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	<title>Apogeonline &#187; internet</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Le rivolte africane, tra Facebook e cellulare</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2011 06:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Calia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Come ha fatto il popolarissimo social network a crescere così rapidamente in Africa? Sfruttando un'altra rivoluzione parallela e ancora più prorompente, la rete mobile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo le ultime rilevazioni di <a href="http://www.alexa.com/">Alexa</a>, Facebook risulta essere diventato il social network di riferimento in molti paesi del continente africano. C’è da stupirsi? Probabilmente no. È una rivoluzione in atto da molti anni che non parte dal web. In molte parti del continente, il numero di utenti Facebook è raddoppiato negli ultimi sette mesi. L&#8217;Egitto è attualmente primo paese africano per numero di utenti di Facebook, con circa 6,8 milioni di utenti e un tasso di penetrazione del 8,5%. Il paese è seguito dal Sud Africa, dal Marocco e dalla Nigeria che hanno rispettivamente 3,7 milioni, 3,3 milioni e 3,0 milioni di utenti.<span id="more-5542"></span></p>
<h5>Spazio di crescita</h5>
<p>Nonostante i tassi di crescita rapida, il continente ha un tasso di penetrazione Facebook di circa 3,06%, il più basso di tutte le regioni del mondo. Per questo motivo c&#8217;è notevole spazio di crescita per gli utenti africani e molte aziende stanno investendo proprio per arrivare per primi su un mercato ancora tutto da conquistare. Ma come ha fatto Facebook a crescere così rapidamente in queste regioni del mondo? Zuckerberg ha sfruttato un&#8217;altra rivoluzione africana in corso da ormai una decina di anni: la telefonia cellulare. Negli ultimi anni l’Africa è stato il mercato di telefonia mobile più in crescita al mondo e la Nigeria, in particolare,  cresce del 100%.</p>
<p>La prima telefonata al cellulare in Africa è stata fatta in Congo (allora Zaire) nel 1987; oggi in 19 Paesi africani tre quarti di tutti i telefoni sono Gsm e gli utenti nel Continente sono oltre 100 milioni (su una popolazione di 700 milioni). L’invasione dei cellulari può essere giudicata come l’ennesima, definitiva violenza dell’Occidente all’identità del Continente nero, ma uno studio della London Business School indica che, in un Paese sottosviluppato, un aumento di 10 telefonini per ogni 100 persone equivale a una crescita dello 0,6 per cento del prodotto interno lordo.  La mania per i cellulari, che in Occidente significa anche fastidio e maleducazione, in Africa potrebbe essere considerata come motore di sviluppo.</p>
<h5>Il mercato dell&#8217;usato</h5>
<p>Gli investimenti in Africa di paesi come la Cina e l’India stanno portando a un’abbassamento ulteriore dei costi di queste tecnologie, incentivando lo sviluppo e la diffusione delle stesse, ma un’altra delle ragioni di questa diffusione è il grande mercato dell’usato. Molti di questi telefoni, scartati dai mercati europei o giapponesi perché ormai fuori moda o perché soppiantati dai modelli di ultima generazione, vengono inviati ai paesi in via di sviluppo. C’è poi un fattore di digital divide dovuto alla assenza di infrastruttura wired. L’abbattimento del digital divide passa dalle tecnologie mobili proprio perchè mancano quasi del tutto infrastrutture di telefonia fissa, e quindi manca l’internet via cavo, ma la rivoluzione, qui, è ormai chiaramente mobile. In Gran Bretagna, ad esempio, ci sono voluti 15 anni perché i telefoni mobili riuscissero a superare quelli fissi, mentre in Tanzania questo ricambio è avvenuto in 5 anni.</p>
<p>Le molte applicazioni sviluppate sui cellulari permetteranno alle economie dei Paesi africani di svilupparsi più rapidamente, come hanno dimostrato in questi ultimi anni progetti delle principali organizzazioni non governative. Servizi di comunicazione via cellulare che hanno contribuito ad accrescere la produttività delle comunità rurali in Uganda o i primi servizi di pagamento tramite cellulare che diventano preziosi strumenti per i piccoli commercianti di Sud Africa, Senegal e Kenya. Non un modo per connettersi a internet, o almeno all’internet come la conosciamo noi, ma un modo per mettersi comunque in comunicazione con gli altri, il che aiuta non solo l’economia, ma la costituzione stessa di una società. E questo, qualcuno, lo ha capito già da un pezzo.</p>
<h5>Rivoluzione tecnologica</h5>
<p>Il capo di Stato del Senegal Abdoulaye Wade, nel settembre 2004 ha introdotto una conferenza stampa al Palazzo di Vetro dell’ONU dicendo: «Ci sono più linee telefoniche a Manhattan che in tutta l’Africa».<br />
Wade e altri rappresentanti sono ben coscienti della necessità di non perdere le occasioni della rivoluzione tecnologica, per questo hanno chiesto già da tempo di unire le forze e dar vita a un Fondo di respiro internazionale che possa dare una mano ai cittadini dei paesi poveri ad acquistare telefoni cellulari e ottenere l’accesso ad Internet. L’uso della telefonia mobile viene ritenuto da questi capi di Stato essenziale in molte aree africane, laddove mancano totalmente le infrastrutture di rete fissa.</p>
<p>Già nel 2005 il <a href="http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/article737130.ece">Times spiegava</a> che «oggi salverebbero più vite i cellulari che le medicine». I telefoni cellulari sono emersi come uno strumento di campagna organizzativa attraverso i tradizionali confini socio-economici e culturali. Ci sono numerosi esempi provenienti da tutto il mondo in cui le campagne sviluppate mediante telefoni cellulari hanno fatto oscillare i risultati elettorali attraverso attività innovative di <em>get-out-the-vote</em>. Sono stati utilizzati telefoni cellulari per garantire le elezioni imparziali attraverso un migliore monitoraggio, hanno dato luogo a massicce azioni collettive per la liberazione dei prigionieri politici e sono utilizzati nelle strategie di salute pubblica. Basti pensare alla recente ondata i profughi arrivata dalla Libia alla Tunisia. Nei campi di accoglienza, subito dopo il confine tunisino, i rifugiati libici ricevono oltre che al cibo, anche dei cellulari.</p>
<h5>Mercato</h5>
<p>Facebook ha un pregio che lo rende molto più vicino alla rivoluzione della telefonia mobile che a quella del web come piattaforma autoriale, predisponendosi infatti alla creazione di relazioni umane in cui il “contenuto” è l’utente stesso. La chiave di questa rivoluzione sta tutta qui ed è la stessa chiave che ha portato (e porta) gli abitanti di paesi come l’Egitto o la Tunisia a fare un uso incredibile di questo strumento per comunicare durante la <em>Rivoluzione del Pane</em> e la guerra tutt’ora in corso in Libia. Visto l&#8217;alto tasso di abbonamenti di telefonia mobile in regioni come l&#8217;Africa, Facebook ha puntato molto sulla telefonia mobile per la sua strategia di penetrazione.</p>
<p>Christian Hernandez, Head of International Business Development in Facebook, ha recentemente dichiarato: «Sappiamo che il mercato mobile è uno strumento importante per guidare l&#8217;impegno nei paesi in via di sviluppo, dove si parte con iniziative rivolte al mercato mobile». Per venire incontro a questo nuovo mercato gli operatori telefonici si stanno attrezzando con particolari proposte confezionate sulla base delle necessità degli abitanti di quelle zone. Le principali aziende telefoniche mondiali, infatti, offrono ai propri clienti la possibilità di ricevere denaro contante anche nelle zone più remote del continente, grazie a un semplice messaggio di testo. Servizi come <em>mobile banking</em> o <em>m-banking</em> consentono infatti di trasferire contanti attraverso un semplice messaggio di testo, facendo affidamento sulla rete di rivenditori locali, che già vendono le carte di ricarica telefonica, per la consegna del denaro.</p>
<h5>Armi</h5>
<p>Non ci sarà da stupirsi quindi se vedremo Facebook continuare a crescere e investire sempre più su modelli di business che integrano perfettamente telefonia mobile e servizi di social networking. E non ci dobbiamo neanche stupire nel vedere diventare il cellulare e i social network come Facebook e Twitter le principali &#8220;armi&#8221; in mano alle popolazioni che stanno portando avanti le rivolte in Africa del Nord e in Medio Oriente.</p>
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		<title>L&#8217;internet del 2011</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 07:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Bruce Sterling]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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		<category><![CDATA[Wikileaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Avremo la rete che ci meriteremo, diceva Sterling. Siamo al punto in cui molte cose, nel mondo, non funzionerebbero più senza questa infrastruttura. Ora abbiamo di fronte un cambiamento di scala e la necessità di fare riflessioni più strutturate]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parlare di internet è ormai un po&#8217; come parlare del mondo, almeno di quello occidentale (ma non solo). La retorica che usiamo per divulgare funziona abbastanza bene, ma non rende merito al cambiamento. É costruita sui numeri e sulla comparazione a cosa nota: Facebook ha superato da tempo il mezzo miliardo di utenti, diventando il terzo Stato del mondo. Internet ha raggiunto il miliardo di utilizzatori in poco più di 10 anni, mentre la televisione ha impiegato decenni e la stampa secoli. Eccetera eccetera. Il punto vero, però, è che l&#8217;influenza di internet sulle nostre vite, ormai, è totalmente pervasiva. Dai piccoli gesti quotidiani che compiamo, al modo in cui organizziamo la nostre scelte, al modo in cui ci raccontiamo il mondo in cui viviamo attraverso l&#8217;informazione.<span id="more-4553"></span></p>
<h5>Internet disegna la società</h5>
<p>Questo «sistema operativo» che abbiamo innestato nelle nostre società, oggi, è importante anche per chi non ha un computer, per chi è tecnologicamente refrattario, per chi fa dell&#8217;essere <em>laggard</em> una professione filosofica. Perchè internet disegna la società anche intorno ai non connessi. Se abrogassimo le tecnologie digitali poche cose continuerebbero a funzionare così come siamo abituati. Questo livello di «impatto» sul modo in cui stiamo riorganizzando le nostre culture è probabilmente l&#8217;aspetto più importante da analizzare e da comprendere. La <em>reductio ad social network</em>,  se mi passate l&#8217;espressione, non ci aiuta a comprendere bene lo scenario. Abbiamo un&#8217;infrastruttura potente, che connette milioni di persone e ci abilita a cose che prima non potevamo nemmeno pensare.</p>
<p>I relativamente pochi bit di Wikileaks non sono stati così cruciali in quanto dati o tecnologia. Sono diventati dirompenti perchè sono stati immessi in un sistema distribuito, reticolare, impossibile da bloccare, capace di costruire nuove impensate relazioni con il Potere. Ma, ancora di più, lo sono stati perchè ci hanno obbligato a pensare un rapporto diverso tra informazione, trasparenza e azioni di Stato. E non a caso il paragone più forte è stato quello con Napster, che nell&#8217;industria musicale ha provocato una rottura cui ancora non si sono prese le misure. In questa prospettiva allargata, uno dei temi cruciali da considerare nel 2011 è l&#8217;assetto di questo sistema. Da un lato l&#8217;assetto tecnologico, perchè chi controlla l&#8217;infrastruttura ha maggiori probabilità di influenzare i risultati. Dall&#8217;altro l&#8217;assetto culturale, che è cruciale perchè non siamo ancora pronti a governarlo con le giuste categorie interpretative e con gli strumenti adeguati.</p>
<h5>Assetto tecnologico e culturale</h5>
<p>Personalmente sono poco preoccupato dalle questioni infrastrutturali perchè l&#8217;interesse comune è la diffusione delle tecnologie digitali. Tutto passa per l&#8217;accesso che, dal punto di vista di chi investe, significa soprattutto nuove carte di credito e nuova capacità di spesa immessa nel sistema. Le grandi corporation tecnologiche tenteranno, è evidente, di guadagnare posizioni favorevoli. Ma credo che l&#8217;interesse generale (e anche le dialettiche della competizione) non saranno in grado di fare molti danni. Il sistema deve restare aperto per definizione: se lo si chiude, perdono tutti. E comunque, nel modello che osserviamo oggi, le innovazioni che sopravvivono sono quelle che piacciono a una massa critica sufficiente di persone. Quindi difficilmente passerà qualche scelta impopolare. L&#8217;assetto culturale che saremo in grado di costruire, invece, può toccare molto da vicino le nostre vite personali. Le nostre società «fisiche» hanno impiegato diversi anni a gestire in modo efficace i servizi fondamentali: la rete viaria, la sanità, la fornitura elettrica, le tecnologie che usiamo senza quasi vederle più (gli ascensori, le carte di credito), la sicurezza. Sono tutte infrastrutture critiche che, cessando di funzionare, paralizzerebbero o quasi la nostra vita civile e produttiva.</p>
<p>Nel digitale, che è uno spazio culturale in cui non ci muoviamo fisicamente ma che abitiamo con pari importanza, tutti noi produciamo valore. Usiamo i bit per lavoro, per informarci, per far funzionare il nostro quotidiano. Produciamo valore economico, sociale, relazionale, affettivo. Una parte importante della nostra vita passa (e passerà sempre di più) attraverso i pezzetti di digitale che ci scambiamo e che ci abilitano a fare cose che prima non potevamo fare. Ed è un sistema che, come nella società fisica, si regge su servizi fondamentali che deleghiamo ad altri. La connettività, l&#8217;email, la sicurezza dei dati, le piattaforme che utilizziamo, gli strumenti di pagamento. Tutti questi fattori critici sono gestiti da aziende private, spesso potentissime multinazionali. É normale che sia così perchè, anche se l&#8217;inovazione parte sempre dal piccolo, per standardizzare un servizio e renderlo stabile ed efficiente per milioni di persone servono i capitali e la forza di una grande organizzazione.</p>
<h5>La scala delle cose</h5>
<p>Ma nella società fisica noi abbiamo decenni (in qualche caso secoli) di dialettica politica che hanno portato a dare una configurazione di garanzia al modo in cui i servizi fondamentali vengono gestiti. Nel digitale invece va inventata &#8211; forse prima di tutto immaginata &#8211; una nuova forma di partecipazione politica, un aggiornamento dei diritti del cittadino coerente con il mondo cambiato. In forma emergente questo già accade, basta ricordare la spinta popolare che si è registrata quando Facebook ha cambiato le impostazioni della privacy. Ma è necessario costruire una nuova consapevolezza più diffusa, anche e soprattutto fuori dal digitale. Se i nostri governi cominciassero a capire che il Sistema Paese si regge su questa infrastruttura &#8211; anche solo facendo un inventario di cosa non funzionerebbe più <em>senza </em>- probabilmente si farebbe un passo avanti.</p>
<p>L&#8217;accesso alle informazioni, il modo in cui vengono trattati i nostri dati, i contratti con chi ci fornisce i servizi, la connettività, ma anche l&#8217;educazione al digitale, sono variabili che possono cambiare molto la nostra vita. Aziende come Google e Facebook gestiscono la nostra memoria, la nostra rete sociale, influenzano la nostra visione del mondo. Hanno livelli di conoscenza su di noi che possono far rabbrividire se solo pensiamo a uno scenario che preveda scelte non etiche. Cosa accadrebbe se, a fronte della paura (che è sempre l&#8217;altra faccia della libertà personale) l&#8217;azienda X desse accesso ai nostri dati a un governo per ragioni di sicurezza nazionale? O come reagiremmo se, dopo aver investito denaro e tempo in una piattaforma, i proprietari cambiassero le regole del gioco, penalizzandoci, o ci inibissero l&#8217;accesso?</p>
<h5>Comprensione</h5>
<p>Sono solo esempi. Ma forse nel 2011 la scala delle cose che avvengono via internet e l&#8217;importanza della parte di vita che passa per il digitale ci porteranno a fare riflessioni più strutturate. Alcuni Paesi, come la Finlandia (in cui Internet è diventato <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=7817&amp;ID_sezione=&amp;sezione=" target="_blank">un diritto civile</a>) hanno già avviato un percorso. Ma il primo passo resta la consapevolezza da costruire, perchè probabilmente queste nostre interazioni non saranno mai completamente regolate dalle leggi: una parte importantissima di queste dialettiche sarà costruita sul rapporto tra consenso degli utenti e potere dei proprietari. Saranno vere e proprie forme di partecipazione politica, strutturate in un modo nuovo ma simili nel processo a quelle che definiamo con gli altri «luoghi» in cui costruiamo valore: le città, le regioni, lo Stato.</p>
<p>Io non so bene quale possa essere la via per gestire queste nuove complessità. Ma ricordo sempre una cosa che mi disse Bruce Sterling tanti anni fa: «Avremo l&#8217;Internet che ci meritiamo». E se fossi io a dover compiere una scelta, a dover scommettere su una strategia, direi che qualsiasi strada passa per una comprensione più ampia di quanto sta accadendo. Una comprensione in grado di informare le scelte politiche dei governi centrali e locali (perchè internet ha effetto soprattutto fuori dai suoi bit). Ma anche una comprensione in grado di farci progettare, usare e costruire gli strumenti di oggi e di domani tenendo ben presente che hanno molto a che fare con la nostra vita e poco a che vedere con la tecnologia di cui sono composti.</p>
<p><br style="clear: both;" /></p>
<p><em>Questo articolo di Giuseppe Granieri rispetta una tradizione ormai quinquennale per Apogeonline: rileggi nel nostro archivio i suoi scenari di inizio anno sulla rete pubblicati nel <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/04/linternet-del-2010">2010</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009">2009</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/01/14/19/200801141901">2008</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2007/01/03/19/200701031901">2007</a></em></p>
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		<title>Il Nobel a internet, un parere controcorrente</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/11/23/il-nobel-a-internet-un-parere-controcorrente</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 08:59:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Alfred Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>

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		<description><![CDATA[La provocazione di candidare uno strumento di comunicazione al Nobel per la Pace lascia aperti alcuni dubbi. È giusto nascondere le responsabilità e i sacrifici personali dietro alla folla indistinta?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il premio Nobel è un premio strano. Spicca soprattutto per la sua celebrità. Ci sono centinaia, se non migliaia, di premi internazionali prestigiosi, ricchi e ponderati; ma se si chiede all&#8217;uomo della strada, l&#8217;unico che saprà citare è il premio dell&#8217;inventore della dinamite. E forse per questo, quando si pensa a una provocazione o a una manovra pubblicitaria si pensa al Nobel. E questa volta è capitato a internet.<span id="more-1355"></span></p>
<p>Racconta la leggenda che Alfred Nobel, geniale chimico, avesse istituito il premio che porta il suo nome a causa di un titolo sbagliato su un giornale francese. Nel 1888 un necrologio prematuro dedicato al ricchissimo industriale svedese titolava: il mercante della morte è morto. In effetti Alfred Nobel aveva raggranellato una bella somma con la sua invenzione più celebre, la dinamite, e con un certo numero di brevetti derivati. Pare che Nobel colpito dal titolo decidesse, sette anni dopo, di lasciare un miglior ricordo di sé istituendo una fondazione e un premio che portasse il suo nome. Riconoscimenti dedicati alla fisica, alla chimica, alla letteratura e alla “fratellanza”. Il premio Nobel per l&#8217;economia venne istituito nel 1968 ed esiste un contenzioso sulla sua reale appartenenza ai Nobel tra gli eredi e la banca incaricata di eseguire le volontà del fondatore.</p>
<p>Insomma il povero Nobel voleva lavare via un po&#8217; la coscienza per aver donato all&#8217;umanità uno strumento inteso a scardinare le rocce ma che la stessa umanità aveva riconvertito in un mezzo «per uccidere più persone e più velocemente di sempre». Il premio per la pace è certamente il premio più controverso. Il <em>parterre</em> dei laureati è piuttosto eterogeneo. Tra i vincitori si annoverano religiosi come Madre Teresa o Desmond Tutu, organizzazioni come la Croce Rossa Internazionale. Tra i vincitori ci sono però anche personaggi controversi come  Izak Rabin e Yasser Arafat, Kissinger e Le Duc Tho  coppie di leader combattenti che hanno cercato di rimediare a danni che loro stessi avevano provocato. E organizzazioni complicate come le Nazioni Unite un organismo elefantiaco della cui reale efficacia sono sorti diversi dubbi, o l&#8217;Agenzia per l&#8217;energia Atomica, un ente infilato di traverso tra gli interessi enormi del business dell&#8217;energia il cui valore “pacifista” è sinceramente difficile da comprendere. Ora, ci si propone di aggiungere all&#8217;allegro elenco anche internet.</p>
<h5>Una proposta inopportuna</h5>
<p>In primo luogo ci sono delle ragioni di ordine pratico: chi ritira il premio? Si estrae a sorte tra i blogger del mondo? Si fa un concorso tra candidati e vince il più “rated” o quello con più amici? Certo sarà solo una rappresentanza simbolica in quanto “internet” è, per definizione, di tutti coloro che la abitano. E se vincono <a title="scimone" href="http://www.youtube.com/watch?v=TosJzUA0p1s">Laura Scimone</a>, <a title="crocker" href="http://www.youtube.com/watch?v=kHmvkRoEowc">Chris Crocker,</a> <a title="dagospia" href="http://www.dagospia.com/">Dagospia</a> o <a title="boyle" href="http://www.youtube.com/watch?v=9lp0IWv8QZY">Susan Boyle</a> (l&#8217;elenco può essere vastissimo da <a title="huffington" href="http://www.huffingtonpost.com/">Arianna Huffington</a> a <a title="adinolfi" href="http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/">Mario Adinolfi</a>) li possiamo considerare rappresentativi? Oppure si premia, sempre simbolicamente, l&#8217;azienda che ha posato più cavi per la diffusione della rete o quella che applica tariffe più convenienti per la connessione?</p>
<p>E poi c&#8217;è una questione dei soldi e si sa, quando nel condominio,anche il più minuscolo, saltano fuori le questioni di soldi sono cavoli amari. Figuriamoci nel condominione che chiamiamo internet. Che cosa ce ne facciamo di questi soldi? Li lasciamo alla fondazione? O li destiniamo a un progetto per la diffusione ulteriore della rete, magari nel terzo mondo. Bello, ma quale? Ce n&#8217;è uno che è più meritevole degli altri? E poi, diciamocelo, con 10 milioni di corone svedesi (meno di un milione di euro) non è che si combina un granché a livello di umanità. Siamo sinceri: la rete ha ancora diversi conti in sospeso, qualche lato oscuro, qualche nodo irrisolto. Secondo il <a title="webby" href="http://www.webbyawards.com/press/topwebmomentsdecade.php">Webby Award</a> prestigioso premio internazionale tra i dieci eventi più importanti della rete si annoverano grandi passi per l&#8217;umanità quali Wikipedia e la protesta iraniana monitorata da Twitter ma anche la chiusura di Napster, che rappresenta l&#8217;irrisolto contenzioso tra diritti d&#8217;autore e file sharing.</p>
<p>Al di là dell&#8217;ironia, il problema vero sta nel fatto che internet non è che uno strumento. Sarebbe come candidare l&#8217;automobile, la televisione o il frigorifero che, a loro tempo, influenzarono il mondo nel bene o nel male. Internet come espressione umana contiene tutto: il commercio, la cultura, la vita sociale, le istituzioni, le contro-istituzioni, la libertà di parola, la censura, la truffa, le istruzioni per costruire bombe, le catene di Sant&#8217;Antonio, appelli di ogni genere per salvare il mondo, l&#8217;istigazione all&#8217;odio e la condivisione della conoscenza. Per quanto riguarda i contenuti, questa entità indefinibile che è internet è un oggetto inerte, non schierato, non responsabile e muto. Contiene e basta.</p>
<p>Dal punto di vista della modalità, oltre ai ben noti meriti contenuti nella petizione della candidatura, internet ha anche contribuito ad aggravare il divario tra le generazioni e tra i paesi ricchi e quelli poveri. Internet infatti serve molto di più ai ricchi studenti americani che ai ragazzi delle bidonville africane o asiatiche, anzi ne acuisce il divario: coloro che hanno accesso hanno un&#8217;arma in più per respingere la concorrenza dei più poveri e dunque emarginarli ancora di più. Non vorrei che ci si illudesse: per navigare c&#8217;è bisogno di un computer, di energia elettrica, di una buona conoscenza dell&#8217;inglese e della necessità di farlo.</p>
<h5>Il lato oscuro</h5>
<p>Malgrado ciò neppure dei suoi lati oscuri si può accusare la rete, perché come si è detto, è un oggetto e in quanto tale non è dotato di volontà e dunque di responsabilità.<br />
Ciò che importa sono le intenzioni. E le responsabilità che da esse derivano. Sono certo che durante la loro vita Rigoberta Menchù, Shirin Ebadi, Nelson Mandela o Madre Teresa abbiano più volte dovuto scegliere il male minore e si siano presi la responsabilità di provocare il male ad alcuni per cercare il bene di molti. Abbiano vissuto dubbi, incertezze e malgrado tutto ne abbiano accettato il peso. Ecco quello che, secondo me, dovrebbe premiare un riconoscimento prestigioso agli occhi dell&#8217;umanità: il sacrificio personale, il senso di responsabilità delle proprie azioni, il coraggio di affermare idee difficili, rivoluzionarie e anche dolorose. È questo che rende le persone degne di essere onorate: la capacità di affrontare sfide enormi con un coraggio che sembra persino più grande dell&#8217;umanità stessa. Gente meravigliosamente folle da prendere sulle proprie spalle, per quanto deboli e strette un po&#8217; di quella sofferenza del mondo.</p>
<p>Vorrei che si premiasse l&#8217;umanità di queste persone e non una “cosa”, un mucchio di macchine utilizzate da una umanità varia. Vorrei che la smettessimo di nascondere le responsabilità personali dietro la folla e dietro le belle idee indefinite di fratellanza e condivisione.  O dietro la tecnologia. Vorrei continuare a essere un entusiasta di internet senza pensare che sia la soluzione. In verità vorrei continuare a essere entusiasta della gente che sta dietro a quella cosa che chiamiamo internet e che con uno spirito sorprendente di condivisione, generosità e profonda compassione umana rende quella “cosa” una cosa meravigliosa. Ecco, qualcuno di loro vorrei premiare. Non internet.</p>
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		<title>Internet? Dovremmo farla più intelligente</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 07:45:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[complessità]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza collettiva]]></category>
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		<category><![CDATA[social network]]></category>

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		<description><![CDATA[Di morale, di società e di cambiamenti culturali. La provocazione della settimana scorsa ha sviluppato un dibattito ricco, ripartiamo da "noi" e da "loro"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie (citando <a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807840463/Grazie/Daniel_Pennac.html?prkw=feltrinelli&amp;aut=246704&amp;cat1=1&amp;srch=0&amp;layout=2&amp;page=1">Pennac</a>). Grazie a tutti quelli che sono entrati in una conversazione centrata <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/30/internet-dovrebbe-essere-piu-stupida">sul mio precedente articolo</a>, quello che sostiene che Internet, se vogliamo allargarne la portata, dobbiamo farla <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/30/internet-dovrebbe-essere-piu-stupida">più stupida</a> (in realtà più <em>semplice</em>). E comunicarla meglio. Quello che parlava della differenza tra &#8220;noi&#8221; che facciamo i siti e/o ci godiamo appieno il mondo del digitale e &#8220;loro&#8221; che al mondo della rete sono alieni. Perché questa, in fondo, è un&#8217;altra forma di digital divide: chi vive la Rete e chi ne è fuori, e non la capisce, trovandola inutile o pericolosa.<span id="more-1218"></span></p>
<p>Questione di educazione, dicono molti che hanno commentato il pezzo. Vero, anche se preferirei parlare di cultura. E la cultura non è una cosa che si formi a scuola, dove al massimo si può tracciare una strada da seguire poi personalmente. Perché il problema vero non è la tecnologia, né l&#8217;usabilità. Il problema è che la Rete ha portato con sé un cambiamento culturale stridente, una serie di modelli di comportamento che urtano violentemente coi paradigmi passati.</p>
<h5>Preconcetti</h5>
<p>Oggi ancora ne ho avuto un esempio: una persona che non capiva, guardando Twitter, perché la gente lo usasse, perché voleva far sapere agli altri i fatti propri, e catalogava questa pratica come forma estrema di alienazione, di sostituzione dei contatti reali con altri virtuali, di morte delle amicizie sostituite da fantasmi digitali. Noi sappiamo che spesso invece i social network ci aiutano ad amplificare le relazioni, non  a svuotarle (benché per qualcuno sia comunque vero proprio il contrario). Come è possibile farlo capire a gente che ha un&#8217;impostazione mentale totalmente, radicalmente ancorata su modelli di comportamento &#8220;tradizionali&#8221; (non dico meno validi, sia ben chiaro)? Che quando osserva e prova vede una realtà ovviamente filtrata dal proprio  pre-concetto, interpreta cose sconosciute sulla base di schemi e parametri conosciuti da tutta una vita?</p>
<p>La rivoluzione della rete potrei compararla al <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Flower_power">Flower Power</a> del movimento <em>hippie</em>, un modo diverso di intendere le relazioni sociali che sconfinava nel libero amore e in un distacco dal consumismo e che sconvolse gli americani (e non solo) allevati in una morale calvinistico/bacchettona e in uno stile di vita fondato sul mantenere i propri livelli di consumo uguali o superiori a quello del vicino di casa.</p>
<p>Si entra in un&#8217;altra dimensione, insomma. Un salto culturale che può sconfinare nel morale, una rottura di abitudini e convinzioni maturate da anni, difficili da scardinare dopo una certa età, difficili da scardinare se uno è imbevuto di culture non digitali e fortemente tradizionalistiche (qui l&#8217;età c&#8217;entra meno), difficili da superare se non c&#8217;è l&#8217;elasticità mentale di accettare che le cose, nel tempo, possono cambiare e quindi anche i propri stili di vita, il proprio modo di vedere il mondo. Tutto ciò non succede in genere attraverso folgorazioni sulla via di Damasco: ci vuole tempo. Per tutti loro o quasi, se vogliamo comunque fare business con la Rete, dobbiamo pensare a quell&#8217;internet meno rivoluzionaria che ho definito a effetto &#8220;più stupida&#8221;.</p>
<h5>Per noi, invece</h5>
<p>E per &#8220;noi&#8221;, invece, che cosa dovremmo fare? Questa è una bella domanda. Forse è <em>la</em> domanda. A quanto pare la crisi economica che stava per rimandarci tutti al paleolitico con una zappa in mano non ha insegnato molto. Internet è ovviamente sostenuto dalle iniziative di business, volte a far preferire il nostro prodotto, a far fruttare la nostra marca: e nel nostro sistema economico è giusto che sia così ed è il modo in cui io riesco a sbarcare il lunario. Ma penso che non di solo consumo viva l&#8217;uomo (e anche la donna, ovviamente). Internet deve diventare più intelligente &#8211; in termini pratici e in termini, passatemi la parolaccia, &#8220;politici&#8221;.</p>
<p>Internet deve diventare più intelligente in termini di tecnologie, a partire ad esempio da motori di ricerca che ci diano quello che ci serve, non &#8220;parole chiave&#8221; decontestualizzate. Più intelligente in termini di un entertainment più intelligente, in contrapposizione a quello &#8220;stupido&#8221; che noi tutti conosciamo. Un entertainment più interessante per i nativi e gli immigrati digitali, forse un buon motivo per immigrare per chi ancora non c&#8217;è. E qui per fortuna i buoni esempi non mancano. Più intelligente in termini di &#8220;far fare&#8221; rispetto  un &#8220;lasciarsi intrattenere&#8221;. Più intelligente nel senso di rendere più intelligenti le persone.</p>
<h5>Teste flessibili</h5>
<p>Qui sì che sposo il tema dell&#8217;educazione. Una educazione non alla rete per sé stessa, ma un&#8217;educazione che usi la Rete per lavorare su generazioni più giovani, su teste più flessibili, per innescare un ragionamento, un pensiero su dove vogliamo andare in termini sociali, ecologici, anche morali. Un internet più intelligente in termini di capacità di proporre stimoli, ragionamenti, pensieri per una società che deve necessariamente evolvere in direzioni meno autodistruttive. Qui non è una questione di interfacce o di tecnologie: ancora una volta è questione di persone. La sfida colossale, in un mondo condizionato dall&#8217;<em>entertainment</em>, dall&#8217;<em>engagement,</em> dallo <em>show biz</em>, dal <em>wow factor</em> sarà proprio la capacità di rendere interessanti e pressanti temi sconfinanti con l&#8217;etica &#8211; che in prima battuta molti possono vivere come mortalmente noiosi, meglio coltivarsi il proprio pezzo di terra virtuale su FaceBook.</p>
<p>Qui ci vorrà tutta la nostra intelligenza. Con lo scenario mediatico che si sta profilando, i media tradizionali che scricchiolano, i conglomerati mediatici che sospettiamo (<em>ehm ehm</em>) perseguano finalità proprie, forse l&#8217;ultima chance che abbiamo per fare collettivamente un salto culturale ce la può dare la Rete. Un salto che forse potranno vedere i nostri nipoti. Roma non è stata fatta in un giorno e ci vorrà tempo ma ogni viaggio inizia dal primo piccolo passo&#8230; per evitare di finire, come diceva Fassbinder, <a href="http://ilpiaceredegliocchi.splinder.com/post/21563767/Anche+i+nani+hanno+cominciato+">come i nani</a> &#8211; che anche loro hanno cominciato da piccoli.</p>
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		<title>Smontiamo i falsi miti di internet</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/03/uno-sguardo-ai-falsi-miti-di-internet</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Jun 2009 05:40:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Una ricerca di Eurisko-GFK sfata diversi luoghi comuni sul mondo della rete. Ce n'è per tutti, per quelli che la Rete la conoscono poco, ma anche per quanti pensano di conoscerla benissimo. Una sintesi personale della ricerca]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È una verità amara, ben nota a chi lavora nel mondo della rete e ha clienti che ci vivono fuori. La percezione di internet è fortemente influenzata da miti, stereotipi, preconcetti, i soliti &#8220;tutti sanno che&#8230;&#8221;. Il che, a noi addetti ai lavori, pone spesso dei bei bastoni fra le ruote, obbligandoci a resettare i nostri interlocutori prima di poter iniziare a ragionare sul serio (sempre ammettendo che si riprendano abbastanza in fretta dallo shock delle nuove scoperte). In questo senso ho trovato interessante il seminario tenuto qualche settimana fa da <a href="http://www.gfk.com/gfk-eurisko/">Eurisko GFK</a> sui <em>Miti, Segreti e Tesori di Internet</em>.<span id="more-631"></span> E ho deciso di condividere con voi alcuni dei punti salienti della presentazione (una selezione draconiana, dato che la presentazione è di ben 123 slide), accompagnati da qualche mia opinione. Con l&#8217;ovvia raccomandazione di prendere sempre le ricerche con le pinze e con senso critico, evitando però di bocciarle a priori se i risultati non sono quelli a cui ci piace credere.</p>
<p><strong>Sono tutti su internet.</strong><br />
Mito ben caro alle frange più integraliste tra i sostenitori della Rete, dico io. In realtà in Italia c&#8217;è ancora un sacco di gente che in rete non c&#8217;è (e ci sarebbe poi da discutere su quanto e come la usa chi c&#8217;è). È da tempo che io sostengo posizioni un po&#8217; revisionistiche, affermando che internet è uno strumento che non raggiunge e non raggiungerà a breve la totalità del mercato, nè come media informativo, nè come strumento pubblicitario. Quindi la pubblicità &#8220;offline&#8221; è ben lungi dall&#8217;essere morta (anche se non sta molto bene e rischia di ritrovarsi almeno in parte incastrata su target via via meno interessanti come potenzialità di spesa, età eccetera). Ne consegue che la strana coppia online e offline è destinata a <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2008/09/adv-classico-e-internet-la-strana.html">fare ancora un po&#8217; di strada</a> insieme. Secondo Eurisko sono circa il 42% gli italiani con  più di 14 anni che si sono collegati «almeno una volta negli ultimi tre mesi». Altre fonti forniscono dati un <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2009/05/dati-audiweb-un-internet-abbondante.html">po&#8217; più abbondanti</a>,  si veda in proposito anche questo mio precedente <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2009/02/altri-dati-su-internet-in-italia.html">intervento</a>, ma c&#8217;è poco da star lì: siamo poco sopra o poco sotto il 50% dei nostri connazionali. Gli altri non è detto li si possa ancora raggiungere con la Tv, ma di sicuro non li si raggiunge bene con la Rete. Occhio però che per contro internet ha invece concentrazioni molto più elevate (80%, 90% o anche più) su certi gruppi di persone, in certe realtà (dice Eurisko: dirigenti, liberi professionisti, impiegati delle grandi città). E questo ha certamente un forte impatto sulle decisioni da prendere quando a questi target voglio parlare.</p>
<p><strong>Su internet ci sono solo i giovani.</strong><br />
Ovvero: internet come fenomeno da ragazzini. Io ho l&#8217;impressione che sia una percezione in via di estinzione, visti anche tutti gli articoli che ci bombardano su quanto Facebook sia invece una roba da quarantenni e li raccolga a milioni di milioni. Qualche numero: nella classe d&#8217;età 14-24 sono online il 75%; in quella 25-34 sono connessi il 65%; in quella 35-44 siamo al 54%; in quella 45-54 siamo al 41%; per la classe 54+ siamo al 10%. Tuttavia, dal momento che in Italia ci sono più vecchi che giovani (diciamola così), se si distribuiscono opportunamente i pesi e su questo dato facciamo la parametrazione degli user, salta fuori che c&#8217;è una sostanziale omogeneità relativa dai 14 ai 54 anni nell&#8217;uso di Internet. Dice Eurisko che in rete troviamo quella parte della popolazione che costituisce il cuore economico, sociale, culturale Italiano. Ergo, concludo io: solo gli sfigati non sono in Rete, o qualcosa del genere. E questo pesa parecchio, nelle scelte di marketing e comunicazione.</p>
<p><strong>Internet è il mondo virtuale.</strong><br />
Sintetizzando molto il pensiero di Eurisko, se qualcuno pensa che la rete sia il luogo della vita virtuale si sbaglia di grosso: per il 72% degli intervistati internet è prima di tutto una cosa utile. Serve. Serve per i propri interessi, per le proprie passioni, per gli hobby, per comunicare con gli altri&#8230; e solo dopo per altre cose. Nell&#8217;uso dunque c&#8217;è un forte obiettivo di concretezza. E questo ha un impatto forte, ad esempio su chi sviluppa progetti online. Nel mio caso significa fare molta attenzione a non voler fare a tutti costi siti/navigazioni &#8220;esperienziali&#8221;, ma tenere conto che spesso le persone cercano risposte dal sito (e l&#8217;intefaccia di Google insegna che cos&#8217;è la concretezza). Dunque mi si ricomplica il problema annoso di bilanciare performance e trasferimento dei valori di marca.</p>
<p><strong>Esiste un &#8220;utente tipo&#8221; di internet.</strong><br />
Sarebbe un po&#8217; il luogo comune sul fatto che le persone che usano la rete facciano più o meno tutti le stesse cose. Immagino che i lettori abbiano una visione completamente diversa, ma l&#8217;uomo (o il cliente) della strada ha spesso questo stereotipo in testa (l&#8217;ho visto, giuro). Citando l&#8217;esimio istituto di ricerca: «A parte la posta elettronica, il generico browsing e il ricorso ai motori di ricerca, tutte le altre attività d’uso si sviluppano presso una minoranza di utenti. Commercio elettronico, social networking, instant messaging, blogging, peer to peer, uploading, downloading eccetera sono tutte attività con un proprio specifico target». Eurisko porta l&#8217;esempio della consultazione delle news online, che si pensa sia universale ma in realtà è praticata &#8220;solo&#8221; dal 40% degli utenti.</p>
<p><strong>Su internet contano soprattutto le informazioni e i contenuti.</strong><br />
La posizione di Eurisko la riassumerei dicendo che i contenuti oggi sono una specie di commodity, si trovano in tanti posti. Le persone non premiano chi dà contenuto ma chi dà soluzioni a bisogni e desideri (vedi <a href="http://www.google.com/url?sa=t&amp;source=web&amp;ct=res&amp;cd=1&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.venturini.biz%2Fdownloads%2Fbisognidesideri.pdf&amp;ei=-_ACStefK5a1-QbHifyZAw&amp;usg=AFQjCNEj6aYd2B5THlqQOpQ4RhYNV2-ygg&amp;sig2=O_Qsm-GPLQTX6xG0yQj2GA">questo pdf</a> da me scritto tanto tempo fa). D&#8217;altra parte molti grandi player di internet non producono contenuti (vedi Google, YouTube, Facebook, eBay) ma li usano, li fanno fare agli utenti, li aggregano. Il successo sta nell&#8217;intermediazione, nel processo di relazione tra utenti e contenuti: «Su internet conta soprattutto il modo con cui persone e contenuti entrano in relazione tra loro» e &#8220;Una provocazione: nessuno vuole le informazioni. Gli utenti su internet cercano: soluzioni,esperienze, identità eccetera».</p>
<p><strong>Se l&#8217;ecommerce non corre, la colpa non è della carta di credito.</strong><br />
Analizzando le loro interviste, emerge che il principale fattore di resistenza all&#8217;ecommerce è la preferenza verso il toccare con mano i prodotti e il parlare con le persone. Fare shopping &#8220;fisico&#8221; è più divertente. Solo al terzo posto compare la paura della carta di credito. Ci sono resistenze forti, ma dovute al fatto che non si è ancora assimilato un comportamento che spezza abitudini sociali, psicologiche fortemente radicate, non si è ancora metabolizzato un modello nuovo. La sicurezza dei pagamenti è importante ma non è la soluzione a tutti i problemi.Tra l&#8217;altro, tra chi ha provato l&#8217;ecommerce ci sono livelli elevatissimi di soddisfazione: «L’ecommerce rappresenta il trionfo del servizio razionale ed efficiente».</p>
<p><strong>Gli utenti internet non vogliono la pubblicità online.</strong><br />
Su questo punto mi permetto di esprimere una critica a Eurisko, che in realtà sembra voler portare un sostegno alla teoria dell&#8217;efficacia della pubblicità online. La presentazione a cui ho assistito non dimostra questa tesi, ma semmai un altro punto forse più importante: internet è uno straordinario strumento di influenza delle scelte d&#8217;acquisto. Il 68% degli intervistati risponde positivamente alla domanda “In futuro Lei pensa di utilizzare Internet per informarsi su prodotti o servizi da acquistare attraverso altri canali o altri punti vendita?&#8221;. Questo a me parla di un uso attivo, di una ricerca: quanto sia influenzata o meno dall&#8217;advertising online non mi è chiaro (anche se sono convinto che la pubblicità su internet, se fatta con certe attenzioni, può essere molto più funzionale di quello che si pensa e si scrive. Bisogna però essere dannatamente bravi per riuscirci.</p>
<p><strong>I pareri degli altri utenti influenzano gli acquisti meno di quanto non si creda.</strong><br />
Alla domanda “Le è capitato di utilizzare o tenere conto per i suoi acquisti in internet o nei negozi tradizionali di ciò che ha letto o sentito nei forum, newsgroup, blog, siti, social network, ad esempio giudizi o indicazioni su prodotti e marche? Se sì, quanto spesso?” solo un 4% ha risposto di farlo spesso e un 21% di farlo a volte. Avrei giurato fossero un bel po&#8217; di più. Anche qui, però, occhio all&#8217;effetto del medione: magari a spaccare i dati si scopre che i mezzi polli non sono distribuiti in maniera omogenea. E poi dipende per quali occasioni, quali prodotti. Quindi, pur riconoscendo una capacità di influenza potente della <em>community</em>, della <em>crowd</em>, del <em>word of mouth</em> sulla rete, siamo ancora lontani da poterlo considerare un fenomeno universale. Mettiamola così: la mia opinione è che un 25% rappresenta una tremenda area di pericolo se della marca/prodotto si parla male (vedi alla voce <em>digital reputation</em>). Ma rappresenta un bacino un po&#8217; troppo piccolo per giustificare quelli che sostengono che le aziende dovrebbero cancellare la pubblicità e il marketing per affidare integralmente le sorti del loro prodotto al passaparola digitale. Magari ci arriveremo, ma ci vorrà ancora un po&#8217; di tempo. Più che altro il nodo sembra essere che se una persona raccomanda un prodotto, chi mi dice che abbia i miei gusti, le mie necessità, i miei budget? È difficile valutare l&#8217;affidabilità dei pareri degli altri, specialmente perché, non conoscendoli, non so quanto sono simili a me. Quindi il valore dell&#8217;opinione dipende dalla congruità tra il profilo, la personalità dell&#8217;emittente e quello del ricevente. Vale il parere dello user se la sua identità mi è nota, se posso capire quanto è simile a me e quindi quanto senso ha per me quello che dice.</p>
<p><strong>Internet è la fonte primaria di informazioni.</strong><br />
Per gli utenti internet italiani, la fonte più importante di informazioni è la televisione, internet è la seconda. Almeno per ora. La cosa è spiegabile anche col fatto che Internet, come detto, copre solo un 40% della domanda informativa, mentre con due telegiornali si copre più o meno il paese. Ergo: è il Tg che detta l&#8217;agenda setting nazionale, che determina ciò di cui si parla e come si pensa. E se si vuole essere al pari con quello che pensa e dice la nazione si deve guardare la TV. Se ci si limita alla sola internet, chioso io, ti trovi in una nicchia, hai una percezione difforme della realtà rispetto a quella che ha il resto del paese. La Tv è quindi molto più trasversale e ha un effetto molto più omogeneizzante di Internet.</p>
<p>Insomma, Eurisko ha tirato un po&#8217; di sassi nello stagno (una brevissima sintesi della ricerca <a href="http://www.gfk.com/imperia/md/content/gfk_eurisko/pressroom/seminario_internet_7-05-09_.pdf">si può scaricare</a> sul sito di Eurisko GFK). A seconda di quello che è lo stagno in cui crediamo, ce ne abbiamo un po&#8217; tutti per reagire vigorosamente e negare la validità dei risultati. O per farci un pensiero sopra e domandarci se ciò che pensiamo è davvero reale o se anche a noi non capiti a volte di credere un po&#8217; troppo alla mitologia.</p>
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		<title>Tecnologia sapiens nel futuro dell&#8217;uomo</title>
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		<pubDate>Sat, 30 May 2009 06:35:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quinta di copertina]]></category>
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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Massimo Adinolfi, filosofo, che ha organizzato un incontro sulla natura umana tra cultura e tecnica. Tra tecnologie hard e soft, invarianti biologici e modelli di conoscenza, perché non bisogna temere i cambiamenti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/05/035_newqdc_29052009.mp3">Download audio file (035_newqdc_29052009.mp3)</a></p>
<p>Come sta cambiando la natura umana. È la dichiarazione di intenti e insieme la domanda intorno a cui ha ruotato la seconda edizione di una summer school di filosofia e politica di tre giorni organizzato dalla Fondazione Italiani Europei a Marina di Camerota, e intitolato appunto &#8220;<a href="http://www.italianieuropei.net/content/view/1251/32/lang,italian/">Il futuro della natura umana</a>&#8220;. Da tecnologie &#8220;hard&#8221;, dirimenti e spesso intimorenti, come la manipolazione del corpo e l&#8217;invariante biologico, a tecnologie più &#8220;soft&#8221;, ma non meno impattanti su comportamenti e sui modi di pensare e di vivere professioni e conoscenze, come le tecnologie connettive e di rete. Ne parliamo con <a href="http://azioneparallela.splinder.com/">Massimo Adinolfi</a>, coordinatore del gruppo di filosofia della fondazione Italiani-Europei e docente di Ermeneutica Filosofica a Cassino: «Paure, rischi, inquietudini sono spesso generati dalle nuove tecnologie, dai cambiamenti che riguardano la tecnica. La filosofia ha sempre riflettuto sul rapporto dell&#8217;uomo con la tecnica, con le tecnologie, con gli strumenti: siamo una specie &#8220;sapiens&#8221;, ma è difficile pensare a cosa voglia dire &#8220;sapiens&#8221; se non si tiene conto della capacità umana di usare strumenti e tecniche, e di inventarsi ogni volta una nuova natura». <span id="more-632"></span></p>
<p>Oltre a come pensare al cambiamento più ampio di questi tempi digitali, l&#8217;uso intenso delle nuove tecnologie connettive cambia anche il modo di pensare alle proprie conoscenze, al proprio patrimonio intellettuale: «La sapienza non è mai stata accumulo di nozioni. Internet è ovviamente un enorme deposito di conoscenze e informazioni, che poi vanno ovviamente organizzate e interpretate: ma sono pratiche cui siamo abbastanza abituati anche con le conoscenze non digitali, come per esempio le enciclopedie cartacee. Noi siamo abbastanza abituati a una distinzione del genere: Kant diceva che non si impara la filosofia, ma si impara a filosofare. Il punto è che se si guarda a Internet come un accumulo di nozioni, un accumulo di conoscenze, un accumulo di informazioni &#8211; o come un aumento esponenziale di tutto ciò &#8211; non si coglie la vera natura del messo. Che invece richiede in un diverso modo di esercitare, mettere in campo, organizzare, ordinare, orientare, valorizzare, gerarchizzare queste conoscenze e queste nozioni. Una nuova cultura del sapere, non necessariamente semplificante, si disegna anche in questo modo: il fatto che si disponga di nuovi strumenti impone maggiore rigore nel pensare, non minore».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li><a href="http://azioneparallela.splinder.com/">Azione Parallela</a>, il blog di Massimo Adinolfi</li>
<li>Il sito della <a href="http://www.italianieuropei.net">Fondazione Italiani-Europei</a>; Post di <a href="http://www.italianieuropei.net/content/view/1251/32/lang,italian/">presentazione </a>sulla Summer School, con programma della tre giorni</li>
<li>Alcune sintesi della tre giorni della summer school: <a href="http://azioneparallela.splinder.com/post/20625724/Perch%C3%A9+alla+sinistra+manca+il">Perché alla sinistra manca il popolo</a> di Massimo Adinolfi; sintesi <a href="http://www.italianieuropei.net/content/view/1299/32/">video </a>sul sito della Fondazione, <a href="http://quadernino.wordpress.com/2009/05/26/la-svolta-del-filosofo-massimo/">La svolta del filosofo Massimo</a>, di Francesco Cundari</li>
</ul>
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		<title>Il corpo delle donne tra web e tv</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2009 13:29:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quinta di copertina]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Lorella Zanardo, imprenditrice che si occupa di tematiche al femminile - dentro e fuori la Rete. Con lei parliamo anche dell'immagine delle donne sui media: dalla televisione al web, in un cortocircuito spesso vizioso]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/04/030_newqdc_20090424.mp3">Download audio file (030_newqdc_20090424.mp3)</a></p>
<p>Dopo la politica e il web delle scorse settimane (e dopo una intromissione nel campo della comunicazione culturale) questa puntata di Quinta di Copertina si occupa delle tematiche al femminile: dentro, fuori e attraverso la Rete. Dalle nuove tecnologie connettive come tecnologie eminentemente femminili, all&#8217;immagine delle donne sui media tradizionali (e il seguente riverbero su alcuni luoghi di internet): ne parliamo con una imprenditrice che da tempo si occupa di tematiche al femminile,  <a href="http://www.ilcorpodelledonne.com">Lorella Zanardo</a>, che è coautore del documentario &#8220;<a href="http://www.ilcorpodelledonne.it/documentario/">Il corpo delle donne</a>&#8220;, diffuso su Internet anche nei suoi momenti di monitoraggio e preparazione, che ha partecipato al festival del documentario sociale “Italiani brava gente”. <span id="more-571"></span></p>
<p>Dice Lorella sull&#8217;uso/abuso del corpo femminile tra i media vecchi e nuovi: «<em>C&#8217;è una sorta di cortocircuito tra televisione e Rete, proprio sulla tematica del corpo delle donne. Tutto quello che passa in televisione giornalmente e che riguarda le donne lo ritroviamo quasi immediatamente su You Tube tagliato con modalità quasi da entomologo &#8211; cioè vengono sezionate le parti di trasmissioni che riguardano belle ragazze: e ci sono quindi centinaia e centinaia di minuti dove vengono riproposti in modo ossessivo, per esempio, parti del corpo della tale soubrette o presentatrice. Non è colpa di un media piuttosto che di un altro, della televisione o del web: citando una considerazione di Marina Terragni &#8220;sembra quasi che la carne non basti più&#8221;. Sembra quasi, insomma, che il corpo reale non basti più e sia necessario sempre più cibarsi di immagini</em>». Ma questo lato voyeuristico non è il solo né il predominante quanto alle tematiche al femminile, che invece consente la costruzione di reti e l&#8217;attivazione di contatti e scambi: «<em>Ovviamente prevalgono gli aspetti positivi di Internet: nel nostro caso la capacità di costruire reti al femminile. Grazie alle possibilità connettive del web, è stato possibile organizzare convegni e incontri in cui parlare e confrontarsi di tematiche al femminile, coinvolgendo persone da tutto il mondo &#8211; e continuando a confrontarsi anche durante tutto l&#8217;anno, attraverso il sito, le mail, skype ecc</em>».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li>Il blog de <a href="http://www.ilcorpodelledonne.com">Il corpo delle donne</a>, e il <a href="http://www.ilcorpodelledonne.it/documentario/">documentario integrale</a></li>
<li>Il sito di <a href="http://www.winconference.net">Win Conference</a>, conferenza mondiale di donne; il sito di <a href="http://www.girlgeekdinnersitalia.com/">Girl Geek Dinner Italia</a>, network di donne appassionate di tecnologia e nuovi media</li>
<li>Estratti del documentario sull’uso del corpo femminile nella tv italiana (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=YPOPtRqzTnY">uno</a> e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=3mp0YghZeLU&#038;feature=related">due</a>); altri video di <a href="http://www.youtube.com/user/novocine1908">monitoraggio</a>; un <a href="http://www.youtube.com/watch?v=YjQViNp_zCw">video dal festival</a> &#8220;Italiani Brava Gente&#8221;</li>
<li>Il sito del festival sul documentario sociale &#8220;<a href="http://www.italianibravagente.info/2009/">Italiani Brava Gente</a>&#8220;</li>
</ul>
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		<title>Apogeonline Bit Comics # 32.1</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2009 08:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gas e Lio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bit Comics]]></category>
		<category><![CDATA[chat]]></category>
		<category><![CDATA[instant messanger]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-561" src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/04/01.jpg" alt="" width="450" height="1500" /></p>
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		<title>La nostra mente sovrappeso</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 08:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[mente]]></category>

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		<description><![CDATA[La grande abbuffata dell’informazione è un gran divertimento, ma a lungo andare si diventa mentalmente obesi. La domanda del secolo è: riuscirà il nostro cervello a cambiare il suo metabolismo in tempo per riuscire a tornare in forma? O dobbiamo metterci a dieta?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Jimmie G. è felice. Jimmie non ricorda una sola ragione per essere preoccupato, amareggiato, infelice. La sua malattia, la sindrome di Korsakov, gli impedisce di ricordare chiunque e qualunque cosa per più di qualche decina di secondi. A seguito dell’alcolismo che lo ha afflitto, Jimmy G. ha sviluppato una forma di amnesia anterograda che gli impedisce memorizzare ciò che accade ogni giorno e una forma di amnesia retrograda che ha cancellato quasi totalmente i suoi ricordi fino alla fine degli anni quaranta. Jimmie vive in un mondo che ricomincia da capo ogni pochi secondi, all’infinito, senza mai lasciare un segno. Jimmie rimarrà convinto per tutta la sua vita di essere un giovane marinaio americano appena uscito dalla Seconda Guerra mondiale, forte e con un sacco di progetti ancora da realizzare. Che cosa saremmo noi senza memoria?<span id="more-554"></span></p>
<p>La memoria è l’ossessione del nostro tempo. La nostra esistenza passa attraverso la nostra memoria e la memoria di qualcun’altro. Fin da bambini, ricordare la lezione e sperare che la mamma non dimenticasse di venirci prendere a scuola erano pensieri costanti. Ma possiamo ancora fidarci della nostra memoria, quando centinaia, migliaia, forse milioni di oggetti, messaggi, colori, suoni si presentano ai nostri occhi, ogni giorno, intasando la nostra attenzione? Riuscirà il nostro cervello a modificare le sue procedure in modo da stare dietro a queste nuove condizioni? O finiremo per essere sopraffatti, ammutoliti di fronte all’enorme massa di conoscenza che non riusciamo più a digerire?</p>
<h5>La mente grassa</h5>
<p>Tutto è cominciato con le esplorazioni. «Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza» fa dire ad Ulisse, Dante, per convincere i compagni che è necessario varcare i confini della propria vista per poter dirsi superiori alle bestie. E così gli imperi si allargano, le navi salpano. In patria torna una massa enorme di storie, miti e informazioni. Quei luoghi sconosciuti che i cartografi d’epoca romana liquidavano con un laconico Hic Sunt Leones (qua ci stanno i leoni e i leoni, si sa, meglio lasciarli in pace) diventano paesaggi, fauna, frutti, animali esotici. E popoli, linguaggi, tradizioni, miti, credenze religiose. Ognuna di quelle storie è un colpo alle certezze tradizionali. Sono umani? Esistono gli dei in cui credono?</p>
<p>Per poter comunicare, commerciare bisogna modificare la propria lingua, renderla adattabile alle nuove esigenze, ai nuovi accenti. I greci di Alessandro la chiamavano Koiné, la lingua comune, bastarda, linguaggio di tutti e di nessuno che permetteva di entrare in contatto con gli “altri”. Così venne la <a title="lingua franca" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Lingua_franca" target="_blank">Lingua Franca</a> il dialetto arabo turco genovese provenzale che parlavano i marinai del Mediterraneo, e l’ Yiddish, Lo Spanglish e le altre lingue spurie. Nuovi nomi, nuove geografie, nuovi equilibri che richiedono una adattabilità che il mondo antico non riusciva neppure ad immaginare. E che richiedono memoria. Le cronache diventano cronaca, nascono i giornali che “giornalmente” informano. Prima sul circondario e poi sula politica internazionale. Così quando la famiglia reale del Nepal viene sterminata lo veniamo a sapere, così quando l’Infanta di Spagna sposa un atleta basco lo veniamo a sapere e capiamo che è una notizia, perché conosciamo la Spagna, la monarchia, il problema dei Paesi Baschi.</p>
<p>La biblioteca interna ha bisogno di spazi sempre più grandi e la fila di nuove informazioni da archiviare si allunga. il tempo per processarle diminuisce. Internet accelera il fenomeno. La nostra personale biblioteca non ce la fa più.</p>
<h5>Uno solo</h5>
<p>Che il nostro cervello riesca, fisiologicamente, ad adattarsi alle nuove condizioni è piuttosto improbabile. I tempi di adattamento del corpo umano si pongono nell’ordine delle migliaia di anni. Secondo alcuni studiosi, malgrado il BigMac Menu con il suo carico di grassi idrogenati sia sulla piazza da diverse decine di anni, il ritmo del nostro metabolismo assomiglia a quello di un cacciatore-raccoglitore di diecimila anni fa. La nostra pancetta è un regalo del disallineamento tra le abitudini (maggiore disponibilità di cibo, maggior concentrazione di valori nutritivi e una minore attività) e il ritmo con cui il nostro corpo concepisce l’assimilazione. Malgrado i numerosi ristoranti MacDonald disponibili nel mondo, il nostro fisico si ostina a raccogliere riserve per il “non si sa mai”. Sta succedendo una cosa simile alla memoria. Una maggiore disponibilità di dati e un minor tempo per elaborarli (la ginnastica mentale che richiede l’interpretazione e l’archiviazione) ed ecco che ci troviamo circondati da una quantità di informazioni che non riusciamo più a digerire.</p>
<p>Il cervello, nella struttura fisiologica e di conseguenza nelle modalità, si evolve più lentamente. Così come la riserva di grasso che ci si deposita sui fianchi non verrà sfruttata tra un pasto e l’altro, così la raccolta di informazioni grezze non avrà il tempo di essere metabolizzata tra un click e l’altro. Informazioni che si riducono a pezzi di un puzzle che non si ha il tempo di far combaciare. Sono come i frutti di <a title="Unnecessary Knowledge" href="http://www.unkno.com/" target="_blank">Unnecessary Knowledge</a>, il sito che a ogni refresh della pagina offre una nuova pillola di saggezza (come “elephant cannot jump”, “snails can sleeps for three year”) insolubile, inutilizzabile, decontestualizzata. Una sorta di placebo per la nostra sete di conoscenza. Forse è tempo di considerare una dieta drastica, un’ecologia della mente (come la chiamava Gregory Bateson) che ci rimetta in forma. Ecco tre diete per ripulire le arterie dal colesterolo del sapere. Si chiamano: Ricordare tutto, Ricordare a Caso, Dimenticare Sereni. Tre diete da usare con parsimonia e buon senso.</p>
<h5>Ricordare tutto</h5>
<p>Il signor S. chiese ad Aleksandr Lurija, il più grande neuropsicologo dell’epoca, che misurasse la sua capacità mnenomica, perché aveva il sospetto che fosse fuori scala. In effetti la sua capacità i ricordare fu riconosciuta straordinaria. Datagli una matrice di numeri e lettere composta senza un ordine, non solo il signor S. fu in grado di ricordarla dopo sedici anni, ma arricchì il ricordo con dettagli dell’abbigliamento del dottor Lurija e del tempo atmosferico del giorno in cui vide la matrice per la prima volta. La mente del signor S. era uno straordinario archivio nel quale ogni parola, ogni numero, ogni dato non erano solo un suono e un senso, ma anche un’immagine,  una forma, un odore, un colore. Ogni cosa che entrava nella mente del signor S. diventava un vero e proprio spettacolo. Ricordare per il signor S. significava fare una passeggiata all’interno di paesaggi interessanti e coerenti. Che teneva vividi e ben ordinati come un giardiniere cura il proprio paesaggio. Come in un grande videogioco.</p>
<p>Per decenni i videogiochi sono stati un divertimento pensato e sviluppato per un pubblico di giovani maschi. I produttori non hanno potuto che starsene a guardare dalla finestra quell’enorme popolo di adulti non giocatori, in maggioranza donne, che non riuscivano neppure a sfiorare. Quando Nintendo ha compreso che l’unico modo per sopravvivere alla concorrenza dei colossi Sony e Microsoft era dribblare le altre console ha investito proprio su quel pubblico considerato impossibile. E lo ha fatto con due idee. La prima è un modo di giocare corporeo, che non costringe il giocatore a starsene seduto su una sedia ad amministrare le capacità di un alchimista di World Of Warcraft decifrando procedure e dettagli fantasy. L’altra chiave è il Dottor Riuta Kawashima e il suo Brain Training.</p>
<p>In un’epoca di performance anche il cervello è percepito come un muscolo da allenare.  Un cervello ben allenato permette di affrontare le sfide quotidiane con efficacia. Da queste considerazioni nasce il fitness delle meningi. Secondo una ricerca citata da <a title="SCIAM" href="http://www.sciam.com/article.cfm?id=brain-trainers" target="_blank">Scientific American-Mind</a>, nei soli Stati Uniti il giro d’affari per il brain fitness è cresciuto dai 100 milioni di dollari del 2005 ai 225 del 2007. È il territorio di una messe di software, segmentati per varie necessità: manager, commuters, anziani, bambini problematici a cui è stata diagnosticata l’Adhs (Attention Deficit Hyperactivity Disorder). L’obiettivo del fitness della mente è quello di conservare la brillantezza delle connessioni sinaptiche e sviluppare la memoria. È la strategia per combattere quella sensazione di sconforto e impotenza, quando ci si prova a contare quante email giacciono non lette e quante nostre richieste sono state dimenticate da chi ci circonda. E quante segnalazioni su YouTube non abbiamo ancora visionato. E quanti link non abbiamo ancora visitato. E quanti degli ottantamila volumi che sono stati pubblicati l’anno scorso solo nel nostro paese non abbiamo ancora letto. E che dire dei cinque quotidiani che bisognerebbe consultare ogni giorno per garantirsi una informazione obiettiva? Tutti i pezzi di un puzzle che non trovano posto. Ci vuole un cervello da record olimpico, che esercita il suo allenamento ogni giorno.</p>
<p>D’altra parte non basta avere un cervello allenato per tenere tutto in ordine. Ci vuole un metodo. La mnemotecnica è un’arte antichissima di cui ha discusso anche Aristotele. Tra le più diffuse è la tecnica di trasformare i ricordi in immagini, in luoghi nei quali ogni dettaglio è un pezzo da ricordare. Così come il Signor S. ripercorreva intere vie di città a lui familiari nelle quali aveva incastonato i ricordi, la nostra memoria può diventare uno spettacolo a nostro solo beneficio.</p>
<h5>Ricordare a caso</h5>
<p>Con un po’ di esercizio, con un po’ di fantasia possiamo dunque buttare giù un po’ di chili. Ne potremmo buttare giù molti di più se la nostra vita fosse fatta di oggetti e concetti ben divisi e riconoscibili. Il fatto è che molto di quel che facciamo scivola sua una base irrazionale, difficile da definire. La rete internet è uno strumento innestato su una solida base razionale. Basta vedere come in qualunque sito web che si rispetti farà la sua bella figura uno campo di ricerca. Definite ciò che cercate, scrivetelo e lasciate che sia il sistema a lavorare per voi.Uno strumento perfetto per quando si sa esattamente quello che si vuole. Ma che cosa capita in quei giorni in cui tutto sembra un po’ più opaco, più indeciso, in cui è massima la disponibilità nel “fare qualcosa”. Quei giorni nei quali si userebbero espressioni del tipo: vorrei un paio di jeans che mi facciano sembrare più giovane, vorrei un libro che mi facesse vivere tempi che non ho vissuto, vorrei mangiare qualcosa di fresco. Quale motore di ricerca risponde a queste domande?</p>
<p>Una volta si chiamavano Sistemi Esperti. Si sperava di creare software così sofisticati e complessi da poter sostituire l’anamnesi medica, almeno nei casi più lievi. Rispondi a due o tre domande e il sistema avrebbe elaborato, attraverso una serie di rimandi e collegamenti “intelligenti”, una terapia semplice ma efficace. Ma questi Sistemi Esperti non sono diventati abbastanza esperti e il mio medico di base passa ancora il suo tempo a salvare i pazienti da mal di testa, indigestioni e infreddature di stagione. Meglio affidarsi all’istinto.</p>
<p>Nella mia città le bancarelle e i negozi di libri usati abbondano. Ciò che rende l’acquisto “da bancarella” interessante è il fatto che siano i libri a cercare me, piuttosto che il contrario. Il miglior atteggiamento col quale affrontare un bouquiniste è l’abbandono. Non cercare ma lasciarsi trovare. Spesso ciò che si trova sono edizioni vecchie, testi di argomenti demodé, piccoli tesori che vi faranno vivere incontri inaspettati, immagini laterali, improvvise e a volte spiazzanti. Come nel regno di Serendip, l’antico Sri Lanka, dove secondo una antica leggenda persiana, riscoperta da Walpole, tre prìncipi fanno scoperte attraverso incontri casuali. È la serendipity, appunto. È la navigazione casuale, fortuita del surfing. Si comincia da un punto di partenza e si finisce a seguire in maniera più o meno casuale i link che ci si presentano, costruendo un sentiero cognitivo che assomiglia al percorso degli esploratori che scoprirono le sorgenti del Nilo.  Un salto qui, un salto là da qualche parte si arriverà.</p>
<p>È, più o meno, l’idea di <a title="Stumble Upon" href="http://www.stumbleupon.com/" target="_blank">StumbleUpon</a> (letteralmente “inciamparci”) un servizio per cui, definendo un certo numero di aree di interesse, vengono “pescati” siti che possono corrispondere all’interesse. Con un certo grado di probabilità ben lontano dall’esattezza. Lo avevano capito Larry Page e Sergey Brin, fondatori di Google che probabilmente stufi di vedersi passare sotto gli occhi miliardi e miliardi di pagine web che scorrevano nelle vene del loro motore di ricerca aggiunsero il pulsante I Feel Lucky, mi sento fortunato. Dove porta quel pulsante? Dipende dalla vostra fortuna.</p>
<h5>Dimenticare sereni</h5>
<p>Anche la dieta del Ricordare a caso necessita di un buon allenamento. StumbleUpon per funzionare ha bisogno di un bel po’ di chilometri di segnalazioni. Se lo sport non fa per voi c’è sempre la dieta della semplice rinuncia. «Per decenni i computer ci hanno aiutato a ricordare. Ora è il tempo che ci aiutino a ignorare.» Così scrive Cory Doctorow in <a title="Internet evolution" href="http://www.internetevolution.com/author.asp?section_id=479&amp;doc_id=134703" target="_blank">Internet Evolution</a>. «L’unica risposta è migliori modi e migliori tecnologie per ignorare &#8211; un campo di ricerca appena nato ma con un enorme potenzialità di sviluppo.»<br />
È ora che impariamo a dimenticare e a dotarci di strumenti che interrompano l’incessante stimolare delle meningi e ci aiutino a focalizzare, a selezionare, a cancellare dall’orizzonte non solo ciò che è “rumore” ma anche ciò che, pur molto interessante, può appesantire il nostro bagaglio di conoscenza.</p>
<p>Come per i due principi della filosofia hobo, i vagabondi americani dell’epoca della Depressione: sempre in movimento e tutto ciò che posseggo lo porto addosso. Ora, mentre scrivo questo articolo ho attivato la modalità Full Screen. Sullo schermo del mio laptop non rimane che il foglio bianco e le parole che sto mettendo in fila. Tutto il resto è scomparso dietro un gran telo nero. E così mi posso trovare nelle condizioni in cui Cartesio compose il suo Discorso sul Metodo: «L&#8217;inizio dell&#8217;inverno mi colse in una località dove, non trovando compagnia che mi distraesse, e non avendo d&#8217;altra parte, per mia fortuna, preoccupazioni o passioni che mi turbassero, restavo tutto il giorno solo, chiuso in una stanza accanto alla stufa, e qui avevo tutto l&#8217;agio di occuparmi dei miei pensieri».</p>
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		<title>Internet non ha bisogno di quelle leggi</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/11/internet-non-ha-bisogno-di-quelle-leggi</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 08:51:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[anonimato]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriella Carlucci]]></category>
		<category><![CDATA[Gianpiero D'Alia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[leggi]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Barbareschi]]></category>
		<category><![CDATA[pirateria]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Cassinelli]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>

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		<description><![CDATA[Bersagliati da proposte di legge improbabili e dannose, stiamo forse perdendo di vista il punto: le norme per la rete esistono già, basta applicarle. Il nostro contributo alla causa: un "filo rosso" per legare i fatti e contestualizzare le novità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parto dalla conclusione, perché vorrei che questa fosse più chiara che mai: internet non ha nessun bisogno di nuove leggi. La rete non è un luogo <em>altro</em>: fa parte della nostra vita sociale, che è già ampiamente regolata da norme e sanzioni. Sbaglia, per ignoranza o per malafede, chi definisce internet un far west senza regole. Disperde energie chi si batte per replicare previsioni che già esistono e che potrebbero semplicemente applicate senza ricorrere alla demagogia e senza moltiplicare l&#8217;entropia legislativa. Perde un&#8217;opportunità di onorare la nostra democrazia chi si intestardisce a sostenere regolamenti destinati per banale evidenza tecnologica a non sortire effetto alcuno, quando non addirittura a far danni.<span id="more-487"></span></p>
<p>Possono esserci meccanismi da adeguare, dovuti alla distribuzione geografica, alle caratteristiche tecnologiche del mezzo di comunicazione e alla scala di cui si nutrono gli eventi sociali mediati dalla rete, ma non c&#8217;è reato che non possa essere perseguito qualora il fatto abbia origine in o per mezzo di un network digitale. La dimostrazione più lampante sta nel fatto che questi reati sono già perseguiti con una solerzia che dovrebbe rassicurare anche il più allarmato dei nostri concittadini. Persino la pirateria digitale, che agita i sonni di lobby potenti, è pienamente perseguibile ai termini di legge. Chiedete conferma a un magistrato o a un poliziotto postale: vi racconterà di un sistema di comunicazione in cui i malintenzionati lasciano una quantità di tracce tale da rendere il lavoro investigativo perfino più agevole che in passato. Mentre chi vi parla dell&#8217;impossibilità di ottenere giustizia a seguito di misfatti legati alla rete il più delle volte confonde la legge con i tribunali, dei cui drammatici problemi internet non ha colpa.</p>
<h5>A forza di ripeterlo</h5>
<p>Sta invece succedendo qualcosa di paradossale e spiacevole, in Italia, negli ultimi mesi. A forza di ripetere la storiella della rete anarchica, selvaggia e senza regole, coacervo di criminali, truffatori e depravati (un genere che vende sempre bene sulle pagine di cronaca), i meno informati tra i nostri politici e concittadini si sono convinti dell&#8217;urgenza di intervenire con fermezza. Sulle pagine di Apogeonline ne abbiamo dato conto nei giorni scorsi analizzando per esempio la <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/23/legalita-su-internet-il-ddl-carlucci">proposta Carlucci</a>, l&#8217;<a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/09/reati-dopinione-in-rete-i-limiti-del-50-bis">emendamento D&#8217;Alia</a>, il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/27/cresce-lallarme-per-il-decreto-antipirateria">disegno Barbareschi</a>. Non serve ripetere qui i (tanti) motivi per cui tutte queste leggi sono viziate in origine da inadeguatezze tecnologiche, quando non arrivano a prevedere inaudite redistribuzioni dei poteri dello Stato. Persino laddove si interviene per scongiurare i rischi peggiori &#8211; è il caso dei <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/03/cassinelli-emenda-dalia-un-passo-avanti">volonterosi interventi</a> e dei <a href="http://robertocassinelli.blogspot.com/">tentativi di dialogo</a> portati avanti da Cassinelli &#8211; si finisce per inserire nell&#8217;ordinamento asprezze che non sarebbero nemmeno auspicabili, se non apparissero a questo punto come la migliore delle ipotesi.</p>
<p>Sta accadendo per la rete qualcosa di simile a quello che nel corso dell&#8217;ultima campagna elettorale nazionale è avvenuto riguardo ai temi della sicurezza: un allarme sociale almeno parzialmente immotivato e creato artificialmente (oggi abbiamo <a href="http://www.centrodiascolto.it/content/lanalisi-del-centro-dascolto-sulle-notizie-di-cronaca-nera-nei-telegiornali">alcuni numeri</a> a dirlo) ha condizionato le sorti dell&#8217;attuale legislatura. Da questo cul-de-sac si potrebbe uscire &#8211; si <em>dovrebbe</em> uscire, converrebbe a tutti &#8211; tornando all&#8217;essenzialità dei fatti e obbligandoci vicendevolmente a confrontare le idee con serenità. Due compiti che oggi sembrano così ardui, ma che un tempo sono stati la ragion d&#8217;essere del giornalismo, della politica e della società civile. Viviamo una realtà costruita il più delle volte su certezze di terza o quarta mano, dove chi parte per la tangente finisce per dettare le regole del gioco e portarsi dietro tutti, invece di essere energicamente richiamato all&#8217;ordine. Abbiamo bisogno di ingenti verifiche di corrispondenza con la realtà, laddove oggi tutte le parti in gioco indugiano in emotività.</p>
<h5>Un passo avanti</h5>
<p>Un&#8217;emotività che a questo punto non si può permettere né il cittadino digitale, spesso istigato da un generico passaparola a difendere generiche libertà minacciate da generiche leggi, né tantomeno i nostri deputati e senatori, che per ruolo e mandato istituzionale ci si aspetta siano predisposti ad ascoltare, moderare, confrontare, approfondire, fare sintesi, trovare compromessi. Politici che invece riscopriamo <a href="http://www.webnews.it/news/leggi/10317/gabriella-carlucci-e-davide-rossi-e-andata-cosi/">astiosi</a>, <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/02/17/meglio-un-comunicato-che-un-confronto/">arroccati</a>, <a href="http://punto-informatico.it/2558241/PI/Brevi/ddl-barbareschi-solo-inizio.aspx">improvvisati</a> e spesso <a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/02/17/risponde-il-sen-dalia-ma-quale-censura/">indifendibili</a>, burattini talvolta ignari nelle mani di interessi più grandi di loro. È tempo di fare un passo avanti: in gioco non c&#8217;è più soltanto il passatempo di qualche milione di italiani, ma un&#8217;opportunità di crescita culturale, civile e produttiva che attende l&#8217;intero paese. Un paese in drammatico ritardo, <a href="http://www.hyperorg.com/blogger/2009/02/19/italian-interior-minister-creates-government-task-force-to-hack-skype/">zimbello</a> <a href="http://www.iht.com/articles/2009/02/03/technology/google.4-421880.php">digitale</a> <a href="http://blogs.law.harvard.edu/idblog/2009/02/15/internet-censorship-arrives-in-italy/">agli</a> <a href="http://www.ejc.net/magazine/article/in_italy_its_arrivederci_facebook/">occhi</a> <a href="http://journalismnetwork.ning.com/profiles/blogs/censorship-when-in-rome">del</a> <a href="http://cyberlaw.org.uk/2009/02/24/index-on-censorship-the-italian-government-is-attempting-to-make-web-based-dissent-a-crime/">mondo</a>.</p>
<p>Secondo la migliore delle lezioni che ci insegna la rete, ognuno può fare la sua parte: l&#8217;impegno di ciascuno conta. Basterebbe cominciare ad abbassare gli inutili polveroni (che fanno sempre comodo a qualcuno) per impegnarsi invece a recuperare un brandello di verità, a confrontare dichiarazioni, a costruire relazioni, a recuperare una memoria storica nel fluire ininterrotto e acritico dell&#8217;attualità. È un esercizio di democrazia diffusa che per certi versi internet può facilitare, ma che non si ferma certo a internet: se questo paese indugiasse nell&#8217;abitudine tutta anglosassone dei <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Fact_checker">fact check</a>, forse oggi respireremmo più dignità e ottimismo. Forse saremmo una nazione migliore.</p>
<h5>Fili rossi</h5>
<p>Apogeonline, nel suo piccolo, sta provando a sostenere questa strada &#8211; a cominciare proprio dalla controversa regolamentazione di internet. Accanto ai tradizionali <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/autore/elviraberlingieri">approfondimenti</a> sulle leggi che più fanno discutere, abbiamo cominciato a sperimentare il formato del <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/11/fact-check-il-50-bis-secondo-dalia">fact check</a> sulle dichiarazioni dei nostri rappresentanti. Nei giorni scorsi, inoltre, abbiamo inaugurato una <a href="http://www.apogeonline.com/filirossi/leggi-internet">pagina riassuntiva</a> per tenere traccia delle proposte di legge destinate a toccare da vicino internet e nella quale contestualizzare giorno per giorno le novità. Abbiamo chiamato questa sezione &#8211; ancora sperimentale e in continua evoluzione &#8211; “fili rossi”, per sottolineare il tentativo di ricostruire una vicenda o un settore secondo una dimensione che sia alternativa tanto all’accumularsi disordinato delle notizie quanto a quella fotografia di un attimo che resta inevitabilmente anche il miglior approfondimento specialistico.</p>
<p>Oggi, idealmente con queste righe, affidiamo <a href="http://www.apogeonline.com/filirossi/leggi-internet">il nostro filo rosso</a> alla rete.</p>
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