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	<title>Apogeonline &#187; Last.fm</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Perché abbiamo bisogno di serendipity</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jul 2011 06:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Amazon]]></category>
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		<category><![CDATA[Eli Pariser]]></category>
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		<description><![CDATA[In un sistema sociale che costruisce relazioni sulle somiglianze, abbiamo bisogno di garantirci la possibilità di entrare in contatto con l'inaspettato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le autostrade dell’informazione ci hanno portato a circolare all’interno di diversi luoghi della rete in cui abbiamo costruito le nostre case-blog, i nostri circoli di incontro-siti di social network, in cui abbiamo imparato a incontrare il gusto degli altri (pensate a cose come Amazon per i libri o LastFm per la musica o Delicious per le notizie che raccogliamo) passeggiando fra i contenuti/commento lasciati da altri utenti. La dimensione spaziale con cui pensiamo alla rete, che ci porta a immaginarla come un’enorme città cosmopolita,  è stata indubbiamente influenzata dalle visioni di quei costruttori di immaginari che l’hanno disegnata a partire da una metafora, la città, che rendesse comprensibile un “luogo” a venire.<span id="more-6244"></span></p>
<h5>Metafora spaziale</h5>
<p>Ad esempio, come ci spiega <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2011/05/12/chi-keynote-desperately-seeking-serendipity/">Ethan Zuckerman</a>, autori cyberpunk come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/William_Gibson">William Gibson</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Neal_Stephenson">Neal Stephenson</a> ci hanno entrambi presentato il modo in cui la futura internet si sarebbe presentata ai naviganti (altra metafora di spostamento spaziale) come una città. Ricordate la descrizione del cyberspace in <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Neuromante">Neuromante</a> di Gibson? «Una rappresentazione grafica di dati ricavati dai banchi di ogni computer del sistema umano. Impensabile complessità. Linee di luce allineate nel non-spazio della mente, ammassi e costellazioni di dati. Come le luci di una città, che si allontanano». Lo stesso vale per il Metaverso descritto da Sthephenson in <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Snow_Crash">Snow Crash </a>, in cui avatar 3D camminano in una città fatta di vie, bar, negozi.</p>
<p>Entrambi ci immaginavano interessati a condividere spazi comuni in cui incontrarci e confrontarci in modi cosmopoliti: «Both believed that we’d want to interact in cyberspace in some of the ways we do in cities, experiencing an overload of sensation, a compression in scale, a challenge of picking out signal and noise from information competing for our attention». Le città sarebbero, insomma, dispostivi di <em>serendipità</em>, che ci permettono di incontrare in modo inaspettato cose impreviste mentre ne cerchiamo altre, che garantiscono una vita cosmopolita fatta di incontri casuali con le culture e pratiche diverse, che stimolano, ad esempio con il meticciaggio architetturale e del cibo, il nostro bisogno di mondializzazione.</p>
<h5>Somiglianza</h5>
<p>Una narrazione della rete, questa, che ha forgiato il nostro immaginario e il modo di raccontare la nostra esperienza online per un po’ di tempo. Finché non ci siamo scontrati con la realtà della vita quotidiana su internet e con il suo trasformarsi in ambiente ad alto tasso di socialità. Allora ci è diventato più chiaro che la metafora della città era calzante, ma per motivi diversi da quelli che avevamo immaginato. Gli studi sugli spazi di attraversamento urbano ci hanno ormai confermato che tendiamo a concentrare le nostre vite in un <em>range</em> di luoghi fatalmente prevedibili (casa-lavoro-hobby), che rappresentano assi routinari attorno ai quali immaginiamo le nostre vite. <a href="http://aris.ss.uci.edu/%7Elin/52.pdf">Le analisi sociologiche</a> hanno poi svelato che la nostra socialità tende a conformarsi secondo un principio per cui è la somiglianza a generare connessione, che è il principio di <em>omofilia</em>.</p>
<p>Le reti sociali tendono a essere omogenee sia per caratteristiche socio-demografiche che comportamentali tanto che l’omofilia limita i nostri mondi sociali in modi che hanno conseguenze rilevanti sulle maniere in cui abbiamo informazioni, sulle attitudini che ci formiamo e sulle interazioni di cui facciamo esperienza. Eppure abbiamo pensato che in rete la serendipità potesse essere più forte dell’omofilia. Basta pensare a quegli incontri casuali di notizie che facciamo spostandoci tra portali e blog o alle persone che incontriamo e che facciamo diventare nostri <em>friend</em> nei siti di social network dopo averli casualmente letti come commenti ad amici eccetera. Solo che i portali che usiamo, i blog che leggiamo, gli amici attorno a cui ci muoviamo tendono ad essere gli stessi per la rete di persone che frequentiamo. Leggiamo i post che i nostri contatti leggono grazie a una selezione di feed Rss che ci costruiscono il nostro piccolo mondo. Le analisi dei comportamenti di acquisto e lettura di Amazon o quelli di LastFM ci mostrano i percorsi di gusto più simili ai nostri. E così via.</p>
<h5>Non tutti uguali</h5>
<p>Anche la ricerca “pura” attraverso un motore come Google ha cambiato la sua natura. Come ci spiega <a href="http://www.internazionale.it/news/internet/2011/07/06/quello-che-internet-ci-nasconde-2">Eli Pariser</a>: «Oggi Google usa 57 indicatori – dal luogo in cui siamo al browser che stiamo usando al tipo di ricerche che abbiamo fatto in precedenza – per cercare di capire chi siamo e che genere di siti ci piacerebbe visitare. Anche quando non siamo collegati, continua a personalizzare i risultati e a mostrarci le pagine sulle quali probabilmente cliccheremo. Di solito si pensa che facendo una ricerca su Google tutti ottengano gli stessi risultati: quelli che secondo il famoso algoritmo dell’azienda, PageRank, hanno maggiore rilevanza in relazione ai termini cercati. Ma dal dicembre 2009 non è più così. Oggi vediamo i risultati che secondo PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse. In poche parole, Google non è più uguale per tutti».</p>
<p>Partiamo da quello che è un dato di fatto, allora: la strada aperta dall’interconnessione tra contenuti e relazioni sociali è da considerare un punto di non ritorno e anche una delle forze del web sociale. Il fatto che questo si traduca in un principio generalizzato di selezione per cui «posso incontrare solo ciò che possono incontrare e non posso incontrare ciò che non posso incontrare» è, invece, qualcosa che non necessariamente dobbiamo accettare. Innanzitutto imparando a non accettare il fatto che «non sappiamo che non possiamo incontrare ciò che non possiamo incontrare». A volte basta poco e dipende anche dai nostri comportamenti.</p>
<h5>Più cosmopoliti</h5>
<p>Pensate a come usate Facebook e chiedetevi se quando siete in Home usate la modalità “Notizie più popolari” oppure “Più recenti”. Partiamo dal presupposto che comunque stiamo parlando di uno di quei luoghi in cui potete leggere solo contenuti dei vostri <em>friend</em> e non incontrare qualcosa di più sconosciuto, ma immaginiamo anche che nel tempo abbiate un numero tale di contatti che un po’ di serendipità se lo porta dentro, anche attraverso le maglie dell’<a href="http://techcrunch.com/2010/04/22/facebook-edgerank/">edgerank</a>. Guardando le notizie più popolari avrete la sensazione che quelli che producono contenuti siano sempre gli stessi, più li seguite e più questi emergono. Se invece scegliete “più recenti” capitano, secondo una logica temporale, anche quegli incontri che risultano più casuali, nel mare di omofilia.</p>
<p>Dobbiamo quindi imparare a ripensare la rete in modo consapevole come un luogo in cui dobbiamo preservare la serendipità, riconoscerla, sperimentarla e pretenderla nella progettazione di interfacce. Solo così il nostro modo di vivere in Rete potrà pretendere di essere un po’ più cosmopolita.</p>
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		<title>Se Facebook allarga il digital divide</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2009 07:09:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[Soddisfare l'utente contemporaneo per un grande social network significa investire su connettività e tecnologia. Ma che cosa succede in quelle parti del mondo in cui (economicamente) il gioco non vale la candela?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto l&#8217;altro giorno <a href="http://www.nytimes.com/2009/04/27/technology/start-ups/27global.html">un articolo</a> pubblicato dal New York Times. Un pezzo che lancia con forza un tema importante, apre uno spiraglio su uno scenario che potrebbe avere conseguenze profonde sullo sviluppo dell&#8217;Internet e di conseguenza della società in quei paesi che non sono proprio all&#8217;avanguardia dello sviluppo economico. Lo scenario è molto semplice, perfettamente logico nella sua logica di business che non può guardare in faccia nessuno e portatore di sviluppi preoccupanti. In estrema sintesi, la storia è questa: per i grandi siti che si basano sulla diffusione di grandi moli di contenuti e interazioni, la clientela dei paesi in via di sviluppo è più un problema che un&#8217;opportunità.<span id="more-602"></span></p>
<p>Certo, in molti di questi paesi il traffico verso questi siti (da Facebook a YouTube a MySpace, tanto per fare qualche nome) è decisamente importante. E d&#8217;altra parte spesso questo tipo di siti offrono delle significative alternative ai media classici locali, aprono scenari di interazione, di socializzazione, di crescita personale attraverso l&#8217;esposizione a contenuti e concetti, una piattaforma di scambio di idee. Insomma dal punto di vista sociale credo proprio che svolgano un ruolo importante per la crescita della cultura. Ma questo traffico non è certo un successo. Anzi.</p>
<p>Quello che succede è che portare queste moli di contenuti in questi posti non proprio sviluppatissimi dal punto di vista delle infrastrutture tecnologiche è molto costoso, richiede investimenti corposi da parte di queste aziende. Abbiamo letto infinite volte in questi ultimi tempi discussioni sul modello di business di Facebook, di come farà a far tornare i conti a fronte di una quantità enorme di foto, video, post caricati dagli utenti, volumi di dati che vanno gestiti, archiviati, distribuiti. Sappiamo quanti fantastilioni di video vengono caricati ogni secondo da una massa di utenti mondiali assatanati nella creazione e distribuzione di contenuti.</p>
<p>Ma quel che è peggio è che ci si è ormai abituati troppo bene, ci si attende una rapidità e qualità di trasmissione di video e immagini di alto livello. E tutto questo non avviene da solo, e richiede mettere sotto il cofano dei pezzi molto costosi di tecnologia, da piazzare specialmente in quei luoghi dove le infrastrutture esistenti non consentono di dare quel livello di servizio che è ormai uno standard per noialtri fortunati abitanti del primo mondo. Purtroppo, in questi posti un po&#8217; marginali del mondo, il gioco rischia proprio di non valere la candela. Nei paesi in via di sviluppo il modello di business basato sulla pubblicità rischia di essere ancora meno sostenibile che in luoghi più economicamente sviluppati.</p>
<p>Morale della favola: all&#8217;interno di un trend che vede profilarsi all&#8217;orizzonte in modo preoccupante un trend di <em>pay per content</em> (ne parlavamo <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/23/tira-un%E2%80%99aria-di-pay-per-content%E2%80%A6-salta-il-mercato-e-la-societa">poco tempo fa</a>) - secondo il quale ad esempio il gruppo Murdoch <a href="http://www.google.com/hostednews/ukpress/article/ALeqM5jKWMUJa2z7qiGge1vTlGiKqHpPdQ">parla apertamente</a> di mettere a pagamento la versione online non solo del Wall Street Journal (che avrebbe un senso) ma anche di testate meno verticali quali il Sun, il Times eccetera &#8211; si sta pensando seriamente a un modello <span style="small;"><span style="normal;">geolocalizzato di restrizione dell&#8217;accesso. </span></span>La spietata logica di business non fa una grinza: se portare il mio servizio nella tua nazione mi porta dei costi e non mi porta dei profitti, io questo servizio non te lo dò più. Oppure te lo metto a pagamento. Oppure te lo dò in una versione fortemente ribassata, in modo da togliermi costi e tu ti devi far piacere una qualità che per il resto del mondo sarebbe inaccettabile.</p>
<p>Il modello &#8220;paga se vuoi vedere&#8221;, pay per content, pay per access sembrerebbe essere quello che ha più senso - seguendo ad esempio la strada di Flickr: non fosse che i 24.95 dollari che il sito di condivisione chiede per passare alla versione <em>Pro</em> per noi sono spiccioli, mentre in altri paesi possono essere un bel mucchio di soldi. Quindi uno scenario di acceso fortemente discriminante che solo classi agiate possono permettersi. E qui mi viene un parallelo o un contrasto con iniziative di democratizzazione, di stimolo di crescita delle classi disagiate come quella dell&#8217;<a href="http://laptop.org/en/">One Laptop Per Child</a>. Insomma, da un lato si cerca di aiutare società depresse a evolvere, ma dall&#8217;altro gli si tolgono strumenti. Nulla contro le aziende, di certo non si può chiedere loro di fare forzatamente beneficenza e di accollarsi forti perdite. D&#8217;altra parte la restrizione alle idee, alla condivisione non è certo un grosso aiuto per portare avanti una società.</p>
<p>Da un certo punto di vista dobbiamo considerare forse anche l&#8217;Italia nel novero dei paesi &#8220;sottosviluppati&#8221;? Questo è quello che apparentemente sembra pensare <a href="http://last.fm">Last.fm</a>, che fino a poco tempo fa distribuiva musica gratis per tutti, ma che con la nuova release aveva provato a mettere a pagamento il servizio per una serie di nazioni (anche se il progetto, di fronte alle vocalissime reazioni del mercato, è stato al momento <a href="http://web20.excite.it/news/17523/Ancora-musica-gratis-su-Lastfm" target="_self">rimandato</a> a data da destinarsi). Per altre aziende nemmeno la strada del pay per content sembra essere sufficientemente interessante: siti come quello di <a href="http://www.veoh.com/">Veoh</a> (un servizio di video sharing) hanno semplicemente chiuso i rubinetti e inibito l&#8217;accesso all&#8217;Africa, Asia, America Latina ed Europa dell&#8217;Est. E non per questioni di diritti, come <a href="http://www.webtvwire.com/hulu-adds-international-television-content-but-not-international-viewers-yet/">ad esempio Hulu</a>, ma proprio perché la lira non girava. E ti saluto il modello della globalità/mondialità/accesso universale.</p>
<p>Ricompariranno dunque <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Walled_garden_(media)">walled garden</a> riservati a quelli che economicamente &#8220;fanno senso&#8221;. E, come dice il New York Times, se è vero che ci sono circa 1,6 miliardi di utenti Internet nel mondo, solo il 50% di questi hanno redditi sufficientemente alti da costituire un potenziale mercato. Quindi nel mondo un internet user su due deve prepararsi a stringere un po&#8217; i denti e vedersi tagliato fuori all&#8217;accesso non solo di beni, ma anche di servizi made in the First World. Altri proveranno a perseguire il downgrading &#8211; come MySpace, che introdurrà una versione &#8220;leggera&#8221; meno ghiotta di banda, per paesi come l&#8217;India. Forse YouTube, accanto alla versione HD che ci stiamo godendo, introdurrà una versione <em>low quality, </em>che si ciucceranno i meno abbienti, quelli meno potenziali in termini di utenza pubblicitaria e quindi di revenue. Stessa solfa pare si ascolterà dalle trombe di Facebook e, con un effetto domino, probabilmente per tutti gli altri operatori con problemi comparabili.</p>
<p>Si aggraverà dunque, invece di alleviarsi, il digital divide. Che, in un mondo connesso significa avere un globo a due velocità, e differenze culturali che invece di amalgamarsi si differenzieranno ulteriormente. Non si può nemmeno pensare che i governi o le organizzazioni in qualche modo benefiche si mobilitino in massa per garantire l&#8217;accesso al videosharing o al social networking in paesi che devono affrontare emergenze ben più primarie come quelle dell&#8217;alimentazione, della casa o della salute. Voglio però essere un po&#8217; ottimista: se c&#8217;è una cosa che ci ha insegnato la storia di Internet e delle persone, sopratutto delle persone che compongono la rete, è che il sistema ci ha sempre stupito, inventando soluzioni e opportunità nuove, dallo user generated al wiki. E forse, ancora una volta, da quello che sembra un problema irrisolvibile nascerà lo spunto per qualcosa di talmente nuovo che oggi non siamo in grado di immaginare. O almeno speriamolo.</p>
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