poteva fare a meno l&#8217;unica opzione era quella di imparare a suonare. La diffusione del grammofono nella prima parte del Novecento aveva reso la musica relativamente portatile, purché lo strumento dalle puntine delicate fosse posizionato in luoghi stabili.</p>
<p>Verso la fine della guerra John Mullin, in servizio presso l&#8217;U.S. Signal Corp fu incaricato di scoprire tutto ciò che i tedeschi avevano sviluppato nel campo della radiofonia. Poco prima di tornare a casa ebbe la fortuna di entrare negli studi di una radio nei pressi di Bad Nauheim dove si imbatté in un paio di magnetofoni e alcuni metri di nastro magnetico. Probabilmente Mullin intuì subito le potenzialità di quel modo semplice e resistente di riprodurre la musica. Il nastro magnetico diventa rapidamente una valida alternativa al grammofono. Grazie alle registrazioni su nastro magnetico gli appassionati impareranno che la musica non solo si può ascoltare a casa o in una sala da concerti, ma le note preferite possono risuonare dappertutto.</p>
<p>In auto non si sarà è più schiavi del palinsesto delle radio (le prime autoradio furono installate a partire dagli anni &#8217;30 da un gruppo di inventori che in seguitò chiamò la propria società Motorola). L&#8217;idea si espande e la musica preferita ci accompagna dappertutto, anche mentre si fa jogging (il <a title="walkman" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Walkman">Walkman</a> di Sony viene commercializzato a partire dal 1979). Ma il nastro magnetico introduce un&#8217;altra, grande rivoluzione: il suono si può registrare con strumenti che via via diventano sempre più alla portata di chiunque. È con la diffusione del nastro magnetico e delle cassette, da metà degli anni Sessanta, che copiare e ridistribuire musica cominciano a diventare le due attività che nell&#8217;era della rete saranno uno dei business più ricchi e controversi.</p>
<h5>Everyday is casual friday</h5>
<p>È molto probabile che il diciottenne Loeb Strauss avesse in mente per sé un futuro radioso il giorno che lasciò la Baviera con la madre e due sorelle, per raggiungere la terra delle promesse. Raggiunta New York e poi stabilitosi a San Francisco il signor Strauss, che nel frattempo aveva cambiato il nome in Levi, organizza un&#8217;attività commerciale. Tra i suoi prodotti, i pantaloni. Quando Jacob Davis gli propone di associarsi per brevettare l&#8217;idea di rinforzare i pantaloni da lavoro con rivetti metallici, Levi Strauss ne intuisce le potenzialità. Cominciò a produrre pantaloni da lavoro nel resistente tessuto denim. Fu un enorme successo.</p>
<p>Il mito western fece il resto. I cowboy diventarono protagonisti e ambasciatori della cultura della frontiera americana: il jeans diventa la divisa di una società dinamica, intraprendente, informale e abituata, dalle circostanze, a condividere e a convivere. Il jeans è il capo di abbigliamento che contraddistingue i giovani manager che creano il  mito della Silicon Valley. Da quella generazione e dai loro uffici, il casual friday si espande su tutta la settimana e i rapporti professionali si rilassano. Il casual di <a title="apple" href="http://www.apple.com/" target="_blank">Steve Jobs</a>, <a title="brin" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sergey_Brin">Sergey Brin</a>, <a title="facebook" href="http://www.facebook.com/?sk=messages#!/pages/Mark-Zuckerberg/68310606562">Mark Zuckerberg</a> sono il modello di un nuovo modo di pensare e di lavorare.  Un atteggiamento rilassato che ha influenzato lo stile e il linguaggio della rete (non a caso uno dei più straordinari successi è ispirato all&#8217;annuario dei college). C&#8217;è da chiedersi cosa sarebbe stata la rete se fosse nata in società azzimate, come la sussiegosa corte spagnola o la formale cultura giapponese.</p>
<h5>Piccoli cambiamenti</h5>
<p>Il consumo autonomo e (relativamente) consapevole, la possibilità di portarsi dietro un&#8217;estetica personale e un atteggiamento rilassato verso i rapporti sociali, con una minore importanza alle gerarchie sono tre fondamenti della vita sulla rete. Senza alcune esperienze del passato che ci hanno insegnato a esercitarli nel quotidiano probabilmente la rete come la conosciamo sarebbe stata molto diversa. Forse è il caso di ricordarlo.</p>
<p>La storia ci mostra come, a volte piccoli cambiamenti possano determinare conseguenze inaspettate e anche molto lontane nel tempo e nel senso. La storia ci insegna anche che il nostro tempo è figlio di un flusso ininterrotto di cambiamenti. A volte repentini, spesso improvvisi, quasi sempre imprevedibili. Viviamo in un mondo di farfalle il cui battito può provocare  uragani dall&#8217;altra parte del mondo talmente silenziosi che raramente riusciamo ad avvertirli. Tanto che dopo il loro passaggio, il mondo trasformato ci sembra essere stato sempre così come gli uragani l&#8217;hanno lasciato.</p>
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		<title>Storie che ci aiutano ad addomesticare la rete</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/31/storie-che-ci-aiutano-ad-addomesticare-la-rete</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 06:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Emily Dawrant]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Mark Zuckerberg]]></category>
		<category><![CDATA[Pierre Lévy]]></category>
		<category><![CDATA[Università di Urbino]]></category>

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		<description><![CDATA[Una ragazza inglese fa arrivare riviste in lingua al cugino bloccato in un ospedale italiano. Una mamma chiede il permesso di riprendere i figli altrui in spiaggia e premette di non caricare le foto su internet. È il web che cala, un po' per volta, nella nostra quotidianità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le storie della rete che sorprendono di più sono quelle più prossime a te. Quelle che emergono dalle routine della tua vita quotidiana, che sono legate alle tue micro attività, ai luoghi che frequenti, alle persone che conosci. Quelle che ti saltano addosso spontaneamente mentre lavori in ufficio, quando ti rilassi al mare o quando sei a cena con gli amici. Quelle che raccontano di come la rete sia diventata un luogo comune, qualcosa che viene dato per scontato, un universo di riferimento per gli altri che diventa tema di conversazione al bar, durante una cena, sull’autobus… come le partite di calcio il lunedì mattina. Se una volta l’adagio era «l’ha detto la televisione» oggi assomiglia di più a «l’ho letto su Facebook». La Rete offre spunti di notiziabilità per le micro conversazioni quotidiane e, al di là dei tecnicismi, comincia a farsi cultura condivisa a partire dal racconto delle esperienze che entra nella nostra giornata.<span id="more-3504"></span></p>
<h5>In ospedale</h5>
<p>Sono ad esempio quelle storie che ti mostrano le potenzialità che la Rete e i suoi linguaggi hanno. Potenzialità che sono tutte lì, pronte ad esprimersi quando meno te le aspetti. Potenzialità tutte già presenti perché previste dalle possibilità tecniche e dalle forme culturali che le circondano. Leggi talvolta in giro – nei trafiletti di giornali che riportano interviste ad alcuni guru del Web, nei saggi divulgativi, nei siti “sapienti”, figli di quella cultura un po’ erede delle utopie panottimiste alla Pierre Lévy – che la rete esprime solidarietà, mette in moto le intelligenze, trova risorse collettive per tradurre quei pensieri che riversiamo nei blog, nei siti di social network in azioni concrete. Eppure è con stupore che guardando gli ultimi post della <a href="http://www.facebook.com/uniurbit?v=wall&amp;story_fbid=153135564698857&amp;ref=mf#%21/uniurbit?v=wall&amp;ref=mf">pagina non ufficiale su Facebook della mia Università di Urbino</a> ho letto la richiesta di <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=1278663968">Emily Dawrant</a>, ragazza di Sowerby Bridge nel West Yorkshire, che usa la piattaforma per lanciare l’equivalente di un messaggio nella bottiglia.</p>
<p>Emily comincia così: «This might sound like a strange question but is university anywhere near Urbino hospital?» Scrive che suo cugino di vent’anni si trova in ospedale a Urbino e non parla una parola d’italiano; che resterà ancora una decina di giorni per delle cure intensive e se qualcuno può fargli avere un libro o dei giornali in inglese. <a href="http://ff.im/pJFb8">Qualcuno</a> legge e va a trovare Steven, il cugino di Emily, che sta al secondo piano con la mamma vicino, e  porta delle riviste in inglese di videogiochi. La solidarietà diventa diffusa nell’epoca del web che si fa sociale, è frutto delle semplici connessioni di Rete (partecipare a una pagina su Facebook) e della localizzazione dell’azione (essere a Urbino). Un gesto mediato diventa un gesto immediato. Una piccola utopia che si realizza.</p>
<h5>In spiaggia</h5>
<p>Oppure sono quelle storie che ti spiegano le preoccupazioni che le persone hanno dello stato di <em>sovraesposizione</em> che la rete produce e le conseguenze nelle nostre vite di quei comportamenti che hanno a che fare con il rapporto tra vita online e privacy. Come quando una vicina di ombrellone, che fa un vulcano di sabbia con alcuni bambini in uno di quei giochi estivi per passare il tempo quando le nuvole coprono il sole, estrae una macchina fotografica e riprende i bimbi festosi mentre giocano con il fumo che esce dalla piccola camera di combustione. Poi si blocca. Si gira verso i genitori dei bambini che stanno seguendo divertiti in piedi alle loro spalle e chiede loro se può fotografare e riprendere in video i loro figli assieme ai suoi. «Sapete», dice, «è un fatto mio, chiedo sempre… perché ci tengo a precisare che non metto i video o le foto su internet. Quelle mie e di mio marito le metto nei vari social ma non quelle delle mie figlie, è troppo presto. Con quel che si vede su Facebook. Le foto le faccio per me, magari poi ve le spedisco. Comunque il bimbo piccolo non lo riprendo».</p>
<p>Sì perché l’abitudine che abbiamo a riprendere la realtà che ci circonda con dispositivi facili e immediati come i cellulari e le piccole fotocamere per poi condividerla online è entrata non solo nell’immaginario condiviso, ma nelle pratiche quotidiane degli spazi che attraversiamo e dei momenti che viviamo. Ma chi di noi <a href="http://www.altroconsumo.it/foto-e-videocamere/video-e-privacy-cosa-si-puo-riprendere-e-mettere-online-s255123.htm">chiede l’autorizzazione</a> a un amico o a un conoscente quando gli fa una foto o un video pensando, poi, di condividerla sulla propria bacheca o su YouTube? Chi, da fotografato, pretende di sapere quale uso si farà della sua immagine? Dobbiamo imparare a immaginare una realtà che ci circonda in cui il fatto di <em>essere in pubblico</em> significa essere potenzialmente <em>pubblicabili</em>. La naturalezza con cui gli adolescenti, ad esempio, si fotografano e riprendono e mettono in circolo le loro immagini in modo istantaneo e a-problematico ci racconta di una sensibilità sociale verso queste pratiche ancora da mettere a fuoco, che sviluppiamo con le esperienze che facciamo (più quelle negative che positive). Lo stiamo imparando a nostre spese anche dalla <a href="http://gawker.com/5424457/mark-zuckerberg-hates-his-new-facebook-privacy-policy-too/gallery/">controversa posizione che ha Mark Zuckerberg sulla privacy online</a>, e, dopo la prima fase di tecno entusiasmo da iperpresenza, i dubbi sul fatto che non tutto dovrebbe essere “esposto” online comincia a serpeggiare.</p>
<p>È anche attraverso le piccole storie che ci vengono incontro nella dimensione quotidiana e domestica che stiamo imparando ad addomesticare la rete. Accanto a saggi scientifici, dotti articoli sulla stampa, interrogazioni politiche ascoltate nei media, si è introdotto un passa parola minuto che, tra chiacchiera e pettegolezzo, impara a trattare il tema con tutta la serietà che l’averlo reso qualcosa di familiare e vicino richiede.</p>
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		<title>Tutto quello che sappiamo di Google Me</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 06:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Bebo]]></category>
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		<category><![CDATA[Zynga]]></category>

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		<description><![CDATA[Da giugno il mondo dei social network è in attesa di notizie da Mountain View, dove si dice stia per essere sfornata una nuova piattaforma anti-Facebook. Novità in arrivo anche nel settore del social gaming]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Definito l’anti-Facebook o <em>Facebook killer</em>, Google Me è il nuovo social network che presto potrebbe sfidare la concorrenza di casa Zuckerberg. Il nome del progetto è ancora provvisorio e finora non c’è stato nessun comunicato ufficiale, ma da diverse settimane in rete è un gran vociferare e la stampa è in attesa di dichiarazioni autorevoli. <a href="http://googlewatch.eweek.com/content/google_vs_facebook/google_me_this_the_erstwhile_facebook_killer.html">La prima indiscrezione</a> arriva il 26 giugno scorso da un <em>tweet</em> – ormai rimosso &#8211; di Kevin Rose, il fondatore di Digg, il quale annunciava così la novità firmata Big G: <em>«Google to launch facebook competitor very soon “Google me”, very credible source»</em>.<span id="more-3210"></span></p>
<p>A confermare la credibilità della fonte è Adam D’Angelo, ex-Cto di Facebook e attuale co-fondatore di Quora: «Non si tratta di un’indiscrezione. Google Me è un progetto reale. Ci sono parecchie persone che ci lavorano. E ne sono del tutto certo», <a href="http://www.quora.com/Is-Google-Me-a-fake-rumor-Misleading-evolutionary-product-update-Or-is-it-really-a-new-social-network-from-Google">afferma</a>. A creare aspettativa, poi, si aggiunge anche l&#8217;<a href="http://www.guardian.co.uk/media/pda/2010/jun/30/guardian-activate-summit-2010-liveblog">intervento</a> di Eric Schmidt (Ceo di Google) a una conferenza londinese, durante la quale non ha smentito né confermato la creazione di un social network, ma si è limitato a un «no comment» Una risposta simile l’ha data Matt Brittin, della sede britannica dell’azienda di Mountain View, nell’intervista con il Daily Telegraph, sostenendo che il mercato globale è abbastanza grande per più di un social network. «Facebook è un fenomeno assoluto ma ci sono altri social network che hanno avuto successo. Abbiamo Orkut, che è incredibilmente apprezzato in India e Brasile. E Bebo ha successo in altri paesi», <a href="http://www.telegraph.co.uk/technology/7883021/Google-searches-for-a-way-into-social-networking.html">dice</a> Brittin.</p>
<h5>Imparare da Buzz</h5>
<p>Insomma, non è certo la prima volta che Google tenta di competere con il re dei social network. Ci ha provato anche con Buzz, l’estensione <em>social</em> di Gmail per condividere messaggi, immagini, video con i propri contatti. Ma, con il senno di poi, è evidente il risultato: già all’inizio Buzz è stato molto criticato e ha suscitato non poche perplessità sulla gestione della privacy per gli utenti. E alla fine ha raccolto un’adesione discontinua tra gli utenti. La battaglia con Facebook non è facile da vincere. Da qualche mese si rincorrono dati che pretendono di dimostrare che il social network di Zucherberg, in determinate condizioni, <a href="http://www.ft.com/cms/s/2/67e89ae8-30f7-11df-b057-00144feabdc0.html">ha sorpassato</a> l’informazione e la ricerca online di Google nel traffico. E, a quanto pare, anche Yahoo! <a href="http://www.itespresso.it/facebook-batte-yahoo-nella-pubblicita-con-i-banner-45714.html">nei ricavi da banner pubblicitari</a>. In più, Facebook è vicino ai 500 milioni di utenti, che ne fanno il terzo Stato del mondo dopo Cina e India: una base affatto trascurabile.</p>
<p>E Google Me ce la farà, eventualmente, a entrare nel mercato e fare concorrenza a una realtà già così forte? Sarà solo una replica di Facebook? Sono poche le certezze ancora. Nel frattempo, tanto per darci segnali convergenti su un’ipotesi, <a href="http://techcrunch.com/2010/07/12/google-social-networking-focus-group/">Google sta conducendo un breve sondaggio</a> sulle abitudini di utilizzo dei social network con l’obiettivo di capire come si comportano gli utenti e quali sono le loro preferenze. Lo studio viene condotto negli uffici di Dublino, ha una durata di 60 minuti e le domande riguardano la frequenza e la natura delle interazioni sociali, sia online che offline. E questo metodo di indagine sembra richiamare una <a href="http://static.slidesharecdn.com/swf/doc_player.swf?doc=vtm2010-100701010846-phpapp01&amp;stripped_title=the-real-life-social-network-v2">presentazione realizzata da Paul Adams</a>, un ricercatore di Google, da cui emergono i principi che <a href="http://googlewatch.eweek.com/content/google_vs_facebook/googles_template_for_google_me_facebook_killer_may_be_in_this_deck.html">potrebbero essere adottati</a> nel nuovo, e sempre ipotetico, social network.</p>
<h5>Real life privacy</h5>
<p>La chiave del ragionamento di Adams, frutto di numerosi anni di studio e di ricerche, è proprio nel titolo <em>The Real Life Social Network</em>: un social network che imita la vita. Secondo lo studioso, le persone hanno diverse reti sociali e, di conseguenza, è importante che abbiano differenti livelli di gestione della privacy. Facebook, invece, si basa sul principio secondo cui gli esseri umani hanno una sola grande rete sociale. È significativo l’esempio che ci propone Adams: una ragazza, Debbie, ha più gruppi di contatti, come i suoi vecchi amici di Los Angeles, la famiglia, i suoi nuovi amici della città in cui si è trasferita e i suoi allievi del corso di nuoto, che sono adolescenti. Alcuni amici adulti lavorano in un bar gay e condividono le fotografie scattate nel locale su Facebook e Debbie, a sua volta, commenta le immagini. E qui nasce il problema: anche gli allievi della piscina hanno un profilo e sono amici di Debbie. Risultato: in un modello simile, se non si prendono contromisure, gli adolescenti hanno accesso alle immagini del locale per omosessuali.</p>
<p>Ma «il problema non è Facebook in sé», scrive Adams. «Il problema è che alcune differenti parti della vita di Debbie che non sarebbero mai state mostrate a ognuno di loro offline, sono state condivise online». In altre parole, il modo in cui Debbie gestirebbe la sua rete di contatti nella vita “reale” non corrisponde al modo in cui sono state proposte online. Ma al di là della questione privacy e social network, di cui <a href="../webzine/2010/05/12/social-e-asocial-network-dentro-la-rete-dei-giovani">si era già parlato</a>, le 216 diapositive del ricercatore potrebbero essere la base di partenza di Google Me, come passo evolutivo nella gestione della privacy. Soprattutto dopo la lezione imparata con Buzz.</p>
<h5>Social games</h5>
<p>Intanto, Google sembra farsi strada anche sul versante social games, altro terreno di coltura di Facebook: <a href="http://techcrunch.com/2010/07/10/google-secretly-invested-100-million-in-zynga-preparing-to-launch-google-games/">secondo le ultime indiscrezioni</a> ha segretamente investito tra i 100 e i 200 milioni di dollari in<a href="http://www.zynga.com/"> Zynga</a>, la società che sviluppa giochi online, come il noto Farmville che spopola ormai su Facebook e, quindi, sarebbe interessato al lancio di una piattaforma di videogiochi per ora chiamata <em>Google Games</em>. E non c’è da meravigliarsi se Google integrerà anche servizi come Google Checkout (simile a PayPal) per effettuare pagamenti senza dover uscire dal sistema. Zynga, dal canto suo, raggiunge ormai 500 milioni di introiti e l’obiettivo per il 2011 è di arrivare a circa un miliardo di dollari. A questo punto, il lancio di Google Games potrebbe essere una delle carte vincenti per il decollo del social network made in Mountain View.</p>
<p>Se tutto va secondo i piani, l’idea di Google è di creare un sistema da cui gestire diversi servizi: controllare la posta, leggere le news, fare delle ricerche, giocare e pagare per quei giochi, gestire un network con tutti i tuoi amici. Il tutto a portata di mano. «Se Google riuscisse a mettere in campo un accettabile rivale per Facebook », <a href="http://edition.cnn.com/2010/TECH/social.media/07/01/google.facebook.rival.cashmore/?fbid=7Ua9QGwDXVx">scrive</a> Pete Cashmore, fondatore e Ceo di <a href="http://mashable.com/">Mashable</a>, «la rapida crescita del social network di Zuckerberg avrà finalmente un concorrente per tenere sotto controllo la sua potenza». E conclude: «Ciò sarebbe una vittoria non solo per Google, ma per il web nell’insieme».</p>
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		<title>Real time web, la rete che insegue la vita</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 07:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Sorchiotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un tempo bastava un’occhiata all'aggregatore per conoscere le ultime notizie e rimanere aggiornati su opinioni e commenti di amici e conoscenti. Ora le abitudini cambiano ancora: si moltiplicano gli spazi nei quali ogni contributo si condivide in tempo reale e il flusso degli aggiornamenti scorre senza tregua]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è di bello che ancora nessuno ha urlato “internet è cambiato!”, per cui, forse, questa volta siamo davvero davanti ad una piccola rivoluzione. <a href="http://www.readwriteweb.com/tag/real-time%2Bweb">Alcuni</a> lo chiamano <em>Real Time Web</em>, <a href="http://battellemedia.com/archives/004932.php">altri</a> usano l’espressione <em>Super Fresh Web</em>, <a href="http://briansolis.tumblr.com/post/85090914/coining-the-statusphere-the-social-webs-next-big">qualcuno</a> preferisce <em>Statusfera</em>. È il web delle conversazioni in tempo reale, che rappresenta una nuova forma di comunicare ed essere online. La recentissima <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Real_time_web">voce Wikipedia</a> definisce il Real Time Web come la pratica di cercare e gestire informazioni nel momento stesso in cui sono prodotte. Dimentichiamo le conversazioni online che conosciamo e a cui siamo abituati, quelle fatte di lunghi commenti e confronti che potevano proseguire per settimane. Sui nuovi spazi della Rete le discussioni avvengono in tempo reale, tanto che, se il direttore di una famoso giornale <a href="http://friendfeed.com/wireditalia/b43fd34d/in-tre-mesi-robingood-ha-raddoppiato-i-suoi">apre una questione</a>, viene coinvolto e tarda a rispondere, <a href="http://friendfeed.com/ezekiel/40bcfeb1/ma-puo-il-direttore-di-wired-italia-scrivere">si scatena il putiferio</a>.<span id="more-852"></span></p>
<h5>Lifestream</h5>
<p>In Rete le notizie si sono sempre avvalse della capacità di fare il giro del pianeta in poco tempo, rendendo di fatto inefficienti in termini di freschezza ed aggiornamento i media tradizionali, dalla tv ai giornali; adesso i nuovi servizi del Web offrono nuove modalità di utilizzo delle news e permettono una velocità di interazione mai vista prima. Da Twitter a Facebook, passando per il neo-acquisto di Zuckerberg, FriendFeed. Persino Tumblr, piattaforma nata come blog minimale, sta convergendo verso il real time. Questi servizi condividono il design di base, con una grossa bacheca nella quale scorre il flusso dei contenuti della propria rete di contatti. Alcuni prevedono commenti e discussioni contestuali al contenuto, mentre altri non li prevedono affatto. Tutti hanno abbracciato una nuova forma di comunicazione nella quale gli utenti si esprimono attraverso contributi e commenti ben definiti e concisi. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che con messaggi lunghi e impegnativi da leggere si perderebbe il flusso degli aggiornamenti. E così cambiano le abitudini di consumo delle informazioni, con le persone sempre più attratte dall’idea di consumare piccoli spuntini informativi al posto di pasti principali e regolari. Se possibile si rafforza ancora di più l’idea di “Snack Culture” che proponeva Wired qualche tempo fa. E c’è da dire che i numeri stanno dando ragione a chi adotta il Real Time Web: gran parte dei servizi che hanno abbracciato l’onda del flusso in tempo reale registrano una crescita costante della loro base utenti.</p>
<p>La natura dei contenuti condivisi è molteplice, così come lo spirito delle conversazioni che possono nascere da una notizia, un link o un video pubblicato. Se l’oggetto di discussione e i commenti che ha generato sono meritevoli e degni di attenzione, acquisteranno valore e rilevanza all’interno del network, diventando più visibili e facilmente raggiungibili. A volte il servizio prevede modalità automatiche per fare emergere i contributi più graditi: i <em>like </em>di apprezzamento, così come il numero di commenti, ad esempio, servono a dare rilevanza al contributo; altre volte, quando non sono previste modalità efficaci per facilitare la gestione delle priorità informative, è la stessa comunità a creare ed affermare le pratiche più adatte allo scopo: retweet, hashtag e reblog in genere sono l’esempio di accorgimenti non previsti ma adottati dagli utenti per sopperire una o più mancanze.</p>
<h5>Sfere che interagiscono</h5>
<p>Facile a questo punto pensare che si tratti di notizie inerenti al mondo della comunicazione o viziate dalle abitudini di chi frequenta questi spazi. In realtà in questi ultimi anni abbiamo imparato quanto sia fuorviante pensare a un social network come un unico spazio, uguale per tutti e utilizzato allo stesso modo. Piuttosto la rappresentazione migliore è quella di tante piccole sfere dove ogni utente ha la sua visione delle cose, in relazione ai contatti che sceglie e alla sua modalità di vivere il network. Capita così che la notizia di qualche giorno fa della <a href="http://friendfeed.com/catepol/ee2f2d09/la-notizia-dlela-morte-di-mike-bongiorno-in-real">morte di Mike Buongiorno</a> faccia più velocemente il giro della Rete su questi spazi, rispetto al lancio di un’agenzia di stampa. O che la copertura mediatica sul terremoto in Abruzzo e sulla protesta verde in Iran sia migliore nell’immediato su spazi come twitter e friendfeed, piuttosto che da fonti ufficiali come CNN.</p>
<p>Si potrebbero evidenziare due filoni principali che spingono gli utenti ad investire attenzione e tempo necessari a seguire in tempo reale i contributi della propria rete di contatti: le notizie relative a emergenze o situazioni di crisi e gli aggiornamenti personali dei contatti più intimi. In quest’ultimo caso, al di là della semplice notizia, diventa rilevante anche il giudizio di valore, l’opinione, la componente emotiva delle persone a cui teniamo. Se un post di un blog è di norma riflessivo, un tweet o un aggiornamento di stato hanno nella maggior parte dei casi una natura istintiva. E grazie a questo offrono una diversa sensazione di intimità: sono quei “mi piace”, “adoro”, “non sopporto”, “non sono d’accordo” a rendere immediata e intima la relazione online.</p>
<h5>Le persone al centro</h5>
<p>Con questo fenomeno emerge, ancora una volta e in maniera decisa, la centralità delle persone all’interno dei social network: sono gli amici che scegliamo il primo sistema di filtraggio della complessità e della eterogeneità delle informazioni online. Saranno loro a selezionare soggettivamente i contenuti di valore dal rumore, l’interessante dall’irrilevante. Al network spetta solo il lavoro di registrare le scelte e proporre quanto i nostri contatti hanno deciso collettivamente.  Per la prima volta l’indicizzazione non parte dal contenuto, ma dall’interpretazione di questo da parte delle persone a noi vicine: il nostro grafo sociale online diventa sempre più rilevante nella vita quotidiana.</p>
<p>Ma oltre ai contenuti proposti dalla nostra rete di contatti il Real Time Web spicca e diventa rilevante anche sul piano della ricerca. Immaginiamo di dover cercare informazioni relative a un evento, un prodotto, una persona: su Google avremo la fotografia di quanto è stato detto fino a ieri, mentre sui nuovi spazi avremo non solo le informazioni nello stesso momento in cui le stiamo cercando, ma anche i giudizi delle persone a riguardo. Non appena avremo un sistema di aggregazione di questo corpo di informazioni semplice e alla portata di tutti, potrebbe cambiare la ricerca online. O per lo meno la ricerca nella grande libreria potrebbe essere integrata dalle chiacchiere da bar. Facile capire, quindi, perché Google sembra essere preoccupata e soffrire il colpo. Almeno fino al lancio di <a href="http://wave.google.com/">Google Wave</a> previsto per fine mese.</p>
<p>I servizi di social networking si fanno così sempre più potenti e popolati, assieme alle funzioni di incontro e socializzazione, diventano capaci di trasportare un potenziale di informazioni altissimo e fortemente dipendente dalla nostra rete di contatti. Non importa se si tratta di contenuti seri, semiseri o demenziali. In fondo ognuno ha gli “amici” che si sceglie (e merita).</p>
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